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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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L’indagine
Taglieggiava negozianti.
Sgominata dalla Finanza organizzazione di usurai.
I “Cravattari” applicavano tassi del 500 per cento e pretendevano di entrare nelle società rilevando parzialmente o totalmente le attività commerciali.
Un’organizzazione che operava a Genova e forniva prestiti a tassi di interesse del 500 per cento su base annua agendo con la copertura di due imprese edili è stata scoperta e smantellata dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Genova. Tre persone, responsabili dei fatti, sono state arrestate. Prestando denaro arrivavano al punto di potere pretendere di entrare nelle società debitrici
finchè non ne ottenevano interamente il controllo. Sul caso sono ancora in corso le indagini dei militari. La notizia, resa nota ieri nel corso di una conferenza stampa del comandante regionali delle Fiamme Gialle Walter Peruzzo per evidenziare le principali attività svolte dal giugno 2005 al maggio 2006, e organizzata nell’ambito delle celebrazioni del 232° anniversario della fondazione del Corpo, è stata citata dal generale per testimoniare l’esistenza del fenomeno in Liguria, a differenza da quanto rivelano i dati statistici: il fenomeno, in base a quanto spiegato dal generale Peruzzo, non emerge per la scarsa propensione delle vittime a collaborare con la polizia giudiziaria.
Secondo quanto appreso dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Genova emerge l’attività di un’organizzazione di usurai che si rivolgeva principalmente a commercianti e artigiani, come gestori di ristoranti e titolari di officine meccaniche proprio perché nel caso in cui non fosse restituita la somma prestata, spesso anche con tassi di interesse che raggiungevano il 500 per cento, avrebbe potuto rivalersi sulle aziende degli “insolventi”.
Il sodalizio criminale contava su una rete di persone che avevano il ruolo di “riscossori” e che spesso si presentavano ad esigere il dovuto o ad intimidire le loro vittime armati, e su alcuni prestanome ai quali erano stati intestati i conti correnti bancari sui quali confluivano le somme provento dell’attività illecita.
Nel caso dell’inchiesta sono state arrestate tre persone ed effettuate 13 perquisizioni domiciliari che hanno portato al sequestro di due pistole con la matrice abrasa ed un ingente quantitativo di documentazione bancaria. Una delle persone arrestate è stata presa in flagranza di reato per possesso di armi, un uomo è stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, mentre per la terza persona sono stati previsti i benefici della detenzione domiciliare.
Il generale Peruzzo ha posto l’accento anche sull’attività svolta dalla gdf nel settore immobiliare. Nei primi mesi del 2006 sono stati eseguiti 68 interventi. In particolare l’interesse dei finanzieri era volto a scoprire affitti in nero. In questo ambito i militari delle fiamme gialle hanno trovato vari illeciti nell’ambito degli affitti agli universitari e in varie aree turistiche. Il fenomeno riguarda sia la città di Genova che le due riviere. In questo specifico settore sono settore sono stati identificati 1,4 milioni di euro di base imponibile e 300 mila euro di Iva evasa.
r.c.
“L’usura c’è ma non si vede perché le vittime non sporgono denuncia”
“Il fenomeno dell’usura, attestato in fascia “F” sulla base dei dati Istat che stima la distribuzione geografica della vulnerabilità per il rischio di usura nelle province italiane non sembrerebbe diffuso nelle province liguri e nello scorso 2005 i dati si sono mantenuti pressoché stabili rispetto al passato, fatta eccezione per quelli di carattere estorsivo che hanno registrato un lieve rialzo”. Il comandante della gdf Walter Peruzzo ha sottolineato ieri nel corso delle celebrazioni per il 232° anno della fondazione del Corpo come l’usura sia presente nel nostro tessuto sociale ma il suo contrasto sia molto difficile a causa della scarsa propensione degli “strozzati” a denunciare il loro stato di vittime. “Tuttavia –ha proseguito- la conclusione di alcuni servizi e l’attività posta in essere fa emergere una realtà diversa soprattutto per quel che riguarda l’usura, l’attività informativa risulta fortemente condizionata, in negativo, dall’omertà delle vittime che dimostrano una scarsissima propensione alla collaborazione con la polizia giudiziari”.
Oltre al tema dell’usura, Peruzzo si è particolarmente soffermato sull’emergenza delle truffe ad anziani. “Nessun militare può entrare nelle abitazioni di privati cittadini per controllare l’autenticità delle banconote –ha detto-. Questi sono servizi che nessun agente di polizia svolge, tantomeno i finanzieri”.
“I risultati operativi conseguiti – ha concluso il generale- e, più in generale, tutto quello che facciamo e come lo facciamo, non soltanto l’effetto del lavoro adeguamento agli scenari esterni, delle strutture, dei processi di lavoro e delle metodologie operative ma è anche frutto di entusiasmo mai sopito e rinnovato, di elevata professionalità ed incondizionata dedizione.”
f.r.
Mentre, con rara tempestività, l'Authority blocca gli spot-vergogna di Mediaset sul referendum a tre giorni dal referendum, e mentre molti leader dell'Unione replicano con un efficacissimo "Votiamo No per difendere la Costituzione da Bossi e Berlusconi e poi la riscriviamo con Berlusconi e Bossi", il Venerdì di Repubblica azzecca il miglior manifesto per il No. Foto dell’acuto Calderoli e titolo: "Comprereste una Costituzione usata da quest’uomo?". All’interno, l'album di famiglia dei padri ricostituenti nella baita del Cadore: oltre al Gianduja di Bergamo Alta, svettano il piccolo Nania (An), il medio Pastore (FI), il quasi alto D'Onofrio (Udc) e il molto alto Brancher (FI). E' a questi cinque pensatori rupestri che dobbiamo la controriforma che fa dell'Italia una repubblica dittatoriale di stampo caucasico-bananiero. E che, come scrive Michele Ainis sulla Stampa, è una "legge illeggibile": 8.533 parole, per giunta in sanscrito-ostrogoto, con danni irreparabili non solo alla democrazia, ma anche alla grammatica e alla sintassi. L'articolo 70 dei costituenti veri, quelli del '48, è di 9 parole; quello dei ricostituenti al grappino ne conta 585. Per giunta incomprensibili. Figurarsi gli sforzi intellettuali dei Magnifici Cinque per partorire concetti alati quali "gli enti autonomi hanno iniziativa autonoma", "lo statuto è approvato con legge approvata", "la regione interessata ratifica le intese della regione medesima", "l'espressione del parere che ogni Consiglio può esprimere". Roba da ernia al cervello. Ma, oltrechè con le leggi della lingua, alcuni di loro hanno rapporti conflittuali con le leggi penali. Brancher pagava tangenti al Psi e al Pli e, condannato in primo e secondo grado, l'ha fatta franca in Cassazione per prescrizione e abolizione del falso in bilancio. Nania ha una condanna definitiva per lesioni e una in primo grado per la sua villa abusiva a Barcellona Pozzo di Gotto. Calderoli, a parte i processi per le camicie verdi e le botte alla polizia in via Bellerio, deve ancora spiegare insieme a Brancher i generosi fidi di Fiorani, che derubava i clienti vivi e morti, ma i leghisti e i forzisti li trattava coi guanti. Ora la domanda è: chi eventualmente viola la legge può riscrivere la Costituzione?
Pare un gioco di parole. Ma non lo è. Nei giorni scorsi, in commissione Affari costituzionali, s'è tenuto un appassionante dibattito sul tema: può un imputato di mafia far parte della commissione Antimafia? Già il fatto che qualcuno abbia posto il problema. significa che il no è tutt'altro che scontato. Infatti alla fine è passato il sì. Tenetevi forte, perché questa è strepitosa. Angela Napoli, deputata calabrese di An e persona seria, propone di escludere dall'Antimafia i parlamentari sotto processo per mafia. Orazio Licandro, noto giurista catanese eletto nel Pdci, sgrana gli occhi: "Perché, non sono già esclusi?". Scorre il testo base delle legge istitutiva della nuova commissione Antimafia e scopre che no, non lo sono. Così propone un emendamento ad hoc. Ma il rifondatore comunista Francesco Forgione, che pure in Sicilia ha condotto battaglie solitarie contro mafia & politica, obietta: "Non sarà un affievolimento delle prerogative del parlamentare?". Il ds Luciano Violante, altro antimafia con le stimmate, concorda: "La materia è delicata, meglio lasciarla al buon senso del singolo parlamentare e dei presidenti delle Camere". Il meglio però lo dà Giampiero D'Alia (Udc): "C’è il rischio di creare una disparità inaccettabile: il pericolo è che possa far parte dell’Antimafia un condannato, ad esempio, per falso in bilancio". Si potrebbe stabilire che è escluso qualunque condannato e imputato, ma la soluzione viene scartata a priori: poi si faticherebbe a coprire gli organici. Dunque la proposta non passa: se ne riparlerà martedì in aula. Presto sapremo pure chi è l'imputato di mafia che aspira a far parte dell’Antimafia. Esclusi Provenzano e Messina Denaro, che non sono (almeno per ora) in Parlamento, il cerchio si stringe intorno ai 6 parlamentari indagati o imputati per concorso esterno: Romano (Udc), Malvano, Firrarello, Giudice e Dell'Utri (FI), Cusumano (Udeur). Ora analogo dibattito si accenderà in altre commissioni. Escludere gli imputati di pedofilia dalla commissione Infanzia? Precedente pericoloso. Escludere gli imputati di stupro dalla commissione Pari Opportunità? Allora chiamiamola Dispari Opportunità. Escludere gli evasori fiscali dalla commissione Finanze? Si rischia di favorire gl'imputati di abigeato. Escludere i rapinatori dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza? Attentato alle prerogative parlamentari. Escludere i ladri e i loro avvocati dalla commissione Giustizia? Sarebbe la prima volta, pare brutto.
