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28.02.2007 dal sito leinchieste.com
Danilo Coppola, da sospettato a "integrato"
Le strategie di recupero. Gli avalli dei salotti "buoni".
I punti di contatto con la Sicilia
di Carlo Ruta
Colpite le virtualità egemoniche di Ricucci e Fiorani, ripristinate le interlocuzioni con le cordate romane che riconducono ai Caltagirone, insediatasi infine l'Abn Amro nelle plance padovane di Antonveneta, negli ambienti dell'alta finanza sembrano finite le fibrillazioni che due anni fa hanno determinato la caduta di Antonio fazio dalla presidenza di Bankitalia. Ed è in tale quadro di calma, presumibilmente solo apparente, che avviene il prodigio di un Danilo Coppola perfettamente "candeggiato", con la convalida dei salotti cosiddetti buoni, a partire da Mediobanca, che l'imprenditore ha espugnato con una quota di prim'ordine.
Del tutto estraneo fino a pochi anni fa ai giri della finanza nazionale e alle luci della cronaca, Coppola, di origine casertana ma romano d'adozione, è venuto allo scoperto nel 2005 come scalatore di BNL e Antonveneta. La cosa ha destato molta sorpresa, e, prima ancora che se ne occupasse la magistratura, ha messo in allarme diversi ambienti economici, che si sono sentiti minacciati dalla cordata finanziaria di cui faceva parte l'immobiliarista: oscura, imprevedibile, temeraria, tale da far subodorare seri tentativi di condizionamento del governo dell'economia e non solo. All'appuntamento con i rovesci dell'estate 2005, Coppola si è presentato ciò malgrado con un crescente impeto attivistico. Dal gruppo di Luigi Zunino, altro finanziere proveniente dalle costruzioni, ha tratto a sé l'Istituto piemontese immobiliare, comprendente il Lingotto, emblema storico del capitalismo italiano, per farne un punto fermo del proprio impero finanziario e, di rincalzo, un potente ricostruttore della propria immagine. Ha acquisito il lussuoso albergo Cicerone di Roma, dove ha collocato amici e familiari. Ha avviato la costruzione a Milano di un nuovo centro immobiliare nell'area di Porta Vittoria, di 166 mila metri quadri.
Contestualmente, emergevano dettagli non da poco. E' stato accertato che nella conduzione degli affari dall'Italia al Lussemburgo, sede della Tikal, cassaforte del gruppo, Coppola ha seguito costantemente percorsi anomali, coadiuvato da parenti, privi perlopiù di competenze finanziarie, e da una ristretta cerchia di amici, quali Ernesto Cannone, Gaetano Bolognese, Francesco Bellocci, Andrea Raccis, Fabrizio Spiriti, Luca Necci, il siciliano Giancarlo Tumino, quest'ultimo un ex ruspista, tutti in grado di muoversi con inusitata scioltezza nel creare società, acquisire quote di controllo o laterali, per poi, all'occorrenza, disfarsene rapidamente. Sono stati documentati inoltre contatti di tipo societario del Coppola con persone dai tratti poco rassicuranti, "incidenti" di viaggio di vario genere, precedenti giudiziari sintomatici. Ma a dispetto di tutto, il 27 ottobre 2005, in pieno scandalo Antonveneta, con una oculata operazione d'immagine, l'immobiliarista ha potuto celebrare ugualmente il suo trionfo, presentando alla stampa internazionale il piano industriale della controllata Ipi Spa, e computando in 3.500 milioni di euro il valore complessivo delle sue imprese.
E dopo? La "riabilitazione" è andata avanti a suon di operazioni multimiliardarie e di proclami a effetto. Per 69 milioni di euro, Coppola è riuscito a far proprio il Grand Hotel di Rimini, celebrato da Fellini, vincendo tutte le remore che, in un primo tempo, erano insorte negli ambienti rivieraschi. Ha assunto poi l'impegno, che va concretizzandosi, di trasferire la Tikal e la controllata Gruppo Coppola, che hanno dato adito a molte voci, dal Lussemburgo a Roma. Infine, facendo proprio l'80 per cento del pacchetto azionario, attraverso la finanziaria Tikal, l'immobiliarista ha potuto acquisire il gruppo, primo per importanza nell'ambito dell'informazione economica, Perlafinanza, comprensivo del quotidiano "Finanza & Mercati", diretto antagonista di "Milano Finanza" e del "Sole 24 ore". E il dissenso in tale testata si è espresso con le dimissioni del direttore Osvaldo De Paolini e di altri giornalisti, come Paolo Fior, Fabio Dal Boni, Filippo Buraschi.
