
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
28.07.2007 – da La Stampa
I tentacoli dei clan sulle grandi opere
formato .pdf - clicca qui
Toghe lucane
Perquisito giornalista del «Corriere»
Accusa: associazione a delinquere per diffamare. Il legale: incredibile
MILANO — Perquisizioni delle forze dell'ordine a Matera, a Roma e in Puglia. La polizia entra nelle abitazioni e negli uffici di Carlo Vulpio, Emanuele e Nino Grilli, Nicola Piccenna, Gianloreto Carbone, Pasquale Zacheo. Gli agenti hanno mandati firmati da un pubblico ministero di Matera, Annunziata Cazzetta, che ha avviato un'inchiesta con ipotesi di reato gravissime: associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa e alla violazione del segreto istruttorio. E a formarla, questa associazione, sarebbero l'editore e il direttore del periodico di Matera Il resto, Nino ed Emanuele Grilli; uno dei loro cronisti, Piccenna; un collega della trasmissione televisiva «Chi l'ha visto», Carbone; un ufficiale dei carabinieri, il capitano Zacheo, che comanda la compagnia dell'Arma di Policoro (Matera). Mentre Carlo Vulpio, che è un giornalista del Corriere della Sera, è indagato per «concorso morale». A casa sua gli agenti si sono presentati alle 8 di ieri mattina. Carlo non c'era: era sul Gargano, al lavoro per raccontare l'emergenza incendi. Al termine della perquisizione, circa sette ore più tardi, gli investigatori hanno portato via sei computer, compresi quelli di sua moglie e dei loro figli. Il fascicolo è stato aperto in seguito alle denunce presentate da Emilio Nicola Buccico, ex membro del Csm, oggi senatore di Alleanza nazionale, e da altre persone iscritte al registro degli indagati dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris nell'inchiesta chiamata «toghe lucane». Vulpio è stato il primo a raccontare quella storia. «Ma nel capo di imputazione — spiega l'avvocato Caterina Malavenda, che tutela il cronista del Corriere — non c'è neanche uno degli articoli che lui ha dedicato alla vicenda. Quello che gli viene attribuito è una sorta di concorso morale in associazione a delinquere. In pratica, avrebbe istigato gli altri a diffamare... Io una cosa del genere non l'avevo ancora vista ». Sembra che secondo gli inquirenti della Procura di Matera — sulla quale indaga la magistratura di Catanzaro — lo scopo della presunta diffamazione fosse di fare in modo che Buccico ritirasse la sua candidatura a sindaco di Matera (l'esponente di An ha vinto le elezioni a giugno). Le accuse per i cinque giornalisti sono tanto gravi che la Federazione nazionale della stampa diffonde una nota preoccupata: «Appare incredibile che giornalisti impegnati nel loro lavoro professionale, per questo, possano essere considerati una banda associata per delinquere. Il diritto di svolgere inchieste giornalistiche non può essere deciso da fonti diverse da quelle dell'autonomia professionale e non può essere conculcato da operazioni che, allo stato attuale, appaiono fuori dalla realtà. Non vorremmo che l'enormità dell'ipotesi di reato formulata abbia come effetto l'azzeramento dell'informazione sulla vicenda delle "toghe lucane"». Reagisce anche la direzione del Corriere della Sera, che «esprime solidarietà al collega Carlo Vulpio per le modalità sconcertanti della perquisizione subita e sfociata nell'ingiustificato sequestro del computer e di altro materiale attinente al suo lavoro » e «protesta per questo nuovo atto di intimidazione e di censura ai danni di un giornalista del Corriere, e conferma la sua volontà di impegno totale nel lavoro di raccolta e di pubblicazione delle notizie, compito essenziale della libera stampa». Il Corriere del Mezzogiorno, che ha una redazione a Bari, la città di Vulpio, gli scrive una nota di solidarietà. Lui commenta amaro: «Dopo la perquisizione che ho subito l'impressione è quella di essere di fronte a un atto intimidatorio ».
Mario Porqueddu
26.07.2007 - Nuova Cosenza
Inchiesta Toghe Lucane, perquisiti giornalisti e militari dell’Arma per violazione del segreto istruttorio. Vulpio “Attentato alla libertà di informazione”: Assostampa “Fare chiarezza”.
26/07 Sei perquisizioni a carico di giornalisti e appartenenti all'Arma dei Carabinieri sono in corso a Matera, a Roma e in Puglia nell'ambito di un'inchiesta in cui sono ipotizzati il reato di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa e alla violazione del segreto istruttorio, in relazione all'inchiesta cosiddetta "toghe lucane" della Procura di Catanzaro. Secondo quanto si è appreso, la Polizia sta perquisendo abitazioni e studi professionali dell'editore, del direttore e di un redattore del periodico "Il resto" di Matera (Emanuele e Nino Grilli e Nicola Piccenna), del giornalista del "Corriere della Sera", Carlo Vulpio - che per primo scrisse dell'inchiesta della Procura calabrese - del giornalista della trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?", Gianloreto Carbone, e del capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo, comandante della compagnia di Policoro (Matera) dell'Arma. L'inchiesta è coordinata dal pm di Matera, Annunziata Cazzetta, ed è la conseguenza di denunce presentate dal sen. Emilio Nicola Buccico (An) - che è anche sindaco di Matera dal giugno scorso - e da altri indagati nelle indagini coordinate dal pm di Catanzaro, Luigi De Magistris. Buccico e altri indagati si sentirono diffamati dalle notizie pubblicate sull'inchiesta "toghe lucane" e dai riferimenti alle loro persone in relazione ad altre gravi vicende avvenute in Basilicata negli anni scorsi, compresi fatti di sangue. Dalle 8 di stamani agenti di polizia sono dunque rimasti nell'abitazione del giornalista del Corriere della sera Carlo Vulpio per la notifica del decreto di perquisizione a firma del pm della Procura di Matera Cazzetta. Lo conferma lo stesso cronista che sta tornando a casa, dove ci sono suoi familiari, dal Gargano dove era stato inviato per gli incendi.