Caposala all'ospedale di Locri, definì Fortugno "degnissima persona"
E la sera del delitto andò a fare le condoglianze alla vedova
REGGIO CALABRIA - Faceva il caposala ma era un re là dentro. I primari si dovevano inchinare, i manager prendevano ordini, i malati lo cercavano sempre per una "preghiera", un favore. L'Asl di Locri era lui. Gli altri c'erano ma non contavano. "Io sono amico di tutti", ci aveva detto una mattina del marzo scorso quando con un collega lo abbiamo incontrato nel bar di quell'ospedale che considerava suo. Aveva addosso il camice bianco, chiuse la porta di una stanza, le sue labbra si piegarono in una smorfia. E poi dalla sua bocca uscì un sibilo: "Francesco Fortugno, una degnissima persona".
C'era stata una soffiata e ci avevano indicato Alessandro Marcianò come "uno dei mandanti" dell'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale. Alle 8 del mattino lui aveva già letto l'articolo sui sospetti che lo riguardavano, è come se ci stesse aspettando. Le altre sue prime parole furono queste: "Io non ho paura di niente e di nessuno, se vogliono arrestarmi non scappo". E' un uomo alto e grosso Alessandro Marcianò, con due mani grandi e un collo taurino, la faccia larga e il naso schiacciato. Come spesso capita nei paesi del nostro Meridione, una vaga somiglianza gli aveva fatto appiccicare addosso un'"inciuria", un soprannome: lo chiamavano Celentano.
Per parte di moglie ha parenti di un certo "peso" ad Africo, una volta capitale dei sequestri di persona e oggi terra dove dicono che ci siano i trafficanti di coca più organizzati e ricchi d'Europa. Parenti che di nome fanno Bruzzaniti e Morabito.
Marcianò, boss "amico di tutti" così dettava legge nella sanità
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
In giro per Locri "Celentano" è uno che si è visto sempre poco. "In quel bar io non ci ho mai messo piede, né io né mio figlio Giuseppe abbiamo mai preso neanche un caffè", raccontò a proposito del bar Arcobaleno, il luogo dove secondo la ricostruzione del primo pentito dell'affaire Fortugno fu decisa l'uccisione del vicepresidente del consiglio regionale. Del figlio Giuseppe, che a marzo era ancora in galera per un traffico di droga e armi, non ne parlò volentieri.
All'improvviso cambiò espressione e la sua voce si fece dura, cattiva. E cominciò a dire: "Sapete come funziona? Sono sempre le stesse armi che fanno il giro dell'Italia e poi dicono che le hanno trovate addosso a questo o a quello".
Del sicario che aveva sparato a Francesco Fortugno non poteva sostenere che non lo aveva conosciuto mai. Era Salvatore Ritorto, quello stesso Salvatore che due giorni prima dell'omicidio era andato a trovarlo in ospedale. Amico di infanzia di suo figlio Giuseppe, quel ragazzo l'aveva visto crescere.
Conosceva tante gente Alessandro Marcianò. Conosceva bene anche quell'Enzo Cotroneo, il calciatore che un paio di notti prima della retata - gli arresti dei killer di Fortugno - avevano ammazzato come un cane sulla strada per Bianco. Nella primavera precedente qualcuno aveva colpito la saracinesca della sua sala giochi. Un avvertimento speciale, la stessa pistola poi avrebbe ucciso anche Fortugno.
Conosceva naturalmente anche la vittima, il medico che in una domenica dell'ottobre del 2005 affrontarono con le armi in pugno nel seggio dove si votava per le "primarie" dell'Unione. Un omicidio a urne aperte. Ci ricordò che Francesco Fortugno era andato anche al matrimonio di suo figlio Giuseppe. Nei paesi si conoscono tutti. E soprattutto in quell'ospedale si conoscevano tutti. Lui aveva il suo quartiere generale lì all'Asl, Francesco Fortugno era primario, sua moglie Maria Grazia era stata vice direttrice sanitaria. La vedova aveva la stanza proprio di fronte a quella di Alessandro Marcianò. "A due metri", ci disse lui. E aggiunse: "Tra noi ci sono stati sempre rapporti più che buoni".
Tranne una volta. Tranne alla vigilia delle "regionali" dell'anno scorso quando ci fu - hanno ricordato alcuni testimoni agli investigatori - una discussione molto animata tra "Celentano" e la signora Laganà. Il caposala per anni aveva appoggiato politicamente la famiglia dei Laganà, notabili di Locri, democristiani della vecchia guardia transitati poi nella Margherita. Ma in quelle elezioni Marcianò si schierò per il candidato Domenico Crea, un altro medico, un uomo politico molto chiacchierato sulla costa jonica della Calabria. E suo figlio Giuseppe trovò posto anche nella segreteria politica di Crea che poi fu il primo dei non eletti. E' entrato in consiglio a Reggio solo dopo la morte di Francesco Fortugno.
E Alessandro Marcianò quel giorno non era a Locri. Era ad Africo, dai parenti di sua moglie. Quando tornò nel suo paese vide il traffico impazzito. Era quasi il tramonto. Scese dall'auto e chiese cosa era accaduto. Glielo dissero. La stessa sera andò a fare il "visito" alla vedova Laganà, le condoglianze nella casa davanti al tribunale. E due giorni dopo si infilò il suo camice bianco ed entrò nella chiesa madre. Era in prima fila ai funerali di quella "degnissima persona".
L’inchiesta
Traffico di anabolizzanti in palestra, davanti al Gip sfilano i due arrestati
Le indagini avevano preso il via in seguito alle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia”: due arresti, dodici denunciati, perquisizioni e migliaia di fiale sequestrate
Due arresti, dodici denunciati, trentanove perquisizioni domiciliari e migliaia di fiale sospette sequestrate. E’ l’inchiesta del pm Giovanni Arena e dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità di Genova partita dalle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia” che riguarda il pericoloso commercio di sostanze dopanti.
E ieri mattina due degli indagati finiti agli arresti domiciliari hanno subito l’interrogatorio di garanzia dopo che il Gip Elena Daloiso aveva emesso nei loro confronti il provvedimento restrittivo nella scorsa settimana.
Matteo Giorgetti, 35 anni, gestori di un negozio di integratori a Sestri Ponente, e Sergio Cassina, guardia giurata di 40 anni, nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice, sono assistiti dai difensori, gli avvocati Claudio Zadra e Andrea Vernazza, hanno sostanzialmente entrambi ammesso di aver commercializzato le sostanze anabolizzanti.
Nessuno dei due, secondo quanto emerso dall’inchiesta dei Nas e dalle loro rispettive dichiarazioni, può essere considerato il “fornitore” dell’altro, ma si sarebbero scambiati fra di loro i prodotti in base alle rispettive necessità.
L’operazione, dai Carabinieri dei Nas e dai loro colleghi del Comando Provinciale di Genova, era sfociata giovedì scorso nelle trentanove perquisizioni, in abitazioni e palestre, principalmente nel ponente genovese, da Cornigliano ad Arenzano.
Ma già dalle indagini precedenti il pm Arena ha inviato 18 avvisi di fine indagine (i cosiddetti acip) ad altrettanti indagati. Le accuse sono a vario titolo di ricettazione e detenzione o commercio di sostanze dopanti quali il testosterone o l’ormone della crescita.
