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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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GAZZETTA DEL LUNEDI’ – 03.07.2006
La denuncia di Christian Abbondanza “A Genova si paga il pizzo”
di Andrea Ferro
“Siamo aggrediti dai mafiosi, aiutateci”. Foglio bianco, pennarello nero, caratteri cubitali. Giovedì scorso il “tazebao” era appiccicato sul vetro di un negozio di articoli da regalo e merce varia nel cuore di San Martino. Storia nebulosa e complicata, la polizia indaga. Racket o mania di persecuzione? Il dubbio resta appeso. Nel frattempo l’episodio dell’altra mattina ne innesca un altro: più ingombrante. E cioè: a Genova i commercianti pagano il pizzo? Salvo episodi delimitati e non configurabili sotto il profilo giudiziario all’interno di un fenomeno vero e proprio, fino a oggi in ambienti investigativi questa ipotesi viene minimizzata se non addirittura esclusa. Perché, si spiega, non ci sono denunce. Ma basta questo per stare tranquilli?
Christian Abbondanza, animatore dell’unica realtà anti-mafia di Genova, il “Centro della Legalità e delle Culture”, di via Piombelli, a Rivarolo, non ha dubbi: “In alcuni quartieri di Genova i commercianti pagano il pizzo. Dagli anni settanta”.
Dove? “Soprattutto a Certosa e Rivarolo dove alcune “famiglie” sono radicate. Ma anche nel Centro Storico, a Pegli, a Sestri Ponente, a Principe”.
E lei come fa a saperlo? “Perché c’è gente che si rivolge a noi e ci dice queste cose. E poi ci può arrivare anche Lei. Vada a Certosa e ci faccia un giro per i negozi. Vedrà che in alcune parti del quartiere i prezzi di tutti i prodotti sono un po’ più alti rispetto alla zona. E lì che i commercianti pagano la tassa “aggiuntiva””.
Ma quanto si paga? “Non molto. Cento, duecento euro al mese. Ma il prezzo è variabile. Perché gli esattori sanno sempre quando e a chi rivolgersi. Per esempio se un commerciante è in difficoltà possono addirittura “graziarlo” per un po’. Perché le “famiglie” genovesi non usano il pizzo per arricchirsi”.
Ma è sempre denaro… “D’accordo. Ma quello che gli interessa di più è esercitare attraverso il pizzo il controllo del territorio. Cioè avere la sicurezza che se succede qualcosa il commerciante o il barista non chiama la Polizia ma si rivolge direttamente a loro. In alcuni casi poi il pizzo vero e proprio non è la cessione di denaro ma l’accettazione di altre condizioni. Per esempio la vendita di certa merce, di dubbia provenienza o di scarsa qualità. O per quanto riguarda i titolari di locali pubblici l’installazione di “certi” videopoker”.
E se il commerciante non cede? “Difficilmente passano alle intimidazioni forti. Sanno che un attentato incendiario potrebbe rivelarsi una mossa controproducente: i giornali scrivono, qualcuno deve indagare. E allora giocano al boicottaggio soprattutto dove la loro presenza è più forte. Cioè svuotano il negozio di clienti indicendoli con un passa-parola a non comprare più lì”.
Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra? “Indubbiamente i più ramificati sono restano i calabresi. Usano metodi più fini: usura, salotti buoni, attività di copertura eccellenti. Ma anche i siciliani continuano a giocare la loro parte. Per esempio con il “caporalato”. Il reclutamento avviene in più bar controllati dalla mafie”.
Ma lei è l’unico in città a parlare di queste cose? “Non proprio. Adesso c’è anche un pentito che sta raccontando degli intrecci genovesi. Se ne occupa direttamente il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso”.
E gli inquirenti genovese? “Polizia e Carabinieri hanno di fatto abbandonato il controllo del territorio. Per esempio in Valpolcevera. Al Commissariato di Cornigliano (competente sul territorio) è rimasta una sola volante. I Carabinieri delle stazioni sono pochissimi. E quelli che restano in servizio alla fine non fanno altro che rimanere in ufficio per ricevere le denunce. La Dia lavora, in grande silenzio”.
Ma è vero che la Casa della Legalità sta chiudendo? “No, resistiamo, siamo in causa con l’Arci e la Società di Mutuo Soccorso”.
Perché non vi vogliono? “Per una questione sostanzialmente politica. L’Arci sostiene che la nostra attività è inutile. Perché, sostengono, a Genova la mafia non esiste”.
