
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
INCHIESTA
I legami di Coppola con il consulente dei Piromalli
di Claudio Gatti
Non c'è dubbio che Danilo Coppola, co-protagonista delle recenti scalate ad AntonVeneta e Bnl e azionista al 4% di Mediobanca, creda nella diversificazione.
Di immagine oltre che di business. E quella di prendere le distanze dal proprio passato sembra tratto distintivo di molti cosiddetti immobiliaristi. Ci ha provato per primo Stefano Ricucci, l'ex odontotecnico di Zagarolo. Ma è finita come tutti sappiamo. Danilo Coppola, ex borgataro di Finocchio, la periferia sudest di Roma, spera ancora di farcela. Ma la sua è una corsa contro il tempo, perché ha sul collo il fiato degli inquirenti. Che dopo aver scoperto passaggi societari che lo collegano con individui legati alla Banda della Magliana, stanno ora esaminando i suoi rapporti con personaggi in contatto con esponenti della 'ndrangheta. «Il Sole-24 Ore» è infatti in grado di rivelare che Coppola è oggi nel mirino degli inquirenti per i suoi affari con un professionista di Palmi emerso in più indagini come commercialista di fiducia del clan Piromalli.
L'ascesa di Danilo Coppola è stata tanto rapida quanto inspiegabile. Partito da una borgata romana, si è improvvisamente affermato come finanziere d'alto bordo, fino ad arrivare a soli 38 anni a gestire un gruppo che dichiara 2.378 milioni di beni immobiliari e 1.122 milioni di beni finanziari.
Ma come ha fatto? E soprattutto, sull'aiuto di chi ha potuto contare per arrivare dove è arrivato? In un'inchiesta durata circa sei mesi e pubblicata in più parti (la prima è del 18 dicembre scorso), «Il Sole-24 Ore» ha cercato di rispondere a queste domande.
Finora si era saputo solo che Coppola opera servendosi di una rete di parenti (in primis sua madre Francesca Garofalo e sua moglie Silvia Necci) e di collaboratori (tra i quali spiccano Andrea Raccis, Ernesto Cannone, Fabrizio Spiriti e Giancarlo Tumino), tutti privi di esperienze precedenti nel mondo degli affari. Come ha scritto il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza in un suo rapporto: «Èragionevole pensare che Coppola Danilo abbia inteso costituire un'ampia rete di società... tali società risultano amministrate da persone sui cui documenti d'identità appare un'attività o non dichiarata, o estranea o comunque difficilmente compatibile con l'amministrazione di società (es. insegnanti, studenti, disoccupati, baristi etc). E ciò fa pensare che tali soggetti si prestino ad agire per conto di terzi».
Nel giro di persone con cui fa affari Coppola, che la Guardia di Finanza ritiene popolato da prestanomi, spicca un uomo che ha invece una lunga storia professionale: Roberto Repaci, presidente dell'ordine dei commercialisti di Palmi, provincia di Reggio Calabria. Il fatto è significativo perchè una decina di anni fa il nome di Repaci è emerso in più di un'indagine. Era stato infatti indicato come commercialista del clan dei Piromalli, una delle più potenti cosche della 'ndrangheta.
Fu una società di proprietà di Repaci, la Serin Srl , a introdurre Coppola alla fiduciaria della Bnl, Servizio Italia società fiduciaria e di servizi. Lo dimostra un fax di presentazione inviato alla Servizio Italia. Quel fax è stato trovato nel fascicolo di un'altra Srl registrata a Roma, l'Immobilbi, oggi al centro dell'attenzione degli inquirenti.
L'Immobilbi Srl fu costituita il 19 luglio 2001 dallo stesso Repaci (che ne possiede il 3%) con un socio che si era servito dello schermo della Servizio Italia per detenerne il 97%. La sede era all'epoca al numero 6 di Via Boezio, nel quartiere Prati, lo stesso indirizzo della succursale romana della Serin.
Dal fascicolo della Immobilbi depositato presso la Servizio Italia risulta che a partire dal 30 maggio del 2002 il titolare della pratica fiduciaria - e quindi socio di Repaci in Immobilbi con il 97% delle azioni - è Silvia Necci, moglie di Danilo Coppola. Il successivo 16 luglio, a prendere il timone della Srl è Giancarlo Tumino, braccio destro dell'immobiliarista di Finocchio.