I carabinieri del Nucleo Antisofisticazione hanno compiuto nei mesi scorsi decine e decine di perquisizioni in abitazioni e palestre alla ricerca delle “pillole” per i muscoli. E le hanno trovate. Erano stati passati al setaccio oltre alle abitazioni degli indagati, anche le palestre che frequentavano abitualmente nel loro quartiere e anche altri centri di body building.
Certo, è opportuno dire che il fenomeno riguarda particolari ambienti e non si può generalizzare un’accusa così grave sia a chi frequenta abitualmente le palestre sia ai titolari delle stesse o a quelli dei centri di body building. Però, il fenomeno, purtroppo esiste, anche se si rivolge solo a determinate persone. Può indubbiamente ingenerale gravi danni alla salute.
22.06.2006 – Il Secolo XIX
L’adozione al single può salvare il minore
di Adriano Sansa
formato .pdf – clicca qui
La nuova, coraggiosa, spaventosa indagine calabrese del procuratore De Magistris svela un osceno intreccio di interesse che coinvolgerebbe il neocraxismo diessino, il potere del centrosinistra locale e nazionale, con le solite diramazioni bipartisan, gli immancabili ufficiali della Guardia di Finanza (chi controlla il controllore?) imprenditori di area democristiana e l'Opus Dei. La notizia occupa solo poche righe, di taglio basso, nelle web pages dei principali quotidiani italiani, e, tranquillo, il Palazzo non trema: dopo le cateratte aperte da anni sui ladrocini, i condannati riciclati, le intercettazioni sputtananti solo proforma, quello che sarebbe un sisma altove è, in Italia, un fastidioso solletico del tutto momentaneo. Loro lo sanno.
Ma c'è un dramma, nel dramma, ed è la regione Calabria. Abbiamo provato a tenere il conto, con gli amici di genovaweb.org, degli avvisi di garanzia e delle incriminazioni che hanno colpito i politici calabresi, ma lo abbiamo perso da mesi, sepolti dal numero dei provvedimenti. Rimane però un dato oggettivo: il consiglio regionale calabrese, nel suo insieme, non solo non è più credibile, non solo non è più tollerabile, ma, nel suo esercitare le funzioni legislativa ed amministrativa, è ormai fuori dall'ambito costituzionale. Il governo, la presidenza della Repubblica, il ministro degli interni e il presidente Prodi devono trovare immediatamente, e senza nessuna scusante, il coraggio e la volontà di sciogliere la Regione Calabria , anche se è (anzi, sopratutto perchè è) governata dalla loro parte politica.
Più di 30 (trenta) consiglieri su 50 sono attualmente indagati, alcuni di loro in due o tre diverse inchieste.Il presidente Loiero ed il vice-presidente Adamo, sono tra coloro che hanno accumulato più accuse. Inoltre risultano coinvolti decine tra esponenti di partito , tecnici e funzionari regionali, amministratori di enti regionali, di aziende sanitarie che dipendono dalla regione; in un intreccio di complicità e scandalosi familismi con amministratori provinciali, sindaci, consiglieri comunali, guardia di finanza, imprenditori locali e settentrionali, mafiosi in genere e tramite il collaboratore economico di Prodi Scarpellini, addirittura con una sorta di loggia massonico affaristica coperta con sede a San Marino.
La Calabria non è ne gestibile nè - allo stato dei fatti - riformabile. Per il suo bene : scioglietela.
Dall'indagine condotta dalla squadra mobile emerge la nuova mappa della mafia che ha messo le mani sulla città. Gli arresti disposti stamani dai pm hanno "decapitato gli attuali capi di cosa nostra" che erano in contatto, attraverso i "pizzini", con Bernardo Provenzano. I boss progettavano attentati e omicidi e ordinavano estorsioni a imprese e grosse attività commerciali.
L'inchiesta, che ha pure portato a decrittare i "pizzini" trovati nel covo di Provenzano dopo il suo arresto, e scoprire l'identità di alcuni favoreggiatori i cui nomi erano nascosti da numeri, è coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino, Roberta Buzzolani, Nino Di Matteo e Domenico Gozzo, e si basa in gran parte su intercettazioni effettuate per due anni in un box in lamiera in cui si svolgevano i summit dei capimafia, che si trova nei pressi di viale Michelangelo, alla periferia della città. Tra i 52 fermi disposti dalla Dda vi sono anche 16 indagati accusati di essere gli attuali capi delle famiglie mafiose di Palermo, tre dei quali sono considerati in posizione "sovraordinata" rispetto agli altri. Una sorta di direttorio ristretto di cosa nostra di cui faceva parte, secondo l'accusa, Antonino Rotolo, 60 anni, indicato a capo del mandamento mafioso di Pagliarelli, che partecipava ai summit nonostante fosse agli arresti domiciliari. L'uomo, bloccato stamani dagli agenti della Squadra Mobile, era stato condannato all'ergastolo per una serie di omicidi, ma aveva ottenuto alcuni anni fa la detenzione in casa per via di problemi di salute.
Del direttorio avrebbe fatto parte anche il dottore Antonino Cinà, di 61 anni, che in passato è stato il medico di Totò Riina ed ha già scontato una condanna per associazione mafiosa. Il terzo boss a sovrintendere sugli altri 16 sarebbe Francesco Bonura, di 64 anni, indicato come il capomafia di Uditore. Tutti e tre sono stati arrestati stamani su ordine del procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone a capo del pool formato dai pm De Lucia, Prestipino, Buzzolani, Di Matteo e Gozzo.
Le conversazioni fra Cinà, Bonura e Rotolo registrate dalla polizia nel box in cui si svolgevano i summit, sono la colonna portante dell'inchiesta. In questo luogo segreto, che si trova a una decina di metri dalla villa di Rotolo, venivano ricevuti i vari rappresentanti delle famiglie mafiose per affrontare problemi e discutere le strategie criminali. Sono stati gli stessi boss, a loro insaputa, a rivelare segreti e nomi di persone insospettabili che sono affiliati alle varie famiglie della città. Sono così emersi nuovi elementi di spicco di Cosa nostra, nuovi punti di riferimento delle varie zone. Gran parte dei quali sono stati arrestati stamani.
Le intercettazioni confermano ancora una volta che Bernardo Provenzano, fino al giorno del suo arresto, avvenuto l'11 aprile scorso, era il "capo supremo di cosa nostra".
Per i "capifamiglia", il box rappresentava un territorio segreto e inaccessibile agli estranei, dove potevano parlare liberamente degli affari illeciti delle cosche. In questo piccolo ambiente, in cui vi erano otto sedie di plastica attorno ad un piccolo tavolo, i capimafia hanno discusso per due anni delle strategie criminali di cosa nostra e senza che lo sapessero venivano registrati dalla polizia. I boss parlavano tranquillamente, perchè adottavano tante precauzioni: utilizzavano un congegno elettronico che poteva annullare il funzionamento delle microspie o ne rilevava la presenza.
Era Rotolo che prima di ogni riunione effettuava personalmente la bonifica dell'ambiente. Le particolari apparecchiature utilizzate dagli investigatori hanno però superato l'esame ed hanno permesso di non essere scoperte. Un altro accorgimento utilizzato dai boss per non far avvicinare nessuno al box era quello di sistemare un pallone da calcio davanti la porta d'ingresso. Un segnale per avvertire le "sentinelle" che sorvegliavano la zona durante i summit di non far entrare nessuno.
Quasi tutti gli incontri sono stati filmati dalla polizia. Dai video si nota in particolare Rotolo scavalcare le recinzioni della sua villa per arrivare al box, dove veniva atteso dagli altri boss.
Il rientro dagli Usa a Palermo di alcuni componenti della famiglia Inzerillo che per anni sono stati "esiliati" negli Stati Uniti per sfuggire alla "guerra di mafia" dei primi anni Ottanta, ha provocato nei mesi scorsi duri scontri in cosa nostra. I contrasti emergono dall'inchiesta del pool della Dda guidato dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone che ha ordinato gli arresti fra cui quello degli Inzerillo.
Il ritorno in Italia degli Inzerillo era stato "caldeggiato" alla commissione mafiosa da Salvatore Lo Piccolo, boss latitante di San Lorenzo. A questa proposta si erano opposti il medico Antonino Cinà e Nino Rotolo, che temevano la ripresa di vecchi rancori e contrasti legati a ipotesi di vendetta per togliere ai corleonesi la leadership dell'organizzazione nel palermitano così com'era fino alla fine degli settanta. Proprio per questo motivo era in corso di elaborazione un piano per l'uccisione di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, entrambi latitanti, e per eliminarli era stata chiesta a Provenzano l'autorizzazione, e per ottenerla avrebbero insinuato sospetti sull'affidabilità dei Lo Piccolo e sulle reali intenzioni degli Inzerillo. Emergono, dunque, vecchi rancori.
