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LA CORTE D'ASSISE DI GENOVA CONDANNA COSA NOSTRA
Il Pm Anna Canepa, la DDA di Genova e lo SCO sono riusciti a portare a termine la difficile indagine ed il processo per il delitto di Luciano Gaglianò, consumatosi nel 1991 a Borlzaneto in Valpolcevera. Ancora una volta i Fiandaca e gli Emmanuello subiscono un duro colpo dallo Stato e con loro il clan di Piddù Madonia...
24.10.2006 – IL SECOLO XIX
Cinque ergastoli per il delitto Gaglianò
LA SENTENZA - Il 13 novembre 1991 venne freddato a Bolzaneto con un colpo alla testa. Quindici anni dopo arriva il verdetto della Corte d'assise Fu ucciso per una partita di coca non pagata: carcere a vita ai vertici del clan Fiandaca-Emmanuello
di Elisabetta Vassallo
Dopo ben quindici anni dal fatto la Corte d'Assise ha pronunciato ieri mattina la sentenza sull'omicidio di Luciano Gaglianò: cinque ergastoli e una condanna a dieci anni, mentre ha assolto quattro imputati per insufficienza di prove. Sono stati condannati al carcere a vita alcuni esponenti del clan Fiandaca-Emmanuello. Si tratta di Davide Emmanuello, Francesco La Cognata, Salvatore e Gaetano Fiandaca e Paolo Vitello, tutti originari di Gela, in Sicilia e tutti in odor di mafia. I giudici hanno condannato inoltre i cinque imputati all'isolamento diurno per quattro mesi, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale, alla decadenza della potestà genitoriale, alle spese processuali e a quelle di mantenimento in carcere.
Pena notevolmente ridotta, dieci anni, per il pentito Angelo Celona, che aveva spiegato agli inquirenti come era stato trucidato Gaglianò. Era stato lui, dopo ben dodici anni, a svelare la chiave che ha portato alla soluzione del giallo. Sono stati invece assolti Nunzio, Daniele e Alessandro Emmanuello e Vincenzo Di Caro.
Luciano Gaglianò venne ucciso con sei colpi di pistola il 13 novembre del 1991, mentre era a bordo della sua auto, una Fiat Uno, nella quale vennero trovati i bossoli della pistola utilizzata. Ad aprire il fuoco contro di lui furono in due: un proiettile lo raggiunse alla schiena, altri cinque alla testa.
E' stato possbile fare la ricostruzione del delitto, dunque soltanto dodici anni dopo l'esecuzione, proprio grazie all'aiuto di Angelo Celona, che improvvisamente decise di vuotare il sacco. Gaglianò era stato condannato a morte dai boss della mafia perchè non aveva pagato una partita di cocaina da mezzo chilo. Non l'aveva pagata alla decina, come viene chiamata in gergo, capeggiata dai Fiandaca-Emmanuello e legata al clan di Madonia.
In un primo tempo l'omicidio venne attribuito alla 'ndrangheta, ma gli imputati vennero poi scagionati. Il caso fu riaperto dalla squadra mobile di Genova, grazie alle dichiarazioni di tre collaboratori: oltre ad Angelo Celona, c'era anche Ciro Vara. Quest'ultimo, nel corso dell'inchiesta, era stato ascoltato anche per cercare di fare il quadro sulla situazione della mafia nella nostra città. Vara, a tal proposito, aveva detto che non c'era un ordine di Madonia di costituire a Genova una decina.
A sparare a Gaglianò, secondo i pentiti, fu Di Caro che con La Cognata venne fatto arrivare dalla Sicilia appositamente per mettere a punto l'agguato: erano stati informati che c'era un calabrese da eliminare. Si trattava di persona nota a Genova, che stava infastidendo gli Emmanuello e i Fiandaca All'operazione partecipò per sua stessa ammissione Angelo Celona che ha raccontato alla polizia anche tutti i particolari dell'esecuzione. E' così emerso che la banda aveva progettato l'omicidio in un appartamento di via Casaregis, intestato a Vitello, ma frequentato anche dai Fiandaca e dagli Emmanuello. L'auto utilizzata, una Golf grigia, era stata rubata in via Turati il 10 ottobre del 1991, poi abbandonata nei pressi del casello di Bolzaneto.
A seguito delle rivelazioni, il pubblico ministero titolare dell'inchiesta Anna Canepa aveva indagato una decina di persone. Venne arrestato Paolo Vitello, 38 anni, accusato di essere il basista dell'azione mafiosa. Gli altri indagati si trovavano già in carcere, condannati per diversi altri reati. Il pubblico ministero Canepa nelle sua lunga requisitoria, era durata due giorni, aveva chiesto la scorsa estate sei ergastoli e due condanne a 25 anni. La Corte di Assise è stata in aula di consiglio, per decidere la sentenza, per ben un mese.
Pentiti decisiviper le indagini
Sullo sfondo anche il gioco d'azzardo
La sorte di Luciano Gaglianò era segnata. Lo cercavano i sicari della 'ndrangheta. Lo cercavano i killer di Cosa Nostra. Vicende di droga, di cocaina non pagata. Di sgarri che in quell'ambiente costano cari: il prezzo solitamente è quello della vita. Ma non basta: c'erano anche i contrasti con i gruppi Emmanuello-Fiandaca nel mercato del gioco d'azzardo. Così, il 13 novembre '91, in una notte piovosa e tetra, fu ucciso. Era al volante della sua Fiat Uno, in via Pastorino a Bolzaneto.
