di Giorgio Bongiovanni - Anna Petrozzi - Dora Quaranta
Revisione dei processi, eliminazione dell'ergastolo, benefici carcerari,
provvedimenti contro i pentiti, abolizione delle leggi sulla confisca dei
beni...in due parole: garanzia di sopravvivenza e quindi un nuovo dialogo con lo
Stato... Per queste ragioni Cosa Nostra, nel bienno '92-'93, decise di ricorrere al
tritolo. Prima uccidendo, in un unico atroce elenco, nemici e traditori, e poi
attaccando direttamente le istituzioni pur di ottenere ciò che le consente di
proliferare nei secoli: potere e denaro. Quindici anni di sentenze e di
processi ci hanno spiegato che la Commissione mafiosa presieduta da Riina e
Provenzano decifrò il verdetto della Cassazione del 30 gennaio 1992, che li
condannava per sempre all'ergastolo, come la definitiva conferma che i vecchi
referenti erano saltati ed era quindi necessario e impellente trovarne di
nuovi.
Non prima di aver regolato i conti, però. A dare inizio alle tragiche danze
l'assassinio di Salvo Lima, il 12 marzo. Il democristiano stava uscendo dalla
sua casa di Mondello quando una raffica di proiettili lo freddò sul
marciapiede. Il lenzuolo bianco adagiato sul suo corpo inerme era un eloquente
epitaffio con impresse invisibili ma assai evidenti le stesse parole che il
politico pronunciò davanti al cadavere di Pier Santi Mattarella: "quando si
fanno dei patti, bisogna rispettarli". Per mesi Cosa Nostra aveva sollecitato
il suo rispettabile interlocutore ad interessarsi perché il mastodontico lavoro
del pool di Falcone e Borsellino non si chiudesse in gloria con la conferma
della Cassazione. Da un po' di tempo però gli ordini dall'alto avevano
imboccato una strada diversa. Falcone era da un annetto al Ministero e in tutta
probabilità si era pensato di sfruttare il suo geniale lavoro per "rifarsi una
verginità", illudendosi anche di poter tagliare fuori dai giochi Cosa Nostra
una volta per sempre. Andreotti per esempio che, come dice la sentenza di Cassazione
a suo carico, fino agli anni Ottanta ebbe rapporti con i capi mafia, aveva
forse visto nel giudice l'occasione che aspettava per rivalersi della
prepotenza di Bontade e del triumvirato che, così come aveva minacciato, fece
uccidere il presidente Mattarella poiché questi stava mettendo in discussione
l'egemonia mafiosa su appalti e affari nella regione.
L'omicidio Lima, ci dicono gli atti giudiziari, era un messaggio diretto
all'allora presidente del Consiglio che aspirava in quel frangente alla presidenza
della Repubblica, obiettivo che quel delitto, a conti fatti, non gli consentì
di conseguire.
Il nemico numero uno da eliminare invece era senza alcun dubbio Giovanni
Falcone. Per il suo incredibile intuito, la tenacia, l'abnegazione, per il
grande consenso di cui godeva all'estero, negli Stati Uniti, dove, grazie alla
collaborazione con Rudolph Giuliani, e con la Dea erano stati assestati colpi
tremendi alla Cosa nostra italo-americana, e, naturalmente, per il maxi
processo.
Se l'intento era dichiarare guerra allo Stato non potevano farlo in modo
migliore: attaccando il suo elemento più rappresentativo. Non sono casuali la
scelta del luogo: la Sicilia, visto che ucciderlo a Roma sarebbe stato anche
più facile, e le modalità spettacolari con cui venne fatta saltare in aria
l'autostrada che porta a Palermo, all'altezza dello svincolo di Capaci. Una
dimostrazione di potenza, un atto eversivo che contiene in se l'immediata
certezza che quella morte non era stata pianificata solo da Cosa Nostra. Il giudice
stesso aveva intravisto, commentando il fallito attentato all'Addaura, al quale
scampò, lo zampino di "menti raffinatissime" ed era sicuro fosse avvenuta
quella "saldatura di interessi" che porterà alla sua morte, a quella di sua
moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti, uomini dello Stato, che avevano
l'incarico di proteggerlo: Rocco Di Cillo, Vincenzo Montinaro e Vito Schifani.
