
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
Per riscattarsi pagavano sino a 100 mila euro. L’orrore degli aborti indotti
Le schiave nigeriane a Genova lavoravano sui marciapiedi di Sampierdarena e nei bassi dei vicoli della Maddalena
di Michele Varì
Con le minacce dei riti juju dei culti animasti rendevano schiave centinaia di connazionali costrette a subire ogni vessazione ed umiliazione e a prostituirsi per anni sui marciapiedi di mezza Europa (molte delle quali a Sampierdarena e nei vicoli di Genova) prima di riuscire a pagare il debito di quasi centomila euro necessario per riscattarsi e liberarsi.
Una ramificata associazione di sfruttatori nigeriana è stata smantellata dai poliziotti della Squadra Mobile genovese al termine di un inchiesta cominciata un anno e mezzo fa sui marciapiedi di via Sampierdarena e nei bassi della Maddalena, nel Centro Storico. L’operazione è stata denominata “Athens” perché la ragazza che per prima ha chiesto aiuto alla Polizia, e da cui è cominciata l’indagine, era talmente sprovveduta da credere di essere nel centro di Atene, in Grecia, mentre in realtà si trovava in un marciapiede di via Sampierdarena.
La gang era organizzata al punto di garantire alle ragazze che rimanevano incinte un posto in una clinica compiacente in cui andare ad abortire nella massima discrezione. Altre volte gli aborti venivano procurati nei primi mesi di gestazione obbligando le sventurate ad ingerire micidiali intrugli composti da medicinali e sostanze acide, che provocavano la morte del feto e gravi malori alle ragazze.
In manette sono finiti quattordici immigrati, tra cui molte donne, ex prostitute che nonostante fossero state in passato vittime del racket, hanno pensato bene di riciclarsi come mamam, utilizzando la loro esperienza per schiavizzare giovanissime connazionali. Nei guai anche quattro genovesi che affittavano alle ragazze i bassi usati come alcove di vico Angeli e dintorni, nel Centro Storico della Maddalena. I monolocali sono stati posti sotto sequestro.
Tutto ruotava intorno ad un ventinovenne abitante in via Fillak, a Sampierdarena, Victor Osawaru, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, che aveva anche il compito di riportare alla ragione chi alzava la testa, con le buone o le cattive.
Le indagini degli uomini della Sezione Criminalità Extracomunitaria della Squadra Mobile di Genova, diretta dal vice-questore primo dirigente Claudio Sanfilippo, è stata coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Arena. Il lungo blitz conclusivo degli agenti è scattato nella notte fra martedì e mercoledì scorso: gli investigatori della sezione specializzata nei reati degli immigrati, coordinati dal neo vice-questore aggiunto Teresa Canessa hanno effettuato arresti a Genova, ma anche in Piemonte, Lazio e Sardegna, dove gli investigatori, nell’abitazione di una mamam, hanno trovato le foto degli agghiaccianti riti juju, versione africana ed originaria del più noto vudù sudamericano. Peli del pube, capelli, unghie, galli sgozzati, strani intrugli, rosari, saponette, le classiche bambole: per impressionare le ragazze di turno bastava poco, anche perché le vittime venivano scelte fra le sprovvedute famiglie dei villaggi delle campagne del sud della Nigeria. Ragazze che dopo il giuramento solenne di sottomissione erano talmente terrorizzate che avevano paura di parlare di juju anche quando si sono trovate negli uffici della Questura di Genova. Con il meccanico tutto fare Victor, che si professava rifugiato politico, un altro pezzo da novanta della gang era Martins Ikponmwosa Okungbowa, quarantasei anni, raggiunto dal provvedimento di custodia cautelare in una cella del Carcere di Torino dove è finito circa un anno fa per un’analoga indagine sulla prostituzione nel capoluogo piemontese. Intestatario di numerose carte di credito, l’uomo era anche uno degli accompagnatori che avevano il compito di scortare le ragazze dal loro villaggio al Paese di destinazione. Una volta in Europa le ragazze scoprivano che il lavoro promesso non era la commessa o la cameriera, come veniva ventilato da chi le reclutava, ma quello di prostituta. I primi rudimentali insegnamenti su come accontentare i clienti venivano impartiti senza molto tatto dalle navigate mamam, che poi se ne prendevano cura e le coordinavano per il resto dei loro giorni in Europa. Tutor che quando parlavano al telefono delle ragazze le etichettavano come “auto”, “lettera” e “scarpe”. Le mamam garantivano alle prostitute vitto e alloggio, anche se ogni spesa era pagata dalla stessa ragazza. Le giovani per riscattarsi alla fine pagavano cifre intorno agli 80 mila euro, con tanto di regalo sui cinquemila euro come buona uscita. Gli indagati sono accusati di tratta di esseri umani finalizzata alla sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù.
NEI GUAI ANCHE LA MADRE
Il boss della tratta è un aspirante rifugiato
Il numero uno della banda di nigeriani era Victor Osawaru, abitante in via Fillak, a Sampierdarena, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, in realtà uno spregiudicato affarista disposto a tutto pur di fare soldi. Non a caso nel giro c’era anche l’anziana madre, mai uscita dalla Nigeria, una vecchietta che reclutava le ragazze nei villaggi più sperduti promettendo lavoro onesto in Europa, anche se non mancavano i casi di ragazze perfettamente consapevoli di cosa l’aspettava. La mamma di Victor comunque la passerà liscia perché imputarle dei reati è pressoché impossibile per via della precaria collaborazione ottenuta dalla Polizia italiana dai colleghi nigeriani, la cui efficacia è storicamente minata dalla corruzione. Fra gli arrestati anche la compagna di Victor, la mamam ventitreenne Joi Osa’s, detta Naomi per la (lontana) somiglianza con la statuaria modella nera Naomi Campell.
Preso il rapinatore dei pensionati
Derubò un anziano che aveva appena ritirato 14 mila euro in un ufficio postale. In passato era a capo di una banda che “ripuliva” gli esercizi commerciali e le gioiellerie del capoluogo ligure.
Un violento pregiudicato montenegrino, Safet Altic, 32 anni, residente a Genova, ed un genovese originario di Caltanissetta, Antonino Calvo, 29 anni, sono stati arrestati della sezione criminalità organizzata della Squadra Mobile di Genova a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip. I due sono indiziati di aver rapinato un pensionato il 6 giugno scorso, dopo averlo seguito da un ufficio postale, dove l’anziano aveva appena ritirato 14mila euro. Altic si trovava in regime di arresti domiciliari del marzo 2006 in un abitazione di via Donaver, a San Fruttuoso, per traffico di stupefacenti della Francia e porto illecito di una mitraglietta, col relativo munizionamento, a seguito di un’altra indagine condotta dalla Sezione Criminalità Organizzata della squadra mobile genovese. Il montenegrino in passato sarebbe stato a capo di una banda di stranieri che di notte razziavano gli esercizi commerciali del capoluogo ligure, prediligendo le gioiellerie. In un caso la banda aveva usato un’auto come ariete per abbattere le vetrine e far man bassa di pellicce e telefoni cellulari. Scorribande, che alla fine degli anni Novanta erano sfociate anche in rocamboleschi inseguimenti. Il gruppo di slavi si sarebbe poi trasferito in Spagna, Francia e Germania, continuando nella carriera criminale, preferendo sempre la gioielleria. A stessa banda sarebbe indicata come responsabile dello spaccata di cinque anni fa alla gioielleria “Van Cleef” di Cannes. Negli anni Novanta Altic era una sorta di body-guard del clan Fiandaca, di cui curava anche le riscossioni di crediti.