02.07.2006 – Famiglia Cristiana
Ma le intercettazioni sono il male minore
di Adriano Sansa
formato .pdf – clicca qui
Nuova protesta della madre di Massimiliano Carbone
di Antonello Lupis
LOCRI – Finché non otterrà giustizia e risposte certe sul barbaro – e ancora irrisolto – omicidio del figlio Massimiliano Carbone avvenuto poco più di anno e mezzo fa, la madre della vittima, Liliana Esposito, maestra elementare, donna esile ma tenace, difficilmente porrà fine alla sua coraggiosa battaglia.Dopo essere, infatti, stata protagonista di recente e nei mesi scorsi di altre singolari iniziative, ieri mattina si è seduta con la foto del figlio davanti all'ingresso del Tribunale di Locri per «chiedere attenzione e impegno adeguato da parte degli inquirenti e delle forze dell'ordine sulla vicenda di mio figlio Massimiliano».Appresa la notizia, sulla vicenda è intervenuto il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, Giancarlo Bregantini. «So, signora Esposito – scrive il prelato locrese in un documento – quanto sta soffrendo in questo momento, di fronte alle lungaggini della burocrazia della giustizia. So quanto è grande il suo cuore di madre, che soffre due volte: ieri per il sangue versato, oggi per la fatica nell'ottenere giustizia. Le sono vicino. Ed insieme le chiedo di essere tenace e fiduciosa, nonostante tutto».Un solo colpo di fucile da caccia caricato a pallettoni, sparato dal killer da oltre dieci metri alle spalle. Così, a settembre del 2004, è stato assassinato a Locri il giovane incensurato Massimiliano Carbone, 30 anni, responsabile della cooperativa "Arcobaleno Multiservice". L'agguato all'intraprendente giovane locrese scattò nella tarda serata di venerdì 17 mentre Carbone stava rincasando. Il responsabile della cooperativa "Arcobaleno Multiservice", stimato e ben voluto, parcheggiata l'auto stava per il portone, quando all'improvviso un sicario appostato dietro un muretto lo centrò in pieno.
Il viceministro Marco Minniti ha presieduto una serie di incontri
con forze dell\'ordine e magistratura
La 'ndrangheta, priorità del Paese
Pronta la strategia di contrasto: «Azioni forti e quotidiane»
REGGIO CALABRIA - Una disamina molto attenta su tutto ciò che è avvenuto recentemente in Calabria, poi la definizione di un quadro di priorità ed indirizzo ed infine una strategia di reazione alla criminalità organizzata, tenuta gelosamente segreta per ovvi motivi: per il vice ministro dell\'Interno Marco Minniti, giunto ieri a Reggio per presiedere in prefettura la Conferenza regionale delle autorità di pubblica sicurezza, è stata una giornata di lavoro intensa e proficua.
A cominciare dalla mattina, impegnato dapprima con tutti i prefetti della regione per una riunione apertasi con la relazione del prefetto Luigi De Sena, mentre nel pomeriggio è avvenuto l\'incontro con le rappresentanze della magistratura inquirente calabrese: dalla Direzione nazionale antimafia alla Direzione distrettuale antimafia «con l\'obiettivo ha esordito il viceministro al termine dei lavori di fare un bilancio del \"programma Calabria\" al quale sta lavorando lo stesso prefetto De Sena d\'intesa con i colleghi delle cinque province calabresi ed in collaborazione delle forze di polizia». Presenti all\'incontro il generale di brigata dei carabinieri Salvatore Scoppa, direttore dei servizi analisi criminale, il direttore del Centro servizi antidroga, generale dei carabinieri Carlo Gualdi, il direttore della Dia, generale della guardia di finanza Cosimo Sasso, e il questore di Reggio Vincenzo Speranza. E il quadro tracciato dal viceministro viene ritenuto sicuramente
soddisfacente. «Abbiamo un bilancio positivo per quanto riguarda il lavoro di questa fase e che ha già prodotto risultati, altri li produrrà in tempi brevi».
Tre le questioni ritenute fondamentali da Marco Minniti: la prima è che la Calabria, rispetto al versante sicurezza, «non è, né sarà mai soltanto un problema dei calabresi. Il convincimento che abbiamo è che qui, in regione, si stia giocando una partita che ha un grande rilievo nazionale e che il tema della sicurezza in Calabria costituisce una variante di tutto il Paese». La seconda questione Minniti la riconduce all\'assoluta priorità alla lotta contro le organizzazioni criminali da parte delle politiche del governo, «un\'assoluta priorità che costituisce un prerequisito nei confronti di qualunque politica di sviluppo economico, sociale e civile di questa parte del territorio nazionale».
Terza questione, la necessità di sviluppare nei confronti del crimine «un\'azione che sia ordinaria, forte, costante, quotidiana». Nel senso che non è necessario rispondere con picchi forti ma «costruire insieme una strategia di breve e medio periodo che consenta di segnare dei risultati». E per fare questo per Minniti occorre una sorta di flessibilità d\'intervento, «una presenza dello Stato capace di aderire a realtà che sono differenti, capace anche di concentrare rapidamente, in situazioni di crisi, forze investigative maggiore presenza sul territorio». Coniugare quindi il tema della quantità con quello della qualità, «sapendo che il tema della lotta alla criminalità organizzata si gioca anche in questo campo. Bisogna quindi rispondere ad una \"domanda di Stato\" molto forte da parte dei cittadini calabresi». Poi Minniti, nell\'assicurare che nulla sarà sottovalutato, raccomanda ai giornalisti «una certa prudenza nelle valutazioni, prudenza indirizzata a 360 gradi». Rispetto a fatti particolarmente drammatici il viceministro raccomanda tutti ad aspettare almeno il completamento delle primissime fasi delle indagini.
