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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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agosto 2007 – Voce della Campania
Via Bettino? No, grazie
di Elio Veltri
La proposta avanzata da Veltroni di intitolare una via a Bettino Craxi nel duro commento di Elio Veltri, esponente storico di quella componente che lasciò il Psi dei corrotti.
LA VIA INTITOLATA a Craxi costituisce l ’ e s o rdio peggiore del Partito democratico in Campidoglio. E anche questa volta, il gesto di buonismo, è seguito dalla risposta sferzante di Stefania Craxi la quale pretende da Ve l t roni le scuse per le monetine lanciate a suo padre davanti all’hotel Rafael. Evidentemente lei continua a pensare che anche Veltroni, da ex comunista, è complice o, addirittura responsabile in prima persona, delle disgrazie di suo padre al punto che per quanto gli ex pci facciano, a parere della signora, non possono rimediare se non con una autocritica esemplare. D’altronde, le ambiguità si pagano, e quelle dei dirigenti democratici di sinistra sono pervicaci. Dimenticando che Craxi è stato condannato con sentenze definitive per reati comuni, hanno cercato di distinguere lo statista dal condannato e dal latitante come se ciò fosse possibile.
Infatti, è sufficiente leggere la sentenza della Corte di Appello di Milano del febbraio 2005, che cito senza commento, riguardante la condanna di Maurizio Raggio, per rendersi conto di come sono andate le cose riguardo ai finanziamenti al Psi e personali di Craxi.
A pagina 7 si legge: «il giudice di primo grado tuttavia rileva che nei suoi corposi memoriali Craxi si è sempre guardato dall’accennare alla disponibilità dei Conti International Gold Coast e Costellation Financiere, che all’epoca non erano ancora stati scoperti e costituivano per lui un importante “tesoretto” riposto nelle fidate mani, prima di Tradati, poi di Raggio».
A pagina 8 si legge: «Quasi in contemporanea (nel gennaio 1993) vi era stato l’incontro fra Craxi, Tradati e Raggio. Nel frattempo l’imputato aveva informato Craxi del reperimento dell’avvocato messicano Vallado, disposto dietro compenso di 110.000 dollari, a fungereda prestanome per lo svuotamnento del conto International Gold Coast, le cui giacenze erano finite (sempre nella disponibilità di Raggio): per metà, sul conto intestato alla Farbin presso l’istituto Bancomer delle isole Cayman, previo passaggio su un conto di transito che la fiduciaria Javier aveva messo a disposizione presso la S.B .S. di Ginevra , utilizzando il nome in codice “Julfer” per individuare i fondi oggetto di trasferimento; per metà sul conto intestato alla società panamense Macin Holding presso la banca Pichet& Cie, indi sul conto intestato a Higland Retreat Investiment presso la Pictet Bank Trust di Nassau». Come si vede, passaggi a non finire nei paradisi fiscali per far perdere le tracce del denaro sporco.
A pagina 10 si legge: «L’imputato ha sostanzialmente ammesso che nella primavera o forse nell’estate del 1993 si era recato ad Hammamet a trovare Craxi, il quale gli aveva annunciato la disponibilità di una partita di C.C.T. e gli aveva chiesto di cambiarli. Le consegne erano avvenute in tre occasioni. Andata felicemente in porto la prima operazione, Craxi aveva consegnato a Raggio altri titoli di eguale natura. Le nuove consegne erano avvenute nell’autunno- inverno del 1993 in Francia, presso un’abitazione che il figlio di Craxi, Bobo, aveva affittato sulla Costa Azzurra. Nel complesso, Raggio ammetteva di avere ricevuto titoli di Stato per un ammontare quantificabile in poco più di 10 miliardi di lire».
Complessivamente, secondo i giudici milanesi, il “Tesoretto” era costituito da 22 milioni di franchi svizzeri (conto Costellation), da 15 miliardi di lire (conto Gold Coast) e 10 miliardi in C.C.T . «I responsabili amministrativi del partito (segnatamente Balzamo) e tutti gli altri soggetti coinvolti nel sistema delle tangenti - affermano i giudici - hanno unanimemente riconosciuto il ruolo di Deus ex machina di Craxi nel controllo (attraverso i suoi fiduciari) dei fondi illeciti».
Tutto questo è stato ignorato e soprattuttoè stato ignorato che mezzi sporchi, come amava ripetere Paolo Sylos Labini, sporcano anche i fini e che il machiavellismo deteriore ha determinato la separazione netta tra etica e politica, con la conseguenza che comportamenti censurati e sanzionati, anche con l’espulsione dalla vita pubblica in tutte le grandi democrazie, nel nostro paese sono diventati medaglie da esibire per far carriera.
Porto in tasca la tessera di mio padre del partito D’Azione, confluito poi nel Psi e mortolombardiano. Per tradizione familiare mi sono iscritto al Psi di Pietro Nenni nel 1957. Nel 1976, anno di nomina di Craxi a segretario, il vecchio patriarca socialista a Eugenio Scalfari che gli chiedeva: «Cosa farebbe se avesse qualche anno di meno?». Rispondeva: «Cosa farei? Vorrei che il partito desse preminenza alla questione morale. Sì, esiste una questione morale.