«Èmolto semplice: in occasione dell'acquisto di un appartamento nel centro di Roma, ho acquisito una società precostituita da un commercialista», spiega in un'intervista telefonica Danilo Coppola, che nega di avere alcun rapporto di affari con Repaci. «Il dottor Repaci io l'ho visto nella mia vita due volte. O tre», dice.
Ma allora perché Repaci risulta tuttora suo socio, in quanto detentore del 3% della Immobilbi?
«Abbiamo comprato il 97% dalla fiduciaria ed evidentemente abbiamo lasciato al commercialista quel 3%, che doveva probabilmente anche passare di mano... Ma è solo il 3%», spiega Coppola.
L'Immobilbi potrebbe però non essere l'unica società che potrebbe vedere insieme, seppure indirettamente, Coppola e Repaci. Altra società di interesse per gli inquirenti è la Safimmobiliare , Srl costituita a Roma il 19 luglio 2001 (stessa data della Immobilbi). Anche questa ha inizialmente la stessa formula societaria, con Repaci al 3% e la Servizio Italia al 97%. Poco tempo dopo, quel 97% viene trasferito in gestione alla Finnat Fiduciaria, la fiduciaria della Banca Finnat, istituto romano poi divenuto titolare di 38 milioni di azioni della Banca Nazionale del Lavoro e schierato con il contro-patto diretto da Francesco Caltagirone (che siede nel consiglio di amministrazione di Banca Finnat).
A chi appartiene quel 97%? Nel già menzionato rapporto dalla Guardia di Finanza, citando l'Ufficio italiano cambi, si dice che la Safimmobiliare è una delle società «da ricondurre per il tramite di società fiduciarie o prestanome a tale Coppola Danilo».
Lui però smentisce: «Non appartiene al mio gruppo», dice.
Quel che è certo è che il 17 gennaio 2002, Repaci si recò nello studio notarile di Edmondo Capecelatro e Antonio Mosca - due notai di fiducia di Danilo Coppola (che singolarmente dall'anagrafe tributaria del 2000 risulta aver percepito dal loro studio un reddito di alcune decine di migliaia di euro) - dove firmò una delibera societaria in cui trasferì la sede della Safimmobiliare da Via Boezio 6 a Viale Guglielmo Marconi 440, indirizzo in cui risultano avere sede sociale svariate società del gruppo Coppola (e dove viene trasferita anche la Immobilbi ).
La stessa delibera nomina Ernesto Cannone, altro uomo di Coppola, amministratore unico di Safimmobiliare. Il verbale di un'assemblea tenuta da quella società il 15 maggio 2003, attesta inoltre la presenza in un ruolo chiave di un altro personaggio legato a Coppola, Andrea Raccis, che firma in qualità di presidente.
L'operazione immobiliare menzionata in quel verbale fa riferimento a 10 capannoni di un complesso industriale di Pomezia, a sud di Roma, ai quali viene attribuito un valore nominale di oltre 6 milioni di euro. Dalle stesse carte la Safimmobiliare risulta avere un debito di 218.000 euro con la Daniel's Srl , società di cui azionista di maggioranza è stato prima Danilo Coppola, poi sua madre e infine Ernesto Cannone.
Comunque sia, le visure camerali riportano inequivocabilmente che, perlomeno fino al 2005, Repaci è stato, seppur indirettamente, socio di Coppola.
«Quel 3% detenuto da Repaci in società del gruppo Coppola sembra essere una quota di presenza. Cioè una quota simbolica che permette a chi la detiene di vedere le carte societarie e di tenere nel mirino il socio di maggioranza», spiega un inquirente.
Il rapporto tra Coppola e Repaci è oggi ritenuto rilevante da chi indaga per il legame professionale che da anni lega il commercialista di Palmi ai Piromalli. Un dossier dei Carabinieri del 27 luglio 1998, sulla «piùblasonata associazione di tipo mafioso operante a Gioia Tauro, riconducibile alle famiglie Molé-Piromalli» cita tra i personaggi centrali Gioacchino Piromalli, descritto nelle carte di un altro procedimento «esponente di un'organizzazione criminale operante nella Piana di Gioia Tauro e nella Calabria intera, dedita al traffico di sostanze stupefacenti» e condannato dal tribunale di Palmi a 14 anni di reclusione (poi ridotti a 4) perchè giudicato colpevole di tentata estorsione aggravata e partecipazione ad associazione di stampo mafioso.