Infine, sulle questioni sollevate dai collaboratori di giustizia, il viceministro all\'Interno ci tiene a dire che «nei prossimi giorni verrà costituita la nuova Commissione, da me presieduta, che si occuperà di tutti i casi. Non sono questioni che possono essere risolte attraverso un rapporto bilaterale con l\'autorità di governo, ma sarà la stessa commissione a valutare tutti i casi». Rispetto invece all\'incontro avuto con i rappresentanti della magistratura Minniti, raccogliendo le preoccupoazioni dei magistrati, illustra le questioni sulle quali si è discusso, e cioè misure di materia normativa, come ad esempio il gratuito patrocinio e gli sconti di pena, la possibilità di cumulare la legislazione premiale in reati di mafia, gli organici e l\'operatività. Su quest\'ultimo punto Minniti ha assicurato, grazie al prefetto De Sena, la somma di tre milioni di euro per le nuove tecnologie per contrastare la criminalità organizzata. E sull\'amaro \"sfogo\" del presidente degli industriali calabresi, Pippo Callipo, Minniti, nel considerarlo un serio segnale d\'allarme, risponde categoricamente che «occorre rispondere con gli atti ed i fatti, e noi testardamente cercheremo di farlo. Comprendo che si tratta della via più difficile ma è la via maestra se vogliamo affrontare il nodo del rapporto di fiducia». Quindi per il viceministro non servono enunciazioni di principio e d\'intenti «ma impegno e fatti concreti». Potenziamento dei servizi, di Polizia e Carabinieri «per garantire la sicurezza dei cittadini». Sulla situazione della Locride, Minniti assicura che non esistono morti di serie A e di serie B. «Bisogna avere il controllo del territorio e quella flessibilità in modo tale di poter dare quella risposta tempestiva ed efficace», conclude il viceministro, ottimista sui risultati. «Mettere in campo quelle risorse d\'esperienze che porteranno risultati, alcuni dei quali, mi auguro, saranno già abbastanza rapidi».
Detenuto parlava al telefono
Dai domiciliari finisce in carcere
Era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta del pm Giovanni Arena e dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, partita dalle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia” e che riguarda il pericoloso commercio di sostanze dopanti. Matteo Giorgetti, 35 anni, gestore di un negozio di integratori a Sestri Ponente, era stato messo agli arresti domiciliari dal gip Elena Daloiso una decina di giorni fa, ma ora è finito in carcere per aver violati gli obblighi imposti dal giudice: non parlare al telefono con degli altri indagati o conoscenti o ricevere persone a casa.
Insieme a Giiorgetti era stato messo agli arresti domiciliari Sergio Cassina, guardia giurata di quarant’anni. Nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice sono stati assistiti dai difensori, gli avvocati Claudio Zadra e Andrea Verazza, e hanno detto di aver utilizzato per uso personale le sostanze anabolizzanti ed in qualche occasione di averle cedute gratuitamente ad amici che ne facevano richiesta.
L’operazione, dei Carabinieri del Nas e dai loro colleghi del comando Provinciale di Genova, era sfociata dieci giorni fa nel trentanove perquisizioni, in abitazioni e palestre, principalmente nel ponente genovese da Cornigliano ad Arenzano....
MADDALENA
Giro di vite contro il diffuso malcostume denunciato dalla Consulta dell'handicap. «Legge violata in sei casi su dieci»
Pass disabili, caccia ai furbi
Ritirati 50 contrassegni in pochi mesi: fotocopie degli originali o utilizzati senza diritto
Cinquanta contrassegni per disabili ritirati dai vigili urbani della sezione Maddalena nei primi cinque mesi dell'anno.
E' lunga la lista degli abusi ad opera di automobilisti senza alcuna invalidità. «Si va dalla classica fotocopia esibita al posto dell'originale alla mancanza del disabile a bordo o nei pressi del veicolo, alle contraffazioni vere e proprie per cui scatta la denuncia alla magistratura». A parlare è il sovrintendente Marco Moretti, vigile della Maddalena specializzato nei controlli per il rispetto della normativa che tutela la mobilità dei disabili. Nella stessa missione è impegnato il collega Albino Strada, in servizio alla Foce. «Sono i nostri veri paladini», osserva, grato, Claudio Puppo, segretario della Consulta regionale per l'handicap e presidente nazionale dell'Anglat, l'associazione (38 mila iscritti) che si occupa di trasporto e disabilità.
«Quello dell'uso improprio dei contrassegni per disabili è un malcostume molto diffuso e tipicamente italiano», attacca Puppo. «A Genova - continua - si calcola che almeno il sei per cento dei 6.000 contrassegni rilasciati dal Comune siano fotocopie od originali contraffatti. Mentre addirittura il 60 per cento dei tagliandi è utilizzato in modo contrario alla legge». «Circa il 20 per cento delle violazioni - aggiunge Moretti - sono commesse da residenti fuori Genova, a volte piccoli paesi, il che rende assai complicato il lavoro di verifica».
«Nel 2005 i tagliandi sequestrati sono stati un centinaio, ma quest'anno la quota sarà probabilmente superata», prevede Luciano Repetto, responsabile del distretto Centro della polizia municipale. E' nella zona tra piazza Colombo, piazza Dante, via Ceccardi e piazza Fontane Marose che si concentra la maggior parte dei furbi: non si tratta, generalmente, di finti disabili quanto di automobilisti che approfittano della disabilità di genitori, parenti o amici, spesso addirittura defunti, per parcheggiare impunemente (e gratis) nei posti riservati ai disabili nel cuore più congestionato della city.