Eseguite unidici perquisizioni. In totale, gli agenti della squadra mobile della Questura di Matera hanno fatto undici perquisizioni a carico dei sei indagati nell'inchiesta. La Polizia ha acquisito documenti e ha sequestrato alcuni computer. Secondo quanto si è saputo, la perquisizione che ha richiesto più tempo - anche a causa del fatto che è cominciata con un certo ritardo sull'orario previsto - è stata quella a carico del capitano della compagnia di Policoro dei Carabinieri, Pasquale Zacheo.
Vulpio “Attentato alla liberà d’informazione”. "Credo che la perquisizione che ho subito oggi da parte della Polizia di Stato per ordine della Procura della Repubblica di Matera sia un fatto molto grave. Perché di fatto si traduce in un attentato alla libertà di stampa e al diritto-dovere di informare". Lo afferma il giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio, nella cui abitazione la polizia, nel corso di una perquisizione durata poco meno di sette ore, ha oggi sequestrato sette computer. "Aver sequestrato oggi oltre ai miei due computer professionali che uso per lavoro - aggiunge - anche altri cinque computer in dotazione ai miei figli, fra cui uno minorenne, la dice lunga sull'intento di mettere la sordina alla libera attività di inchiesta giornalistica che un paese libero dovrebbe custodire gelosamente". "L'impressione - dice Vulpio - di essere di fronte ad un atto intimidatorio perché da giornalista del primo quotidiano italiano sto seguendo una delle inchieste più delicate del nostro paese, è molto forte. Soprattutto per la incredibile formulazione del capo di imputazione: addirittura mi sarei associato con altri per formare, appunto, un'associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa". "Credo - prosegue - che imputazioni e perquisizioni basate su questa accusa non siano mai state formulate in Italia, almeno dal regime fascista in poi. Dico questo anche in considerazione del fatto che il provvedimento del magistrato di Matera è basato sulla querela di parte, anche questo fatto inedito, del sen.Buccico, ex membro del Csm, inquisito dalla Procura della Repubblica di Catanzaro per gravi reati, il quale è stato da me denunciato alcuni mesi fa per aver egli sostenuto pubblicamente davanti a più persone: 'A questo Vulpio costi quel che costi bisogna tappargli la bocca'". "E ciò proprio - conclude il cronista - nella fase d'avvio dell'inchiesta di Catanzaro che lo riguardava direttamente".
Stupore di Ordine e Assostampa. L'Ordine dei giornalisti e l'Associazione della stampa di Puglia, ''nel manifestare solidarieta' ai colleghi, esprimono stupore circa l'ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa ipotizzata dalla procura di Matera contro cinque giornalisti nell'ambito dell'inchiesta denominata 'Toghe lucane'''. E' detto in una nota congiunta. ''Ordine ed Assostampa di Puglia - prosegue il documento - pur nel rispetto del lavoro degli inquirenti, ritengono che l'impegno primario dei giornalisti di informare i cittadini debba essere tenuto in debito conto anche dagli stessi magistrati. La nostra preoccupazione - conclude la nota - e' che provvedimenti come questo rischiano di avere un effetto intimidatorio sui giornalisti chiamati a svolgere il delicato ruolo di informare''.
Assostampa “Fare chiarezza”. L'Ordine dei giornalisti e l'Associazione della Stampa di Basilicata, in una nota congiunta, "chiedono che sia fatta immediata chiarezza su quanto accaduto, evitando offensive al corretto esercizio del diritto-dovere di chi opera nel mondo dell'informazione". Ordine e Assostampa hanno fatto riferimento "alle notizie riguardanti un'inchiesta della Procura della Repubblica di Matera, in cui sono ipotizzati i reati di associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa e alla violazione del segreto istruttorio, inchiesta che vedrebbe coinvolti giornalisti lucani e non".
27.07.2007 – da Il Secolo XIX
Allarme Amianto. Il record dei morti è in Liguria
formato .pdf - clicca qui
Parte l'operazione Missing 3:
nove arresti in tutta Italia per la guerra di mafia a Cosenza
26/07 Dalle prime ore dell'alba, a Cosenza, Catanzaro, Palmi (Rc), Napoli, Bari, Viterbo, Sulmona (aq) e Terni, e’ in corso una operazione condotta dalla sezione anticrimine di Catanzaro, con il concorso del comando provinciale dei Carabinieri e del nucleo elicotteri del gruppo Operativo Calabria, finalizzata alla esecuzione di nove ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia a carico di altrettanti esponenti della ‘ndrangheta cosentina (di cui sette gia’ detenuti) responsabili a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione illegale di armi consumati in Cosenza nella prima e nella seconda guerra di mafia.
