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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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E' stato arrestato mentre dava lezioni come pizzaiolo a Vila Velha, nello stato di Espirito Santo, in Brasile, dopo nove anni di latitanza, Rocco Romano, esponente di spicco della criminalita' organizzata del ponente ligure. Gli investigatori, Interpol e Gico di Genova, hanno inoltre denunciato sei familiari di Romano, residenti nel ponente ligure, per favoreggiamento. Il reato piu' grave, l' omicidio in Francia, a Grimaud, di un sottufficiale della guardia di Finanza, l' aveva commesso da latitante, dopo l' evasione dal penitenziario di Volterra. Un delitto efferato perchè l'uomo aveva sfondato il cranio del sottufficiale, recatosi in Francia per vedere la figlia, con una pietra o una sbarra di metallo, portandogli via poche centinaia di euro.
blog beppegrillo.it
Il Paese sta tracimando. Non il Governo soltanto. Tutto il Paese.
Governo e Opposizione, entrambi Santi, hanno benedetto un decreto legge per bruciare le intercettazioni illegali. Intercettazioni eretiche. Roghi in Procura. La prossima volta toccherà ai giudici, non un rogo, basterà una piccola scottatura. La fretta, la rapidità e il consenso politico (unanime) del decreto portano il cittadino a un legittimo sospetto. Che le intercettazioni illegali contengano prove di attività illegali.
La domanda da porsi è:
“E’ legale distruggere prove illegali di atti, se illegali, che riguardano i nostri rappresentanti in Parlamento?”.
Se lo chiedi a loro la risposta è si, senza no e senza se. Un si incondizionato. Ma, se non c’è nulla di illegale nei contenuti delle intercettazioni, perchè non lasciare invece ai magistrati la decisione se distruggerle o se utilizzarle? La m..da tracima da tutte le parti. La paura dei politici di essere sputtanati dalle conversazioni telefoniche è una paura lecita. Probabilmente molto fondata. Ma inutile. Devono stare tranquilli. L’Italia non è l’Ungheria e neppure la Thailandia. Qualunque informazione sui politici venisse riportata sui giornali, gli italiani dopo una sana indignazione, vera e vissuta, tirerebbero dritto alla pagina sportiva.
Nessuno si chiede chi ha ordinato le intercettazioni e perchè ha spiato. I nomi di Buora o di Tavaroli vanno bene per giocarci a biglie. Al massimo esecutori degli esecutori degli esecutori. Terzo o quarto livello. Quelli usati per il lavoro sporco. Forse qualcuno all’interno delle istituzioni dirigeva il gioco. Il Governo, se ne ha la forza, ma ne dubito, accenda un faro sui mandanti e non un falò sulle intercettazioni. Il gioco del chi è. Se non sono i partiti, non è la Telecom diventata improvvisamente uno Stato nello Stato, non è Licio Gelli (per motivi di età), non è la criminalità organizzata (non ne ha bisogno), rimangono i servizi segreti, Bin Laden e l’usciere della Pirelli. Ed è lui che pagherà per tutti.
L'amministrazione di Locri è al fianco della famiglia Carbone
LOCRI - La famiglia Carbone non è sola nella battaglia civile che ha intrapreso per ottenere giustizia e verità circa l'assassinio del proprio congiunto, il giovane Massimiliano.
Infatti non solo il primo cittadino locrese, Francesco Macrì,ma l'intera Amministrazione Comunale hanno espresso solidarietà nei confronti della signora Liliana Esposito Carbone per il gravissimo episodio di inciviltà e barbarie di cui è stata oggetto all'interno del cimitero cittadino.
Nella nota diffusa ieri l'amministrazione locrese nel condannare il vile gesto sottolinea che "l'aggressione subita dalla stessa signora Esposito-Carbone, appresa a mezzo stampa, avvenuta nei pressi della tomba del giovane figlio Massimiliano, crudelmente assassinato due anni fa, è un atto riprovevole che lascia attoniti.".
Il gravissimo atto intimidatorio,-si legge nella nota-, "colpisce i sentimenti più intimi di una madre ferita dal dolore per la prematura e feroce morte del proprio figlio Massimiliano ai quali si aggiungono quelli dell'intera comunità civile, la parte sana via e pulsante, di Locri .".
