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dal sito della Comunità Progetto Sud
un analisi (ed un impegno di contrasto) delle dipendenze che condividiamo e che cerchiamo di promuovere anche nella nostra realtà.
la Casa della Legalità e della Cultura
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Di che stiamo parlando?
Sebbene le dipendenze principali e più conosciute siano quelle relative alle droghe, esiste un altro gruppo di dipendenze legate a oggetti o attività non chimiche.
In questi ultimi anni si parla sempre più spesso delle cosiddette nuove dipendenze o, per usare un termine inglese, delle "new addictions", cioè di quei comportamenti socialmente accettati, tra i quali la dipendenza dal gioco d’azzardo, da internet, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso, dal lavoro e dalle relazioni affettive, che, ripetuti ossessivamente, fino all’estremo o in modo continuamente vano e insensato, smettono di svolgere il loro ruolo sociale per schiavizzare l’essere umano. Tali forme di dipendenza pur non comportando l’uso di sostanze psicoattive, hanno effetti che sono altrettanto preoccupanti ed a volte persino devastanti.
Comprare duecento paia di scarpe, passare ore e ore davanti al computer comunicando con sconosciuti, senza rendersi conto del tempo che passa. Ma anche rimanere in ufficio ben oltre l’orario di lavoro, o rovinarsi la vita per il videopoker, essere ossessionati dall’attività fisica e sportiva. Sono solo alcuni esempi di persone che hanno perso il senso della misura e che, anche se non riescono ad ammetterlo, sono "malate". Annullano la propria vita e quella degli altri.
Il problema vero sembra essere quello di come riempire l’esistenza. Queste nuove forme di dipendenza sono in espansione e mettono radici su incertezze, immaturità, false speranze, sicurezze apparenti. Ci rivelano chiaramente che le trasformazioni della nostra epoca hanno determinato cambiamenti significativi negli stili di vita individuali e collettivi generando, accanto a nuovi benesseri, anche falsi bisogni e nuove inquietudini. Uomini, donne, giovani e adolescenti, super-impegnati, costretti a vivere situazioni sociali, affettive e lavorative di ambizione, di immagine, di efficienza, spesso in realtà sono persone fragili. Il mondo esterno ci schiaccia con richieste insistenti, sostanzialmente ci induce alla ricerca della gratificazione immediata e all’eliminazione di stress, vuoto e noia. Siamo indotti a costruire false immagini di noi stessi per poter stare al passo con i tempi. E se non ci riusciamo abbiamo a portata di mano ricette pronte e falsi conforti.
Queste dipendenze non causate da sostanze sono molto insidiose perché meno riconoscibili e meno trattabili con mezzi terapeutici. Le persone colpite sentono una vera e propria schiavitù fisica e sintomi precisi: senza la loro "droga" avvertono nausea, mal di testa, senso di vertigine, vomito, sviluppano aggressività, ansia ed atteggiamenti patologici.
"Dipendenza"?
Ma cosa significa "dipendenza"? Dipendere significa avere bisogno, necessità, di qualcuno o qualcosa per soddisfare una propria esigenza vitale: un benessere fisico o un equilibrio psicologico. Esistono dunque sia dipendenze sane che dipendenze patologiche. Sane e naturali sono, ad esempio, la dipendenza dall’aria, dall’acqua, dal cibo, dalle relazioni sociali, dagli affetti familiari, dalla vita spirituale, nella misura in cui tutto ciò ci consente di poter vivere e accrescere la nostra interiorità.
Patologiche sono quelle dipendenze che, viceversa, diminuiscono o annullano il controllo su noi stessi, compromettendo gravemente la qualità della nostra vita e quella altrui. Tali dipendenze causano una perdita di controllo sulla capacità di scegliere, di saper dire no. Di questo tipo sono le dipendenze da sostanze e da oggetti (alcool, droghe, farmaci, beni di consumo), le dipendenze da persone (genitori, parenti, partner amorosi o sessuali, capi carismatici) o da situazioni (sesso, trasgressioni, eccessi, ecc.).
La dipendenza patologica s’instaura quando si ricorre sistematicamente ad esperienze fuori dall’ordinario, stordenti o eccitanti, per evitare ansia, panico o depressione, per riuscire a mettersi in relazione con gli altri, per provare emozioni significative nei confronti della realtà o di se stessi, per mantenere un equilibrio psicofisico, per sentirsi all’altezza delle situazioni di vita e di lavoro.
Attenzione, però: non bisogna confondere una intensa attività o un uso intenso e smodato con la dipendenza: colui che sa comunque "gestire" i propri eccessi non è un dipendente, anche se è esposto a diventarlo.
Come facciamo a capire che siamo "dipendenti" da qualcosa o qualcuno?
Alcuni atteggiamenti che possono indicarcelo sono: l’impossibilità a resistere all’impulso di mettere in atto un certo comportamento; una sensazione crescente di tensione prima dell’inizio dell’atto e di perdita di controllo durante; ripetuti tentativi di ridurre o abbandonare il comportamento; reiterazione del comportamento nonostante la consapevolezza che lo stesso possa causare o aggravare problemi di ordine sociale, finanziario, psicologico o psichico; agitazione o irritabilità in caso di impossibilità a dedicarsi al comportamento.
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Nel linguaggio comune si tende a non far distinzione tra indipendenza e autonomia. Molti individui sono indipendenti, fisicamente, praticamente, materialmente, ma non sono autonomi interiormente. Possono anche vivere da soli, essere in grado di mantenersi economicamente, ma non hanno fondato le radici in loro stessi. Continuano a mantenere gli altri come riferimento costante, a dipendere dal loro giudizio e dalle loro prestazioni, a ritenere indispensabili la loro presenza e il loro appoggio.
