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La mappatura della Liguria
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24.11.2006 - Espresso
Intercettato e manipolato
L'onorevole Udeur: quelle frasi contro il pm registrate in carcere le disse Pacenza, non io.
Ora voglio giustizia. Colloquio con Ennio Morrone
di Riccardo Bocca
Cosenza - Da due settimane sono alla gogna. Due settimane nelle quali nessuno, tranne il mio partito e Antonio Di Pietro, mi ha difeso, e nelle quali ho aspettato che qualcun altro lo facesse. Adesso basta. Non voglio pagare per quello che non ho fatto, e soprattutto non voglio essere crocefisso per quello che non ho detto. Visto che non salta fuori la verità, è giusto che la faccia uscire io. A costo di dimettermi da deputato, se si scoprisse che sto mentendo...
Così attacca il parlamentare dell'Udeur Ennio Morrone. L'ultima puntata di una gravissima storia partita da Franco Pacenza, capogruppo ds al consiglio regionale della Calabria, arrestato l'estate scorsa per sospetta concussione. La mattina del 18 agosto l'onorevole Morrone gli porta la sua solidarietà in carcere, ma il dialogo viene intercettato dai magistrati. E dalla trascrizione risulta che Morrone ha definito il pm Giuseppe Cozzolino (che ha chiesto l'arresto di Pacenza) "ladro e bastardo". Non solo. Morrone dice a Pacenza di stare tranquillo, che ha chiamato il procuratore capo Alfredo Serafini, e che comunque il gip verrà trasferito il 20 agosto. Frasi che hanno scatenato una bufera politica in Calabria e in Parlamento. "Lei e il suo giornale", riconosce Morrone, "vi siete limitati a riferire ciò che risulta dalle intercettazioni. Ma il problema è la storia di questi nastri. Ci sono cose che non sapete e sono di gravità assoluta".
Beh, di gravità assoluta è quello che dice lei nell'intercettazione. Dà del ladro e bastardo al pm Cozzolino, dice "sappiamo dove se la fa...".
"Quelle frasi non le ho pronunciate io. Lo giuro sul mio onore. Io ho detto un'altra cosa, sul pm Cozzolino. Ho detto che ha trent'anni, che è giovane e magari un po' ingenuo. E poi che ragione avevo io, di attaccarlo? Lo conosco appena, Cozzolino, e mi ha persino fatto una buona impressione".
Ma scusi: c'erano altre persone, oltre a lei e Pacenza, la mattina del 18 agosto nella sala colloqui del carcere?
"No. Ho letto sui giornali di una misteriosa terza persona che risulterebbe dalle intercettazioni. Ma io stavo lì, e so qual è la verità: c'eravamo soltanto noi due, io e Pacenza. D'altronde in un'intercettazione basta un cambiamento di tono, per dare l'impressione che sia presente un altro soggetto".
Quindi, dicendomi che non le ha pronunciate lei, le frasi contro Cozzolino, intende dire che vanno attribuire a Pacenza.
"Non vedo altre soluzioni. Anche se l'ultimo dei miei desideri è quello di attaccare un amico, oltre che un collega. Bisogna capire il suo stato d'animo, in quel momento, il fatto che era poco lucido...".
Non cerchi di ammorbidire quello che sta dicendo. Lei accusa il capo regionale dei ds di avere attaccato pesantemente il magistrato che lo ha fatto arrestare. E di non avere rivelato in queste settimane la verità, lasciandola sul banco degli accusati. Non è che, sentendosi all'angolo, lei cerca di mischiare le carte?
"Niente affatto. La mia è la difesa di una persona che si trova travolta da un'accusa che non merita. Lo sa come ho vissuto, in queste ore? Non ho potuto nemmeno lavorare alla Finanziaria. Un giorno sì e un giorno no sono sui giornali. Un incubo dal quale voglio uscire al più presto, a testa alta".
D'altro canto è logico, con quello che risulta dalle intercettazioni. E comunque: come sarebbe avvenuto, questo presunto complotto ai suoi danni?
"Intanto escludo un complotto di tipo politico. È successo che sono state manipolate le registrazioni".
E lei come fa a sapere queste cose? I giornali non le hanno pubblicate.
"Mi lasci almeno il diritto di avere le mie fonti. Niente di segreto, ma comunque non è questo il punto...".
Quale sarebbe, il punto?
"È che dal momento in cui queste registrazioni vengono sbobinate a quando sono acquisite dalla Procura di Cosenza, qualcuno ha fatto in modo che risultassi io quello che aveva attaccato il pm Cozzolino".
E come avrebbe fatto?
"Invertendo il numero che nella sbobinatura indica chi sta parlando. È un gioco da ragazzi, basta mettere uno al posto di due. Così io mi trovo tutti contro e passo per quello che spara a zero contro i magistrati".
Le ripeto: lei dice cose di straordinaria pesantezza. E chi sarebbe stato, a compiere questa operazione?
"Credo ci sia un regista occulto, in questa storia. Qualcuno che ha interesse a screditarmi, e che per farlo è disposto a tutto".
Faccia il nome di questa persona, se esiste.
"E farmi massacrare un'altra volta? No grazie. Si scopra la verità sui nastri, si accerti chi ha detto cosa e chi ha manomesso. Questo chiedo e questo penso sia nei miei diritti di cittadino. Non le pare?".
Mi pare che lei non abbia le prove di quello che sta dicendo.
"C'è in ballo la mia credibilità di politico e di uomo. Se quello che dico non è vero, allora ne dovrò trarre le conseguenze".
Il rischio, nel frattempo, è che questo fango sotterri il lavoro dei magistrati, che confonda le acque e renda più difficile l'accertamento delle responsabilità.
"E allora cosa dovrei fare? Stare zitto? Anche questo è fango, per me. E non ne posso più di vedermelo tirare addosso".
A proposito. Lei finora ha parlato soltanto delle frasi che riguardano il pubblico ministero Cozzolino. Ma c'è dell'altro, nella sbobinatura delle intercettazioni. Lei dice che tutti gli amici vostri, a partire dal diessino Nicola Adamo, erano tranquilli, e che Pacenza sarebbe senza alcun dubbio uscito...
"E cosa c'è di male? Mi ero visto quella mattina con gli amici, Adamo e altri, e alcuni avvocati ci avevano detto che dagli atti non emergeva alcun reato penale. Ecco perché eravamo tranquilli".
Morrone, lei dice anche a Pacenza che il gip verrà spostato il 20 agosto, come in effetti è avvenuto.
"Ripeto: e allora? Il gip era un gip distrettuale, quindi supplente, e il 20 agosto sarebbe scaduto il suo mandato. E comunque, anche se spostato, il gip è rimasto applicato a questo processo fino a pochi giorni fa".
D'accordo, ma che senso aveva sottolinearlo con Pacenza? Un gip o l'altro dovrebbe essere lo stesso. Oppure cambiava qualcosa con il nuovo gip, quella Lucia Marletta che è moglie del suo ex collaboratore Max Granata?
"Fesserie. Non cambiava niente. E Max Granata non lavora più con me dal 2005, quindi non vedo il collegamento".
Intanto nelle intercettazioni lei dice a Pacenza di avere chiamato il procuratore capo di Cosenza Serafini.
"E qui torniamo al punto precedente, quello della sbobinatura. Io ho una memoria formidabile, riguardo alle cose che dico. E le posso assicurare che sono stato frainteso. Io ho detto a Pacenza che Serafini era stato informato telefonicamente. Ma non da me, bensì dal pm Cozzolino".
Capisce che sono un rischio, le sue parole ambigue. Cosa ne pensa il ministro della Giustizia Clemente Mastella, al quale la lega il partito e un'amicizia personale?
"Non gli ho neppure parlato. Tutti sanno del nostro rapporto, e proprio per questo non volevo che tirando addosso a me potessero colpire lui".
Mettiamola così, allora: Mastella non ha speso una sola parola per difenderla.
"E ha fatto bene, lui non c'entra. Piuttosto ho presentato un'interrogazione, assieme a tutti i parlamentari calabresi dell'Unione, per chiedere al ministro come intenda scoprire la verità".
In questo modo sembra che lo tiri per la giacca, il ministro.
"Ma quale giacca. Chiedo giustizia, e non sono l'unico. Sbaglio?".