Evidentemente, tali mosse non sono in grado di contraddire il quadro di allarme che si è espresso negli ultimi anni. Ma gli avalli dei salotti "buoni" vanno facendo la differenza. E' come se tutti gli "incidenti" di percorso del Coppola non fossero mai esistiti, come se quel tanto che risultava oscuro si fosse chiarito a suo vantaggio, come se tutte le considerazioni fatte in precedenza, pure dal versante giudiziario, fossero state effetto di un abbaglio. In realtà nulla è stato mai sufficientemente spiegato. Non si è verificata alcuna svista sostanziale perché gran parte degli addebiti mossi all'imprenditore risultano certificati. Permangono quindi gli elementi perché il caso venga mantenuto sotto osservazione. E, in assenza di risposte plausibili, rimane soprattutto legittimo il quesito di fondo: da dove provengono tutti questi soldi?
In definitiva, da "integrato", Coppola ha pensato utilmente di riposizionarsi e di rilanciare, attraverso una varietà di iniziative, divise appunto fra convenienza finanziaria e immagine. E in tale quadro di tessiture, che includono profili meno visibili, si colgono delle novità pure dalla prospettiva siciliana. Emerge in particolare che l'immobiliarista romano ha allontanato, almeno ufficialmente, il suo maggiore collaboratore dell'isola, Giancarlo Tumino, intestatario negli anni scorsi di operazioni finanziarie fra le più disinvolte che il gruppo ha realizzato fra Italia e Lussemburgo. Secondo alcune voci, il siciliano sarebbe stato "licenziato" perché avrebbe tentato di inserire dei tornaconti propri negli affari che stava trattando per conto del romano. Appare tuttavia più attendibile l'ipotesi di un distacco concordato, nel quadro dell'operazione "trasparenza" che il gruppo va ostentando. Il posto d'onore occupato dal Tumino è stato assunto comunque, e la cosa potrebbe essere sintomatica, da un altro siciliano, Giovanni Licitra, già venditore d'acqua, dotato di proprie risorse finanziarie, ex cognato dell'immobiliarista. E a quanto pare, al Licitra, che risiede a Roma, è passato l'incarico di investire lungo la fascia trasformata dell'isola, mentre Coppola rimane preso dalle complesse situazioni della capitale finanziaria, da piazzetta Cuccia a piazza Affari.
01.03.2007 - dal sito leinchieste.com
Danilo Coppola e la legge
Gli "incidenti" di percorso dell'immobiliarista romano, che ha conquistato, con avalli ai massimi livelli, i salotti "buoni" della finanza italiana
di Carlo Ruta
Danilo Coppola è stato arrestato per riciclaggio con diversi suoi collaboratori, fra cui il siciliano Giancarlo Tumino. Di Coppola e del Tumino ci si era occupati nei mesi scorsi di concerto con il portale di Peacelink e con www.wema.it di Tito Gandini. Nella tarda serata del 28 febbraio, poche ore prima cioè che scattassero gli arresti, su www.leinchieste.com era stata ripresa l'inchiesta sul caso, su cui vigeva ormai dagli inizi del 2006 un diffuso silenzio, a tutto beneficio dell'immobiliarista romano, che è riuscito a insediarsi intanto nel massimo consesso di Mediobanca. A questo punto non ci resta che continuare, con una inchiesta no stop, ancora di concerto con Peacelink, offrendo sul caso e sui retroscena che abbiamo potuto accertare negli ultimi mesi tutta l'informazione possibile.
E' il caso di prendere le mosse allora da alcuni elementi certi. Da diverse prospettive, sono divenute di dominio pubblico delle storie "minime". E' emerso per esempio che Coppola, abituato verosimlmente a girare armato, ha subìto un procedimento giudiziario, finito con il ritiro del porto d'armi, per aver sparato in aria con la propria pistola per spaventare dei ROM, da cui si sarebbe sentito disturbato. E' stata poi accertata una condanna penale, una multa di diverse migliaia di euro, comminatagli per la manomissione di un contatore dell'ENEL. Sollecitato a rispondere, Coppola ha ribattuto che tali "precedenti" sono stati ingigantiti ad arte, su istigazione di determinati circoli finanziari, per contrastarne il cammino, quando era riuscito a violare, con una partecipazione del 5 per cento, addirittura Mediobanca, il salotto più esclusivo ed emblematico della finanza nazionale. I fatti portati all'evidenza pubblica, per quanto eterogenei e privi di nessi con le manovre del presente, restano in ogni caso indicativi della personalità del Coppola. D'altra parte, taluni atteggiamenti dell'immobiliarista romano non mancano di persistenze. Di certo la sua passione delle armi non finisce con quella disavventura giudiziaria se, riavuto il porto d'armi, non disegna di circolare con i suoi revolver, e circondarsi di gente armata fino ai denti. Ha fatto impressione, in pieno scandalo Antonveneta una sua vacanza in Sardegna, accompagnato da un nugolo di guardie del corpo armate fino ai denti sul tetto giorno e notte, ad armeggiare e scrutare sui tetti delle ville di Porto Cervo e Porto Rotondo.
