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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
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oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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24.10.2004 – Famiglia Cristiana
Ragazzi dentro: se fossero figli nostri?
di Adriano Sansa
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L' ingegnere affossa-scorie
Una vita tra armi, amicizie potenti e rifiuti radioattivi. Ecco chi è Giorgio Comerio, per i pm legato al caso della Rosso
di Riccardo Bocca
Chi è davvero Giorgio Comerio? Per scoprirlo bisogna partire da Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove è nato 59 anni fa, e sbarcare a Panama, nell'ufficio di un superministro del presidente della Repubblica in carica, Martin Torrijos. Il viaggio merita la spesa, perché l'ingegner Comerio non è un personaggio qualsiasi. Il governo italiano lo definisce «noto trafficante d'armi, in contatto con altri noti trafficanti d'armi e coinvolto nella fabbricazione di telemine destinare a paesi come l'Argentina» (parole del ministro per i rapporti col Parlamento Carlo Giova nardi). Altrettanto pesante è stata la sua ex compagna Giuseppina Nini, descrivendolo come appartenente ai servizi segreti in rapporti con uomini della mafia.
(...) Il sospetto degli inquirenti è che l'armatore Messina volesse colare a picco la Rosso, e che a bordo ci fossero rifiuti tossici o nucleari da smaltire in fondo al mare. Ma anche che Comerio fosse legato al destino della nave. Solo due anni prima, confermano i Messina, l'ingegnere [Comerio] s'era proposto per acquistare la Rosso, e dopo lo spiaggiamento furono trovati sulla plancia documenti di una sua società. Il particolare non è da poco. La società in questione si chiama infatti Oceanie Disposai Management Inc. (Odm)
(...) Stabilire la verità spetta ai magistrati, ma nel frattempo è interessante vedere come Comerio si sia mosso per piazzare i suoi servizi, chi gli abbia dato una mano e con chi abbia stretto accordi. Un lavoro svolto da "L'espresso" in parallelo con Greenpeace, organizzazione che più volte ha denunciato i presumi traffici di Comerio. Dai suoi dossier emerge, ad esempio, il nome dell'austriaco Manfred Convalexius, titolare di un grande gruppo specializzato in trasporti con una società mirata al settore chimico. Già nel 1988, spiega Greenpeace, Convalexius aveva cercato come agente esclusivo della Multidyne International Inc. di esportare 4 mila 680 barili di rifiuti radioattivi dal porto bulgaro di Varna a Panama, finendo all'ultimo bloccato dal ministro della Salute.
(...) Per non parlare degli infiniti contatti di Comerio e soci con gli Stati africani, documentati nel dossier "The Network": «Tra il 1994 e il 1995», documenta Greenpeace, «Odm ha avuto rapporti con almeno 16 nazioni africane attraverso consolati e ambasciate in Italia, Francia e Belgio, o tramite mediatori». Questi Stati sono: Angola, Benin, Capo Verde, Congo, Gambia, Ghana, Guinea Bissali, Guinea Conakry, Costa d'Avorio, Marocco, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudafrica, Togo e Zaire. Un panorama impressionante di fronte ai quale gli inquirenti, quando chiedi chiarimenti, rispondono: tutto può essere successo. O anche no.
(...) Ma al di là di tutte le carte, al di là di ogni traccia o indizio, la domanda è: come ha potuto, questo misterioso ingegnere di Busto Arsizio, costruire una rete di rapporti mondiali ai massimi livelli? Com'è riuscito a farsi ricevere da ministri e uomini d'affari? Chi gli ha permesso di trattare con tutto e tutti senza mai scottarsi? Per capirlo, Greenpeace ha fatto analizzare dalla società Irwin & Bates la ragnatela degli interessi di Comerio. E il risultato è sorprendente. A costituire la sua Oceanie Disposai Management Inc. Holding S.A., registrata in Lussemburgo, sono state infatti due società, la Gibson Finance Limited e la Enfield Trading Limited, entrambe international business company con sede a Tortola, nelle Isole Vergini inglesi, ed entrambe con la stessa casella postale (P.O. Box numero 3.174). Il che, sottolinea Greenpeace, «consente di affermare che le due società sono governate dallo stesso centro d'interessi». Un elemento importante, perché a firmare l'atto di costituzione della Gibson Finance Limited non è stato un fiduciario qualunque, bensì Ebrahim Asvat in persona, avvocato potentissimo a Panama. Cinquantenne di origine indostana, studi ad Harvard ed esperto dì diritto finanziario marittimo, Asvat è socio del celebre studio Patton, Moreno & Asvat, oltreché presidente del quotidiano nazionale "El Siglo". Ma soprattutto è stato capo della Polizia nazionale dal 1990 al 1991 dopo l'invasione di Panama da parte degli Stati Uniti, mentre oggi è i! superministro del governo Torrijos incaricato di vigilare sull'operato dei colleghi. Una posizione che i! giornale on line "The Panama News" commenta così: «Soltanto il tempo dirà se Asvat è il carte da guardia per estirpare la corruzione, o se dietro a lui c'è una nuova fonte di intrighi governativi».
Il porto delle nebbie
Fusti e container carichi di rifiuti provenienti dalla Rosso. Ancorati sotto la banchina del terminal a La Spezia. Due operai lo denunciano. Ma nessuno controlla
di Riccardo Bocca
(...) i vertici dell'armatore Ignazio Messina & C. negavano, intervistati da "L'espresso", di avere smaltito illegalmente rifiuti pericolosi e radioattivi. Volevano cancellare il sospetto che grava su di loro: quello di aver cercato di affondare nel dicembre 1990 la motonave Rosso con un presunto carico di sostanze nocive. E di avere occultato quello stesso carico quando l'imbarcazione, spinta dalle correnti, è spiaggiata sul litorale di Formiciche, nel comune di Amantea, provincia di Cosenza.
(...) Ora però un documento della Polizia forestale di Brescia, datato aprile 1997, apre un nuovo fronte, sempre centrato sulla motonave Rosso e sempre con protagonisti i Messina. Si tratta della testimonianza di due lavoratori portuali di La Spezia (informatori ritenuti affidabili, anonimi per evidenti ragioni) rilasciata all'ispettore Gianni De Podestà, il quale l'ha poi inviata alla Direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Reggio Calabria. Un testo zeppo di elementi gravissimi che sono stati acquisiti dagli investigatori proprio mentre l'armatore Messina stava trasferendosi da La Spezia a Genova, dove ancora oggi opera. «Ci sentiamo in dovere», hanno dichiarato alla Polizia forestale i due portuali, «di riferire che da molti anni lavoriamo al terminal Messina (...) e abbiamo visto che sono passati dal porto molti Tir di rifiuti, anche quelli delle navi della Messina
(...) Dopodiché i due testimoni riferiscono nel dettaglio quello che a loro dire stava accadendo durante il trasferimento da La Spezia a Genova: «In questi giorni», spiegano, «stiamo smontando il terminal Messina, e si sa che come zavorra di parte della banchina è stato messo un pontone di nave, dentro il quale hanno infilato i fusti e i container dei rifiuti che la Messina aveva caricato sulle navi Rosso e Jolly Rosso. Questo pontone di nave», continuano, «risulta come una nave tagliata orizzontalmente, che è stata riempita di rifiuti nel 1992.
(...) Vero? Falso? L'ispettore Gianni De Podestà della Polizia forestale di Brescia decide di approfondire. E lo fa alle 13 del 9 aprile '97, quando assieme al collaboratore Pier Giuseppe Delle Donne si mette a sorvegliare il terminal Messina.
