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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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dal sito di Democrazia Legalità
Il 31 agosto scorso, naturalmente con scarso rilievo mediatico, che sarebbe stato nullo non fosse stato per le reazioni politiche prevalentemente allarmate se non decisamente indignate, è arrivata una sentenza della Cassazione che ha finalmente fissato un principio che sembrerebbe elementare in qualsiasi stato di diritto, ma che in Italia è stato orgogliosamente e metodicamente calpestato almeno dal ’92. La Cassazione ha stabilito che “accusare i magistrati di svolgere indagini politiche esula dal diritto di critica” e più precisamente che “Non sussiste l’esimente del diritto di critica allorché un magistrato venga accusato di svolgere indagini politiche, in quanto siffatta espressione…assume una portata offensiva, risolvendosi in un attacco alla sfera morale della persona”. Insomma, sostenere “l’asservimento della funzione giudiziaria ad interessi personali, partitici, politici, ideologici” esula dal diritto di critica e configura un reato che, nel caso in oggetto, quello di Vittorio Sgarbi che nel ’98 a seguito del suicidio del procuratore di Cagliari, Luigi Lombardini accusa i magistrati palermitani di aver agito per finalità politiche fino ad invocare l’arresto per Giancarlo Caselli, è quello di diffamazione aggravata.
Le due interviste del Giornale in cui erano contenuti “gli apprezzamenti” erano state rilasciate ad un intervistatore del calibro di Farina-Betulla, notoriamente impegnato sui due fronti della guerra santa: quello internazionale contro Bin Laden, spalla a spalla con Bush e con il Vaticano, e quello interno, a braccetto di Berlusconi, contro “le toghe rosse”.
Comunque il giornalista-agente segreto, consapevole del potere tentacolare e ineluttabile della magistratura e forse anche delle enormità che aveva assecondato e amplificato, ha ritenuto opportuno patteggiare la pena già da molto tempo, mentre Vittorio Sgarbi ha rivendicato l’orgoglio di “questa stelletta da martire” e ha voluto rilanciare: “la sentenza prova la politicizzazione della magistratura”. E per avvalorare l’affermazione, secondo una logica stringente molto personale, ha citato, come evidente contraddizione con quanto disposto dalla Cassazione, il caso di Francesco Pacenza, l’esponente diessino in quei giorni appena tornato in libertà, a seguito del ricorso al tribunale della libertà. Da tale episodio si dedurrebbe in modo inequivocabile che “L’azione dei magistrati calabresi è politica” e che esisterebbe un teorema secondo il quale “chi si candida in Calabria è mafioso”.
Riconsiderare a distanza di qualche mese questa serie di dichiarazioni e considerazioni sul rapporto mafia -politica ed intervento della magistratura in Calabria, è enormemente interessante alla luce di una serie di sviluppi insospettabili, con riferimento al “caso Pacenza” e non solo.
L’anniversario dell’omicidio Fortugno è stata l’occasione per verificare la situazione di stallo e assoluta continuità con quanto era emerso dalla indagine amministrativa sulla Asl.9 che evidentemente deve costituire tuttora un nervo molto scoperto, dato che può essere citata dal sottosegretario agli interni come un mezzo di conoscenza da divulgare nelle scuole ma non può essere conosciuta e divulgata liberamente.
La puntata di AnnoZero dedicata a Locri ha mostrato uno spaccato del consiglio regionale che trascende qualsiasi capacità di immaginazione: il consigliere subentrato a Fortugno e oggettivo beneficiario della sua morte, appartenente al suo stesso partito, la Margherita, che spiega come i voti qui bisogna “guadagnarseli” e cosa succede se si promette qualcosa che non si mantiene.
Ma si è anche assistito ad un vice ministro dell’interno che ha polemizzato per tutta la serata con toni alquanto concitati per sostenere, a suo dire, “la comprovata” innocenza del capogruppo diessino in consiglio regionale Franco Pacenza, in quanto il tribunale del riesame gli ha revocato gli arresti domiciliari.
Vale la pena di ricordare che quando fu arrestato, a metà agosto, per concussione e truffa ai danni della comunità europea, in quanto avrebbe fatto ottenere finanziamenti per 6 milioni e 470mila euro a due aziende fantasma, di cui risulterebbe socio, in cambio dell’assunzione di 13 persone da lui raccomandate, si verificò un’ondata di incondizionata solidarietà politica bipartisan, della quale in questi giorni si sono definiti più concretamente i contorni.
In quella circostanza, anche l’avvocato diessino Guido Calvi, difensore di Giancarlo Caselli come di alcuni protagonisti degli scandali economi finanziari dell’estate 2005, ha criticato l’appoggio incondizionato del centrosinistra calabrese a Pacenza definendolo “il segno di scarsa consapevolezza democratica”.