L'amministrazione comunale locrese sottolineando la propria attesa "fiduciosa dell'esito delle indagini nel rispetto del lavoro della Magistratura", ribadisce allo stesso tempo la richiesta,rivolta alle Forze dell'Ordine,e mirante ad ottenere "una maggiore presenza sul territorio, al fine di prevenire ogni qualsivoglia atto criminoso che attenta all'incolumità dei cittadini della Locride".
Sull'increscioso episodio,verificatosi nei giorni scorsi, nella mattinata di ieri il vice sindaco locrese, Giovanni Calabrese, ha raggiunto telefonicamente anche il presidente provinciale del Cids, Demetrio Costantino.
Con il presidente provinciale del Cids, Demetrio costantino non solo ha anche concordato iniziative idonee a potenziare la difesa della Legalità,ma ha anche rinnovato l'impegno da parte dell'Amministrazione Comunale,mirante "a sensibilizzare tutta la Comunità e le Forze dell'Ordine che operano con determinazione sul territorio affinché avvenimenti sgradevoli come quello denunciato dalla signora Esposito-Carbone non si ripetano.".
L'Amministrazione Comunale di Locri-ha infatti dichiarato il vicesindaco calabrese-,"nel ringraziare la disponibilità manifestata dal dottor Demetrio Costantino, ribadisce il proprio massimo impegno in collaborazione con le Istituzioni preposte affinché la Città e la Locride possano sconfiggere ogni forma di manifestazione di inciviltà e di cultura mafiosa che poche mele marce continuano a seguire e che da troppo tempo affliggono, mortificandolo, questo magnifico, estremo lembo di Italia meridionaleche, nella sua larghissima parte è composto di cittadini onesti e lavoratori, non merita alcun epiteto denigratorio ".
p.l.
L’ultima offesa per Liliana Esposito Carbone assalita sulla tomba del suo Massimiliano risale ad un pomeriggio di fine estate di qualche giorno fa. Una notizia triste che cade a due anni dalla morte del giovane Massimiliano, assassinato sotto casa il 24 settembre del 2004. E’ una notizia che fa paura e che rimbalza subito con grande scalpore sui siti antimafia dell’universo del web e viene raccolta in particolare dalla Casa della Legalità di Genova e dal Comitato Interprovinciale per il diritto alla sicurezza, CIDIS, con il Presidente Demetrio Costantino, che subito hanno sottolineato la vicinanza alla coraggiosa Liliana. Un atto che Liliana ha denunciato organizzando un sit giovedì mattina sulle scale del tribunale di Locri. Lì ha esibito un manifesto che preannunciava la messa che stamane alle 10,30, si terrà nella cappella dell’ospedale di Locri per ricordare Massimiliano nella ricorrenza del secondo anniversario della morte. Ma la signora Esposito ha soprattutto ha denunciato di fronte ai media l’aggressione vile, subita in pieno giorno ed in un contesto che dovrebbe dirsi sicuro, anche per la sua sacralità. Un’azione, che fa subito ripensare alle misure di sicurezza che avevano fatto parlare di una Locride, sotto stato di assedio da parte delle forze dell’ordine all’indomani dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio Regionale Franco Fortugno. La minaccia e l’aggressione sono state subito denunciate ai carabinieri della locale stazione ed è seguita l’immediata identificazione dell’aggressore, riconosciuto anche da testimoni. Pertanto la situazione si evolve e segue ai passi avanti compiuti nell’inchiesta sull’omicidio di Massimiliano. Liliana non resta sola, lo Stato ha dimostrato di esserci così come la società civile, dal mondo delle associazioni la Diocesi, il I Circolo didattico, dove insegna, gli avvocati, i magistrati, numerosi passanti fermatisi per dialogare con lei durante la protesta, solidali nel chiedere, rivendicare, verità e giustizia. Forse a due anni dall’omicidio non si ricorderà solo la triste ricorrenza, che ha portato via il giovane nel fiore degli anni e delle sue speranze per il futuro, ma si assume la certezza che il suo assassino, può chiaramente essere individuato e punito. Oggi sono due anni che si piange un amico ed un giovane che aveva scelto di non lasciare la sua terra, di