I pass partout illecitamente adoperati per aggirare divieti, limitazioni e soste a pagamento sono, come detto, i contrassegni rilasciati dall'Ufficio permessi del Comune, al Matitone, "alle persone con sensibile difficoltà di deambulazione". Così recita l'articolo 381 del regolamento d'attuazione del codice della strada. Ma l'Anglat preme per una modifica della norma in senso più restrittivo: «Le autorizzazioni a parcheggiare - continua Puppo - dovrebbero essere concesse solo alle persone in carrozzina o a chi davvero non riesce a muoversi autonomamente». Sempre Anglat invoca sanzioni molto più severe a carico dei trasgressori: «Le multe dovrebbero oscillare da un minimo di 250 euro a un massimo di 2.500 euro. Per i recidivi dovrebbe anche essere prevista la revoca dell'autorizzazione, mentre attualmente il permesso viene generalmente restituito al titolare». Titolare che deve essere sempre un disabile. Il quale può utilizzare il contrassegno (che ha durata quinquennale) a bordo della propria auto, se guida, oppure di veicoli condotti da altri a patto che lo impieghino strettamente per il trasporto del disabile stesso. «Invece - dice il vigile Moretti - mi è capitato di multare un uomo col contrassegno disabili che apparteneva al padre morto tre anni prima. Poi c'è stato il caso di un ragazzo che aveva cambiato il numero identificativo dell'autorizzazione rendendo difficilissime le verifiche». Un altro giovane è stato denunciato per contraffazione: «Aveva falsificato la residenza sul documento, prelevato chissà dove».
Altri esempi clamorosi: «Due automobilisti erano stati sanzionati per aver esposto delle fotocopie. Non contenti, avevano presentato ricorso in prefettura. Alla fine erano stati costretti a portare l'originale da cui si è scoperto che il disabile era deceduto. Li abbiamo denunciati».
Enzo Galiano
Il retroscena dopo la sparatoria
“Sono pronto a uccidere” la promessa del boss della mala di Cornigliano
“Vedrete: prima poi ammazzo qualcuno. Così divento famoso. Leggerete di me sui giornali. Io non ho paura di niente”. Alessandro Fiori, il malavitoso ventinovenne arrestato alle 4,30 di sabato dai Carabinieri al termini di una sparatoria al casello di Nervi, era un uomo ambizioso, un duro. Secondo le intercettazioni ambientali da qualche tempo andava dicendo che si sarebbe procurato un arma e avrebbe commesso un’omicidio. Non stupisce: nei carteggi dei carabinieri Fiori al profilo del boss mafioso, a capo di un organizzazione di albanesi, un gruppo di scagnozzi che lui governava (e forse governa ancora dal carcere). I suoi campi d’azione erano Genova e Roma. In particolare nel capoluogo ligure le sue aree d’influenza – dove era riconosciuto come un capo – erano nel ponente della città. Nei locali notturni di Sampierdarena e nei bar di Cornigliano si muoveva con agioe tranquillità, protetto da i suoi uomini, rispettato. A Genova aveva una casa in via Priarruggia, nel Levante, lontano dal territorio dove era solito agire. Soltanto una settimana fa
uno dei suoi “scagnozzi”, Filja Endrit, 21 anni, era stato arrestato dai Carabinieri un servizio notturno a Sestri Ponente. Il ragazzo nell’ambito di un regolamento di conti tra bande albanesi era stato accerchiato da un gruppo di connazionali mentre si trovava solo in un “night”: era stato picchiato e accoltellato. Dopo qualche giorno Endrit si era rimesso in piedi. Cercava vendetta: si era armato di una pistola ed era pronto ad uccidere i suoi accoltellatori. I militari lo avevano fermato e ammanettato prima che facesse una strage. Endrit era risultato coinvolto in affari loschi: droga, donne, soldi, armi, macchine. E figurava aver un ruolo di media grandezza nell’entourage di Alessandro Fiori.
Metà della vita del malavitoso era a Genova. L’altra metà a Roma. Lì vive la moglie albanese. E’ stata la donna a farlo entrare nel giro buono, quello dei duri proveniente dai Balcani, gente pronta a tutto. E lui, si dice in ambiente investigativo non ha tardato a farsi valere dimostrando la stessa spietatezza che certi malavitosi albanesi hanno portato con sé dopo la crisi balcanica e il collasso dell’economia locale.
Sia Roma che a Genova Fiori aveva giri di affari di peso e ben avviati. Proveniva proprio da Roma quando i Carabinieri lo hanno bloccato al casello. Non si è dato per vinto: Fiori voleva uccidere qualcuno. Ci è andato molto vicino investendo e ferendo gravemente Roberto Arundine, un militare del Nucleo Operativo di Genova. Fiori tre anni fa era già stato arrestato a Genova dai Carabinieri di Portoria: anche allora tentò di sfuggire all’arresto. Fu preso con sette grammi di cocaina.
Francesco Ricci
25.06.2006 – La Repubblica
I retroscena della complicata vicenda che ha portato alla ribalta della cronaca il patron siriano della Lucchese, con villa a Pieve
Fouzi: miliardi, miniere & potere
Quelle amicizie sbocciate ai tempi del caso Achille Lauro
Amicizie, trattamenti di favore, e una indagine dei magistrati di Montecarlo che sta suscitando più di un imbarazzo
di MARCO PREVE
Raccomandazioni ad alto livello per l´acquisto di squadre di calcio, e corsie preferenziali per evitare controlli doganali in aeroporto. Trattamenti di favore da parte della polizia genovese per Fouzi Hadj, l´imprenditore siriano indagato per riciclaggio dalla magistratura di Montecarlo.
Un feeling - interrotto dai trasferimenti decisi dal questore Salvatore Presenti - che aveva però origini lontane, per la precisione nel periodo del sequestro dell´Achille Lauro ad opera di terroristi palestinesi avvenuto nel 1985.