Venerdì 10 novembre, riportata da l’Espresso e ripresa dal Corriere, esce una conversazione molto chiarificatrice dell’interesse che la politica, almeno in Calabria, tributa alla magistratura quando si occupa di politici: è il colloquio datato 18 agosto e registrato in carcere a Cosenza, tra il detenuto Pacenza ed il visitatore Ennio Morrone, (deputato Udeur vicinissimo al ministro della Giustizia) il quale, con un gergo e uno stile da affiliato, rassicura il detenuto. “Tanto il gip sarà trasferito... Ti posso garantire che tutti gli amici…Adamuccio, Nicola [Nicola Adamo, vice presidente della giunta regionale], Rino, Spagnolo, sono tranquilli. E comunque ne esci senz’altro. Io mi devo muovere Frà.” In riferimento al giovane PM Giuseppe Cozzolino, titolare dell’inchiesta, il deputato si esprime in questi termini “Franco, Cozzolino è un ladro, Cozzolino è un bastardo. Ha trent’anni, è di Napoli, sappiamo dove se la fa”.
Il deputato Udeur in una lettera inviata al presidente della Camera precisa che “il colloquio era stato autorizzato dal Gip”, che “del trasferimento lo sapevano tutti” e soprattutto nega di aver mai pronunciato le parole chiaramente registrate “fraintese o volutamente manipolate”.
Definisce il suo comportamento “ un gesto di coraggio nei confronti di una persona estremamente provata…gesto che sto pagando anche perché ingiustamente qualcuno ha messo in mezzo il ministro della Giustizia ….Spero che il ministro mandi gli ispettori a Catanzaro e Cosenza. C’è qualcuno che tira i fili. Un magistrato che ritiene di essere superprotetto ha gettato fango sulla mia famiglia definendola ‘conventicola’…ha detto anche che avrei due procedimenti penali pendenti…solo fango. Ecco perché chiedo l’intervento degli ispettori..”. (il Giornale del 18 novembre).
Al di là della difficoltà o impossibilità ad entrare nelle dinamiche interne al tribunale di Cosenza e allo scontro in corso tra opposte fazioni, dalla relazione dell’ispettorato generale già in possesso da tempo del ministro Mastella risulta che al tribunale di Cosenza è in servizio come giudice penale Manuela Morrone, figlia proprio di Ennio Morrone, imprenditore e deputato, precedentemente assessore nella giunta regionale calabrese.
Risulta anche che il marito della dott. Morrone è il capo della squadra mobile di Cosenza. Ma dalla audizione del PM Eugenio Facciolla raccolta dagli ispettori risulta anche che la figlia del deputato Manuela Morrone sarebbe “attratta nella sfera di influenza” dell’avvocato Sergio Calabrese, difensore del padre, indagato in due procedimenti attinenti alla sua attività di amministratore. Ma non basta ancora; per definire compitamente “la conventicola” bisogna aggiungere che l’avvocato Calabrese, difensore di Ennio Morrone è “cognato della moglie del procuratore Spagnolo” ed “affine” del capo della mobile Dodaro, nonché genero di Morrone, in quanto “nipote della moglie”. Incidentalmente, Dodaro, risulta indagato a Salerno insieme al PM Vincenzo Luberto a seguito delle dichiarazioni del pentito Giorgio Cavaliere. E poi in una concatenazione pressoché infinita, riportata con puntualità da Gian Marco Chiocci sul Giornale del 13 novembre (Calabria, il dossier degli 007 fa paura al ministro Mastella) che invoglia alla lettura delle 145 pagine di relazione, emerge un difensore in comune tra i due colloquianti, collega di studio del convivente di un magistrato della seconda sezione penale del tribunale di Cosenza. Il reticolo dei rapporti, degli interessi più o meno confessabili, delle parentele, delle affinità appare tentacolare e delinea anche una serie altrettanto evidente di incompatibilità e di situazioni tutt’altro che trasparenti e difendibili, prima che censurabili in termini giuridici.
E ai piani più alti della politica quali sono stati gli effetti degli “sviluppi” del caso Pacenza?
Naturalmente è stato colto al volo il grido accorato di Ennio Morrone quando lamenta “la violazione dei suoi diritti”. Secondo il capogruppo alla camera Mauro Fabris “Lo scandalo della diffusione delle intercettazioni illegali non cessa. Ma è ancor più grave quando tale attività coinvolge dei parlamentari nell’esercizio della loro attività”. Conseguenza immediata e necessaria “approvare le norme attualmente in discussione sul tema delle intercettazioni che hanno già sollevato tanti polveroni, con danno dell’onorabilità delle persone coinvolte”. In sintesi estrema gli stralci del colloquio tra Morrone e Pacenza hanno contribuito alla rianimazione del decreto sulle intercettazioni illegali partorito in fretta e furia sull’impulso dello scandalo Telecom; e se anche come ha detto alla Camera il sottosegretario Luigi Li Gotti “i presupposti della necessità e dell’urgenza non esistono più”, il provvedimento “s’ha da fare”.
Alla fine il sì definitivo della Camera è arrivato domenica 19 novembre con 413 sì, 1 no, 142 astenuti ed il ministro della Giustizia ha garantito “Oggi i cittadini possono essere più sereni. A nessuno sarà possibile interferire in vicende personali che nulla hanno a vedere con gli elementi investigativi”.