continuare a combattere e scommettere sulla sua vita e di quanti amava, senza certo conteggiare di dovere abbandonare i suoi sogni così prematuramente. Il suo ricordo ci riempie il cuore di tristezza e di rabbia ed ancora di più i sentimenti si intensificano se si pensa alla storia della dura battaglia della coraggiosa mamma Liliana, da due anni in prima fila al fianco di quanti hanno deciso di alzare la testa contro lo strapotere del crimine. Una storia che assomiglia sempre più ad un romanzo di Garcia Marquez…speriamo che la civiltà della Locride del 2000 sia superiore a quella di Macondo. Ci incoraggia il fatto che nel frattempo nell’intera area lo Stato, con la Magistratura, la Procura Antimafia, si stanno muovendo, le indagini vanno avanti. Il muro di omertà, che ha sempre avvolto la ‘ndrangheta pare inizi a scricchiolare. Si fanno avanti collaboratori e testimoni che svelano rapporti inquietanti come ad esempio quelli palesati dall’inchiesta sull’Asl di Locri, o quelli sui finanziamenti ed appalti pubblici. È ora che le indagini facciano passi avanti anche sulle vittime di mafia senza nomi o cariche famose, perché la giustizia è per tutti, non solo per chi è illustre. Il caso Carbone mette in evidenza al contempo come non smettano le minacce e le intimidazioni vigliacche verso chi combatte questa battaglia sul territorio, verso i parenti delle vittime, verso chi si muove e verso i giovani che continuano la loro battaglia contro la criminalità Forse perché non è chiusa la partita contro l’indifferenza, di coloro che sanno, hanno sentito o visto ma preferiscono voltarsi dall’altra parte. E forse anche per la responsabilità di quella politica, che ha provato in ogni modo a strumentalizzare la voglia di riscatto e cambiamento dei ragazzi di Locri e che spesso preferisce guardare altrove di fronte alle denunce precise di chi trova il coraggio di reagire.
La solidarietà dell’amministrazione comunale di Locri
Il Sindaco di Locri, Francesco Macrì e l’Amministrazione Comunale tutta esprimono la propria solidarietà nei confronti della signora Liliana Esposito Carbone per il gravissimo episodio di inciviltà e barbarie di cui è stata oggetto all’interno del cimitero cittadino. La denuncia dell’aggressione subita dalla stessa signora Esposito Carbone, appresa a mezzo stampa, avvenuta nei pressi della tomba del giovane figlio Massimiliano, crudelmente assassinato due anni fa, è un atto riprovevole che lascia attoniti. Il gravissimo atto intimidatorio colpisce i sentimenti più intimi di una madre ferita dal dolore per la prematura e feroce morte del proprio figlio ai quali si aggiungono quelli dell’intera comunità civile di Locri. Nell’attesa fiduciosa dell’esito delle indagini nel rispetto del lavoro della magistratura, l’Amministrazione Comunale di Locri chiede alle Forzedell’Ordine una maggiore presenza sul territorio, al fine di prevenire ogniqualsivoglia atto criminoso che attenta all’incolumità dei cittadini.Sull’increscioso episodio nella mattinata odierna il Vice Sindaco Giovanni Calabrese ha raggiunto telefonicamente il Presidente Provinciale del CIDS, dottor Demetrio Costantino, con il quale si sono concordate delle iniziative per la difesa della Legalità rinnovando l’impegno da parte dell’Amministrazione Comunale al fine di sensibilizzare tutta la Comunità e le Forze dell’Ordine che operano con determinazione sul territorio affinché avvenimenti sgradevoli come quello denunciato dalla signora Esposito-Carbone non si ripetano.
L’Amministrazione Comunale di Locri, nel ringraziare la disponibilità manifestata dal dottor Demetrio Costantino, ribadisce il proprio massimo impegno in collaborazione con le Istituzioni preposte affinché laCittà e la Locride possano sconfiggere ogni forma di manifestazione di inciviltà e di cultura mafiosa che poche mele marce continuano a seguire e che da troppo tempo affliggono,mortificandolo, questo magnifico lembo di Italia che, nella sua larghissima parte di cittadini onesti e lavoratori, non merita alcun epiteto denigratorio.