E´ lì che nascono alcune amicizie e rapporti privilegiati che possono aiutare a spiegare un "affaire" che - dopo le anticipazioni di Repubblica, Espresso e Corriere Mercantile - sta creando qualche imbarazzo nei palazzi del potere.
Breve riepilogo. Il signor Hadj è un recente miliardario con interessi in Guinea e in Ucraina. Il giudice istruttore di Montecarlo Bruno Nedelec, nel 2004 avvia indagini per il sospetto di riciclaggio relativo all´acquisto di un hotel nel Principato di cui sono comproprietari Hadj e l´avvocato genovese Damiano Sterle. Vengono chieste alle autorità italiane indagini attraverso pedinamenti, videoriprese e intercettazioni telefoniche. Da questi accertamenti, oltre ad un bonifico da 50 mila euro sul conto dell´ex questore di Genova oggi a Napoli Oscar Fioriolli («un prestito per l´acquisto di una casa»), emergono trattamenti di favore da parte di alcuni poliziotti nei confronti di Hadj e di suoi collaboratori. Comportamenti apparentemente discutibili, che per la procura non hanno però mai rappresentato ipotesi di reato e neppure spunti investigativi degni di essere approfonditi. Almeno fino ad oggi.
Ci sono, però, altri punti ancora da chiarire sul fronte genovese. Quando si dovette nominare un interprete per tradurre i dialoghi in lingua araba di Hadj, la scelta del dirigente della polizia giudiziaria Giulio Amendola ricadde su Marwan Katabi, sessantenne siriano, imprenditore del ramo export e dieci anni fa socio nella ditta "Orient" di salita san Barnaba, proprio di Fouzi Hadj. Ma Katabi era stato soprattutto, come racconta il pm di allora Luigi Carli: «L´interprete principale del processo contro i terroristi dell´Achille Lauro. Un uomo di grande cultura, cittadino italiano, affidabilissimo, sicuramente un uomo che era di casa nella questura di Genova».
Amico di molti poliziotti Marwan Katabi, amico degli stessi e di altri poliziotti Fouzi Hadj che di Katabi era stato socio. E lo stesso questore Fioriolli, che non vuole rilasciare dichiarazioni ufficiali sulla vicenda, riconosce però che la casa di Fouzi (appena saputo che era indagato Fioriolli ha interrotto ogni rapporto, anche se ritiene vergognoso, e ne ha discusso con il procuratore Francesco Lalla, il suo coinvolgimento mediatico nella vicenda) era frequentata da molti altri funzionari di polizia. Ed anche ispettori, come quello che presentò Hadj a Fioriolli negli anni ´80, e che due mesi fa, dopo una lunga carriera nella Digos, è stato trasferito dal questore Salvatore Presenti. In ogni caso, in questi vent´anni, Fouzi Hadj ha stretto molte amicizie e incrementato il suo patrimonio. La conoscenza con Fioriolli è sicuramente servita come referenza per l´acquisto della Lucchese.
Racconta Pietro Fazzi ex sindaco di Lucca: «Il questore Maurizio Manzo (dirigente dell´ufficio stranieri a Genova negli anni ´90, ndr) mi disse che gli aveva telefonato il collega Fioriolli per raccomandare Hadj e garantire che si trattava di una persona affidabile».
La stima era reciproca, visto che Fioriolli aveva trascorso il Natale del 2004 nella villa da sogno di Pieve Ligure, e il siriano intendeva convincerlo ad accettare di occuparsi del piano della sicurezza per il presidente della Guinea Lansana Contè.
Ed è proprio la Guinea la fonte della fortuna di Hadj. Lui spiega che Contè lo ha anche incaricato di occuparsi dei rapporti con l´Onu per gli aspetti umanitari.
Ma non è certo quello il suo unico impegno in terra d´Africa.
Hadj spiega in dettaglio quali siano i suoi interessi in una querela del 2002 nei confronti di un socio in affari: «Ho saputo dal signor B. che in Guinea si potevano acquistare metalli di ferro, quale rottamazione di macchinari di miniera di bauxite. Alla fine del 1996 sono andato in Guinea e ho preso contatti con il Ministero delle Miniere. E nel 1997 ho acquistato materiale di rottamazione. Attualmente ho una società, Katex Mines. Io ne sono amministratore con Sharif Contè, fratello del presidente. Abbiamo una concessione per lo sfruttamento delle miniere e l´esclusiva del rottame. In più attività nel settore agricolo ed immobiliare. Stiamo costruendo circa 300 ville. Sono anche consigliere economico del presidente che mi ha dato il compito di risanare tutte le strutture». Secondo l´organizzazione non governativa Human Rights Watch, nel 2003 la Katex - Hadj smentisce con fermezza - fu l´intermediaria di un traffico di armi provenienti dall´Ucraina e dirette alla Liberia, paese sul quale vige l´embargo.
“Taglia degli usurai su mio marito”
Cinquemila euro per scoprire un imprenditore: lo vogliono vivo o morto.
Wanted, come sui manifesti ingialliti del far west. Dead or alive, vivo o morto. C’è una taglia sulla testa di una delle vittime della banda di usurai scoperta dalla Guardia di Finanza nelle scorse settimane. 5000 euro, per conoscere il luogo segreto nel quale da mesi l’imprenditore taglieggiato si è rifugiato, dopo aver chiuso la sua attività.