Come ha macroscopicamente evidenziato questo ulteriore tassello della quotidianità del “fare politica” in Calabria, ma non solo, agire indisturbati nonché “quietare, sopire, tacere” è la regola aurea per garantirsi la sopravvivenza e far sprofondare quel che resta del paese.
dal blog di Beppe Grillo
Campania, Calabria e Sicilia hanno già avviato e concluso la loro secessione. La Puglia è in lista di attesa. Sono ormai governate da movimenti secessionisti con il consenso di parte della popolazione. Hanno decine di migliaia di uomini armati. Trattano, tanto per dire, la vendita di armi con l’ETA dei Paesi Baschi e con altri movimenti internazionali. Importano ed esportano merci per miliardi di euro. Comprano quote di banche e assicurazioni in tutto il mondo. Costruiscono grattacieli e città. Gestiscono i politici come dei taxi. Si fanno portare e poi pagano la corsa. Qualche volta fanno fuori anche il tassista. Controllano tutto. Territorio, economia, politica. Con discrezione e, quando serve, con le maniere forti.
Se una volta ci si chiedeva quanti ministri e deputati erano in quota alla cosiddetta criminalità organizzata, oggi questa domanda non ha più senso. Non è più criminalità, ma una forma diversa di Stato. Può non piacere, ma è così. E non ha più bisogno di farsi rappresentare da nessuno.
La Lega parlava e comiziava e al Sud facevano i fatti. Bossi deve cambiare strategia. Istituire la 'ndragheta della Madunina. La Sacra Corona delle valli bergamasche. La Camorra di San Marco. Cosa Nostra Piemunteisa. Senza referendum. Senza dare troppo nell’occhio. Si faccia dare qualche consiglio in una delle cene di Arcore. In quattro-cinque anni anche il Nord sarà criminalizzato e libero.
Un Governo centrale di coordinamento sarà comunque necessario per evitare conflitti di interessi sanguinosi. Una Cupola Parlamentare degli Stati Mafiosi d’Italia. Dei ministeri ne terrei uno solo, quello della Giustizia insieme al suo attuale inquilino. Un ministero di garanzia.
As 4, spuntano truffe connesse
di Mirella Molinaro
Si allarga sempre di piu' l' inchiesta sull' As 4 di Cosenza che indaga su un presunto buco di 2 milioni di euro. Dopo le numerose perquisizioni agli uffici di via Alimena e i sequestri di documenti contabili e dopo le perquisizioni domiciliari e gli interrogatori, le fiamme gialle, sempre su delega della procura della Repubblica di Cosenza, pare abbiano ritrovato altri documenti scottanti che potrebbero portare l’inchiesta anche su altri fronti.
Tutto era nato a seguito di un’inchiesta interna disposta dal direttore generale dell’As di Cosenza, Battista Aquino, che avrebbe scoperto le false fatture in un tiretto della scrivania di un ragioniere deceduto ad agosto.
Ma come mai le 42 ricevute sono finite nella scrivania del ragioniere deceduto? Chi le aveva nascoste? Questi documenti attesterebbero alcune forniture mai ricevute in realtà dall’As che invece ha già pagato i 2 milioni di euro alla ditta “Centro ortopedico meridionale” di Carmelo Colonna, su cui si sta indagando, insieme ad un funzionario dell’As. Aquino ha presentato l’esposto-denuncia agli uffici della procura di Cosenza che dato via all’inchiesta condotta dal pm Anastasio e dalla guardia di finanza. Pare che, però, durante queste prime attività investigative che hanno portato ai primi avvisi di garanzia, siano venuti fuori altri documenti che potrebbero riguardare altre truffe milionarie connesse, ai danni dei contribuenti. Sono stati controllati anche i conti correnti bancari dell’As presso la Bnl. Ma solo col prosieguo delle indagini si potranno comprendere i contorni della vicenda e a quanto ammonta il buco reale complessivo all’As 4.
La Cassazione giudica credibili i pentiti Bruno e Novella
20/11 Dalla Cassazione arriva la 'patente di credibilita'' per i due collaboratori di giustizia (Domenico Novella e Bruno Piccolo) che, con le loro dichiarazioni, hanno portato ai primi arresti nell'inchiesta sull'omicidio del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno. A piu' di un anno dal delitto - avvenuto a Locri il 16 ottobre 2005 - la Suprema Corte (sentenza 38052 depositata oggi, relativa alla conferma dell'arresto di Domenico Audino, presunto basista) sottolinea che, anche se ancora manca una "causale certa" sul movente, cio' non impedisce che un "grave quadro indiziario", come quello emerso, possa consentire la "qualificata probabilita' di attribuzione del reato" nei confronti degli indagati. In particolare la Cassazione ha respinto il ricorso di Audino contro l'ordinanza con la quale il Tribunale della Liberta' di Reggio Calabria, lo scorso 14 aprile, ne aveva confermato l'arresto disposto dal gip il 20 marzo 2006. Audino aveva messo in discussione, soprattutto, l'attendibilita' del Piccolo (che ha una personalita' borderline e ha parlato agli inquirenti solo sulla base di un racconto fattogli 'de relato' da Carmelo Dessi') e gli scostamenti dalla versione fornita da Novella (capo di una associazione per delinquere "diretta emanazione della cosca Cordi') sulle circostanze dell'omicidio. Alle obiezioni difensive, la Cassazione ha replicato affermando che i giudici di merito hanno "valorizzato specifici elementi (quali le circostanziate dichiarazioni dei due collaboratori, le intercettazioni telefoniche, i tabulati, gli accertamenti di polizia), apprezzandone correttamente la loro rilevanza ed operando un logico collegamento tra gli stessi". Quanto alla credibilita', la Suprema Corte dice che "il Tribunale, pur tenendo conto del disturbo di personalita' del Piccolo, ha adeguatamente e esaurientemente motivato sul punto, ancorando il proprio giudizio a criteri pienamente condivisibili, quali la personalita', la coerenza e la spontaneita' dei loro racconti, chiarendo che gli stessi (in particolare Novella per la sua posizione di preminenza) avevano diretta conoscenza delle persone e dei fatti riguardanti l'associazione criminale". Nessun accenno e' riportato - nella sentenza della Cassazione - ad Alessandro (55 anni) e Giuseppe (29 anni) Marciano', padre e figlio, indicati da Novella, durante le indagini, come mandante e autista del delitto. In base alle dichiarazioni di Piccolo - riportate dalla sentenza - il gruppo malavitoso facente capo a Novella era composto oltre che da loro due, da Audino, Salvatore Ritorto (presunto killer) e Carmelo Dessi'. Piccolo disse di aver saputo da Dessi' che Ritorto aveva sparato e che Audino guidava. In base alle dichiarazioni di Novella - riportate da Piazza Cavour - il gruppo da lui capeggiato era costituito da Audino, Ritorto, due Dessi', Crisalli, Scali e Piccolo; l'omicidio fu commesso da Ritorto, e Audino non vi partecipo' e prese parte solo ad appostamenti sotto casa della vittima e al furto della macchina usata per l'agguato.