Sono stati documentati d'altra parte, e si tratta di storie non propriamente "minime", rapporti di livello societario del Coppola con due persone: il calabrese Roberto Repaci, già segnalato dalla Guardia di Finanza quale commercialista dei Piromalli, potenti boss della 'ndrangheta di Gioia Tauro, e Giampaolo Lucarelli, strettamente legato al boss della Magliana Enrico Nicoletti. Di certo ciò non dimostra che Coppola ha avuto nessi sostanziali con la 'ndrangheta e con la banda della Magliana; offre nondimeno ulteriori dettagli sull'indole del romano, sicuramente avventurosa.
Riguardo alle situazioni che hanno fatto subodorare o permesso di acquisire anomalie importanti, la magistratura si è mossa a vari livelli. Nel quadro dell'istruttoria avviata dalla procura di Milano sulle trame per il controllo dell'Antonveneta, pure per Danilo Coppola, partecipe alla concertazione, con Emilio Gnutti, Giampiero Fiorani e Stefano Ricucci, è scattato il sequestro delle azioni possedute, per 24,5 milioni di euro. Ma l'immobiliarista romano, accorto nell'assumere una posizione defilata, ha potuto evitare i rovesci avuti dai compagni. Non ha subìto in quei frangenti l'onta del carcere, e la cosa lo ha agevolato nel portarsi oltre lo scandalo. Comunque, la quota Antonveneta sopra detta, una volta definiti i nuovi assetti dell'istituto, a tutto vantaggio di Abn Amro, è stata poi, come quelle ben più cospicue degli altri concertisti, dissequestrata. Una seconda iniziativa giudiziaria si è avuta nel gennaio 2006, quando la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha aperto un fascicolo su società e persone legate al gruppo Coppola, sei dei quali ritenuti prestanome, ipotizzando giri di fatture false e transazioni dubbie fra società del medesimo e di Ricucci. E tuttavia, quando la sorte di Fiorani e Ricucci è ormai fatalmente segnata, il caso Coppola muta vorticosamente, aprendosi a veri e propri colpi di scena.
03.03.2007 dal sito leinchieste.com
Coppola e i club finanziari. Amicizie e affari nel solco di una tradizione
di Carlo Ruta
Danilo Coppola non ha operato da out sider.Tutto quel che ha realizzato negli ultimi anni, a eccezione di alcune brevi interruzioni, lo ha fatto bensì di concerto con i massimi circoli della finanza nazionale. E non poteva essere altrimenti. I lavori del mega-progetto immobiliare di Porta Vittoria a Milano, che avrebbe dovuto celebrare il trionfo dello stile Coppola nella capitale del capitalismo padano, non sarebbero mai partiti se non fossero venuti favolosi finanziamenti dall'Unicredito di Alessandro Profumo, e da altri istituti amici: su cui è opportuno che i magistrati concentrino adesso la loro attenzione. L'operazione Lingotto, emblematica dei nuovi corsi della finanza nazionale, sulle ceneri del vecchio capitalismo, di cui erano stata espressione storica gli Agnelli, quasi certamente sarebbe rimasta una segreta aspirazione del casertano se non fosse intervenuta in soccorso del medesimo un istituto di assoluto prestigio come la Banca Intermobiliare e, conseguentemente, lo Studio Segre di Torino. Allora le cose stanno come stanno: il caso Coppola, come già il caso Antonveneta, che del resto ha visto nell'immobiliarista uno dei protagonisti, è solo la parte tangibile di un male, di certo espressione di un modo d'essere della finanza odierna, e di quella italiana in particolare, che, con più impeto di un tempo, non disdegna i patti con chicchessia, con ambienti opacissimi e addirittura contigui alle mafie, a dispetto del decoro nazionale e delle leggi, quando si tratta di centrare i propri affari.
