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Per Massimiliano non accettiamo che la Giustizia sia pegata e la Verità offesa. L'indagine deve andare avanti, non si può premiare omertà e contiguità
Comunicato Stampa dell'Ufficio di Presidenza
“Bisogna fermare la mattanza che colpisce chiunque, che non rispetta nessuno e che decide di santificare con la morte il giorno dei defunti assassinando un ragazzo di tredici anni, unica colpa essere figlio di un rivale, basta così poco per essere uccisi in questa terra del sud. Nell'assenza di giustizia, nella lontananza delle Istituzioni, la mattanza colpisce uomini dello Stato, come gli agenti delle Forze dell'Ordine impegnati nel loro dovere e colpisce chi nello Stato ripone fiducia scegliendo di non tacere, testimoniare e collaborare per aiutare il riscatto dello Stato e dei tanti calabresi per bene...
E' dovere garantirla a ciascuno di loro, alle loro famiglie. Solo quando lo Stato riuscirà a garantire tutto questo, si darà forza alla speranza e voglia di cambiamento. La presenza forte delle Forze dell’Ordine è visibile ma non basta, non incide nella cultura, non spinge a fidarsi dello Stato…anche perché mai tutto il territorio può essere controllato e le morti continuano a venire. Un cambiamento culturale, l’incoraggiamento alla rivolta morale e civile, passa dalla mobilitazione di tutte le forze migliori, dall’indagare su ogni omicidio, non solo su quelli eclatanti o di vittime importanti.
Lo Stato deve dimostrare che i cittadini sono davvero uguali, che la vita è sacra per chiunque. E’, infatti, la cultura mafiosa che sancisce ineguaglianze inaccettabili. Lo Stato deve dare il massimo del sostegno e dell’impegno per tutte le vittime e per tutelare, soprattutto, chi non ha ne nomi importanti ne cariche, ma voglia di vivere onestamente, con umiltà e coraggio.”
Questo scrivevamo, anche, nella Lettera Aperta al Procuratore Nazionale Antimafia, l’11 maggio 2006. Purtroppo oggi, nonostante i molti sforzi dell’allora Prefetto Luigi De Sena e di molti degli agenti delle Forze dell’Ordine come dei magistrati della DDA, l’obiettivo della Verità e della Giustizia per le decine e decine di vittime nella Locride, appare lontano, forse anche più lontano di allora.
Abbiamo assistito alla mistificazione della realtà che circonda l’omicidio Fortugno e quella Asl 9 di Locri infiltrata sino al midollo dalla ‘ndrangheta e dove un’attuale parlamentare della Commissione Antimafia, l’on. Laganà, era responsabile del persone (tanto da essere ora indagata dalla DDA di Reggio Calabria). Abbiamo assistito alla giustificazione di quei fatti, come dei rapporti e delle telefonate tra i Fortugno-Laganà e gli esponenti della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti con la normale “contiguità”. Abbiamo assistito al rovesciamento di ogni principio di Legalità quando si è sostenuto che un’altra vittima, Gianluca Congiusta, combatteva l’estorsione, quando invece di denunciare alle autorità preposte ha preferito – parola degli inquirenti – rivolgersi alla cosca dei Commisso di Sidereo per risolvere il problema. Abbiamo assistito alla costruzione “perfetta” nella linea politica della ‘normalizzazione’ di un cosiddetto movimento antimafia puramente mediatico che ad esempio ha sostenuto - tra l’altro - e ottenuto che la vedova Fortugno entrasse in Parlamento.
Tutto questo non aiuta. Questi segnali non aiutano a cambiare una cultura piegata all’omertà ed alla connivenza. Tutto questo alimenta isolamento per chi continua a chiedere verità e giustizia, per quanti hanno il coraggio di denunciare fatti, nomi e cognomi, di pretendere che per i bambini di oggi vi sia, domani, una terra liberata dalla cultura e pratica mafiosa. Tutto questo mentre, sempre in terra di Calabria, veniva massacrato Luigi De Magistris perché ha avuto il coraggio di tenere fede all’indipendenza ed autonomia del suo ruolo di magistrato e quindi ha indagato e perseguito non solo i manovali della mafia, ma anche i colletti bianchi della politica (trasversalmente), come anche della magistratura, che avevano costituito comitati d’affari che dilapidavano le risorse dei finanziamenti pubblici e piegavano assunzioni e promozioni alla clientela più sfrenata.
Ecco dunque che la notizia dell’archiviazione dell’indagine per l’omicidio di Massimiliano Carbone assume un carattere ancora più inquietante e pericoloso, oltrechè rappresentare una resa dinnanzi alla mano assassina della mafia. Un caso in cui una madre ed una famiglia, sopravvissute allo strazio di quella morte, hanno avuto il coraggio, in quella terra, di rompere l’omertà e dare la massima collaborazione alle autorità dello Stato. Un caso in cui evidenti sono risultati i tentativi di intimidazione verso quella madre che aveva rotto l’omertà di una comunità che sapeva da tempo ma aveva taciuto, facendosi complice di chi premette il grilletto di quel fucile a canne mozze. L’aggressione subita sulla tomba di suo figlio, l’isolamento del quartiere per la pretesa di verità e giustizia, gli attacchi indecenti nella scuola elementare dove è maestra che hanno portato – a sua tutela - anche all’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione.
Oggi gli inquirenti sanno che Massimiliano era padre. Sanno che Liliana Esposito Carbone ha sempre portato fatti e mai interpretazioni o convinzioni. Sanno quanto sia stato fatto per fermare la sua tenacia ed il suo coraggio. Sanno quanto, in troppi, hanno operato per piegare la sua sete di verità e giustizia.
Archiviare quell’indagine significa non solo mettere la parola fine alla ricerca di verità e giustizia, per Massimiliano e per la sua famiglia (soprattutto per suo figlio), ma significa archiviare la speranza di cambiamento, significa deprimere quanti non tacciono e, invece, incoraggiare quanti “per campare”, sopravvivono ai propri morti, scegliendo il silenzio e la contiguità.
Noi non ci stiamo ed ancora una volta siamo al fianco di Liliana e della sua famiglia. La Procura di Locri non deve fermarsi, non è accettabile. La Procura deve perseguire in questa indagine, come nelle altre in cui le vittime non hanno nomi eclatanti e non sono in “amicizia” con personalità di rilievo. Non è possibile, non è accettabile che in terra di Calabria la Giustizia sia negata, la Verità offesa. Il segnale sarebbe devastante, l’ennesima resa dello Stato che ignora quanti si schierano dalla parte giusta. No, non è accettabile e non lo accettiamo.
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Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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