Piccolo fu esonerato dalla leva per problemi psichici
20/11 Bruno Piccolo, uno dei due collaboratori di giustizia dell'inchiesta sull'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, e' stato esonerato dal servizio militare per problemi psichici. La circostanza e' emersa nel corso del controesame cui Piccolo e' stato sottoposto oggi dai difensori degli indagati in sede di incidente probatorio davanti al Gip distrettuale di Reggio Calabria. Nel corso dell'interrogatorio, i difensori hanno esibito la documentazione dell'esonero e lo stesso Piccolo, rispondendo ad una domanda dell'avv. Rosario Scarfo', difensore di Salvatore Ritorto, il giovane accusato di essere l'autore materiale del delitto, ha ammesso la circostanza e l'uso di sostanze stupefacenti ed alcool. Rispondendo alla domande del collegio di difesa, Piccolo, che e' sottoposto ad un programma speciale di protezione, ha anche ammesso di avere avuto colloqui telefonici con persone diverse dai suoi familiari. Per quanto riguarda l'omicidio Fortugno, il collaboratore avrebbe ribadito che ad accompagnare Ritorto sul luogo del delitto, fu Domenico Audino, senza fare riferimento, come aveva fatto in un interrogatorio nei mesi scorsi, alla presenza in auto anche di Giuseppe Marciano', figlio di Alessandro, il caposala dell'ospedale di Locri accusato di essere il mandante del delitto. Piccolo ha poi modificato alcune sue precedenti affermazioni, sostenendo, rispondendo alle domande dell'avv. Eugenio Minniti, difensore di Audino, che quest'ultimo non accompagno' Ritorto nei suoi sopralluoghi sotto l'abitazione di Fortugno, posta nella piazza del Tribunale di Locri; quindi ha affermato di avere saputo le notizie sul delitto da Domenico Novella, l'altro collaboratore di giustizia. Quest'ultimo sara' sentito mercoledi' prossimo, sempre in sede di incidente probatorio. Per primo rispondera' alle domande dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, quindi sosterra' il controesame dei legali della difesa.
I cadaveri carbonizzati di due uomini ritrovati nel catanzarese. Uno dei due era un latitante. Si tratta di un omicidio mafioso. Indagini alla DDA
20/11 Aveva scelto una zona isolata circondata dai boschi della Presila catanzarese per nascondersi Massimiliano Falcone, il latitante di 32 anni di Roccelletta di Borgia, che non e' riuscito pero' a sfuggire ai killer che lo hanno raggiunto e ucciso assieme al cugino Davide Iannoccari, di 24, di Catanzaro. I due sono stati prima raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco, molto probabilmente una pistola semiautomatica come testimoniato dai fori d' entrata dei proiettili, e poi dati alle fiamme lungo un viottolo adiacente alla strada provinciale che da Catanzaro conduce nell' altopiano silano, in territorio del comune di Sorbo San Basile. A scoprire i due cadaveri sono stati, nella mattinata di oggi, alcuni operai idraulico forestali impegnati in un cantiere della zona. Sono stati loro a dare l' allarme ai carabinieri del Reparto operativo del comando provinciale di Catanzaro che sono immediatamente giunti sul posto ed hanno effettuato i primi rilievi. L' inchiesta, affidata in un primo tempo al magistrato di turno Andreana Ambrosini, e' stata assegnata al sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo calabrese, Mariacarla Sacco. All' identita' dei due uccisi - a cui si e' arrivati con una certa difficolta' per il fatto che i lineamenti erano stati sfigurati dalle fiamme secondo un rituale tipicamente mafioso - si e' giunti grazie al ritrovamento di alcuni oggetti in oro e ad alcuni documenti che portavano addosso. Ulteriori particolari sulle modalita' del delitto, potranno emergere dagli esiti dell' esame autoptico che verra' eseguito nei prossimi giorni. Ricercato da tempo per un tentato omicidio Falcone, ritenuto esponente non di secondo piano della criminalita' del catanzarese e legato alle cosche della fascia ionica, si ritiene si nascondesse nella zona di montagna dove con tutta probabilita', per tutto il periodo della sua latitanza, era assistito dal cugino, anche lui con qualche precedente ma non di grande peso. La latitanza di Falcone, destinatario di un provvedimento di sorveglianza speciale, si protraeva ormai da diversi anni. L' uomo era stato arrestato per un duplice tentato omicidio avvenuto il 24 luglio del 2000 nella zona di San Floro.