(...) Tutto quello che è stato motivo di osservazione», conclude De Podestà, «fa presumere quanto riferito (dai due portuali), desunto anche dal fatto che tali informazioni sono di carattere riservato ma giungono da fonte in passato rivelatasi attendibile riguardo alle indagini svolte sulla motonave Rigel (affondata misteriosamente con un presunto carico di rifiuti nocivi, ndr)».
(...) Nei giorni seguenti, dunque, fu finalmente eseguita l'ispezione.
(...) Ma nessuno controllò sotto la banchina dove indicato dai due portuali.
Nella memoria si è aperta una falla
I misteri del naufragio? I rifiuti tossici? L'inchiesta della Procura? Ecco come si difende l'armatore della Rosso. Fra contraddizioni e tanti "non ricordo"
colloquio con Gianfranco Messina di Riccardo Bocca
Per la prima volta dopo 14 anni i vertici dell'armatore Ignazio Messina & C. parlano dell'incredibile vicenda di cui sono protagonisti.
(...) "L'espresso" è andato nella sede centrale dell'armatore, a Genova, e si è trovato di fronte ai vertici dell'azienda: il presidente Gianfranco Messina - che ha risposto alle nostre domande - i due amministratori delegati, il direttore operativo, un consigliere delegato oltre a un consulente esterno.
(...) Dopo lo spiaggiamento vi siete affidati per il recupero della Rosso alla ditta olandese Smit Tak, specializzata secondo la Procura di Reggio Calabria in «bonifiche a seguito di incidenti radioattivi». Come mai? «Era la più grande e famosa impresa del mondo». Dopo 17 giorni, però, le avete tolto l'incarico. Non era la migliore? «Dicevano che avrebbero recuperato la nave, ma era evidente che non ce l'avrebbero fatta. Così abbiamo detto basta».
Parliamo dello squarcio che secondo voi avrebbe portato al quasi affondamento della nave. La Guardia di finanza e Nunziante Cannavale, titolare della ditta che doveva demolire la Rosso, hanno negato che esista. «La falla c'era, eccome». Anche il sommozzatore incaricato ufficialmente di fare un'ispezione non l'ha vista.
«Nessuno poteva vederla. La Rosso era inclinata e la falla era sotto la sabbia».
(...) Che cosa c'era a bordo? «Materiale regolare, tabacco e altre cose.Nove container pieni e 25 vuoti».
(...) Ancora oggi sul fondale di Formiciche i sub hanno trovato una distesa di materiali riconducibili alla Rosso. E questo malgrado la Capitaneria di porto di Vibo Valentia affermi il contrario in un documento. «È pacifico che della roba sia rimasta la sotto. Non lo contesta nessuno». A questo punto si possono ipotizzare nuovi reati, oltre all'affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi: la mancata bonifica e la discarica abusiva... «Questo Io dice uno del Wwf». Questo lo dice anche il presidente della Commissione per il ciclo dei rifiuti, Paolo Russo. «Ne dice di cazzate, Russo... Prima di rilasciare dichiarazioni e sentenze perché non ci ascolta?».
(...) quando è spiaggiata la Rosso conoscevate Giorgio Comerio, il faccendiere che secondo i magistrati proponeva ai governi di smaltire rifiuti radioattivi dentro missili da sparare sotto i fondali? «No, assolutamente». A "L'espresso" risulta che ci sia stata una precedente trattativa tra voi e Comerio per l'acquisto della Jolly Rosso. «Noi trattavamo col dottor Bertone della Navemar, non sapevamo che fosse coinvolto Comerio» (tre ore dopo l'intervista l'armatore cambia versione, ammettendo di sapere che la società con cui trattava agiva per Comerio).
(...) «Non ne sappiamo niente. E le spiego il perché: non siamo mai stati sentiti dai magistrati. Nessuno ci ha considerato per 14 anni e nel frattempo siamo stati sputtanati a oltranza».
(...) Nel 1997 sulla vostra banchina sono stati sequestrati un migliaio di fusti di rifiuti tossici, e nel 1999 il vostro responsabile alla sicurezza, l'ingegner Giuliano Rossetti, è stato condannato. Un brutto episodio... «La verità è che i rifiuti tossico nocivi erano solo residui di lavori di ordinaria manutenzione. Niente di più».
16 settembre 2004
Indagini radioattive
Governo e Camere devono intervenire subito. E va rafforzato l'ufficio del magistrato che indaga sulla Rosso. Lo chiede il presidente della Commissione parlamentare
colloquio con Paolo Russo di Riccardo Bocca
Non è in vena di diplomazie Paolo Russo 44 anni, presidente della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e deputato di Forza Italia: "Ci troviamo di fronte a una vicenda di straordinaria gravità -, dice. "E’ indispensabile un'attenzione istituzionale a tutti i livelli, nel nostro Paese e non solo. E urgente che tutti sappiano quanto è successo nei mari e negli oceani del pianeta durante gli ultimi vent'anni. Ci sono elementi per ipotizzare un disastro di dimensioni assolute: ora dobbiamo sforzarci di trovare prove inoppugnabili". I fatti e le testimonianze diventano giorno dopo giorno più allarmanti. Come denunciato da "L'espresso" in due occasioni (la scorsa settimana e nel mese di giugno), dalla metà degli anni Ottanta governi europei e non avrebbero sottoscritto accordi per smaltire illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. I sistemi erano due: affondarli assieme alle navi sulle quali viaggiavano, oppure stiparli in missili e spararli dentro i fondali marini. Il tutto in combutta con mafiosi, faccendieri e trafficanti d'armi. Un piano scellerato su cui per anni hanno indagato, tra costanti minacce, varie Procure italiane. E che oggi torna all'attenzione grazie al lavoro del sostituto procuratore Francesco Greco di Paola, il quale parte da un episodio emblematico: lo spiaggiamento, il 14 dicembre 1990, della motonave Rosso sulla spiaggia calabrese di Formiciche. L'ipotesi della magistratura è che la nave dell'armatore Igniazio Messina dovesse essere affondata dolosamente, ma che il mare mosso abbia mandato a monte l'operazione, portando la Rosso a riva. Dopodiché, dicono gli inquirenti, sarebbe avvenuto lo smaltimento clandestino di rifiuti nell'entroterra. E non solo . Come raccontato da "L'espresso", ancora oggi sul fondale di Formiciche , dove si è spiaggiata la Rosso. c'è una distesa di materiali sconosciuti...
Inutile girarci attorno: se dopo 14 anni parliamo della Rosso è perché qualcosa di profondamente anomalo è successo. Ed è grave che un fatto tanto inquietante non sia ancora stato chiarito».
Le istituzioni hanno le loro responsabilità. La Capitaneria di porto di Vibo Valentia, ad esempio, ha scritto in un documento che il relitto della Rosso età stato completamente rimosso da Formiciche. Perché?
Tipiche leggerezze di quella stagione".
Leggerezze?
Diciamo cosi: comportamenti anomali che possono dipendere da mille ragioni, sarà la magistratura a dire quali. Resta il fatto che hanno portato a un disastro ambientale di rilievo enorme, rispetto a cui il nostro Paese ha il dovere di intervenire-.
Dopo la scoperta di materiali riconduciteli alla Rosso sul fondale di Formiciche gli ambientalisti ipotizzano oltre all'affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti nocivi, due nuovi reati: la mancata bonifica e la discarica abusiva. Concorda?
Si, ci sono tutti gli estremi. Il che conferma un mio pensiero fisso: bisogna introdurre quanto prima nel nostro codice penale il reato di delitto ambientale-.
Nel frattempo non basterebbe che le autorità calabresi, invece di disinteressarsi del caso Rosso, si mobilitassero per sostenere la Procura di Paola?