Ha lasciato l’Italia, la moglie e i figli per sfuggire alle minacce della ‘ndrangheta, alle pistole con matricola abrasa, alle richieste di soldi per pagare gli interessi sugli interessi di un capitale pietito ed ottenuto mesi prima, come l’ultima boccata di ossigeno, l’estrema ch’ange di salvare un’azienda morente. E’ fuggito abbandonando tutto per ricominciare a vivere. E ora qualcuno lo cerca per eliminarlo.
E’ la storia che emerge dai verbali dell’inchiesta del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria di Genova. Un dramma che sull’ordinanza di custodia cauteale in virtù della quale sono stati arrestati due usurai di San Quirico e di Teglia, quartieri paese della Valpolcevera, rivive attraverso le parole della moglie del fuggitivo, come tutta la famiglia ora sotto la protezione dello Stato: Quando se ne è andato mi ha detto “tu non capisci, tu non sai che spada si Damocle c’ho sulla testa. Questi mi vogliono far fuori a me, a voi, alla mia famiglia. Io mi sono rotto di tenermi tutto dentro….io cosa devo fare, io di soldi non ne ho”
I soldi li aveva finiti da tempo e le banche avevano esaurito la pazienza oltre che i fidi, come accade agli inizi di ogni storia di usura. C’è sempre un’ amico, in questi casi, che ha un altro amico pronto ad intervenire in aiuto del carissimo commerciante. Nel dramma ricostruito dalla Finanza ad intervenire è un cliente dell’imprenditore in difficoltà, il figlio di un benzinaio, uno dei due arrestati assistito dall’avvocato Stefano Savi:” conosco determinate persone che possono darti una mano”, è l’inizio della fine nelle parole dell’intermediario. In pochi giorni arriva una busta piena di banconote: seimila euro, tanto per cominciare:” interessi del 40% mensili. Nessun problema se fra trenta giorni mi dai 8.400 euro o solo i 2.400 euro degli interessi”.
La figura dell’amico ha un ruolo centrale in ogni affare di questo genere. Lo strozzino fornisce il denaro ma non interviene in prima persona se non in momenti cruciali. E’ l’amico, con un rapporto sempre equivoco con la vittima dell’usura, a fare pressioni, sollecitare e, solo di fronte a ritardi estremi nel pagamento degli interessi, a minacciare senza mezzi termini: tuo marito mi ha messo in un casino mi ci ha messo di brutto. Ufficialmente è l’intermediario il primo responsabile di un mancato pagamento. Siccome è lui ad avere un rapporto di amicizia con il destinatario del prestito, la pressione è prima di tutto psicologica: ho bisogno di quei soldi, così mi tolgo questa piovra da attaccata al culo, si legge su una delle intercettazioni. Poi le richieste diventano estorsioni: se tuo marito non paga spariamo a te ed ai tuoi figli.
E’ dalle confidenze delle moglie dell’imprenditore che emerge la notizia della taglia, poi confermata dai successivi accertamenti degli investigatori : lo stanno cercando per ucciderlo – dice la donna – e se non lo trovano fanno fuori me e i miei figli. E’ tutta colpa sua se siamo in questi casini. Stò pensando di prendermi io quei cinquemila euro – gli dico dove si trova e la finiamo lì. Nessuno si è fatto scrupolo di me io devo pensare alla mia vita…..
Per cercarlo l’usuraio contatta diverse persone, inquirenti sospettano appartenenti alla criminalità organizzata calabrese: trovatemi, trovatemi sto figlio di puttana, - si legge sulle intercettazioni raccolte dagli investigatori della Guardia di Finanza- trovatemelo che gli taglio la testa.
A temere ora è la moglie dell’imprenditore costretta a subire tutte le minacce che il marito ha evitato lasciando il paese chiudendo l’azienda. Il dialogo più inquietante tra quelli intercettati dagli investigatori è ambientato nella attività ceduta dal marito ad un altro commerciante, legato alla banda di usurai: non ti credere che la tua situazione sia positiva – dice l’uomo – tanto noi sappiamo che tu lo nascondi che sai dov’è. Stai attenta che appena ti beccano ti fanno la festa cara mia ….Non è che ti uccidono, si divertono un po’….. tanto gli devi centomila euro, hai voglia….. ho parlato proprio chiaro in cinque o sei si divertono….. quando ne hanno a voglia ti vengono a cercare.
Graziano Cetara
Terrorizzata dalla banda scoperta dalla Finanza
“Denunciatemi per favoreggiamento:non parlo”
“Sono già stato denunciato una volta per favoreggiamento, posso esserlo di nuovo. Non parlo, inutile insistere, non faccio i nomi, non ne voglio sapere” E’ una delle vittime della banda di usurai scoperta dalla Guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Andrea Canciani. Ed è anche uno degli imprenditori che ha scelto di non collaborare rischiando per la seconda volta la beffa di una denuncia. E’ al suo capo che si riferiva il generale Walter Peruzzo, comandante regionale delle fiamme gialle quando alla festa del corpo di venerdì ha parlato pubblicamente di omertà. Il mostro dell’usura si alimenta di violenza e silenzio ed è per questa ragione che le statistiche ufficiali parlano di un fenomeno al momento ancora sotto controllo.
Lo è solo in superficie.
