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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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“Taglia degli usurai su mio marito”
Cinquemila euro per scoprire un imprenditore: lo vogliono vivo o morto.
Wanted, come sui manifesti ingialliti del far west. Dead or alive, vivo o morto. C’è una taglia sulla testa di una delle vittime della banda di usurai scoperta dalla Guardia di Finanza nelle scorse settimane. 5000 euro, per conoscere il luogo segreto nel quale da mesi l’imprenditore taglieggiato si è rifugiato, dopo aver chiuso la sua attività.
Ha lasciato l’Italia, la moglie e i figli per sfuggire alle minacce della ‘ndrangheta, alle pistole con matricola abrasa, alle richieste di soldi per pagare gli interessi sugli interessi di un capitale pietito ed ottenuto mesi prima, come l’ultima boccata di ossigeno, l’estrema ch’ange di salvare un’azienda morente. E’ fuggito abbandonando tutto per ricominciare a vivere. E ora qualcuno lo cerca per eliminarlo.
E’ la storia che emerge dai verbali dell’inchiesta del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria di Genova. Un dramma che sull’ordinanza di custodia cauteale in virtù della quale sono stati arrestati due usurai di San Quirico e di Teglia, quartieri paese della Valpolcevera, rivive attraverso le parole della moglie del fuggitivo, come tutta la famiglia ora sotto la protezione dello Stato: Quando se ne è andato mi ha detto “tu non capisci, tu non sai che spada si Damocle c’ho sulla testa. Questi mi vogliono far fuori a me, a voi, alla mia famiglia. Io mi sono rotto di tenermi tutto dentro….io cosa devo fare, io di soldi non ne ho”
I soldi li aveva finiti da tempo e le banche avevano esaurito la pazienza oltre che i fidi, come accade agli inizi di ogni storia di usura. C’è sempre un’ amico, in questi casi, che ha un altro amico pronto ad intervenire in aiuto del carissimo commerciante. Nel dramma ricostruito dalla Finanza ad intervenire è un cliente dell’imprenditore in difficoltà, il figlio di un benzinaio, uno dei due arrestati assistito dall’avvocato Stefano Savi:” conosco determinate persone che possono darti una mano”, è l’inizio della fine nelle parole dell’intermediario. In pochi giorni arriva una busta piena di banconote: seimila euro, tanto per cominciare:” interessi del 40% mensili. Nessun problema se fra trenta giorni mi dai 8.400 euro o solo i 2.400 euro degli interessi”.
La figura dell’amico ha un ruolo centrale in ogni affare di questo genere. Lo strozzino fornisce il denaro ma non interviene in prima persona se non in momenti cruciali. E’ l’amico, con un rapporto sempre equivoco con la vittima dell’usura, a fare pressioni, sollecitare e, solo di fronte a ritardi estremi nel pagamento degli interessi, a minacciare senza mezzi termini: tuo marito mi ha messo in un casino mi ci ha messo di brutto. Ufficialmente è l’intermediario il primo responsabile di un mancato pagamento. Siccome è lui ad avere un rapporto di amicizia con il destinatario del prestito, la pressione è prima di tutto psicologica: ho bisogno di quei soldi, così mi tolgo questa piovra da attaccata al culo, si legge su una delle intercettazioni. Poi le richieste diventano estorsioni: se tuo marito non paga spariamo a te ed ai tuoi figli.
E’ dalle confidenze delle moglie dell’imprenditore che emerge la notizia della taglia, poi confermata dai successivi accertamenti degli investigatori : lo stanno cercando per ucciderlo – dice la donna – e se non lo trovano fanno fuori me e i miei figli. E’ tutta colpa sua se siamo in questi casini. Stò pensando di prendermi io quei cinquemila euro – gli dico dove si trova e la finiamo lì. Nessuno si è fatto scrupolo di me io devo pensare alla mia vita…..
Per cercarlo l’usuraio contatta diverse persone, inquirenti sospettano appartenenti alla criminalità organizzata calabrese: trovatemi, trovatemi sto figlio di puttana, - si legge sulle intercettazioni raccolte dagli investigatori della Guardia di Finanza- trovatemelo che gli taglio la testa.
A temere ora è la moglie dell’imprenditore costretta a subire tutte le minacce che il marito ha evitato lasciando il paese chiudendo l’azienda. Il dialogo più inquietante tra quelli intercettati dagli investigatori è ambientato nella attività ceduta dal marito ad un altro commerciante, legato alla banda di usurai: non ti credere che la tua situazione sia positiva – dice l’uomo – tanto noi sappiamo che tu lo nascondi che sai dov’è. Stai attenta che appena ti beccano ti fanno la festa cara mia ….Non è che ti uccidono, si divertono un po’….. tanto gli devi centomila euro, hai voglia….. ho parlato proprio chiaro in cinque o sei si divertono….. quando ne hanno a voglia ti vengono a cercare.
Graziano Cetara
Terrorizzata dalla banda scoperta dalla Finanza
“Denunciatemi per favoreggiamento:non parlo”
“Sono già stato denunciato una volta per favoreggiamento, posso esserlo di nuovo. Non parlo, inutile insistere, non faccio i nomi, non ne voglio sapere” E’ una delle vittime della banda di usurai scoperta dalla Guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Andrea Canciani. Ed è anche uno degli imprenditori che ha scelto di non collaborare rischiando per la seconda volta la beffa di una denuncia. E’ al suo capo che si riferiva il generale Walter Peruzzo, comandante regionale delle fiamme gialle quando alla festa del corpo di venerdì ha parlato pubblicamente di omertà. Il mostro dell’usura si alimenta di violenza e silenzio ed è per questa ragione che le statistiche ufficiali parlano di un fenomeno al momento ancora sotto controllo.
Lo è solo in superficie.