Non solo Cosa Nostra, quindi. La stessa convinzione che il giudice Borsellino
aveva confidato alla moglie Agnese: "Forse saranno i mafiosi quelli che
materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno
altri".
L'agenda scomparsa
"
Ho capito tutto", andava ripetendo negli ultimi giorni di vita Paolo
Borsellino. Aveva capito chi c'era e cosa si muoveva dietro e a fianco di Cosa
Nostra, sapeva anche, dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia, tra
cui quella di Gaspare Mutolo, che vi erano uomini delle Isituzioni infedeli e
che le indagini sulla morte del suo amico lo avrebbero portato anche fuori
dalla Sicilia dove Cosa Nostra aveva i suoi complici occulti.
Tutto ciò che aveva compreso e intuito e che intendeva riferire all'autorità
giudiziaria, lo aveva minuziosamente annotato nella sua agenda personale.
Un'agenda rossa, spiegano la moglie e i suoi collaboratori più stretti, da cui
non si separava mai. L'aveva con sé mentre si trovava a Salerno; lo dice il
tenente Carmelo Canale che divideva la stanza d'albergo con lui. Racconta di
essersi svegliato molto presto e di aver trovato il giudice già intento ad
appuntare dati e pensieri.
"
Cosa fa?" gli aveva chiesto scherzando "
vuol fare il pentito pure
lei?"...
"
Carmelo", gli aveva risposto gelido, "
per me è finito il tempo
di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anche io ho le mie cose
da scrivere. E qua dentro ce ne è anche per lei".
E l'aveva con sé anche quell'ultima mattina, domenica 19 luglio 1992, nella sua
casa di Villagrazia. La moglie ne è certa, l'aveva visto riporla nella
valigetta assieme alle altre carte e al suo costume da bagno ancora umido.
Ma nell'inferno di via D'Amelio, tra fumo, fiamme, case sventrate e brandelli
di resti umani, l'agenda non c'era più. La borsa da lavoro del giudice era
ancora appoggiata sul sedile posteriore dove l'aveva lasciata prima di scendere
e citofonare alla madre che, quel giorno, avrebbe dovuto portare dal
cardiologo. Era leggermente annerita, aperta e conteneva tutto, anche il
costume, ma l'agenda rossa del giudice no. Sparita.
Un mistero rimasto intatto e inesplorato, almeno fino a non molto tempo fa
quando dallo studio di un fotografo, Franco Lannino, spunta un'immagine a
colori che ritrae un uomo con in mano la borsa del giudice.
Da allora sono ripartite nuove indagini già messe in crisi tra dichiarazioni
contraddittore e quelli che sembrano essere veri e propri tentativi di
depistaggio.
L'agente individuato nella foto è l'allora capitano dei carabinieri Giovanni
Arcangioli che rispondendo agli inquirenti ha riferito, in un primo momento, di
non averla mai aperta e di averla consegnata a due magistrati: il dottor
Teresi, oggi sostituto procuratore generale e a Giuseppe Ayala, oggi
parlamentare. Il primo ha negato decisamente l'accaduto ritenendolo alquanto
strano visto che conosceva bene Arcangioli, il secondo invece, giunto quasi
immediatamente sul posto, (abitava infatti a 500 metri), ricorda di
averla notata lui stesso, la cartella di cuoio, e di averla "materialmente
presa o indicata e comunque affidata ad un carabiniere in divisa".
Versioni diverse ognuna delle quali rimasta intatta, tranne per Arcangioli che
ha rincarato sostenendo di aver aperto la borsa insieme ad Ayala e di aver
constatato assieme che l'agenda non c'era. Una versione che il politico ha
smentito con forza durante un confronto abbastanza acceso con l'ufficiale. A
confermare la sua ricostruzione dei fatti il giornalista Felice Cavallaio:
"Ayala la affidò a un esponente delle forze dell'ordine in borghese e ad un
ufficiale dei carabinieri in divisa senza aprirla, io non ne seppi più nulla".
Dov'è questa agenda? Esisterà ancora o sarà stata distrutta? E se è nelle mani
di qualcuno, è strumento di ricatto?