Per la rapina a un anziano, finisce in carcere il capo di una banda di incalliti svaligiatori di gioielli.
Safet Altic, montenegrino di 32 anni, già vicino al clan mafioso dei Fiandaca, è stato arrestato l’altro giorno insieme a un complice genovese: Antonino Calvo, di 29 anni. Durante la mattinata di mercoledì, i due hanno notato un uomo che, all’interno di una banca del ponente cittadino, aveva appena ritirato quattordicimila euro in contanti. Dopo averlo seguito, Altic lo ha colpito violentemente in testa, rubandogli il borsello con la somma prelevata e fuggendo attraverso un boschetto. Grazie alla descrizione di alcuni passanti che hanno assistito alla scena, la coppia di rapinatori è stata riconosciuta, rintracciata e messa agli arresti.
Safet Altic è una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine genovesi. Alla fine degli anni novanta infatti capeggiava un gruppo di connazionali insieme ai quali compì diversi furti nelle gioiellerie del centro città.
Braccato, si trasferì in Spagna, Francia e Germania proseguendo la sequenza di colpi. Tra i quali la celebre “spaccata” alla gioielleria “Van Cleef” di Cannes. Risalente a cinque anni fa. In quell’occasione sfondò la vetrina con una jeep. E in compagnia di altri tre delinquenti rubò tutto quello che c’era nelle teche di cristallo. Un bottino di valore inestimabile.
«La gang mi ha salvata dalla droga»
di Matteo Indice
LA STORIA
Il gruppo della ragazza e gli ex rivali dei Netas oggi pomeriggio parteciperanno assieme ad un concerto allo Zapata.
Sara, 17 anni: sono italiana ma entrando nei Latin King ho cominciato una nuova vita
«Ho iniziato a uscire da sola a undici anni, in Valpolcevera, e le frequentazioni sbagliate le ho avute con italiani, i miei connazionali. Ero giovanissima ma da subito hanno cominciato a farmi bere e nel giro di due anni ho iniziato ad abusare dell'alcol, per avvicinarmi pure agli stupefacenti. Mi sono sganciata da questo giro entrando in contatto con i "Latin King". E adesso alcuni ragazzi con i quali sono cresciuta, a Certosa, mi chiamano "venduta": è una cosa incredibile, ma succede davvero».
Sara ha lo sguardo fiero, dimostra più di diciassette anni. E la sua storia, oggi, assume un significato particolare perchè al centro sociale Zapata di Sampierdarena va in scena la seconda, fondamentale tappa del processo di riappacificazione fra Latin King e Netas, le due principali gang di sudamericani protagoniste, in passato a Genova, di scontri molto violenti. «Il clima è cambiato - ripete lei -. Dopo l'incontro organizzato dall'Università alla Sala chiamata del porto, due settimane fa, che ci ha permesso di avviare un percorso comune per evitare nuove frizioni, vogliamo dimostrare alla città che quella comunemente definite bande sono in realtà associazioni per aiutarsi uno con l'altro, in una metropoli che spesso respinge gli stranieri. Senza lavoro e stabilitàè difficile integrarsi».
Il prossimo passo sarà un concerto in programma domani pomeriggio proprio allo Zapata, in via Sampierdarena, allorché«Latin King y Netas juntos contra el racismo», Latin King e Netas uniti contro il razzismo, avvieranno una raccolta di fondi a sostegno delle famiglie dei giovani, appartenenti ad entrambi i gruppi, arrestati a conclusione della maxi-inchiesta condotta dai poliziotti del commissariato Pré. «Molti di loro, anzi di noi - prosegue Sara - hanno commesso errori, nessuno intende negarli. Ma grazie alla disponibilità di spazi, finalmente, abbiamo potuto incontrarci». Accanto a lei Gonzalo, suo coetaneo, parla a nome dei Netas. Dice che «due mesi fa non ci saremmo nemmeno guardati in faccia, adesso ci stringiamo la mano. Non vogliamo più essere osservati come animali in un acquario».
E però il racconto più impressionante resta quello di Sara, che snocciola i nomi delle diverse organizzazioni come nemmeno i sudamericani e spiega presto perché. «Se l'obiettivo è quello di abbattere le barriere razziali be', non avrebbe senso che la frequentazione fosse proibita a chi non è originario dell'Ecuador».
Si stempera la tensione fra le pandillas, in città, anche se restano alcuni nodi da risolvere. Spiegano Sara e Gonzalo: «Stiamo cercando di convincere i componenti di altre bande, in particolare i Rebeldes e Los templados, a smetterla con i contrasti. Sono aggregazioni più ristrette, composte al massimo da una decina di persone». Meno chiara è invece la situazione di Milano, dove a pochi giorni dall'inchiesta genovese erano finiti in manette altri quindici latinos, considerati protagonisti di pestaggi e spedizioni punitive. Sara sorride, adesso: «Vorremmo convincerli ad avviare un percorso identico al nostro, per smentire anche molti luoghi comuni. Andare a letto con il capo? È una palla colossale. E io ero davvero una sbandata quando stavo con gli italiani».
del 7 luglio 2006
LIGURIA, L'UNIONE FA IL CEMENTO
di Marco Preve e Ferruccio Sansa
In Liguria migliaia di metri cubi di cemento rischiano di riscrivere il panorama della regione governata dal centrosinistra, lasciando tracce devastanti pari forse solo alla rapallizzazione del dopoguerra. Una storia che dimostra quale sia il vero partito trasversale agli schieramenti: quello degli affari. Oggi la Liguria, domani l'Italia?
Per capire che cosa diventerà davvero l'Unione, come governerà questo centro-sinistra pieno di buone intenzioni, ma anche di facce difficilmente digeribili, bisogna guardare a Roma. Certo. Ma forse bisogna anche dare un'occhiata alle città, alle regioni dove gli uomini di questa maggioranza sono già all' opera. La Liguria, per esempio. Ecco che allora una vicenda, apparentemente di rilievo solo locale, assume un significato nazionale. E una storia di cemento - tanto, centinaia di migliaia di metri cubi - che rischia di lasciare una traccia devastante e indelebile nel panorama ligure, seconda, forse, soltanto alla rapallizzazione del dopoguerra (A cavallo degli anni Sessanta-Settanta, Rapallo, cittadina del Levante genovese incastonata tra mare e collina, è vittima di una grande colata di cemento. Una speculazione edilizia tanto selvaggia, e contemporanea a quella del ponente sanremese denunciata da Italo Calvino, da diventare un neologismo citato dai dizionari (n.d.a.).