Il fatto è che nemmeno i Ds sono scesi in campo per difenderla. Non è che, leggendo il contenuto delle intercettazioni, l'hanno mollata al suo destino?
Manipolate le registrazioni? Lei sta dicendo che chi l'ha fatta intercettare sarebbe poi intervenuto per danneggiarla? È una follia...
"Non credo che il pm Cozzolino c'entri qualcosa, in questa storia. Come ho detto a Pacenza, Cozzolino è giovane, e magari non consapevole di certe manovre. Ma ci sono cose che vanno chiarite. La prima è che i nastri sono stati fatti sbobinare in Puglia, da una società privata di fiducia della magistratura. E già qui c'è la prima anomalia. Perché non sono stati fatti sbobinare dalla polizia giudiziaria?".Ma quale destino... Comunque io non ce l'ho con nessuno. Salterà fuori la verità e tutti ne dovranno prendere atto".
Nel frattempo, si immagini le reazioni a queste sue dichiarazioni. Lei che accusa Pacenza di avere sparlato del pm che lo ha arrestato. Una crisi politica, per la Calabria, e una figuraccia a livello nazionale.
"Io non accuso affatto Pacenza, persona che stimo. Ma in carcere non era lucido, diceva frasi campate per aria".
Resta un punto, assai delicato: la sua famiglia. Lei, oltre che onorevole, è padre del giudice del tribunale civile di Cosenza Manuela Morrone, la quale a sua volta è moglie del capo della squadra mobile cosentina Stefano Dodaro. E il gip Lucia Marletta, che doveva gestire il caso Pacenza, è la moglie del suo ex collaboratore...
"La mia è una famiglia unita e perbene: sfido chiunque ad attaccarla, prove alla mano".
Sia come sia, la scorsa settimana è stato deciso lo spostamento del processo a Pacenza in un'altra procura. Almeno così non ci saranno più voci sgradevoli.
"Lo dico anch'io. Voglio che tutto sia alla luce del sole. E che ciascuno si prenda le proprie responsabilità. Io per primo".
24.11.2006 – Espresso
E voi dove eravate?
di Roberto Saviano
Gli omicidi ignorati per anni con cinismo. L'ascesa mondiale dei clan. Le minacce contro chi aveva la forza di reagire. Il disastro ambientale di tutto il Sud. Il degrado che ha corroso una città e una regione. Sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno intervenisse. L'urlo di denuncia di uno scrittore che non vuole tacere
Danilo Dolci nel 1956 a Partinico stava ristrutturando una strada dissestata come forma di protesta. Una sorta di sciopero attivo, una rivolta rovesciata. Se a Sud si doveva marcire nella disoccupazione, Dolci proponeva di attivarsi, iniziare a fare, rendere accessibile ciò che non lo era. Iniziare a farlo ristrutturando strade, quelle che avrebbe dovuto mettere a posto il comune. Lo faceva lui assieme ai suoi disoccupati. La polizia arrivò sul luogo e arrestò tutti. Si racconta che un poliziotto gli si avvicinò dicendogli: "Signor Dolci, ma perché non torna a casa a scrivere i suoi libri invece di farsi arrestare?". Come dire, torni alla sua più innocua attività e tutti vivremo più tranquilli. Dopo aver perquisito molti disoccupati-lavoratori, i poliziotti videro che tanti avevano nelle tasche e a casa gli scritti di Dolci. Lo stesso poliziotto, dopo averlo arrestato, lo avvicinò ancora in manette dicendogli: "Signor Dolci le troveremo un lavoro duro, così finalmente smetterà di scrivere questi libri che ci creano solo guai!". Quel poliziotto aveva in una manciata di ore cambiato idea perché aveva esperito il peso specifico della parola.
La cosa che genera scandalo è che uno scrittore, il mestiere considerato più innocuo e incapace di poter avere alcun tipo di forza sulla realtà, possa d'improvviso divenire responsabile di una luce che prima era sbiadita e sbilenca, di uno sguardo infame che spiffera ciò che si vuole celato, che urla quello che è sussurrato, che traduce in sintassi e insuffla vita a quello che prima era disperso in frasi frammentarie di cronaca e sentenze giudiziarie. La vita o la si vive o la si scrive, diceva Pirandello, eppure ci sono momenti in cui la vita, la si scrive per mutarla. Ciò che mi è capitato in questi giorni ha generato apprensione e scandalo, ma in realtà non per quello che è accaduto - dalle mie parti ciò che mi è accaduto capita a moltissime persone, quotidianamente e per molto meno - ma perché è accaduto a uno scrittore. Per uno scrittore il modo per innestarsi nel reale è raccontarlo. È uno scrittore che può congetturare, immaginare ciò che non vede. La sua immaginazione e la sua congettura però non seguono l'arbitrio della licenza poetica, ma sono strumenti necessari per avvicinarsi ancora più al vero in ciò che osserva: oltre ai nomi, ai documenti, alle sentenze, alle intercettazioni, ai fatti rispettati e ripresi. Quando racconti un processo, quando raccogli la cronaca nera, quando ascolti le intercettazioni comprendi che l'unico modo per capire è raccontare tutto questo come parte di un corpo che nasconde i suoi organi. E d'improvviso quello che nel perimetro di certe zone conoscevano tutti, passandosi le storie di bocca in bocca, impastandole di particolarità soggettive e leggende, quello che finiva negli articoli di cronaca, quello che sembrava essere territorio di addetti ai lavori, operatori sociali invisibili ed esperti sociologi dell'antimafia, diviene il racconto di un intero paese, l'epica fascinosa e terribile di un capitalismo vincente che vede nel cemento, nei trasporti, nel tessile, nei subappalti, nei rifiuti, nella distribuzione e in quant'altro possa creare respiro al profitto, il proprio sterminato territorio di conquista.
Pierluigi Vigna, quando era procuratore nazionale Antimafia, dichiarò che era di 100 miliardi di euro il profitto annuale dei maggiori gruppi criminali italiani. Una cifra che lo stesso procuratore segnalò essere riscontrata per difetto. Nessuno tremò per questa cifra. Nessuno trema se la Germania segnala che negli ultimi anni 90 milioni di euro sono stati investiti dalla 'ndrangheta nel settore turistico e immobiliare. Nessuno trema nel pensare che la più grande azienda italiana è formata dalla camorra, dalla 'ndrangheta, da Cosa Nostra e dalla Sacra Corona Unita. E anche se qualcuno inizia a tremare, sembra che riesca a farlo solo per qualche giorno, per qualche settimana, fino a quando i fatti inanellati in cronaca di emergenza non vengono soppiantati da emergenze nuove. D'improvviso mi sono fermato in questi giorni, fermato da una sorta di ansia, e anche una sorta di svuotamento, quando vedevo un'attenzione a una terra, costante, che desideravo ci fosse stata da sempre, prima che galleggiassero in superficie gli elementi del disastro. E giravo intorno a una domanda rivolta a una potenza impersonale che ha gli occhi dei media, la testa della politica e le sembianze di me stesso: Ma dov'eravate? Dov'eravate quando si ammazzavano due persone al giorno. Dov'eravate quando si concludeva il processo Spartacus presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) - 21 ergastoli e oltre 500 anni di reclusione, più di sette anni di dibattimento passati in silenzio sulla stampa nazionale. Dov'eravate quando i magistrati, come Raffaele Cantone, portavano avanti indagini che dimostravano chiaramente che erano l'Emilia Romagna e Roma i centri degli affari del clan dei Casalesi, dov'eravate quando Tano Grasso attraversava in lungo e in largo la Campania , cercando di raccogliere forze, persone, associazioni in una battaglia alle vecchie e nuove forme di racket e controllo del territorio. Dov'eravate quando giornalisti della mia terra venivano sistematicamente minacciati, come Rosaria Capacchione che entrò nel mirino dei clan a causa dei suoi articoli - secondo il pentito Luigi Diana - venne condannata dal boss Vincenzo De Falco, fratello del mandante dell'omicidio di don Peppino Diana, ma il boss fu eliminato prima di realizzare il suo piano, quando Enzo Palmesano riceveva proiettili nella cassetta della posta per il suo impegno di cronista contro i clan mafiosi presenti nell'Agro-caleno. Dov'eravate quando qui crepavano innocenti, come Attilio Romanò, colpevole di essere dipendente di un negozio che i clan hanno creduto essere ascrivibile a un parente lontano di un camorrista, quando nel 2002 spararono in faccia a un sindacalista, Federico Del Prete, e la notizia neanche giunse sulla stampa nazionale.