Gli assassini lo braccavano su una Golf, altre due auto li seguivano, per garantire la fuga. Un colpo alla testa, senza nemmeno scendere dalla macchina: e poi altre esplosioni. L'intero caricatore di una Remington calibro 45 nella schiena. Ci sono voluti dodici anni per risolvere l'omicidio. Mesi di indagini del pm Anna Canepa. Determinanti le rivelazioni di tre pentiti. Emanuele e Angelo Celona: il secondo era alla guida dell'auto da cui partirono i proiettili. Il terzo era Ciro Vara, braccio destro del Boss Piddu Madonia.
L'inchiesta era stata aperta nel 2003 con dieci indagati e cinque ordinanze di custodia cautelare. La squadra mobile aveva arrestato Paolo Vitello, bermuda e maglietta davanti alla sua pizzeria di Cornigliano. Era accusato di esser stato il basista dell'esecuzione. Gli altri indagati sono già in carcere, già condannati per altri reati, compreso l'omicidio. Francesco La Cognata; Davide Emmanuello, entrambi di Gela, poi Gaetano e Salvatore Fiandaca di Riesi. Il clan aveva progettato l'omicidio in un appartamento di via Casaregis, intestato a Vitello. Proprio lui, secondo l'accusa, avrebbe dovuto far sparire l'automobile utilizzata, rubata in via Turati il 10 ottobre, poi abbandonata al casello di Bolzaneto.
Doveva portare via l'arma del delitto. Qualcosa andò storto: Vitello portò via altre due pistole, ma l'auto degli assassini non fu bruciata. E la Remington, un'arma assai rara, rimase nel cassetto portaoggetti dell'auto divenendo una prova determinante nel processo. Anche perchè a bordo della Fiat Uno a bordo della quale c'era Gaglianò, vennero trovati i bossoli proprio di quell'a pistola. Vitello è la figura centrale tra gli arrestati. E' difeso dai legali Sandro Vaccaro e Giovanni Ricco.
El. V.
24.10.2006 - la Repubblica
La vittima era braccata da tempo dai sicari di mafia e ‘ndrangheta
Delitto di Cosa Nostra ergastolo ai cinque killer
Uccisero, 15 anni fa, Luciano Gaglianò
L’auto del pregiudicato venne crivellata di colpi nel centro di Bolzaneto
di Vincenzo Curia
Ergastolo. La sinistra parola è echeggiata per cinque volte, ieri, in Assise. Riguardava Francesco Maurillo La Cognata, Davide Emmanuello, i fratelli Salvatore e Gaetano Fiandaca e Paolo Vitello. Carcere a vita, dunque, per cinque delle dieci persone accusati di aver ammazzato Luciano Gaglianò, un malavitoso braccato da tempo dai sicari della ‘ndrangheta e da killer di Cosa Nostra per vicende di droga non pagata e contrasti insanabili con il gruppo Emmanuello-Fiandaca nel mondo del gioco d’azzardo. Una doccia fredda per La Cognata e Vitello, per i quali erano stati chiesti 25 anni di carcere ciascuno. Situazione diversa quella in cui si trovano Nunzio, Daniele e Alessandro Emmanuello: la richiesta di ergastolo per tutti e tre è stata completamente disattesa; la corte presieduta dal dottor Vittorio Frascherelli (giudice a latere Anna Leila Dello Preite; segretario Stefano Fresia) si è pronunciata per una assoluzione piena. Una consolazione magra per i tre Emmanuello che stanno scontando il carcere a vita per altri delitti. Assoluzione piena anche per Di Caro: con la differenza che questi – su di lui pendeva la spada di damocle di una richiesta di condanna a 25 anni – sarà scarcerato ai primi del prossimo mese, quando terminerà di scontare una condanna a sedici anni per altri delitti.
L’ultima novità per questo intricato processo: la condanna a 10 anni di reclusione per Angelo Celona, il “pentito” che con le sue rivelazioni permise la riapertura del “caso Gaglianò” dopo 12 anni. Condannato a due ergastoli per omicidi commessi in Sicilia, con la prospettiva di dovere trascorrere in prigione tutta la vita, Celano decise di saltare il fosso e collaborare, venendo meno a quel codice d’onore non scritto ma rigoroso degli appartenenti all’”onorata società”. Una confessione particolareggiata, la sua. Con tanto di nomi e attribuzioni dei ruoli assegnati ai componenti del commando scelto per la spedizione di morte. Indicò gli Emmanuello come mandanti, precisò i nomi di chi aveva sparato e quelli di altre persone a suo dire coinvolte nel piano. Il pm Anna Canepa dispose una serie di accertamenti che a un certo punto portarono a dieci incriminazioni e alle richieste fatte poi al processo, richieste che, come si è visto, non hanno però trovato il pieno accoglimento della Corte. Il delitto.Gaglianò fu ucciso la sera del 20 novembre 1991 a Bolzaneto. La vittima, che viaggiava su una “Uno”, venne fermata con un pretesto. Ad aprire il fuoco furono in due: un proiettile lo raggiunse alla testa, cinque alla schiena. In un primo tempo gli inquirenti ritennero di aver individuato gli autori dell’agguato in alcune persone che furono però poi scagionate. I responsabili rimasero ignoti e nell’ombra per anni.


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