Lo stesso potrebbe dirsi per i diari di Falcone, anch'essi inghiottiti nel
nulla come probabilmente alcuni dei file trafugati dalle sue agende elettoniche
e dai computer.
Cosa cercavano e chi?
Si parla sempre in questi casi di servizi segreti, o servizi deviati che dir si
voglia, misteriose figure agli ordini di ancor più ignoti che agiscono per far
sparire, depistare, ingannare. Tracce oscure sono più che evidenti anche nella
fase esecutiva della strage di via D'Amelio, della quale, per assurdo, sono
note quasi tutte le dinamiche tranne chi premette quel pulsante e da dove. Il
lavoro estenuante degli inquirenti, scrivono i giudici a conclusione del
processo stralcio chiamato Borsellino bis, sembra essersi scontrato contro un
altro ennesimo muro di gomma, un'insormontabile barriera oltre la quale sembra
non sia possibile andare.
Presenze esterne a Cosa Nostra, mandanti convergenti con i mafiosi di cui
abbiamo solo qualche indizio.
Anni di indagini che hanno coinvolto anche personaggi di primo piano dello
scenario politico come Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Una pista, come altre, finita nell'oblio dell'archiviazione nonostante siano
stati riconosciuti "ripetuti e non casuali contatti" tra Fininvest e Cosa
Nostra.
Sono rimaste aperte a tutt'oggi questa inchiesta legata all'agenda rossa (cui è
dedicato l'ottimo libro di Peppino Lo Bianco e Sandra Rizzo dal titolo omonimo
di cui pubblichiamo a seguire alcuni passaggi) e uno stralcio di indagine che
da Palermo è passato, proprio in questi giorni, a Caltanissetta.
Bombe eversive
Non si potrà comunque giungere ad alcuna verità sulle stragi palermitane se non
le si guarda anche alla luce delle cosiddette "bombe in continente", gli
attentati cioè avvenuti nella primavera-estate dell'anno successivo: il 1993.
La furia omicida di Cosa Nostra cerca dapprima di rispettare il suo elenco di
morte attentando alla vita del questore Germanà a Trapani, del giornalista
Maurizio Costanzo e del giudice Piero Grasso a Roma, ma poi si concentra su
obiettivi diversi che hanno, di conseguenza, finalità diverse.
Cosa nostra ad un tratto comprende che forse sarebbe più vantaggioso colpire lo
Stato nel suo patrimonio, in una delle sue risorse più importanti: il turismo.
Il 27 maggio si colpisce a Firenze. In via dei Georgofili, proprio di fronte al
museo degli Uffizi. Due mesi dopo, nella notte del 27 luglio, a Milano, in via
dei Giardini.
Quasi contemporaneamente, a distanza di poche ore, a Roma, altre due bombe: una
distruggerà il porticato di San Giorgio al Velabro, l'altra danneggerà la
celebre basilica di San Giovanni in Laterano.
Non basta. Il programma di guerra prevedeva, tra le altre cose, anche di
abbattere la torre di Pisa e di cospargere le spiagge romagnole di siringhe
infette. Un piano che, se portato a temine, avrebbe determinato un vero e
proprio collasso per la nostra economia.
Le vittime innocenti? Danno collaterale. Così chiamano i civili caduti durante
i bombardamenti i signori della guerra. Guerra sì, perché di questo si trattò.
A Milano e Firenze in via dei Georgofili i danni collaterali avevano un nome e
un cognome: Fabrizio Nencioni di 30 anni e la sua famiglia, la moglie Angela di
36 anni e le figlie Nadia 9 anni e Caterina di appena 50 giorni, Davide
Capolicchio 22 anni e altri 48 feriti, il vigile urbano Alessandro Ferrari, i
vigili del fuoco Stefano Piperno, Sergio Passotto, Carlo La Catena e un
cittadino marocchino Driss Moussafir trovato agonizzante nei giardini pubblici davanti
alla villa reale, dall'altra parte della strada e altri sei feriti.
Ma cosa spinge i mafiosi a scatenare una tale offensiva e da dove viene questa
idea dei monumenti?
Giovanni Brusca, il primo dei grandi collaboratori di giustizia a riferire
delle stragi, racconta di essere stato in contatto con un tale Bellini tramite
Nino Gioè uomo d'onore a lui sottoposto che lo aveva conosciuto durante un
periodo di detenzione.