Per anni, quando si scriveva di queste cose al di fuori del lecito territorio della cronaca, la voce era la stessa, si veniva presi per matti, malati, figli di un passato lontano. Mi sembrava di sentire le parole dell''Huckleberry Finn' di Mark Twain, quando d'improvviso, dopo uno scoppio in una stiva, qualcuno chiede: "Che cosa è successo?" e rispondono: "Niente, è morto un negro". Niente. E l'acido razzismo è simile al niente che veniva battuto come dispaccio dal Sud. Dispacci di guerre senza storia, di vicende di margine, un niente da seppellire sotto le mostre di quadri, i vernissage museali, un niente che è molto simile e non soltanto speculare al 'succede di tutto' che viene pronunciato nei giorni d'emergenza. Niente, perché riguarda feccia. Non è successo niente. Ma non è vero.
Penso spesso a come devono essersi sentiti molti magistrati campani quando, chiudendo il più importante processo di mafia degli ultimi anni, il processo Spartacus, superando difficoltà logistiche e cavilli politico-giudiziari, hanno visto la loro sentenza ignorata per larga parte. Penso spesso al giudice Lello Maggi, a quando si è trovato a scrivere la sentenza, e nelle prime pagine fa cenno alla figura di uno scrittore che sarebbe stato in grado di raccontare quel che lui stava per analizzare con gli strumenti e i parametri della disciplina giuridica, raccontare quel potere che non riguardava soltanto gli spazi di un territorio di provincia, e non soltanto il sangue delle centinaia di ammazzati, ma riguardava molto di più. E Raffaele Marino, uno dei magistrati in prima linea nella lotta alla camorra napoletana, quando gli chiesi se lui non ritenesse in fondo innocua una narrazione basata sui fatti che lui stesso contribuiva ad accertare, mi rispose: "La scrittura letteraria non è innocua per niente, ha rotto una delle croste che relegavano questi meccanismi e questi poteri a una mortale dialettica tra magistrato, camorrista, tribunali e cronaca nera. La città, l'intero paese credeva di esserne escluso, credeva che tutto fosse relegato a una trascurabile parte del territorio. Ora ha lasciato quest'esilio e ha coinvolto tutti. Nessuno può più sentirsi escluso".
In tutti questi anni, mentre persino la guerra di Secondigliano non riusciva ad avere la stessa visibilità dei fatti riportati in questi giorni, a Napoli e intorno a Napoli continuava a formarsi e trasformarsi un modo nuovo per raccontare quel che stava accadendo. Come se fosse divenuto un imperativo necessario iniziare a raccontare quel che stava sotto gli occhi. Così Maurizio Braucci, scrittore in grado di farsi accompagnatore di ragazzi di quartiere, capace di tenerli lontani dal Sistema non strappandoli dalla loro vita, ma dandogli strumenti per scegliere di andare avanti senza la sola certezza di giocarsi la morte come vantaggio sugli altri per fare affari, capace come nessun altro di tradurre in narrazione la conoscenza di una vita spesa nel cuore della città. E poi le foto di Mario Spada, foto senza curiosità esotica che puntano l'obiettivo sulla ferocia, ma senza farne scandalo, quasi con familiarità. E i video di Pietro Marcello che raccontano la silenziosa emigrazione notturna dal Sud verso il Nord dei treni espresso, le nuove rapaci borghesie corrotte raccontate nella deformazione pantagruelica di Giuseppe Montesano, lo sguardo sui ragazzini di Diego De Silva che sembrava annunciare quello che sarebbe di lì a poco diventata una realtà molto più estesa e feroce, le donne di Valeria Parella strappate alla patina d'ogni folklore, le città distratte e soffocanti di Antonio Pascale, i deliri della terra dei terremoti e della Pozzuoli infernale di Davide Morganti, i primi libri che mettevano mani nel fango di Peppe Lanzetta. I gruppi rap, gli A67 e i Co' Sang', che nascono non più nei centri sociali, ma nelle periferie di camorra, che danno voce a una rabbia che non è più soltanto contro qualcosa, ma dentro, che parlano per e contro quelli cui vivono accanto, a cui appartengono, che sono come loro. Tutti loro hanno trovato modi nuovi e non concilianti per raccontare il proprio tempo e agire in esso. Sguardi diversi, linguaggi differenti che deformano il reale per scarnificarne le verità e lo inchiodano con freddezza e lo urlano con rabbia, ma tutti nati e vincolati da un territorio che così raccontato non è più soltanto Napoli, ma qualcosa che ha a che fare con le dinamiche di ogni metropoli occidentale dove si vanno foggiando nuove e rapaci piccole borghesie, incoscienti di essere piccole, ma ben coscienti di come si fa ad affermarsi e di quali mezzi usare. Ed è in questa Napoli visibile sempre solo nel singolo libro, disco o film che riesce ad avere successo oltre i confini locali, mai però come movimento esteso e costante, come humus che stava generando una cultura capace di mostrare e anticipare meglio di ogni altra fonte più oggettiva quel che stava e che doveva ancora accadere, che mi sono formato.
Da tutto questo le mie parole scritte sono state create e non vorrei che continuasse a essere ignorato, così come non vorrei che si parlasse oggi di camorra per continuare a ignorare la rete ampissima in cui tutte le organizzazioni criminali avvolgono e coinvolgono tutto il paese e l'Europa intera. Della cultura e dell'immaginario nato nel ultimo decennio a Napoli e dintorni, nato insieme e accanto alla trasformazione turbocapitalista dei clan campani, nei resoconti e commenti dei media nazionali e internazionali delle passate settimane non v'era quasi traccia. È stato strano ascoltare alcune parole che il mio libro aveva contribuito a divulgare - il termine 'Sistema' usato dai clan per definire la camorra è l'esempio perfetto - e percepirle come un abito nuovo calato addosso a un corpo vecchio e decrepito. Un immaginario completamente sbagliato. Quel che sta avvenendo a Napoli viene fissato da uno sguardo che non si spinge oltre al cerchio della città, non contempla quasi mai nemmeno i comuni della provincia con i suoi clan potentissimi da decenni, ma cerca di risolvere il tutto allacciando il filo della storia, come se l'oggi fosse l'ultimo frutto impazzito della vittoria del popolo sanfedista sull'aristocrazia giacobina di Eleonora Fonseca Pimentel e Domenico Cirillo. Il trionfo drogato della suburra, un delirio da disperati. Prima che me ne andassi dai Quartieri Spagnoli, vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.
È questo, qui e altrove, che rende la ferocia un arnese del successo. È questo ciò che viene occultato quando si usano ancora parole come 'plebe', 'lazzari' o 'subculture'. Si parla di subculture, ma la musica dei neomelodici viene ascoltata in tutto il Mezzogiorno, anzi in tutta Italia, e alcune delle loro canzoni, tra cui quelle scritte da Lovigino Giuliano, il boss di Forcella, entrano nella hit parade, rimbalzano nei villaggi turistici, finiscono in tv come se fossero esistite da sempre e per tutti. Plebe è parola che tiene a distanza, che esprime il rifiuto di annusare, di fissare da vicino qual è la forza, la logica, ma anche le contraddizioni, le vulnerabilità, le violente trasformazioni che subiscono coloro che si trovano così definiti, parola che la letteratura per istinto vitale rigetta come chi non vuole farsi curare la febbre coi salassi. Plebe perché sembra impossibile che le gang che fanno rapine siano altro che una forza oscura che contamina la città con la paura e la ferocia, perché sembra impossibile che la contaminazione non conosca limiti di classe, perché sembra molto più rassicurante individuare una direzione unica del contagio in corso. Ma quando i boss scrivono libri, discettano di psicoanalisi, investono in opere d'arte, quando fanno crescere nuove leve istruite alle università, quando si dimostrano capaci di gestioni e investimenti sofisticati, di strategie economiche lanciate su scala mondiale, come è possibile non vedere che sono altro di quel che è sempre stato, non accorgersi che la loro vittoria in queste e simili terre ha un peso e una forza d'attrazione quasi irresistibile?