Come negarlo? Finchè non la si affronta è inutile sperare d’affezionare il popolo alle istituzioni». Sono uscito dal Psi il 3 ottobre del 1981 sulla questione morale. Dopo due giorni, Natali, inventore del sistema ambrosiano delle tangenti, su ordine di Craxi, con un semplice telegramma, senza neanche ascoltare gli “ imputati”, per “attività frazionista” ha cacciato Tristano Codignola, Enriques Agnoletti, Franco Bassanini, Paolo Leon, Gianfranco Amendola, Renato Ballardini, A ntonio Greppi e altri, tutti membri del comitato centrale. Craxi era furibondo perché pensava che avessimo “complottato” con il Pci e ci bollò con parole di fuoco: «piccoli trafficanti e girovaghi della politica».
Giornali come Der Spiegel e le Monde attaccarono il segretario. Anche De Martino, Bobbio, Bocca, Giolitti, Arfè, Galli della Loggia, presero le nostre difese.
La diaspora socialista dell’era Craxi iniziò da lì. La vulgata che assegna alla persecuzione giudiziaria la responsabilità della scomparsa del Psi non conosce la storia ed è ridicola. Il partito nato a Genova nel 1892 aveva resistito alle persecuzioni di Crispi, alle cannonate di Bava Beccaris, agli anni di galera comminati ai dirigenti a cominciare da Turati, alla ferocia delle persecuzioni fasciste e naziste, alla repressione staliniana.
Nessun Di Pietro di questo mondo avrebbe potuto scalfirne l’autorevolezza morale e il legame profondo con il popolo se fosse stato un partito solo lontanamente somigliante al rigore morale e allo stile di vita dei fondatori. Purt roppo così non era e nonostante il socialismo abbia avuto ragione dalla storia e dalla politica, ha dovuto soccombere al cancro della corruzione, diffuso come una metastasi in quello che era stato un corpo vigoroso e pulito.
Casalesi operazione Gomorra
di Gianluca Di Feo
Il potente clan è sotto assedio. E studia un gesto clamoroso. Parla il pm Antimafia. Colloquio con Franco Roberti
Leonardo Sciascia, sempre lui. Il responsabile dei pm napoletani che si occupano di camorra cerca le parole per descrivere i boati che scuotono la pax mafiosa dei Casalesi, la più potente organizzazione criminale campana e forse la più ricca cosca italiana; fruga nella sua mente tentando di semplificare le dinamiche complesse che rendono incandescente questa confederazione di clan con le radici nel Casertano e ramificazioni in tutta Europa. E alla fine Franco Roberti deve ricorrere alla memoria di Sciascia: "Lui diceva: 'I mafiosi odiano i magistrati che ricordano'. E i casalesi odiano anche gli scrittori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto".
Oggi il problema principale per i boss del nuovo impero sono un magistrato e uno scrittore. Il pubblico ministero si chiama Raffaele Cantone: continua in silenzio a portare avanti indagini e processi contro la cupola del Casertano, mettendo a rischio investimenti e sicari. Lo scrittore è Roberto Saviano, che con le 800 mila copie di 'Gomorra' ha costretto questi padrini diventati padroni dell'economia a vivere sotto i riflettori: il successo del libro ha fatto terra bruciata intorno alle attività del clan in Italia e all'estero. Più che la forza divulgativa del volume, non gli perdonano l'ostinazione: il continuare a scrivere di camorra nonostante gli avvertimenti espliciti. E non tollerano quelle che per loro sono sfide personali, come la presenza in tribunale nel giorno della requisitoria.
Dalla gabbia dei detenuti uno dei killer ha fissato Saviano, poi con un ghigno ha urlato: "Porta i miei saluti a don Peppino". Un riferimento a Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso nel feudo dei Casalesi, che con il suo sacrificio ha ispirato 'Gomorra': l'ultima minaccia di un sistema criminale che non riesce più a sopportare la pressione mediatica di articoli e interviste in tutta Europa. E dove i boss emergenti invocano un gesto clamoroso per "non perdere la faccia".
Franco Roberti, responsabile della Direzione distrettuale antimafia e procuratore aggiunto, conosce i movimenti sotterranei nelle famiglie casertane. Ed interviene pesando le parole una a una, conscio della serietà della situazione: "C'è tutta una serie di segnali che evidenziano come il clan dei Casalesi si stia interessando a investigatori come Raffaele Cantone e a scrittori come Roberto Saviano che hanno provocato con il loro lavoro la sprovincializzazione del fenomeno camorra e fatto conoscere al mondo il vero volto della mafia casalese".
Non a caso Roberti parla di mafia. Ma prima di approfondire la sua analisi, il procuratore vuole mandare un segnale altrettanto chiaro. Chiedendo allo Stato di rilanciare la sfida a quei boss si sono infiltrati nell'imprenditoria e nelle istituzioni. "Di questa situazione nei confronti di Cantone e Saviano noi della Direzione distrettuale di Napoli siamo assolutamente consapevoli. Per questo stiamo premendo perché vengano a lavorare nel Casertano i migliori investigatori italiani. Per questo da settembre chiederemo rinforzi quantitativi e qualitativi negli organici degli uffici di polizia che indagano in quell'area".
Quello di Roberti è un discorso irrituale. Con bersagli chiari: "Chiederemo uno sforzo eccezionale per la cattura di latitanti storici: Antonio Iovine e Michele Zagaria sono ricercati da oltre dieci anni e sono inseriti nell'elenco dei più pericolosi d'Italia. Ma stiamo già facendo uno sforzo senza precedenti che ha provocato nell'ultimo anno la cattura di Casalesi di primissimo livello come Francesco Schiavone, cugino del celebre Sandokan, Giuseppe Russo o il reggente del clan Sebastiano Panaro. E dimostreremo che non ci sarà nessun calo di attenzione sui Casalesi dopo che il pm Cantone avrà lasciato l'ufficio per un nuovo incarico: l'unità di lavoro casertana della Dda, oltre a me che la coordino, sarà sempre dotata di autentici carri armati, giovani o meno giovani, che assicureranno continuità e incisività alle indagini, sia sul versante militare che su quello degli affari dei Casalesi".