E’ un fenomeno latente nelle mani della criminalità organizzata (a Genova a dominare la scena è la ‘ndrangheta con un paio di famiglie) che gestisce una rete di intermediari e riscossori divisi in più livelli con una condivisione delle informazioni diversificata: non tutti sanno tutto. A contatto con le vittime c’è sempre un amico che accorre in soccorso dell’imprenditore in difficoltà abbandonato dalle banche. Porta i soldi e si espone in prima persona, facendo da garante: è sempre lui quello che rischia, in prima battuta, prendendo le distanze dagli strozzini che rappresenta. Il rapporto è equivoco. L’intermediario è amico dell’usurato, apparentemente, e non è mai in combutta col cravattaio. Le conseguenze sono un crescendo di richieste di soldi e di minacce.
Ci sono figuri che si presentano a nome di altri, nominandoli con pseudonimi ed esibendo armi. E c’è sempre una soluzione per rimandare il pagamento degli interessi, del 40/50% mensili, una cifra a due zeri su base annua finchè l’azienda ha ancora ossigeno per alimentare il business degli strozzini. Quando la morte dell’attività si profila, l’organizzazione criminale ha sempre un paio di opzioni da offrire: un altro usuraio a cui chiedere il denaro per onorare gli impegni, o la cessione dell’azienda, a un prezzo simbolico o fittizio. Tra le vittime intercettate dai finanzieri in quest’ultima indagine, in molti hanno dovuto consegnare quote della propria attività agli estorsori. Altri hanno venduto beni di famiglia, appartamenti, per avere liquidità, qualche volta ad acquistarli, senza pagare una lira, se non sulla carta, sono gli stessi strozzini.
E’ una piovra che si inserisce nel tessuto economico delle piccole e medie imprese allontanando i capitali messi insieme legalmente e impiegando denari rastrellati con la minaccia. L’unica possibilità è affidarsi allo stato: “solo con la collaborazione delle vittime- spiega la Guardia di Finanza- possiamo scovare ed eliminare organizzazioni criminali così strutturate e violente”.
Graziano Cetara
Scena da far west al casello di Nervi, Carabiniere ferito
Inseguimento con sparatoria per fermare il pusher della coca
Inseguimento con sparatoria venerdì sera al casello autostradale di Nervi per mettere le manette ad corriere di cocaina a cui i Carabinieri del Reparto Operativo stavano dietro da diverso tempo. L’uomo, seguito e bloccato da un’auto civetta dei militari, le ha speronate con la propria vettura ed ha investito due Carabinieri che hanno dovuto sparare ai pneumatici. Il corriere è stato infine bloccato dopo una colluttazione. Bilancio dell’operazione: tre etti e mezzo di cocaina sequestrata e cinque carabinieri feriti uno dei quali con una clavicola lussata. Il corriere Alessandro Fiori, 29 anni, originario di Sassari ma residente a Genova a Quarto, è stato arrestato e rinchiuso in carcere nella colluttazione ha riportato ferite giudicate guaribili in dieci giorni. I carabinieri avevano organizzato l’appostamento dopo aver saputo da fonti confidenziali dell’arrivo del carico di cocaina destinata alla riviera ligure. Così hanno fatto scattare il fermo, ma il pusher ha tentato di fuggire. Nella sua casa di via Priaruggia i carabinieri hanno trovato tutto quello che serviva per tagliare e confezionare la cocaina. Il bilancino elettronico e la pietra da “taglio” per i carabinieri sono la prova che Alessandro Fiori, 29 anni, pregiudicato per lesioni, rapina, furto, spaccio, era un pusher in ascesa, non un semplice corriere. Un piccolo boss, conosciuto e temuto nel ponente cittadino, pronto a vendere cara la pelle, deciso a farsi ammazzare piuttosto che tornare in prigione. Ieri mattina, alle 4.30, al casello di Nervi, Fiori si è trovato ad un bivio. I militari del Nucleo operativo (gente esperta, tra loro alcuni che inchiodarono il serial killer Donato Bilancia) gli hanno sbarrato la strada, chiudendolo come una cavia nel vicolo cieco di un labirinto. Alessandro Fiori ha scelto di lottare, di rischiare la vita, pur di fuggire. I Carabinieri, che lo pedinavano, lo hanno chiuso tra i due gabiotti del secondo casello di uscita della barriera di Nervi: una Citroen “Megane” berlina dietro, una “Jeep” davanti. Sebbene fosse alla guida un suv di grande potenza una BMW “X5”, Fiore era in gabbia. Ha ingranato la retromarcia. Ha speronato la berlina. Poi ha innestato la prima e ha scagliato l’auto contro la “Jeep”. Voleva farsi un varco per fuggire. I carabinieri sono scesi dall’auto, le pistole in pugno. Le fiammate delle armi automatiche si sono sovrapposte alla luce fredda dei neon. Otto colpi sono stati sparati ai pneumatici e al motore della macchina del pusher. Quando Alessandro Fiori è stato ammanettato un carabiniere era a terra: Roberto Ardundine, 45 anni, nell’ambiente noto col soprannome di “Sandocan”, era rimasto schiacciato tra la BMW ed il guard rail. Non rischia la vita, dicono i medici del San Martino, ma le sue condizioni sono gravi. La prognosi è di quaranta giorni: ha riportato fratture e profonde lesioni alla schiena. Un altro militare ha riportato una lesione ad una gamba: per lui dieci giorni di prognosi. Due colleghi se la caveranno con un paio di giorni.