Proprio come racconta Fabio Fazio: «Sì, oggi noi viviamo un secondo dopoguerra. Ogni volta che torno nella mia Savona non posso fare a meno di notare il progressivo innalzarsi delle costruzioni. E non capisco... continua a sorprendermi che in tutti, istituzioni, imprenditori, ma anche negli stessi cittadini, l' idea di modernità debba per forza passare attraverso il costruire, l'edificare». Aggiunge: «Al di là dei singoli progetti, che bisognerebbe conoscere nei dettagli, c'è una cosa che mi colpisce sempre: com'è possibile che tutti noi quando partiamo per le vacanze andiamo a cercare l'angolo isolato, incontaminato, l'hotel de charme... ma poi... poi nei luoghi dove viviamo riusciamo a realizzare l'esatto contrario?». E conclude: «Oggi è proprio come dopo la guerra. Come durante il boom. Ricordo che allora l'aspirazione della mia famiglia era quella di andare a vivere nelle palazzine nuove a ridosso del fiume. Comunque. La mentalità era quella di costruire a ogni costo, a prescindere dalle ragioni, sociali e urbanistiche, per le quali lo si faceva». L'ambiente. L'urbanistica. Ma ci si potrebbe addentrare anche in settori diversi, perché il nodo della questione è anche un altro: la rete - difficilmente districabile – di rapporti politici, finanziari, di potere, insomma, che lega insieme amministratori e onorevoli di destra e di sinistra, imprenditori onnipresenti e dalle molte bandiere. Che gode dell'appoggio di professionisti, giornalisti, professori ansiosi, come diceva Flaiano, di correre in soccorso al vincitore. Non c'è foglia che si muova in Liguria senza il
consenso di questo «cartello». E al centro di tutto c'è lui, Claudio Burlando, vicino a D'Alema, calato alla presidenza della Regione dopo due prove non proprio esaltanti come sindaco di Genova e ministro dei Trasporti.
E qui questa storia locale diventa di nuovo nazionale: in Liguria il centro-sinistra è ormai praticamente sicuro di vincere. Tanto da portare un ex dirigente dei Ds locali, in un gustoso episodio avvenuto nel Porto Antico di Genova, a puntare l'indice su un passante esclamando: «Vedi, quello, se voglio, te lo faccio diventare sindaco». Sì, il centro-sinistra ligure sa di poter fare il buono e il cattivo tempo. Così, invece di approfittarne per proporre volti nuovi e rinnovare la classe dirigente, decide piuttosto di imporre i propri uomini. Alle regionali del 2005 è la volta di Burlando. I sondaggi indicano che altri candidati avrebbero chance di vittoria anche maggiori, ma il centro-sinistra - i Ds, soprattutto - va dritto per la sua strada. Non importa che una parte della società civile e
quel che resta dei movimenti chiedano di far sentire la loro voce. Burlando viene candidato. Burlando vince, certo non stravince. E da quel giorno comincia quello che ormai molti definiscono il «burlandismo». I tratti distintivi non sono facili da individuare, per lo meno a livello di impostazione ideale. Fare: l'essenziale è essere concreti, fattivi, anche se l'interesse che ispira l'azione non è sempre immediatamente individuabile. Le regole? Non c'è, senza dubbio, la tracotanza del berlusconismo, ma qualcuno ricorda proprio Burlando pronunciare una frase significativa in un'assemblea pubblica. Si discuteva l'approvazione di un criticato progetto urbanistico. E Burlando propose la sua soluzione: i vincoli del piano regolatore «vanno superati con atti foglia a foglia». Disse
proprio così l'allora vicesindaco pidiessino. Era il dicembre 1992.
***
L'edilizia. L'urbanistica. Il terreno d'incontro ideale è proprio questo. «La Liguria è lo sbocco sul mare per quindici milioni di persone», teorizza Burlando. La crisi economica della regione è evidente, bisogna puntare sul turismo, sostiene il governatore. E indica nei porticcioli una soluzione. A qualcuno, però, i progetti - da molte centinaia di milioni di euro - sembrano piuttosto il cavallo di Troia per realizzare colate di cemento. Per far sbarcare gli immobiliaristi. Per portare denaro (ma nelle tasche di chi finirà?). Già, prima arrivano i posti barca, poi, immancabili, quelli auto e quindi gli appartamenti. Perfino i grattacieli.
Basta guardare i dati dei quindici progetti in via di approvazione o realizzazione: in tutto sono la bellezza di 9.807 posti barca. Che di per sé già significano occupare una bella fetta della costa. Ma non basta, dietro lo yacht si nasconde il mattone: 37.882 metri cubi di edilizia residenziale, 51.601 di uffici e negozi, 19.122 di alberghi, 33.918 per l'artigianato. Più, ovviamente, le auto: 11.007 posti che da queste parti valgono quanto
l'oro. Forse di più. In concreto significa una manovra che modificherà per sempre il paesaggio ligure.
Le località interessate? Ventimiglia, Bordighera, Diano Marina, Alassio, Loano, Savona, Albissola, Varazze, Arenzano, Santa Margherita, Portovenere, tanto per citarne solo alcune. Luoghi dove lo spazio ancora libero di accesso al mare si misura in metri. Forse in centimetri. Di sicuro in euro. I Burlando la spiega così: «Era il 1996 quando iniziai ad occuparmi di porti come ministro dei Trasporti. Nel vedere i numeri della portualità turistica italiana rimasi un po' imbarazzato, quando appresi che c'erano meno posti barca in 9 mila chilometri di costa italiana che in 200 chilometri di Costa Azzurra. Fu allora che avviammo alcune operazioni significative per il rilancio del settore».
E dieci anni dopo, diventato presidente della sua regione, Burlando sta vedendo realizzati i propri sogni. Anche se, tra porticcioli, preesistenti, in il fase di realizzazione, progettati o anche solo pensati, la Liguria sembra non preoccuparsi dell'ultimo bollettino Onu che ci avverte di come tra vent' anni metà delle coste del Mediterraneo saranno cementificate. E a dire il vero non sembrano preoccuparsene neppure i liguri, ad eccezione di qualche voce isolata. D'altra parte il segreto di questa frenesia costruttrice, che per qualcuno potrebbe prefigurare addirittura un ritorno al «teardismo» ( Alberto Teardo, socialista, è il presidente della Regione Liguria che viene arrestato - e con dannato - nei primi anni Ottanta. La sua vicenda anticipa secondo molti la Tangentopoli di dieci anni dopo. Teardo era a capo di una rete di intrecci e interessi che attraversavano la politica, l'imprenditoria - in particolare il settore edilizio - la criminalità, ed il suo nome compare in documenti sequestrati a Licio Gelli (n.d.a.), pare proprio essere la pax burlandiana in cui amministrazioni di tutti i colori, imprenditori e professionisti, si incontrano nel | nome del rilancio dell'economia turistica. Che poi si concretizza quasi esclusivamente sotto forma di porticcioli e imponenti interventi immobiliari. Il business che non è solo locale. Partiamo da Imperia, la città in cui Burlando ha presenziato alla posa della prima pietra del nuovo porto da 1.392 posti barca (più, si intende, 1.887 posti auto e 40 mila metri cubi I di edifici). Accanto a lui il ministro Claudio Scajola (il reuccio del Ponente ligure, l'altra grande potenza locale), le autorità cittadine di centro-destra e i rappresentanti della compagine societaria che è soprattutto nelle mani dell' Acquamare di Gaetano, Francesco e Ignazio Bellavista
Caltagirone (quest'ultimo indagato nell'inchiesta Antonveneta). Tout se tient come si dice. Cosa realizzerà in 40 mesi la Porto Imperia spa? Quello che dovrebbe diventare uno dei più grandi scali turistici del Mediterraneo. Con una spesa di circa 90 milioni di euro si creeranno 1.392 posti barca, e poi più di cento appartamenti e ancora box auto, esercizi commerciali, officine di riparazione e, dulcis in fundo, un campo da golf a due passi dal
mare. Di fatto un nuovo quartiere per una città che sembra aver scelto la strada di un turismo elitario che rischia di avere poche o nessuna ricaduta per la collettività.
