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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
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Cercare una risposta a questa domanda è lavoro delicato. Andiamo con ordine e ragioniamo.
La dott.ssa Laganà non dice, non riferisce nulla di quello che sa e quello che sa è sicuramente molto. Non solo ma nega e contraddice la realtà come abbiamo già visto e approfondito, contraddice se stessa, sempre più spesso...
Da quando è stata eletta in Parlamento ed è uscita la Relazione della Commissione d’Accesso che ha portato al Commissariamento per “accertate” infiltrazioni mafiose nella Asl 9 di Locri, ha incominciato a cambiare radicalmente le sue dichiarazioni. Dal “non so proprio perché la ‘ndrangheta abbia ucciso mio marito” e “la ‘ndrangheta nella ASL di Locri? Nooo! Assolutamente” è passata a “mio marito è stato ucciso perché combatteva la mafia” e “mio marito prima ed ora io siamo vittime perché ci siamo opposti alle collusioni con la mafia”. Non c’è che dire, una saltimbanco da primato. Intanto, la sig.ra Laganà , è entrata in Commissione Parlamentare Antimafia, dove, essendo questa con le stesse funzioni dell’autorità giudiziaria, si può procedere ad acquisire documentazione di indagini e procedimenti penali –anche coperti da segreto istruttorio ed ancora aperti -, ma anche ascoltare e interrogare testimoni, persone informate sui fatti, ed anche chi segue indagini e processi (reparti investigativi e magistratura), oltre che ordinare l’arresto di chi non risponde o mente. Intanto la sig.ra Laganà (prima di ricevere l’avviso di garanzia per l’indagine a cui è sottoposta) si è rifiutata, per ben due volte, di comparire e rispondere alle domande della DDA di Reggio Calabria in quanto “persona informata sui fatti” e quando poi ha ricevuto l’Avviso di Garanzia, ha, prima, lanciato accuse infamanti alla DDA di Reggio e, poi, all’interrogatorio, si è avvalsa della “facoltà di non rispondere” facendo una dichiarazione spontanea su quello che voleva lei. Intanto si è anche appreso che mentre la sig. Laganà accusava di inefficienza e superficialità i giudici della DDA che hanno portato a processo i mandanti ed esecutori dell’omicidio del marito, Francesco Fortugno, i suoi legali dichiaravano la piena condivisione, come parte civile, dell’impianto accusatorio della Procura (di quelle indagini della DDA) di Reggio nel procedimento e processo per l’omicidio Fortugno. Una “schizofrenia” evidente ma taciuta dall’informazione. Eppure sono fatti non smentibili.
Ma vi è di più. I familiari di Alessandro e Giuseppe Marcianò (in particolare la moglie e madre, Bruzzaniti Francesca – nata a Melito Porto Salvo nel 1963, della famiglia (e cosca), di Africo Nuovo, Bruzzaniti e Morabito), imputati come “mandanti”, hanno messo in scena una protesta con dichiarazioni precise di amicizia che li legava con l’On. Fortugno e con l’On. Laganà. Ricordavano anche la cerimonia in cui i coniugi Laganà-Fortugno sono stati compagni d’anello di Giuseppe Marcianò, il matrimonio a cui hanno brindato e bevuto con lo champagne insieme. Affermavano di non capire perché la sig.ra Laganà abbia negato di averli mai conosciuti, non solo per il legame di amicizia forte, rappresentato dall’importante ruolo di cerimonia di cui sono stati protagonisti e delle frequentazioni private, ma anche perché (come aveva anche ricordato anche AnnoZero) Alessandro Marcianò ha vissuto per decenni accanto a Fortugno ed alla consorte nella Asl di Locri, dove, come Caposala era il “collega della porta accanto” proprio della signora Laganà che lì ricopriva l’incarico di Responsabile del Personale. Qui è evidente che la famiglia Marcianò (indicata, anche dai precedenti penali dei suoi componenti, come legata alla cosca Cordì, oltre che, già, dalla parentela con i Bruzzaniti-Morabito), abbia lanciato un messaggio chiaro, soprattutto alla vedova: perché neghi che con tuo marito (e con te) eravamo in ottimi rapporti, arrivando anche a negare di conoscerci?
Ma i segnali in Calabria possono essere molti ed in questa storia se alcuni sono chiari, altri non lo sono affatto. Noi cerchiamo sempre di ricostruire i fatti e se ieri abbiamo visto, nel particolare, le contraddizioni “legali” e “dei legali”, oggi andiamo avanti.