Tra le società riconducibili a Piromalli, il dossier menziona la Babele Publi Service Srl: &la ditta è rappresentata da un insegnante di educazione fisica, personaggio vicino alla cosca Piromalli. La contabilità è tenuta dalla Serin Srl, di Repaci Roberto, la quale si occupa anche della contabilità della ditta di Mazza Annunziata, moglie del Piromalli Gioacchino».
Il nome di Repaci era emerso precedentemente in una testimonianza resa il 3 luglio 1995 da Angelo Sorrenti, uno dei principali testi d'accusa nel procedimento contro la cosca Piromalli. Sorrenti disse in quell'occasione di aver accompagnato Gioacchino Piromalli a sbrigare una commissione di estrema delicatezza: temendo l'arresto, voleva far preparare al suo commercialista di fiducia una procura a favore del figlio.
Ecco cosa riporta l'atto giudiziario:
«Piromalli era molto preoccupato del suo stato di libertà, che da un momento all'altro poteva non essere più tale, quindi stava facendo una procura a favore del figlio affinché potesse muoversi liberamente nell'attività dell'azienda».
PM: Chi era il commercialista?
Sorrenti: Il dottor Repaci.
PM: Dottor?
Sorrenti: Roberto Repaci».
Non è finita. Il nome del presidente dell'ordine dei commercialisti di Palmi ritorna anche in un interrogatorio condotto il 31 maggio 2002 dal sostituto procuratore Roberto Pennisi. A parlare questa volta è Roberto Spanò, arrestato con un carico di stupefacenti e reo confesso al quale viene chiesto di riconoscere alcuni individui in fotografia. «Alla foto numero 02», dice, «riconosco Repaci, il commercialista da cui si servivano i Piromalli ed i Molé».
Nonostante il suo nome sia emerso più volte, prima di ora l'autorità giudiziaria non aveva mai focalizzato la propria attenzione investigativa su Repaci. «Nella lotta alla 'ndrangheta le priorità sono state date alle strutture organiche e agli omicidi dei clan», spiega l'inquirente. «Ma un fatto è certo: Piromalli non si sarebbe mai avvalso delle attività professionali di un commercialista che non avesse ritenuto affidabile».
Il Sole 24 Ore ha contattato telefonicamente Antonio Repaci, figlio di Roberto, anche lui commercialista e oggi gestore dello studio appartenuto al padre (il quale era invece irraggiungibile perché in vacanza all'estero). Repaci ha confermato che il rapporto del suo studio con Gioacchino Piromalli non è mai stato interrotto: «Facciamo noi il suo modello unico. A lui e a due suoi fratelli». Non solo: è stato il suo studio a fare le perizie per conto degli avvocati di Piromalli in occasione del sequestro dei beni.
Uno dei motivi per cui Repaci è finora riuscito a sfuggire all'attenzione di tutti è il fatto che alcuni anni fa si è trasferito da Palmi a Roma, dove nel circuito delle sue conoscenze si dice disponga tuttora di significativi mezzi finanziari.
Sulla provenienza delle sue disponibilità economiche e sulle eventuali "co-interessenze" con Danilo Coppola si sta focalizzando l'attenzione degli inquirenti, ancora alla ricerca dell'enorme patrimonio dei Piromalli. Solo una minima parte di quel patrimonio è stata infatti finora sequestrata.
Da parte sua, Coppola ci tiene a prendere le distanze: «Io con Roberto Repaci non ho mai fatto alcuna transazione (finanziaria). Non c'è un bonifico, un assegno, un euro che sia mai passato dai miei conti ai suoi. O viceversa».
Piccolo manuale per i magistrati che vogliono vivere tranquilli e fare carriera nel nuovo anno, alla luce degli ultimi accadimenti dell'anno vecchio.
1. Non disporre mai intercettazioni telefoniche né ambientali: c'è sempre il rischio che il sospetto che state controllando chiami o venga chiamato da un deputato, da un ministro, dal presidente del Consiglio, da un governatore di regione o di Bankitalia.
2. Se, una volta adottate tutte le precauzioni del caso, vi ritrovate ugualmente fra le mani un nastro con la voce di uno dei suddetti soggetti, mangiàtela dopo opportuna masticazione o, in caso di stomaco debole, ordinatene l'immediata distruzione. Avrete ottime chances di diventare procuratore nazionale antimafia.
3. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrodestra, altrimenti verrete accusati di essere toghe rosse. E Francesco Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
4. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrosinistra, altrimenti verrete accusati di indebolire la politica per conto dei poteri forti e dei banchieri. E Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
5. Non indagate sui vertici delle banche, e men che meno di Bankitalia, altrimenti sarete accusati di danneggiare gli esponenti del centrodestra o del centrosinistra loro amici. E, quel che è peggio, Cossiga non si ritirerà più dalla politica per protesta.
6. Se incappate in un bilancio falso, convocate il colpevole per felicitarvi: "Complimenti, dottore: quando si candida al Parlamento?"
7. Se incappate in una tangente, anziché perder tempo ed energie con indagini, rogatorie, perizie, udienze preliminari e tre gradi di giudizio, condannate immediatamente il corrotto e il corruttore, alla pena accessoria di presentarsi alle elezioni politiche. Così, per portarli avanti con il lavoro. La pena accessoria s'intende estesa anche ai rispettivi avvocati.
8. Se trovate 21 miliardi di lire non dichiarati del '94 su un conto cifrato svizzero di Previti o 50 milioni di euro non dichiarati del 2004 sui conti cifrati monegaschi di Consorte e Sacchetti, non fate troppe domande e non andate a pensare chissà cosa. Quelle sono tipiche "consulenze".
9. Se dovete notificare un invito a comparire, un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio al presidente del Consiglio, non fatelo: qualunque cose stia facendo il premier - un convegno sull'omeopatia, le corna in Spagna, il trapianto a Ferrara, il lifting in Svizzera, lo shopping alla Standa, la talassoterapia in una delle sue sette piscine abusive - verreste immancabilmente accusati di "giustizia a orologeria". Se proprio non potete fare a meno di notificargli qualcosa, all'inizio dell'anno chiedete al premier (o, in alternativa, a Bondi) di indicare quattro o cinque date a sua scelta. Voi non sapete ancora quali reati gli contesterete. Ma lui sì.
10. Se scoprite che un premier o un ex premier è un mafioso, buttate via le prove finché siete in tempo. Se no poi la Cassazione vi dà ragione, il governo fa una legge per stroncarvi la carriera e l'Antimafia è costretta a scrivere 400 pagine di relazione per sbianchettare la sentenza.
11. Prima di prendere qualsiasi iniziativa giudiziaria su qualcuno, informatevi preventivamente sul suo titolo di studio, il suo tenore di vita e le sue amicizie politiche. Dopo, è troppo tardi. Se vi accorgete in ritardo di aver arrestato un ricco laureato con amicizie in alto loco, scarceratelo immediatamente, ancor prima che Giuliano Ferrara ve lo chieda: se no quello poi parla.
12. Se vi capita un imputato extracomunitario, vi basterà adottare questo semplice accorgimento. Nel caso in cui provenga dal Nordafrica, condannatelo al massimo della pena, possibilmente per terrorismo: un magrebino è colpevole sempre, anche senza prove, a prescindere. Nel caso in cui, invece, provenga dagli Stati Uniti e, per dire,appartenga alla Cia e abbia rapito un imam per farlo torturare in Egitto, assolvetelo da tutte le accuse, anzi: possibilmente non processatelo nemmeno. Un agente della Cia è innocente sempre, a prescindere, soprattutto se ci sono le prove.
13. Se siete convinti che la legge sia uguale per tutti, cominciate a preoccuparvi seriamente. Delle due l'una: o avete sbagliato mestiere, o avete sbagliato paese.
Come saranno state le feste dei ragazzi di Locri? Quelli con le magliette «E adesso ammazzateci tutti»? Quelli che dopo l'omicidio di Franco Fortugno hanno risvegliato - per qualche giorno - le nostre coscienze, costringendoci ad occuparci della Calabria? Immagino che siano state feste come quelle degli altri ragazzi. Allegre e spensierate. Ma forse non solo. Forse i ragazzi di Locri, oltre a divertirsi, hanno continuato a porsi domande, alcune ineludibili alla luce delle cronache dei gravi scandali economico-finanziari che affliggono il nostro Paese (aggiungendosi ai problemi di sempre). Hanno constatato che l'illegalità può anche assumere volti diversi dal sangue e dalle stragi: corruzione, scambio politico-affaristico, spreco di risorse, mancanza di controlli, inefficienza burocratica, evasione fiscale, arricchimenti troppo facili alle spalle degli onesti, raccomandazioni sistemiche, assistenzialismo clientelare... Capiscono, i giovani, che se non si batte anche questa illegalità, possiamo sconfiggere tutte le cosche che ci pare, ma non avremo costruito quasi niente. Non avremo dato - ai giovani che lo pretendono - un vero futuro, consentendo loro di pensare al lavoro, in particolare, come a un diritto e non come a un ricatto o una merce di scambio.