"L’amo da morire!", è una frase che abbiamo sentito forse centinaia di volte. Ma è vero che si può "morire d’amore"? I francesi, un tempo, lo chiamavano amour fou, amore folle. Oggi, gli anglosassoni lo chiamano love addiction, ossia dipendenza amorosa o affettiva.
Esistono persone, soprattutto donne ma sempre più anche uomini, che vivono la dedizione d’amore fino al limite estremo: sopportano sacrifici, angherie, maltrattamenti, si annullano per l’amato fino a "morirne", non sempre solo in senso figurato.
L’amore può dunque essere considerato una psicopatologia? Ebbene, se la finalità dell’amore non è la crescita dell’Io o dell’amore stesso, ma piuttosto l’autodistruzione, abbiamo il diritto e anzi il dovere di parlare di una psicopatologia.
La dipendenza affettiva patologica nasce da una bassa stima di sé, da una mancata maturazione del sentimento di dignità e di valore personali, che possono derivare sia da esperienze infantili negative, sia da un giudizio morale riguardo a se stessi rigido e persecutorio, di tipo depressivo, più o meno nascosto.
La ricerca inesausta di conferme dall’Altro proviene dall’incapacità di darsele da sé queste conferme. L’Altro diventa così lo specchio e il nutrimento dal quale finiamo col dipendere.
Una relazione affettiva così fondata si basa su una disparità di fondo, che alla lunga non farà che creare malessere.
Una relazione equilibrata è quella in cui l’intimità è reciprocità, è mutuo riconoscimento disinteressato che rende possibili rapporti destrumentalizzati, fondati sulla gioia di dare gioia; è scelta di donarsi. Si raggiunge se si è raggiunta una forte autonomia personale, che consenta di esporsi nella relazione per quello che si è, con le proprie debolezze, senza necessità di controllare l’altro.
Amare significa riconoscere l’altro, la sua identità, il suo spazio psicologico vitale, la sua unicità; una reciproca comprensione che permette di regolare le distanze e di rispettare i confini dell’altro.
Senza dubbio l’amore dovrebbe essere generoso, per sua natura, ma nello stesso tempo dovrebbe poter essere anche sanamente egoistico. Non c’è errore di prospettiva più deformante e dannoso che far dipendere il nostro benessere, la nostra stabilità affettiva e la realizzazione delle nostre aspirazioni da un’altra persona, fosse quella che più amiamo al mondo. Se poi il rapporto si logora e si spezza, la persona maggiormente coinvolta dovrà fare i conti non soltanto con il fallimento di un progetto che aveva colmato il senso della sua vita, ma anche con il deserto che l’assenza di investimenti alternativi gli ha creato intorno.
Abbandono e solitudine sono spauracchi sempre in agguato e diventano validi pretesti per lasciarsi ricattare affettivamente.
La dipendenza patologica da una persona assomiglia a tutte le altre forme di dipendenza, stessi comportamenti compulsivi, stessa degradazione, stesso terrore delle crisi di astinenza, stessa mortale solitudine.
La verità è che in ambito affettivo è più difficile smontare che costruire. È più difficile smettere di amare che innamorarsi. Ed è più difficile sciogliere i legami di dipendenza emotiva, anche quelli che non arrecano benessere, che crearne di nuovi.
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La nozione di dipendenza sessuale a volte è confusa con la normale positiva, piacevole ed intensa sessualità goduta con il proprio partner o con la semplice alta frequenza dei rapporti sessuali. Alcune persone vivono degli eccessi sessuali, ma sono comunque in grado di controllarli e sanno valutare adeguatamente le situazioni in cui vengono a trovarsi.
I dipendenti sessuali, invece, hanno perso il controllo sulla loro capacità di dire no. Invece di approcciarsi alla sessualità come gioco, relazione, comunicazione, scambio di piacere, momento privilegiato dell’intimità, la vivono in modo ossessivo, relazionandosi ad essa per confrontarsi con il dolore, prendersi cura di sé, rilassarsi dallo stress. Tale ossessione trasforma il sesso nella componente primaria della loro vita per la quale tutto il resto viene sacrificato, inclusi la famiglia, gli amici, la salute, la sicurezza ed il lavoro.
Il loro comportamento sessuale è parte di un ciclo di pensieri, sentimenti ed azioni che non riescono più a controllare. Il dipendente sessuale instaura, così, una relazione distorta con la realtà, in grado di modificargli l’umore con le cose e con le persone. Progressivamente, passa attraverso fasi nelle quali si allontana dagli amici, dalla famiglia e dal lavoro. La sua vita segreta diviene più reale di quella pubblica, sebbene a causa di questa doppia identità sperimenti potenti sentimenti di vergogna.
Secondo alcune ricerche poco più della metà dei dipendenti sessuali commetterebbe con alta frequenza reati a sfondo sessuale.
Il prototipo del dipendente sessuale è di sesso maschile, tra i 36 ed i 50 anni, residente al nord Italia, con un basso livello d’istruzione, separato o vedovo. L’uomo, infatti, è più esposto delle donne ai continui e martellanti stimoli sessuali che i mass-media impongono, proponendo figure femminili sempre più provocanti.
L’euforia prodotta dall’atto sessuale dura tanto quanto il rito sessuale. Ma subito dopo l’atto sessuale i dipendenti si sentono inebetiti, tristi, in colpa. Cessato l’orgasmo, queste persone sperimentano sentimenti di intensa disperazione e di odio nei propri confronti. La pressione esercitata dai loro pensieri negativi e i sentimenti di rimorso, vergogna e odio verso se stessi li portano al punto di ricercare il sollievo in modo assolutamente necessario. Come gli alcolisti cercano sollievo nel bicchiere, così i dipendenti sessuali lo cercano nel sesso e nel piacere che questo fornisce loro, stabilendo così il circolo vizioso di questa malattia che alla fine rende le loro vite impossibili da gestire.