Delitto impunito di un giovane figlio
La madre di Massimiliano è al suo secondo anno di proteste
di Rocco Muscardi
Sotto un sole torrido della lunga estate calabrese una madre grida giustizia per un figlio che da due anni è morto, colpito con un fucile caricato a pallettoni, sotto il portone di casa.
Liliana Esposito Carbone invoca giustizia per Massimiliano e sicurezza per tutti i cittadini di Locri. Ancora una volta la donna presidia l’ingresso del Tribunale di Locri, seduta accanto alle foto del giovane frutto rapito e il manifesto per la messa del secondo tragico anniversario.
Nei giorni scorsi, all’interno del cimitero di Locri, mentre la signora Liliana era intenta a pregare sulla tomba del figlio, è stata aggredita e minacciata da una persona poi identificata e denunciata “è stata violata la sacralità e la pietas del luogo sacro”.
Sull’atto increscioso Liliana Esposito denuncia la mancanza di tempestività delle forze dell’ordine “mentre correvo sanguinante e senza una scarpa verso l’uscita del cimitero, i carabinieri che avevo prima avvertito ritardavano l’arrivo non intercettando sul luogo l’aggressore.”
Del perché sia stata minacciata, Liliana Esposito ribadisco che “denunciato alla magistratura quanto sapevo, oggi sono costretta subire un attacco diretto contro la mia persona e contro la volontà di portare aventi un’istanza di legalità e giustizia, non mi fermo né mi faccio intimidire soprattutto per la memoria di Massimiliano”.
Un’altra nota di dolore di questa madre coraggio è la constatazione di “non essere persone eccellenti, visto lo scandaloso ritardo con il quale abbiamo ricevuto le perizie dell’autopsia e quelle dell’esame balistico: ventidue mesi!”.
“Nonostante tutto continuo a credere fermamente nella magistratura-conclude la signora Liliana-, oggi sentiamo il dovere di ringraziare per il grande sostegno manifestato la “Casa della Legalità” di Genova e di Locri, e quella del signor Costantino, dei ragazzi de “La Gurfata”e della solidarietà del vescovo Brigantini”.
Al fianco della signora Liliana era presente Demetrio Costantino, presidente provinciale del Cids, ancora una volta vicino alla disperazione di una madre “come disperati sono tutti quei familiari di vittime della criminalità, sono trascorsi due anni dall’omicidio di Massimiliano ed è necessario che la magistratura arrivi ad una conclusione dell’inchiesta”.
Dopo aver ribadito la mancanza di prevenzione sul territorio “non ci sono ancora garanzie per i cittadini, per i politici e gli imprenditori”. Costantino conclude criticando l’intervento del ministro Amato “che ha evidenziato la crescita della ‘ndrangheta in Calabria ma poi ci ritroviamo senza strategie concrete e senza che la Procura di Locri sia stata integrata nel proprio organico”.
Dall’Ufficio di Presidenza della “Casa della Legalità” di Genova giunge infine una nota di solidarietà:”Liliana non è sola, …non esiste limite di tempo o di libertà per chiedere verità e giustizia”.Locri
La mamma-coraggio dell'imprenditore Massimiliano Carbone, assassinato quasi due anni fa Aggredita sulla tomba del figlio
Liliana Esposito: «Non riusciranno a chiudermi la bocca»
LOCRI – Un nuovo "sit-in" per richiamare l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica sul "silenzio" calato sull'assassinio del figlio, Massimiliano Carbone. Ieri la signora Liliana, insegnante elementare, animata da un'inesauribile determinazione, per alcune ore ha sostato sulla gradinata del tribunale: esibiva il manifesto in cui annuncia che domenica prossima alle 10,30, nella cappella dell'ospedale di Locri sarà celebrata una messa in memoria del figlio, nella ricorrenza del secondo anniversario della morte; una foto del giovane e uno slogan: «Giustizia per Massimiliano, sicurezza per Locri». Insieme con lei Demetrio Costantino, presidente del Comitato Interprovinciale per il diritto alla sicurezza.