Alla fine degli anni Ottanta gli Inzerillo, per mettersi al riparo dalla guerra di mafia, lasciarono Palermo e la Commissione di Cosa nostra decise di non condannarli a morte, ma dovevano restare "in esilio" negli Stati Uniti sotto la responsabilità di esponenti di cosa nostra americana, di cui, secondo gli inquirenti, è confermata l'attualità dei rapporti con i boss palermitani.
Il rientro degli Inzerillo, avvenuto da poco tempo, ha fatto riemergere tutti i contrasti ed i sospetti legati alla "guerra di mafia" ed alle stragi compiute dai corleonesi nei primi anni ottanta. La situazione, secondo quanto scrivono nell'ordinanza i pm, sembra essere stata chiarita durante un incontro che vi è stato lo scorso febbraio fra uno degli Inzerillo, Francesco, con Salvatore Lo Piccolo e il medico Cinà. Tutto ciò emerge dalle lettere trovate a Provenzano, dalle quali sembrerebbe che in qualche modo le tensioni interne all'organizzazione si sono raffreddate e il piano di morte sarebbe stato accantonato.
20/06/2006
LA SICILIA ONLINE
I nomi degli arrestati
PALERMO - Fino ad ora sono stati eseguiti 45 arresti sui 52 richiesti nell'ambito dell'operazione "Gotha", condotta dalla polizia e coordinata dalla dda di Palermo. Altre sette persone sono ancora ricercate.
Questo l'elenco degli arrestati: Gerlando Alberto, 79 anni, Filippo Annatelli, 43 anni, Angelo Badagliacca, 33 anni, Pietro Badagliacca, 52 anni, Gaetano Badagliacca, 51 anni, Girolamo Biondino, 48 anni, Francesco Bonura, 56 anni, Vincenzo Brusca, 52 anni, Carmelo Cancemi, 54 anni, Giovanni Cancemi, 35 anni, Giuseppe Cappello, 69 anni, Calogero Caruso, 69 anni, Antonino Cinà, 51 anni, Salvatore Davì, 48 anni, Antonino Di Maggio, 52 anni, Lorenzo Di Maggio, 55 anni, Vincenzo Di Maio, 62 anni, Pietro Di Napoli, 67 anni, Mario Grizzaffi, 40 anni, Salvatore Gioeli, 40 anni, Francesco Inzerillo, 50 anni, Francesco Inzerillo, 49 anni, Rosario Inzerillo, 52 anni, Tommaso Inzerillo, 57 anni, Emanuele Lipari, 45 anni, Alessandro Mannino, 46 anni, Calogero Mannino, 66 anni, Giovanni Marcianò, 64 anni, Settimo Mineo, 68 anni, Giovanni Nicoletti, 56 anni, Michele Oliveri, 75 anni, Angelo Parisi, 27 anni, Pietro Parisi, 56 anni, Antonino Pipitone, 77 anni, Salvatore Pispicia, 41 anni, Rosario Rizzuto, 49 anni, Antonino Rotolo, 60 anni, Gaetano Sansone, 56 anni, Giuseppe Sansone, 58 anni, Giovanni Sirchia, 32 anni, Francesco Stassi, 72 anni, Vincenzo Vallelunga, 56 anni.
Sette persone sono ancora ricercate. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa ed estorsione.
20/06/2006
LA SICILIA ONLINE
Grasso: "Rivelati rapporti con esponenti politici"
PALERMO - "Rapporti tra gli affiliati alle cosche con imprenditori e uomini politici sono emersi dall'inchiesta che ha portato alla scoperta del direttorio di cosa nostra". Lo afferma il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, commentando l'operazione "Gotha" che stamani ha portato all'arresto di decine di persone fermate su ordine del pool di pm guidato dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone. "Tali rapporti - spiega il procuratore - si concretizzano nel perseguimento di una strategia diretta non solo ad appoggiare nelle competizioni elettorali candidati ritenuti di assoluta fiducia, ma ad ottenere anche l'inserimento nelle liste dei candidati di persone ancora più affidabili perchè legate agli stessi uomini d'onore da vincoli di parentela o da rapporti diretti".
"Ancora una volta si dimostra - prosegue Grasso - la capacità di Cosa nostra di tentare di sfruttare a proprio favore le dinamiche virtuose della società civile. Grazie alle tecnologie più avanzate è stato comunque possibile acquisire un numero impressionante di conversazioni ambientali che per il livello degli interlocutori e per gli argomenti trattati ha ben pochi precedenti per la comprensione ed il contrasto a cosa nostra".
"L'indagine - rivela il capo della Dna - conferma ancora il ruolo di vertice di Bernardo Provenzano, punto di riferimento e di equilibrio in una situazione magmatica, sempre pronta ad esplodere. Queste conversazioni - aggiunge Grasso - hanno consentito di tracciare l'attuale organigramma dell'associazione mafiosa palermitana; ma anche i rapporti tra le sue diverse articolazioni e i loro esponenti di vertice, mostrando un divenire assai complesso ed estremamente fluido di alleanze, di contrasti e di contrapposizioni".
Il procuratore antimafia sottolinea che: "Sono stati arrestati i reggenti di 13 famiglie mafiose e di sei mandamenti". "La caratteristica particolare - precisa Grasso - è che questi capimafia arrestati sono stati in passato quasi tutti condannati per mafia ed hanno già scontato la pena. Una volta pagato il loro debito con la giustizia, sono però ritornati a delinquere, prendendo in mano le redini delle cosche".
Grasso conclude elogiando le forze dell'ordine: "Grazie alla genialità investigativa, alla grande professionalità e all'estremo spirito di sacrificio degli uomini della Sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Palermo, coadiuvati dal servizio centrale operativo e dalla sezione catturandi della Mobile, si è arrivati a scoprire gli attuali retroscena di Cosa nostra palermitana".
"Sono stati acquisiti elementi significativi sui rapporti degli esponenti di vertice dell'organizzazione, in particolare Antonino Rotolo, Antonino Cinà e Francesco Bonura, con esponenti del mondo politico". Lo scrivono i pm nel provvedimento firmato stamane nell'ambito dell'operazione "Gotha".
Dall'inchiesta emerge che i boss arrestati avevano già trovato gli uomini da inserire nelle liste elettorali di due partiti che fanno parte della Cdl, che dovranno concorrere per le elezioni amministrative di Palermo del prossimo anno.
20/06/2006
LA SICILIA ONLINE
Decrittato il codice dei pizzini
PALERMO - Le intercettazioni effettuate per due anni nel box in lamiera in cui i capimafia effettuavano i summit hanno contribuito a decrittare i "pizzini" trovati nel covo di Bernardo Provenzano. In molte lettere esaminate dai pm e dalla polizia, sono stati trovati tanti punti che corrispondono alle conversazioni registrate dagli investigatori.
In alcuni casi sono stati gli stessi boss, in particolare Nino Rotolo, a svelare inconsapevolmente alle microspie il numero con il quale si identificava nelle lettere che inviava a Provenzano. Emerge così che Rotolo era il numero "25", mentre il medico Antonino Cinà il "164" e Pietro Badagliacca, arrestato anche lui stamani, il numero "64". Con il "30" e il "31" venivano contraddistinti i boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Gli inquirenti hanno identificato anche altri numeri che sono inseriti nei "pizzini".
Dalle intercettazioni emerge che Bernardo Provenzano, fino al giorno del suo arresto, avvenuto lo scorso 11 aprile, era il "capo supremo di cosa nostra", il punto di equilibrio tra tutte le sue varie componenti ed il riferimento essenziale attraverso il quale passavano tutte le decisioni sulle questioni di interesse generale o, comunque, di maggior rilievo.
20/06/2006
LA SICILIA ONLINE
I boss erano contro Papa Giovanni Paolo II
PALERMO - Le conversazioni dei boss registrate durante i summit che si sono svolti nel box in lamiera prendono in esame pure la ricostruzione storica delle vicende di mafia degli ultimi 25 anni. I filmati e le centinaia di ore di conversazione sono inseriti nell'inchiesta della Dda di Palermo denominata "Gotha", che stamani ha portato all'arresto di decine di persone.
Dentro il piccolo capannone, del tipo utilizzato nei cantieri edili, che è situato in un residence, i boss discutevano degli argomenti più disparati, spaziando dalla censura di Papa Giovanni Paolo II per la dura condanna della mafia fatta nella Valle dei Templi ad Agrigento, alla ricerca di una raccomandazione per un esame universitario, alla valutazione sull'opportunità di procedere all'uccisione di un capofamiglia la cui nomina veniva ritenuta "illegittima". Ma anche di politica e di uomini politici "amici".