Ma sarà sicuramente un affarone per un sodalizio che sembra assai affiatato. Quello tra Bellavista Caltagirone e Beatrice Parodi, erede di una dinastia di costruttori sanremesi e vedova del deputato dell'Udc Gianni Cozzi. L'accoppiata è presente anche a Civitavecchia per l'intervento sul porto storico, mentre ad Imperia è stata «benedetta» dal presidente Claudio Burlando accompagnato dal savonese Carlo Ruggeri, figura chiave di
questa nuova stagione immobiliare: un presidente provinciale delle Coop che dopo il record di licenze edilizie - 500 mila metri cubi -rilasciate nei suoi due mandati come sindaco di Savona, cos' altro poteva andare a fare se non l'assessore regionale all'Urbanistica?
D'altra parte l'attivismo di Beatrice Parodi è stato pubblicamente elogiato da Burlando nel corso di un convegno all'ultimo Salone nautico organizzato dal Sole-240re. E pazienza se l'amico Prodi ha detto al presidente della Liguria che avrebbe preferito «vedere sulle spiagge più ombrelloni che porticcioli». La rotta da seguire è quella indicata da Beatrice Parodi che - dopo aver firmato il megaporticciolo di Marina degli Aregai a Santo Stefano
- sta per realizzare altri scali a Bordighera, ma soprattutto a Ventimiglia, dove le banchine mettono a rischio una delle rare spiagge di sabbia naturale, conosciuta come le Calandre, per la cui difesa sono già sorti due comitati. L'amministrazione comunale di centro-destra e quella regionale di centro-sinistra hanno assicurato che non ci saranno danni ambientali, ma che il porticciolo si farà, anche perché nasce con intenzioni elitarie e comporterà investimenti per 80 milioni. A parte l'immancabile porzione residenziale (92 appartamenti in villette) ci saranno 572 posti per grandi yacht al costo medio di centomila euro. L'obiettivo dichiarato è quello di soffiare diportisti vip niente meno che alla vicinissima Montecarlo.
Una crociata che condividono Scajola e Burlando, ma che sta creando qualche problema all'interno dei Ds del Ponente. Ad Imperia, per esempio, una larga parte del partito ha sostenuto nelle primarie per il candidato alle provinciali - perse dal centro-sinistra – Oscar Marchisio, che, pur uscito sconfitto, ha coagulato il malessere di fronte a scelte come quella del porto di Imperia («Un affare da milioni per l'aggiudicatario dell'impresa, una
manciata di spiccioli per il Comune, senza dimenticare che Caltagirone si è aggiudicato prima il 33 per cento delle quote con una strana e blindatissima operazione fatta passare in consiglio comunale ed ha poi ottenuto i lavori di realizzazione evidentemente grazie alle sue ottime referenze»). Ma c'è anche qualche disagio per gli elogi nei confronti di «nostra signora del diporto», come è stata ribattezzata dai suoi oppositori. Beatrice Parodi
è stata infatti di recente assolta in primo grado (ci sarà l'appello) per i presunti abusi edilizi legati all'hotel Portosole sulla passeggiata a mare di Sanremo. Marco Andracco, avvocato e vicesindaco Ds della città del Festival, dice che, aldilà dell'esito processuale, «per me quell' albergo resta una mostruosità ambientale».
E di ecomostro, prima di arrendersi di fronte alle sentenze del Tar e alle potenti volontà trasversali di forze politico-imprenditoriali, parlò alcuni anni fa Italia Nostra a proposito del cosiddetto progetto Bofill, dal nome dell'architetto catalano Ricardo Bofill che ha ridisegnato il quartiere affacciato sulla darsena di Savona. C'era da riutilizzare un'enorme area occupata fino a metà anni Novanta da quell' Italsider che aveva consentito a Savona
di fregiarsi del titolo di città rossa operaia nonostante fosse accerchiata, soffocata quasi, da località «bianche» a vocazione turistico-commerciale. Ma adesso di quel passato va cancellato anche il ricordo, con un'operazione più di stravolgimento che di riconversione: così oltre alle vecchie acciaierie si è deciso di abbattere un antico e grigio silos di cemento. Per restituire uno spazio alla città conservandone con un progetto culturale le radici industriali? No, per realizzare un intervento residenziale mastodontico con un crescent (un palazzo muraglia disposto a semicerchio), un grattacielo da quasi cento metri e altre costruzioni sparse, ma comunque tutte a pochi metri di distanza dal porto turistico della Torretta. Promotori del business tre potenti locali: Raffaello Orsero - il re della frutta importata, con 1.700 dipendenti e 1.600 milioni di euro fatturati nel 2003 - Paolo Campostano, operatore marittimo, e Aldo Dellepiane, l'industriale che rilevò l'Italsider morente e divenne proprietario delle aree. Un'inchiesta nei primi anni Novanta, sul passaggio dei terreni da pubblici a privati, avviata dall'allora procuratore capo Renato Acquarone - poco tempo dopo promosso in Cassazione - venne accantonata e poi
archiviata negli anni successivi.
Va aggiunto che l'attivismo degli imprenditori ha trovato terreno fertile tra gli amministratori. Fu infatti nei due mandati del sindaco Ds Carlo Ruggeri - dal 1998 al 2005, quando divenne membro della giunta regionale di Claudio Burlando - e con la supervisione del riconfermato deputato diessino Massimo Zunino, in precedenza assessore comunale all'urbanistica, che il progetto Bofill decollò. E neppure in senso figurato, visto che in città tutti ricordano il volo Genova-Barcellona su un aereo privato sul quale salirono amministratori e soprintendenti vari, per un viaggio di lavoro nello studio dell'architetto catalano. Il tutto senza dimenticare la collaborazione di Cristoforo Canavese, dieci anni fa agguerrito deputato di Forza Italia, oggi apprezzato - a sinistra - presidente dell'Autorità portuale savonese che è, manco a dirlo, sostenitore anche dell'altro grande intervento in ebollizione, il porticciolo della Margonara al confine con Albissola con tanto di grattacielo ricurvo a strapiombo sul mare: una specie di banana alta 120 metri. A disegnarlo Massimiliano Fuksas, caro alla sinistra. Bofill e Fuksas, architetti di fama, non c'è dubbio. Perché il «ricatto» psicologico è un po' questo: abbiamo sempre detto che la nostra Savona è in crisi, che siamo provinciali, e adesso vi opponete quando arrivano i grandi nomi internazionali? Niente di meglio, come simbolo di questa supposta lotta a chi penserebbe in piccolo, di due torri di cento metri.