E’ un fenomeno latente nelle mani della criminalità organizzata (a Genova a dominare la scena è la ‘ndrangheta con un paio di famiglie) che gestisce una rete di intermediari e riscossori divisi in più livelli con una condivisione delle informazioni diversificata: non tutti sanno tutto. A contatto con le vittime c’è sempre un amico che accorre in soccorso dell’imprenditore in difficoltà abbandonato dalle banche. Porta i soldi e si espone in prima persona, facendo da garante: è sempre lui quello che rischia, in prima battuta, prendendo le distanze dagli strozzini che rappresenta. Il rapporto è equivoco. L’intermediario è amico dell’usurato, apparentemente, e non è mai in combutta col cravattaio. Le conseguenze sono un crescendo di richieste di soldi e di minacce.
Ci sono figuri che si presentano a nome di altri, nominandoli con pseudonimi ed esibendo armi. E c’è sempre una soluzione per rimandare il pagamento degli interessi, del 40/50% mensili, una cifra a due zeri su base annua finchè l’azienda ha ancora ossigeno per alimentare il business degli strozzini. Quando la morte dell’attività si profila, l’organizzazione criminale ha sempre un paio di opzioni da offrire: un altro usuraio a cui chiedere il denaro per onorare gli impegni, o la cessione dell’azienda, a un prezzo simbolico o fittizio. Tra le vittime intercettate dai finanzieri in quest’ultima indagine, in molti hanno dovuto consegnare quote della propria attività agli estorsori. Altri hanno venduto beni di famiglia, appartamenti, per avere liquidità, qualche volta ad acquistarli, senza pagare una lira, se non sulla carta, sono gli stessi strozzini.
E’ una piovra che si inserisce nel tessuto economico delle piccole e medie imprese allontanando i capitali messi insieme legalmente e impiegando denari rastrellati con la minaccia. L’unica possibilità è affidarsi allo stato: “solo con la collaborazione delle vittime- spiega la Guardia di Finanza- possiamo scovare ed eliminare organizzazioni criminali così strutturate e violente”.
Graziano Cetara
Scena da far west al casello di Nervi, Carabiniere ferito
Inseguimento con sparatoria per fermare il pusher della coca
Inseguimento con sparatoria venerdì sera al casello autostradale di Nervi per mettere le manette ad corriere di cocaina a cui i Carabinieri del Reparto Operativo stavano dietro da diverso tempo. L’uomo, seguito e bloccato da un’auto civetta dei militari, le ha speronate con la propria vettura ed ha investito due Carabinieri che hanno dovuto sparare ai pneumatici. Il corriere è stato infine bloccato dopo una colluttazione. Bilancio dell’operazione: tre etti e mezzo di cocaina sequestrata e cinque carabinieri feriti uno dei quali con una clavicola lussata. Il corriere Alessandro Fiori, 29 anni, originario di Sassari ma residente a Genova a Quarto, è stato arrestato e rinchiuso in carcere nella colluttazione ha riportato ferite giudicate guaribili in dieci giorni. I carabinieri avevano organizzato l’appostamento dopo aver saputo da fonti confidenziali dell’arrivo del carico di cocaina destinata alla riviera ligure. Così hanno fatto scattare il fermo, ma il pusher ha tentato di fuggire. Nella sua casa di via Priaruggia i carabinieri hanno trovato tutto quello che serviva per tagliare e confezionare la cocaina. Il bilancino elettronico e la pietra da “taglio” per i carabinieri sono la prova che Alessandro Fiori, 29 anni, pregiudicato per lesioni, rapina, furto, spaccio, era un pusher in ascesa, non un semplice corriere. Un piccolo boss, conosciuto e temuto nel ponente cittadino, pronto a vendere cara la pelle, deciso a farsi ammazzare piuttosto che tornare in prigione. Ieri mattina, alle 4.30, al casello di Nervi, Fiori si è trovato ad un bivio. I militari del Nucleo operativo (gente esperta, tra loro alcuni che inchiodarono il serial killer Donato Bilancia) gli hanno sbarrato la strada, chiudendolo come una cavia nel vicolo cieco di un labirinto. Alessandro Fiori ha scelto di lottare, di rischiare la vita, pur di fuggire. I Carabinieri, che lo pedinavano, lo hanno chiuso tra i due gabiotti del secondo casello di uscita della barriera di Nervi: una Citroen “Megane” berlina dietro, una “Jeep” davanti. Sebbene fosse alla guida un suv di grande potenza una BMW “X5”, Fiore era in gabbia. Ha ingranato la retromarcia. Ha speronato la berlina. Poi ha innestato la prima e ha scagliato l’auto contro la “Jeep”. Voleva farsi un varco per fuggire. I carabinieri sono scesi dall’auto, le pistole in pugno. Le fiammate delle armi automatiche si sono sovrapposte alla luce fredda dei neon. Otto colpi sono stati sparati ai pneumatici e al motore della macchina del pusher. Quando Alessandro Fiori è stato ammanettato un carabiniere era a terra: Roberto Ardundine, 45 anni, nell’ambiente noto col soprannome di “Sandocan”, era rimasto schiacciato tra la BMW ed il guard rail. Non rischia la vita, dicono i medici del San Martino, ma le sue condizioni sono gravi. La prognosi è di quaranta giorni: ha riportato fratture e profonde lesioni alla schiena. Un altro militare ha riportato una lesione ad una gamba: per lui dieci giorni di prognosi. Due colleghi se la caveranno con un paio di giorni.