Le conversazioni sono state registrate sia all'interno che nei pressi del box in lamiera che era in uso a Nino Rotolo. Ascoltando le conversazioni, si nota l'assoluta serenità delle persone che dialogano di omicidi e affari criminali. La tranquillità delle conversazioni è diretta conseguenza della sicurezza di Rotolo di non essere intercettato, grazie al fatto che attivava un congegno elettronico che, nella sua convinzione, era capace di impedire ogni tipo di trasmissione radio.
20/06/2006
LA SICILIA ONLINE
Tutto è partito dalle intercettazioni e dai pizzini di Provenzano
A capo della mafia una "Triade": pregiudicati usciti di prigione
Colpo al cuore di Cosa nostra
52 arresti, in manette molti boss
I pm: "Da intercettazioni emergono contatti con la politica"
Per il procuratore Grasso sventata una "nuova guerra di mafia"
Piero Grasso
PALERMO - Maxi operazione contro Cosa nostra. I magistrati della Dda di Palermo hanno emesso 52 ordini di arresto per associazione mafiosa ed estorsione. Ne sono stati eseguiti 45, mentre la polizia sta ancora cercando altre sette persone. Un'operazione, chiamata 'Gotha', in cui sono stati impegnati più di 500 poliziotti.
In manette anche i capi del "dopo-Provenzano", una triade composta dai pregiudicati Nino Rotolo, Antonino Cinà e Franco Bonura. Dall'indagine condotta dalla squadra mobile emerge la nuova mappa della mafia che ha messo le mani sulla città. Gli arresti disposti stamani dai pm hanno "decapitato gli attuali capi di Cosa nostra" che erano in contatto, attraverso i "pizzini", con Bernardo Provenzano. I boss progettavano attentati e omicidi e ordinavano estorsioni a imprese e grosse attività commerciali.
Una "triade" sotto Provenzano. Alla base dell'inchiesta non c'è nessun pentito ma solo migliaia di ore di intercettazioni ambientali, osservazioni e i 'pizzini' recuperati nel covo di Provenzano. Un'indagine che ha permesso di ricostruire la struttura dell'organizzazione. A capo della mafia - subito sotto Bernardo Provenzano, considerato il capo assoluto - c'era una "triade", una sorta di organismo ristretto, quasi commissariale, composta da Nino Rotolo, boss di Pagliarelli, dall'analista Antonino Cinà, ex medico di Provenzano e di Totò Riina, e dal costruttore mafioso dell'Uditore Franco Bonura. Questi tre uomini hanno retto la mafia fino a questa notte dopo l'arresto di Provenzano l'11 aprile.
Gli incontri fra Cinà, Bonura e Rotolo si svolgevano in un box in lamiera, situato a una decina di metri dalla villa in cui Antonino Rotolo, condannato all'ergastolo, trascorreva gli arresti domiciliari. Si trova nei pressi di viale Michelangelo, alla periferia della città. Un posto considerato segreto, ma gli incontri che vi avvenivano sono stati spesso filmati dalla polizia. Un luogo spartano: otto sedie di plastica attorno ad un piccolo tavolo. Lì i capimafia hanno discusso per due anni delle strategie criminali di cosa nostra. A nulla sono valse le tante precauzioni prese, dalla bonifica prima di ogni incontro alle sentinelle messe di guardia.
L'inchiesta, che ha pure portato a decrittare i "pizzini" trovati nel covo di Provenzano dopo il suo arresto, e scoprire l'identità di alcuni favoreggiatori i cui nomi erano nascosti da numeri, è coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino, Roberta Buzzolani, Nino Di Matteo e Domenico Gozzo, e si basa in gran parte su intercettazioni effettuate per due anni in un box in lamiera in cui si svolgevano i summit dei capimafia, che si trova nei pressi di viale Michelangelo, alla periferia della città.
I Pm: "Contatti fra mafia e politica". "Sono stati acquisiti elementi significativi sui rapporti degli esponenti di vertice dell'organizzazione, in particolare Antonino Rotolo, Antonino Cinà e Francesco Bonura, con esponenti del mondo politico". Lo scrivono i pm nel provvedimento con il quale è stato disposto stamani il fermo di decine di persone per associazione mafiosa e estorsione.
Ci sono elementi, secondo i magistrati, per provare "il perseguimento di una strategia" da parte di Cosa nostra "volta non solo ad appoggiare nelle competizioni elettorali candidati ritenuti di assoluta fiducia ma ad ottenere anche l'inserimento nelle liste dei candidati di persone ancora più affidabili perchè legati agli stessi 'uomini d'onore' da vincoli di parentela o da rapporti ritenuti di uguale valore". Sembra inoltre, come riporta l'Ansa, che i boss arrestati avessero già trovato gli uomini da inserire nelle liste elettorali di due partiti che fanno parte della Cdl e che dovranno concorrere per le elezioni amministrative di Palermo del prossimo anno.
Estorsioni per le famiglie dei mafiosi. Numerosi gli episodi di intimidazione venuti fuori nel corso delle indagini e documentati anche con intercettazioni ambientali e riprese video dagli investigatori. I proventi delle estorsioni, secondo quanto emerso, servivano soprattutto per le esigenze dei mafiosi in carcere e per le loro famiglie.
Nel mirino del racket finivano talvolta intere categorie di esercenti: è il caso ad esempio dei commercianti di origine cinese della zona della stazione centrale di Palermo, che furono destinatari di un "avvertimento" di massa, quando, in una sola notte, le serrature di tutti i loro negozi vennero messe fuori uso con la colla dagli uomini dei clan.
Grasso: "Era vicina nuova guerra di mafia". "Dopo gli arresti di questa mattina e la cattura di Bernardo Provenzano, possiamo affermare che l'organizzazione mafiosa, in questo momento, è in ginocchio". Lo ha detto il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso: "E' l'operazione più importante degli ultimi anni".
Poi, Grasso ha ribadito che "si è dovuto agire con celerità perchè era in procinto una nuova guerra di mafia", soprattutto dopo l'arresto di Bernardo Provenzano "che riusciva a tenera la situazione in equilibrio".
"Sono stati arrestati - ha spiegato Piero Grasso - i reggenti di 13 famiglie mafiose e di sei mandamenti. La caratteristica particolare è che questi capimafia arrestati sono stati in passato quasi tutti condannati per mafia ed hanno già scontato la pena. Una volta pagato il loro debito con la giustizia, sono però ritornati a delinquere, prendendo in mano le redini delle cosche".
(20 giugno 2006)
LA REPUBBLICA EDIZIONE ONLINE
Il boss, il medico e il costruttore
Tre uomini al comando della mafia
PALERMO - Era una "triade" a comandare la mafia, tre uomini che si incontravano in un box di lamiera alla periferia di Palermo per tirare le file dell'organizzazione. La maxi operazione di oggi - che ha portato all'arresto di 52 persone - ha "decapitato" la mafia: dopo Totò Riina, in carcere dal 1993, e Bernardo Provenzano, arrestato l'11 aprile, sono finiti in manette anche i pregiudicati Nino Rotolo, boss di Pagliarelli, l'analista Antonino Cinà, ex medico di Provenzano e di Totò Riina, e il costruttore mafioso dell'Uditore Franco Bonura.
Antonino Rotolo, il numero '25'. Uno dei componenti della "triade" è un nome già conosciuto: Antonino Rotolo, 60 anni, indicato col numero 25 nel gioco dei codici di 'Binu' Provenzano. Rotolo, da anni agli arresti domiciliari per motivi di salute, era riuscito ad ottenere il beneficio grazie a una serie di trucchi: era infatti capace di saltare disinvoltamente - senza sapere di essere filmato dalla polizia - un muro di cinta per raggiungere il box dove avvenivano gli incontri. Da lì, Rotolo impartiva ordini e addirittura progettava l'eliminazione di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, latitanti, capi della cosca di Tommaso Natale e ritenuti i capi attuali della mafia a Palermo.
Antonino Cinà, il medico di Provenzano. Della presunta "triade" faceva parte anche il dottore Antonino Cinà, anche lui uno dei soliti noti: 61 anni, medico di Totò Riina e dello stesso Provenzano, più volte condannato e più volte finito in carcere, tra il '93 e il 1999, è poi tornato in liberta' nel 2003. Una sentenza passata in giudicato aveva escluso che avesse fatto da capo o da reggente del mandamento di San Lorenzo: ora Cinà, indicato col numero 164 nei pizzini di Provenzano, dimostra nei dialoghi intercettati il proprio livello, al punto da essere stato coinvolto - pure lui - nel progetto di complotto, comunque poi rientrato, contro i Lo Piccolo.