Bastano queste ultime frasi a testimoniare quanto l'aria sia pesante. Per spiegarlo Roberti ricorre ai suoi ricordi personali, raccolti direttamente in un ventennio vissuto in prima linea. Perché è dalla fine degli anni Ottanta che i casalesi hanno costruito il loro potere di sangue e denaro, contando sempre sul silenzio. "Hanno sempre avuto tendenze egemoniche. Tutti i media guardavano a Napoli, invece il potere era nel Casertano. Carmine Alfieri, il capo indiscusso della camorra tra il 1984 e il 1992, si riteneva un subordinato di Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi. Dopo il pentimento, Alfieri mi raccontò: 'Io a Bardellino non potevo dare consigli. Era un grande campano, davanti a lui mi toglievo tanto di capello'".
Ma la vera forza dei signori della provincia più criminale d'Italia, arrivata a segnare il record mondiale di omicidi, è il fiuto per gli affari: "Sono stati i primi a uscire dal settore edile e dagli appalti per inserirsi nel ciclo dei rifiuti, nella produzione di beni di largo consumo, nelle aziende agro-alimentare, nei giochi e nelle scommesse legali, nei consorzi di bonifica. Non dimenticherò mai come nel dicembre 1992 scoprii il nuovo business dei rifiuti. Interrogavo Nunzio Perrella, un trafficante del Rione Traiano che era passato dalla droga alla munnezza. Da Thiene nel Vicentino raccoglieva le scorie tossiche delle fabbriche di vernice e li sversava in Campania. E disse che a comandare erano i Casalesi".
Adesso la capacità dei Casalesi è andata ancora oltre: sono passati dall'economia industriale a quella finanziaria. "Sono così ricchi che agiscono investendo capitali nelle imprese legali, senza pretendere il controllo della gestione. Hanno inventato le società a p.c.m. ossia a partecipazione di capitale mafioso, che sono ormai parte rilevante dell'economia campana e nazionale. Ma trovano mercato anche all'estero. Perchè la loro strategia è vincente: i boss guadagnano facendo risparmiare le imprese. Sono più morbidi nelle banche: chiedono interessi inferiori, non fanno fretta per recuperare l'investimento. Hanno una ricchezza talmente vasta che li esonera dalle intimidazioni e dallo strozzinaggio. Il processo Zagaria sulle infiltrazioni nelle ditte di Parma e della pianura padana dimostra come gli imprenditori del Nord fossero felici di avere i capitali della camorra".
Per questo, sostiene Roberti, i Casalesi hanno dato vita a una metamorfosi micidiale: un nuovo modo di essere mafia. "Bisogna aggiornare il concetto di metodo mafioso alla luce della loro trasformazione. Non solo il vincolo di omertà e la forza di intimidazione, ma anche la forza del denaro. E quella delle relazioni imprenditoriali e istituzionali". Perché tutti i grandi gruppi delle costruzioni sono venuti a patti con i Casalesi. E il loro potere non potrebbe esistere senza il sostegno della politica. Un fronte meno esplorato, perché non ci saranno mai baci tra ministri e boss casertani. Non servono più relazioni dirette e vecchie testimonianze di pubblica stima. No, anche in questo i Casalesi sono l'evoluzione della specie.
"I rapporti con le istituzioni sono dominati dal mimetismo. Sono rapporti di reciproca funzionalità, un concetto che è stato fissato da sentenze ormai in giudicato. In pratica l'accordo tra padrini e leader politici nazionali avviene mediante gli esponenti locali del partito nel territorio controllato dai boss". E qui Roberti cita le motivazioni di un processo che ha fatto epoca, quello contro Antonio Gava, ex ministro degli Interni, protagonista della politica nazionale e leader della Dc in Campania che era stato accusato di associazione mafiosa proprio con Carmine Alfieri e Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi.
"Dalla sentenza che ha assolto Gava con l'articolo 530 secondo comma, ossia il comma che ha sostituito la vecchia insufficienza di prove, risulta provato con certezza che Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità funzionale esistenti tra i politici locali della sua corrente e l'organizzazione camorristica, nonché della contaminazione tra la criminalità organizzata e le istituzioni locali del territorio campano". A gestire lo scambio pensavano quindi altre figure, come il plenipotenziario di Gava, Francesco Patriarca, condannato con sentenza definitiva e arrestato a Parigi nelle scorse settimane, o Antonio D'Auria "segretario di Gava che andava a braccetto con camorristi ergastolani a cui aveva fatto da padrino di cresima".
Insomma: la politica usa dei diaframmi per non sporcarsi le mani a livello nazionale. Un modo che rende più sicuri gli uomini di governo e semplifica anche le cose ai boss: più basso il livello, più semplice la trattativa. E se si passa dalla Campania di Gava ai Casalesi di oggi, che puntano sugli esponenti regionali dell'Udeur e dei Ds, si scopre che il quadro non è meno inquietante.