L’operazione rientra nel contesto investigativo dell’operazione “Missing”, che ha già portato all'arresto di altre 45 persone appartenenti alle cosche del Cosentino, responsabili di decine di omicidi nell'ambito di due guerre di mafia e da questa prende il nome di “Missing 3”. I provvedimenti sono lo sviluppo di ulteriore attivita’ che ha consentito all’autorità giudiziaria di richiedere ed ottenere l’annullamento di alcune sentenze di assoluzione emesse dalla corte di assise di Cosenza nei confronti dei soggetti colpiti dai provvedimenti odierni. Inoltre, su decreto dell’autorità giudiziaria. si stanno eseguendo diverse perquisizioni domiciliari.I particolari dell'operazione sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa convocata alla caserma 'Paolo Grippo' di Cosenza
Importante il ruolo dei collaboratori. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia hanno permesso di individuare i presunti autori di quattro omicidi avvenuti nel cosentino negli anni Ottanta e riconducibili alla prima e seconda guerra tra cosche della 'ndrangheta. E' quanto emerge dall'inchiesta della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro che ha portato all'emissione di una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove persone, di cui sette gia' detenute. I provvedimenti restrittivi sono stati notificati stamani durante una operazione compiuta dai carabinieri. I particolari dell'inchiesta sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa durante la quale il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, ed il coordinatore della Dda, Mario Spagnolo hanno evidenziato il ruolo decisivo avuto dai collaboratori di giustizia. All'incontro, svoltosi negli uffici della compagnia dei carabinieri di Cosenza, ha partecipato anche il procuratore nazionale aggiunto antimafia, Emilio Le Donne, il quale ha detto che ''il contrasto alla criminalita' proseguira' visto che sono in corso altre importante inchieste''
Individuati gli autori di 4 omicidi. I presunti autori di quattro omicidi avvenuti nel Cosentino negli anni ottanta sono tra i destinatari dell'ordinanza di custodia cautelare notificata dai carabinieri a nove persone arrestate nell'ambito di una operazione compiuta stamani. Si tratta in particolare degli omicidi di Pasqualino Perri, avvenuto a Rende nell'ottobre del 1978, di Giovanni Drago, avvenuto a San Lucido nel luglio del 1981, di Francesco Porco e Carlo Mazzei, avvenuti a Cosenza rispettivamente nel dicembre del 1981 e nell'agosto del 1980. Le indagini svolte all'epoca dei fatti si erano infatti concluse con sentenze di proscioglimento per i presunti autori. I carabinieri hanno successivamente acquisito nuovi elementi che hanno permesso di riaprire le indagini che hanno portato agli arresti compiuti stamani. L'ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip del Tribunale di Catanzaro che ha accolto la richiesta della Procura distrettuale antimafia. I quattro omicidi, secondo quanto si è appreso, sarebbero riconducibili alla prima e seconda guerra avvenuta nel cosentino tra le cosche della criminalità organizzata. Tra gli arrestati c'é anche Fioravante Abruzzese, ritenuto l'attuale capo della cosca degli 'Zingari' di Cosenza. Il provvedimento restrittivo è stato invece notificato in carcere a Giuseppe Iirillo, Mario e Pasquale Pranno che sono già detenuti per altri reati e sarebbero elementi di spicco della criminalità organizzata del cosentino.
Nuova offensiva dello Stato contro la 'ndrangheta
L’offensiva dello Stato non si placa: Nel reggino arrestati i responsabili di 22 omicidi, legati ai Condello, commessi negli anni della guerra di mafia. Arrestati e ricercati. Boemi "In galera i vertici"
25/07 Sono 22 gli omicidi contestati alle persone arrestate nel corso dell' operazione condotta stamani nel reggino da Dia, Carabinieri e squadra mobile. Le forze dell' ordine stanno eseguendo 32 ordinanze di custodia cautelare in carcere. Gli omicidi di cui sarebbero stati individuati gli autori si riferiscono al periodo 1987-1997 ed in particolare alla guerra di mafia che interessò Reggio Calabria tra il 1985 ed il 1991. In quel periodo, in città, furono uccise centinaia di persone. - Sono legate soprattutto al clan Condello le persone nei cui confronti sono state emesse ordinanze di custodia cautelare in carcere per una serie di omicidi compiuti nel corso della guerra di mafia a Reggio Calabria. A capo della cosca, secondo gli investigatori, vi e' il super latitante Pasquale Condello, definito "il supremo", ricercato dal 1997 ed il cui nome è inserito nell' elenco dei 30 latitanti più pericolosi del ministero dell' Interno. Secondo quanto si è appreso, allo stato le ordinanze eseguite sono 21. Alcune delle persone che risultano irreperibili sono latitanti da tempo.
I collaboratori aiutano le indagini. E' partita oltre due anni fa dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia l' inchiesta condotta dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Santi Cutroneo, che ha portato all' emissione di 32 ordinanze di custodia cautelare da parte del Gip Matria Grazia Arena, nei confronti di altrettante persone accusate, a vario titolo, di essere responsabili di 22 omicidi compiuti tra il 1987 ed il 1997. Le dichiarazioni del collaboratore, secondo quanto si è appreso, sono state verificate e riscontrate dai carabinieri del reparto operativo di Reggio Calabria e della Dia, andando a sommarsi, poi, con informative della squadra mobile. A conclusione del lavoro investigativo sono state emesse le 32 ordinanze in cui si contesta l' associazione a delinquere finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, traffico di droga e di armi, riciclaggio e favoreggiamento di latitanti.