Il costruttore Franco Bonura. Terzo membro della triade è, sempre secondo il pool antimafia, Franco Bonura, 64 anni, costruttore dell'Uditore che negli anni '80 fu arrestato subito dopo un omicidio: secondo la polizia stava scappando dopo avere appoggiato i killer, ma rimase imbottigliato nel traffico e fu catturato. Al processo pero' mancarono i riscontri e Bonura fu scagionato dal delitto, anche se fu condannato per associazione mafiosa. Bonura è un sottocapo della famiglia, ma grazie al vuoto di potere in Cosa Nostra assurge al livello di componente la triade.
Ecco la mappa del potere. Non ci sono solo i nomi della 'triade' nella ricostruzione degli investigatori. Le intercettazioni ambientali e i pizzini hanno permesso di ricostruire la struttura di Cosa nostra, soprattutto nella provincia di Palermo. Al trio Rotolo-Cinà-Bonura è assegnato solo il ruolo di punti di riferimento del vertice, in diretto contatto con Provenzano.
Questi i nomi dei 'reggenti' dislocati sul territorio. Corso Calatafimi: Filippo Annatelli; Rocca Mezzomonreale: Pietro Badagliacca; San Lorenzo: Girolamo Biondino; Torretta: Vincenzo Brusca e Calogero Caruso; Borgo Molara: Giuseppe Cappello; Partanna Mondello: Salvatore Davì; Carini: Vincenzo Pipitone e Antonino Di Maggio; Acquasanta: Antonino Pipitone e Vincenzo Di Maio; Porta Nuova: Salvatore Gioeli; Altarello: Rosario Inzerillo; Pagliarelli: Michele Oliveti; Palermo Centro: Salvatore Pispicia; Uditore: Gaetano Sansone. Un ruolo direttivo intermedio è riconosciuto ai mandamenti di Boccadifalco, ai fratelli Vincenzo e Giovanni Marcianò; alla Noce, dove comanda Pierino Di Napoli, a Brancaccio, guidato da Giuseppe Savoca e a Porta Nuova, il cui leader è Nicola Ingarao.
(20 giugno 2006)
LA REPUBBLICA EDIZIONE ONLINE
Dai «pizzini» di Provenzano scoperti nuovi nomi di boss
Mafia: 52 arresti per evitare guerra tra clan
Grasso: «Duro colpo a Cosa Nostra. Dalle indagini sono emersi rapporti tra Cosa Nostra e mondo della politica»
PALERMO - «Un duro colpo per Cosa Nostra». Così ha definito il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso l'operazione »Gotha», che ha portato a 52 mandati di arresto (45 eseguiti) su ordine dei magistrati di Palermo. È stato infatti disposto il fermo dei componenti delle cosche che da anni sono al vertice delle famiglie mafiose di alcuni mandamenti di Palermo. Sono accusati di associazione mafiosa ed estorsione. Dall'indagine emerge la nuova mappa della mafia palermitana. Gli arresti hanno «decapitato gli attuali capi di Cosa nostra» che erano in contatto con Bernardo Provenzano. I boss progettavano attentati e omicidi e ordinavano estorsioni a imprese e grandi attività commerciali. L'inchiesta ha portato a decrittare i «pizzini» trovati nel covo di Provenzano dopo il suo arresto e scoprire l'identità di alcuni favoreggiatori i cui nomi erano nascosti da numeri e, senza l'utilizzo di alcun «pentito», si basa in gran parte su intercettazioni effettuate per due anni in un box in lamiera in cui si svolgevano i vertici dei capimafia nella periferia di Palermo.
Tra gli arrestati, spicca il nome di Antonino Rotolo, ritenuto il capo del mandamento mafioso di Pagliarelli: nel 1985 era stato arrestato assieme a Pippo Calò, il «cassiere della mafia» a Roma. In manette anche il medico Antonio Cinà, che negli anni Novanta era stato già indagato ed era indicato come il medico di fiducia di Totò Riina.
I protagonisti di quella che poteva trasformarsi in una nuova faida erano i due gruppi facenti capo al latitante Salvatore Lo Piccolo e ai «perdenti» della seconda guerra di mafia degli anni Ottanta, e ad Antonino Rotolo, due boss in lotta già prima dell'arresto di Provenzano per stabilire chi dei due dovesse succedere al capo dei capi di Cosa Nostra.
GRASSO: «DURO COLPO A COSA NOSTRA» - «Grazie alle tecnologie più avanzate è stato possibile acquisire un numero impressionante di conversazioni ambientali che, per il livello degli interlocutori e per gli argomenti trattati, ha pochi precedenti», ha commentato Grasso l'esito dell'operazione. «L'indagine conferma ancora il ruolo di vertice di Provenzano, punto di riferimento e di equilibrio in una situazione sempre pronta a esplodere». Il procuratore antimafia sottolinea che «sono stati arrestati i reggenti di tredici famiglie mafiose e di sei mandamenti. Questi capi sono stati in passato quasi tutti condannati e hanno già scontato la pena. Sono però ritornati a delinquere, prendendo in mano le redini delle cosche».
RAPPORTI CON POLITICI - Secondo Grasso dalle indagini sono emersi anche rapporti tra boss e politici «che si concretizzano in una strategia diretta non solo ad appoggiare alle elezioni candidati di assoluta fiducia, ma a inserire in lista persone legate ai boss da vincoli di parentela o da rapporti diretti».
20 giugno 2006
CORRIERE DELLA SERA ONLINE
Presa la triade di Provenzano
Grasso: «Mafia in ginocchio»
«Possiamo affermare che l'organizzazione mafiosa, in questo momento, è in ginocchio». Il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso non nasconde la soddisfazione dopo il maxiblitz di polizia che ha portato a 45 arresti nella notte fra lunedì e martedì, disarticolando il vertice mafioso a Palermo. Un´operazione che nasce dallo studio dei "pizzini" di Bernardo Provenzano e che ha portato alla cattura della "triade" che controllava Palermo per conto del capo di Cosa Nostra. «Senza l'apporto di collaboratori di giustizia - spiega il questore di Palermo Giuseppe Caruso - la Squadra mobile è riuscita ad inquadrare i nuovi assetti di Cosa nostra. Abbiamo ricostruito una situazione aggiornata delle strutture di mafia, dei suoi equilibri interni e delle risorse economiche alle quali sono interessati i componenti di vertice dei vari mandamenti smantellati».
La "triade" di Provenzano
I tre "vice" di Provenzano sono Antonino Rotolo, 60 anni, sanguinario capo del mandamento di Pigliarelli e protagonista delle guerre di mafia negli anni ´80, Antonino Cinà, 61 anni, medico personale di Totò Riina e Francesco Bonura, 64 anni. Spettava a loro tenere i rapporti tra i mandamenti locali e il boss latitante nelle campagne di Corleone. Secondo i magistrati, i tre di nell´assenza, all´interno dell´attuale struttura della mafia, di «un organismo collegiale deputato ad assumere decisioni di particolare importanza o di valenza generale», svolgevano una funzione quasi «commissariale», spartendosi il controllo del territorio e i compiti di sottocomando. Provenzano, infatti, fino al giorno della cattura, ha tenuto per sé «una posizione sostanzialmente sovraordinata e, comunque, il ruolo di punto di riferimento essenziale e necessario per tutte le questioni di interesse generale e, spesso, anche per quelle di più minuta valenza».
Il rischio di una "guerra di mafia"
Nell'operazione "Gotha" sono stati impegnati più di 500 poliziotti che si sono avvalsi anche di unità cinofile e di elicotteri. Gli arrestati rispondono del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso pluriaggravata e di una impressionante serie di estorsioni a danno di imprese commerciali ed industriali siciliane. La maxiretata è stata accelerata per evitare il rischio che due fazioni di Cosa nostra potessero dare corso ad una vera e propria guerra di mafia i cui segnali sono stati registrati, a più riprese, nel corso delle indagini. Una delle principali ragioni di frizione all'interno della organizzazione mafiosa è risultata essere il rientro in Italia di alcuni esponenti della famiglia Inzerillo, decimata dai corleonesi nel corso dei conflitti armati interni alla mafia negli anni '80 ed esiliata negli Usa.