Le vittime conoscevano gli assassini
20/11 Sono stati trovati lungo un viottolo che dalla strada provinciale per la Sila conduce in un bosco i due cadaveri carbonizzati scoperti stamattina da alcuni operai idraulico forestali in una zona isolata del comune di Sorbo San Basile. Sui cadaveri sono stati rilevati alcuni fori di entrata di proiettili di calibro non ancora accertato. Nelle vicinanze del luogo del delitto non è stata trovata alcuna automobile. L'ipotesi che viene presa in considerazione dagli investigatori è che i due sconosciuti conoscessero le persone che li hanno uccisi perché sono arrivati insieme a loro sul posto in cui è accaduto il duplice omicidio.
Indagine assegnata alla DDA di Catanzaro
20/11 E' stata assegnata alla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro l' indagine sul duplice omicidio di Sorbo San Basile. Ad occuparsi dell' inchiesta sara' il sostituto procuratore Mariacarla Sacco. Secondo quanto emerso dalle prime indagini il latitante Massimiliano Falcone, che aveva 32 anni, era originario di Roccelletta di Borgia, mentre Iannoccari aveva 24 anni ed era di Catanzaro. I due erano cugini. Gli inquirenti non escludono che Falcone si nascondesse nella zona dove e' stato raggiunto dagli assassini assieme a Iannoccari che potrebbe avere assistito il parente in questo periodo di latitanza. Secondo le risultanze dei primi rilievi, e a giudicare dai fori sui cadaveri, a sparare contro i due potrebbe essere stata una pistola semiautomatica.
La famosa cena con Prodi. Che molla a Roma la Finanziaria cangiante ad ogni stormir d’Ulivo pur di fiondarsi ad Alessandria per festeggiare l’anniversario di un imprenditore. Il suo quarantennale da quando iniziò con uno scassato furgoncino di rifiuti. Un gesto di amicizia e non di omaggio al più potente costruttore di infrastrutture d’Italia e non solo, sovrano di grandi opere, dal ponte di Messina al Terzo valico ligure piemontese, dalla diga Mose di Venezia al TAV in Valle di Susa eccetera. Marcellino Gavio, premio Attila 2005.
Alla cena Gavio ha invitato Claudio Burlando, Mercedes Bresso, Alessandro Fagioli, Fabrizio Palenzona, cioè governatori e finanzieri, nonché una ventina di parenti poveri presidenti sindaci e onorevoli (Luigi Merlo, Paolo Filippi, Daniele Borioli, Mario Lovelli, Mara Scagni ecc.), nessuno in veste di amico d’infanzia ma lì per la stessa ragione. Tutti politici del centrosinistra. Senza che quelli del centrodestra si offendano perché riconoscono che Gavio non è un settario ma da sempre bipartisan, con un occhio di riguardo ai governanti di turno. Anche la sinistra detta radicale è assente, abituata ad astenersi.
Sono lì perché hanno un sogno in comune, “a dream”, una missione comune. Raccogliere fondi. Di beneficenza? No… Cioè, sì… In un certo qual modo… Insomma, fondi per il Terzo valico ferroviario.
La cena, un menù da sogno, “a dream”, è nel posto più “in” di Alessandria, un complesso alberghiero gigantesco, blindato, salone riservato a Gavio Prodi e soci, le altre sale vuote, clienti alla porta, ma con quello che costa nessuna perdita economica, anzi. Eppoi, tra forze dell’ordine, tirapiedi, guardaspalle, scorte, giornalisti, portaborse e assimilabili, l’albergo è pieno zeppo lo stesso.
Non sono lì in degustazione ma per raccogliere fondi per il Terzo valico, seduti attorno a Prodi, a distanza inversamente proporzionale al proprio peso politico. Tipo Cremlino.
Ecco che, appena dopo gli antipasti (mezzora solo per descriverli), l’agnolotto si impianta nel gargarozzo dei raccoglitori.
Prodi, al secondo bicchiere di Cortese di Gavi doc e al primo sorso di Barbera del Monferrato doc, risponde alle sollecitazioni: il Terzo valico non si può fare.
Come no? Perchè la Provincia ha fatto oggi la tavola rotonda? Che fine fa il retroporto di Gavio a Rivalta Scrivia, tutti quei miliardi? E come fanno i camion delle ditte della Federtrasporti di Palenzona? (Palenzona è l’unico che continua a mangiare tranquillo n.d.r.). E le cooperative rosse? Il progresso non può fermarsi per qualche acquedotto distrutto o per qualche tonnellata di amianto nelle discariche. Gaffe di Borioli: anzi miglioriamo lo smog eliminando i camion dalle autostrade. Sibilo di Gavio: ma chi l’ha invitato quello lì. Dobbiamo stare sul mercato. Ci invaderanno di importazioni. La Cina è vicina. Sei rimasto al ’68? I cinesi amano le lanterne rosse (l’ho visto in un film) e Genova -se ghe pensu- ha la Lanterna: la preferiranno al canale di Panama raddoppiato. Dobbiamo collegare Pechino a Rotterdam con i treni, pardon, con i camion.