Gli arrestati e i ricercati. Le persone arrestate nel corso dell' operazione condotta stamani a Reggio Calabria da Dia, carabinieri e polizia sono: Francesco Araniti, di 48 anni; Santo Araniti (60), già detenuto, chiamato "Garibaldi"; Giovanni Bonforte (39), già detenuto; Santo Nuda (63); Giuseppe Canale (35); Pasquale Chindemi (42); Antonino D' Errigo (44); Giovanni Fontana (62); Antonino Imerti (61), chiamato "nano feroce", già detenuto; il cugino omonimo Antonino Imerti (57); Antonino Lo giudice (48); Bruno Morabito (74); Carmelo Palermo (48), già detenuto; Andrea Pustorino (47); Francesco Rodà (51); Demetrio Sesto Rosmini (42), già detenuto; Giuseppe Carmelo Saraceno (56); Salvatore Saraceno (50); Paolo Serraino (65); Bruno Trapani (50); Giovanni Tripodi (41), già detenuto; Francesco Vazzana (37), già detenuto. Sono riusciti a sfuggire alla cattura Domenico Araniti (55), fratello del boss Santo, indicato dagli inquirenti come il "reggente" dell' omonima cosca di Sambatello; Pietro Lo Giudice (41); Fortunato Rugolino (64); Giovanni Domenico Rugolino (57); Domenico Condello (51), latitante, cugino di Pasquale Condello; Domenico Condello (35); Pasquale Condello (57), latitante storico della 'ndrangheta reggina; Francesco Montenero (48); Andrea Carmelo Vazzana (38).
Boermi (DDA) “Le cosche con una struttura federalista. I vertici in carcere”: ''L' inchiesta Bless ha posto in luce una struttura della 'ndrangheta di tipo 'federalistà". A dirlo è stato il coordinatore della Dda di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, commentando l' operazione condotta stamani da Dia, carabinieri e polizia. "Ci sono ancora molte questioni inquietanti da chiarire - ha aggiunto - soprattutto in ordine alle vere motivazioni che hanno portato all' omicidio del boss Paolo De Stefano. Quel gravissimo fatto di sangue è stato un segnale di rottura definitiva del quadro delle alleanze nella 'ndrangheta che, di fatto, si e' riorganizzata sulla base di 'locali', rifiutando una struttura verticistica del tipo di Cosa Nostra". Boemi, inoltre, ha posto l' accento sull' omicidio del sostituto procuratore della Cassazione, Antonino Scopelliti, assassinato a Campo Calabro il 9 agosto del 1991. Il magistrato calabrese fu ucciso poche settimane prima di sostenere la pubblica accusa ai maxi processi contro Cosa Nostra, approdati in Cassazione. "In questi anni - ha sottolineato Salvatore Boemi - non ci siamo mai acquietati nella ricerca della verità sulla tragica fine di Nino Scopelliti. Un omicidio su cui nessuno dei pentiti di 'ndrangheta ha saputo dirci qualcosa, segno questo, che la decisione di sopprimere quel valoroso collega fu assunta molto in alto nelle gerarchie criminali''.
L' operazione condotta stamani a Reggio Calabria da Dia, carabinieri e polizia ha permesso l' arresto "dei massimi vertici delle cosche antidestefaniane, 'i secessionisti', dai Condello, agli Araniti, dai Rugolino ai Saraceno-Fontana, dai Serraino ai Rosmini. Tutte famiglie di 'ndrangheta che hanno fronteggiato la dura reazione dei De Stefano dopo l' assassinio del capo cosca Paolo De Stefano, avvenuta ad Archi il 10 ottobre del 1985". A rilevarlo é stato il coordinatore della Dda di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, illustrando i risultati dell' inchiesta che ha portato a fare luce su 22 omicidi commessi a Reggio durante la guerra di mafia. "Si tratta - ha detto il procuratore della Repubblica reggente, Franco Scuderi - di vicende criminali insolute relative alla guerra di mafia che ha insanguinato Reggio negli annì 80, sottoposte a dure verifiche". Di "lavoro certosino" ha parlato il sostituto della Dda, Santi Cutroneo, titolare dell' inchiesta. "Lavoro - ha aggiunto - che ha impegnato duramente i tecnici che hanno ripescato vecchi reperti autoptici, rivisto le dinamiche degli agguati, contato persino il numero dei colpi esplosi ed il tipo di arma usata". L' operazione, frutto "dell' atteggiamento confessorio e collaborativi del pentito Paolo Iannò - ha sostenuto poi Boemi - ha permesso di dare un volto giudiziaria con la ricostruzione di numerosi omicidi a episodi sanguinosi avvenuti tra la metà degli anni '90 ed il 2000''. All' incontro con i giornalisti hanno partecipato anche il capo della squadra mobile, Renato Cortese, il capocentro della Dia, col. Francesco Falbo, ed il comandante del reparto operativo dei carabinieri, maggiore Carlo Pieroni.