Da tutto questo le mie parole scritte sono state create e non vorrei che continuasse a essere ignorato, così come non vorrei che si parlasse oggi di camorra per continuare a ignorare la rete ampissima in cui tutte le organizzazioni criminali avvolgono e coinvolgono tutto il paese e l'Europa intera. Della cultura e dell'immaginario nato nel ultimo decennio a Napoli e dintorni, nato insieme e accanto alla trasformazione turbocapitalista dei clan campani, nei resoconti e commenti dei media nazionali e internazionali delle passate settimane non v'era quasi traccia. È stato strano ascoltare alcune parole che il mio libro aveva contribuito a divulgare - il termine 'Sistema' usato dai clan per definire la camorra è l'esempio perfetto - e percepirle come un abito nuovo calato addosso a un corpo vecchio e decrepito. Un immaginario completamente sbagliato. Quel che sta avvenendo a Napoli viene fissato da uno sguardo che non si spinge oltre al cerchio della città, non contempla quasi mai nemmeno i comuni della provincia con i suoi clan potentissimi da decenni, ma cerca di risolvere il tutto allacciando il filo della storia, come se l'oggi fosse l'ultimo frutto impazzito della vittoria del popolo sanfedista sull'aristocrazia giacobina di Eleonora Fonseca Pimentel e Domenico Cirillo. Il trionfo drogato della suburra, un delirio da disperati. Prima che me ne andassi dai Quartieri Spagnoli, vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.
È questo, qui e altrove, che rende la ferocia un arnese del successo. È questo ciò che viene occultato quando si usano ancora parole come 'plebe', 'lazzari' o 'subculture'. Si parla di subculture, ma la musica dei neomelodici viene ascoltata in tutto il Mezzogiorno, anzi in tutta Italia, e alcune delle loro canzoni, tra cui quelle scritte da Lovigino Giuliano, il boss di Forcella, entrano nella hit parade, rimbalzano nei villaggi turistici, finiscono in tv come se fossero esistite da sempre e per tutti. Plebe è parola che tiene a distanza, che esprime il rifiuto di annusare, di fissare da vicino qual è la forza, la logica, ma anche le contraddizioni, le vulnerabilità, le violente trasformazioni che subiscono coloro che si trovano così definiti, parola che la letteratura per istinto vitale rigetta come chi non vuole farsi curare la febbre coi salassi. Plebe perché sembra impossibile che le gang che fanno rapine siano altro che una forza oscura che contamina la città con la paura e la ferocia, perché sembra impossibile che la contaminazione non conosca limiti di classe, perché sembra molto più rassicurante individuare una direzione unica del contagio in corso. Ma quando i boss scrivono libri, discettano di psicoanalisi, investono in opere d'arte, quando fanno crescere nuove leve istruite alle università, quando si dimostrano capaci di gestioni e investimenti sofisticati, di strategie economiche lanciate su scala mondiale, come è possibile non vedere che sono altro di quel che è sempre stato, non accorgersi che la loro vittoria in queste e simili terre ha un peso e una forza d'attrazione quasi irresistibile?
Nulla è statico, delimitato, univoco, nel mondo e nel tempo stravolto in cui si trova Napoli. Nulla comincia dove comincia, nulla finisce dove finisce. I rifiuti, le montagne di rifiuti, la monnezza napoletana divenuta simbolo del disastro, ficcata dentro a colori forti e odori nauseabondi in ogni articolo scritto da Roma a Londra, Parigi e Berlino, l'assurdo dei rifiuti campani spediti d'emergenza al Nord, persino in Germania, mentre le aziende di Veneto, Lombardia e persino Toscana come dimostrano le inchieste della Procura di Santa Maria Capua Vetere, hanno sversato da oltre trent'anni in Campania e più allargatamente nel Mezzogiorno i loro veleni, quando le organizzazioni ambientaliste, le iniziative locali hanno gridato invano che stava avvenendo una contaminazione catastrofica che avrebbe contagiato tutto: terre, coltivazioni, bestie e uomini destinati a crepare di cancro come di una nuova peste moderna. Quando si attraversa la campagna casertana piuttosto che quella calabrese, in molte zone senti gli odori marci, i sapori rancidi o corrosivi. E tutto questo brucia. Ti brucia dentro, rovente. L'immagine dei rifiuti tossici intombati e bruciati nelle campagne campane e calabresi è l'esatto rovescio dell'immagine dei rifiuti ammonticchiati e bruciati nei cassonetti napoletani, l'immagine che dice che il problema della criminalità e del degrado puzza fino al cielo e scava sotto terra ed è di tutti: di tutto il paese, di tutta la politica che lo governa. E ora non possono non far nulla.
Ogni regione che ha ospitato aziende che hanno avvelenato facendo appalti con i clan dovrebbe prendere parte alla bonifica del territorio. E la politica campana dovrebbe confrontarsi con i suoi errori madornali, gli sprechi e gli affari sui rifiuti. Eppure ciò che la camorra dimostra è che il paradigma politico-mafioso è ribaltato. Si credeva che la politica fosse il volano per la crescita dei clan. Ora i clan hanno egemonizzato la possibilità di decidere gli affari e, a partire dagli affari, tutto ciò che ne consegue. Così accade che i clan riescono a tenere la politica in pugno senza, come in passato, legarsi direttamente a un politico o cercare alleanze stabili con una parte politica, e invece scelgano di volta in volta come conviene. E non vale più soltanto il meccanismo politica-appalto-impresa criminale, ma sempre più quello contrario: impresa criminale-appalto-politica. L'impresa criminale è così potente e presente in ogni ambito che vince appalti e condiziona qualità e prezzi e divenendo vincente, determina la politica: usandola e non essendone usata. E sempre più il territorio criminale è un territorio così labile che ha l'immagine dell'intermittenza. Ormai la politica si rapporta sempre meno ai bisogni e ai desideri delle persone. Si passa da una dichiarazione all'altra, da una decisione spettacolare all'altra. I politici spesso non conoscono più il territorio, non ascoltano, non sanno cosa sta accadendo, ma ne danno interpretazione. La politica quando inizia a spartire posti, quando in cambio di favori e lavoro riceve voti, quando appalti e sanità divengono miniere in cui racimolare consenso e ricchezza, già si predispone alle logiche da clan, e in queste logiche, i clan vivono si alimentano e trionfano.
Così può accadere nel Mezzogiorno che le regioni con i gruppi criminali più potenti d'Europa possono senza problema alcuno vedere vincitori l'intera compagine dell'arco parlamentare. Si è creduto per troppo tempo che dopo tangentopoli la stagione dei clan egemoni in ogni parte della vita economica e sociale del paese fosse circoscritta e relegabile ad alcuni territori geografici e politici, ma i clan entrano vincenti nel mercato, entrano nel cemento, nei trasporti, nel tessile, nelle forniture, mercati, carni, benzina, entrano nella finanza e nell'economia globale, porte a cui nessuna politica si rifiuta di obbedire. Nessuna parte politica può sentirsi al riparo, nessuna parte politica può sentirsi innocente per ciò che accade. Tutto è da rifare. Ad oggi sembra esserci ancora nell'aria il sapore amaro delle parole di Antonino Caponnetto, quelle pronunciate dopo la morte di Paolo Borsellino: "È tutto finito".
Ma per la scrittura non è mai tutto finito, la scrittura si alimenta della possibilità di equiparare veleno e zucchero, assaggiare come stanno le cose al di là di ogni categoria, al di là del buono e del malamente, con l'unica certezza che la rabbia espressa vale più di qualsiasi cosa e più del silenzio. Si racconta, come una leggenda, ciò che disse don Peppino Diana, il prete ucciso dalla camorra nel 1994, una volta mentre celebrava un funerale e le stesse parole furono poi di don Tonino Bello. Don Peppino era stanco di celebrare funerali in una terra che aveva il primato per morti ammazzati e morti bianche sul lavoro. Iniziò così la sua provocazione: "A me non importa sapere chi è Dio". Non è difficile immaginare il brusio delle navate di una chiesa di paese che sente pronunciare tali parole roventi: "Mi importa sapere da che parte sta". Avere una parte, essere in grado di capire ancora che natura ha un paese, in che condizioni si trova, come avvicinarlo con uno sguardo che voglia vedere, vedere per capire, per comprendere e per raccontare. Prima che sia troppo tardi, prima che tutto torni ad essere considerato normale e fisiologico, prima che non ci si accorga più di niente.