Fanno male a non attivarsi. Sbagliano se pensano che questa sia una storia senza fondamento, e ancor più se le ragioni sono altre. I cittadini calabresi hanno il diritto di sapere come hanno vissuto in questi anni. E di sentirsi tutelati oggi che c'è maggiore consapevolezza .
Non trova grave che la squadra del sostituto procuratore Greco non sia stata rafforzata, ma viceversa indebolita, con l'allontanamento dei due massimi conoscitori del caso Rosso?
Lo scriva: la nostra Commissione esprime formalmente il forre desiderio che sia dato al sostituto Greco tutto l'aiuto possibile. Devono rientrare i due collaboratori spostati. E devono aggiungersi, se necessarie, nuove forze».
La vostra Commissione come sta indagando?
"A luglio, dopo il vostro primo articolo, abbiamo attivato una procedura d'interesse. Stiamo cioè convocando i protagonisti del caso, compresi quelli istituzionali. Una volta ascoltati tutti, riferiremo a Camera e Senato e solleciteremo un intervento del governo".
A proposito del governo. Il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento Cosimo Ventucci ha dichiarato che le istituzioni erano al corrente del piano Oceanie Disposai Management: quello che faceva capo al faccendiere Giorgio Comerio e che prevedeva lo smaltimento di rifiuti radioattivi sparandoli dentro missili nei fondali marini (di cui sono state trovate carte anche a bordo della Rosso).
Una cosa incredibile, questa dei missili... Mentre nel mondo si discute, anche appassionatamente, sulle modalità di stoccaggio e smaltimento delle scorie nucleari, scopriamo un progetto in apparenza fantascientifico e invece molto più vicino alla realtà di quanto si pensi".
È incredibile anche che alcuni Paesi europei abbiano, parole di Ventucci. «trattato e concluso contraili di smaltimento delle loro centrali nucleari tramite i missili». Sono mai stati contattati, questi governi? E sono stati ascoltati i ministri citati nell'inchiesta dei magistrati?
A me risulta dì no.
Com'è possibile, in questa situazione, che l'Unione Europea tratti le questioni ambientali in piena serenità?
"Il nostro Paese deve fare chiarezza e imporre questa storia all'attenzione non solo europea ma mondiale".
Lei esclude che il nostro governo sìa stato coinvolto in questo piano di smaltimento di rifiuti nocivi?
"Non mi sento di escludere nulla, anche se non so immaginare come. Tutto sarà chiarito analizzando l'intreccio di interessi trasversali che negli ultimi venti anni ha condizionato la situazione ambientale, in Italia e fuori".
Non crede che sia urgente un intervento del ministro dell'Ambiente Altero Matteli?
Non è urgente: è necessario".
C'è molto da chiarire anche sulle cosiddette carrette del mare, ossia le decine di navi misteriosamente affondate nel mar Mediterraneo con presunti carichi radioattivi. Lei che idea s'è fatto?
« E dagli anni Ottanta che i Lloyd's di Londra ci segnalano questi affondamenti, diciamo cosi, atipici. I magistrati e le precedenti Commissioni parlamentari hanno indagato, trovando elementi di grande interesse. Ma non la prova sicura della presenza di rifiuti tossico-nocivi o radioattivi".
Si è mai andati tisicamente a verificare cosa c'è a bordo delle navi affondate?
«No. Credo che non sia mai stato fatto nessun accertamento concreto. E credo anche che a questo punto sia indispensabile farlo».
Nel frattempo possiamo escludere che l'affondamento delle "navi radioattive" continui ad avvenire?
Se lo dicessimo sarebbe un falso. Per questo dobbiamo muoverci immediatamente, sfruttando tutta la tecnologia oggi disponibile".
Forse così potrebbe essere chiarito anche il rapporto tra questa storia e la tragica fine di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, suggerito dall'indagine. Lei cosa ne pensa?
È un fatto che Giorgio Comerio avesse affari anche in Somalia. Con altri soggetti senza scrupoli ha proposto alle autorità il progetto Urano: un piano di smaltimento di rifiuti speciali industriali che è formalmente fallito. Ma che non si esclude sia stato portato a termine
Un'ultima domanda. Dal dossier The Network di Greenpeace risulta che Jack R. Mazreku. albanese con residenza a Montecarlo, è stato un manager della Oceanic Disposal Management di Giorgio Comerio. Lo stesso Mazreku ha versato per la concessione del porto di Lavagna, in Liguria. 56 miliardi di vecchie lire. Tutto normale?
La verità è che non ne sappiamo niente Ma approfondiremo, quanto prima.
Naufragio radioattivo
I sommozzatori scoprono contenitori e un rimorchio di camion dove si
arenò la Rosso. Intanto la risposta del governo in Parlamento conferma
i molti sospetti dei magistrati. E le denunce de "L'espresso"
di Riccardo Bocca
(...) Per anni la Procura di Reggio Calabria ha svolto tra pressioni e minacce scrupolose indagini, archiviate il 14 novembre 2000 dal giudice delle indagini preliminari. Finché le decine di migliaia di pagine dell'inchiesta sono passate alla Procura di Paola, dove il procuratore capo Luciano d'Emmanuele ha aperto un nuovo fascicolo affidandolo al sostituto Francesco Greco.
(...) E soprattutto è stata resuscitata una gigantesca storia di cui la motonave Rosso è soltanto un piccolo, anche se gravissimo, capitolo. Si tratta del sistema clandestino concordato da alcuni governi, europei e non, per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti tossici. (...) Con due metodi: affondandoli con le navi sulle quali viaggiavano (ipotesi Rosso), oppure stipandoli in missili da sparare sotto i fondali marini. Questo scrivevano a chiare lettere Carabinieri e Guardia di Finanza nelle loro informative. Ed è quello che "L'espresso" ha riferito, augurandosi che la Procura di Paola potesse avere il massimo sostegno nel tentativo di dimostrare il reato di affondamento doloso e occultamento dei rifiuti tossici.
(...) «L'anno 1992, addì 17 del mese di gennaio», si legge in un verbale firmato dal sottotenente di vascello Massimo Barbagiovanni Minciullo, «mi sono recato a Formiciche, dove si è arenata la motonave Rosso. Sul posto ho constatato che il relitto della motonave è stato completamente rimosso dalla spiaggia da parte della ditta Cannavale responsabile dei lavori di demolizione. Nella zona del cantiere sono rimaste solo alcune strutture (una gru, cavi, contenitore, bombole) della ditta suindicata e pochi rottami di ferro».
La realtà che i subacquei della Blue Tek hanno filmato, e di cui "L'espresso" propone in queste pagine alcune immagini, è diversa. Per centinaia di metri («Ma la zona potrebbe essere anche più estesa, visti gli anni passati e le mareggiate avvenute», dicono i sub), si trovano parti del relitto e del suo contenuto.
(...) Valutazioni ora affidate alla Procura di Paola, dove il sostituto procuratore Greco certifica l'importanza dei ritrovamenti: «Confermo che gli elementi individuati sono riferibili alla motonave Rosso», dice: «Procederemo al recupero di tutto ciò che è chiuso per verificarne il contenuto. Il tempo trascorso complica il lavoro, ma indagheremo sopra e sotto la sabbia con la bonifica integrale del sito».
(...) Ma il colpo di scena è venuto dal maresciallo Calvano, il quale ha parlato di «videocassette amatoriali» dalle quali «abbiamo riscontrato che la nave Rosso era scortata dalla Jolly Giallo, altra unità appartenente alla stessa flotta» ("L'espresso" pubblica un fotogramma in queste pagine). Perché? L'ipotesi più probabile, secondo gli investigatori, è che l'equipaggio della Rosso dovesse essere trasferito sulla sorella Giallo prima dell'affondamento per non lasciare tracce, e che l'operazione sia stata ostacolata dal mare mosso. Una tesi su cui il sostituto procuratore Greco dovrà dire l'ultima parola. Intanto la partita si allarga. (...) Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali e il traffico di armi».