Gavino Sechi, il maggiore comandante della Seconda Sezione del Nucleo Operativo di Genova ha spiegato che i suoi uomini stavano pedinando Alessandro Fiori da tempo. Il ventinovenne, sposato con una donna albanese era nel mirino dei militari che sospettavano da qualche tempo fosse passato dall’uso al commercio di cocaina, droga di cui a loro dire fa uso. Abbiamo iniziato a pedinarlo- ha spiegato Sechi finchè finalmente siamo riusciti a sapere che ieri sera (venerdì per chi legge, ndr) sarebbe andato fuori città per fare “un carico di droga”. Fiori si era recato nel Lazio, dove aveva comprato 310 gr di cocaina in ovuli. I carabinieri hanno raccontato di aver organizzato un pedinamento a staffetta. Hanno “agganciato” il suv di Fiori a Sestri Levante. Mentre la “Megane” gli stava alle spalle , con discrezione, i colleghi attendevano pazienti ai caselli successivi. Fiori, che abita tra Sturla e Quarto ha scelto di uscire a Nervi. Non avrebbe potuto proseguire comunque: da qualche giorno di notte l’autostrada viene chiusa da Nervi a Genova est. Non avendo “il telepass” –errore gravissimo – ha puntato al secondo casello dove il pedaggio si paga con banconote e monete. Quando ha fermato la corsa i carabinieri gli si sono fatti addosso. Fiori “quasi certamente su di iri per la droga usata nel viaggio” ha sottolineato Sechi, ha speronato le auto e cercato di uccidere i carabinieri che a piedi negli spazi ristretti del casello gli si sono avventati contro. Ha costretto i militari a sparare. Non si è dato per vinto neppure quando il motore del X5 si è spento crivellato di colpi. Ha lottato strenuamente con i carabinieri. Ne ha ferito due.
La droga era stata nascosta dentro il poggia testa centrale della poltrona posteriore della BMW. Lo spacciatore non aveva armi. E’ stato accusato di tentato omicidio plurimo, lesioni gravissime, detenzione al fine di spaccio di droga e guida senza patente.
Francesco Ricci
Il carabiniere “poteva uccidermi”
“Quello poteva ammazzarmi. Mi è venuto addosso con la jeep. Mi ha scaraventato contro il gabbiotto del casello e poi sul guard rail. Ho cinquanta punti nella schiena”. “Sandocan”, Roberto Arundine, quarantacinque anni più della metà di servizio nei Carabiniere...
La Sentenza
Torrefazione e ristorante confiscati a 5 “cravattari”
Avevano organizzato un’attività di usura, pretendendo dalle vittime per i prestiti concessi tassi altissimi e, parallelamente avevano creato un attività lecita che consisteva nella realizzazione di imprese commerciali. La banda degli strozzini della Valpolcevera, come era stata chiamata, era stata incastrata dagli investigatori del Ros lo scorso gennaio. Ieri nel corso del processo che si è svolto con rito abbreviato, il giudice Silvia Carpanini ha condannato cinque perone per un totale di quasi 10 anni di reclusione: Cosimo Gorizia ha avuto una pena a 3 anni e mezzo di reclusione e 1.500 euro di multa (per usura ed estorsione); per il solo reato di usura è stato condannato Stefano Boragine a un anno e 2.500 euro di multa, Giuseppe Sofrà e Silvio Criscino a 2 anni e 4.000 euro di multa ciascuno e Giorgio Ghisu, sempre per il reato di usura, a un anno e mezzo di reclusione e 3.000 euro di multa. Boragine, Ghisu e Sofrà sono stati condannati anche al risarcimento dei danni patiti dalle parti civili, da liquidarsi in separato giudizio. Un sesto imputato, Giuseppe Gorizia, è stato assolto. Il Gip ha inoltre disposto la confisca, che scatterà solo se la sentenza sarà confermata in modo definitivo, dei beni di tre imputati di Sofrà, Ghisu e Criscino. Secondo l’accusa i prestiti erano concessi a tassi altissimi. A far scattare le indagini era stata la denuncia di un imprenditrice, da un debito iniziale di 19 mila euro, si era trovata a dover restituirne, in due anni, circa due milioni a causa di interessi elevati sino al 350% l’anno. Il pm Andrea Canciani aveva chiesto sei anni per Cosimo Gorizia, tre anni per il fratello Giuseppe Gorizia (entrambi difesi dall’avv. Pietro Bogliolo), quattro anni e quattro mesi per Silvio Criscino (difesi da Francesco Valentino e Alessandro Sola) e per Giuseppe Sofrà (difeso da Andrea Vernazza), quattro anni per Stefano Boragine (difeso da Giuseppe Gallo), e per Giuorgio Ghisu (difeso da Raffaella Multedo).
Altri due imputati, Luigo Rebolini e Domenico Magnioli, saranno processati con rito ordinario. Il pm aveva chiesto per tutti il sequestro preventivo e la confisca di immobili e attività commerciali oltre al denaro già a suo tempo sequestrato per 175.000 euro.
L’imprenditrice che ha innescato insieme al fratello, si era recata dai Carabinieri; i due avevano raccontato di essere stati costretti a vendere diversi beni mobili e immobili per far fronte alle pretese degli usurai. I fatti erano successi tra il 2002 e l’inizio del 2005. Durante le indagini gli investigatori del Ros avevano messo a punto un dossier molto circostanziato dal quale risultavano appartamenti acquistati con il crimine e usati a garanzia di mutui e prestiti, questa volta legali, ottenuti dalle banche per alimentare attività ufficiali: tra queste un’azienda di torrefazione, un bar, un ristorante, un negozio di abbigliamento.
Elisabetta Vassallo

CRIMINALITA’
La Guardia di Finanza rilancia l’allarme: finora a prevalso l’omertà, le vittime devono trovare il coraggio di denunciare gli strozzini.
“L’usura si arma e usa mezzi mafiosi”
Due incensurati arrestati per aver prestato denaro con interessi altissimi a imprenditori del centro
”Sono armati e agiscono con mezzi mafiosi”. Il generale della Guardia di Finanza Walter Peruzzo si fa serio, dopo aver snocciolato con orgoglio i risultati di un anno di indagini, in occasione della Festa del corpo, per il 232° anniversario della fondazione. Gli usurai ci sono, a dispetto di chi ne parla come di un fenomeno marginale. E sono un terminale della criminalità organizzata, uno dei core-business della ‘ndrangheta dei calabresi, che è presente in città con famiglie influenti e ben radicate negli affari della droga e prostituzione.