Come conseguenza diretta, il soggetto che soffre di dipendenza sessuale può sviluppare disfunzioni sessuali, malattie sessualmente trasmesse o disturbi quali ulcera, pressione alta, calo delle difese immunitarie, esaurimento fisico o disturbi del sonno.
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L’interesse per gli sport estremi e le attività rischiose tra i giovani sembra essersi sviluppato molto tra gli anni ‘80 e ‘90, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui sempre più ragazzi sono attratti dalla sfida contro i propri limiti fisici e le paure o contro quelli della natura: il vuoto, l’altezza, le rapide, il vento e la velocità. Quando si parla di questi temi il pensiero va subito a quella fascia di giovani, il cosiddetto "popolo della notte", in cerca dello sballo continuo. In alcuni casi si parla anche di "baby gangs", gruppi dediti a piccole attività delinquenziali, in cui l’età dei componenti va dai 12 ai 24 anni e in cui si stima che la presenza femminile sia minoritaria.
Ma non bisogna pensare che si tratti soltanto di frange giovanili disagiate; non stiamo parlando soltanto di giovani malviventi o a rischio di devianza.
I dati mostrano che questo popolo di "estremisti del rischio" è composto da ragazzi e ragazze di classi sociali medie (o addirittura alte), senza problemi finanziari, a volte eccessivamente "coccolati" e protetti dalla famiglia, in cui la ricerca della trasgressività ("normale" fase di passaggio dell’adolescenza) si spinge fino ai limiti estremi della pericolosità per sé e per gli altri, della violenza gratuita e di veri e propri reati (danneggiamenti a cose, rapine o furti finalizzati alla ricerca di oggetti status symbol, come cellulari, giubbotti, etc.).
Nell’epoca attuale il rischio riveste una molteplicità di forme e significati con un denominatore comune: la ricerca di limiti che abbiano un valore di garanzia per l’esistenza. "Andare all’estremo di se stessi", "oltrepassare i propri limiti", ecc., sono tutti comportamenti di sfida necessari per affrontare se stessi, sotto gli occhi degli altri. Attraverso la ricerca dei limiti, l’individuo indaga le proprie caratteristiche, impara a riconoscersi, a dare valore alla sua esistenza.
Affrontare un rischio diventa la sfida suprema: incantare simbolicamente la morte. Sfidarla, tracciando i limiti della sua potenza, talvolta cozzandovi frontalmente, rafforza il senso di identità di colui che accetta la sfida. Dal successo dell’impresa nascono un entusiasmo, una boccata di significati capaci di restituire all’esistenza, almeno per qualche tempo, delle basi più favorevoli. Sfidare la paura, sentirsi totalmente liberi, potenti e invincibili, assecondare il bisogno irrefrenabile di spingersi sempre oltre, il tutto accompagnato dalle alterazioni fisiche e mentali che le forti scariche di adrenalina e sensazioni ed emozioni intense riescono a produrre.
Nel corso degli ultimi dieci anni, si è riscontrato un aumento vertiginoso dei comportamenti rischiosi soprattutto tra gli adolescenti: sfrecciare ad occhi chiusi davanti ad un segnale di stop, non fermarsi ad un semaforo rosso, guidare contromano in autostrada, saccheggiare un negozio, lanciarsi nel vuoto appesi ad un elastico, arrampicarsi su muri e palazzi, tuffarsi in acqua da scogli alti e pericolosi, giocare alla famosa "roulette russa", cavalcare i treni (surf metropolitano).
Tutti questi comportamenti che mettono in pericolo l’incolumità di se stessi (ma in realtà anche degli altri) permettono a chi li fa di sentirsi rassicurato sul fatto di esistere e di sperimentare una sottile posizione di dominio. In questo modo la morte cessa di essere una potenza temibile e imprevedibile per trasformarsi in una forza con la quale è possibile, fino a un certo punto, giocare, scommettere o con la quale negoziare e stipulare un patto.
Per i dipendenti dal rischio il tempo del pericolo è un tempo sacro, perché procura l’esaltazione, l’ebbrezza interiore di osare un’impresa in cui la vita è appesa a un filo. Proprio perché c’è la possibilità di perdere tutto, c’è anche quella di vincere tutto.
In una società in cui tutto diventa indifferente, occorre misurare il valore dell’esistenza rischiando di perderla. Paradossalmente, sfiorare deliberatamente la morte conferisce un prezzo alla vita, quando manca un sistema di significati e di valori collettivamente condiviso.
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Giocare d’azzardo è un comportamento estremamente diffuso, tollerato e anche socialmente incentivato. Moltissime persone si lasciano conquistare da forme di gioco d’azzardo, ed è esperienza o consuetudine di parecchi giocare la schedina, acquistare un biglietto di una lotteria nazionale, giocare al lotto o scommettere su una competizione sportiva: è un comportamento che offre la possibilità di sperare, con poca spesa e poca fatica, di poter cambiare la propria vita o realizzare un piccolo sogno, di sfidare o interrogare la sorte, di vivere un’emozione diversa.
La dipendenza dal gioco è l’unica dipendenza legale senza uso di droghe riconosciuta ufficialmente dalla psichiatria americana come un’alterazione psichica originata dal disturbo del controllo degli impulsi. Gli impulsi incontrollati sono accompagnati da una forte tensione emotiva e non si lasciano influenzare dal pensiero riflessivo. Quando il dipendente si abbandona al gioco attraversa un momento di sommo piacere, che può raggiungere il livello della sbornia o dell’estasi, causato dalla sensazione che il tempo si sia fermato e dal fatto che il soggetto esce da se stesso per entrare in uno stato di coscienza particolarmente alterato.