Ma Roberti non entra nel merito delle istruttoria ancora aperte. Ribadisce la pericolosità del "rapporto sinallagmatico tra camorra, imprese e politica", che fa prosperare tutti: "I politici ottenevano sostegno elettorale dai clan, tangenti dagli impreditori e creavano consenso sociale con gli appalti. L'impresa conquistava l'appalto e la tranquillità nei cantieri garantita dai boss. La camorra invece portava a casa subappalti, mazzette e il rapporto con i politici per raggiungere protezioni nelle forze dell'ordine o informazioni sulle inchieste. Il tutto poi cementato dalle fatture false, che offrono occasione di riciclaggio e permettono di mettere insieme i fondi per pagare politici e boss". Eccolo il segreto dei Casalesi: l'evoluzione del modello mafioso, appreso vent'anni fa quando Antonio Bardellino venne affiliato a Cosa nostra, e trasformato in una inarrestabile Cosa nuova. Un triangolo d'oro, che funziona senza sparare né minacciare. A patto di costruire una cortina di silenzio. Una cortina doppiamente necessaria mentre si celebrano i processi, condotti e istruiti dal pm Raffaele Cantone, che vedono alla sbarra capi e gregari, cassieri e killer.
Ma arriva 'Gomorra' e la macchina perfetta dei Casalesi si inceppa: in un anno il libro di Saviano mette sotto i riflettori di mezza Europa famiglie fino ad allora ignorate. "C'è stata un'esplosione di attenzioni proprio nel momento in cui i clan tra processo e affari volevano il silenzio. Ma l'evoluzione in senso mafioso, che ha trasformato la camorra casalese in una parte funzionalmente rilevante dell'economia non solo campana, ma nazionale, con proiezioni forti anche all'estero, ha determinato l'esigenza di tenere bassa l'attenzione su questi interessi economici. E sta creando una riorganizzazione interna, con rischi di tensioni. Perché questa attivazione dei media che ha seguito il libro di Saviano ha provocato la sprovincializzazione del fenomeno camorra e l'effetto, temutissimo perché devastante sugli affari del clan, della caduta di ogni alibi di non conoscenza. Nessuno ormai, quando gli si presenta un imprenditore casalese può dire di non sapere, di non sospettare...".
Questa nuova sfida sfugge alle categorie con cui i boss cresciuti in campagna interpretano il mondo. Crea un corto circuito nel loro sistema di potere: temono di perdere la faccia e con ciò vedere cadere il rispetto che sostiene il loro dominio sul territorio casertano. Ma sanno che usare i Kalashnikov provocherebbe la mobilitazione dello Stato e farebbe crollare i loro investimenti.
"La tensione interna ai clan nasce proprio dalla necessità di tenere bassa l'attenzione sugli affari senza però perdere il controllo militare sugli affiliati. Nel passato recente ci sono stati altri segnali di tensione, che hanno riguardato persino i boss latitanti entrati in contrasto su scelte strategiche che comprendevano anche l'attentato contro un magistrato". Roberti non fa nomi: ma anche allora nel mirino c'era il pm Cantone.
Oggi cosa accadrà? Il procuratore aggiunto di Napoli non vuole stare a guardare. E
per questo invoca "i migliori investigatori, rinforzi qualitativi e quantitativi degli organici delle forze di polizia, uno sforzo eccezionale per la cattura dei latitanti storici". Perché finora dei Casalesi si è soprattutto parlato, senza che ci fosse una mobilitazione dello Stato per azzerare il loro impero: i padrini hanno affrontato i problemi giudiziari e quelli giornalistici senza che nel loro feudo la loro tranquillità venisse intaccata.
"I Casalesi finora hanno mantenuto una pax mafiosa, praticamente senza fatti di sangue. Sanno che l'attenzione per la camorra in genere nasce solo quando si spara. Per cui si fa ricorso a mezzi emergenziali per eludere l'obbligo politico e istituzionale di fronteggiarla su piano ordinario". E Roberti poi pronuncia parole amare per un napoletano che ama la sua terra: "Qui non c'è nessuna emergenza. La camorra è parte integrante della società napoletana e casertana, ne costituisce una delle facce. Bisogna prendere atto che questa realtà è parte di noi. Solo così saranno possibili gli interventi strategici per combatterla".
09.08.2007 – dal sito Il Vostro Giornale
Celle, Casa della Legalità: appalti sotto accusa
Celle Ligure. L’ufficio di presidenza della Casa della Legalità ha presentato questa mattina a Celle Ligure due denunce all’Autorità Giudiziaria di Savona in merito a due vicende di appalti, che avrebbero favorito aziende legate alla criminalità organizzata: il Pennello Bouffou e l’appalto alla società CO.FOR e il riuso urbano del rilevato ferroviario di Celle Ligure e L.C.I. (ora Pietro Pesce spa). L’associazione ha chiesto una audizione ai Capigruppo del Comune di Celle Ligure per portare a conoscenza i fatti relativi alle due denunce. Così spiegano dalla Casa della Legalità: “Il Comune di Celle Ligure ha affidato un appalto ad una ditta, la CO.FOR , che dal 1998 è indicata dalla Direzione Investigativa Antimafia e dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria quale società della ‘ndrangheta. E’ già stata sottoposta a sequestri da parte dell’Autorità Giudiziaria, ad amministrazione giudiziaria e si è vista ritirare e negare il certificato antimafia dalla Prefettura di Reggio Calabria (quella competente, avendo, la Co.For. sede centrale a Reggio)”. Nel mirino dell’altra denuncia l’appalto sul riuso urbano del rilevato ferroviario di Celle Ligure. Proseguono i responsabili della Casa della Legalità: “Le Ferrovie dello Stato firmano una procura alla società Metropolis per alienare gli alloggi