(...) La domanda è: perché per anni, mentre la giustizia arrancava tra mille sgambetti, la politica taceva? Il sottosegretario Ventucci, nella sua risposta in Parlamento, non lo spiega. In compenso, mette a fuoco per la prima volta ufficialmente la figura di Giorgio Comerio, l'ingegnere di Busto Arsizio che secondo gli inquirenti proponeva ai governi di mezzo mondo di sparare missili di immondizia radioattiva dentro i fondali marini. (...) Ulteriori indagini della Procura di Brescia hanno evidenziato l'affondamento doloso a Capo Spartivento di una nave, la Rigel, carica di materiale radioattivo. Per tale attività criminosa operava, a livello internazionale, una holding denominata O.d.m. (Oceanie Disposai Management), dedita all'inabissamento in mare di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi coi penetratori, facente capo al Comerio stesso».
(...) Per saperne di più lo snodo centrale resta l'inchiesta della Procura di Paola, ossia il tentativo di provare il reato di affondamento doloso della Rosso e l'occultamento dei rifiuti tossici. Solo così, a catena, potrebbero riaprirsi le quinte di questa assurda storia. Una svolta che potrebbe venire, oltre che dai rilievi sui fondali di Formiciche, anche dai risultati dei prelievi svolti il 16 luglio dal supertecnico Ornelio Morselli a Foresta di Serra D'Aiello (Cosenza), località dell'entroterra dov'è stata scoperta una massiccia presenza di fanghi industriali. La Procura di Paola vuole sapere se questi fanghi provengono dalla motonave Rosso, ossia se dopo 14 anni è stato effettivamente individuato il sito dello smaltimento clandestino. Anche perché, come è in grado di anticipare "L'espresso", a Foresta ci sono tracce di granulato di marmo: la stessa sostanza presente su altre navi dei veleni affondate misteriosamente. E sempre nell'area di Foresta, raccontano vari testimoni, si è scavato anni fa per prelevare terra e procedere al ripascimento della costa marittima, colpita dall'erosione. Ma guarda caso l'unico punto risparmiato è stato quello dove si pensa siano sepolti i rifiuti nocivi, come mostra anche un'evidente curva della vegetazione. (...)
agosto 2004 - dal sito La Voce della Campania
LE GRANDI PULIZIE DI GAUCCI
Ramazze, calcio & sapone, che passione! Guarda caso, le avventure imprenditoriali di due protagonisti della bollente estate pallonara, il neo padrone della Lazio Claudio Lotito e l’aspirante al trono di Napoli, Luciano Gaucci, cominciano proprio da scope e secchi di candeggina, con svariate imprese di pulizia a popolare i loro arcipelaghi societari. "Le sue società danno lavoro a oltre 5 mila dipendenti", commentano in ambienti economici romani. Lotito, comunque, non si ferma alle scope, ma s’interessa anche di vigilanza (un connubio frequente anche nel napoletano, il business abbinato fra imprese di pulizia e di vigilanza, le più gettonate, fra l’altro, in maxi appalti come quelli ospedalieri) e di edilizia, con le immobiliari Appia e 03. Fa capolino anche una Snam nel suo pedigree, niente a che vedere con l’ex corazzata del parastato: si tratta invece della Società Nazionale Appalti Manutenzione Lazio Sud. L’energia, comunque, corre fra i cromosomi del quarantasettenne patron laziale, visto che il suo nome compare nello staff di vertice della Gasoltermica Laurentina spa, creata nel 1996 con un miliardo e mezzo di carburante in dote, sede in via Appia Antica civico 2. Al timone, in qualità di amministratore delegato, siede Marco Mezzaroma, rampollo di una delle più potenti famiglie romane del mattone: l’era Sensi alla guida della Roma, infatti, iniziò in condominio con i Mezzaroma, i quali poi pensarono bene di rompere quel matrimonio. Ma passiamo alle scope di casa Gaucci. Una piccolo eldorado, il trampolino di lancio per l’imprenditore romano de Roma. Capace, però, di creare a volte seri grattacapi. Così è capitato con La Milanese di Gaucci Luciano, sbocciata anch’essa nel 1996, come impresa individuale e con tutti i rischi che ne derivano. Aveva progetti ambiziosi, al momento della costituzione, e un oggetto sociale non poco ampio: dai lavori edili agli appalti di pulizia, "in particolare - come viene descritto nell’atto costitutivo - gestione pulizie alberghi, rifacimento letti, pulizie di pubblici esercizi, mense e bar, confezionamento e approntamento pasti". E poi, "riparazione, manutenzione materiale rotabile ferroviario e di aziende tranviarie. Disinfezione, disinfestazione, derattizzazione e sanificazione". Il non plus ultra, insomma, per partecipare a gare degli enti pubblici, di Asl e quant’altro. Le cose, però, per la Milanese non si sono messe bene. Gli appalti, strano ma vero, stentano a decollare. Dopo nemmeno tre anni cessa l’attività e a marzo 2001 arriva addirittura il fallimento: non solo della società, ma di Gaucci in persona. "E’ il cosiddetto fallimento in proprio - spiegano gli esperti - perché non si trattava di una spa o di una srl, ma di una ditta individuale". Viene subito nominato un curatore fallimentare, Emanuele Mattei. "Con quale credibilità finanziaria - si chiedono parecchi in ambienti economici della capitale - un imprenditore che ha vissuto simili vicissitudini può seriamente puntare ad un grande club, per di più a sua volta con una voragine finanziaria da ripianare?". Nel frattempo, il vulcanico Luciano non era stato certo a guardare. Alle spalle quella brutta storia, via ad una sfilza di altre imprese. Prima di tutte, Siata, ovvero Società immobiliare agricola Torre Alfina, il gioiello di famiglia, una vero e proprio castello nel verde, a 600 metri di altezza e un tiro di schioppo da Orvieto. Nelle ridenti campagne - è naturale - non può mancare uno spazio per il suo hobby preferito, quello dei cavalli, condiviso con l’amico, il big del mercato e direttore generale della Juve Luciano Moggi. E proprio per due cavalli rischiò, anni fa, di essere disarcionato dalla sua sella il presidente del Perugia, ad opera proprio di un magistrato napoletano, Bruno D’Urso, oggi numero uno degli affari penali al tribunale di Nola, a quel tempo membro dell’ufficio inchieste della Federcalcio. "Riuscii a trovare prove certe - ricorda D’Urso - sul tentativo di corruzione di un arbitro a carico di Gaucci. Due cavalli, quella la contropartita. La sanzione fu l’inibizione perfino ad entrare negli spogliatoi della sua squadra. Cosa che regolarmente non rispettava, pagando una multa, se ricordo bene, di dieci milioni di lire a partita". Scansata anche questa seconda vicenda, Gaucci torna di nuovo in sella, più forte e potente di prima. Ed ecco, nel 2000, il parto della Scuderia Tony Bin poi, a luglio 2003, è la volta di Allevamento White Star. Ancora a Roma, vengono a inizio del nuovo millennio costituite altre sigle, sempre nei rami preferiti. Come quello, naturalmente di scope & ramazze: alla Romana Pulizie, messa in piedi nel 1997, fanno da ancelle la GAP , Grandi Appalti Pulizie, creata a giugno 2002, seguita a ruota - neanche un mese dopo - da Fulgida 2000, e in rapida successione, a settembre dello stesso anno, da World Wash, tanto per darsi un tocco di globalizzazione. Non è certo finita, perché altri tasselli vanno a completare il mosaico di casa Gaucci. A partire dal consorzio IGS, Impresa General Service, per passare a Intersistemi, quindi alla misteriosa The Clonmell Stud, poi G2, sbocciata solo qualche mese fa. Ma l’ubiquo Gaucci è anche amministratore unico di un’altra creatura che non ha ancora due anni di vita, l’immobiliare romana Arizona. Senza contare, poi, il variegato arcipelago di imprese che fanno capo a uomini di provata fiducia. Come Fabrizio Bevilacqua, il quale fa capolino, sia nelle vesti di azionista che