L’impulso irresistibile a giocare riesce a cancellare nel gambler il senso di colpa, che viene nascosto dietro false razionalizzazioni, ragionamenti apparentemente veri ma ingannevoli. "Giocherò solo fino a tale ora e a tale momento"; "Dato che sto vincendo, devo continuare… devo approfittare della fortuna"; "Ora che sto perdendo non devo smettere… devo rifarmi"; "Non giocherò più". È un circolo vizioso: se il giocatore dipendente perde, tenta di continuare il gioco per riguadagnare i soldi persi, e, se vince, continua a giocare perché sente che è il suo giorno fortunato.
Quando il gambler tenta di rinunciare al gioco e di resistere a tale impulso cade in preda ad un profondo malessere sotto forma di ansietà o irascibilità, associato a turbe vegetative e disturbi del comportamento (una sintomatologia depressiva) che possono culminare nell’atto suicida.
Lo stimolo che può scatenare l’impulso al gioco può essere un fattore esterno o circostanziale, come il luogo, l’ora o la situazione, oppure può essere un fattore interno personale di tipo affettivo o cognitivo. In entrambi i casi, il gambler arriva alle stesse conclusioni: "Oggi mi sento fortunato, è il mio giorno".
Di solito questa dipendenza ha inizio in età giovanile (nella tarda adolescenza), ed è associata da una parte ad un rifiuto ansioso nei confronti dei doveri (paura di sottostare alla disciplina dell’ordine, dello studio e del lavoro), dall’altra a meccanismi nevrotici di fuga dalla realtà.
Non esiste un profilo di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza dal gioco, bensì alcuni tratti che coincidono più o meno con quelli osservati in altri tipi di dipendenza, quali la mancanza di autocontrollo (responsabile di comportamenti impetuosi ed impulsivi), la bassa autostima e gli elementi che costituiscono la personalità limite, narcisistica e antisociale. Inoltre, il sovraccarico di stress, la sensazione di solitudine e la difficoltà di concentrare la propria attenzione sono fattori caratteriali o situazionali che facilitano l’insorgenza di tale dipendenza.
L’angoscia di sottostare alla vita comune, fatta di tempi lunghi e di fatiche, è tale da spingere questi soggetti verso la falsa "scorciatoia" e l’illusione di una vincita immediata e definitiva che li renda diversi dai "comuni mortali" e definitivamente "liberi". Il disturbo che è al centro di questa dipendenza è una sorta di monomania, per la quale il gioco rappresenta una sfida alle norme e ai doveri vigenti e la vincita un piacere assoluto, che condensa in sé ogni felicità e separa radicalmente dall’angosciosa relazione con gli altri e con la società nel suo complesso.
È anche necessario sottolineare che l’assenza di leggi sufficientemente restrittive, accompagnata dall’incitazione proveniente dalla pubblicità e dall’alta disponibilità degli strumenti di gioco, sono tutti fattori ambientali importanti nella diffusione del fenomeno.
Oggi non è più necessario raggiungere un casinò per poter giocare d’azzardo: i "video-poker" sono macchinette "mangiasoldi" presenti ancora in molti bar italiani. Esistono anche casi di persone che s’indebitano giocando al lotto, che è un gioco d’azzardo "benedetto" dallo Stato, o con le scommesse sulle più svariate competizioni sportive. E naturalmente sfuggono alle statistiche ufficiali tutti i dati relativi al gioco clandestino. I giochi che danno più dipendenza sono quelli che permettono una maggiore prossimità spaziale e temporale tra la scommessa ed il premio, quali ad esempio le slot-machine e la roulette.
Con una dipendenza da gioco che va avanti da tempo è molto probabile che la situazione lavorativa, familiare ed economica del giocatore si aggravi a poco a poco, ma ciò non costituisce comunque un deterrente per l’interruzione del gioco incontrollato. La personalità del dipendente subisce modificazioni nella sfera volitiva, affettiva e cognitiva. In ultima analisi si può arrivare a vere e proprie forme di disperazione causate da diversi fattori: conflitti familiari, crisi professionale o perdita del lavoro, attacchi dei creditori, una salute debole.
Oggi è maggiormente possibile affrontare il problema della dipendenza da gioco e superarlo; esistono infatti sempre più centri specializzati e dei trattamenti terapeutici studiati per guarire da questa pericolosa forma di dipendenza. Da una parte una psicoterapia che aiuti il soggetto a capire le dinamiche antiche e presenti del suo rifiuto dei piaceri ordinari (amore, amicizie, lavoro, gioco disinteressato e sensibilità estetica); dall’altra interventi anche di tipo farmacologico (che sostengano il paziente nel graduale "svezzamento" dal sintomo e nella quasi inevitabile ricomparsa della soggiacente depressione) e gruppi di auto-aiuto con persone sofferenti dello stesso problema o di problemi connessi con la depressione ansiosa.
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La "compulsione all’acquisto" (la smania di comprare cose) si basa sul desiderio morboso e irrefrenabile di acquistare oggetti superflui o del tutto inutili, che spesso non riflettono i gusti abituali dell’acquirente, né tanto meno sono coerenti con le possibilità finanziare dello stesso, arrivando perfino a far andare in rosso i suoi conti economici.
La dipendenza dagli acquisti colpisce più frequentemente le donne piuttosto che gli uomini. La prevalenza femminile sarebbe dovuta a due fattori: in primo luogo, la maggiore predisposizione agli acquisti da parte delle donne, esposte di più all’influenza della moda, al capriccio del momento e al culto dell’immagine; in secondo luogo, la maggiore incidenza nelle donne dei fattori consumistici riguardanti la personalità, come il senso di solitudine e il basso livello di autostima.