Lo conferma l’ultima indagine, condotta dal sostituto procuratore Andrea Canciani e affidata agli investigatori del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria, agli ordini del maggiore Antonio Del Gaizo. Due persone sono state arrestate in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere ed ai domiciliari: S.E., 35 anni, residente a San Quirico in Valpolcevera, e S.C., 42 anni, di Teglia, incensurati, accusati di aver concesso prestiti a usura a due imprenditori nel centro di Genova, costringendoli a vendere immobili e a cedere quote della loro società, per pagare interessi senza fondo. Un terzo personaggio, S.T., tirato in ballo nelle intercettazioni dai membri della gang è stato arrestato perché trovato in possesso di due pistole con la matricola a Brasa. Con quelle avrebbe contribuito a intimorire chi, per una ragione o per l’altra, ritardava i pagamenti degli interessi. Un’altra decina di persone è indagata per concorso in usura. Tredici le perquisizioni domiciliari eseguite nei giorni scorsi.
L’organizzazione operava nel capoluogo ligure e forniva prestiti con la copertura di due imprese edili, a spiegato il generale Peruzzo alzando il velo solo parzialmente su un’indagine ancora in corso, dagli esiti impossibili da prevedere: “ne parlo perché le vittime degli strozzini si facciano forza ed escano allo scoperto. Finora, devo ammettere, la logica dell’omertà a prevalso”. Quando gli imprenditori taglieggiati hanno collaborato con coraggio, la giustizia è andata velocemente fino in fondo, come dimostra l’inchiesta condotta dai Carabinieri del Ros di Genova, il Raggruppamento Operazioni Speciali, di cui si parla nell’articolo a fianco.
Secondo quanto ricostruito dai finanzieri, gli usurai in questione si rivolgevano principalmente a commercianti e artigiani, come gestioni di ristoranti e titolari di officine meccaniche proprie perché nel caso in cui non fosse stata restituita la loro somma prestata, spesso anche con tassi d’interesse superiore al 500%, avrebbe potuto rivalersi sulle aziende degli “insolventi”.
La banda contaa su una rete di persone che avevano il ruolo di “riscossori”, e che spesso si presentavano armati ad esigere il loro dovuto o ad intimidire le loro vittime; e su alcuni presta nome ai quali erano stati intestati i conti correnti bancari su cui confluivano le somme rastrellate dalle vittime degli strozzini.
“Il fenomeno dell’usura attestato in fascia F sulla base dei dati Istat che stima la distribuzione geografica della vulnerabilità per il rischio di usura nelle province italiane – ha spiegato il generale Peruzzo – non sembrerebbe diffuso nelle province liguri e nello scorso 2005 i dati si sono mantenuti pressoché stabili rispetto al passato, fatta eccezione per quelli di carattere estorsivo che hanno registrato un lieve rialzo. Tuttavia la conclusione di alcuni servizi e l’attività posta in essere fa emergere una realtà diversa – ha sottolineato il Comandante delle Fiamme Gialle – soprattutto per quanto riguarda l’usura, l’attività informativa risulta fortemente condizionata, in negativo, dalla omertà delle vittime che dimostrano una scarsissima propensione alla collaborazione con la Polizia Giudiziaria.
Graziano CetaraL’indagine
Taglieggiava negozianti.
Sgominata dalla Finanza organizzazione di usurai.
I “Cravattari” applicavano tassi del 500 per cento e pretendevano di entrare nelle società rilevando parzialmente o totalmente le attività commerciali.
Un’organizzazione che operava a Genova e forniva prestiti a tassi di interesse del 500 per cento su base annua agendo con la copertura di due imprese edili è stata scoperta e smantellata dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Genova. Tre persone, responsabili dei fatti, sono state arrestate. Prestando denaro arrivavano al punto di potere pretendere di entrare nelle società debitrici
finchè non ne ottenevano interamente il controllo. Sul caso sono ancora in corso le indagini dei militari. La notizia, resa nota ieri nel corso di una conferenza stampa del comandante regionali delle Fiamme Gialle Walter Peruzzo per evidenziare le principali attività svolte dal giugno 2005 al maggio 2006, e organizzata nell’ambito delle celebrazioni del 232° anniversario della fondazione del Corpo, è stata citata dal generale per testimoniare l’esistenza del fenomeno in Liguria, a differenza da quanto rivelano i dati statistici: il fenomeno, in base a quanto spiegato dal generale Peruzzo, non emerge per la scarsa propensione delle vittime a collaborare con la polizia giudiziaria.
Secondo quanto appreso dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Genova emerge l’attività di un’organizzazione di usurai che si rivolgeva principalmente a commercianti e artigiani, come gestori di ristoranti e titolari di officine meccaniche proprio perché nel caso in cui non fosse restituita la somma prestata, spesso anche con tassi di interesse che raggiungevano il 500 per cento, avrebbe potuto rivalersi sulle aziende degli “insolventi”.
Il sodalizio criminale contava su una rete di persone che avevano il ruolo di “riscossori” e che spesso si presentavano ad esigere il dovuto o ad intimidire le loro vittime armati, e su alcuni prestanome ai quali erano stati intestati i conti correnti bancari sui quali confluivano le somme provento dell’attività illecita.
Nel caso dell’inchiesta sono state arrestate tre persone ed effettuate 13 perquisizioni domiciliari che hanno portato al sequestro di due pistole con la matrice abrasa ed un ingente quantitativo di documentazione bancaria. Una delle persone arrestate è stata presa in flagranza di reato per possesso di armi, un uomo è stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, mentre per la terza persona sono stati previsti i benefici della detenzione domiciliare.