Alla fine i giovani di Locri si saranno magari chiesti se sia proprio vero che la «questione morale» è un ferrovecchio da accantonare o una «pruderie» di benpensanti. Spero abbiano concluso che si tratta invece di una grande questione democratica ed istituzionale: per la decisiva ragione che un sistema intriso di malaffare, di corruzione, o di rapporti con la mafia è l'emblema del prevalere dell'interesse privato sull'interesse pubblico, cioè di un sistema malato che non produrrà niente di buono per il futuro dei giovani.
Non solo ai giovani di Locri, ma a tutti i cittadini italiani, vorrei poi ricordare che l'accantonamento della «questione morale» è inestricabilmente intrecciato con la «questione giustizia». Sappiamo tutti che il sistema giudiziario spesso non funziona o funziona male. Eppure anche quel «poco» dà fastidio. L'obiettivo di chi attacca la giurisdizione, ieri come oggi, è avere meno, non più giustizia. Un esempio per tutti. Quando un uomo politico viene indagato per corruzione o collusioni con la mafia, prima o poi scatta - per il magistrato che procede - l'accusa inesorabile di fare politica. Accusa a senso unico, rivolta soltanto a chi indaga senza sconti, mentre chi si defila viene gratificato con gli applausi riservati al «giudice giusto» (il tutto, ovviamente, a prescindere dalla fondatezza delle decisioni, in un caso come nell'altro: ormai, gli interventi giudiziari vengono valutati non in base alla correttezza e al rigore, ma unicamente secondo la loro convenienza). L'accusa di «politicizzazione» fa coppia fissa con quella di «giustizialismo», parola che ormai usano con disinvoltura anche coloro che (non avendo interessi di bottega da difendere vomitando insulti) dovrebbero meglio riflettere, a partire dalla esemplarità della vicenda del termine. «Giustizialismo» è parola sconosciuta nel nostro lessico, finché qualcuno non decide di inventarsela di sana pianta per poter più facilmente archiviare il «pericoloso» consenso per la legalità che aveva accompagnato le indagini di Tangentopoli e la «seconda primavera» di Palermo. Assolutamente privo di novità e di senso sul piano dei contenuti, il neologismo ha avuto la sola finalità mediatica di avallare l'idea di un uso scorretto della giustizia da parte dei magistrati che adempiono i loro doveri senza timidezze o compromessi, così costringendo il dibattito a partire da verità rovesciate. Un trucco che in questi giorni si ripresenta, posto che l'accusa di «giustizialismo» torna ad inflazionare molti commenti sugli attuali scandali finanziari e bancari.In realtà, la politica con la «P» maiuscola (quella che voglia esercitare davvero il suo incontestabile primato, che si proponga di recuperare una dimensione etica della convivenza) dovrebbe individuare un problema da affrontare e risolvere, non da rimuovere o cancellare, tutte le volte che l'intervento giudiziario accerti fatti gravissimi sul piano politico-morale (indipendentemente dalla loro rilevanza sul versante della responsabilità penale, vigendo al riguardo regole ben diverse da quelle che presiedono alla responsabilità politico-morale). La conoscenza di questi fatti - in un Paese normale - dovrebbe innescare rigorosi percorsi di «bonifica». Invece, pur in presenza di comportamenti vergognosi accertati a loro carico, gli imputati vengono regolarmente difesi «a prescindere» se non beatificati; ed i magistrati che hanno scoperchiato la pentola maleodorante sono cialtroni. Se ancora oggi prevale la cancellazione della verità, occorre chiedersi il perché di questa anomalia. Può darsi che la verità sia incompatibile con una certa politica. Può darsi che una certa politica voglia liberarsi da ogni responsabilità di ieri, di oggi e - perché no? - anche di domani. Ma in questo modo la linea di demarcazione fra lecito ed illecito, morale ed immorale sfuma. E così non c'è Paese civile al mondo (neppure il nostro) che possa sopravvivere a lungo.E dunque, non è un caso che l'accantonamento della questione morale si presenti in coppia con la richiesta alla giurisdizione (sempre incombente: ieri come oggi) di fare un «passo indietro»; e che le dimissioni da incarichi pubblici a seguito di sottoposizione a processo penale, a differenza di quanto accade nella maggior parte dei sistemi simili al nostro, siano rarissime e non si registrino neppure a fronte di sentenze definitive della Cassazione; non è un caso che nei programmi elettorali, non solo della maggioranza ma anche dell'opposizione, si stenti ad trovare un posto non soltanto di facciata all'imbarazzante problema del rapporto tra etica e politica. Il vecchio detto machiavellico secondo cui gli Stati non si governano con i «pater noster» fa evidentemente premio sul pensiero dei nostri «maggiori» - da Bobbio in poi - secondo i quali il malaffare è sempre privo di giustificazioni politiche e, come il tiranno resta tiranno, così il corrotto, il disonesto, il colluso e lo spregiudicato sovvertitore delle regole che valgono solo per gli altri restano tali, a prescindere dalle loro capacità e dai loro successi.