Sorbole. Smettetela di parlare tutti assieme. Dice Prodi. Non ci sono soldi. L’ha detto anche Di Pietro. Non continuate tutti a chiedermi soldi, pazzi di italiani. Eppoi l’ha detto anche l’amministratore delegato delle ferrovie.
A dirla tutta Mauro Moretti ha detto anche che il Terzo valico è un’opera inutile, quando invece le linee ferroviarie già esistenti sull’Appennino costano poco.
Non so neanche chi sia ‘sto Moretto, non l’ho nominato io. Utile o inutile a me interessa poco (se posso fare un favore all’amico Gavio, volentieri) ma se i soldi non ci sono, non ci sono. Padoa Schioppa è già nella merda. Berlusconi s’è mangiato tutto. Il governo non può tirar fuori tutti quei miliardi.
Ci sono i soldi della Comunità europea. Aumentiamo i pedaggi autostradali, non solo la tassa di soggiorno. E se aumentassimo anche i biglietti ferroviari?
Aggiudicato. Ma i soldi non bastano.
Un po’ ce li cerchiamo noi. I privati non scuciono una lira. Ma le banche sanno essere filantrope. Cosa ci sta a fare sennò Palenzona (tranquillo sulla gallina con le castagne n.d.r) che ha un piede dappertutto. A credito, un po’ di debiti, qualcuno li pagherà. Recuperiamo i cinque anni persi da Berlusconi. Cominciamo a spendere: anche se l’opera non sarà terminata in trenta anni, chissenefrega. Riduciamo i costi iniziali: andiamo avanti per lotti funzionali, invece di due canne facciamo una canna sola…
Di queste cose si occupa la Turco col suo disegno di legge, fatevi quante canne volete ma non durante la cena.
Canna per dire tunnel… Ma alla sicurezza non ci pensi? Allora sostituiamo il Terzo valico con un tunnel tipo nastro trasportatore da Voltri a Lerma. Ma no, costa troppo poco, semmai si fanno entrambi. Prioritario è il terzo valico, incentiva anche il turismo: come propongono i liguri. Ma cazzo dici, carichiamo i turisti sui carri merci? Visto come si viaggia attualmente, fa poca differenza. Questo qui vuole tornare alla panzana dell’alta velocità che consente a migliaia di genovesi di andare alla Scala di Milano e ad altrettanti milanesi al Carlo Felice di Genova. Ci hanno riso dietro tutti. Ora siamo passati dal trasporto alta velocità passeggeri al trasporto merci ad alta capacità: dal TAV al TAC. Mi sono distratto, chi deve fare la TAC? Uhm, a proposito, devo prenotare la mammografia.
Sorbole. Non si capisce più niente.
Premio Attila 2006, interviene Palenzona (che ha già anticipato tutti sui dolci): a parte le cazzate che ho sentito, il Terzo valico lo realizziamo con i soldi che le banche (Unicredit e Carige) danno ai privati, che diventano gestori e titolari delle concessioni per un lungo periodo. Lo Stato ripaga le banche attraverso le tasse sulle merci e in più rimane proprietario dell’opera che gli resta (sul groppone piena di debiti n.d.r) alla scadenza delle concessioni.
Vabbè, dice Prodi, non mi tiro mai indietro. Non sono qui a rovinare la festa a Gavio. Diciamo che il Terzo valico è da fare (anche se non ho capito bene di cosa si tratta) ma non subito.
Tutti contenti sono passati ai piatti avanzati (ottima, a detta di tutti, la gallina alle castagne), brindisi e sghignazzata finale.
Alla quale non ha partecipato Mario Lovelli, deputato DS, che era al telefonino: sì pronto, sì, vota pure per me sulla finanziaria, sennò andiamo sotto, ho lasciato la mia scheda sullo scranno della Camera. Vuoi farmi perdere il gettone di presenza? Hai già votato per sette volte? Vota per l’ottava. Fai pure come fossi presente, Fai come gli altri. Io qua mi sto divertendo un mondo. Faccio gli interessi dei miei elettori. Cos’hai da ridere? Scusa, ti devo lasciare perché c’è un altro brindisi.
A Lovelli i concittadini attribuiranno il dono dell’ubiquità: d’altronde come sindaco di Novi Ligure…si era sempre fatto in due.
Con tanti abbracci finisce la cena, formalmente offerta da Gavio, in realtà dai contribuenti europei, soprattutto dai lavoratori italiani che il giorno dopo scioperavano contro lo scippo della liquidazione (TFR) destinato alle Grandi opere.
Bovalino Martedì a partire dalle 18.30
Una fiaccolata per dare voce alla sete di giustizia
Vettrice, Carbone, Congiusta: la Locride che non si rassegna
Giuseppe Pipicella
BOVALINO - Alla grande fiaccolata di martedì sera organizzata dal Comitato interprovinciale per il diritto alla sicurezza, Civica amministrazione, parrocchie di Bovalino e Centro "Don Puglisi" di Bosco Sant'Ippolito, per chiedere verità e giustizia per Renato Vettrice e per tante altre vittime della sopraffazione criminale nella Locride, parteciperanno quasi tutti i Comuni della Locride con il proprio gonfalone, le scuole e le varie associazioni di volontariato che operano sul territorio.