Il generale Peruzzo ha posto l’accento anche sull’attività svolta dalla gdf nel settore immobiliare. Nei primi mesi del 2006 sono stati eseguiti 68 interventi. In particolare l’interesse dei finanzieri era volto a scoprire affitti in nero. In questo ambito i militari delle fiamme gialle hanno trovato vari illeciti nell’ambito degli affitti agli universitari e in varie aree turistiche. Il fenomeno riguarda sia la città di Genova che le due riviere. In questo specifico settore sono settore sono stati identificati 1,4 milioni di euro di base imponibile e 300 mila euro di Iva evasa.
r.c.
“L’usura c’è ma non si vede perché le vittime non sporgono denuncia”
“Il fenomeno dell’usura, attestato in fascia “F” sulla base dei dati Istat che stima la distribuzione geografica della vulnerabilità per il rischio di usura nelle province italiane non sembrerebbe diffuso nelle province liguri e nello scorso 2005 i dati si sono mantenuti pressoché stabili rispetto al passato, fatta eccezione per quelli di carattere estorsivo che hanno registrato un lieve rialzo”. Il comandante della gdf Walter Peruzzo ha sottolineato ieri nel corso delle celebrazioni per il 232° anno della fondazione del Corpo come l’usura sia presente nel nostro tessuto sociale ma il suo contrasto sia molto difficile a causa della scarsa propensione degli “strozzati” a denunciare il loro stato di vittime. “Tuttavia –ha proseguito- la conclusione di alcuni servizi e l’attività posta in essere fa emergere una realtà diversa soprattutto per quel che riguarda l’usura, l’attività informativa risulta fortemente condizionata, in negativo, dall’omertà delle vittime che dimostrano una scarsissima propensione alla collaborazione con la polizia giudiziari”.
Oltre al tema dell’usura, Peruzzo si è particolarmente soffermato sull’emergenza delle truffe ad anziani. “Nessun militare può entrare nelle abitazioni di privati cittadini per controllare l’autenticità delle banconote –ha detto-. Questi sono servizi che nessun agente di polizia svolge, tantomeno i finanzieri”.
“I risultati operativi conseguiti – ha concluso il generale- e, più in generale, tutto quello che facciamo e come lo facciamo, non soltanto l’effetto del lavoro adeguamento agli scenari esterni, delle strutture, dei processi di lavoro e delle metodologie operative ma è anche frutto di entusiasmo mai sopito e rinnovato, di elevata professionalità ed incondizionata dedizione.”
f.r.
L’indagine
Taglieggiava negozianti.
Sgominata dalla Finanza organizzazione di usurai.
I “Cravattari” applicavano tassi del 500 per cento e pretendevano di entrare nelle società rilevando parzialmente o totalmente le attività commerciali.
Un’organizzazione che operava a Genova e forniva prestiti a tassi di interesse del 500 per cento su base annua agendo con la copertura di due imprese edili è stata scoperta e smantellata dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Genova. Tre persone, responsabili dei fatti, sono state arrestate. Prestando denaro arrivavano al punto di potere pretendere di entrare nelle società debitrici
finchè non ne ottenevano interamente il controllo. Sul caso sono ancora in corso le indagini dei militari. La notizia, resa nota ieri nel corso di una conferenza stampa del comandante regionali delle Fiamme Gialle Walter Peruzzo per evidenziare le principali attività svolte dal giugno 2005 al maggio 2006, e organizzata nell’ambito delle celebrazioni del 232° anniversario della fondazione del Corpo, è stata citata dal generale per testimoniare l’esistenza del fenomeno in Liguria, a differenza da quanto rivelano i dati statistici: il fenomeno, in base a quanto spiegato dal generale Peruzzo, non emerge per la scarsa propensione delle vittime a collaborare con la polizia giudiziaria.
Secondo quanto appreso dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Genova emerge l’attività di un’organizzazione di usurai che si rivolgeva principalmente a commercianti e artigiani, come gestori di ristoranti e titolari di officine meccaniche proprio perché nel caso in cui non fosse restituita la somma prestata, spesso anche con tassi di interesse che raggiungevano il 500 per cento, avrebbe potuto rivalersi sulle aziende degli “insolventi”.
Il sodalizio criminale contava su una rete di persone che avevano il ruolo di “riscossori” e che spesso si presentavano ad esigere il dovuto o ad intimidire le loro vittime armati, e su alcuni prestanome ai quali erano stati intestati i conti correnti bancari sui quali confluivano le somme provento dell’attività illecita.
Nel caso dell’inchiesta sono state arrestate tre persone ed effettuate 13 perquisizioni domiciliari che hanno portato al sequestro di due pistole con la matrice abrasa ed un ingente quantitativo di documentazione bancaria. Una delle persone arrestate è stata presa in flagranza di reato per possesso di armi, un uomo è stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, mentre per la terza persona sono stati previsti i benefici della detenzione domiciliare.
Il generale Peruzzo ha posto l’accento anche sull’attività svolta dalla gdf nel settore immobiliare. Nei primi mesi del 2006 sono stati eseguiti 68 interventi. In particolare l’interesse dei finanzieri era volto a scoprire affitti in nero. In questo ambito i militari delle fiamme gialle hanno trovato vari illeciti nell’ambito degli affitti agli universitari e in varie aree turistiche. Il fenomeno riguarda sia la città di Genova che le due riviere. In questo specifico settore sono settore sono stati identificati 1,4 milioni di euro di base imponibile e 300 mila euro di Iva evasa.
r.c.