Carige, commissario e controllore la partita doppia di Scandroglio
Scelto da Scajola per l´Isvap e per la guida ligure di Forza Italia
Nuovo attacco contro la governance dell´istituto e quei consiglieri poco "autonomi"...
Blitz della Digos al Reparto Mobile. Armi sequestrate, Poliziotti indagati
In un capannone del reparto mobile di Bolzaneto c'era un arsenale clandestino: una bomba a mano, pezzi di artiglieria, munizioni. Armi da guerra, insomma, che none rientrano certo nelle dotazioni del reparto della ex "Celere". A scoprirlo sono stati i poliziotti della Digos che l'altro giorno hanno
perquisito i locali della caserma e sequestrato tutto il materiale in esecuzione del provvedimento firmato dal sostituto procuratore Francesca Nanni della Direzione distrettuale antimafia.
Con l'accusa di detenzione illegale di armi sono stati indagati due sottoufficiali di polizia, indicati come i "custodi" dell'arsenale ma non direttamente dipendenti dal reparto mobile. La vicenda, alquanto imbarazzante e sulla quale vige il massimo riserbo, potrebbe coinvolgere altri poliziotti.
Che ci facevano armi e munizioni da guerra nei locali del Reparto Mobile? L'interrogativo scivola tra ipotesi e tesi difensiva dei due sottufficiali indagati. L'arsenale illegale non sarebbe altro, sostengono i due poliziotti, che la raccolta di "souvenir" bellici collezionati durante varie missioni compiute all'estero in zone di guerra. Tesi, pare, in un certo modo attendibile ma non sufficiente a legittimare il possesso e la conservazione di tutto quel materiale nell'ambito di una struttura quale e' la sede del Reparto Mobile di Bolzaneto, all'interno del quale sorgono le palazzine degli alloggi per gli agenti, gli uffici, i garage degli automezzi, l'armeria "ufficiale" e i depositi di carburante.
Per stabilire l'origine, la fabbricazione e le potenzialita' offensiva del materiale sequestrato il sostituto procuratore Francesca Nanni ha ordinato una perizia. Ad eseguirla sara' un maresciallo dell'esercito, uno dei massimi esperti in materia. Il sottufficiale e' gia' al lavoro e presto potrebbe depositare in Procura le sue conclusioni. Ma c'e' un altro aspetto che il magistrato e gli investigatori della Digos devono ricostruire. Da quanto tempo all'interno dei locali del Reparto Mobile di Bolzaneto erano conservati illecitamente bombe, munizioni e pezzi di artiglieria? Risulta poi alquanto improbabile che solo i due sottufficiali fossero a conoscenza dell'arsenale illegale. E' piu' probabile invece che molti altri poliziotti, di vari gradi, fossero al corrente dell'esistenza di questo "deposito" voltandosi di fatto dall'altra parte. E attorno a questo aspetto dell'indagine che qualcuno a Bolzaneto rischia il coinvolgimento, piu' o meno diretto, nella vicenda. Non e' dato di sapere su quali basi e dietro quali "stimoli" la Direzione distrettuale antimafia e la Digos ad un certo punto abbiano deciso di perquisire i locali "incriminati". Si parla addirittura di una "soffiata" partita direttamente dall'interno del reparto Mobile. In realta' le prime indiscrezioni collegavano il blitz dell'altro giorno al giallo del presunto attentato contro la caserma del Reparto Mobile. L'episodio risale al 28 novembre dell'anno scorso. Quella mattina un razzo da segnalazione colpi' la palazzina che ospitava una ditta di prodotti farmaceutici. situata sulla collina di Cremeno, poco distante in linea d'aria dal deposito carburanti e dalla palazzina comando della caserma di polizia. Accertamenti e varie perizie stabilirono successivamente che non si era trattato di un attentato ma di un incidente. Il razzo, infatti, parti' direttamente dal piazzale della caserma per mano di un agente.
Un gioco che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Un gioco che pero' non ha nulla a che fare con l'arsenale scoperto da Procura e Digos e ora al centro di un'inchiesta imbarazzante.
Andrea Ferro
Chi ha ucciso la commissione Antimafia? La politica, non c'è dubbio. Doveva essere la punta di diamante del Parlamento nella lotta alla mafia, un Parlamento prudente, equilibrato, chi lo discute, però serio, credibile. E invece eccola qui, arnese senza prestigio, materia di mercanteggiamenti, addirittura più controproducente che altro. Giudizio eccessivo? Non mi pare. Perché qui la questione - sia chiaro - non è solo quella dell'indecenza simbolica, dell'affronto implicito nella presenza di pregiudicati per reati contro la pubblica amministrazione.
Dove? In una commissione che ha la funzione di rappresentare la pubblica amministrazione nella sua battaglia per la legalità. E non riguarda nemmeno solo il mistero di una stragrande maggioranza di parlamentari che ha rifiutato di fare propria la proposta bipartisan Licandro-Napoli di escludere chi è ragionevolmente ritenuto vicino ad ambienti «complici». Proposta che non aveva proprio nulla di «giudiziario» ma moltissimo di «politico» (se no che diavolo è il famoso controllo politico diverso da quello giudiziario? qualcuno lo può spiegare?). Il problema è che, come è già accaduto con la commissione Stragi, l'uso che si è fatto dell'Antimafia ne ha decretato la morte. Si può continuare con l'accanimento terapeutico, ma il malato è morto. Punto e a capo.
Proprio poche settimane fa, richiesto di intervenire nel dibattito se insistere con le cure o staccare la spina, avevo proposto di dare al parlamento l'ultima chance. Perché sono il primo a sapere quale può essere l'importanza di una buona commissione Antimafia in un paese martoriato da organizzazioni criminali di ogni genere e specie. Vogliamo mettere? Una istituzione rispettata che ha gli stessi poteri della magistratura, parlamentari formati dalla lotta politica contro il crimine o dagli studi più seri sull'argomento, l'attenzione perfino spasmodica dei media, i viaggi nelle zone più difficili per portarvi conforto a chi rischia e minaccia di sanzioni ai felloni. Certo, tutto questo può essere una commissione Antimafia. Ma questo la politica ha deciso che non sia più, rivendicando il diritto (incontestato, purtroppo) di metterci dentro chi si vuole da parte di ciascuno. Offendendo il buon senso del cittadino medio: il quale vorrebbe -pensa te che bizzarria- che la lotta alla mafia la facessero non si dice gli antimafiosi per biografia, ma almeno quelli che hanno dato prova nella vita di avere il senso delle leggi e delle istituzioni. O no? Largo invece ai pregiudicati, da Cirino Pomicino ad Alfredo Vito, nominati formalmente a quel ruolo addirittura dai presidenti delle Camere (in questo caso non essendovi infatti una nomina automatica da parte dei gruppi parlamentari di appartenenza). Insomma. L'ultima chance c'è stata. L'ultima chance è stata buttata. Non si sa se con più miopia o più cinismo.
La questione vera, dicevo, è tutt'altro che simbolica. Ma è quella, praticissima, che viene subito dopo le scelte fatte; ossia quella dei meccanismi che inevitabilmente produrrà questa prova del nove, questa dimostrazione che i partiti non hanno alcuna volontà di porre la commissione al di sopra dei sospetti. Di darle credibilità, affidabilità. Succederà questo. Succederà che un magistrato, un commissario di polizia, un ufficiale dei carabinieri, quando sarà chiamato a deporre davanti alla Commissione si chiederà che uso sarà mai fatto delle informazioni che è chiamato a dare. Resterà tutto qui in questa stanza?, si chiederà. Basterà l'accorgimento di fare secretare i passaggi più delicati? O piuttosto quello che sto dicendo sarà trasmesso a chi non lo deve sapere? Mica per complicità intenzionale, si capisce. Ma perché può spuntare un amico a chiedere piccole confidenze, un amico politico del posto, che poi a sua volta parlerà, farà sapere. O ci sarà una confidenza fatta in un ambiente frequentato da qualche infiltrato «loro». Manderò in fumo le mie indagini, il nostro lavoro?, si chiederà ancora la fonte informativa. O addirittura correrò dei rischi personali aggiuntivi spiegando in anticipo che cosa penso, in che direzione sto indagando?