Loiero “Un offensiva che restituisce fiducia agli onesti”. ''L' offensiva giudiziaria contro le cosche del Reggino che la Procura Distrettuale Antimafia sta conducendo con successo, in questi giorni, in maniera martellante, è decisamente importante in quanto restituisce fiducia ai calabresi onesti che in diverse aree sentono compresse le loro libertà individuali e d' impresa". Lo ha detto il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, appena informato dell' ultima inchiesta, sfociata in 32 arresti, contro la criminalità reggina per la guerra di mafia che ha insanguinato il capoluogo per oltre dieci anni. "Si è aperta una stagione importante per il ripristino della legalità in Calabria e va dato merito alla Procura reggina - ha aggiunto Loiero - del corposo impegno sviluppato a tutela della legalità e del vivere civile, mettendo alle corde tanti 'casati' mafiosi che si erano impadroniti del territorio e delle attività produttive tenendo in ostaggio la gente per bene che vuole solo vivere onestamente del proprio lavoro. A questi magistrati è grata, mio tramite, l' intera Calabria".
25.07.2007 – Repubblica on line (SCUOLA & GIOVANI !?!?!)
Negato il conferimento in "economia aziendale" alla figlia dell'imprenditore
È la prima volta che il ministero interviene per negare una laurea honoris causa
"Alla Ligresti niente laurea honoris causa"
Mussi: "Non la merita". Il veto dopo la festa
Il Rettore, pur sapendo del parere del ministro, non blocca la consegna della pergamena. Secondo il preside di Economia, la Ligresti meritava per "la dimostrata capacità manageriale"
di PAOLO GRISERI

[nella foto Jonella Ligresti con il padre, "don" Salvatore, ndr]
TORINO - La festa di laurea è durata lo spazio di un cocktail nell'albergo di famiglia nel centro di Torino. Poi, quando già Jonella Ligresti, figlia di Salvatore, era sull'auto che la riportava a Milano, il triste ritorno alla realtà: quella laurea non s'aveva da consegnare, "pertanto è da ritenersi giuridicamente nulla". Parola di Fabio Mussi, ministro dell'Università. "Eppure la cerimonia di consegna della laurea, il rettore in pompa magna, il preside di Economia, sembravano veri, non pareva un sogno", commentano amaramente nell'entourage del presidente della Sai.
Sembrava tutto vero prima che il niet di Mussi, giunto con un comunicato stampa nel primo pomeriggio, annunciasse l'amara verità: "In merito al conferimento della laurea honoris causa a Jonella Francesca Ligresti, il ministero dell'Università precisa che il ministro non ha approvato il conferimento di tale laurea quadriennale in economia aziendale".
Motivo: "Tale laurea quadriennale non è compatibile con il vigente sistema di studi universitari". Inoltre, già nel dicembre scorso "il ministro invitava gli atenei a limitare il conferimento della lauree honoris causa, attenendosi ad un'attenta valutazione". Gelo. I vertici dell'Università torinese imbarazzati di fronte all'inequivocabile figuraccia.
Perché la cerimonia era stata davvero toccante. Con l'aula magna dell'Università gremita di parenti, la famiglia Ligresti al completo, dal patriarca ai nipoti. Lei, Jonella, 41 anni, vestita come vuole il rito: toga, tocco e fascia. In mano la cartella con la laudatio. Titolo: "L'assicurazione: quando la finanza guarda lontano". I fotografi scatenati come ai matrimoni: il bacio con il papà, il sorriso di fianco all'ermellino del Rettore, il Senato accademico felice.
Il preside di Economia, Sergio Bortolani, che presenta la candidata con pochi tratti entusiasti elogiandone "la capacità imprenditoriale messa in luce in questi anni di amministrazione dell'azienda assicuratrice". Lei che va al microfono emozionata prima di leggere l'analisi sull'industria delle assicurazioni che le varrà l'alloro dei dottori. Gli applausi e via verso il ristorante dell'albergo Principi di Piemonte (proprietà Sai) per i festeggiamenti.
Tocca a Fausto Marchionni, amministratore delegato di Fondiaria Sai, avvisare Jonella che è stata tutta una finta. Che la sua laurea non è valida, la laudatio è stata inutile. Lei si rinchiude nel silenzio, preferisce non commentare e viaggia verso Milano. Lasciandosi dietro, a Torino, una scia di polemiche e di ironie.
Il Rettore, Ezio Pelizzetti, ricostruisce la sua versione dei fatti: "Avevamo inoltrato la domanda al ministero il 24 settembre. Il no da Roma è arrivato nei nostri uffici lunedì sera. Io ho visto il documento del ministro un'ora prima dell'inizio della cerimonia". Dunque poteva bloccare tutto? "Lei lo avrebbe fatto?". Bloccare la cerimonia, come nella scena finale del Laureato, lasciando di sasso la platea? Pelizzetti ha tirato dritto. Ora deve vedersela con il ministro. Queste lauree non sono date con troppa facilità? "È la prima in Italia che viene bloccata. Vogliamo parlare delle altre concesse?".
25.07.2007 - dal Comune di Genova
Un analisi chiara del disastrato Bilancio comunale
di Enrico Musso, Pres. Commissione Bilancio
formato .pdf - clicca qui
Sul caso Unipol-Bnl-Ds, che qualche furbetto seguita a chiamare “caso Forleo” (inesistente), si continua a raccontare un sacco di frottole.