“L’usura c’è ma non si vede perché le vittime non sporgono denuncia”
“Il fenomeno dell’usura, attestato in fascia “F” sulla base dei dati Istat che stima la distribuzione geografica della vulnerabilità per il rischio di usura nelle province italiane non sembrerebbe diffuso nelle province liguri e nello scorso 2005 i dati si sono mantenuti pressoché stabili rispetto al passato, fatta eccezione per quelli di carattere estorsivo che hanno registrato un lieve rialzo”. Il comandante della gdf Walter Peruzzo ha sottolineato ieri nel corso delle celebrazioni per il 232° anno della fondazione del Corpo come l’usura sia presente nel nostro tessuto sociale ma il suo contrasto sia molto difficile a causa della scarsa propensione degli “strozzati” a denunciare il loro stato di vittime. “Tuttavia –ha proseguito- la conclusione di alcuni servizi e l’attività posta in essere fa emergere una realtà diversa soprattutto per quel che riguarda l’usura, l’attività informativa risulta fortemente condizionata, in negativo, dall’omertà delle vittime che dimostrano una scarsissima propensione alla collaborazione con la polizia giudiziari”.
Oltre al tema dell’usura, Peruzzo si è particolarmente soffermato sull’emergenza delle truffe ad anziani. “Nessun militare può entrare nelle abitazioni di privati cittadini per controllare l’autenticità delle banconote –ha detto-. Questi sono servizi che nessun agente di polizia svolge, tantomeno i finanzieri”.
“I risultati operativi conseguiti – ha concluso il generale- e, più in generale, tutto quello che facciamo e come lo facciamo, non soltanto l’effetto del lavoro adeguamento agli scenari esterni, delle strutture, dei processi di lavoro e delle metodologie operative ma è anche frutto di entusiasmo mai sopito e rinnovato, di elevata professionalità ed incondizionata dedizione.”
f.r.
Mentre, con rara tempestività, l'Authority blocca gli spot-vergogna di Mediaset sul referendum a tre giorni dal referendum, e mentre molti leader dell'Unione replicano con un efficacissimo "Votiamo No per difendere la Costituzione da Bossi e Berlusconi e poi la riscriviamo con Berlusconi e Bossi", il Venerdì di Repubblica azzecca il miglior manifesto per il No. Foto dell’acuto Calderoli e titolo: "Comprereste una Costituzione usata da quest’uomo?". All’interno, l'album di famiglia dei padri ricostituenti nella baita del Cadore: oltre al Gianduja di Bergamo Alta, svettano il piccolo Nania (An), il medio Pastore (FI), il quasi alto D'Onofrio (Udc) e il molto alto Brancher (FI). E' a questi cinque pensatori rupestri che dobbiamo la controriforma che fa dell'Italia una repubblica dittatoriale di stampo caucasico-bananiero. E che, come scrive Michele Ainis sulla Stampa, è una "legge illeggibile": 8.533 parole, per giunta in sanscrito-ostrogoto, con danni irreparabili non solo alla democrazia, ma anche alla grammatica e alla sintassi. L'articolo 70 dei costituenti veri, quelli del '48, è di 9 parole; quello dei ricostituenti al grappino ne conta 585. Per giunta incomprensibili. Figurarsi gli sforzi intellettuali dei Magnifici Cinque per partorire concetti alati quali "gli enti autonomi hanno iniziativa autonoma", "lo statuto è approvato con legge approvata", "la regione interessata ratifica le intese della regione medesima", "l'espressione del parere che ogni Consiglio può esprimere". Roba da ernia al cervello. Ma, oltrechè con le leggi della lingua, alcuni di loro hanno rapporti conflittuali con le leggi penali. Brancher pagava tangenti al Psi e al Pli e, condannato in primo e secondo grado, l'ha fatta franca in Cassazione per prescrizione e abolizione del falso in bilancio. Nania ha una condanna definitiva per lesioni e una in primo grado per la sua villa abusiva a Barcellona Pozzo di Gotto. Calderoli, a parte i processi per le camicie verdi e le botte alla polizia in via Bellerio, deve ancora spiegare insieme a Brancher i generosi fidi di Fiorani, che derubava i clienti vivi e morti, ma i leghisti e i forzisti li trattava coi guanti. Ora la domanda è: chi eventualmente viola la legge può riscrivere la Costituzione?
Pare un gioco di parole. Ma non lo è. Nei giorni scorsi, in commissione Affari costituzionali, s'è tenuto un appassionante dibattito sul tema: può un imputato di mafia far parte della commissione Antimafia? Già il fatto che qualcuno abbia posto il problema. significa che il no è tutt'altro che scontato. Infatti alla fine è passato il sì. Tenetevi forte, perché questa è strepitosa. Angela Napoli, deputata calabrese di An e persona seria, propone di escludere dall'Antimafia i parlamentari sotto processo per mafia. Orazio Licandro, noto giurista catanese eletto nel Pdci, sgrana gli occhi: "Perché, non sono già esclusi?". Scorre il testo base delle legge istitutiva della nuova commissione Antimafia e scopre che no, non lo sono. Così propone un emendamento ad hoc. Ma il rifondatore comunista Francesco Forgione, che pure in Sicilia ha condotto battaglie solitarie contro mafia & politica, obietta: "Non sarà un affievolimento delle prerogative del parlamentare?". Il ds Luciano Violante, altro antimafia con le stimmate, concorda: "La materia è delicata, meglio lasciarla al buon senso del singolo parlamentare e dei presidenti delle Camere". Il meglio però lo dà Giampiero D'Alia (Udc): "C’è il rischio di creare una disparità inaccettabile: il pericolo è che possa far parte dell’Antimafia un condannato, ad esempio, per falso in bilancio". Si potrebbe stabilire che è escluso qualunque condannato e imputato, ma la soluzione viene scartata a priori: poi si faticherebbe a coprire gli organici. Dunque la proposta non passa: se ne riparlerà martedì in aula. Presto sapremo pure chi è l'imputato di mafia che aspira a far parte dell’Antimafia. Esclusi Provenzano e Messina Denaro, che non sono (almeno per ora) in Parlamento, il cerchio si stringe intorno ai 6 parlamentari indagati o imputati per concorso esterno: Romano (Udc), Malvano, Firrarello, Giudice e Dell'Utri (FI), Cusumano (Udeur). Ora analogo dibattito si accenderà in altre commissioni. Escludere gli imputati di pedofilia dalla commissione Infanzia? Precedente pericoloso. Escludere gli imputati di stupro dalla commissione Pari Opportunità? Allora chiamiamola Dispari Opportunità. Escludere gli evasori fiscali dalla commissione Finanze? Si rischia di favorire gl'imputati di abigeato. Escludere i rapinatori dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza? Attentato alle prerogative parlamentari. Escludere i ladri e i loro avvocati dalla commissione Giustizia? Sarebbe la prima volta, pare brutto.