Proviamo a metterci nei panni del servitore dello Stato in trincea, che già opera in ambienti in cui anche i muri hanno le orecchie. Perché dovrebbe dire tutto quello che fa a decine di sconosciuti che sa, già in partenza, che non sono passati attraverso alcun filtro morale e politico? Che «non si è voluto», anzi, che ci passassero? Ricordo una volta che, nella scorsa legislatura, partecipai a una audizione che riguardava la presenza della mafia in Emilia-Romagna. A una precisa domanda su una banca, il giovane ufficiale della Guardia di Finanza interpellato rispose «questo è segreto istruttorio».
Probabilmente non sapeva, appunto, che la commissione ha gli stessi poteri della magistratura. E francamente, sulle prime, mi sentii urtato, quasi offeso da quella risposta. Poi provai a rifletterci. Conoscesse o no i poteri della commissione, non è che per caso quell'ufficiale avesse cercato di tutelare il suo lavoro? Confesso sinceramente che se qualcuno dovesse comportarsi così di fronte all'ennesima cattiva prova della politica, io avrei difficoltà a criticarlo. E non per scarso senso delle istituzioni, ma proprio per difendere meglio il lavoro delle istituzioni, quelle che stanno in prima fila.
Ma se così è, se l'inchiesta non si può fare, che senso ha tenere in vita una commissione che già in partenza sarà priva di quell'idem sentire che solo garantisce affidabilità a organismi del genere? Non si tratta qui di trasformare in anatemi i nomi, visto che è anche possibile che Cirino Pomicino non sia poi il peggior fico del bigoncio. E nemmeno si tratta di entrare nel merito della novità (pur notevole) dei fondi limitati su cui la Commissione potrà contare questa volta. Qui si tratta di capire che non c'è più la premessa necessaria, minima e indispensabile, dell'inchiesta parlamentare. E che questa premessa viene meno non solo di fronte all'investigatore ma anche di fronte all'associazione antiracket o all'assessore che voglia fare una denuncia ufficiale. O non lo ricordiamo più Piersanti Mattarella che, da presidente della Regione Sicilia, fa le sue denunce in consiglio dei ministri con i boss che ne vengono a sapere il contenuto mezz'ora dopo? Morale: al di là delle discettazioni bizantine (i sospetti, le prerogative dei parlamentari ecc.), la commissione non c'è più. La scorsa legislatura le ha dato una mazzata mortale, la nuova legislatura le ha dato il colpo di grazia. È un grande apologo, conveniamone, della irriformabilità della politica. La quale può fare leggi migliori (questo governo le farà, a partire dalla confisca dei beni), ma mai riesce a garantire in proprio un elevato grado di credibilità dei suoi esponenti. Le soluzioni? Due proposte.
La prima è istituzionale. Si faccia finalmente, sia alla Camera sia al Senato, una commissione permanente Interni, in cui discutere e affrontare i temi della sicurezza, ben oltre i limiti tipici delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali. E lì si lavori seriamente, senza avere i poteri d'inchiesta ma con la ricchezza di informazioni che la normale attività parlamentare può comunque offrire. La seconda proposta è civile. La commissione antimafia sia fatta fuori dal parlamento da studiosi, giornalisti, esponenti di associazioni, anche esponenti politici (da Orazio Licandro ad Angela Napoli, per capirsi) che in modo sistematico -e su base volontaria- lavorino al monitoraggio del materiale esistente e su quella scorta forniscano un rapporto annuale al paese, facendo riferimento a un comune grappolo di valori e di riferimenti. Con stile istituzionale, senza nulla concedere ai sussulti di indignazione, ma anche senza nulla concedere ai «grandi elettori», alle pressioni a omettere, all'interesse a proteggere questa o quella parte politica. Un rapporto prestigioso, esattamente come avviene con i rapporti sullo stato dell'economia e dei conti pubblici o sulla qualità della vita nelle città. Il resto è finito, purtroppo. Facciamocene una ragione e andiamo avanti. Potrebbe anche nascerne qualcosa di buono.
Terremoto giudiziario L'imprenditrice Settimia Castagna parla al telefono e svela che al Comune di Parghelia si preparava una crisi
Politica e massoneria, intrigo sul Melograno
Dalle intercettazioni anche inutili tentativi per arrivare al procuratore Laudonio
di Nicola Lopreiato
Ultimati gli interrogatori di garanzia da parte del gip, i magistrati della Procura distrettuale antimafia di Salerno hanno impresso una forte accelerata all'inchiesta Dinasty 2. Da due giorni, infatti, è in atto una raffica di interrogatori da parte dei pm e degli agenti della squadra Mobile, che agiscono sotto il coordinamento del dirigente Rodolfo Ruperti. Ieri sono stati sentiti alcuni avvocati e dipendenti del Tribunale. Non solo indagati ma anche persone informate sui fatti.
Obiettivo degli investigatori è quello di fare luce su altri filoni aperti nel corso dell'inchiesta che ha visto al centro delle indagini una complessa trama di rapporti corruttivi che sarebbe stata ordita dal giudice Patrizia Pasquin, presidente della sezione civile del Tribunale. Funzionali al suo progetto anche imprenditori, avvocati, politici, e liberi professionisti nei confronti dei quali i magistrati della Distrettuale hanno chiesto e ottenuto dal gip misure restrittive.
E mentre gli interrogatori investigativi vanno avanti a ritmo serrato, dall'inchiesta, che ha provocato una vera e propria bufera giudiziaria, emergono ulteriori particolari. In primo piano sempre le intercettazioni telefoniche. Ed è proprio da un colloquio tra Settimia Castagna e Teresa Callà che emergono altri particolari. Quest'ultima "incalzata" dalla Castagna dice che in Italia esistono tantissime logge massoniche, ma che a Vibo ce ne sono 4 o 5, indipendenti l'una dall'altra, «la più grossa e la più potente è quella con avvocati e magistrati e un ingegnere di cui non ricordo il cognome...». Ed a proposito di massoneria l'amica di Settimia Castagna aggiunge che alla Procura di Catanzaro c'è «un altro massone di m... e che il sindaco di prima era massone».
Altra conversazione che è entrata a far parte dell'inchiesta riguarda la conversazione tra Settimia Castagna e la sorella Mirella. L'imprenditrice racconta di un acceso diverbio tra il sindaco di Parghelia e il geometra dell'ufficio tecnico Achille Sganga per la realizzazione di un parcheggio. A tal proposito Settimia Castagna (e siamo ad un intercettazione del 4 marzo dello scorso anno) annunciava che avrebbe cominciato a lavorare per fare cadere l'amministrazione guidata dal sindaco Vincenzo Calzona. La stessa aggiungeva nel corso del colloquio che il giudice Pasquin si stava attivando con l'avvocato Michele Accorinti a farlo passare nella Margherita. Un'operazione politica di questo tipo, secondo quanto ipotizzava la Castagna, sarebbe stata utile per fare saltare la coalizione e fare cadere il sindaco. Al punto che l'imprenditrice così commentava, riferendosi all'amministrazione comunale di Parghelia: «Ora i giochi diplomatici sono terminati, si entra in guerra» Settimia, infatti, temendo delle ripercussioni sui lavori che dovevano iniziare per la realizzazione del complesso turistico Melograno Village che doveva sorgere sul litorale di Parghelia. Il complesso, infatti, dovrebbe essere realizzato entro il 2007, se entro questo termine non dovesse essere realizzato la società dovrebbe pagare una penale del 10% sull'importo ammesso a finanziamento. Da qui una serie di timori, primo fra tutti una ipotetica inchiesta della Procura della Repubblica di Vibo Valentia sul Melograno Village e la smania di avvicinare il procuratore Alfredo Laudonio tramite un certo Rocco. Avvicinamento che viene in più occasioni sconsigliato alla Castagna perché avrebbe potuto sortire l'effetto contrario.
Settimia, da quanto emerge dalle indagini, in un colloquio con tale Rachele diceva di essere a conoscenza delle indagini della Procura di Salerno nei confronti della Pasquin ma era convinta che si trattava di indagini scaturite dalle denunce dell'avvocato Francesco Tassone dall'accanimento della Massoneria nei confronti del giudice.
22.11.2006 - Corriere Mercantile
Blitz della Digos al Reparto Mobile. Armi sequestrate, Poliziotti indagati
In un capannone del reparto mobile di Bolzaneto c'era un arsenale clandestino: una bomba a mano, pezzi di artiglieria, munizioni. Armi da guerra, insomma, che none rientrano certo nelle dotazioni del reparto della ex "Celere". A scoprirlo sono stati i poliziotti della Digos che l'altro giorno hanno
perquisito i locali della caserma e sequestrato tutto il materiale in esecuzione del provvedimento firmato dal sostituto procuratore Francesca Nanni della Direzione distrettuale antimafia.