Tante, troppe cose sono uscite allo scoperto, quando Coppola e i suoi amici hanno cercato di estendere le proprie mire in direzione delle maggiori testate del paese. Nell'infuriare dello scandalo Antonveneta sono venute inchieste battenti e inchiodanti, a partire da quelle di Claudio Gatti sul Sole 24 ore, cui va riconosciuto di avere dato per primo i tratti essenziali del fenomeno Coppola. Sui retroscena di tali operazioni è scattata in quei mesi una vera e propria mobilitazione da parte di numerosi organi di stampa, in grado addirittura di fare da volano e da supporto all'attività della magistratura. Ma dopo la débacle di Fiorani e Ricucci il clima è improvvisamente cambiato, con le repentine condivisioni che Coppola ha potuto incassare, contestualmente all'ingresso in Mediobanca, da quegli ambienti finanziari che adesso appaiono disorientati dai provvedimenti giudiziari e che cercano, vanamente, di giustificarsi come possono.
Negli iter dei potentati forti si evidenziano in definitiva passaggi che accentuano in modo preoccupante una tradizione eminentemente italiana. Nel "book" di Coppola non mancava nulla che non suggerisse prudenza e soprattutto la legittimità del dubbio. Pure le storie "minime" emerse, alcune se vogliamo di colore, abbondavano di aspetti sintomatici. Basti dire della curiosa tipologia di amici di cui il casertano ha amato circondarsi: ristoratori, baristi, garzoni, ruspisti, camerieri, pensionati già nullatenenti, divenuti tutti intestatari di patrimoni da capogiro, ovviamente per suo conto. Eppure questo imprenditore, diversamente da Ricucci e da altri, rimasti infossati a metà del guado, non ha incontrato ostacoli significativi, e ha potuto anzi proporsi ai club economici più esclusivi come un mattatore, bruciando le tappe con la presa appunto del Lingotto, l'espugnazione morbida di Mediobanca, l'acquisizione di alcuni fra i più prestigiosi alberghi del paese, infine l'arrembaggio, si direbbe propedeutico, su un segmento della stampa finanziaria.
05.03.2006 dal sito leinchieste.com
L'uomo siciliano di Danilo Coppola
Giancarlo Tumino e le tracce affaristiche che dalla capitale portano all'est dell'isola
di Carlo Ruta
Dalle vicende dell'Antonveneta, come dal contestuale assalto alla BNL e al "Corriere della Sera", viene un esaustivo compendio di quanto possano celare oggi i sipari, in apparenza rassicuranti, della grande finanza nazionale. Sono avvenuti fatti sconvolgenti, che hanno turbato a fondo l'opinione pubblica. E in tale quadro convulso, sono andate definendosi le movenze di alcuni giovani immobiliaristi, ben arroccati nella capitale e non solo, capaci di porre in gioco capitali immensi, tali da riuscire a mettere a soqquadro i poteri forti del paese, e a proporsi addirittura negli assetti della carta stampata, che rimangono un terreno strategico per i club che intendono assumere un controllo largo sulle cose. Tali voci recano movenze per certi versi inedite, e tuttavia s'incasellano senza sforzo in una tradizione lunga, legandosi, non soltanto sottotraccia, ad assi finanziari recanti un nome riconoscibile e, soprattutto, una storia. I romani Danilo Coppola e Stefano Ricucci, ambedue titolari di patrimoni di miliardi di euro, per quanto significativamente privi di risorse originarie, solo in apparenza vengono dal nulla: è assodato che recano importanti nessi con i Caltagirone, recanti appunto un passato, lungo, aggrovigliato, ancora oggi non del tutto dipanato; hanno intessuto accordi con i vertici di Bipielle; hanno operato a contatto di gomito con il milanese Gnutti, grande manovratore di Hopa, e con l'emiliano Consorte, che con una disinvoltura tutta propria ha fatto il nuovo corso di Unipol; hanno lambito infine i territori off limits di Mediobanca. Avrebbero potuto osare di più, in così poco tempo?