Sono stati proprio i sindaci dei vari comuni del comprensorio, infatti, ad assicurare al presidente del Cids Demetrio Costantino e al sindaco Francesco Zappavigna, la loro partecipazione alla fiaccolata di martedì che partirà alle ore 18,30, da piazza Beato Camillo Costanzo per snodarsi attraverso corso Umberto I, via La Cava e corso Garibaldi e ritornare, poi, al punto di partenza davanti al palazzo municipale dove ci saranno gli interventi del primo cittadino, delle varie autorità presenti e dello stesso Demetrio Costantino.
Assieme ai familiari di Renato Vettrice, l'operaio bovalinese scomparso nel nulla, a conclusione del proprio turno di lavoro in una azienda agricola di Sant'Ilario dello Ionio, il 13 agosto dello scorso anno, ci saranno anche i familiari di Massimiliano Carbone, il giovane assassinato a Locri nel mese di settembre di due anni orsono mentre rientrava a casa dopo una partita di calcetto, quelli di Giancarlo Congiusta ucciso a Siderno nel mese di maggio del 2005, e quelli di altre vittime in attesa giustizia.
Un appuntamento, quello di martedì sera, di grandissima importanza per una comunità che in passato ha dovuto sopportare pesantemente sulla propria pelle la violenta prepotenza mafiosa che ha causato, qualche morto ammazzato e tantissimi sequestri ai fini estorsivi. Uno di questi, quello del fotografo Lollò Cartisano, si è concluso tragicamente con la morte del sequestrato.
E proprio nei giorni scorsi la moglie di Lollò, signora Mimma, è stata ricevuta al Quirinale, assieme a don Ciotti dell'associazione Libera, dal Presidente della Repubblica Giorgio napolitano.
Non resta che sperare che la fiaccolata di martedì sera possa essere «un piccolo contributo per risvegliare le coscienze e a spingere chi sa a parlare», come ha auspicato, in occasione della conferenza stampa dei giorni scorsi, suor Carolina, la direttrice del Centro don Puglisi di Bosco Sant'Ippolito, il luogo di residenza di Renato Vettrice.
Cosenza I trafficanti albanesi alleati della 'ndrangheta e delle cosche malavitose di nomadi nella gestione del mercato clandestino di droga e armi
Narcos e boss soci in affari nella Sibaritide
La prostituzione extracomunitaria rappresenta il settore produttivo in espansione della criminalità
Arcangelo Badolati
Cosenza - Un esplosivo laboratorio criminale. Abitato da trafficanti di droga internazionali, spietati killer e boss della criminalità organizzata. Nella Sibaritide s'incrociano gl'interessi di tre diverse organizzazioni delinquenziali: i gruppi albanesi, quelli nomadi e la 'ndrangheta tradizionale. In nessun'altra zona della Penisola esiste un fenomeno tanto allarmante e pericoloso. L'inchiesta "Harem" – appena conclusa dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – offre uno spaccato inquietante confermando l'esistenza di legami tra le diverse consorterie basati sullo smercio degli stupefacenti, il traffico di armi e la prostituzione.
I carabinieri del Ros hanno individuato quattro cosche entrate per lungo tempo in affari fra loro: una sarebbe riconducibile a Naim Ahmed, tunisino d'origine ma con base logistico-operativa a Corigliano; la seconda guidata dall'albanese Dritan Negollari, con interessi nell'Alto Ionio cosentino e in tutta Italia; la terza riferibile a Gaetano Barilari, crotonese, in costante accordo con i narcotrafficanti schipetari; e la quarta dominata da Antonio Camon, stabilmente operante nelle province di Brindisi e Bologna. Tutte e quattro i sodalizi mantenevano rapporti con le cosche della 'ndrangheta e della criminalità nomade.
Dalle intercettazioni eseguite dai carabinieri sono emersi particolari anche sull'uccisione di un ventitreenne albanese, Doruian Bena, avvenuta il 12 maggio del 2002, nel villaggio schipetaro di Ibc. Nei colloqui registrati uno degli interlocutori comunica al "compare" che si trova in Italia che «Bena è stato messo a terra». Ma non basta: sempre grazie alle intercettazioni proprio a Rossano sono stati sequestrati 40 chilogrammi di marijuana, mentre a Bari, nel vano motore di un'autovettura diretta in Calabria, è stata scoperta una pistola calibro 9 per 21 "Glock". A Fasano, invece, su una scogliera sono stati infine ritrovati cinque kalashnikov e 200 chili di "erba" destinati al Cosentino.
«Dai porti di Valona e Durazzo – spiega il procuratore aggiunto antimafia Mario Spagnuolo – partivano barconi carichi di donne destinate al meretricio e, al loro seguito, gommoni gonfi di armi e droga. In caso di controlli, i trafficanti non esitavano a sacrificare l'equipaggio di disperati che navigava sul barcone, spedendolo a speronare le motovedette della Finanza o della Guardia costiera italiana. In tal modo consentivano ai gommoni di proseguire indisturbati sino alle coste pugliesi. E' questo l'aspetto più drammatico emerso dall'inchiesta». Il Cosentino era divenuto il centro d'interesse geografico dei malavitosi d'Oltreadriatico. «Più gruppi criminali albanesi – spiega il procuratore Spagnuolo – aveva proprio terminali in provincia di Cosenza che interagivano con le cosche locali».