Era la sera del 17 settembre 2004, quando Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore, presidente della cooperativa di servizi "Arcobaleno", venne colpito a tradimento sotto casa da un sicario, che lo ferì con un solo colpo di fucile a canne mozze. Massimiliano morì in ospedale una settimana dopo. Le indagini di forze dell'ordine e magistratura non hanno ancora portato all'arresto dell'omicida, malgrado gli sforzi compiuti e le assicurazioni personalmente fornite alla mamma della vittima – che da subito diede agli inquirenti elementi indiziari molto precisi per l'individuazione dell'assassinio – da autorevoli rappresentanti istituzionali.
A rendere ancora più inquietante la vicenda, un episodio che la signora Liliana ha portato ieri mattina a conoscenza gli organi d'informazione: qualche giorno addietro è stata aggredita mentre all'interno del cimitero di Locri, dove, come ogni giorno, pregava sulla tomba del figlio. La signora Liliana, sanguinante, ha avuto la forza di portarsi sulla statale 106 e chiedere aiuto. Soccorsa dai carabinieri, cui ha denunciato l'accaduto, è stata medicata e refertata all'ospedale di Locri; sono in corso indagini per fare luce sul gravissimo episodio. «Chi mi ha aggredito – ha detto la maestra Liliana – conosce benissimo le mie abitudini: lo ha fatto per rancore nei miei confronti, e per cercare di fermare, con inequivocabili minacce di morte, le mie richieste di verità e giustizia. L'ho riconosciuto io, l'hanno riconosciuto altri testimoni. Come sempre, ho detto agli inquirenti tutto quello che so». «La mia – ha aggiunto – è un'istanza di giustizia come vero motivo di legalità. Non vorrei che questa parola, legalità, diventasse di gomma: oggi non devo andare a scuola, è la mia giornata libera. Educazione alla legalità è anche questo; non avrei mai disertato le lezioni per portare avanti una mia battaglia».
Liliana Esposito Carbone ieri ha ricevuto attestazioni di solidarietà da parte del primo circolo didattico, dove insegna, di avvocati, magistrati, passanti fermatisi per dialogare con lei, per sentire le ragioni di una mamma che chiede giustizia. «La sua disperazione – ha detto il presidente del Cids – è anche la disperazione di tanti altri familiari di vittime della criminalità che chiedono giustizia. In questo territorio ad alto rischio criminale occorrono urgenti interventi per far funzionare la giustizia, per garantire sicurezza ad imprenditori ed a cittadini».
Come sempre vicini a Liliana Carbone anche i volontari della "Casa della legalità e della cultura" di Genova, che nel riferire sul loro sito web (www.genovaweb.org) l'aggressione dei giorni scorsi, commentano: «L'assassino di Massimiliano, come gli assassini e mandanti di tutti gli omicidi di mafia consumatisi nella Locride, può essere individuato e punito. Non è con nuova violenza e prepotenza che si può fermare la giustizia».
Locri: Aggredita la madre di Massimiliano Carbone
Liliana Esposito Carbone, insegnante di Locri, della Casa della Legalità e madre di Massimiliano, vittima della violenza mafiosa, assassinato il 24 settembre 2004, è stata aggredita sulla tomba del proprio figlio al Cimitero di Locri, nel giorno in cui sono stati affissi i manifesti per la messa del secondo anniversario della tragedia. La minaccia e l’aggressione, immediatamente denunciata e con l'immediata identificazione dell'aggressore, segue ai passi avanti compiuti nell’inchiesta sull’omicidio di Massimiliano. Liliana non è sola, lo Stato ha dimostrato di esserci, e la società civile, dal mondo delle associazioni alla diocesi, è insieme a lei ed alla famiglia di Massimiliano nel chiedere, rivendicare, verità e giustizia.
L'assassino di Massimiliano Carbone, come gli assassini e mandanti di tutti gli omicidi di mafia consumatisi nella Locride, può essere individuato e punito. Non è con nuova violenza e prepotenza che si può fermare la giustizia.
Non esiste limite di tempo o di libertà per chiedere verità e giustizia. Ne l’oblio, ne tanto meno minaccia o indifferenza possono fermare la sete di giustizia, come il bisogno di serenità e legalità. Massimiliano merita verità e giustizia, come ogni altra vittima della violenza mafiosa. Liliana e la sua famiglia non sono soli. Non sono mai sole le vittime delle mafie. La Casa della Legalità, legata a Libera, alla Fondazione Caponnetto, a Riferimenti è accanto a loro, insieme alle realtà locali e nazionali impegnate nella difesa della legalità e della giustizia sociale. Nessun cittadino che non si china a suddito, sarà mai solo in questa rivendicazione per la memoria ed una terra libera.