Si tratta evidentemente di disegni avventurosi, nella stessa misura in cui lo potevano essere, fatti i dovuti distinguo, quelli del primo Berlusconi, o di altri scalatori finanziari della penisola. Ponendo insieme una serie di tasselli, si ricava comunque che tali arricchimenti sono esito di interessi multilaterali, di storie riservatissime, di patti reconditi, che, secondo tradizione, vanno percorrendo il paese tutto, dalla Padania alla Sicilia. E proprio la Sicilia , che nella vicenda recita beninteso una parte discreta, permette di vagliare profili non indifferenti del Coppola, attualmente il meno colpito sotto l'aspetto giudiziario, per essersi tenuto vagamente defilato dai "concertisti" dell'operazione Antonveneta, e tuttavia elemento di primissimo piano di una matassa finanziaria ancora largamente da dipanare. Come è noto, negli affari dell'immobiliarista romano entrano in gioco un pugno di fedelissimi, ben piazzati in numerose società immobiliari, di cui alcune recanti, neppure a dirlo, la sede legale in Lussemburgo. Sono usciti, fra l'altro, i nomi di Gaetano Bolognese Bonaventura, Ernesto Cannone, Roberto Repaci: quest'ultimo già tirato in causa da una informativa della GdF per storie di 'ndrangheta. E in tale rete, occupa una posizione nodale appunto un signore siciliano poco più che quarantenne: Giancarlo Tumino. Va rilevato tuttavia un particolare: le strade praticate dal Coppola non portano a Palermo, né agli oscuri meandri del Trapanese, come poteva avvenire comunemente ai tempi dei Rimi, dei Lima, dei Liggio, dei Ciancimino, dei Vassallo, e anche in tempi meno lontani. Il contatto con l'isola non passa attraverso famiglie e cordate tradizionalmente legate a gruppi delinquenziali riconosciuti come tali. Le strade praticate dall'immobiliarista romano portano invece all'est dell'isola, più precisamente nella dimessa Ragusa, la città che, di reticenza in reticenza, è riuscita a porre la pietra tombale sul caso Tumino-Spampinato.
Un po' come negli iter di Coppola e Ricucci, il ragusano Tumino reca un passato economico di nessun rilievo. Proveniente da una famiglia di contadini poveri, fino a quasi tutti gli anni novanta conduce personalmente una serra, saltuariamente fa il ruspista, perlopiù per conto terzi, per alcuni anni gestisce un bar, con modesti risultati. L'incontro con l'immobiliarista romano, avvenuto a Ragusa, gli cambia tuttavia la vita. A renderlo possibile sono del resto alcune circostanze. Negli ultimi anni novanta una sorella del Coppola si trasferisce nel capoluogo ibleo per avere sposato un ragusano, tale Ferreri, a sua volta imparentato per via di un matrimonio con il Tumino. Il contatto fra l'operatore economico romano e il barista siciliano è quindi nelle cose, agevolato da importanti affinità di carattere, dalla medesima cultura edonistica, dal comune senso del denaro. Da quel momento, mentre la sorella dell'immobiliarista si dà da fare localmente, assumendo una cospicua quota del Caffè Sicilia, uno dei più raffinati ed esclusivi della città, l'ex ruspista diviene l'uomo di Coppola nell'isola, e non solo nell'isola, se si considera che a lui il finanziere romano delega il controllo laterale di alcune società strategiche, divise fra Lussemburgo e Roma, come la Gabbiano Immobiliare , e la Immobilbi srl.
Come è ovvio, da Marina di Ragusa il Tumino si trasferisce a Roma, ma i rientri a Ragusa sono frequenti e piuttosto visibili. Lo si vede in giro in BMW, ma non disdegna di esibire un paio di Bentley e una Ferrari. Si tratta del resto di rientri motivati, in sostanza di lavoro a tutti gli effetti. L'uomo di Coppola si assume infatti il compito di investire negli Iblei capitali ingenti, in terreni, in serre, che a sua volta dà in gestione ad amici fidati, e come è nelle logiche dell'immobiliarista romano, in appartamenti, soprattutto nella frazione di Marina, dove i prezzi degli immobili sono da anni e si prospettano ancora in notevole rialzo. Attraverso il Tumino, il Coppola finisce con il ricavare quindi dal Ragusano delle convenienze finanziarie. Ma è mosso pure da tutt'altri interessi, in una chiave spiccatamente edonistica, se è vero che l'area iblea, in particolare quella ragusana, da alcuni anni è divenuta una tappa irrinunciabile dei suoi viaggi nel Mediterraneo, con il suo Yacht da nababbo. E non mancano aneddoti al riguardo, perfettamente intonati con quello che si conosce già del personaggio, che ama farsi fotografare in un certo modo, e che, al pari dell'amico Ricucci, ma assai diversamente dai Caltagirone, si mostra piuttosto sensibile alle seduzioni della mondanità.
(Fonte: "L'isola possibile", Catania, febbraio 2006)
La notizia è da prima pagina di giornali e telegiornali, infatti non ne parla nessuno (a parte un articolo dell’Espresso e uno del Corriere della Sera). Nell’ultimo anno, a cavallo tra il governo Berlusconi e il governo Prodi, s’è registrato il record dei boss e killer mafiosi che si son visti annullare il carcere duro e isolato (il 41-bis). Ne sono usciti ben 89, vi restano in 526. Perché?
Chi aveva preso sul serio la propaganda berlusconiana, che vantava un forte impegno antimafia per il sol fatto di aver stabilizzato con legge ordinaria il regime del 41-bis prima affidato a provvedimenti temporanei prorogati di sei mesi in sei mesi, resterà stupefatto. In realtà è proprio quella legge la causa almeno indiretta dell’escalation degli annullamenti.