ferroviari, disciplinati dalla legge 560/92, in favore degli aventi diritto. La Metropolis ha rilasciato identica procura. Il procuratore nominato dalla Metropolis ha alienato la palazzina in favore dell’impresa L.C.I. Ligur Celle Immobiliare di Pesce e Marazzina (già coinvolto in un indagine della Procura di Milano legata alle operazioni immobiliari di Fiorani della Banca Popolari di Lodi), in evidente contrasto alle precedenti procure. In fatti la procura prevedeva, e vincolava, la vendita, in condizione agevolate previste dalla legge, agli aventi diritto, inquilini o familiari conviventi, e non a terzi nell’ottica di interesse speculativi. L’impresa di Pietro Pesce nella sua azione speculativa, già oggetto di attenzione da parte dei NOE e della Guardia di Finanza, finanche di provvedimenti da quest’ultima emessi con l’A.G., ha registrato una sorta di sudditanza da parte dell’Amministrazione comunale. Se al danno evidente prodotto dall’operazione immobiliare per i vizi di legittimità e regolarità enunciati, vi è statocertamente un vantaggio ad alcuni soggetti, come l’impresa costruttrice e gli intermediari tra cui l’ex Sindaco di Celle Ligure (decaduto per azione dell’A.G. nel 1992per abusi edilizi) Renato Zunino con la sua azienda o la sorella del vice-sindaco di Celle Ligure, Elisa Manzi con la immobiliare. Inoltre non è ancora stato chiarito quale rapporto vi fosse tra l’impresa di Pietro Pesce e la CO.FOR di Reggio Calabria (quella attualmente, nuovamente, sotto sequestro in quanto società riconosciuta dall’A.G. come società della ‘ndrangheta e che a Celle Ligure si è vista assegnare (ed assecondare) l’appalto del Pennello Bouffou. Infatti nel cantiere dell’opera di Pesce del Riuso Urbano del rilevato ferroviario di Celle Ligure, era presente un fusto, in bella mostra, della società CO.FOR. Che ci faceva?”.
09.08.2007 – dal sito SavonaNews
Celle: Casa della Legalità, azienda mafiosa appaltò il Bouffou
di Francesca Riele
Criminalità: operazione antimafia a Palermo
Una vasta operazione antimafia della Polizia di Stato si è conclusa questa mattina con l’esecuzione di 14 ordini di custodia cautelare contro diversi componenti del clan mafioso della zona di Boccadifalco – Passo di Rigano e della "famiglia" di Torretta. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, concorso in associazione mafiosa e di aver protetto la latitanza del boss Salvatore Lo Piccolo, uno dei boss emergenti dopo l’arresto di Bernardo Provenzano.
Tra gli arrestati anche imprenditori, liberi professionisti e due funzionari pubblici accusati di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito la concessione di autorizzazioni, licenze edilizie ed appalti pubblici al clan Torretta.
Il blitz, che ha visto impegnati oltre 100 uomini della squadra mobile di Palermo, nasce da un’indagine, che si è avvalsa anche di intercettazioni telefoniche ed ambientali, e che ha permesso di ricostruire l’organigramma del "mandamento" mafioso di Boccadifalco – Passo di Rigano.
Sono emersi inoltre stretti rapporti tra le "famiglie" palermitane, in particolare quella di Torretta, e la mafia americana. In particolare, secondo gli investigatori, a tenere i contatti con le cosche d'Oltreoceano e a curare i traffici di denaro e droga tra i boss dei due Paesi sarebbe stato un uomo che nelle conversazioni intercettate dagli investigatori veniva chiamato "u Frankie" identificato poi in Frankie Calì. Uomo d'onore del clan mafioso dei Gambino e parente dei boss Inzerillo, fuggiti negli Usa dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta. E infatti in indagini recenti gli inquirenti avevano accertato che il rientro in Sicilia degli Inzerillo sarebbe stato auspicato proprio da Salvatore Lo Piccolo, che con la famiglia di Torretta ha stretto una forte alleanza.
Blitz a Palermo: nel mirino le famiglie di Passo di Rigano e di Torretta
Mafia: nuovi legami tra Palermo e New York
Torna l'asse Sicilia-Brooklyn.
Tra i 14 arrestati imprenditori, liberi professionisti e il sindaco di un piccolo comune
PALERMO - Riemerge il ponte tra le famiglie mafiose palermitane e quelle di New York nell'inchiesta della Dda di Palermo che ha portato a un blitz della notte scorsa contro il "mandamento" di Passo di Rigano-Boccadifalco e la "famiglia" di Torretta. L'ordinanza di custodia cautelare è stata emessa a carico di 14 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e riciclaggio, e tutte arrestate. Tra le persone finite in manette ci sono imprenditori, liberi professionisti e anche il sindaco di un piccolo comune del Palermitano. Secondo gli investigatori il primo cittadino di Baucina, Rosario Bordonaro, che è anche impiegato dell'Ufficio tecnico del Comune di Torretta, assieme al collega Benedetto Dragotta, era «particolarmente compiacente nel rilascio di concessioni edilizie». Entrambi sono ora accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Bordonaro fu eletto primo cittadino di Baucina, comune di circa 2mila abitanti, nel 2003 con un vero e proprio plebiscito. Era l'unico candidato a sindaco ed era appoggiato da una lista civica.
IL LEGAME CON NEW YORK - Dall'attività investigativa della Squadra Mobile è venuta infatti la conferma dei buoni rapporti che la "famiglia" di Torretta mantiene mafiosi americani. Un legame storico che già negli '80 era emerso nell'operazione antidroga «Iron Tower», condotta dalla Dea americana e della Criminalpol di Palermo che aveano arrestato tra gli altri, il capomafia americano Joe Gambino e molti boss e gregari palermitani inseriti nelle "famiglie" di Passo di Rigano e di Torretta.