Di cemento e cristallo. Come New York, peccato solo che qui siamo a Savona. Per rendersi conto veramente di quello che sta succedendo bisogna, però, guardare i plastici. C'è il porto storico di Savona, poche centinaia di metri di fronte, in mezzo a vecchi magazzini appena recuperati e sorvegliato dalla torre medievale alta meno di venti metri. Un equilibrio architettonico delicatissimo, su cui all'improvviso crescono due torri che tagliano l'orizzonte e schiacciano verso il basso la città vecchia. Beato chi comprerà gli appartamenti sospesi su tutta la Liguria. Ma gli altri, quelli che vivono nelle strade là sotto?
A Savona la vicenda Bofill ha messo in evidenza le diverse anime della sinistra. Ha provocato grossi malumori. Prima di tutto con una clamorosa spaccatura all'interno di Rifondazione comunista, partito che dopo 12 anni di opposizione ha deciso di schierarsi al fianco dell'amministrazione cittadina. Patrizia Turchi, psicologa e volto noto del partito, è andata via sbattendo la porta giusto mentre il suo segretario, Franco Zunino, diventava assessore all'ambiente proprio nella giunta regionale Burlando. Turchi è diventata consigliere comunale d'opposizione per il partito A sinistra per Savona, esperimento ideato con Franco Astengo, politologo e animatore della sinistra radicale fin dagli anni Settanta. I due non sono teneri: «Siamo di fronte», dicono, «a un governo della città oligarchico e di stampo corporativo che sta completando l'opera del teardismo, consegnando il lungo processo di deindustrializzazione alla speculazione edilizia». E Domenico Buscaglia, ingegnere e a capo di un'altra lista civica: «Hanno concentrato nelle loro poche aree quasi duecentomila metri cubi di edifici, tanti da riempire il mercato edilizio savonese per vent'anni».
Ma l'opposizione alla cementificazione è stata pressoché sconfitta. E adesso non le resta che praticare un'operazione di memoria infarcita di qualche freccia avvelenata. Intanto in città sono pochi quelli che non cedono al richiamo del mattone. Tra i tanti anche Simone Rossi, figlio di Ennio, geometra capo del comune.
Simone è uno dei soci della srl Sea Extension creata assieme a Patrizia Giallombardo, apprezzatissima allenatrice della squadra nazionale di nuoto sincronizzato nonché moglie del riconfermato deputato Massimo Zunino (Ds). E che per la riviera sia in corso una nuova stagione del mattone lo conferma anche l'arrivo di un'altra società. Si chiama Colonie Cremonesi, come quelle che sorgevano a Bergeggi di fronte al mare, e ha come capofila Ottavio Riccadonna, al vertice dell'omonima azienda vinicola. Riccadonna ha acquisito delle quote proprio dalla Sea Extension della moglie del deputato. Con l'industriale di Alessandria ci sono ingegneri e commercialisti che hanno sviluppato il progetto per vip di Colletta di Castelbianco nelFentroterra di Albenga, primo paese medievale telematico, e poi Vincenzo Ricotta, presidente di Arcigola e Slowfood di Savona, e un avvocato genovese, Luca Catalano, residente a Montecarlo con società immobiliari registrate a Londra. Tra le proprietà di extralusso che la Realinvest di Catalano cerca di vendere agli inglesi ci sono anche alloggi esclusivi di Alassio realizzati da Luigi Zunino, nessuna parentela con i politici locali, ma ricchissimo immobiliarista rimasto coinvolto con Ricucci e soci nell'indagine su Antonveneta.
Come a dire: anche fuori regione si è capito che in Liguria per i costruttori è iniziata una lunga estate. Lo aveva intuito, e con buon anticipo, Gianpiero Fiorani: come hanno spiegato i magistrati milanesi, l' ex patron della Banca Popolare di Lodi aveva creato società che, grazie a un gruppo di imprenditori amici, seppur in maniera occulta, controllava. Società che potevano servire sia per fare buoni affari che per far girare soldi di origine e destinazione incerta. Ambrogio Marazzina e Aldino Quartieri, costruttore il primo e commercialista il secondo, tra i più intimi del banchiere arrestato, avevano dato vita a società ad Imperia, Alassio, Celle Ligure. A Imperia nel mirino c'era l'ex area Italcementi, che doveva trasformarsi in un maxi intervento residenziale e commerciale.
Fiorani si era portato in elicottero l'allora ministro Claudio Scajola e l'imprenditore Caltagirone per sorvolare la città e in particolare le aree del nuovo porto e dell' Italcementi. A Celle Ligure il business era rappresentato da una palazzina con 400 posti auto a poche decine di metri dal mare. Operazione benedetta dalla giunta di centrosinistra, che nonostante indagini della procura e sequestri ha anche approvato una variante per sanare alcuni abusi.
Sì, in Liguria si fanno buoni affari. Fiorani lo sapeva. Non si possono dimenticare i verbali degli interrogatori del numero uno della Popolare di Lodi e del suo braccio destro Gianfranco Boni quando sottolinea gli ottimi rapporti con il senatore ligure Luigi Grillo (Forza Italia, indagato nell'indagine Antonveneta) e con la banca Carige nel cui consiglio siedono Alessandro Scajola (fratello dell'ex ministro Claudio) e il figlio dell'onorevole Vito Bonsignore (europarlamentare dell'Udc indagato anche lui per Antonveneta). Ma Fiorani parla anche dei rapporti con Marcellino Gavio, l'industriale noto per aver ceduto alla provincia di Milano governata dal centro-sinistra) la sua quota nell'autostrada Serravalle, suscitando un vespaio politico con Gabriele Albertini. Con la plusvalenza realizzata (176 milioni), ha lasciato intendere l'ormai ex sindaco di Milano, Gavio avrebbe appoggiato la scalata di Unipol a Bnl. Ecco, questo Gavio. La cui borsa della spesa in Liguria conta già autostrade e aree portuali, e da ultimo anche lo stabilimento chimico, rilevato dal fallimento, di Ferrania in Valbormida, dove dovrebbe sorgere anche una centrale a carbone finanziata con soldi statali. Soci di Gavio nell'avventura, gli armatori Messina e Giovanni Gambardella. Lo stesso Gambardella (un passato da manager pubblico, prima nell' acciaio, alla guida dell' Ilva, e poi come consulente del comune di Trieste, quando il sindaco era Riccardo Illy, che adesso lo ha voluto anche nella regione Friuli Venezia Giulia) che «riconvertitosi» da tempo a imprenditore vuole realizzare il porticciolo turistico al confine di Albissola con la megatorre di Fuksas. E chissà se l'architetto più amato dalla sinistra immagina che tra i suoi committenti c'è anche l'imprenditore di Nizza Pierre Noiray, che tre anni fa venne arrestato perchè, come scrisse Nice Matin fu accusato di creare fondi attraverso false consulenze per porticcioli in Tunisia e, guarda caso, in Italia. Soldi che, secondo l'accusa dell'epoca, servivano a foraggiare un parlamentare di destra fedelissimo di Nicolas Sarkozy. E in quest'orgia nautica nessuno vuole restare tagliato fuori. Anche Pietra Ligure, di nuovo riviera savonese, ha già affidato il suo progetto -250 posti barca e 800 box auto - ad un architetto genovese, Vittorio Grattarola, ex assessore pidiessino all'Urbanistica di Genova. Erano i primi anni Novanta, Grattarola finì in carcere durante Tangentopoli, per poi essere assolto con formula piena così come il suo sindaco di allora, Claudio Burlando. A chi prova a opporsi non resta che istillare qualche preoccupante dubbio, come fa Vittorio Coletti, ordinario di Lettere e filosofia all'università di Genova: «Con questa smania gigantistica che la contraddistingue (tipica per la verità di tutte le speculazioni), si stanno per ripetere sul mare gli stessi orrori che si sono fatti in terraferma dagli anni Sessanta in poi: urbanistica da periferia, tessuto sociale assente e scadente, città fantasma, senza centro, senza anima. Ora, chi non sarebbe disposto a rinunciare a qualcuno dei guadagni che pure ci sono stati in termini di microeconomia locale pur di tornare a rivedere un pezzo di verde a Arma di Taggia o a non vedere i tristi casermoni di Ceriale o Spotorno?». Secondo Coletti la nautica da diporto «abbasserà ancora di più il già miserevole livello qualitativo delle presenze in Liguria, portando un tipo di pubblico analogo a quello che sarebbe attirato da maxiparcheggi riservati a gipponi di 5 metri». E ancora: «Dopo la devastante esperienza di un'edilizia ipertrofica, senza gusto e senza garbo, che ha offerto una villeggiatura anonima in squallidi loculi costosi, come non interrogarsi sulla compatibilità con quel che resta del territorio ligure di impianti portuali troppo grandi, spaventose cattedrali nel deserto come gli Aregai o inaccessibili enclave cementificate come quella che si prospetta a Imperia, nell'unico fronte mare ancora accessibile in piena città? Se è vero che non si può dire solo no e non si trova niente di meglio, per rilanciare il turismo in Liguria, che favorire i parcheggi delle barche, perché non porsi almeno rigidissimi vincoli di dimensione, non evitare di costruire i porti nelle insenature naturali (come è in parte avvenuto ad Alassio), non evitare che diventino garage preclusi a chi non ha la chiave, non curare l' edilizia di servizio secondo criteri di discrezione ed eleganza? Ma la discrezione e l'eleganza interessano ancora a qualcuno?».