Sono sicuro che i ragazzi di Locri sono scesi in strada anche perché tutte queste cose cominciano ad intuirle e capirle sempre di più. Il mio augurio per l'anno nuovo, allora, è che non si rassegnino. Che insistano a pretendere legalità e giustizia, ovunque e da tutti. Faranno del bene anche a noi. In particolare a quelli fra noi che hanno più bisogno di scuotersi di dosso apatia o cinismo, anticamera della voglia di non distinguersi troppo da coloro che hanno prodotto strappi alla giustizia e alla legalità, nel nostro Paese, che non è possibile prevedere dove andranno a fermarsi. E che potrebbero addirittura allargarsi - se la tendenza non s'inverte - fino a ridurre a brandelli il nostro senso morale.
dal sito della Comunità Progetto Sud
dal numero 69 di ALAGONdal sito della Comunità Progetto Sud
dal numero 68 di ALAGON
Politica e 'ndrangheta un rapporto obblicato
di Giacomo Panizza
Alla ’ndrangheta non basta fare business,
e i politici lo sanno
Dal delitto Ligato all’omicidio Fortugno (il vicepresidente del consiglio regionale, ucciso all’uscita dal seggio il giorno in cui si tenevano le primarie del centro-sinistra) molto sangue è scorso in Calabria. Limitatamente al comprensorio della Locride, negli ultimi dodici mesi sono avvenuti ventitre omicidi mentre esecutori e mandanti rimangono in circolo sconosciuti. Tuttavia, la quota di criminalità organizzata denominata ’ndrangheta non pone solo questioni di sicurezza ma di politica e di interessi, dove ‘politica’ e ‘interessi’ vanno intesi nelle loro accezioni positive e propositive. Le intimidazioni e le aggressioni alla pubbliche amministrazioni sono frequenti, maggiori di quelle che vengono alla luce. Nell’anno in corso sono stati censiti, perché denunciati, sessantotto attentati verso gli amministratori pubblici calabresi, e di questi sedici sono stati rivolti a sindaci, diciassette agli assessori comunali, undici a consiglieri comunali, cinque ad amministratori provinciali, sette a quelli regionali, mentre gli altri hanno preso di mira beni pubblici.
Insieme al sangue versato e ad attentati subiti, si sono succedute diverse formule politiche al governo regionale, ciò nonostante poche situazioni sono sostanzialmente cambiate o rese capaci di mutare la sostanza delle cose. Come se la politica locale, al di là delle parole e delle richieste insistentemente formulate allo Stato centrale, non si decida a fronteggiare la criminalità qui, in Calabria, e in specie quella rappresentata dalla ’ndrangheta, il cui scopo palese è raggiungere il cuore delle istituzioni usandole senza scrupoli. Basti ricordare il fenomeno dei consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose. È indubbio che la ’ndrangheta non abbia solo fini di arricchimento economico, ma anche di presa e ridistribuzione del potere, utilizzando la forza e la violenza e l’uso delle armi arrogandosi il potere di decidere di uccidere.