Le cause di tale forma di dipendenza, sia negli uomini che nelle donne, sono molteplici: senso di solitudine o di vuoto esistenziale e le forme di personalità impulsiva, narcisistica e insicura. Gli oggetti acquistati dal compratore dipendente variano a seconda del sesso. Le donne di solito si indirizzano verso l’abbigliamento, gli indumenti intimi, le scarpe, i cosmetici e i gioielli, mentre gli uomini si lasciano affascinare dalle giacche, i computer, i video, gli impianti stereo e gli accessori per l’auto. Vi sono dipendenti che diversificano le proprie scelte mentre altri si concentrano esclusivamente su un tipo di prodotto. La maggior parte di queste persone tende a mettere da parte ciò che compra ed a volte finisce per regalarlo o buttarlo via.
Quasi tutti i soggetti dipendenti vanno incontro a serie difficoltà economiche: a volte l’eccessivo dispendio di denaro porta alla bancarotta della famiglia. Generalmente, i dipendenti dagli acquisti provano vergogna e un senso di colpa dovuti alla loro condotta e poche volte confessano ad altri la mancanza di controllo che li affligge. In letteratura si è soliti distinguere due forme principali di consumo patologico:
Consumopatia abusiva: la dedizione esagerata agli acquisti è sintomo di un disturbo psichico di natura patologica, quale ad esempio una depressione, un delirio schizofrenico o una demenza. L’eccesso negli acquisti, in questo caso inteso come disturbo psichiatrico, si attenua quando anche il quadro psichiatrico si attenua e non esige, quindi, alcun trattamento specifico. Consumopatia da dipendenza: la dedizione esagerata agli acquisti, dovuta al mancato controllo dell’impulsività, in questo caso si manifesta seguendo due sequenze: in primo luogo si riscontra la necessità irrefrenabile di acquistare un oggetto, accompagnata da un forte sentimento di ansia e irritabilità se non viene effettuato l’acquisto. Una volta esaudita tale frenesia si entra in uno stato di rilassamento piacevole, in seguito offuscato spesso dal senso di colpa. In secondo luogo, si rileva il ripetersi della necessità di fare acquisti dopo un periodo che può andare da alcune ore a varie settimane o mesi. Al momento dell’acquisto, il soggetto dipendente prova sensazioni acute di piacere, analoghe per alcuni aspetti a quelle prodotte dalla somministrazione di cocaina o di un narcotico a un tossicodipendente.
L’analisi psicologica mostra che, il più delle volte, l’individuo affetto da questa patologia è stato vittima, in età precoce, di una grave mortificazione della sua vera e spontanea identità, e che quindi, divenuto adulto, ricerca tale spontaneità nell’illusoria libertà consentita dal mondo delle merci.
L’insuccesso sistematico di questa ricerca rivela infine al soggetto la sua verità nascosta: l’esser stato e l’essere tuttora un individuo dipendente dal mondo esterno, immerso in uno scenario in cui è già impossibile sfuggire alla suggestione del consumismo: i rapporti umani sono sempre più rarefatti, mentre si moltiplica in modo vertiginoso il rapporto con le cose.
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In questo grande gruppo di dipendenze troviamo non solo quella televisiva (largamente studiata da diversi anni a questa parte), ma anche forme di dipendenza legate ad oggetti e tecnologie relativamente nuovi, come il computer ed Internet, le chat, i cellulari, la play station, i giochi interattivi, ecc. Il tutto in considerazione anche del fatto che negli ultimi anni si è consolidata l’equazione "tempo libero = uso dei mezzi di comunicazione di massa". Tutto ciò ha comportato, nella sfera individuale di numerose persone, un impoverimento di esperienze dirette di confronto con la realtà, a vantaggio del proliferare delle attività di conoscenza e intrattenimento mediate dai mezzi di comunicazione di massa, un processo che frequentemente tende a generare la confusione tra "realtà virtuale" e "realtà concreta".
Come ogni strumento di comunicazione, anche la televisione può essere utilizzata bene o male e può diventare oggetto da cui dipendere quando si ricercano in essa soddisfazioni ai propri bisogni o quando si delegano a questo mezzo compiti e funzioni sociali che non dovrebbe svolgere (educare i bambini, proporre modelli comportamentali per gli adulti, ecc.), divenendo uno "strumento umanizzato", al punto da rappresentare una vera e propria compagnia virtuale, talvolta preferita in parte o in tutto a quella reale.
Si parla di teledipendenza intesa sia come consumo eccessivo di televisione e sia come fissazione anomala nei suoi confronti.
Si usa distinguere dunque due forme di teledipendenza: il teleabuso (contemplazione regolare di una quantità eccessiva di televisione) e la telefissazione (contemplazione della televisione in condizioni del tutto sconsigliabili, per esempio in un atteggiamento silenzioso ed immobile, da soli o ignorando la compagnia delle persone presenti).
Il teleabuso provoca una specie di intossicazione cronica che trasforma gradualmente la mentalità del telespettatore che diventa passivo (con perdita di iniziativa, impulso e senso critico) ed apatico (con indifferenza e mancanza di motivazione), come se si trovasse in uno stato di inerzia dal quale esce ogni tanto con un’ondata di impulsività spesso interpretata come comportamento violento improvviso.