IL BOSS - Rapporti che venivano tessuti soprattutto da Vincenzo Brusca, 63 anni, ufficialmente pensionato dell'Amat, l'azienda del trasporto locale di Palermo, ma secondo gli inquirenti in realtà "reggente" del clan di Torretta fino a quando non era stato arrestato nel 2005, e aveva preso il posto Calogero Caruso, una delle persone arrestate la notte scorsa. Brusca in passato si era recato più volte negli Usa, dove poteva contare su appoggi anche di parenti, come il cugino Santino Zito, e dove secondo la Dda di Palermo si interessava a speculazioni immobiliari a Brooklyn, il quartiere italo-americano di New York. In alcune intercettazioni, Brusca parlava con Salvatore Badalamenti, considerato esponente delle "famigliè americane", di «cristiani di Broccolino», che avevano interesse a partecipare alla realizzazione di un edificio, e si proponeva come mediatore per appianare contrasti che erano sorti tra mafiosi newyorkesi al riguardo.
INTERCETTAZIONI - «A lui gli hanno fatto la "zampata" tre volte. Loro entrano di qua e lui esce di là: se l'è fatta franca così, proprio per miracolo». Così l'ex capomafia di Torretta, Vincenzo Brusca, non sapendo di essere intercettato, raccontava a un amico le fughe del superlatitante palermitano Salvatore Lo Piccolo, ricercato da oltre venti anni. La conversazione è riportata nell'ordinanza di custodia cautelare.
TRA GLI ARRESTATI ANCHE DUE DIPENDENTI COMUNALI - Tra gli arrestati nell'ambito dell'operazione antimafia condotta dalla squadra mobile di Palermo e coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano ci sono anche due ex funzionari del comune di Torretta, in provincia di Palermo. Si tratta di Benedetto Dragotto, ex capo dell'ufficio tecnico, e Rosario Bordonaro. Secondo gli inquirenti avrebbero consentito il controllo della gestione di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici da parte dell'associazione mafiosa, in particolare della famiglia di Torretta.
Iniziativa di Italia Nostra per fare luce sulla "aggressione edilizia" nella zona di Megli
Recco, esposto in Procura "Fermate la cementificazione"
Nel mirino il Puc approvato dalla giunta. Ora la battaglia si sposta in consiglio con la possibile diaspora nella Margherita
di Marco Preve
UN esposto penale depositato in procura, voci di un esodo dalla Margherita e infine un´interrogazione parlamentare. Il puc di Recco, approvato dalla giunta dopo numerose traversie e di recente licenziato dalla Provincia che un anno fa aveva chiesto una serie di modifiche per renderlo maggiormente compatibile, continua a far discutere. La battaglia degli ambientalisti e della minoranza consiliare, che hanno combattuto il piano urbanistico accusandolo di cementificazione (ma anche la Soprintendenza così come il ministro Giovanna Melandri avevano espresso pareri tanto critici quanto, ai fini del risultato, inutili), insisteva soprattutto sulla realizzazione di una serie di villette nel paradiso verde della collina di Megli, e sul rischio che si aprissero le porte ad una richiesta in massa di lottizzazioni.
Nei giorni scorsi, l´avvocato Pietro Bogliolo ha depositato in procura un esposto nei confronti del sindaco Gianluca Buccilli e di tutta la giunta, sottoscritto dal presidente genovese di Italia Nostra Federico Valerio. Alla magistratura viene chiesto di far luce «sull´aggressione edilizia» a partire da precedenti interventi nella zona di Megli «risultati abusivi... con il mancato colpevole controllo degli organi comunali... «. Ancora Valerio ricorda che il puc approvato legittima «quelle lottizzazioni che nel 1992 furono bloccate per la loro palese illegittimità dalla magistratura». Infine si sostiene che «la nuova cementificazione che porterà da 10 a 15 mila gli abitanti di Recco non venga attuata per fabbisogno abitativo ma per prua attività commerciale». Accuse che Buccilli e i suoi assessori hanno sempre respinto sottolineando che il puc non ha caratteristiche cementificatorie. In ogni caso un battaglia dura, al punto che Mariolina Diena, il leader dell´opposizione è stata denunciata per diffamazione dal segretario locale di Forza Italia per le frasi pronunciate nel corso di una intervista. E proprio la Diena potrebbe, in un prossimo futuro guidare l´uscita di un sostanzioso gruppo di iscritti dal suo partito, la Margherita. Per ora sono solo indiscrezioni, ma è certo che a Recco, fronte opposizione, è stata vissuta come un affronto l´approvazione del Puc da parte del presidente della Provincia Alessandro Repetto, anche lui della Margherita. Non solo perché nella passata amministrazione il vicepresidente Paolo Tizzoni era stato fortemente critico sul puc di Recco, ma anche perché il via libera al puc è arrivato con largo anticipo rispetto allo scadenza e, pare, per espressa volontà del presidente. Insomma, la rivolta cova e potrebbe presto esplodere apertamente.