Nei principi, politica e ’ndrangheta competono a governare il territorio, però nei fatti questa partita pare venga giocata solo da una parte in campo: la ’ndrangheta, la quale duella col potere politico non in quanto ‘normale’ organizzazione criminale ma in quanto ’ndrangheta. Ad esempio, le ‘normali’ organizzazioni che trafficano droga non necessariamente arrivano fino qui, a questo livello di controllo del territorio. Non hanno bisogno di delitti eccellenti, che diverrebbero boomerang di indesiderate e improduttive visibilità massmediatiche. A loro basta fare affari, così come alle organizzazioni trafficanti di esseri umani, di armi e così via. Ma la droga, gli esseri umani e le armi in mano alla ’ndrangheta non rappresentano solo un mercato nero o illegale, mirano piuttosto a controllare e dettar legge al territorio e alle istituzioni. E i politici locali lo sanno, come lo sanno tutti coloro che rifiutano di scendere in campo nell’agone politico indebolendo la lotta civile alla ’ndrangheta.
Insomma, gli ‘ndranghetisti non sono ladri o prepotenti o assassini per soldi e basta. Ricchezza e potere per loro, come per le altre organizzazioni di stampo mafioso, sono congiunti. Non si accontentano di fare business. È noto - ad esempio - che in alcuni luoghi del Sud viene imposto un ‘pizzo sostenibile’, basso, non tanto per lucrare una ‘tassa’ a commercianti, professionisti e imprenditori, ma principalmente per stabilire un dominio sul territorio e sulla gente. La "presa del potere", sugli altri e sul territorio, è dunque una pratica costante che va inclusa nella comprensione teorica della ’ndrangheta. Il rapporto esistente tra politica e criminalità in Calabria non si comprende concentrandosi sul tema della sicurezza pubblica, che da sola finisce spesso per penalizzare i più fragili e difendere gli interessi di alcuni, ma si capisce piuttosto mettendo al centro la politica a tutto tondo, cioè quella che promuove gli interessi di tutti.
L’incontro tra politica e ’ndrangheta è inevitabile, non esistono probabilità di vie parallele. Il rapporto è obbligato, lo scontro o l’accordo sono forzati, la lotta o il patteggiamento sono imposti, è solo questione di tempo; pertanto la politica deve preventivare il "come" del rapporto, lo deve calcolare e giocare adeguatamente, anche perché la ’ndrangheta lo ha già messo in agenda. E non tiriamoci in giro con slogan del tipo "Più uomini contro la mafia" oppure "Più mezzi e più soldi al Sud", perché il problema vero è proprio "come" opereranno quegli uomini, "come" si impiegheranno quei mezzi, "come" si investiranno quei soldi. "Come" è l’aspetto squisitamente politico.
La politica può cambiare
solo se cambia logiche e scelte
L’uccisione di Francesco Fortugno, domenica pomeriggio 16 ottobre 2005 nei pressi di un seggio delle "primarie dell’Unione" a Locri, parla alla politica. È diverso dagli altri ventidue accaduti in zona quest’ultimo anno perché il messaggio che trasmette palesemente non è diretto a precisi negozianti, nemmeno a identificabili imprenditori, commercianti o operatori economici. Segna la qualità delle azioni criminali verso i decisori politici in Calabria. Va inequivocabilmente oltre il tema criminalità: è politica. Indica, anche ai ciechi e ai sordi, che la criminalità propone e impone una sua direzione alle cose che la politica locale, regionale e romana dovrà intendere. Altrimenti... In premessa, come nella tragedia greca classica, anticipa una disgrazia finale che è destinata ad avverarsi, che è nell’ordine delle cose, e che va messa in conto fin da subito.
Francesco Fortugno è stato un personaggio umano e politico gradito da tante persone e da parecchi ambiti locali di vita e di cultura. Quest’estate mi è capitato di presenziare insieme a lui e altri, in pieno Aspromonte, all’inaugurazione di una struttura promossa dalla cooperativa Mistya, la Casa dei Folletti. Un rifugio montano per turismo sociale, due casette ristrutturate al Passo Croce Ferrata, nei pressi del Villaggio Paradiso, ieri luogo di vacanze estive per famiglie, ora totalmente distrutto, incendiato dalla criminalità. Ebbene, l’onorevole Fortugno raccontò come lui più volte, amante della caccia, transitando per il Passo amasse fermarsi a osservare queste case diroccate, a ricordare le vacanze trascorse da piccolo con altri bambini e famiglie, a evocare la scena del villaggio bruciato dalla mafia e la rabbia dei villeggianti e della gente. Manifestò contentezza per quella scelta di ristrutturazione delle due casette con cucina e posti letto, e dichiarò apertamente che contro la ’ndrangheta occorrono reazioni concrete di partecipazione e di ricostruzione delle cose distrutte. Per dire la nostra e guardare avanti con coraggio. Invitò tutti a ritrovarsi insieme quando l’Enel avrebbe portato la corrente elettrica alla zona, poiché lui stesso avrebbe fatto di tutto per far arrivare al più presto la luce in quel luogo. È stato ucciso prima.