Ma a sollevare dubbi sul nuovo boom edilizio ligure è anche il clamoroso addio di Renzo Piano al progetto più importante di Genova: gli Erzelli. Deve - o forse doveva - essere la trasformazione di un'area destinata al deposito container in un distretto dell'alta tecnologia. Qualcosa di simile al polo nato vicino a Nizza. Un'operazione dal nome ambizioso, «Leonardo», come il genio che sapeva coniugare bellezza e tecnica. In sostanza: la spianata di oltre 350 mila metri quadrati vicino all'aeroporto doveva essere utilizzata per imprese hi-tech, laboratori di ricerca e formazione per il 70 per cento, mentre il 30 per cento doveva essere coperto da attività complementari (residenze, servizi, cultura, strutture sportive). Un complesso che avrebbe dovuto ospitare un campus universitario e attirare diecimila addetti per 250 imprese. Poi qualcosa è cambiato: banche e immobiliaristi entrano nella società che gestisce l'operazione. Viene approvata una consistente variazione di destinazione d'uso degli immobili. Grazie ai nuovi criteri la quota di residenziale passa dal 5 al 25 per cento, il verde (originariamente al 15 per cento) e i negozi (10 per cento) insieme non superano ora il 5. Resta sempre al 70 per cento la quota di edilizia a uso industriale, destinata alle imprese hi-tech. Ma con la clausola che anche questa potrà diminuire passando al 60 per cento. A favore, neanche a dirlo, dell'edilizia residenziale. Non basta. Le abitazioni non saranno più ospitate nelle torri progettate da Piano, ma in più vendibili villette, E troppo, e l'architetto decide di lasciare. «Gli Erzelli sono come il monte Olimpo per Genova», racconta Piano, «sulla sua sommità io avevo progettato i centri di ricerca, università, incubatori di aziende e... certo, anche una porzione di abitazioni, tutto circondato da un grande prato che guardava il mare e la città. Ma poi si sono messi d accordo con un costruttore che vuole circondare il prato con villette vista-mare. Me ne sono andato».
Mattone, cemento. Ma, in fondo, soprattutto una particolare visione della politica che anima parte del centro-sinistra. Resta da capire se sarà quella destinata a prevalere, in Liguria, ma soprattutto nel resto del paese. Genova-Italia?
GAZZETTA DEL LUNEDI’ – 03.07.2006
La denuncia di Christian Abbondanza “A Genova si paga il pizzo”
di Andrea Ferro
“Siamo aggrediti dai mafiosi, aiutateci”. Foglio bianco, pennarello nero, caratteri cubitali. Giovedì scorso il “tazebao” era appiccicato sul vetro di un negozio di articoli da regalo e merce varia nel cuore di San Martino. Storia nebulosa e complicata, la polizia indaga. Racket o mania di persecuzione? Il dubbio resta appeso. Nel frattempo l’episodio dell’altra mattina ne innesca un altro: più ingombrante. E cioè: a Genova i commercianti pagano il pizzo? Salvo episodi delimitati e non configurabili sotto il profilo giudiziario all’interno di un fenomeno vero e proprio, fino a oggi in ambienti investigativi questa ipotesi viene minimizzata se non addirittura esclusa. Perché, si spiega, non ci sono denunce. Ma basta questo per stare tranquilli?
Christian Abbondanza, animatore dell’unica realtà anti-mafia di Genova, il “Centro della Legalità e delle Culture”, di via Piombelli, a Rivarolo, non ha dubbi: “In alcuni quartieri di Genova i commercianti pagano il pizzo. Dagli anni settanta”.
Dove? “Soprattutto a Certosa e Rivarolo dove alcune “famiglie” sono radicate. Ma anche nel Centro Storico, a Pegli, a Sestri Ponente, a Principe”.
E lei come fa a saperlo? “Perché c’è gente che si rivolge a noi e ci dice queste cose. E poi ci può arrivare anche Lei. Vada a Certosa e ci faccia un giro per i negozi. Vedrà che in alcune parti del quartiere i prezzi di tutti i prodotti sono un po’ più alti rispetto alla zona. E lì che i commercianti pagano la tassa “aggiuntiva””.
Ma quanto si paga? “Non molto. Cento, duecento euro al mese. Ma il prezzo è variabile. Perché gli esattori sanno sempre quando e a chi rivolgersi. Per esempio se un commerciante è in difficoltà possono addirittura “graziarlo” per un po’. Perché le “famiglie” genovesi non usano il pizzo per arricchirsi”.
Ma è sempre denaro… “D’accordo. Ma quello che gli interessa di più è esercitare attraverso il pizzo il controllo del territorio. Cioè avere la sicurezza che se succede qualcosa il commerciante o il barista non chiama la Polizia ma si rivolge direttamente a loro. In alcuni casi poi il pizzo vero e proprio non è la cessione di denaro ma l’accettazione di altre condizioni. Per esempio la vendita di certa merce, di dubbia provenienza o di scarsa qualità. O per quanto riguarda i titolari di locali pubblici l’installazione di “certi” videopoker”.
E se il commerciante non cede? “Difficilmente passano alle intimidazioni forti. Sanno che un attentato incendiario potrebbe rivelarsi una mossa controproducente: i giornali scrivono, qualcuno deve indagare. E allora giocano al boicottaggio soprattutto dove la loro presenza è più forte. Cioè svuotano il negozio di clienti indicendoli con un passa-parola a non comprare più lì”.
Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra? “Indubbiamente i più ramificati sono restano i calabresi. Usano metodi più fini: usura, salotti buoni, attività di copertura eccellenti. Ma anche i siciliani continuano a giocare la loro parte. Per esempio con il “caporalato”. Il reclutamento avviene in più bar controllati dalla mafie”.
Ma lei è l’unico in città a parlare di queste cose? “Non proprio. Adesso c’è anche un pentito che sta raccontando degli intrecci genovesi. Se ne occupa direttamente il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso”.
E gli inquirenti genovese? “Polizia e Carabinieri hanno di fatto abbandonato il controllo del territorio. Per esempio in Valpolcevera. Al Commissariato di Cornigliano (competente sul territorio) è rimasta una sola volante. I Carabinieri delle stazioni sono pochissimi. E quelli che restano in servizio alla fine non fanno altro che rimanere in ufficio per ricevere le denunce. La Dia lavora, in grande silenzio”.
Ma è vero che la Casa della Legalità sta chiudendo? “No, resistiamo, siamo in causa con l’Arci e la Società di Mutuo Soccorso”.
Perché non vi vogliono? “Per una questione sostanzialmente politica. L’Arci sostiene che la nostra attività è inutile. Perché, sostengono, a Genova la mafia non esiste”.
02.07.2006 – Famiglia Cristiana
Ma le intercettazioni sono il male minore
di Adriano Sansa
formato .pdf – clicca qui
Nuova protesta della madre di Massimiliano Carbone
di Antonello Lupis
LOCRI – Finché non otterrà giustizia e risposte certe sul barbaro – e ancora irrisolto – omicidio del figlio Massimiliano Carbone avvenuto poco più di anno e mezzo fa, la madre della vittima, Liliana Esposito, maestra elementare, donna esile ma tenace, difficilmente porrà fine alla sua coraggiosa battaglia.Dopo essere, infatti, stata protagonista di recente e nei mesi scorsi di altre singolari iniziative, ieri mattina si è seduta con la foto del figlio davanti all'ingresso del Tribunale di Locri per «chiedere attenzione e impegno adeguato da parte degli inquirenti e delle forze dell'ordine sulla vicenda di mio figlio Massimiliano».Appresa la notizia, sulla vicenda è intervenuto il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, Giancarlo Bregantini. «So, signora Esposito – scrive il prelato locrese in un documento – quanto sta soffrendo in questo momento, di fronte alle lungaggini della burocrazia della giustizia. So quanto è grande il suo cuore di madre, che soffre due volte: ieri per il sangue versato, oggi per la fatica nell'ottenere giustizia. Le sono vicino. Ed insieme le chiedo di essere tenace e fiduciosa, nonostante tutto».Un solo colpo di fucile da caccia caricato a pallettoni, sparato dal killer da oltre dieci metri alle spalle. Così, a settembre del 2004, è stato assassinato a Locri il giovane incensurato Massimiliano Carbone, 30 anni, responsabile della cooperativa "Arcobaleno Multiservice". L'agguato all'intraprendente giovane locrese scattò nella tarda serata di venerdì 17 mentre Carbone stava rincasando. Il responsabile della cooperativa "Arcobaleno Multiservice", stimato e ben voluto, parcheggiata l'auto stava per il portone, quando all'improvviso un sicario appostato dietro un muretto lo centrò in pieno.
Il viceministro Marco Minniti ha presieduto una serie di incontri
con forze dell\'ordine e magistratura
La 'ndrangheta, priorità del Paese
Pronta la strategia di contrasto: «Azioni forti e quotidiane»
REGGIO CALABRIA - Una disamina molto attenta su tutto ciò che è avvenuto recentemente in Calabria, poi la definizione di un quadro di priorità ed indirizzo ed infine una strategia di reazione alla criminalità organizzata, tenuta gelosamente segreta per ovvi motivi: per il vice ministro dell\'Interno Marco Minniti, giunto ieri a Reggio per presiedere in prefettura la Conferenza regionale delle autorità di pubblica sicurezza, è stata una giornata di lavoro intensa e proficua.
A cominciare dalla mattina, impegnato dapprima con tutti i prefetti della regione per una riunione apertasi con la relazione del prefetto Luigi De Sena, mentre nel pomeriggio è avvenuto l\'incontro con le rappresentanze della magistratura inquirente calabrese: dalla Direzione nazionale antimafia alla Direzione distrettuale antimafia «con l\'obiettivo ha esordito il viceministro al termine dei lavori di fare un bilancio del \"programma Calabria\" al quale sta lavorando lo stesso prefetto De Sena d\'intesa con i colleghi delle cinque province calabresi ed in collaborazione delle forze di polizia». Presenti all\'incontro il generale di brigata dei carabinieri Salvatore Scoppa, direttore dei servizi analisi criminale, il direttore del Centro servizi antidroga, generale dei carabinieri Carlo Gualdi, il direttore della Dia, generale della guardia di finanza Cosimo Sasso, e il questore di Reggio Vincenzo Speranza. E il quadro tracciato dal viceministro viene ritenuto sicuramente
soddisfacente. «Abbiamo un bilancio positivo per quanto riguarda il lavoro di questa fase e che ha già prodotto risultati, altri li produrrà in tempi brevi».
Tre le questioni ritenute fondamentali da Marco Minniti: la prima è che la Calabria, rispetto al versante sicurezza, «non è, né sarà mai soltanto un problema dei calabresi. Il convincimento che abbiamo è che qui, in regione, si stia giocando una partita che ha un grande rilievo nazionale e che il tema della sicurezza in Calabria costituisce una variante di tutto il Paese». La seconda questione Minniti la riconduce all\'assoluta priorità alla lotta contro le organizzazioni criminali da parte delle politiche del governo, «un\'assoluta priorità che costituisce un prerequisito nei confronti di qualunque politica di sviluppo economico, sociale e civile di questa parte del territorio nazionale».
Terza questione, la necessità di sviluppare nei confronti del crimine «un\'azione che sia ordinaria, forte, costante, quotidiana». Nel senso che non è necessario rispondere con picchi forti ma «costruire insieme una strategia di breve e medio periodo che consenta di segnare dei risultati». E per fare questo per Minniti occorre una sorta di flessibilità d\'intervento, «una presenza dello Stato capace di aderire a realtà che sono differenti, capace anche di concentrare rapidamente, in situazioni di crisi, forze investigative maggiore presenza sul territorio». Coniugare quindi il tema della quantità con quello della qualità, «sapendo che il tema della lotta alla criminalità organizzata si gioca anche in questo campo. Bisogna quindi rispondere ad una \"domanda di Stato\" molto forte da parte dei cittadini calabresi». Poi Minniti, nell\'assicurare che nulla sarà sottovalutato, raccomanda ai giornalisti «una certa prudenza nelle valutazioni, prudenza indirizzata a 360 gradi». Rispetto a fatti particolarmente drammatici il viceministro raccomanda tutti ad aspettare almeno il completamento delle primissime fasi delle indagini.