Con l'accusa di detenzione illegale di armi sono stati indagati due sottoufficiali di polizia, indicati come i "custodi" dell'arsenale ma non direttamente dipendenti dal reparto mobile. La vicenda, alquanto imbarazzante e sulla quale vige il massimo riserbo, potrebbe coinvolgere altri poliziotti.
Che ci facevano armi e munizioni da guerra nei locali del Reparto Mobile? L'interrogativo scivola tra ipotesi e tesi difensiva dei due sottufficiali indagati. L'arsenale illegale non sarebbe altro, sostengono i due poliziotti, che la raccolta di "souvenir" bellici collezionati durante varie missioni compiute all'estero in zone di guerra. Tesi, pare, in un certo modo attendibile ma non sufficiente a legittimare il possesso e la conservazione di tutto quel materiale nell'ambito di una struttura quale e' la sede del Reparto Mobile di Bolzaneto, all'interno del quale sorgono le palazzine degli alloggi per gli agenti, gli uffici, i garage degli automezzi, l'armeria "ufficiale" e i depositi di carburante.
Per stabilire l'origine, la fabbricazione e le potenzialita' offensiva del materiale sequestrato il sostituto procuratore Francesca Nanni ha ordinato una perizia. Ad eseguirla sara' un maresciallo dell'esercito, uno dei massimi esperti in materia. Il sottufficiale e' gia' al lavoro e presto potrebbe depositare in Procura le sue conclusioni. Ma c'e' un altro aspetto che il magistrato e gli investigatori della Digos devono ricostruire. Da quanto tempo all'interno dei locali del Reparto Mobile di Bolzaneto erano conservati illecitamente bombe, munizioni e pezzi di artiglieria? Risulta poi alquanto improbabile che solo i due sottufficiali fossero a conoscenza dell'arsenale illegale. E' piu' probabile invece che molti altri poliziotti, di vari gradi, fossero al corrente dell'esistenza di questo "deposito" voltandosi di fatto dall'altra parte. E attorno a questo aspetto dell'indagine che qualcuno a Bolzaneto rischia il coinvolgimento, piu' o meno diretto, nella vicenda. Non e' dato di sapere su quali basi e dietro quali "stimoli" la Direzione distrettuale antimafia e la Digos ad un certo punto abbiano deciso di perquisire i locali "incriminati". Si parla addirittura di una "soffiata" partita direttamente dall'interno del reparto Mobile. In realta' le prime indiscrezioni collegavano il blitz dell'altro giorno al giallo del presunto attentato contro la caserma del Reparto Mobile. L'episodio risale al 28 novembre dell'anno scorso. Quella mattina un razzo da segnalazione colpi' la palazzina che ospitava una ditta di prodotti farmaceutici. situata sulla collina di Cremeno, poco distante in linea d'aria dal deposito carburanti e dalla palazzina comando della caserma di polizia. Accertamenti e varie perizie stabilirono successivamente che non si era trattato di un attentato ma di un incidente. Il razzo, infatti, parti' direttamente dal piazzale della caserma per mano di un agente.
Un gioco che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Un gioco che pero' non ha nulla a che fare con l'arsenale scoperto da Procura e Digos e ora al centro di un'inchiesta imbarazzante.
Andrea Ferro
Il prof. Austoni non è in pericolo di vita
Agguato a Milano ferito noto primario
di Fausto Parini
MILANO - È il professor Edoardo Austoni, notissimo medico, primario di urologia e andrologia all'ospedale San Giuseppe di Milano e docente universitario, l'uomo ferito ieri sera davanti alla clinica «Casa di cura privata del Policlinico» in via Dezza 48. Il medico stava uscendo lentamente in retromarcia dall'ospedale con la sua Porsche Carrera nera quando i due uomini armati gli si sono avvicinati: uno dei due ha sparato sei colpi di pistola che hanno perforato la portiera del lato guida della macchina sotto il finestrino. Il medico si è riversato sul volante, ha suonato il clacson ed è stato prima soccorso dal personale della clinica e poi trasportato in ambulanza al Policlinico. Nel frattempo uno dei malviventi si è allontanato a piedi in direzione di via del Caravaggio e l'altro su uno scooter risalendo via Dezza, sul marciapiede. Il prof. Austoni è stato trovato in un lago di sangue, per la forte emorragia provocata dalle ferite. È stato comunque confermato che non è in pericolo di vita. Austoni ha 60 anni. Specialista in urologia e in chirurgia plastica e ricostruttiva, dal giugno 2000 è professore ordinario di Urologia. Dal 1995 è direttore della Divisione di Urologia dell'Ospedale Generale San Giuseppe di Milano. Dal 1983 è Docente presso le Scuole di specializzazione in urologia, chirurgia generale e chirurgia d'urgenza e pronto soccorso dell'Università di Milano.
Guerra di cifre sulle tragedie nei cantieri. L'Inail: casi in calo
I sindacati: statistiche solo sul lavoro regolare, strage sommersa
Cento operai morti ogni mese
"Più vittime qui che a Bagdad"
Se la vittima è un immigrato, non arriva neanche in ospedale
e se anche ci arriva non risulta che stesse lavorando
di ATTILIO BOLZONI
IN TUTTO il mondo, ogni anno ne muoiono più che in guerra. E in Italia più dei marines a Bagdad. Da tre a quattro al giorno. Se ne vanno in silenzio, nell'indifferenza. Se poi sono rumeni o moldavi o magrebini, a volte non fanno neanche statistica. Li raccolgono come sacchi e li buttano. Da Milano a Palermo i caduti sul lavoro dal 2001 sono stati più di 7 mila, gli incidenti quasi 5 milioni.
E' quando comincia la settimana che il rischio è estremo, il lunedì. Verso le dieci del mattino nei campi, poco prima dell'ora di pranzo nei cantieri edili.
E' una strage che non finisce mai. Al Sud, a Roma, in Veneto e in Lombardia e in Emilia Romagna, regioni che hanno il primato delle tragedie conosciute e legalmente riconosciute. Poi ci sono le altre, le tragedie fantasma. Gli immigrati che spariscono all'improvviso, che volano giù da un'impalcatura e vengono abbandonati in una discarica oppure li lasciano lì, in agonia sotto le macerie. E' accaduto nemmeno due mesi fa davanti al mare di Licata, in provincia di Agrigento.
Sono in spaventoso aumento, secondo sindacati e organizzazioni onlus. E soprattutto per l'Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro. Sono in calo, secondo l'Inail. Nei primi tre mesi del 2006 l'istituto per le assicurazioni contro gli infortuni ha certificato che gli incidenti sono stati settemila in più rispetto all'anno scorso. A fine marzo erano già 222 mila. Ma a ottobre sarebbero scesi del 9 per cento. I dati dell'Inail parlano di "un risparmio di vite" nel quinquennio precedente, i suoi rapporti più recenti sostengono che ogni annata va sempre meglio di quella prima e che dal 2000 c'è "una tendenza complessiva al ribasso". Dati e valutazioni contestatissimi. È la "guerra dei numeri" su quei morti.
Tanti sono ragazzini. Bambini anche. Soltanto nel 2005, in Italia, sono stati 8.530 quelli che non avevano ancora 17 anni e sono rimasti vittime di una "disgrazia" sul lavoro. Dalla perdita della falange di un dito della mano sinistra all'infermità totale. La falange di un dito vale 3 mila euro l'anno di "rendita", 250 al mese. Nel linguaggio burocratico dell'Inail l'indennizzo ha proprio quel brutto nome: rendita.
I numeri raccontano tanto ma non raccontano tutto. "E noi quelli dell'Inail li critichiamo sempre perché ci lasciano stupiti, sono fluttuanti, disomogenei", accusa Sandro Giovannelli, il direttore dell'Anmil, l'Associazione mutilati e invalidi sul lavoro. Spiega: "Non ci importa di segnalare se c'è una vittima in più o in meno, sono comunque sempre tante, troppe. E non giustificano mai i toni così ottimistici dell'Inail". I dati che diffonde l'Inail non possono essere considerati "consolidati" se non passa almeno qualche mese, è questa una delle ragioni della distanza fra i suoi numeri e quelli di tutti gli altri. Una divergenza che accende furiose polemiche, anno dopo anno e report dopo report.