La sig.ra Laganà che direttamente, oltre che con il marito, il cognato ed il padre, è stata uno dei massimi responsabili nella Sanità di Locri, accusa i magistrati della DDA (in conferenza stampa - con tutto il peso che le deriva dall’essere parlamentare dell’Antimafia) di non aver indagato sui rapporti tra “famiglie di magistrati, ‘ndrangheta, politici e privati” che agiscono nella Sanità pubblica e privata. Ora visto che lei e la sua famiglia provengono proprio di lì ed avevano pesanti responsabilità professionali in quel settore, perché non fa denunce dettagliate, se è a conoscenza di nomi, fatti e illeciti? Perché non ha mai deposto in Procura? Perché non ha detto tutto ciò alla Direzione Investigativa Antimafia? Perché non ha mai presentato una denuncia alla Commissione Parlamentare Antimafia di cui fa parte? Ha sempre taciuto e non ha mai fatto alcun nome. Già le invocazioni alle “denunce” del marito, mai viste (a parte un Interrogazione in consiglio regionale per fatto personale che poi non è una denuncia), sono fuorvianti e non aiutano a raggiungere la tanto richiamata “verità”. Con accuse generiche, affiancate alla perseveranza di tacere ciò che per forza è di sua conoscenza, queste affermazioni possono essere recepite solo come pure e semplice invettive, illazioni, lanciate per screditare i giudici che la stanno indagando in quanto (le piaccia o no) lei era uno dei “funzionari dirigenti” della ASL di Locri e l’infiltrazione mafiosa nella ASL di Locri, accertata dalla Commissione d’Accesso, non poteva essere avvenuta senza la compiacenza e l’accordo dei “funzionari dirigenti”, come sta scritto nella Relazione. L’unica motivazione che si possa, quindi, individuare in tali dichiarazioni porta a pensare che questo atteggiamento e queste dichiarazioni non siano altro, alla fine, che segnali, dei messaggi cifrati a magistrati, politici, mafiosi e imprenditori della Sanità. Messaggi volti a far intendere che: “se affondo io, ci venite anche voi!”. Una sorta di assicurazione che, vista la parallela richiesta di spostare l’indagine della DDA a Locri, consegnandola alla magistratura ordinaria, è volta a spingere chiunque possa agire nella sua tutela – e quindi anche nel bloccare l’indagine della DDA - al muoversi per farlo, rapidamente!
La signora, quindi, non aiuta, e questo l’abbiamo capito da tempo, a ridurre i dubbi su come interpretare le sue gesta, ed il non voler dare le dimissioni immediate dalla Commissione Antimafia, eliminando quel conflitto di interessi che la vede protagonista, è ulteriormente grave.
Tutto ciò in Calabria vede il sommarsi di una nebbia fittissima, fatta di riti precisi e di legami antichi, indicibili, segreti. Qui in Calabria, e la signora Laganà lo sa bene, vi è una massoneria deviata potente, legata alle istituzioni, all’imprenditoria ed alla ‘ndrangheta. Chi viene da una famiglia di potenti democristiani, come la signora, sa benissimo quello di cui si sta parlando. Legami che coinvolgono non solo istituzioni amministrative (trasversali a tutti i partiti), ma anche quelle giudiziarie. Lo dimostrano le indagini della magistratura stessa, che a differenza degli altri Poteri pubblici (e soprattutto della politica) sa e pratica la “pulizia” al proprio interno. Le indagini (e gli arresti) a Vibo Valentia come le indagini (e gli arresti) di Catanzaro sulla Basilicata, sono esempi inequivocabili. Come è inequivocabile che chi ha agito nella Procura di Reggio Calabria come “DDA parallela” sequestrando e censurando la seconda parte della Relazione Basilone (la prima parte - mai pubblicata - è oggetto di segreto istruttorio per le indagini della DDA di Reggio) ha tentato di entrare nella DDA ed è stato bloccato dalla Procura Nazionale Antimafia e dal CSM che ha nominato al suo posto il giudice Boemi.
In questo contesto, oltre all’ambiguità ed alle contraddizioni che già avvolgono, ormai, i casi Fortugno, Asl 9 di Locri e Laganà, diviene evidente il tentativo posto in essere, con certe dichiarazioni-segnale, cioè dare il via all’azione di quel potere occulto, gestito nella segretezza di logge massoniche deviate, con blocchi di interessi che si sovrappongono ed a volte entrano in conflitto, perché questo “potere” agisca e risolva la questione, perchè: “o mi salvate o non si salva nessuno!”


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