Se prima – spiega Giovanni Bianconi sul Corriere – citando una circolare del Dap (la direzione delle carceri) – era difficilissimo per i boss far revocare il 41-bis, visto che i tempi dei ricorsi erano più lunghi di quelli delle proroghe semestrali, e ogni volta bisognava ricominciare da capo, ora che il regime carcerario è definitivo c’è tutto il tempo per chiedere e ottenere l’annullamento.
L’ultimo a tornare al regime normale, che gli consente di comunicare liberamente con parenti e avvocati, di frequentare gli altri detenuti nelle ore d’aria e soprattutto di accedere ai benefici della legge Zozzini, è Antonino Madonna, figlio di Francesco, boss della famiglia palermitana che ha insanguinato Palermo e l’Italia con centinaia di omicidi e poi con le stragi del 1992-’93.
La notizia potrebbe spiegare lo strano silenzio dei boss in carcere, boss che fino a quattro anni fa si mostravano piuttosto nervosi: nell’estate 2002 il superboss Leoluca Cagarella, dalla gabbia di un processo, accusò i politici di “strumentalizzare” i mafiosi e di non “mantenere le promesse”. Altri boss denunciarono il “tradimento” dei loro avvocati eletti in Parlamento che non facevano gli interessi dei clienti. “41-bis, Berlusconi dimentica la Sicilia ”, recitava un minaccioso striscione apparso nello stadio di Palermo e scritto dal figlio di un capomafia condannato all’ergastolo.
Lo smantellamento del 41-bis, com’è noto, era in cima alle richieste avanzate da Riina nel “papello” consegnato nei primi anni 90 a misteriosi “referenti politici”. Quelle richieste sono state esaudite? A giudicare dal silenzio dei boss, si direbbe di sì.
Ora, per capire che cos’è accaduto nelle prigioni italiane sotto il governo Berlusconi, la Procura di Roma ha avviato – come rivela l’Espresso – un’inchiesta che mira a verificare l’attività svolta da 71 agenti di polizia penitenziaria incaricati dall’Ispettorato delle carceri di monitorare i boss detenuti al 41-bis. Sono state nascoste microspie nelle celle? Si sono assolati confidenti per capire dove andava Cosa nostra? E se ciò è avvenuto, chi l’ha ordinato e cos’ha scoperto? Il 20 luglio 2006, rispondendo a un’interrogazione di Graziella Mascia di Rifondazione, il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi s’impegnò ad “approfondire la materia per valutare se e come l’iniziativa” di quella squadretta di detective penitenziari dovesse proseguire e a quale controllo giudiziario rispondesse.
La domanda non è da poco, visto che un anno fa, in occasione dell’arresto di Provengano, il Dap fu teatro di “incidenti” quantomai stravaganti. L’Espresso parla di un tentativo, rientrato all’ultimo momento, d’inviare l’anziano boss in una prigione dov’era già recluso il suo storico braccio destro Piddu Madonna, arrestato nel ’93, che da anni tenta di accreditarsi come pentito. Alcuni funzionari del Dap se ne accorsero e Zu Binnu fu assegnato al supercarcere di Terni. Ma appena vi arrivò scattarono strane manovre per farlo trasferire altrove: qualcuno passò alla stampa la falsa notizia di un commento del figlio di Riina (‘Sto sbirro proprio qua l’hanno portato?”).
Tutto falso. L’associazione dei parenti delle vittime della strage dei Georgofili chiede da tempo di sapere quanti bosso sono passati dal carcere duro al carcere molle, e perché. Ora sappiamo che il beneficio ha riguardato solo nell’ultimo anno 89 mafiosi. Ma non sappiamo ancora perché. Sappiamo però che, dal carcere, nessun mafioso si pente più. E’ tutto casuale, o c’è stata l’ennesima trattativa? Se non ci saranno risposte chiare, saremo tutti – non solo i parenti delle vittime – autorizzati a pensar male.
Perché il diritto alla verità non riguarda solo i parenti delle vittime. Riguarda tutti noi.