Caposala all'ospedale di Locri, definì Fortugno "degnissima persona"
E la sera del delitto andò a fare le condoglianze alla vedova
REGGIO CALABRIA - Faceva il caposala ma era un re là dentro. I primari si dovevano inchinare, i manager prendevano ordini, i malati lo cercavano sempre per una "preghiera", un favore. L'Asl di Locri era lui. Gli altri c'erano ma non contavano. "Io sono amico di tutti", ci aveva detto una mattina del marzo scorso quando con un collega lo abbiamo incontrato nel bar di quell'ospedale che considerava suo. Aveva addosso il camice bianco, chiuse la porta di una stanza, le sue labbra si piegarono in una smorfia. E poi dalla sua bocca uscì un sibilo: "Francesco Fortugno, una degnissima persona".
C'era stata una soffiata e ci avevano indicato Alessandro Marcianò come "uno dei mandanti" dell'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale. Alle 8 del mattino lui aveva già letto l'articolo sui sospetti che lo riguardavano, è come se ci stesse aspettando. Le altre sue prime parole furono queste: "Io non ho paura di niente e di nessuno, se vogliono arrestarmi non scappo". E' un uomo alto e grosso Alessandro Marcianò, con due mani grandi e un collo taurino, la faccia larga e il naso schiacciato. Come spesso capita nei paesi del nostro Meridione, una vaga somiglianza gli aveva fatto appiccicare addosso un'"inciuria", un soprannome: lo chiamavano Celentano.
Per parte di moglie ha parenti di un certo "peso" ad Africo, una volta capitale dei sequestri di persona e oggi terra dove dicono che ci siano i trafficanti di coca più organizzati e ricchi d'Europa. Parenti che di nome fanno Bruzzaniti e Morabito.
Marcianò, boss "amico di tutti" così dettava legge nella sanità
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
In giro per Locri "Celentano" è uno che si è visto sempre poco. "In quel bar io non ci ho mai messo piede, né io né mio figlio Giuseppe abbiamo mai preso neanche un caffè", raccontò a proposito del bar Arcobaleno, il luogo dove secondo la ricostruzione del primo pentito dell'affaire Fortugno fu decisa l'uccisione del vicepresidente del consiglio regionale. Del figlio Giuseppe, che a marzo era ancora in galera per un traffico di droga e armi, non ne parlò volentieri.
All'improvviso cambiò espressione e la sua voce si fece dura, cattiva. E cominciò a dire: "Sapete come funziona? Sono sempre le stesse armi che fanno il giro dell'Italia e poi dicono che le hanno trovate addosso a questo o a quello".
Del sicario che aveva sparato a Francesco Fortugno non poteva sostenere che non lo aveva conosciuto mai. Era Salvatore Ritorto, quello stesso Salvatore che due giorni prima dell'omicidio era andato a trovarlo in ospedale. Amico di infanzia di suo figlio Giuseppe, quel ragazzo l'aveva visto crescere.
Conosceva tante gente Alessandro Marcianò. Conosceva bene anche quell'Enzo Cotroneo, il calciatore che un paio di notti prima della retata - gli arresti dei killer di Fortugno - avevano ammazzato come un cane sulla strada per Bianco. Nella primavera precedente qualcuno aveva colpito la saracinesca della sua sala giochi. Un avvertimento speciale, la stessa pistola poi avrebbe ucciso anche Fortugno.
Conosceva naturalmente anche la vittima, il medico che in una domenica dell'ottobre del 2005 affrontarono con le armi in pugno nel seggio dove si votava per le "primarie" dell'Unione. Un omicidio a urne aperte. Ci ricordò che Francesco Fortugno era andato anche al matrimonio di suo figlio Giuseppe. Nei paesi si conoscono tutti. E soprattutto in quell'ospedale si conoscevano tutti. Lui aveva il suo quartiere generale lì all'Asl, Francesco Fortugno era primario, sua moglie Maria Grazia era stata vice direttrice sanitaria. La vedova aveva la stanza proprio di fronte a quella di Alessandro Marcianò. "A due metri", ci disse lui. E aggiunse: "Tra noi ci sono stati sempre rapporti più che buoni".
Tranne una volta. Tranne alla vigilia delle "regionali" dell'anno scorso quando ci fu - hanno ricordato alcuni testimoni agli investigatori - una discussione molto animata tra "Celentano" e la signora Laganà. Il caposala per anni aveva appoggiato politicamente la famiglia dei Laganà, notabili di Locri, democristiani della vecchia guardia transitati poi nella Margherita. Ma in quelle elezioni Marcianò si schierò per il candidato Domenico Crea, un altro medico, un uomo politico molto chiacchierato sulla costa jonica della Calabria. E suo figlio Giuseppe trovò posto anche nella segreteria politica di Crea che poi fu il primo dei non eletti. E' entrato in consiglio a Reggio solo dopo la morte di Francesco Fortugno.