Domenica 24 settembre alle ore 10:30, presso la chiesa dell'Ospedale di Locri, si terrà la messa in ricordo di Massimiliano.
Il prefetto: agiremo contro chi va con le minorenni
«Filmeremo i clienti delle strade del sesso»
Veltroni: reti di telecamere antiprostituzione, i fotogrammi saranno utili nel caso ci siano notizie di reato
ROMA — L'ordine è «dissuadere». A questo serviranno le telecamere che il Campidoglio ha intenzione di installare nelle strade della Capitale maggiormente colpite dalla prostituzione. Lo ha annunciato ieri il sindaco Walter Veltroni, al termine di un vertice in Prefettura dopo giorni di proteste e sit-in da parte degli abitanti di vari quartieri della città. «Collocheremo le telecamere per osservare le violazioni delle norme sul traffico — ha spiegato Veltroni — ma le monteremo in modo tale da poter seguire l'eventuale spostamento del fenomeno. E le immagini potranno anche essere utili in caso di reati».
È il giro di vite che Roma aspettava, dopo mesi di promesse e di «pattuglioni», con centinaia di ragazze dell'Est dedite alla prostituzione fermate, identificate e poi rilasciate subito dopo.
Le manifestazioni degli abitanti di piazza dei Navigatori e la morte di un giovane in un incidente stradale sulla via Salaria provocato dalle auto dei clienti in doppia fila hanno dato l'avvio all'offensiva del Comune. La sperimentazione inizierà proprio in queste due zone, oltre alla periferia est. Si volta pagina: multe per intralcio al traffico, cartelli d'avviso sulle strade («zona sottoposta a videosorveglianza»), blitz dei vigili urbani. E non solo. «Basta con i clienti che vanno con bambine, che a volte si vedono per strada ancora con le bambole in mano», ha annunciato Veltroni, auspicando anche «uno sforzo maggiore da parte delle forze dell'ordine».
Solo l'altra notte la polizia ha fermato 250 prostitute, più della metà avevano 16 anni. «Chi si apparta con una minorenne commette un reato gravissimo e d'ora in poi verrà perseguito. Ormai si è oltrepassato il livello di guardia», ha aggiunto il prefetto Achille Serra, che ha anche proposto «un doppio intervento legislativo per arginare il fenomeno della prostituzione, visto che gli strumenti delle forze dell'ordine sono azzerati, e per assistere le ragazze vittime di sfruttamento e violenze». Prima di procedere all'installazione, però, sindaco e prefetto dovranno incontrarsi con il Garante della privacy. «Possiamo cooperare — spiega Mauro Paissan, componente del Collegio del Garante — a patto che siano chiariti alcuni punti: chi avrà accesso ai filmati, chi li conserverà e per quanto tempo, e se il numero di telecamere sarà proporzionato al fenomeno. E poi niente "zoomate" negli abitacoli e sulle targhe se non strettamente necessario».
Rinaldo Frignani
Liliana Esposito Carbone, insegnante di Locri, della Casa della Legalità e madre di Massimiliano, vittima della violenza mafiosa, assassinato il 24 settembre 2004, è stata aggredita sulla tomba del proprio figlio al Cimitero di Locri, nel giorno in cui sono stati affissi i manifesti per la messa del secondo anniversario della tragedia. La minaccia e l’aggressione, immediatamente denunciata e con l'immediata identificazione dell'aggressore, segue ai passi avanti compiuti nell’inchiesta sull’omicidio di Massimiliano. Liliana non è sola, lo Stato ha dimostrato di esserci, e la società civile, dal mondo delle associazioni alla diocesi, è insieme a lei ed alla famiglia di Massimiliano nel chiedere, rivendicare, verità e giustizia.
L'assassino di Massimiliano Carbone, come gli assassini e mandanti di tutti gli omicidi di mafia consumatisi nella Locride, può essere individuato e punito. Non è con nuova violenza e prepotenza che si può fermare la giustizia.

Non esiste limite di tempo o di libertà per chiedere verità e giustizia.