Da registrare, infine, anche un´altra iniziativa. L´interrogazione con risposta scritta presentata alla camera dal deputato dei Verdi Roberto Poletti e rivolta ai ministri per i beni culturali Francesco Rutelli e a quello dell´ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. Il parlamentare chiede al governo di monitorare i progetti edilizi di Recco, Camogli, Chiavari, Sestri Levante, Lavagna e Zoagli «al fine di garantire il rispetto dei numerosi vincoli paesistico ambientali».
dal sito Il Vostro Giornale
Altare, truffa e bancarotta fraudolenta:
ex presidente coop “Ferrero” ai domiciliari
Altare. A conclusione di una lunga e complessa indagine fallimentare svolta dagli uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Savona sullo stato di insolvenza della società cooperativa “Ferrero” di Altare, questa mattina le fiamme gialle hanno proceduto a dare esecuzione al decreto di applicazione della misura degli arresti domiciliari, emesso dal gip del tribunale, nei confronti di Giorgio Rebella, 60 anni, ex presidente della “Nuova Cooperativa Ferrero”. L’uomo, residente a Quiliano, revisore dei conti con studio in piazza Diaz a Savona, è finito nei guai per i reati di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale nonché per il reato di truffa. In particolare, la guardia di finanza, dagli accertamenti svolti, caratterizzati sostanzialmente dall’esame di documentazione amministrativo-contabile, da accertamenti bancari e testimonianze, in particolare degli ex soci, hanno ricostruito la gestione tenuta dall’arrestato nella sua qualità di presidente del consiglio di amministrazione della società cooperativa fallita. L’uomo avrebbe distratto ripetutamente ingenti somme di denaro della società da lui amministrata, procurando danni sia a diversi istituti di credito sia, soprattutto, ai soci della cooperativa. Un comportamento penalmente rilevante. Infatti, oltre ad impossessarsi della somma di 1.427.000.000 delle vecchie lire corrispostagli in contanti da un’altra s.c.a.r.l. nell’anno 2001, a titolo di pagamento di due fatture, Rebella aveva ottenuto, da diverse filiali di note banche italiane operanti a Savona, l’accensione di finanziamenti per circa 10 milioni di euro mediante la presentazione allo sconto di fatture in parte modificate notevolmente in eccesso nell’importo ed in parte relative ad operazioni inesistenti. Allo stesso tempo, dissimulando ai soci della s.c.a.r.l. l’effettiva situazione deficitaria in cui versava la propria cooperativa, li aveva convinti, ingannandoli sulla proficuità dell’intera operazione, a sottoscrivere una fideiussione personale a garanzia di un mutuo di 1.600.000 euro, concesso dalla banca Carisa di Savona, procurando così per sé un ingiusto profitto grazie all’immediata disponibilità della somma mutuata e, per ciascun socio garante, un cospicuo danno patrimoniale scaturito dalla procedura di escussione personale avviata dall’ente creditizio a seguito della liquidazione coatta della società cooperativa, avvenuta nell’aprile del 2004. Risultato: dieci famiglie messe all’angolo. Qualcuno ha la casa all’asta, altri hanno subito il pignoramento del quinto dello stipendio e del TFR. Si tratta dei dieci ex-soci della cooperativa: Gianna Belforti, Roberto Costa, Antonio Cremonini, Gabriele, Luigi e Giovanni Giusto, Giuseppe Grosso, Giampaolo Molinari, Antonio Sulanas. L’avvocato Merletta, legale difensore dei soci truffati e ridotti praticamente sul lastrico, ha appreso la notizia da IVG.it, e attende di conoscere i dettagli del provvedimento cautelare prima di esprimere una valutazione o qualsiasi commento al riguardo.
dal sito IMG Press
L’intervento: Letizia Moratti e il nuovo sacco di Milano
di Alberto Giannino
La Corte dei Conti non da' nessuna tregua alla Giunta Moratti che ha assunto dal 1 settembre 2006 ben 91 persone fra dirigenti, funzionari e consulenti vari. Tra pochi giorni, la magistratura contabile della Lombardia, si deve pronunciare sul danno erariale provocato alle casse comunali quantificato fino ad ora in 2 milioni di euro. Tale somma la dovranno rifondere o la signora Moratti o gli stessi consulenti d'oro che hanno percepito somme non adeguate al loro ruolo e funzione. Non e' certo una bella pagina per la citta' di Milano, capitale morale del Paese, che si e' candidata all'Expo 2015. Vedremo cosa ne penseranno i delegati internazionali dei vari Paesi nel marzo 2008 che dovranno scegliere tra Milano e Smirne dopo questo scandalo tutto milanese in salsa ambrosiana. Ma cosa hanno fatto di preciso il Sindaco Moratti e la sua Giunta? Hanno modificato il regolamento comunale e hanno consentito l'assunzione di diplomati in ragioneria, diplomatio nei corsi per geometri, negli ITIS, nei professionali, nelle magistrali e nei licei per adeguare il loro ruolo e la loro funzione a quella dei laureati. In sostanza per avere uno stipendio in certi casi fino a 213 mila euro annui. Su 91 persone circa 30 persone risulterebbero in una posizione di irregolarita' rispetto ai loro titoli professionali e accademici realmente posseduti. Tale modifica del regolamento comunale (tre giorni prima delle assunzioni) ha consentito alla Giunta Moratti di assumere, come si dice solitamente in queste circostanze, oltre a professionisti di provata esperienza, anche "cani e porci", senza che il loro curriculum vitae fosse scandagliato e visionato per bene. Ci riferiamo, non a chi e' in regola ma a coloro sponsorizzati da partiti, consorterie varie, gruppi di pressione, lobbies, ecc. Non solo: la normativa vigente consente ai comuni italiani di assumere consulenti esterni a patto che il loro numero non superi il 5% del totale dei dirigenti (a Milano ce ne sono 185) e dei funzionari dell'area direttiva (oltre 4.000). Secondo un'interpretazione restrittiva, bisognerebbe fare riferimento solo ai dirigenti e, quindi, il numero massimo di consulenti esterni a Milano non dovrebbe superare le nove unità. Come si vede siamo fuori da ogni regola e da ogni buona amministrazione. Parlare di invasioni barbariche qui e' poco!