E Alessandro Marcianò quel giorno non era a Locri. Era ad Africo, dai parenti di sua moglie. Quando tornò nel suo paese vide il traffico impazzito. Era quasi il tramonto. Scese dall'auto e chiese cosa era accaduto. Glielo dissero. La stessa sera andò a fare il "visito" alla vedova Laganà, le condoglianze nella casa davanti al tribunale. E due giorni dopo si infilò il suo camice bianco ed entrò nella chiesa madre. Era in prima fila ai funerali di quella "degnissima persona".
L’inchiesta
Traffico di anabolizzanti in palestra, davanti al Gip sfilano i due arrestati
Le indagini avevano preso il via in seguito alle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia”: due arresti, dodici denunciati, perquisizioni e migliaia di fiale sequestrate
Due arresti, dodici denunciati, trentanove perquisizioni domiciliari e migliaia di fiale sospette sequestrate. E’ l’inchiesta del pm Giovanni Arena e dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità di Genova partita dalle intercettazioni sul caso “Genoa-Venezia” che riguarda il pericoloso commercio di sostanze dopanti.
E ieri mattina due degli indagati finiti agli arresti domiciliari hanno subito l’interrogatorio di garanzia dopo che il Gip Elena Daloiso aveva emesso nei loro confronti il provvedimento restrittivo nella scorsa settimana.
Matteo Giorgetti, 35 anni, gestori di un negozio di integratori a Sestri Ponente, e Sergio Cassina, guardia giurata di 40 anni, nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice, sono assistiti dai difensori, gli avvocati Claudio Zadra e Andrea Vernazza, hanno sostanzialmente entrambi ammesso di aver commercializzato le sostanze anabolizzanti.
Nessuno dei due, secondo quanto emerso dall’inchiesta dei Nas e dalle loro rispettive dichiarazioni, può essere considerato il “fornitore” dell’altro, ma si sarebbero scambiati fra di loro i prodotti in base alle rispettive necessità.
L’operazione, dai Carabinieri dei Nas e dai loro colleghi del Comando Provinciale di Genova, era sfociata giovedì scorso nelle trentanove perquisizioni, in abitazioni e palestre, principalmente nel ponente genovese, da Cornigliano ad Arenzano.
Ma già dalle indagini precedenti il pm Arena ha inviato 18 avvisi di fine indagine (i cosiddetti acip) ad altrettanti indagati. Le accuse sono a vario titolo di ricettazione e detenzione o commercio di sostanze dopanti quali il testosterone o l’ormone della crescita.
I carabinieri del Nucleo Antisofisticazione hanno compiuto nei mesi scorsi decine e decine di perquisizioni in abitazioni e palestre alla ricerca delle “pillole” per i muscoli. E le hanno trovate. Erano stati passati al setaccio oltre alle abitazioni degli indagati, anche le palestre che frequentavano abitualmente nel loro quartiere e anche altri centri di body building.
Certo, è opportuno dire che il fenomeno riguarda particolari ambienti e non si può generalizzare un’accusa così grave sia a chi frequenta abitualmente le palestre sia ai titolari delle stesse o a quelli dei centri di body building. Però, il fenomeno, purtroppo esiste, anche se si rivolge solo a determinate persone. Può indubbiamente ingenerale gravi danni alla salute.
22.06.2006 – Il Secolo XIX
L’adozione al single può salvare il minore
di Adriano Sansa
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La nuova, coraggiosa, spaventosa indagine calabrese del procuratore De Magistris svela un osceno intreccio di interesse che coinvolgerebbe il neocraxismo diessino, il potere del centrosinistra locale e nazionale, con le solite diramazioni bipartisan, gli immancabili ufficiali della Guardia di Finanza (chi controlla il controllore?) imprenditori di area democristiana e l'Opus Dei. La notizia occupa solo poche righe, di taglio basso, nelle web pages dei principali quotidiani italiani, e, tranquillo, il Palazzo non trema: dopo le cateratte aperte da anni sui ladrocini, i condannati riciclati, le intercettazioni sputtananti solo proforma, quello che sarebbe un sisma altove è, in Italia, un fastidioso solletico del tutto momentaneo. Loro lo sanno.
Ma c'è un dramma, nel dramma, ed è la regione Calabria. Abbiamo provato a tenere il conto, con gli amici di genovaweb.org, degli avvisi di garanzia e delle incriminazioni che hanno colpito i politici calabresi, ma lo abbiamo perso da mesi, sepolti dal numero dei provvedimenti. Rimane però un dato oggettivo: il consiglio regionale calabrese, nel suo insieme, non solo non è più credibile, non solo non è più tollerabile, ma, nel suo esercitare le funzioni legislativa ed amministrativa, è ormai fuori dall'ambito costituzionale. Il governo, la presidenza della Repubblica, il ministro degli interni e il presidente Prodi devono trovare immediatamente, e senza nessuna scusante, il coraggio e la volontà di sciogliere la Regione Calabria , anche se è (anzi, sopratutto perchè è) governata dalla loro parte politica.
Più di 30 (trenta) consiglieri su 50 sono attualmente indagati, alcuni di loro in due o tre diverse inchieste.Il presidente Loiero ed il vice-presidente Adamo, sono tra coloro che hanno accumulato più accuse. Inoltre risultano coinvolti decine tra esponenti di partito , tecnici e funzionari regionali, amministratori di enti regionali, di aziende sanitarie che dipendono dalla regione; in un intreccio di complicità e scandalosi familismi con amministratori provinciali, sindaci, consiglieri comunali, guardia di finanza, imprenditori locali e settentrionali, mafiosi in genere e tramite il collaboratore economico di Prodi Scarpellini, addirittura con una sorta di loggia massonico affaristica coperta con sede a San Marino.
La Calabria non è ne gestibile nè - allo stato dei fatti - riformabile. Per il suo bene : scioglietela.


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DENUNCIANDO,
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Dal 29 dicembre si è
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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
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