Ne l’oblio, ne tanto meno minaccia o indifferenza possono fermare la sete di giustizia, come il bisogno di serenità e legalità.
Massimiliano merita verità e giustizia, come ogni altra vittima della violenza mafiosa.
Liliana e la sua famiglia non sono soli. Non sono mai sole le vittime delle mafie.
La Casa della Legalità, legata a Libera, alla Fondazione Caponnetto, a Riferimenti è accanto a loro, insieme alle realtà locali e nazionali impegnate nella difesa della legalità e della giustizia sociale.
Nessun cittadino che non si china a suddito, sarà mai solo in questa rivendicazione per la memoria ed una terra libera.
Muratori, cottimo e stress. La cocaina invade i cantieri
Nuovo allarma droga nel Nord: un operaio su 5 ne fa uso per lavorare e guadagnare di più
DAL NOSTRO INVIATO PAOLO BERIZZI
BRESCIA - Si drogano per abbattere la fatica. E aumentare la produttività. Tirano cocaina e ingrossano lo stipendio. Si sentono indistruttibili. Sgobbano anche quindici ore di fila in cantiere. Dall´alba fino a sera. Da lunedì a venerdì. Poi, il fine settimana, si devastano nei locali. Ancora polvere bianca, e alcool. Stavolta per sballare. E così l´orologio gira alla rovescia: in giro la notte, a letto, sfatti, di giorno. È il doping dei nuovi muratori. Una generazione avvelenata cresciuta nel Nord onnivoro e opulento, dove il cemento non dà solo da vivere.
È anche un´occasione di riscatto sociale. Cotto e mangiato il sabato sera nei privé delle discoteche del Garda. Uno su cinque, dicono fonti attendibili di medicina del lavoro, ne fa uso. Almeno tra i giovani. Sono manovali dipendenti, ma soprattutto cottimisti: più lavorano, più guadagnano. Tremila, quattromila euro il mese. Abbastanza per pagare le rate della Mercedes. Comprano la "neve" a 30 euro a dose dai marocchini del Carmine, 20 se sei cliente fisso. La scorta la fanno il sabato notte. Nella casbah del centro storico, o alla stazione. Così sono a posto per tutta la settimana. Si alzano dal letto e se la sparano dopo il caffè. Prima di andare in uno dei 15 mila cantieri che si aprono ogni anno nel Bresciano. «Questi nuovi drogati sono il frutto avvelenato della deregulation dell´edilizia - dice Ettore Brunelli, medico del lavoro, assessore verde alla Mobilità di Brescia - . La nostra è un´economia dopata che genera doping. Basta farsi un giro nei paesotti della bassa bresciana. Guardare i macchinoni. E sopra questi ragazzi muscolosi con gli occhi schizzati di fuori. Le stesse facce le vedi all´alba sui furgoncini. Sembrano indemoniati, sembra che vadano in guerra. E invece vanno a costruire case».
Cose che succedono nel quadrilatero del mattone e della coca. Bergamo, Brescia, Verona, Milano. Duecentomila muratori tra regolari e "in nero". Centoventimila imprese censite. Più le altre, quelle fantasma che servono a riciclare il denaro della malavita siciliana e calabrese. A spremere come limoni gli schiavi apprendisti venuti dal Sud e dall´Est del mondo. Sono sempre sopra le righe questi operai dopati. È come se le loro braccia andassero a batteria. Invece vanno a coca. Movimenti in automatico, accelerati. Energia a getto continuo. Incomprensibile agli occhi dei padri delle costruzioni, i loro nonni, gente tosta venuta su a capriolo, polenta e cemento. Al massimo alzava un po´ il gomito la vecchia guardia del calcestruzzo, ché «un bicchiere di vino non ha mai ucciso nessuno». Calavano dai crinali della Valle Camonica. Prima di loro vedevi arrivare le mani; dei nipoti, invece, noti soprattutto l´innaturale sopportazione della fatica. La tempra artificiale.