La caratteristica principale della telefissazione, invece, è l’assoluta immersione della mente del telespettatore nello schermo, in modo ripetuto o prolungato. Il suo effetto è un’intossicazione televisiva acuta che si riflette in uno stato mentale che oscilla tra l’ebbrezza, o la trance estatica, ed il vuoto tipico di una semiparalisi mentale. Nel caso dei bambini la telefissazione può provocare stati di trance semiipnotica. L’immagine televisiva si sdoppia e divora la mente infantile, se durante questo processo non intervengono i commenti di un adulto presente. Quasi lo stesso accade negli adulti dotati di scarsa energia psichica, ipersensibili, ultraricettivi o molto suggestionabili.
Esistono teleabusi a tutte le età, da quando si nasce fino a quando si muore. I capricci fatti dai bambini per vedere la TV cominciano già all’età di 3 anni. Ma la passione eccessiva per la televisione coinvolge anche gli adolescenti e gli adulti, creando non pochi disagi.
Il quadro complessivo della teledipendenza si sviluppa progressivamente andando a scapito del rendimento scolastico o dell’efficienza sul posto di lavoro, di attività di svago alternative, della comunicazione socio-familiare e perfino del livello intellettuale ed affettivo del soggetto, sempre più caratterizzato dall’apatia, da un atteggiamento passivo e dalla mancanza di senso critico.
Il teledipendente arriva ad avere crisi di astinenza con nervosismo, irritabilità e agitazione ansiosa, nel momento in cui non ha a disposizione una televisione o tenta di resistere all’impulso di accenderla. Inoltre, è maggiormente predisposto verso altre dipendenze correlate, come quella dagli acquisti o da Internet.
Relativamente alla dipendenza da computer e da Internet ("Internet Addiction Disorder", I.A.D.), bisogna precisare che non tutte le persone che ne fanno uso ne diventano poi dipendenti. Nelle case, sul posto di lavoro e a scuola, milioni di persone ogni giorno spediscono e-mail, ricercano dati per i loro studi e affari, si tengono aggiornati, ecc. Queste persone non restano alzate tutta la notte per colloquiare nelle chat-line, né si perdono per ore in giochi interattivi, ma continuano a prestare attenzione alle relazioni che hanno nella vita reale e non si sottraggono ai loro obblighi e alle responsabilità quotidiane.
Eppure, ogni giorno un numero sempre maggiore di utenti e di loro familiari racconta di esperienze angosciose e di vite sfuggite ad ogni controllo. Persone che arrivano a considerare Internet non come uno strumento tecnologico, ma come una tentazione tecnologica.
La maggior parte degli studi condotti sull’argomento ha dimostrato che: molti Internet-dipendenti hanno già alle spalle significativi problemi emotivi o psichiatrici ancora prima di essersi mai collegati alla Rete (ad esempio, depressione, disturbi bipolari o anche ossessivo-compulsivi); molti Internet-dipendenti sono ex alcolisti o ex tossicodipendenti. In questi casi il ricorso ad Internet sembra strettamente collegato ad un tentativo di compensare le difficoltà relazionali reali, ricercando nella Rete amici o relazioni sentimentali attraverso una via più veloce e che consenta di superare le insicurezze che, invece, sono amplificate dalle quotidiane relazioni faccia a faccia. Ma la Rete, ricca di potenzialità e opportunità di informarsi, conoscere e confrontarsi, risponde molto bene ai bisogni anche di persone che non hanno mai avvertito alcun disturbo psicologico, le quali non sono esenti dalla possibilità di divenire vittime dei propri stessi bisogni, attraverso dei comportamenti rischiosi di eccessivo consumo, talvolta associati ad una complementare riduzione delle esperienze di vita e di relazione reali.
La Rete è molto allettante: consente di annullare lo spazio e le distanze, di inventare le più diverse identità, di fingere, osare, vivere emozioni sentendosi "protetti", sentirsi appartenenti ad uno o più gruppi. Ma rischia anche di attrarre chi è costituzionalmente "indifeso" e impreparato (come i bambini e gli adolescenti) in territori pericolosi, come la pornografia, la sessualità vissuta in maniera distorta e la violenza in generale.
È stato appurato che gli uomini e le donne fanno uso del mondo on-line in modo molto diverso: i primi sono più orientati verso le fonti di informazione, i giochi interattivi di tipo aggressivo, spazi chat sessualmente espliciti e cyberpornografia; le seconde prediligono le chat room per allacciare amicizie che diano qualche tipo di sostegno, per cercare un’avventura romantica o per lamentarsi dei propri problemi personali. Le donne, inoltre, vivono con sollievo il fatto che nessuna persona incontrata in Rete possa conoscere il loro aspetto fisico.
Ciò che sembra accomunare tutti gli Internet-dipendenti è la negazione del problema, come peraltro lo è per qualunque tipo di dipendenza. Queste persone non riconoscono il proprio comportamento come problematico, né si rendono conto delle conseguenze negative che esso produce.
I danni più frequenti provocati da tale tipo di dipendenza sono: a) l’obesità, legata non solo al poco movimento, ma anche all’abitudine di "spiluccare" snack e merendine davanti al monitor; oppure la perdita di appetito, legata all’estraniazione dal mondo reale; b) dolori articolari; c) danni alla vista; d) vertigini e senso di nausea; e) alienazione; f) difficoltà relative alla sfera familiare, lavorativa e affettiva.
Quali sono a grandi linee le vie che conducono all’Internet-dipendenza? Si può provare a schematizzarle così. Prima fase: caratterizzata dall’attenzione ossessiva e ideo-affettiva a temi e strumenti inerenti l’uso della Rete, che genera comportamenti quali controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata; una modalità di fruizione a "zapping" alla ricerca di programmi e strumenti di comunicazione particolari; prolungati periodi in chat.