Oltre agli stupefacenti ed ai kalashnikov era il lenocinio una delle attività impiantate dagli albanesi nel Cosentino col "permesso" delle altre consorterie. «Le donne venivano reclutate – chiarisce Spagnuolo – in Moldavia, Bulgaria e Romania. Una volta finite nelle grinfie dei malavitosi subivano stupri e violenze d'ogni genere, con il risultato finale di essere piegate ai voleri degli schiavisti che le trasferivano successivamente in Italia costringendole a prostituirsi». Scovare i malavitosi nella loro terra d'origine non è stato però facile per la Dda di Catanzaro. «Abbiamo avviato una intensa cooperazione internazionale – chiarisce il procuratore Spagnuolo – spedendo in Albania gli uomini del Ros e un nostro magistrato, Salvatore Curcio. Con quella nazione non esiste un trattato di estradizione e, pertanto, i magistrati locali hanno avviato una inchiesta parallela alla nostra contro 25 sospettati, di cui hanno successivamente chiesto e ottenuto l'arresto. L'indagine "Harem" – continua Mario Spagnuolo – ha fatto emergere sinergie criminali tra 'ndrangheta, albanesi e nomadi. Molti dei fucili mitragliatori utilizzati per assaltare furgoni blindati hanno, infatti, provenienza schipetara. E il dato deve far riflettere». Con i kalashnikov rubati negli arsenali dell'ex esercito di Henver Hoxa sono stati pure "firmati" efferati omicidi compiuti a Corigliano e Cassano tra il 2000 e il 2003. Le perizie balistiche compiute non lasciano spazio a dubbi.
Zoom
Gli affariche i narcos d'Albania condividono con i boss delle cosche della 'ndrangheta e della criminalità nomade sono diversi: droga, armi e prostituzione extracomunitaria. Sinergie che emergono dall'inchiesta della Dda di Catanzaro "Harem". Un business di milioni di euro.
I kalashnikovalbanesi sono stati utilizzati per eseguire decine di omicidi nel corso dell'ultima guerra di mafia combattuta da estremo all'altro del Cosentino. Le armi sarebbero state scambiate con partite di droga.
La prostituzioneextracomunitaria è il nuovo filone produttivo utilizzato dalla criminalità straniera, gestito col consenso dei clan. Le donne arrivano clandestinamente nella Sibaritide e vengono immediatamente "arruolate" nelle piazzole di sosta delle Statali che tagliano la Piana: la "534" e "106 Jonica".
19.11.2006 - Gazzetta del Sud
L'APPROFONDIMENTO
Stragi firmate col piombo dei fucili
provenienti dal "Paese delle Aquile"
Giovanni Pastore
Cosenza - Sentenze di morte firmate col piombo albanese. Omicidi di 'ndrangheta eseguiti a colpi di kalashnikov. I nuovi assetti criminali nell'"Impero del male" della Sibaritide ridisegnati attraverso un lungo rosario di sangue. Un feroce scontro che produce lutti e semina il terrore. Epifania del 1999: inizia la mattanza. Al calar della sera, in via Timpone Rosso di Lauropoli, le potenti bocche da fuoco azionate da spietati killer scatenano l'inferno e lasciano sull'asfalto i corpi di Giuseppe Cristaldi e Biagio Nucerito. I due furono sorpresi dal commando a bordo d'una Fiat Uno guidata da Nucerito.
Passano sei mesi e i kalashnikov tornano a sparare. È il primo luglio quando i sicari utilizzano i fucili mitragliatori provenienti dal Paese delle Aquile per giustiziare il trentenne Giovambattista Atene, in un agguato tesogli nei tornanti della lingua d'asfalto che collega Lauropoli a Sibari.
Le stragi di 'ndrangheta proseguono per un anno a colpi di revolver (armi utilizzate per i delitti di Antonio Sassone, a Terranova da Sibari, e per Tony Viola, a Castrovillari), prima che le cosche ritornino ai kalashnikov. Armi che gli assassini impiegano il 16 maggio del 2001, in contrada Prainetta di Doria, per eliminare Vincenzo Bloise. Sei mesi più tardi, il 24 novembre, Con Saverio Albamonte, in contrada "Fabrizio" di Corigliano, a due passi dal mare, trova la morte una giovane polacca che era in compagnia dell'obiettivo dei killer: Katarzina Pacholak. Un duplice delitto firmato ancora dai mitragliatori sovietici. E, ad aprile dell'anno successivo, i fucili arrivati clandestinamente dall'Albania vengono utilizzati per uccidere Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana inteso come "Qua Qua". Una esecuzione eclatante, avvenuta sulla Statale 106 Jonica. Le ultime vittime dei kalashnikov sono Vincenzo Salerno (ucciso nell'ottobre del 2002, a Doria), Sergio Benedetto e Fioravante Madio (caduti in un agguato a Lauropoli, nel giugno del 2003).


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CHE HA
RESISTITO
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'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
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Tra sinistra,
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
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dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
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