1)Si favolegga che la gip Clementina Forleo si sia spinta al di fuori delle propria orbita, “anticipando una sentenza di condanna”. Ma, che almeno due dei tre esponenti Ds sorpresi al telefono con Giovanni Consorte non siano stati semplici “tifosi” della scalata Unipol alla Bnl, ma ben di più e di peggio, non lo dice solo la Forleo : lo dicono anzitutto gli stessi D’Alema e Latorre al telefono con Consorte. Il 6 luglio 2006 Consorte ha il problema di accordarsi con il socio forte di Bnl, Francesco Gaetano Caltagirone, editore, costruttore, suocero di Casini e capofila dei “contropattisti” Ricucci, Coppola, Lonati, Statuto e Bonsignore. E dice a Latorre: “L'ingegnere (Caltagirone, ndr) e i suoi accoliti si sono defilati [...]. Io domani ho l'incontro con loro alle sei, alle otto ti chiamo e ti dico come va a finire”. Latorre, che in teoria sarebbe un parlamentare Ds e non un uomo d’affari, propone: “Ma che deve fare una telefonata Massimo (D'Alema, ndr) all'ingegnere (Caltagirone, ndr)?”. Consorte: “È meglio che Massimo fa una telefonata. Perché a questo punto se le cose non vengono fatte, si sa per colpa di chi”. L’indomani, puntualmente, Caltagirone e i contropattisti si accordano con Unipol. Missione compiuta. E’ “tifo” questo? E’ “informarsi”? O è partecipare a una scalata che i magistrati ritengono illecita (“disegno criminoso”), in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
Qualche giorno dopo, 14 luglio 2005, D’Alema riparla con Consorte: “Ho parlato con Bonsignore, che dice cosa deve fare, uscire o restare un anno… Se vi serve resta (azionista della Bnl, ndr)… Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico”. Consorte:“Chiaro, nessuno fa niente per niente”. Ecco: trattare pacchetti azionari con un socio della Bnl come Vito Bonsignore, fra l’altro eurodeputato dell’Udc e pregiudicato per corruzione, in cambio di misteriosi e finora inspiegati “tavoli politici a latere” che cos’è? Tifare, informarsi, o partecipare – in palese conflitto d’interessi tra politica e affari - a una scalata che i giudici ritengono illegale in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
2)Si favoleggia di un insanabile contrasto fra la Procura , che non ha iscritto i parlamentari Ds nel registro degli indagati, e la Gip che, “invadendo il campo” dei pm, li accusati di complicità in un “disegno criminoso”. Ma non c’è alcun contrasto tra gip e pm milanesi. L’ha detto il procuratore Francesco Greco, domenica scorsa, al Sole 24 ore: “La nostra scelta è stata di non far nulla nei confronti dei parlamentari (non iscriverne ancora nessuno sul registro degl’indagati, ndr) finchè le Camere non avessero dato l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni telefoniche che li riguardano. E da questo punto di vista la Forleo ci dà ragione”. Del resto, anche se pochi se ne sono accorti, nella richiesta di autorizzazione all’uso delle telefonate intercettate del caso Unipol-Bnl inoltrate dalla Procura alla gip Forleo il 10 luglio 2007 (a firma del pm Luigi Orsi), si legge che questa è finalizzata a indagare sull’“aggiotaggio manipolativo e informativo” commesso da “Consorte, Sacchetti, Cimbri, Fiorani e Boni (…) in concorso fra loro e con altri da identificare” perché “con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, attivavano una scalata occulta alla Bnl e compivano atti concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl ed in particolare, mentre negavano reiteratamente e specificamente al mercato di condurre la scalata a Bnl, rastrellavano pacchetti di azioni Bnl (…), disponevano acquisti a nome e nell’interesse di altri soggetti ad essi collegati (…), e finalmente il 18 luglio 2005 coordinavano ed eseguivano i plurimi contratti in virtù dei quali veniva formalizzato il passaggio delle azioni già proprietà dei soci di Bnl definiti ‘contropattisti’ (Caltagirone, Coppola, Statuto, Lonati, Grazioni, Bonsignore) ai soggetti legati alla ‘cordata Unipol’ e rendevano pubblico il concerto che non si era costituito quel giorno, ma preesisteva quanto meno dalla metà di giugno 2005. Così provocavano una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl e ciò in ragione dell’effetto che detta occulta attività determinava in più direzioni (…): Fatti di aggiotaggio informativo (propalazione di notizie false) e manipolativo (negoziazioni sul mercato ordinario e dei blocchi della Borsa di Milano) consumato in Milano tra il 18 marzo ed il 18 luglio 2005 (…). Le fonti di prova che si sono sinteticamente rassegnate trovano decisivi riscontri nelle conversazioni telefoniche degli indagati, comprese quelle alle quali hanno preso parte membri del Parlamento. Ciò per la fondamentale ragione che le comunicazioni telefoniche intercettate cadono proprio nel corso del periodo in cui il reato di aggiotaggio ipotizzato si sta consumando (giugno-luglio 2005). Nel corso di queste conversazioni infatti l’indagato Consorte espone ai suoi interlocutori quello che sta facendo (…)”.