22.02.2007 - Uliwood Party
Mani Impunite
di Marco Travaglio
formato .pdf – clicca qui
21.02.2007 - Uliwood Party
Delle due, entrambe
di Marco Travaglio
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20.02.2007 - Uliwood Party
Il Rieducando
di Marco Travaglio
formato .pdf – clicca qui
16.02.2007 - Uliwood Party
Trop Secret
di Marco Travaglio
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15.02.2007 - Il Secolo XIX
Genova si liberi dalla “Cupola” del potere
di Pierfranco Pellizzetti
Già lo si diceva: iniziano a volare i calcinacci dalla Cupola sotto le cui volte, per sessant’ anni, l’Antico Regime del Potere genovese celebrato i propri riti coperti. La “Cupola” – dunque come metafora dell’assetto che domina la nostra vita citrina del secondo dopoguerra: ossia, lo stretto controllo del politico sul sociale in una logica spartitoria, di cui il city-boss dell’epoca, Paolo Emilio Taviani, è stato il principale artefice. Allora la spartizione delle sfere di influenza tra il centro cittadino “bianco”, con annesse istituzioni finanziarie e di rappresentanza, e il Ponente “rosso”. Ora il “quadrilatero magico” in cui viene risucchiata l’intera vita pubblica locale e i cui vertici – secondo boatos ricorrenti – sarebbero rappresentati da Claudio burlando, Claudio Scajola, Giovanni Berneschi e Giuseppe Pericu.
Quali le cause di un tale movimento tellurico che mette a repentaglio consolidati equilibri (non meno delle reti di comparaggio, portate alla luce dall’inchiesta di Paolo Crecchi su questo giornale)?
Al solito giocano fattori soggettivi: di certo la capacità personale di Marta Licenzi nell’aggregare consensi e rivitalizzare reti di appartenenza, riconfermata dagli esiti delle primarie, e la nuova leadership locale dei Ds (proprio perché giovane, meno imprigionata nelle panie della nomenklatura); di converso, la scarsa qualità della politica evidenziata dai guardiani dell’Antico Regime. Genova ha già conosciuto altri esemplari di politico realista tendente al cinico. Messa a confronto, la brillantezza intellettuale di quel personale dirigente risulta di gran lunga superiore a quella attuale. Un nome per tutti: Antonio Canepa, il giovane deputato socialista prematuramente (e drammaticamente) scomparso.
D’altro canto, una diagnosi giocata solo sugli attori di campo non spiegherebbe perché, in passato, l’Antico Regime riuscì a tenere la situazione sotto controllo e riassorbire le spinte divergenti. Come nel caso di Adriano sansa, sindaco disorganico alla Cupola, terminato nella seconda metà degli anni ’90. Sicchè qui bisogna far entrare in gioco i fattori strutturali. In particolare la natura del controllo, funzionale a un modello socio-economico basato sulla rendita e la gestione dei trasferimenti pubblici. Quello che è stato “il Lungo Novecento” genovese, da cui stentiamo a fuoriuscire.
Perché l’entrata nel XXI secolo presuppone la necessità di affrontare la questione sviluppo: quale necessità di affrontare la questione sviluppo: quale modello sia – insieme – competitivo e compatibile; coniughi efficienza e qualità ambientale. Dunque, discontinuità. La parola d’ordine dell’attuale candidata sindaco che ha mandato in fibrillazione i custodi dell’ordine vigente. Una candidata che si cercò di fermare nelle pre-primarie di partito e poi con la tardiva entrate in campo di Stefano Zara. Inutilmente.
Ora si scorgono segnali di un tentativo in atto per arruolare a tale scopo il candidato della destra Enrico Musso. Come potrebbe indurre a pensarlo i ricorrenti apprezzamenti nei suoi confronti da parte di Pericu. Il giovane docente presterà ascolto al canto delle sirene? La sua candidatura poteva essere la spia che anche a destra c’è stato uno scontro: tra i propugnatori dell’inciucio (leggi lista civica bipartisan) e chi non si rendeva disponibile (una parte di An). Il suo dichiarato disegno di recuperare parte del consenso di Zara (e una certa biografia personale) segnalerebbe disponibilità nei confronti di un elemento fondativi della Cupola: il trasversalismo.
A riprova che a Genova “il punto che avanza” non è anagrafico ma dipende esclusivamente dalle strategie che si intendono perseguire.
In primo luogo, tornare a “pensare città” come esercizio che coinvolga l’intera cittadinanza. Per riprendere a crescere. Tutti insieme. Mentre le nuove politiche (da anni ’70!) del decentramento tenderebbero a sminuzzare lo spazio civico in tanti mini-municipi. Per la gratificazione di una manciata di politici di quartiere ma – contemporaneamente – creando anche tra noi quanto stà avvenendo nelle città investite dalla globalizzazione: uno splendido centro degli affari e dei benestanti, circondato da periferie abbandonate al proprio destino. Forse l’ultimo lascito di quei signori dell’Antico Regime di cui si potrebbe dire quanto Tocqueville diceva dei nobili rientrati in Francia alla Restaurazione:”Non hanno imparato niente, non hanno scordato niente”.