Infine, sulle questioni sollevate dai collaboratori di giustizia, il viceministro all\'Interno ci tiene a dire che «nei prossimi giorni verrà costituita la nuova Commissione, da me presieduta, che si occuperà di tutti i casi. Non sono questioni che possono essere risolte attraverso un rapporto bilaterale con l\'autorità di governo, ma sarà la stessa commissione a valutare tutti i casi». Rispetto invece all\'incontro avuto con i rappresentanti della magistratura Minniti, raccogliendo le preoccupoazioni dei magistrati, illustra le questioni sulle quali si è discusso, e cioè misure di materia normativa, come ad esempio il gratuito patrocinio e gli sconti di pena, la possibilità di cumulare la legislazione premiale in reati di mafia, gli organici e l\'operatività. Su quest\'ultimo punto Minniti ha assicurato, grazie al prefetto De Sena, la somma di tre milioni di euro per le nuove tecnologie per contrastare la criminalità organizzata. E sull\'amaro \"sfogo\" del presidente degli industriali calabresi, Pippo Callipo, Minniti, nel considerarlo un serio segnale d\'allarme, risponde categoricamente che «occorre rispondere con gli atti ed i fatti, e noi testardamente cercheremo di farlo. Comprendo che si tratta della via più difficile ma è la via maestra se vogliamo affrontare il nodo del rapporto di fiducia». Quindi per il viceministro non servono enunciazioni di principio e d\'intenti «ma impegno e fatti concreti». Potenziamento dei servizi, di Polizia e Carabinieri «per garantire la sicurezza dei cittadini». Sulla situazione della Locride, Minniti assicura che non esistono morti di serie A e di serie B. «Bisogna avere il controllo del territorio e quella flessibilità in modo tale di poter dare quella risposta tempestiva ed efficace», conclude il viceministro, ottimista sui risultati. «Mettere in campo quelle risorse d\'esperienze che porteranno risultati, alcuni dei quali, mi auguro, saranno già abbastanza rapidi».
Detenuto parlava al telefono
Dai domiciliari finisce in carcere
Era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta del pm Giovanni Arena e dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, partita dalle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia” e che riguarda il pericoloso commercio di sostanze dopanti. Matteo Giorgetti, 35 anni, gestore di un negozio di integratori a Sestri Ponente, era stato messo agli arresti domiciliari dal gip Elena Daloiso una decina di giorni fa, ma ora è finito in carcere per aver violati gli obblighi imposti dal giudice: non parlare al telefono con degli altri indagati o conoscenti o ricevere persone a casa.
Insieme a Giiorgetti era stato messo agli arresti domiciliari Sergio Cassina, guardia giurata di quarant’anni. Nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice sono stati assistiti dai difensori, gli avvocati Claudio Zadra e Andrea Verazza, e hanno detto di aver utilizzato per uso personale le sostanze anabolizzanti ed in qualche occasione di averle cedute gratuitamente ad amici che ne facevano richiesta.
L’operazione, dei Carabinieri del Nas e dai loro colleghi del comando Provinciale di Genova, era sfociata dieci giorni fa nel trentanove perquisizioni, in abitazioni e palestre, principalmente nel ponente genovese da Cornigliano ad Arenzano....
MADDALENA
Giro di vite contro il diffuso malcostume denunciato dalla Consulta dell'handicap. «Legge violata in sei casi su dieci»
Pass disabili, caccia ai furbi
Ritirati 50 contrassegni in pochi mesi: fotocopie degli originali o utilizzati senza diritto
Cinquanta contrassegni per disabili ritirati dai vigili urbani della sezione Maddalena nei primi cinque mesi dell'anno.
E' lunga la lista degli abusi ad opera di automobilisti senza alcuna invalidità. «Si va dalla classica fotocopia esibita al posto dell'originale alla mancanza del disabile a bordo o nei pressi del veicolo, alle contraffazioni vere e proprie per cui scatta la denuncia alla magistratura». A parlare è il sovrintendente Marco Moretti, vigile della Maddalena specializzato nei controlli per il rispetto della normativa che tutela la mobilità dei disabili. Nella stessa missione è impegnato il collega Albino Strada, in servizio alla Foce. «Sono i nostri veri paladini», osserva, grato, Claudio Puppo, segretario della Consulta regionale per l'handicap e presidente nazionale dell'Anglat, l'associazione (38 mila iscritti) che si occupa di trasporto e disabilità.
«Quello dell'uso improprio dei contrassegni per disabili è un malcostume molto diffuso e tipicamente italiano», attacca Puppo. «A Genova - continua - si calcola che almeno il sei per cento dei 6.000 contrassegni rilasciati dal Comune siano fotocopie od originali contraffatti. Mentre addirittura il 60 per cento dei tagliandi è utilizzato in modo contrario alla legge». «Circa il 20 per cento delle violazioni - aggiunge Moretti - sono commesse da residenti fuori Genova, a volte piccoli paesi, il che rende assai complicato il lavoro di verifica».
«Nel 2005 i tagliandi sequestrati sono stati un centinaio, ma quest'anno la quota sarà probabilmente superata», prevede Luciano Repetto, responsabile del distretto Centro della polizia municipale. E' nella zona tra piazza Colombo, piazza Dante, via Ceccardi e piazza Fontane Marose che si concentra la maggior parte dei furbi: non si tratta, generalmente, di finti disabili quanto di automobilisti che approfittano della disabilità di genitori, parenti o amici, spesso addirittura defunti, per parcheggiare impunemente (e gratis) nei posti riservati ai disabili nel cuore più congestionato della city.
I pass partout illecitamente adoperati per aggirare divieti, limitazioni e soste a pagamento sono, come detto, i contrassegni rilasciati dall'Ufficio permessi del Comune, al Matitone, "alle persone con sensibile difficoltà di deambulazione". Così recita l'articolo 381 del regolamento d'attuazione del codice della strada. Ma l'Anglat preme per una modifica della norma in senso più restrittivo: «Le autorizzazioni a parcheggiare - continua Puppo - dovrebbero essere concesse solo alle persone in carrozzina o a chi davvero non riesce a muoversi autonomamente». Sempre Anglat invoca sanzioni molto più severe a carico dei trasgressori: «Le multe dovrebbero oscillare da un minimo di 250 euro a un massimo di 2.500 euro. Per i recidivi dovrebbe anche essere prevista la revoca dell'autorizzazione, mentre attualmente il permesso viene generalmente restituito al titolare». Titolare che deve essere sempre un disabile. Il quale può utilizzare il contrassegno (che ha durata quinquennale) a bordo della propria auto, se guida, oppure di veicoli condotti da altri a patto che lo impieghino strettamente per il trasporto del disabile stesso. «Invece - dice il vigile Moretti - mi è capitato di multare un uomo col contrassegno disabili che apparteneva al padre morto tre anni prima. Poi c'è stato il caso di un ragazzo che aveva cambiato il numero identificativo dell'autorizzazione rendendo difficilissime le verifiche». Un altro giovane è stato denunciato per contraffazione: «Aveva falsificato la residenza sul documento, prelevato chissà dove».
Altri esempi clamorosi: «Due automobilisti erano stati sanzionati per aver esposto delle fotocopie. Non contenti, avevano presentato ricorso in prefettura. Alla fine erano stati costretti a portare l'originale da cui si è scoperto che il disabile era deceduto. Li abbiamo denunciati».
Enzo Galiano


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