Ora, se le parole hanno un senso, i reati di aggiotaggio sono stati commessi “in concorso con altri da identificare”: e, visto che al telefono si è sempre in due, anche per i pm di Milano i possibili concorrenti nel “disegno criminoso” sono i parlamentari che parlano con Consorte. La Forleo non ha fatto altro che esplicitare questo concetto, spiegando al Parlamento perché quelle telefonate sono assolutamente necessarie per le indagini già avviate e per quelle ancora da avviare e chiarendo che, una volta autorizzate, le telefonate potranno essere usate anche contro i parlamentari interessati. Alcuni insigni giuristi scrivono che la Gip non poteva comunque “accusare” parlamentari non ancora indagati dalla Procura. Ma la Procura e la Gip ribattono di non aver ritenuto possibile indagare quei parlamentari, visto che le eventuali prove a loro carico, le uniche, sono contenute proprio nelle telefonate in questione: che, finchè il Parlamento non ne autorizzerà l’uso, sono inutilizzabili. Come se non esistessero. Se anche fosse vero che s’è sbagliato, lo si è fatto perché la legge Boato del 2003 che impone l’autorizzazione del Parlamento per qualunque telefonata intercettata in cui compaia la voce di un parlamentare, è una boiata pazzesca. Una “norma indecorosa, scritta coi piedi, grossolanamente invalida”, tant’è che “è facile previsione che tale sia dichiarata dalla Corte costituzionale”. Parola di Franco Cordero, principe dei processualisti italiani, su la Repubblica di ieri. Invece di prendersela con la Forleo , il Parlamento farebbe bene a non legiferare coi piedi. O comunque, dopo averlo fatto, a prendersela con se stesso.
25.07.2007 - Il Secolo XIX
La lettera di Borsellino a un Paese senza memoria
di Ferruccio Sansa
Le fotografie di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, quelle immagini in bianco e nero scattate mentre si scambiavano un sorriso, stanno sbiadendo. Ma Salvatore Borsellino non si rassegna. E a quindici anni dalla morte del fratello scrive una lettera, uno sfogo durissimo, quasi disperato. Appunto, quasi. Rileggendo le parole del fratello del magistrato ucciso dalla mafia ci si accorge che forse dietro all'indignazione c'è proprio un residuo di speranza. E quella parola, «vendetta», che suona quasi stonata se riferita a una persona caduta per la giustizia, come Paolo Borsellino, assume soprattutto il significato della provocazione. Dell'estremo tentativo di un uomo che non vuole rassegnarsi a vedere la morte del proprio fratello perdere significato anniversario dopo anniversario. Commemorazione dopo commemorazione.
No, nonostante tutto Salvatore Borsellino non ha perso la fiducia e l'ira pare essere l'altra faccia dell'amore (per il fratello Paolo, ma non solo). La sua battaglia ormai non è soltanto quella per stabilire la verità su via D'Amelio. E non è nemmeno unicamente una ribellione contro la mafia. È il richiamo a un intero Paese che deve decidere - subito, altrimenti sarà tardi - se vuole finalmente affrontare i suoi mali congeniti: l'illegalità, la mancanza del senso del diritto e quindi della giustizia. Sul banco degli accusati, Salvatore Borsellino mette soprattutto la classe politica. E pare già di indovinare le reazioni dei chiamati in causa: un benevolo silenzio quasi a dire che la lettera di Borsellino è lo sfogo di una persona offuscata dal dolore. O magari qualcuno risponderà puntando il dito contro il "qualunquismo" di chi usa i politici come capro espiatorio.
Macché qualunquismo! Per giudicare le accuse di Borsellino lasciamo che parlino i fatti. Prendiamo la Sicilia : qui il presidente della Regione, Totò Cuffaro (Udc), è imputato per favoreggiamento e per aver rivelato notizie riservate con l'aggravante di aver favorito la mafia. Secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe aiutato Michele Aiello, il principale imprenditore della sanità privata siciliana, legato - sostiene il pentito Giuffré - a Bernardo Provenzano.
Intanto Marcello Dell'Utri (Forza Italia) continua a sedere in Senato e a pontificare dai suoi circoli nonostante sia stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Sull'opposta sponda geografica e politica non va meglio: alla Regione Calabria - dove governa il centrosinistra - 30 consiglieri su 50 sono inquisiti. Il capogruppo regionale della Margherita è stato condannato a sette anni per truffa. Alzi la mano chi ricorda un discorso di Prodi sulla mafia (di Berlusconi è addirittura inutile fare cenno).
Insomma, da questa classe politica non c'è da aspettarsi granché. Ma Salvatore Borsellino non si rivolge soltanto ai politici. Parla «alle migliaia di persone che ai funerali continuavano a gridare Paolo, Paolo, Paolo». Parla a tutti noi, quindi, che abbiamo poca memoria, che coltiviamo emozioni tanto intense quanto superficiali. Noi che mascheriamo da rassegnazione quello che invece rischia di essere cinismo. Che ci preoccupiamo soprattutto di afferrare con le unghie una fetta di "tesoretto".
Borsellino ci impone di pensare. Ci ricorda che non esistono un'economia sana, un'amministrazione efficiente e una politica decente se non c'è prima una giustizia «uguale per tutti».
Ma che via di uscita indica alla fine Borsellino? «Èâ??ora di lottare finché Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati. È ora di gridare finché avremo voce per pretendere la verità e di costringere a ricordare chi non ricorda».