Seconda fase: caratterizzata dall’aumento del tempo trascorso on-line (anche nelle ore lavorative e nelle ore notturne, in cui si è disposti a rinunciare anche al sonno) con un crescente senso di malessere, di agitazione, di "mancanza di qualcosa" o di "basso livello di attivazione" quando si è scollegati (una condizione paragonabile all’astinenza). E se inizialmente l’aspetto economico relativo ai costi di connessione poteva rappresentare un lieve fattore di inibizione di questa tossicofilia, oggi risulta pressoché irrilevante, date le numerose possibilità di rimanere a lungo collegati a basso costo.
Terza fase: in cui l’Internet-dipendenza agisce ad ampio raggio, danneggiando diverse aree della vita, quali quella scolastica/lavorativa e quella relazionale, in cui si rilevano problemi di scarso profitto, di assenteismo e di isolamento sociale anche totale.
Anche un uso eccessivo ed un attaccamento morboso al cellulare, possono creare forme di dipendenza che riflettono un generico disagio nell’instaurare sane relazioni sociali ed una tendenza all’estraniazione dal mondo reale.
Si può diventare dipendenti anche dal telefonino? Evidentemente sì. Il cellulare provoca dipendenza al pari della cocaina o di altre sostanze stupefacenti. Sebbene nessuna clinica ammetta pazienti dipendenti dal telefono mobile, sono in crescita i medici che confermano questa tendenza. La sindrome si manifesta in età giovanile (ormai ansia e depressione colpiscono anche i più piccoli) ma, crescendo l’età, interessa percentuali sempre più ampie di popolazione.
Alcuni esperti hanno fatto notare che per parlare di dipendenza è necessario che le persone subiscano seri danni. L’uso della cocaina, per esempio, provoca danni al cervello, mentre per i telefoni mobili non si è ancora giunti a una simile conclusione, sebbene si sia parlato dei possibili rischi dovuti alle loro radiazioni. Alcune aziende (inglesi) hanno comunque cominciano a prendere il problema sul serio, pubblicando le raccomandazioni per evitare che l’uso prolungato della tastiera provochi danni alle mani e alle dita. I problemi che nascono da questa sorta di "malattia" sono, appunto: dolori alle mani e in particolare al pollice; un senso di vuoto e addirittura ansia quando non si può usare il cellulare. Molti ricorrono al medico per cercare di rimediare a questi fastidi, soprattutto al dolore alla mano che nasce dall’abitudine eccessiva di spedire SMS e anche da un parallelo uso smodato dei videogame. Oltre a provocare irascibilità e disturbi dell’umore, gli SMS sono responsabili anche della perdita del lessico e della capacità di parlare nei giovani, che preferiscono un linguaggio simbolico e sintetico.
La dipendenza da SMS colpirebbe, secondo alcune indagini, ben un ragazzo su tre!
Da alcune indagini risulta che ben il 70% dei soggetti modifica il proprio comportamento quando è impossibilitato a usare il telefonino, mostrando tic di natura nervosa, mai evidenziati prima, come ad esempio mettersi continuamente le mani in tasca, guardare spesso l’orologio, cercare il telefonino ogni volta che si sente uno squillo, ecc.
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La dipendenza dal lavoro costituisce una delle tante forme di dipendenza lecita senza uso di droghe, descritta dagli specialisti come la più "pulita" delle dipendenze. In realtà tale forma di dipendenza non è poi così recente, dato che la sua presenza si registrava già 50 anni fa, ma solo da pochi anni è oggetto di ricerca sistematica. La novità rappresentata dagli ultimi tempi è che mentre una volta era una forma di dipendenza tipicamente maschile, oggi essa colpisce con una certa frequenza anche le donne.
Molte persone evadono dai problemi relazionali o familiari, dal sentimento di vuoto interiore, buttandosi sul lavoro. Essi aggirano i problemi quotidiani. Il lavoro non ha più la funzione di garantire la base essenziale per sopravvivere, ma diventa una droga, che ci aiuta a superare le inquietudini esistenziali ed i problemi familiari.
A tal proposito, è necessario fare una premessa fondamentale: oggi in tutto l’Occidente il lavoro è il criterio indispensabile per integrarsi nell’ambiente socio-culturale, per essere accettati dagli altri come soggetti di pieno diritto, per conquistare la libertà personale attraverso l’indipendenza economica, ecc. Tutti questi elementi possono trasformare il lavoro in se stesso in una fonte di piacere indiretto. Il lavoro diviene così un’attività che sebbene non risulti gratificante in sé, lo è invece per le sue implicazioni sociali ed i suoi risultati. Gli elementi del lavoro che più scatenano la frenesia ed il piacere sono il successo e il potere.
Il dipendente dal lavoro avverte la forte necessità di dedicare la sua vita ed il suo tempo al lavoro a costo di ridurre o eliminare del tutto la vita familiare e personale. L’elemento della vita che generalmente si altera più precocemente a causa della dipendenza dal lavoro è proprio la vita familiare: mancanza di comunicazione tra i suoi membri, atteggiamento autoritario e spesso irato del soggetto dipendente.
Il dipendente vive per il suo lavoro e si sente desolato, vuoto, angosciato o irritabile quando ne è lontano, come succede in un giorno festivo e nei fine settimana. Pensa giorno e notte al lavoro, si sforza di trovare soluzioni ai problemi dell’azienda, che siano reali o immaginari, ha incubi su supposti errori commessi sul lavoro e fantastica sul migliore dei modi per affrontare il capo.
Altri tratti specifici del lavoratore patologico sono: l’iperattività, lo spirito di competizione e sfida, un forte spirito d’impresa, il desiderio illimitato di soddisfazione professionale, il culto dell’impresa e del lavoro, una relazione difficile con il tempo libero, la difficoltà a rilassarsi durante le vacanze ed il fine settimana, negligenza nella vita familiare, manifestazione di stress nel lavoro, un comportamento aggressivo e impaziente verso i colleghi di lavoro.