in quelle di amministratore, in una marea di sigle (Italiana Gestioni, Befin, Netcorp, Immobiliare Saba, Filmworld, Telemondo uno, Axian, Casamatta, tutte società a responsabilità limitata). Oppure di Mario Bianchi, promotore della Spiga srl, oltre che partner in Fulgida, G2 e World Wash. O, ancora, di Carlo Lancella, a sua volta presente in una sfilza di sigle: oltre a quelle in gemellaggio con il patron Luciano (Romana Pulizie e lo stesso Perugia Calcio), in altre dagli interessi più svariati: Casav Consulenza assistenza avanzata, Co.ge.pa., Prime Hotels, The Big River, Suerte film, International Credit Service, tanto per cambiare tutte, regolarmente srl. E finiamo il giro proprio col Perugia. Cinque miliardi di capitale azionario, suddiviso fra una pletora di piccolissimi azionisti ma sostanzialmente in mano a una misteriosa società estera, riconducibile con ogni probabilità ai Gaucci, la Kilpeck Overseas Corporation, la quale - da sola - detiene 497.680 azioni. Il resto, gli spiccioli, sono frazionati fra una serie di società o persone, tra cui i due figli del patron, il rampante trentunenne Alessandro e Paolo, di un anno più grande; nonché il fratello Antonio. Il 99 per cento delle azioni del Perugia, comunque, è sostanzialmente appannaggio di Capitalia (vedi box), l’ex Banca di Roma che controlla, in un nodo o nell’altro, parecchie squadre di A (Roma, Lazio, Parma): il pacchetto dei Gaucci, infatti, da mesi é in pegno presso l’istituto guidato da Cesare Geronzi. Del resto, anche le azioni di un’altra sigla al cui timone siede Alessandro Gaucci, factotum al Perugia, sono “sottoposte a pegno”: quelle dell’ennesima srl della Gaucci story, Galex, capitale sociale da 101 mila euro. LE due CORDATE Una volta, tanti anni fa, inizio novanta, erano nemici per la pelle. Antonio Bassolino puntava con decisione l’indice contro il ‘pomicinismo’, il suo alter ego politico Isaia Sales dettagliava in modo impietoso le spericolate amicizie & imprese di ‘o ministro. Poi Geronimo pensò bene di raccontare la sua ‘verità’ nel volume Strettamente riservato edito da Mondadori. E descrisse, proprio in apertura, il gentile ‘regalo’ da 100 milioni di vecchie lire elargito alla federazione del Pci, allora governata dal commissario Bassolino, burocrate di Botteghe Oscure inviato a Napoli per mettere un po’ d’ordine fra quadri & conti. Nel libro l’ex ministro del Bilancio descrive nei dettagli l’operazione: a fornire i cento milioni liquidi era stato l’amico granaio Franco Ambrosio, che li aveva fatti pervenire a un intermediario, l’avvocato Oreste Cardillo, il quale aveva poi provveduto a consegnarli nelle case della federazione pci, in via dei Fiorentini. "Tutto bene Antò"”, così colorisce Pomicino raccontando un suo incontro fra le aule del transatlantico con l’attuale Governatore della Campania. Nessuna notizia su eventuali querele di Bassolino (chi si é lamentato é stato, piuttosto, il gip di Napoli Marco Occhiofino, accusato nel libro di non avere indagato su quel finanziamento: dopo la denuncia in sede civile di qualche anno fa, nelle scorse settimane Occhiofino ha ottenuto la condanna in primo grado di ‘o ministro per diffamazione). Fatto sta che i ‘duellanti’, a una dozzina d’anni di distanza, si ritrovano impegnati sullo stesso versante: il ‘quasi impossibile’ salvataggio del Napoli. Con una serie di personaggi in pista che potrebbero finire con l’incrociarsi. Da un lato la cordata Pomicino-Gaucci, dall’altro quella - molto più variegata - messa in campo da Bassolino e i suoi uomini, Cozzolino e Oddati in testa. Partiamo dalla prima. Raccontano nell’entourage del presidente perugino: "si sono incontrati una mattina ai primi di giugno in un ristorante di via Sardegna, a Roma, Pomicino del resto ha un ufficio da quelle parti". L’ufficio di ‘o ministro, in realtà, si trova a un passo, in via Sicilia, nei tempi d’oro condiviso con Lorenzo Necci (legato a Francesco Pacini Battaglia, l’uomo a un passo da Dio condannato in questi giorni a tre anni proprio per gli strani rapporti con l’ex capo delle ferrovie) e Publio Fiori, l’ex dc poi traghettato sulle sponde di An, già sottosegretario ai trasporti. "Un incontro del tutto casuale", ha puntualizzato poi Pomicino. Il quale deve la sua fortuna proprio al caso: ‘per caso’, infatti, una ventina d’anni la sua ex moglie, Wanda Mandarini, trovò sulle colonne del Mattino l’annuncio per la vendita di un appartamento in via Petrarca, proprietari i fratelli Sorrentino da Torre del Greco, e prima ancora del finanziere d’assalto Ninì Grappone, cui era passato dalla famiglia Gava. "Non sapevo chi fossero", pigolò Pomicino a proposito dei ‘venditori’ torresi, inquisiti per riciclaggio prima per conto dei cutoliani, poi della Nuova Famiglia. In seguito venne alla luce un carteggio riservato che rivelava la conoscenza di lunga data fra l’ex ministro e i Sorrentino. Torniamo al tandem Gaucci-Pomicino. Incontrati per caso, eppure con ‘precedenti’ politici tutti di chiara matrice andreottiana: il cardinale Angelini, l’ex re delle acque minerali Ciarrapico, per una breve stagione al vertice della Roma Calcio. Gaucci, poi, fa la sua fortuna con le imprese di pulizia, una settore molto caro all’entourage pomiciniano e scottiano, a partire delle ‘relazioni pericolose’ intessute dall’ex assessore Aldo Boffa - trait d’union fra i due ex pezzi da novanta dell’ex Balena bianca - con il tandem Agizza-Romano, capace di controllare, per tutti gli anni ottanta, sia il settore delle imprese di pulizia che quello, ancora più strategico, del calcestruzzo, a bordo della corazzata Bitum Beton. "Gaucci deve la sua fortuna a Capitalia, che gli ha erogato valanghe di fidi", commentano in ambienti economici della capitale. Un istituto, quello guidato da Cesare Geronzi, da sempre di marcate simpatie andreottiane. Mentre la figlia, Chiara Geronzi, volto noto di Canale 5, è fra i protagonisti della corazzata Gea World, guidata con piglio sicuro da Alessandro Moggi, rampante rampollo del direttore generale della Juve Luciano, di recente tirato in ballo dal general manager del Venezia Franco Dal Cin per lo scandalo delle combine arbitrali, su cui da mesi indagano i pm della procura di Napoli. Ed è proprio per i continui rapporti con Capitalia che lo stesso Perugia, avamposto dei Gaucci, è praticamente una succursale della banca, con un 99 e passa per cento di azioni in pegno nelle casse dell’istituto di via Minghetti. "Le liquidità di Gaucci - commentano ancora su piazza romana - sono solo virtuali, conta sulle banche e su solide amicizie. Soprattutto politiche". E’ un caso, allora, che il pm della procura di Napoli Vincenzo Piscitelli abbia sentito puzza di bruciato circa la affidabilità finanziaria del gruppo Gaucci? E che cerchi di far luce sulle garanzie che può fornire una sigla del gruppo? Nei palazzi capitolini della Confindustria circola da qualche giorno con insistenza una voce: "Gaucci è stato spinto a fare il salto più in lungo della gamba. Da qualcuno, un politico, che può contare su una ingente liquidità da investire". A questo punto, il patron del Perugia sarebbe solo il volto ‘pallonaro’ per una maxi operazione di ‘investimento’. Economico e, soprattutto, politico. ANTO’, CHE TE SERVE? Passiamo al secondo fronte di salvataggio del Napoli, quello per così dire ‘ulivista’ guidato da Bassolino. Che ha deciso di giocare la partita. Prima provando con la fanteria. Quindi, in caso di bisogno, buttando in campo gli assi. Si parte dalla ‘cordatina’, i fantomatici quattro, poi sei, poi otto imprenditori che, sotto la regia di Nicola Oddati, avrebbero deciso di correre al capezzale del Napoli calcio. Investendo sei milioni di