Per scoprire come si contano i morti e come si sfornano tabelle e grafici e si azzardano persino previsioni, venerdì scorso siamo andati in via Morgagni negli uffici della Fillea, il sindacato degli edili della Cgil. Abbiamo incrociato i dati da fonti diverse. E' stata una prova rivelatrice per il riscontro dell'andamento degli infortuni in Italia, dei processi di stima e della loro attendibilità.
Secondo l'Inail, nei primi sei mesi di quest'anno, gli incidenti sul lavoro nel settore delle costruzioni hanno subito una flessione dell'0,8 per cento. Ma alla Fillea, dove quotidianamente raccolgono le segnalazioni e le denunce di tutte le sciagure nei cantieri, al 15 novembre avevano registrato 228 incidenti mortali, 47 in più dello stesso periodo dell'anno precedente e già 37 in più di tutto il 2005. Da un meno 0,8 per cento dell'Inail a un più 26 per cento della Fillea Cgil. Due verità, due Italie.
"Quello che ci preoccupa è che le statistiche fotografano solo il lavoro regolare, quella vastissima area di sommerso nelle costruzioni arriva a punte del 50 per cento e sfugge a qualsiasi controllo", denuncia Franco Martini, il segretario generale degli edili. Uno su cinque dei 191 edili ammazzati sul lavoro nel 2005 era immigrato, i lavoratori stranieri morti quest'anno nei cantieri sono già quasi il doppio, 52. E due erano minorenni. In testa alla luttuosa classifica del settore delle costruzioni c'è la Lombardia, subito dopo il Lazio. Le cause più frequenti di morte: caduta dall'alto; travolto da gru o ruspa; crollo di una struttura; colpiti da materiale, ribaltamento di mezzo; folgorato.
Dossier e contro dossier. L'ultimo è dell'Associazione mutilati e invalidi sul lavoro: nei primi sei mesi dell'anno 583 gli incidenti mortali. "La situazione è drammatica", dice ancora il direttore dell'Anmil Sandro Giovannelli. E aggiunge: "La tutela degli infortunati è diminuita, le aziende pagano troppo e i lavoratori ricevono poco. Nel 2000, in verità, il governo di centrosinistra aveva avviato una campagna per la sicurezza sul lavoro, però poi con Berlusconi si è fermato tutto". E attacca il presidente dell'Anmil Pietro Mercandelli, che da ragazzino faceva l'idraulico e a 18 anni ha perso una parte di gamba: "E' un'ecatombe quotidiana, ci vogliono più controlli, i costi delle sicurezza non possono essere considerati costi aggiuntivi e l'Inail continua incredibilmente a ridurre il fenomeno".
Uno sterminio con morti invisibili. C'era stato il grido di dolore del presidente Giorgio Napolitano a fine giugno, quando un ragazzo messinese se n'era andato mentre stava tirando su i piloni dell'autostrada per Siracusa. Ai funerali di Antonio Veneziano c'era la corona di fiori del Quirinale, c'era un deputato della Regione siciliana che prima faceva il sindacalista e poi in chiesa solo panche vuote. Né un consigliere comunale, un rappresentante del governo, uno della Provincia. Ed era italiano Antonio.
"Degli altri spesso non sappiamo nulla, spesso non arrivano nemmeno in ospedale e quando ci arrivano non risultano vittime di incidenti sul lavoro", racconta Gino Rotella, responsabile del dipartimento del mercato del lavoro e immigrazione della Flai Cgil. Svela il sindacalista: "C'è un mondo parallelo e anche un sistema sanitario parallelo per quei disgraziati".
Chi si fa male sul lavoro ed è un irregolare, se gli va bene viene portato in un ambulatorio clandestino. Ogni gruppo etnico ha i suoi ospedali volanti e i suoi medici. E' l'altra Italia, quella che nelle tabelle non compare mai. L'Italia della vergogna. Come quella dei morti di amianto. Come quella dei morti degli stabilimenti petrolchimici.
Chi lo sa quanti sono stati e quanti sono ancora i casi di tumore in quelle 13 aree a rischio ambientale, che vanno da Porto Marghera fino a Marina di Melilli? E quante sono le industrie killer che buttano sempre i loro fumi e i loro veleni? Si fa calcolo con certezza solo per quei cadaveri ancora caldi, il lunedì mattina, il giorno più carogna sul lavoro.
Omicidio Fortugno Chiuso il controesame
Una maratona di domande per il pentito Bruno Piccolo
Ha risposto confermando tutte le accuse. Il 29 toccherà a Novella
di Paolo Toscano
Reggio Calabria - Sei ore di controesame. Per Bruno Piccollo rispondere alle domande dei difensori è stata un'autentica maratona. Lui ha confermato quanto aveva dichiarato in ordine all'omicidio Fortugno e lo ha fatto con la precisione che lo distingue. Le sue rivelazioni erano state decisive per l'arresto del presunto killer, Salvatore Ritorto, e dei complici individuati in Domenico Novella, Domenico Audino (per lui ieri la Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare) e Carmelo Dessì.
Ieri, nell'aula bunker di viale Calabria, ha ribadito ogni accusa nell'udienza che ha segnato la conclusione della prima parte dell'incidente probatorio fissato dal gip Roberto Lucisano su richiesta dei magistrati della Dda Francesco Scuderi, Marco Colamonici e Mario Andrigo. L'udienza è stata aggiornata a mercoledì 29 novembre per sentire l'altro collaboratore di giustizia del processo, Domenico Novella.
Bruno Piccolo, rispondendo alle domande dei difensori, ha trattato anche le questioni personali più delicate come l'uso sporadico di sostanze stupefacenti e alcoliche a seguito della tragica scomparsa (un incidente sul lavoro) del padre. Il pentito ha parlato dei suoi problemi di salute risalenti agli inizi degli anni Novanta quando ha dichiarato di essere stato affetto da attacchi di panico. Una condizione particolare che l'aveva costretto a ricorrere a cure specialistiche. Ha smentito di aver mai tentato il suicidio e ha spiegato un suo ricovero in ospedale per l'ingestione di farmaci per i dolori a una gamba.
L'avvocato Eugenio Minniti, difensore di Domenico Audino, ha contestato al collaboratore di giustizia la circostanza di alcune telefonate fatte a una donna residente a Locri. Secondo il legale le telefonate erano state fatte in violazione delle regole del programma di protezione. Il pubblico ministero Marco Colamonici ha replicato che le telefonate erano legittime in quanto fatte a persone prive di precedenti penali, non collaboratori di giustizia e, inoltre, fatte dopo i perentori 180 giorni dall'inizio della collaborazione.
Domande sono state rivolte a Piccolo anche dagli avvocati Mario Mazza, Giuseppe Mollica, Rosario Scarfò, Giovanni Taddei, Menotti Ferrari e Antonio Managò. I pentiti sono assistiti dagli avvocati Fioromonti e Maria Carmela Guarino. Erano presenti in aula anche gli altri difensori, gli avvocati Basilio Pitasi, Giacomo Iaria e Annunziato Alati.
In relazione all'arma utilizzata per uccidere Fortugno il pentito nella precedente udienza aveva dichiarato che si trattava di una calibro 7,65. Ieri, su domanda specifica da parte dei difensori, ha affermato che non ricordava se si trattasse di una calibro 7,65 o di una calibro 9x21, pistola questa utilizzata – come accertato in sede di indagini – per il delitto.
L'avvocato Managò, difensore di Alessandro e Giuseppe Marcianò, accusati rispettivamente di essere stati il mandante del delitto e l'autista di Salvatore Ritorto in occasione dell'omicidio, ha voluto approfondire dichiarazioni rese da Piccolo il quale sin dalle primissime dichiarazioni non aveva mai chiamato in causa il caposala dell'ospedale di Locri e suo figlio. Il pentito ha confermato quanto dichiarato ai magistrati della Dda e contenuto nei verbali che sono stati depositati agli atti del processo.
Il gip Lucisano ha chiesto al pentito di precisare alcuni passaggi delle sue dichiarazioni La regolarità delle telefonate fatte da Piccolo spiegata dal pm Colamonici


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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
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