Non aveva la nomea di politico abituato a fare scambi di voti, seppur nell’ultima tornata abbia triplicato i suoi togliendoli a qualcun altro; era bonario e popolare, anche per il suo ruolo di medico. Come tanti altri nella sua stessa posizione aveva conoscenze, incarichi e reti nel mondo della sanità calabrese (la quale impiega il 64% del bilancio regionale di cui il 44% va ai privati) e in Calabria, contro e dentro la sana sanità, oltre e più che la ’ndrangheta si muove alacremente la massoneria.
Questo omicidio è di stampo mafioso per tecniche, metodi e linguaggi. La spavalderia con cui è avvenuto sentenzia: "Qui comandiamo noi". È un salto di qualità rispetto ai precedenti avvenuti nella Locride. Sembra un messaggio da mafia siciliana, concepito da una cupola, da una federazione o organizzazione super partes notoriamente improbabile per le ‘ndrine, clan di cani sciolti e collaborativi nemmeno tra di loro. Il messaggio è sicuramente diretto al potere politico. Infatti, non dagli altri ventidue ma solo da questo omicidio scaturisce la domanda se la ’ndrangheta stia lottando per il dominio, non su un uomo politico o su un partito o un affare, ma sulla politica, e la risposta da dare sembra "Sì".
Se ieri la ’ndrangheta raggiungeva il potere politico pressando su certi personaggi e ceti, oggi i suoi percorsi sono l’influenza sul voto, specialmente incalzando coloro che ‘possiedono’ e determinano pacchetti di voti. Su di essi aumenta il controllo. Pertanto, una politica avulsa dai partiti risulta più vulnerabile. La ’ndrangheta va a caccia dei pacchetti di voti e dei grandi elettori. Senza partiti organizzati, a struttura comunque democratica, non c’è difesa antimafia. Anzi, c’è una smisurata delega alla magistratura, riducendo il fenomeno ’ndrangheta a un problema di rapine e di omicidi e malaffari, mentre invece è potere reale sui territori e sulla politica. In un quadro siffatto anche i successi più clamorosi delle forze dell’ordine o i gesti di grande valore simbolico e culturale di legalità sono condannati a restare episodici, non riuscendo a porre basi di vivibilità e di giustizia future.
In questi giorni immediatamente seguenti al delitto Fortugno ci martellano notizie a catena di rastrellamenti, sequestri di droga, catture di latitanti e quant’altro serva a rassicurare la gente che il governo c’è. Da qui, dalla Calabria invece si tocca con mano che il governo non c’è per ciò che serve contro la ’ndrangheta, per cui anche quei successi eclatanti notiziati dai giornali e dalle televisioni lasciano il tempo che trovano. Ai locresi non sfugge che dopo tanti morti ammazzati se ne parli solo ora dopo quest’ultimo; come ai calabresi non sfugge che non si diano notizie adeguate degli uccisi nelle altre zone dello Jonio reggino, di Lamezia Terme, del Vibonese o della Piana di Gioia Tauro, della Sibaritide o dell’alto Tirreno cosentino. Come non si parla affatto delle saracinesche che la notte saltano in aria per intimorire le coscienze e indebolire la società. Il mondo politico calabrese sa benissimo tutte queste cose. La ’ndrangheta riproduce questo suo sistema di potere, mentre la politica arranca a difendersi apparati amministrativi e simulacri di partito.
La politica agita in Calabria non è quella dei partiti. Siamo tutti consapevoli che l’incontro della politica con la ’ndrangheta è destinato nei tempi medi e lunghi a indebolire il potere politico a vantaggio di quello criminale. Occorre spezzarlo. Sarebbe ora che certi politici si decidano a intessere accordi con la società solidale piuttosto che con personaggi e aggregazioni dubbie se non notoriamente criminali. Sarebbe ora, perché con quei personaggi non si può fare politica contro la ’ndrangheta. È tempo che i partiti e la società facciano politica insieme, altrimenti la società organizzata si distanzierà ulteriormente dalla politica per fare politica in altro modo. A scapito di tutto e tutti fuorché della ’ndrangheta.


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