euro, assicura l’assessore. Mentre Naldi parla di un paio di assegni di importo molto inferiore. Battaglie di cifre, di conti, di persone. Entra in scena perfino Andrea Cozzolino, storico braccio destro di Bassolino: fra i possibili acquirenti, infatti, fa capolino le fresca consorte – mitico il matrimonio caprese durato due notti in piazzetta – Anna Normale. La quale, risentita, smentisce: "non sono mai stata interessata a entrare nel Napoli". La famiglia, comunque, può contare su grosse liquidità: i Normale, infatti, sono tra i big dell’edilizia a Napoli, zona Vomero, Arenella (con la perla dello scheletro ini cemento all’uscita Tangenziale in piedi da una dozzina d’anni e mai demolito), Colli Aminei, San Rocco. Per il resto, la cordata del governatore é popolata da una serie di “signor nessuno”. Desta subito curiosità, comunque, il capo cordata, Francesco Floro Flores. "O’ pate d’ ‘o calciatore?", si chiede subito qualcuno. "No, il presidente del Capri calcio", chiariscono negli ambienti pallonai, dove fanno sapere del suo sogno di creare una seconda squadra a Napoli, parto di pezzi di vecchie, piccole glorie dei campionati minori. Qualcuno, però, va giù duro. E’ proprio Toto Naldi, che si fa uscire dai denti: "é solo un prestanome, Floro Flores". Di chi? E lui risponde: "Del gruppo Romeo". Flores, ovviamente smentisce. Della smentita del gruppo Romeo, a quanto pare, non vi è notizia fra le bollenti cronache estive. Ecco il primo asso di Bassolino. Alfredo Romeo, cinquantenne, titolare di un gruppo immobiliare che da Napoli si è ramificato in tutta Italia, da Roma a Venezia, a Milano, con le prime giunte Bassolino riuscì ad aggiudicarsi la gestione del patrimonio edilizio controllato dal comune. Il suo piccolo impero, comunque, risale agli anni ottanta, quando ad ‘attenzionarlo’ c’era anche mister centomila, Alfredo Vito, uno dei primi pentiti di tangentopoli, 5 miliardi restituiti e investiti nel ‘parco Mazzetta’ dell’area orientale. Una "vera e propria cavalletta", Vito, secondo Romeo, una cavalletta che davanti ai giudici aveva giurato di non voler rientrare a nessun costo in politica. Ora regolarmente in Parlamento, addirittura membro della commissione Telekom Serbia. Storicamente vicino al Pci, poi al Pds quindi ai diessini e ai bassoliniani, Romeo potrebbe essere l’asso nella manica. Con un rischio: la sovraesposizione. Rischio che corre meno un altro bassoliniano di ferro, il costruttore veneto Luigi Zunino, legato a doppio filo ad Alfio Marchini. Insieme, i due mattonari - auspice Massimo D’Alema - hanno portato a segno la maxi operazione del Risanamento, riuscendo magicamente a rilevare un patrimonio immobiliare da 5 mila miliardi di vecchie lire… praticamente senza sborsare un quattrino. Solo fornendo in garanzia gli stessi immobili. Per la serie, la fontana di Trevi, Totò, Nino Taranto e l’acquirente americano, il mitico Ugo D’Alessio. Da un mattone romano all’altro, sempre più in alto, eccoci ai Caltagirone. I quali, per una vita andreottiani (‘a Frà che te serve’ rivolto da uno dei fratelli al braccio destro del divo Giulio, Franco Evangelisti) ora si riscoprono filobassoliani. Questione di feeling, e di mattoni. Prima i destini della Napoli orientale, gravitanti intorno al centro direzionale, poi quelli di Napoli ovest, epicentro Bagnoli, fanno dei Caltagirone l’interlocutore primo del governatore della Campania, nonché del sindaco Iervolino. Proprietari del Messaggero e del Mattino, i Caltagirone hanno molto a cuore il destino di Napoli. E, perché no, del Napoli calcio. L’ultimo ma decisivo approdo Bassolino potrebbe trovarlo lungo le vie del mare. Dove conterebbe su un altro imprenditore che ha grossi interessi nel porto di Napoli. Si tratta di Gianluigi Aponte. Poco più di sessant’anni, sposato, con figli, sorrentino con residenza a Ginevra, Aponte ha creato nel 1970 una compagnia di navigazione che oggi è tra le prime al mondo. E’ specializzata nel trasporto merci: con 250 navi, un fatturato di 4,5 miliardi di dollari e 23 mila addetti, di cui 10 mila italiani, la Mediterranean Shipping Company, è un colosso per forza e quote di mercato ma è un’azienda familiare per conduzione e stile. Il gruppo, infatti, è interamente strutturato sui parenti: con Gianluigi Aponte lavorano la moglie Rafaela, la figlia Alexa e il genero Pier Francesco Vago. Aponte ha grossi interessi anche nella compagnia orientale Cosco, leader nel trasporto marittimo con container. E con la Cosco ha guidato una operazione nel porto di Napoli, l’allungamento del molo Bausan, affidato in concessione alla società Conateco, di cui Aponte è socio al 50 per cento. Un’opera da otto milioni di euro che farà aumentare il traffico merci nel porto di Napoli e darà agli affari di Aponte un ruolo guida nei porti del Mediterraneo, visto il livello di fatturato che l’armatore sorrentino realizza nello scalo di Palermo. Ad Aponte é poi legatissimo Nicola Coccia, dirigente del ramo crociere della compagnia di Aponte e presidente della Tin, una società che fa capo all’Interporto campano di cui è proprietario Gianni Punzo, ex vicepresidente del Napoli e interessato alla scalata alla nuova società. Coccia sarebbe l’elemento di unione tra Bassolino e Aponte e su di lui ruoterebbe l’operazione di recupero e rilancio del Napoli dalla C1, dopo il fallimento Naldi. Per il momento, il piano rimane coperto, in attesa degli sviluppi della vicenda Gaucci. Ma se dovesse tramontare questa opzione, la carta di Bassolino farebbe centro: cancellerebbe Naldi, azzererebbe Pomicino e rilancerebbe il Napoli sul modello Fiorentina, anche se si dovrà ripartire dalla C. ANDREA CINQUEGRANI ANTONIO MENNA I NIPOTINI DI GIULIO Popolarità vuol dire porte che si aprono, politica che si mobilita, affari che si moltiplicano. Luciano Gaucci la regola l’ha imparata nientemeno che da Giulio Andreotti, a cui è legato da un’amicizia lunghissima. Non a caso a Napoli è stato traghettato da Paolo Cirino Pomicino, che ha bussato a tutte le porte per dare una mano a Gaucci: da quella ormai classica dell’imprenditore Franco Ambrosio (che potrebbe essere un futuro socio del Napoli) a quelle di Franco Carraro e Adriano Galliani, via Gianni Letta. Forte della comune esperienza ministeriale (Carraro era ministro del Turismo nel governo Goria, alla fine degli anni Ottanta, quando Pomicino era responsabile del Bilancio), Pomicino ha sperato nell’aiuto del presidente della Federcalcio, che però non ha dato il suo contributo. Per Gaucci, insomma, il calcio e la politica sono sempre andati a braccetto. Negli anni ‘80 è vicepresidente della Roma, possiede il 13 per cento delle azioni e ha un legame di ferro con i democristiani della capitale. Innanzitutto con “zio Giulio” e poi, immancabile, con il cardinale Angelini. A un certo punto Andreotti gli consiglia di comprare la Lazio : così si possono controllare, in un colpo solo, le due squadre della capitale. Gaucci ci pensa e poi rifiuta: "presidente, come faccio, i romanisti non capirebbero", gli disse. Ma poi si pentì. "Aveva ragione lui, io ero ancora ingenuo". Successivamente Andreotti prescelse Giuseppe Ciarrapico. E Gaucci fece le valigie ed “emigrò” a Perugia, dove comprò la squadra di calcio ma fece fiorire anche i suoi affari. L’impresa di pulizie che aveva messo su dopo aver lasciato il posto di autista dell’Atac e il mestiere di oste, era arrivata a 3mila dipendenti e Gaucci aveva cominciato a comprare e vendere scuderie di cavalli. Tra animali e pulizie, calcio e prime pagine di giornali, Gaucci cominciò a collezionare squadre e interviste. Comprò la Sambenedettese , poi la Viterbese , poi il Catania. Oggi sbarca a Napoli, via Pomicino.