Gavino Sechi, il maggiore comandante della Seconda Sezione del Nucleo Operativo di Genova ha spiegato che i suoi uomini stavano pedinando Alessandro Fiori da tempo. Il ventinovenne, sposato con una donna albanese era nel mirino dei militari che sospettavano da qualche tempo fosse passato dall’uso al commercio di cocaina, droga di cui a loro dire fa uso. Abbiamo iniziato a pedinarlo- ha spiegato Sechi finchè finalmente siamo riusciti a sapere che ieri sera (venerdì per chi legge, ndr) sarebbe andato fuori città per fare “un carico di droga”. Fiori si era recato nel Lazio, dove aveva comprato 310 gr di cocaina in ovuli. I carabinieri hanno raccontato di aver organizzato un pedinamento a staffetta. Hanno “agganciato” il suv di Fiori a Sestri Levante. Mentre la “Megane” gli stava alle spalle , con discrezione, i colleghi attendevano pazienti ai caselli successivi. Fiori, che abita tra Sturla e Quarto ha scelto di uscire a Nervi. Non avrebbe potuto proseguire comunque: da qualche giorno di notte l’autostrada viene chiusa da Nervi a Genova est. Non avendo “il telepass” –errore gravissimo – ha puntato al secondo casello dove il pedaggio si paga con banconote e monete. Quando ha fermato la corsa i carabinieri gli si sono fatti addosso. Fiori “quasi certamente su di iri per la droga usata nel viaggio” ha sottolineato Sechi, ha speronato le auto e cercato di uccidere i carabinieri che a piedi negli spazi ristretti del casello gli si sono avventati contro. Ha costretto i militari a sparare. Non si è dato per vinto neppure quando il motore del X5 si è spento crivellato di colpi. Ha lottato strenuamente con i carabinieri. Ne ha ferito due.
La droga era stata nascosta dentro il poggia testa centrale della poltrona posteriore della BMW. Lo spacciatore non aveva armi. E’ stato accusato di tentato omicidio plurimo, lesioni gravissime, detenzione al fine di spaccio di droga e guida senza patente.
Francesco Ricci
Il carabiniere “poteva uccidermi”
“Quello poteva ammazzarmi. Mi è venuto addosso con la jeep. Mi ha scaraventato contro il gabbiotto del casello e poi sul guard rail. Ho cinquanta punti nella schiena”. “Sandocan”, Roberto Arundine, quarantacinque anni più della metà di servizio nei Carabiniere...
La Sentenza
Torrefazione e ristorante confiscati a 5 “cravattari”
Avevano organizzato un’attività di usura, pretendendo dalle vittime per i prestiti concessi tassi altissimi e, parallelamente avevano creato un attività lecita che consisteva nella realizzazione di imprese commerciali. La banda degli strozzini della Valpolcevera, come era stata chiamata, era stata incastrata dagli investigatori del Ros lo scorso gennaio. Ieri nel corso del processo che si è svolto con rito abbreviato, il giudice Silvia Carpanini ha condannato cinque perone per un totale di quasi 10 anni di reclusione: Cosimo Gorizia ha avuto una pena a 3 anni e mezzo di reclusione e 1.500 euro di multa (per usura ed estorsione); per il solo reato di usura è stato condannato Stefano Boragine a un anno e 2.500 euro di multa, Giuseppe Sofrà e Silvio Criscino a 2 anni e 4.000 euro di multa ciascuno e Giorgio Ghisu, sempre per il reato di usura, a un anno e mezzo di reclusione e 3.000 euro di multa. Boragine, Ghisu e Sofrà sono stati condannati anche al risarcimento dei danni patiti dalle parti civili, da liquidarsi in separato giudizio. Un sesto imputato, Giuseppe Gorizia, è stato assolto. Il Gip ha inoltre disposto la confisca, che scatterà solo se la sentenza sarà confermata in modo definitivo, dei beni di tre imputati di Sofrà, Ghisu e Criscino. Secondo l’accusa i prestiti erano concessi a tassi altissimi. A far scattare le indagini era stata la denuncia di un imprenditrice, da un debito iniziale di 19 mila euro, si era trovata a dover restituirne, in due anni, circa due milioni a causa di interessi elevati sino al 350% l’anno. Il pm Andrea Canciani aveva chiesto sei anni per Cosimo Gorizia, tre anni per il fratello Giuseppe Gorizia (entrambi difesi dall’avv. Pietro Bogliolo), quattro anni e quattro mesi per Silvio Criscino (difesi da Francesco Valentino e Alessandro Sola) e per Giuseppe Sofrà (difeso da Andrea Vernazza), quattro anni per Stefano Boragine (difeso da Giuseppe Gallo), e per Giuorgio Ghisu (difeso da Raffaella Multedo).
Altri due imputati, Luigo Rebolini e Domenico Magnioli, saranno processati con rito ordinario. Il pm aveva chiesto per tutti il sequestro preventivo e la confisca di immobili e attività commerciali oltre al denaro già a suo tempo sequestrato per 175.000 euro.
L’imprenditrice che ha innescato insieme al fratello, si era recata dai Carabinieri; i due avevano raccontato di essere stati costretti a vendere diversi beni mobili e immobili per far fronte alle pretese degli usurai. I fatti erano successi tra il 2002 e l’inizio del 2005. Durante le indagini gli investigatori del Ros avevano messo a punto un dossier molto circostanziato dal quale risultavano appartamenti acquistati con il crimine e usati a garanzia di mutui e prestiti, questa volta legali, ottenuti dalle banche per alimentare attività ufficiali: tra queste un’azienda di torrefazione, un bar, un ristorante, un negozio di abbigliamento.
Elisabetta Vassallo


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Abbiamo cercato, già che
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di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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Savona,
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