La mappa organizzativa di Cosa Nostra
Nel corso dell'attività investigativa è stata ricostruita una vera e propria mappa della struttura mafiosa. Gli investigatori, grazie all'utilizzo di intercettazioni, sono riusciti a scoprire la rete di comunicazioni tessuta intorno a Provenzano sino all'arresto del boss ricostruendo una aggiornatissima situazione dell´organizzazione interna di «Cosa nostra». Merito in particolare della decifrazione di autori e destinatari dei «pizzini» criptati con l'indicazione di codici numerici ritrovati, in occasione dell´arresto, nel covo di Provenzano.
Sono 16, secondo la Direzione distrettuale antimafia i capimafia individuati dall'inchiesta ella polizia coordinata dai pm del pool guidato da Giuseppe Pignatone. Secondo gli inquirenti, a capo della famiglia di Corso Calatafimi c'era Filippo Annatelli; a Rocca Mezzo Monreale, Pietro Badagliacca; a San Lorenzo, Girolamo Biondino; Torretta, Vincenzo Brusca e Calogero Caruso; Borgo Molara, Giuseppe Cappello; Partanna Mondello, Salvatore Davì; Carini, Vincenzo Pipitone e Antonino Di Maggio; Acquasanta, Antonino Pipitone e Vincenzo Di Maio; Porta Nuova, Salvatore Gioeli; Altarello, Rosario Inzerillo; Pagliarelli, Michele Oliveri; Palermo Centro, Salvatore Pispicia; Uditore, Gaetano Sansone. Per tutti è stato emesso un provvedimento di fermo da parte della procura. Gli investigatori hanno identificato anche coloro che, di fatto, hanno svolto e in alcuni casi svolgono, un ruolo direttivo: per il mandamento di Boccadifalco Vincenzo e Giovanni Marcianò; alla Noce, Pietro Di Napoli; a Brancaccio, Giuseppe Savoca; a Porta Nuova, Nicolò Ingarao.
UNITA ONLINE 20 GIUGNO 2006
20 GIUGNO 2006 - Palermo, 11:42
MAFIA: "GOTHA", I BOSS PARLAVANO DI POLITICA E POLITICI
"Al 99 per cento il nostro orientamento e' per l'Udc". Cosi', in una conversazione del 21 giugno 2005 con Pierino Di Napoli, capo del mandamento della Noce-Malaspina, il boss Nino Rotolo avrebbe espresso le preferenze elettorali di Cosa Nostra. Ma la strategia politica dell'organizzazione sarebbe stata dettata dal dottore Antonino Cina', sempre in accordo con Rotolo, capomandamento di Pagliarelli. I due, con Francesco Bonura, sono indicati come componenti della "triade" che stava dietro Bernardo Provenzano. Dagli atti del fermo disposto dai magistrati di Palermo emergono anche altri rapporti politici. "Eventualmente parlane con Cina'", suggerisce Rotolo a Di Napoli, e continua: "Ne puoi parlare con me o con lui. Gli dici: 'Ho parlato con Nino e mi ha detto di farti l'accenno pure a te'. Gli spieghi che cosa hai tu in mano, tutta la situazione e gli dici: 'Nino mi ha detto che al novantanove per cento siete orientati con l'Udc, pero' dovete ancora decidere'". Al vaglio del pool investigativo della Dda e della Squadra Mobile c'e' poi la posizione di un deputato regionale di Forza Italia, Giovanni Mercadante, primario radiologo a Palermo, nipote del boss di Prizzi Masino Cannella, rieletto il 28 maggio scorso all'Ars. Secondo quanto risulta da una serie di investigazioni, il politico si sarebbe incontrato anche con Antonino Cina' e sarebbe stato interessato a sponsorizzare la candidatura nelle liste di Forza Italia al Consiglio comunale di Palermo, alle prossime elezioni, previste per il 2008, di Marcello Parisi, uno dei 45 fermati, figlio di un altro arrestato, Angelo Rosario Parisi, considerato molto vicino a Rotolo.
LA REPUBBLICA EDIZIONE ONLINE
Clan Fiandaca, chiesti sei ergastoli “organizzarono il delitto Gaglianò”
Per altri due imputati proposta una pena di venticinque anni. Nove per il Collaboratore di Giustizia che ha fatto alzare il velo sull’esecuzione decisa per una partita di droga non pagata
Sei ergastoli, due condanne a 25 anni e una a nove “soltanto” per un Collaboratore di Giustizia. Queste sono state le richieste che la pubblica accusa Anna Canepa ha formulato al termine di una requisitoria che si è prolungata due giorni, per l’omicidio di Luciano Gaglianò. Il pregiudicato era stato ucciso con sei colpi di pistola il 20 novembre del 1991 in via Pastorino a Bolzaneto, mentre si trovava a bordo della sua auto, una Fiat Uno. Secondo gli inquirenti Gaglianò era stato giustiziato perché non aveva pagato una partita di cocaina da mezzo chilo al gruppo mafioso capeggiato dai Fiandaca-Emmanuello e legato al clan di Madonia. L’omicidio era stato risolto dopo 12 anni grazie alle serrate indagini del pm Anna Canepa, della squadra mobile e alle rivelazioni di alcuni pentiti.
L’ergastolo è stato chiesto per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nunzio e Daniele Emmanuello e Franco La Cognata tutti originari di Gela. La richiesta dei 25 anni di carcere è stata invece pronunciata per Paolo Vitello, originario di Mazzarino e Vincenzo Di Caro. Nove anni Canepa li ha chiesti per Angelo Celona (il pentito) originario di Gela mentre l’assoluzione per insufficienza di prove è stata domandata per Alessandro Emmanuello, anche lui nato a Gela.
Gli assassini si trovavano su una Golf nera: avevano braccato Gaglianò e senza neppure scendere dall’auto gli scaricarono addosso un intero caricatore di una Remington. Ma il corpo dell’uomo era già stato colpito a morte dal primo proiettile che lo aveva centrato al capo. Il rinvio a giudizio era stato firmato dal giudice Massimo Modella e le accuse erano omicidio e ricettazione in concorso.
Secondo la ricostruzione che era stata possibile effettuare con la collaborazione dei pentiti a sparare a Gaglianò era stato Di Caro che con La Cognata era stato “richiamato” dalla Sicilia appositamente per mettere a punto l’agguato. All’operazione partecipò per sia stessa ammissione Angelo Celona (era alla guida dell’auto) che è poi divenuto collaboratore di giustizia. Si è saputo che la banda aveva progettato l’omicidio in un appartamento di via Casaregis, che era intestato a Vitello e fungeva da base anche per i clan dei Fiandaca e degli Emmanuello. Proprio Vitello avrebbe dovuto far sparire l’auto utilizzata, una Golf grigia rubata in via Turati il 10 ottobre del 1991, poi abbandonata nei pressi del casello di Bolzaneto e portare via l’arma del delitto, una Remington. Qualcosa però andò storto: Vitello portò via altre due pistole, ma l’auto degli assassini non fu bruciata e la Remington, usata senza i guanti, rimase nel cassetto portaoggetti dell’auto.
Il processo, iniziato il 2 dicembre del 2004, si svolge davanti alla Corte d’Assise. E’ stato rinviato per le repliche dei difensori al 10 luglio. Tra i difensori gli avvocati Sandro Vaccaio, Andrea Vernazza, Giovanni Ricco. La sentenza sarà pronunciata probabilmente il prossimo settembre.Omicidio per mafia chiesti sei ergastoli
Malavitoso fu ucciso in un agguato
di Vincenzo Curia
La vittima fu “giustiziata” per aver chiesto soldi per la droga fornita
Sei ergastoli per altrettanti imputati, due condanne a 25 anni di reclusione, una a 9 e una assoluzione con la formula del dubbio.
Una richiesta record, molto rara negli anni giudiziari genovesi. E’ stata avanzata dal pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, per l’omicidio di Luciano Gaglianò, un malavitoso ucciso per vendetta: perché “pretendeva” di farsi pagare la fornitura di 400 grammi di eroina dalla persona che l’aveva acquistata.
Dieci le persone alla sbarra, tutte di origine siciliana, in Assise (presidente Vittorio Frascherelli; giudice a latere Anna Leila Dello Preite), cioè, Francesco La Cognata (36 anni), i fratelli Emmanuello (Davide, Nunzio, Daniele e Alessandro, nell’ordine 42, 50, 43 e 39 anni), Salvatore e Gaetano Fiandaca (di 52 e 39 anni), Paolo Vitello (41 anni),Vincenzo De Caro e Angelo Celona. Il carcere a vita riguarda La Cognata, tre degli Emmanuello (l’assoluzione è stata domandata per Alessandro) e i due Fiandaca. Per Vitello e De Caro, 25 anni di carcere a testa. Nove anni, invece, per Celona, “premiato” in quanto collaboratore. Si deve proprio a quest’ultimo il merito di avere permesso la soluzione di un delitto rimasto senza colpevoli per ben dodici anni. Di più: in un primo tempo gli inquirenti ritennero di avere individuato gli autori e i mandanti dell’omicidio in altre persone, poi processate ma tutte scagionate, perché chi aveva “parlato” non aveva fornito elementi convincenti. A incastrare esecutori e mandanti fu Celona, che si era pentito di militare nella mafia, “perché voglio recuperare i valori della civile convivenza”.