Tocca a noi decidere che senso ha la lettera di Salvatore, ingegnere che a 65 anni ha messo in gioco tutto se stesso. Può essere uno sfogo che sbiadisce con il caldo estivo e decreta la morte definitiva di Paolo Borsellino. E può essere il segno di un nuovo risveglio, fatto di rabbia e indignazione, ma anche di speranza. Dipende da noi.
Operazione contro la cosca Labate nel reggino, 27 arresti ma i capi sfuggono alla cattura. Controllavano l'assunzione in aziende
24/07 Ventisette persone arrestate ed altre nove ricercate: e' questo il bilancio dell'operazione compiuta stamani a Reggio Calabria dagli agenti della squadra mobile contro la cosca 'Labate' che controllava la zona sud della città. Agli arrestati è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, Natina Praticò. Dalle indagini della polizia di Stato emerge che la cosca, attraverso intimidazioni ed estorsioni, aveva il controllo totale del territorio e dell'attività edilizia. Ci sarebbero stati anche episodi durante i quali avrebbero condizionato le assunzioni nello stabilimento Omeca, le Officine Meccaniche Calabresi di proprietà della "Breda Costruzioni Ferroviarie". Nelle officine, nella periferia sud della città dove lavorano circa seicento dipendenti, si costruiscono carri e vetture ferroviarie destinate a tutto il mondo. "Il clan Labate - scrive il gip Natina Pratticò nell'ordinanza - però, con minacce, percosse, invio di plichi contenenti proiettili, incendi di autovetture nei confronti di dirigenti e quadri dello stabilimento, imponeva l' assunzione di personale". Tra i destinatari dell'ordinanza di custodia cautelare ci sarebbe anche i capi della cosca che sono riusciti però a rendersi irreperibili a causa di una fuga di notizie.
La cosca dominava la zona sud di Reggio. La cosca dei Labate esercitava nella zona sud di Reggio Calabria un dominio ''veramente asfissiante, condizionando l'attività commerciale di uno dei quartieri più attivi della città". E' quanto ha detto il coordinatore della Dda di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, circa le attività della cosca Labate contro la quale gli agenti della squadra mobile hanno compiuto una operazione che ha portato all'arresto di 27 persone. "L'operazione odierna - ha detto Boemi - conferma, ove ve ne fosse bisogno, l'estrema pericolosità di un clan della 'ndrangheta, quello dei Labate, capace di esercitare un dominio sul proprio territorio veramente asfissiante, condizionando l'attività commerciale di uno dei quartieri più attivi della città. I Labate sapevano che li stavamo indagando, tant'é che hanno contattato un pubblico ufficiale per conoscere lo stato delle indagini, Naturalmente, questo rappresentante dello Stato non ha ceduto, anzi, ha prodotto una immediata informazione di servizio denunciando l'accaduto. Siamo riusciti fino a capire che il clan era riuscito ad 'intromettersi' nelle comunicazioni tra magistrato inquirente e gli investigatori della polizia di Stato, un fatto inquietante che dovrà essere chiarito in ogni suo aspetto". "I labate - ha concluso - durante l'ultima guerra di 'ndrangheta durata sei anni, a tutti gli emissari delle varie cosche hanno fatto sapere di 'farsi i fatti proprì, una posizione di neutralità che poteva essere tenuta ferma solo da un vero 'casato' mafioso". Il sostituto procuratore distrettuale, Antonio Di Bernardo, titolare delle indagini, ha reso noto che "il clan Labate aveva alimentato un clima rovente all'interno delle Omeca che risultava influenzato da una cappa di soprusi posti in essere da alcuni affiliati, i quali disconoscendo qualsiasi concetto di produttività aziendale legavano la propria inattività all'appartenenza mafiosa impedendo ai colleghi ed ai superiori qualsiasi controllo sulle proprie prestazioni". Tra le attività della cosca c'erano anche le scommesse clandestine. Tra gli indagati, infatti, risulta un noto veterinario di Reggio Calabria, docente universitario a Messina il quale "invece di garantire la salute dei cavalli forniva agli affiliati al clan sostanze dopanti per migliorare le prestazioni.
La cosca condizionava le assunzioni nelle aziende. La cosca dei 'Labate' di Reggio Calabria avrebbe condizionato l'assunzione di alcuni operai nello stabilimento reggino 'O.Me.Ca', facente capo alla 'Breda' Costruzioni Ferroviarie. E' quanto emerge dalle indagini degli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria che stamani hanno eseguito una operazione che ha portato all'arresto di decine di esponenti della cosca reggina. Gli esponenti della cosca avrebbero minacciato e picchiato alcuni dirigenti dello stabilimento industriale per fare in modo che l'azienda assumesse le persone da loro indicate. Ad altri è stata incendiata l'automobile oppure sono stati destinatari di pacchi con all'interno dei proiettili. La cosca, secondo quanto emerso dalle indagini della Polizia di Stato, ha anche costretto l'amministratore di una nota catena di supermercati ad acquistare due ulteriori punti vendita ad un prezzo doppio rispetto al reale valore. Dalle indagini è emerso anche che i 'Labate' organizzavano e gestivano le scommesse clandestine su competizioni agonistiche non autorizzate, in particolare corse di cavalli durante le quali gli animali venivano dopati per migliorarne le prestazioni.


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