19.02.2007 - Il Secolo XIX
Le “cupole”, il linguaggio e la presa del potere
di Pierfranco Pellizzetti
Apprendo del risentimento suscitato con i termini “cupola” e “comparaggio”, buttati nell’opinione del 15 scorso. Intendevo proporre l’equazione Beppe Pericu uguale a Totò Riina? Persino imbarazzante doverlo smentire. A scanso di equivoci ribadisco l’uso metaforico dei termini, che stanno a significare reti di sodalità proprie di contesti pre-moderni.
In altre sedi non sarebbe necessario dichiarare il contenuto simbolico delle parole politiche. Cha vanno contestualizzate. Qui tra noi, con un dibattito pubblico findus, congelato da decenni, capisco sia necessario spiegarlo. Ci proverò prendendo ad esempio “sicurezza”, una delle principali parole feticcio dell’odierno lessico politico,che negli ultimi decenni muta drasticamente significato.
Per i primi trent’anni del dopo guerra (la stagione del welfare state) era “sicurezza di”: la tutela dei propri diritti e delle condizioni materiali che ne rendono possibile l’esercizio, una posizione certa nella società e nel lavoro, la garanzia del rispetto di se. Sicurezza di non essere umiliati. Dunque, fiducia nel futuro; in una lettura progressista del termine in questione.
Dopo la metà degli anni Settanta, la fiducia è virata in paura e la sicurezza diventa “da”. Quindi, sicurezza dallo sconosciuto che bussa alla tua porta e potrebbe attentare alla proprietà e alla persona, dal maniaco o dal drogato. Da “avvelenatori di pozzi o dirori di aerei”, come dice il sociologo anglo-polacco Zygmunt Barman. Nel passaggio dalla concretezza di condizioni positive alla nevrosi da minacce presunte.
Un cambio di umori e mentalità che la parola politica registra diventando marketing della paura: l’immensa operazione mediatica che ribalta le modalità di raccolta di consenso dalla convinzione all’intimidazione; che coincide con il passaggio di egemonia nella produzione di immagini collettivi dalla sinistra alla destra. E i nostri cieli si riempiono di mostri terribili:”imperi del Male”,poi “Stati canaglia armati per la distruzione di massa”. “L’alterità rifiutata perché fuori dal nostro spazio mentale” (Tzvetan Todorov). Quel ricatto ansiogeno su cui vengono costruiti successi elettorali. Da Bush a Berlusconi, dalla Lega a Le Pen.
Venendo a Genova, bisogna essere riconoscenti a Enrico Musso. Non solo in quanto, candidandosi, vanifica tentazioni inciucesche. Ma anche perché ha detto subito “qualcosa di destra”. Apportando chiarezza linguistica in un dibattito pubblico solamente crittato: la sicurezza-paura al centro della propria campagna elettorale.
Nota bene: poca importa l’attinenza del comunicato alla realtà. Poco importa che la Genova reale non sia il Bronx (come riscopriamo, ogni sera, passeggiando nel centro storico ripittato). Il mostro della criminalità in agguato lo si evoca come messaggio sublimare che induce reazioni elettorali automatiche.
Poco importa “l’osservazione dei criminologi che sono gli atti incivili (cioè la violazione delle regole ei decoro negli spazi urbani), più che l’aumento dei reati contro la persona, le vere cause della crescente insicurezza degli abitanti nelle metropoli” (Erving Goffman). Ossia, più di una questione di civismo che di numero di poliziotti sguinzagliati per le strade (il vandalismo – ad esempio – lo si combatte in famiglia e a scuola, con l’educazione e l’esempio; non nelle carceri).
Il marketing della paura messo in campo dalla destra non cura tali quisquilie. Gira a proprio vantaggio il fatto che l’insicurezza tipica della società odierna può essere raccontata efficacemente nei termini di incolumità da rischi (statistici) e minacce (psicologiche) più che come assicurazione collettiva contro le disgrazie individuali (reti di welfare).
E neppure è particolarmente interessato al fatto che la paranoia collettiva da microcriminalità (in riduzione) finisce per distrarre le forze dell’ordine, magistrati e tutti gli altri corpi dedicati alla pubblica sicurezza, dalla lotta alla grande criminalità organizzata (fenomeno in crescita esponenziale, anche a Genova).
Ciò che importa è sminuzzare la società in unu pulviscolo di atomi impazziti di paura e costruirci sopra la presa del potere. E questa è la riprova che le parole della politica saranno pure pietre, ma – come insegna Bob Dylan – sono “rotolanti”.
13.02.2007 - Uliwood Party
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Abbiamo cercato, già che
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