Una Nave Rosso Veleno
Un cargo arenato. Due siti sospetti. Un via vai di faccendieri e agenti segreti. Un'inchiesta archiviata e poi riaperta. E il mistero della Rosso finita su una spiaggia calabrese nel 1990. E di altri Naufragi
di Riccardo Bocca
(...) È il 25 maggio del 1995, e in Calabria è in corso da circa un anno un'indagine delicata quanto travagliata. Un lavoro investigativo con al centro l'affondamento di una serie di navi avvenuto nei mari Tirreno e Jonio, ma che al suo interno racchiude molteplici altre ragioni di allarme. Il sospetto degli inquirenti è che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti tossici e radioattivi, e che attorno a questa vicenda, legata a nazioni europee e non, si sia mossa un'impressionante rete di faccendieri, trafficanti d'armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governo e mafiosi. Tutti connessi da affari che in alcuni passaggi s'incrociano con la Somalia e gli eventi che il 20 marzo 1994 sono costati la vita alla giornalista del Tg3 llaria Alpi e all'operatore Miran Hrovatin.
(...) Poi, malgrado le molte certezze acquisite, l'intera questione è stata archiviata dal giudice delle indagini preliminari, e a quel punto le decine di migliaia di pagine sono passate per un errore burocratico alla Procura di Lamezia Terme, presso la quali sono rimaste circa tre anni. Ora La partita è nelle mani della Procura di Paola, dove una serie di nuovi e clamorosi indizi ha convinto il procuratore capo, Luciano d'Emmauuele, ad aprire l'ennesimo fascicolo, incentrato per competenza territoriale sorattutto su un caso: quello della motonave Rosso della compagnia Ignazio Messina, arenatasi dopo un principio di affondamento il 14 dicembre 1990sulla spiaggia di Formiciche nel comune di Amantea, in provincia di Cosenza. Da qui sono partiti il sostituto procuratore Francesco Greco e la sua squadra per dimostrare il dolo nel tentativo di affondamento e l'occultamento dei rifiuti tossici o radioattivi, reato che in caso di fallimento rischia di cadere in prescrizione.
(...) Tutto incomincia alle ore 7.55 del 14 dicembre 1990, quando il comandante Luigi Giovanni Pestarino della motonave Rosso lancia il suo mayday. In quel momento la nave si trova al largo della costa di Falerna località a 15 chilometri da Amantea, in provincia dì Catanzaro. Alle spalle ha un viaggio nel Mediterraneo: è salpata dal porto di La Spezia il 4 dicembre facendo prima scalo a Napoli e poi a Malta, da dove è ripartita il giorno 13. "Verso le 7 del mattino, racconta Pestarino durante un interrogatorio, sento un colpo proveniente dallo scafo sul lato sinistro, mi precipito sul ponte, ho mandato subito il marinaio a controllare re la stiva e il garage e successivamente ho inviato anche il primo ufficiale di coperta. In quel momento, dice il comandante, è scattato l'allarme per la presenza di acqua nella nave, e "il primo ufficiale ed il marinaio, tornati sul ponte mi informano di aver riscontrato l'acqua in stiva, presumibilmente dovuta a una falla ma non visiva". La nave intanto continua a galleggiare ma sbanda, prima poco e poi sempre di più, finché il timone non risponde e a motori fermi non resta che attendere i soccorsi, sparando segnali luminosi e tenendosi in contatto con la Capitaneria. Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell'equipaggio (più Domenico De Gioia, uomo della Messina, presente ma non registrato a bordo) vengono recuperati da due elicotteri che li portano all'aeroporto di Lamezia Terme, da dove vengono trasferiti all'ospedale civile. Nel frattempo anche la nave si è mossa. Invece di affondare, come tutti pensavano, ha proseguito la sua incerta navigazione fino ad arenarsi sulla spiaggia di Formiciche. E qui si trova subito al centro di movimenti e decisioni singolari.
(...) Il primo, scrive la guardia di Finanza, è che nel 1997 il comandante Pestarino ha di nuovo sostenuto che una falla era effettivamente presente in un locale della nave». E il secondo, si legge nel documento, che questo particolare (determinante in quanto indizio di un naufragio involontario) viene smentito da Nunziante Cannavale, titolare della ditta che si occupò della demolizione della Rosso, il quale ha dichiarato; "Non siamo stati in grado di stabilire da dove poteva entrare l'acqua, e questa domanda ce la siamo posta anche più volte senza riuscire a darci una risposta". Una versione in sintonia con quella del sommozzatore incaricato dal Registro Navale Italiano di fare un'ispezione alla Rosso, il quale nega qualsiasi falla. E la riprova viene oggi da una videocassetta amatoriale, realizzata a Formiciche nei giorni dopo lo spianamento e acquisita agli atti dalla Procura di Paola. Il filmato, visionato da "L'espresso", mostra che le fiancate della motonave al momento dello spiaggiamento erano integre, e che quindi la falla ipotizzata non c'era. E’ con tali prove che oggi si ritiene possibile sostenere l’accusa di affondamento doloso.
E proprio in questo senso è importante la dichiarazione della Guardia di Finanza, secondo cui in considerazione della totale assenza di falle o vie d'acqua, l'unica spiegazione plausibile per l'ingresso di acqua all'interno della nave è l'accidentale o dolosa apertura della tubatura antincendio che corre lungo tutta la lunghezza deìla nave.