Confessò, fornendo dettagli su dettagli, di aver sparato lui stesso a Gaglianò e riferì che alla “spedizione di morte, come killer”, aveva preso parte anche La Cognata. Quanto agli altri, attribuì agli Emmanuello il ruolo di mandanti e a Vitello quello di aver accompagnato i sicari sul luogo del delitto, in via Pastorino, a Bolzaneto.
Luciano Gaglianò fu ucciso mentre rientrava a casa, il 13 novembre 1991. La vittima che viaggiava su una “uno” venne fermata con un pretesto. Due uomini scesero da una Golf e aprirono il fuoco: un proiettile lo raggiunse alla testa, altri cinque alla schiena.
Il corpo senza vita di Gaglianò venne scoperto da una pattuglia di Carabinieri. Le indagini – se ne ignorano ancora i motivi – furono subito indirizzate verso malviventi che frequentavano, si, mafioso, ma che si rivelarono poi del tutto estranei al delitto. Il giallo, come accennato, fu risolto anni dopo, dal pentito Angelo Calona. Dopo numerose udienze, il processo è giunto ora in dirittura di arrivo. Si riprenderà il 10 del prossimo luglio, con le arringhe dei difensori.
Processo per il delitto Gaglianò l’accusa ha chiesto sei ergastoli
L’omicidio avvenne nel 1991 in via Pastorino a Bolzaneto
Dopo la requisitoria del pubblico ministero il processo davanti alla corte d’assise è stato rinviato al prossimo 11 luglio con le repliche dei difensori degli imputati, poi la sentenza.
Per i pentiti e per l’accusa furono i sicari della mafia arrivati dalla Sicilia ad uccidere il 13 novembre del 1991 Luciano Gaglianò, crivellato con sei colpi sparati a bruciapelo contro la sua auto in via Pastorino, a Bolzaneto. Per quell’omicidio di mafia dunque, il pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, ha chiesto 6 ergastoli, condanne a 25 anni di altri due imputati, 9 anni nei confronti di un pentito e una assoluzione. Carcere a vita quindi per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nuncio e Daniele Emmanuello, e Francesco La Cognata, originari di Gela; 25 anni di reclusione per Paolo Vitello, originario di Mazzarino; Vincenzo Di Caro di Gela. Per il pentito Angelo Celona la richiesta è di nove anni, mentre l’assoluzione è stata chiesta per uno degli altri fratelli Emmanuello, Alessandro. Gli avvocati che li difendono: Evi Maltagliati, Andrea Vernazza, Pietro Bugliolo, Stefano Sanbugaro, Sandro Vaccaro. Il processo in assise è stato rinviato per le repliche dei difensori all’11 luglio.
Dell’omicidio era stata accusata in un primo tempo la ‘ndrangheta. Ma gli imputati erano stati assoluti. Successivamente un pentito Angelo Celona si era autoaccusato del delitto e aveva fatto scattare gli arresti.
Celona aveva detto di avere ammazzato Gaglianò insieme a Francesco La Cognata, il suo complice, “con il quale ero inseparabile tanto che venivamo chimati i “gemelli”, perché eravamo in sintonia e affidabili”. In un incidente probatorio un altro dei pentiti Ciro Vara, (non accusato del delitto) non aveva parlato del fatto di sangue, ma della situazione dell’organizzazione mafiosa a Genova per inquadrare gli aspetti di contorno dell’omicidio. A una domanda dei difensori di alcuni degli imputati sul collegamento con la Sicilia, Ciro Vara aveva risposto sostenendo che all’epoca il boss Piddu Madonia non aveva ordinato la costituzione di una “decina” genovese, come vengono chiamate in gergo le squadre legate alla mafia che agiscono sul territorio.
I sei colpi (uno alla testa e gli altri alla schiena) sarebbero stati sparati perché Gaglianò non avrebbe pagato una partita di cocaina da mezzo chilo alla “decina” che sarebbe stata legata al clan dei Madonia, ma che Ciro Vara ha smentito.
Il racconto del pentito
“Si è sporto ed ha sparato”
“Il mio complice non è neppure dovuto scendere dall’auto: si è sporto e ha sparato. Entrambi i finestrini, il nostro e quello della vittima, erano abbassati. Il mio complice ha sparato un colpo, e poi in successione gli altri, se non ricordo male 5 o 6, non posso dirlo con esattezza, posso dire che sono stati diversi, sicuramente l’ha colpito al capo. La vittima non si è resa conto dei quello che stava succedendo…”.
Erano state queste le clamorose dichiarazioni del pentito di mafia Angelo Celona, di Gela, sull’omicidio Gaglianò. “La mattina successiva mi sono recato a prendere l’auto rubata da usare per l’azione. Se non ricordo male una Golf scura per l’azione. La mattina del primo giorno la passammo per i sopraluoghi. Il giorno dell’omicidio abbiamo incontrato la vittima per caso, vedendola uscire di casa”.ROMA - La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per Mario Lozano, il marines Usa che il 4 marzo del 2005 sparò sulla Toyota con a bordo Giuliana Sgrena e Nicola Calipari. Nella richiesta di giudizio si ipotizza "un delitto politico" che lede gli interessi dello Stato italiano. Circostanza che consentirà di processare Lozano se il gip deciderà il rinvio a giudizio, anche se non presente sul territorio nazionale.
La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Mario Lozano è stata firmata oltre che dai pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio anche dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara. Lozano, attualmente 'irreperibile', è accusato di omicidio volontario e di tentato duplice omicidio. Il nome di Lozano emerse grazie ad una decriptazione fatta da un giovane di Bologna sugli omissis del rapporto redatto dalla Commissione d' inchiesta statunitense sui fatti avvenuti sulla Irish Route poco dopo la liberazione dell' inviata del Manifesto.
La procura ha formalizzato la richiesta di giudizio, nei prossimi giorni sarà fissata l'udienza preliminare, facendo esplicito riferimento all'articolo otto del codice di procedura penale che consente di procedere nei confronti di soggetti che hanno arrecato "offesa a interessi politici dello Stato". Una circostanza che è stata valutata negli ultimi giorni dai pm e sottoscritta dallo stesso procuratore Ferrara. All' identificazione ufficiale di Lozano, in assenza di risposte da parte degli americani alla rogatoria internazionale inoltrata dalla procura all' indomani della morte di Calipari, si è comunque arrivati per altre vie.
Secondo la ricostruzione dei magistrati romani, incentrata soprattutto sull' esito di una consulenza tecnica, la Toyota Corolla fu colpita da tre raffiche sparate da un' unica mitraglietta automatica M240 calibro 7.62, in dotazione all' esercito Usa. Calipari, per i consulenti, morì dopo essere stato raggiunto dalla seconda raffica. "Esplodere numerosi colpi di mitragliatrice all' indirizzo dell' abitacolo di un' autovetturà da una distanza così ravvicinata (la prima raffica tra i 100 ed i 130 metri di distanza) - scrissero i consulenti - é da giudicare indubbiamente condotta idonea e diretta a cagionare la morte degli occupanti".
Secondo gli stessi esperti balistici, che a lungo hanno esaminato la Toyota Corolla, 'si deve ritenere che i primi colpi siano stati esplosi da una distanza (approssimativa) compresa tra 100 e 130 metri; gli ultimi da una distanza (approssimativa) compresa tra 45 e 65 metri'. Per gli stessi consulenti nominati dalla procura, 'sicuramente la prima raffica colpi' l' autovettura, in movimento, mentre procedeva ad una velocità valutabile in 60-65 chilometri orari; la seconda ad una velocità valutabile in 44-54 chilometri orari; gli ultimi colpi la raggiunsero quando era ormai praticamente fermà. I risultati della consulenza non furono sottoscritti dai rappresentanti della Sgrena e da Carpani, convinti che a fare fuoco sull' auto furono almeno due armi.
Lozano, newyorkese del Bronx, due figlie di 12 e 15 anni, appartenente alla New York Army National Guard, il 4 marzo 2005 svolgeva il compito di mitragliere del veicolo di blocco al Check point 541, disposto sulla Irish Route, strada che collega il centro di Baghdad all' aeroporto.


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