C'e' da domandarsi perche' la Sindachessa abbia osato tanto, abbia osato sfidare il Consiglio Comunale, la Corte dei Conti e la Magistratura ordinaria (non dimentichiamo che la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per il reato di abuso d'ufficio)... La Moratti , ha vinto le elezioni comunali sul Prefetto Ferrante (suo antagonista alla poltrona di Sindaco di Milano) per soli 33 mila voti, e, quindi, ha ritenuto malamente di sdebitarsi omaggiando poltrone ben remunerate, con il Nuovo Psi di De Michelis e Tognoli, con meta' della sua Lista civica, con ex trombati alle elezioni politiche e amministrative, con la CDL , con Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere di Intiglietta e di Ferlini; tutti soggetti politici che, mentendo, le hanno fatto credere di averle portato una barca di voti. Quando, invece, lei e' stata eletta grazie alla sua Lista civica che, infatti, ha riportato 30 mila voti. E i conti tornano. Ma dopo le elezioni del giugno 2006 tutti (tranne il sottoscritto) hanno presentato la cambiale alla sindachessa. La quale consigliata dall'ex deputato Mariolina Moioli del CDU di Buttiglione, dal suo "spin doctor" Paolo Glisenti e dall'ex portavoce del ciellino Roberto Formigoni, Roberto Pesenti ha fatto un' infornata di nomine a cui mai la citta' di Milano aveva assistito. Ci domandiamo dov'e' la voce auterevole del cardinale Arcivescovo di fronte alla questione morale che e' stata elusa cosi gravemente? Gli intellettuali e i milanesi perche' non reagiscono di fronte a questi abusi che gridano vendetta davanti a Dio e agli uomini? Penso solo agli anziani soli che a Milano sono 90 mila e che hanno una pensione mensile di 450 euro, e nessuno dice niente. No, la Chiesa di Milano deve levare la sua voce alta e forte per condannare sperperi nella cosa pubblica. Qui, signor Sindaco, c'e' un nuovo sacco di Milano. Anzi il saccheggio della cosa pubblica con impegni finanziari per 49 milioni di euro annui se nessuno fosse intervenuto. Che dire? Grazie alle opposizioni. Alla Lista Fo, al Pds, ai Verdi, a Rifondazione, e, modestamente ad Alberto Giannino, a giornalisti del Corsera e de Il Secolo XIX (Offeddu e Sansa) che hanno scritto addirittura un libro su questo nuovo sacco. La Moratti ora si da' un tono, sa fingere bene, va avanti come se nulla fosse successo. Sa camuffare il tutto con iniziative sulla droga e quant'altro e con comunicati stampa ( ma con 17 persone nel suo ufficio Stampa che neanche il Papa o George Bush hanno nel loro staff forse anche noi riusciremmo in tale impresa). La sua immagine ormai e' appannata anche sei e' un camaleonte in politica. Ma prima lo dicevo solo io, ora lo dice mezza citta'. E se nessuno glielo dice, Signora Moratti, e' perche' costoro aspirano a posti e prebende nonostante il disastro che i suoi "consigliori" le hanno voluto dare. Una domanda signora Moratti e poi vado in ferie: ma e' veramente sicura che questo terzetto voglia il suo bene o, vicerversa, le ha teso un trappolone per farla scivolare? Errori cosi marchiani, lei, imprenditrice europea ed ex ministro, non avrebbe dovuto farli. E allora come mai i due bergamaschi del suo staff hanno fatto alleanze poltiche ibride? Ma ormai e' tardi. Io la conosco bene. Lei non mollera' fino all'ultimo. Non getterà la spugna. Gridera' che non c'e' nulla di male, che altre citta' fanno di peggio. Ma ho l' impressione che il suo atteggiamento sia sbagliato nonostante i guru della comunicazione e dell'immagine a sua disposizione per migliaia di euro. No, signora Moratti, cosi non va. Io ho preso le distanze dalla sua Giunta con un'intervista al quotidiano Libero lo stesso giorno in cui la Giunta nasceva. Tutti voi l'avete ignorata e sottovalutata. Ora dovete riflettere bene su questi clamorosi errori, ridare fiducia ai cittadini milanesi, alle Ististuzioni e alla citta' intera umiliata ed offesa.
Milano merita di piu' che una classe dirigente corrotta, che non favorisce il bene comune, ma solo quello di pochi, che approfitta della indifferenza dei cittadini che sono delusi dalla politica e dai politici politicanti per fare i propri affari. Signora Moratti, licenzi immediamente i consulenti d'oro e i funzionari che non hanno le carte in regola. Ammetta di avere sbagliato pubblicamente e chieda scusa alla citta'. Faccia un bagno di umilta', una volta ogni tanto nella sua vita. Milano, per ripartire, ha bisogno di una classe dirigente nuova e soprattutto trasparente. Le persone oneste le chiedono questo. Se lei intende proseguire in modo rozzo e sbrigativo nella sua azione di amministratore, faccia pure. Ma sappia che i milanesi non la seguiranno e le contestazioni scolastiche in autunno di fronte a questo scandalo continueranno a perseguitarla fino alle sue inevitabili dimissioni da Sindaco. E la sua onorata e specchiata carriera politica avrebbe una macchia indelebile che comprometterebbe anche il suo eventuale ruolo di futuro Presidente della Repubblica, di Primo Ministro o leader di Forza Italia.


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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
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Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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