(...) Di sicuro c'è solo che alle 2 del pomeriggio del 14 dicembre 1990 la Rosso si arena a Formiciche, sollevando grande curiosità tra gli abitanti della zona. Una curiosità mista preoccupazione, perché i precedenti della Rosso, quando ancora si chiamava Jolly Rosso, erano celebri e cupi. Nel 1988 la motonave era stata noleggiata dal nostro governo per andare a recuperare in Libano 9 mila 532 fusti di rifiuti tossici nocivi, esportati illegalmente da aziende italiane, e tornando in patria si era conquistata il nomignolo di "nave dei veleni", restando poi in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio dell'89 al 7 dicembre del ‘90. Il timore istintivo era dunque che anche stavolta il carico della nave potesse essere pericooso, e che inquinasse la costa. Un' ipotesi allora non supportata da prove, ma che oggi gli inquirenti considerano plausibile. Non a caso nei giorni successivi allo spiaggiamento, attorno e a bordo della Rosso si scatena un impressionante traffico. Alle 5 di mattina del 15 i carabinieri già ispezionano la motonave con i militari della Capitaneria di porto di Vibo Valentia. Lo stesso giorno accorrono i vigili del fuoco e poi salgono a bordo i «rappresentanti della società armatrice Messina. Un'ulteriore presenza è quella della Guardia di Finanza. E a tutti questi interventi si aggiungono gli agenti dei servizi segreti» di cui parla a verbale Giuseppe Bellantone, comandante in seconda della Capitaneria di Vibo Valentia. Alla fine, malgrado tante attenzioni, nessuna inchiesta formale viene aperta dal ministero della Marina mercantile, mentre i sospetti sul carico della nave anziché svanire aumentano.
(...) L'altro lavoro che qualcuno ha svolto prima della demolizione della Rosso (avvenuta malgrado la nave avesse solo 22 anni di vita) è stato quello di aprire uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva, «Detto squarcio», riferisce ai Carabinieri il Cannavale, non era assolutamente visibile da terra, e a suo dire si era potuto verificare solo dopo che la nave si era arenata. E chiaro, dicono i Carabinieri, che tale apertura è servita "per fare uscire dalla stiva qualcosa di importante e voluminoso, e con assoluta certezza si può dire che la "manomissione" è stata fatta con professionalità e mezzi in possesso delle ditte intervenute prima della demolizione». Circostanza aggravata dal fatto che sul fondale marino vengono rinvenuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre container, malgrado "non ci si spieghi come abbiano fatto a spostarsi da soli verso lo squarcio e a cadere in mare, considerato che la nave insabbiata non era soggetta a movimenti né longitudinali né traversali" scrive la Guardia di Finanza. Inoltre, si legge, "Corre l'obbligo di segnalare che nel rapporto riassuntivo della Capitaneria di Porto di Vibo i container vuoti stivati a prua del garage vengono quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e tre nel fondo del mare in corrispondenza dello squarcio . Qual era dunque la reale entità del carico? E che fine hanno fatto i cinque container mancanti all'appello?
(...) Nei giorni dopo lo spiaggiamemo della Rosso, però, va sottolineato un altro fatto incredibile, che modifica la prospettiva degli eventi e li collega a nomi e scenari di livello internazionale. Protagonista è ancora una volta Bellantone, il comandante in seconda della Capitaneria di Vibo, il quale sulla plancia della motonave rinviene strano materiale. Si tratta di una serie di documenti che, dice lui stesso, «richiamavano la natura della radioattività» ed erano introdotti dalla sigla O.d.m., ossia Oceanic Disposal Management Inc., società creala da un certo Giorgio Cornerio, nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1945. Tra queste carte, ha spiegato il procuratore capo Scuderi, c'era pure una mappa marittima con evidenziati una serie di siti.
(...) Nel '95, durante una perquisizione nella villa dello stesso Comerio a Garlasco (Pavia), sede in quel momento di un club di Forza Italia, viene trovata la riproduzione del materiale scoperto dal Bellantone sulla Rosso. Mappa compresa, che sulla copia ereditata dei magistrati di Paola riporta i nomi di una lunga serie di navi affondate nel Mediterraneo.
(...) Lo stesso Comerio viene indicato il 25 ottobre 2000 dalla Commissione parlamentare come «faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia». Un elemento che si aggiunge all'esito della perquisizione nella villa di Garlasco, dove oltre ai citati documenti dell‘ O.d.m. viene rinvenuta l'agenda di Comerio, sulla quale il 21 settembre 1987 c'è scritto in inglese: «La nave è affondata». Un chiaro riferimento alla maltese Rigel, che proprio quel giorno fece naufragio al largo di Capo Spartivento e che secondo Scuderi non solo si sospetta trasportasse rifiuti radioattivi, ma «è implicata in una vicenda truffaldina ai danni della società di assicurazione». Anche la Rosso al momento dello spiaggiamento era assicurata: dalla S.i.a.t, per un valore di 2 miliardi 500 mila lire. E anche la società Ignazio Messina, armatrice della motonave, dopo "l'incidente" ha incassato la polizza.
(...) D'altro canto, che i vertici della Ignazio Messina e Comerio si conoscessero lo dimostra la trattativa che secondo la Guardia di Finanza ci fu nel giugno 1988 tra la società Navimar, rappresentante della Comerio Industry of Malta, e la Ignazio Messina per l'acquisto della Jolly Rosso: la stessa motonave che sarebbe poi divenuta Rosso e si sarebbe spiaggiata coi documenti dell' O.d.m. a bordo. Comerio, scrivono i finanzieri, voleva acquistare la nave per trasformarla in una sorta di officina e la Ignazio Messina confermava di voler la vendere per 1 miliardo 50 milioni di lire, comunicando però successivamente che rinunciava per scadenza dei termini.
(...) Per questo oggi è cruciale il lavoro del sostituto procurature di Paola, Francesco Greco. A distanza di anni qualcuno ha parlato, e ripensando allo spiaggiamento della Rosso ha riferito episodi, definiti dai Carabinieri, estremamenie importanti. Un testimone oculare, ad esempio, ha detto che "dopo circa due mesi dall'avveduto spiaggiamento, iniziarono i conferimenti di rifiuti provenienti dalla motonave Rosso presso la discarica in località Grassuilo (nel comune di Amantea, provincia di Cosenza). Tali conferimenti avvenivano di giorno, e ogni automezzo veniva scortati dalla Guardia di Finanza o dai vigili urbani. Negli stessi giorni (il testimone) notò effettuare scarichi presso la discarica che avvenivano di notte e senza scorta da parte degli organi di polizia. Tale materiale la mattina successiva veniva subito interrato con l'utilizzo di mezzi meccanici. "In particolare, scrivono i Carabinieri, il testimone riferiva che sarebbe tuttora in grado di indicare con estrema precisione il punto in cui furono sotterrali tali rifiuti, che si troverebbero a una profondità di circa 40 metri". Ma c'è dell'altro. Un secondo testimone ha raccontato di aver visto i camion che la notte partivano dalla Rosso e arrivavano a scaricare in località Foresta (comune di Serra D'Aiello, provincia di Cosenza). Qui lo scorso aprile sono stati effettuati con l'Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria) sondaggi su un'area di 10 mila metri quadrati a circa otto metri di profondità, dai quali è risultata la massiccia presenza di fanghi industriali. "Successive analisi chimiche, ha scritto il sostituto procuratore Greco alla Regione Calabria, hanno evidenziato in questi fanghi la presenza di alcuni metalli pesanti in concentrazioni tali da potersi configurare un pericolo concreto ed attuale per il suolo, sottosuolo e corpi idrici, con il superamento dei limiti accettabili di inquinanti". Durante i rilievi, un terzo testimone ha inoltre ammesso di aver trovato nel 1999 fusti gialli arrugginiti nella briglia del fiume Oliva, contigua alla zona sondata. In seguito il testimone ha negato, tornando però poi ad ammettere di avere visto un fusto.


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
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DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
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DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
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"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
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"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
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