Dice Francesco Cisari, segretario provinciale della Cgil: «Il settore è completamente destrutturato. Si lavora con ritmi pazzeschi. C´è un cottimismo sfrenato e così, per essere sempre pronti e in forza, i nuovi muratori usano gli stupefacenti». Aggiunge: «Una volta la piaga del settore era l´alcolismo. Ma quello fiaccava il corpo. La coca invece ti fa sentire potente. In grado di sopportare orari di lavoro massacranti». E anche di produrre danni irreversibili. «I muratori che si fanno di coca sono pericolosi per sé e per gli altri», spiega Maurizio Marinelli, direttore del centro studi sulla sicurezza pubblica, un osservatorio sulle dinamiche impazzite della società. Ma non bisogna stupirsi. «Sono la naturale conseguenza di un territorio malato com´è quello del Nord. Le imprese coi loro profitti gonfiano le banche, e dietro ci sono fenomeni inquietanti come questo», ripete il parlamentare diessino Franco Tolotti.
A Brescia sembra di essere tornati agli anni %u201890, quando dai paesini dell´hinterland, Castel Covati e Travagliato, batterie di carpentieri specializzati salutavano gli amici al bar e partivano per tirare su case in Africa e Iraq. «Lavoravano come matti tre o quattro mesi, poi tornavano e per altri quattro mesi andavano in giro a fare la bella vita, a rovinarsi di droga e alcol», racconta ancora Ettore Brunelli. Come fecero, si suppone, i cottimisti che costruirono il terzo anello dello stadio di San Siro. I Mondiali di Italia %u201890 erano alle porte. Il giorno della paga i poliziotti fecero irruzione allo stadio. Circondarono gli operai mentre venivano saldati dai caporali. Nella buste del salario, assieme ai soldi, trovarono decine di dosi di cocaina e eroina. «Di quella storia non si è più saputo nulla - ricorda Marco Di Girolamo, responsabile di Fillea per la provincia di Milano - . Ma di certo segnò una pagina oscura nel nostro settore». Sono passati sedici anni. È come se il Nord avesse fatto di colpo un passo nell´800. Allora erano i governi che pianificavano la distribuzione della cocaina ai soldati e agli operai delle fabbriche per aumentare la produzione. Oggi sono i padroncini che si fanno di roba. Autonomamente. Per girare con il portafogli gonfio. «È anche un problema di identità. La coca per i muratori è una forma di partecipazione sociale. Come dire: ci sono anch´io». Caterina Gozzoli insegna psicologia del lavoro all´università Cattolica di Brescia e di Milano. Lei parla di modelli sociali da inseguire. «Non è solo questione di soldi. È l´emarginazione cui ti costringe la società se non stai al passo. Diventa un circolo vizioso».
Nel cantiere dei muratori drogati ognuno lavora per tre. La mente si spegne come un grande interruttore. Si sentono solo i rumori dei macchinari. L´abbaio assillante del martello pneumatico. Gli affondi della ruspa che rovista nel fango. Loro, gli operai, farebbero a meno anche del panino. Dicono che della "schisceta" non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Hanno occhi sbarrati o mobilissimi. Le parole che s´infrangono una addosso all´altra. Un dialetto torrenziale balbettato in fretta. «Mica perdiamo tempo noi», dice in bresciano stretto toccandosi i bicipiti tatuati un uomo sulla trentina che si chiama Leo mentre impasta la malta in un cantiere di Castenedolo. Chiedergli della droga sul lavoro è un boomerang: «Queste cazzate tenetele per voi che è meglio».
I suoi colleghi di mattone li puoi incrociare la mattina all´alba. Sulle strade provinciali che tagliano le campagne di Orzinuovi e di Chiari, che seguono il corso del fiume Mella indicando la via del lavoro alle utilitarie e ai Transit con su la manovalanza. Oppure nell´immensa cintura di Milano coi suoi 55 mila operai, quasi tutti pendolari bergamaschi. E certo nella placida bassa bergamasca, che non ha niente a che vedere con le valli dove negli anni %u201880 era l´eroina era l´estrema via di fuga dal mal di montagna. «Molti incidenti sul lavoro, o per strada, oggi coinvolgono muratori che hanno assunto stupefacenti - dice Alessandro Fusini, segretario Fillea della Cgil - . Fanno in una giornata quello che uno farebbe in due giorni. Magari lo fanno male, ma lo fanno. E se sopra di loro non hanno capi, se sono lavoratori autonomi, fanno quello che vogliono. Non devono rispondere a nessuno». Nemmeno al loro corpo.


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