Sintomi psichici del dipendente possono essere stati di esaurimento, depressioni leggere, paure infondate e disturbi della concentrazione. Mentre i disturbi fisici si manifestano tramite mal di testa, mal di stomaco, disturbi cardiaci o disturbi circolatori.
I dipendenti nonostante tutto ciò continuano a dedicarsi sempre di più al lavoro. Le loro forze lavorative sembrano inesauribili. Tali persone accumulano sempre abbastanza lavoro e si sentono inutili se non sono sotto pressione. L’essere commiserati dagli altri a causa del tanto lavoro da svolgere riesce a diminuire i loro sensi di colpa ed a rafforzare la loro autostima.
Intensificandosi questo ritmo i problemi derivanti sono di natura sempre più preoccupante: pressione alta, ulcera e depressioni talmente gravi da rendere necessario un intensivo trattamento medico. Nella fase cronica della dipendenza è possibile che il rendimento lavorativo subisca una brusca diminuzione (anche perché la persona dorme sempre di meno, e magari lavora di nascosto) e che si passi all’uso di stimolanti e calmanti, di alcool e nicotina che non fanno che accelerare il fallimento morale e sociale.
I dipendente dal lavoro sopra- o sottovalutano se stessi. Si vedono come persone molto abili oppure come dei buoni a nulla. Pensano che le altre persone non li rispettino per quello che sono; per tale motivo le loro capacità vengono mostrate in modo esagerato e gli errori non vengono quasi mai nominati.
Sembra possibile che una predisposizione alla dipendenza dal lavoro venga agevolata nel caso in cui il dipendente abbia spesso dovuto guadagnarsi l’affetto dei genitori con rendimenti buoni. In molti dipendenti le proprie prestazioni lavorative diventano un tentativo inconscio di ottenere la loro approvazione.
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C’è chi di fitness si ammala, nel senso che ne rimane schiavo a tal punto da esasperare gli sforzi e le sedute di allenamento mettendo a repentaglio la propria salute.
Tanti sono gli ultraquarantenni che, sottoponendosi a sforzi esagerati per sfuggire all’invecchiamento, restano vittime di ictus e attacchi di cuore. Ma molte sono le persone che si impongono esercizi ed attività fisiche estenuanti (magari non sostenute da programmi di allenamento ben calibrati rispetto al proprio organismo) perché vivono con ossessione la cura del proprio corpo e la ricerca di una forma estetica perfetta.
La dipendenza da sport è uno squilibrio dell’allenamento che si verifica quando l’attività fisica praticata è talmente intensa che il nostro organismo non riesce, nei tempi di recupero, a smaltire la fatica accumulata. I suoi effetti sull’organismo sono significativi.
La dipendenza da sport è meglio conosciuta come overtraining che propriamente significa "eccesso di training", ma il termine viene utilizzato per indicare una condizione clinica che andrebbe più correttamente definita come "Sindrome da Overtraining (OT)". La "Sindrome da OT" è una situazione cronica, stabilizzata, per il cui recupero sono necessari mesi di riposo; è fondamentale infatti differenziarla dall’overreaching che è di breve durata (recuperabile con due settimane di riposo) e dal banale "senso di fatica" che perdura uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento.
Come si genera l’overtraining?
Il nostro organismo ha bisogno di mantenere costanti nel tempo alcuni indici fisiologici quali: la temperatura corporea, la glicemia e lo stato di acidità del sangue. Quando ci alleniamo, mettiamo sotto stress il nostro corpo, perché questi parametri vengono modificati, e lo costringiamo ad adattarsi e ad elevare le sue prestazioni. Ciò non può avvenire in modo indiscriminato: occorre che ci sia un adeguato recupero tra una sollecitazione e quella successiva.
Oltre che da un’errata metodologia di allenamento, l’overtraining può essere determinato anche dalla monotonia degli esercizi, una cattiva alimentazione, lo scarso riposo notturno, un regime di vita non conforme alle norme sportive, l’uso di sostanze mediche pericolose, problemi di carattere personale, ecc.
In linea generale, i principali sintomi dell’overtraining sono:
- un eccessivo affaticamento per ogni minimo sforzo compiuto
- minore capacità di prestazione
- l’insorgenza di strane intolleranze alimentari
- nausea e disturbi gastro-intestinali
- l’abbassamento della frequenza cardiaca a riposo
- disturbi nel rapporto sonno/veglia.
A livello psicologico si registrano:
- scarsa concentrazione e tendenza a distrarsi
- poca voglia di allenarsi
- umore instabile
- irritabilità
- abbassamento dell’autostima
- poca determinazione e scarsa capacità di autovalutarsi.
Anche il fitness dunque, se vissuto negativamente, può far male. È necessario ricordare che fare sport non significa mai "dare il massimo" o "dimagrire ad ogni costo", ma ricercare, nell’attività che facciamo, il benessere psicofisico, conservando il massimo rispetto per il nostro organismo, limiti compresi.
Non è infrequente purtroppo riscontrare tra i dipendenti da sport anche chi ricorre al cosiddetto DOPING, in cui può instaurarsi una dipendenza da sostanza vera e propria (l’utilizzo di qualsiasi intervento esogeno farmacologico, endocrinologico, ematologico, ecc. che, in assenza di precise indicazioni terapeutiche, sia finalizzato al miglioramento delle prestazioni). Tale pratica va a produrre danni organici che, purtroppo, sono diagnosticabili solo a posteriori, oltre a creare una dipendenza psicologica frutto di un’alterata percezione di sé e del proprio corpo.


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