Un giorno questo misterioso soggetto, collegato sempre in modo molto fumoso, ad
altrettanto fumosi servizi deviati, spiega al Gioè:
"Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un'altra. Se tu
vai a eliminare un'opera d'arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a
ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l'interesse è molto
piú che per la persona fisica".
E lo stesso tipo di proposta rivolge anche al Maresciallo Tempesta del Nucleo
Tutela Patrimonio Artistico dell'Arma dei Carabinieri con il quale aveva una
sorta di accordo per recuperare opere d'arte trafugate. Sfruttando il suo
contatto con Gioè, il Bellini, che mercanteggiava la sua posizione giudiziaria,
disse di essere in grado di reperire oggetti di ancor maggior valore, grazie
alle sue entrature in Cosa Nostra e che in cambio portava la richiesta da parte
di uomini d'onore di concedere benefici carcerari a boss detenuti del calibro
di Bernardo Brusca.
Una richiesta considerata troppo eccessiva dalle istituzioni così come quelle
avanzate da Riina nel famoso papello che riguardavano tutte quelle modifiche di
tipo legislativo che servivano a Cosa Nostra per ritornare a coabitare
pacificamente con lo Stato.
A distanza di quattro anni dalle stragi, nel 1997, veniamo a scoprire, durante
un interrogatorio, che due uomini delle Istituzioni, l'allora colonnello dei
carabinieri Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno stavano dialogando con i
mafiosi, attraverso l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Volevano la testa
di Riina e degli altri capi; in cambio erano disposti a cedere solo un
trattamento di favore ai familiari. In un primo momento il vecchio sindaco non
accetta di fare da intermediario considerando la proposta troppo pericolosa ma
poi si fa consegnare una piantina della città per indicare la zona in cui
potrebbe nascondersi il latitante. A detta dei due militari questa ennesima
trattativa sarebbe finita in un nulla di fatto quando Ciancimino è rientrato in
carcere per scontare una pena residua. Sta di fatto che dopo pochissimo tempo,
il 15 gennaio 1993, Riina viene catturato a pochi metri dalla sua abitazione,
in via Bernini, nel centro di Palermo.
Per conto di chi stava trattando Vito Ciancimino?
Molti anni più tardi, nel 2001, viene catturato Nino Giuffré, braccio destro di
Provenzano che, dopo un paio di mesi di detenzione, decide di collaborare con
la giustizia. Le sue dichiarazioni sono importantissime e racchiudono nel suo
parlare un po' criptico chiavi di lettura fondamentali.
Innanzitutto specifica che sebbene entrambe le stragi siano state volute sia da
Riina che da Provenzano, la strage di Capaci fu organizzata da Riina mentre
quella di via d'Amelio, compresa quell'anomala accelerazione con cui fu
compiuta, da Provenzano. Il quale, in merito a Ciancimino, gli rivelò che "era
andato in missione dalle forze dell'ordine per sistemare la situazione
all'interno di Cosa Nostra che in quel momento era delicata".
Le correnti che vengono a formarsi all'interno dell'organizzazione spingono in
più direzioni pur di riaffermare quella legittimazione che Cosa Nostra si è
meritata nel corso dei secoli a partire dalla strage di Portella della
Ginestra.
Non intende cedere e insiste secondo lo stile dei corleonesi.
Scoppiano le bombe in continente e si prepara un altro grosso attentato a Roma,
allo stadio Olimpico. Obiettivo: ancora lo Stato, decine di carabinieri in
servizio. Grazie a Dio, per un guasto tecnico l'ordigno non esplode. E non ne
esploderanno più.
Da quel momento in poi cessa il dialogo delle bombe. Perché?
E' l'ultima delle tante domande rimaste senza risposta. Chi ha voluto le
stragi? Che attinenza hanno questi atti eversivi con il passaggio dalla prima
alla seconda repubblica?
Perché il covo di Riina è rimasto incustodito abbastanza per permettere ai
mafiosi di ripulirlo?
Che fine hanno fatto tutte quelle trattative in corso?
Giuffré, Cancemi e Brusca, dai loro tre distinti ma convergenti punti di vista,
forniscono diversi pezzi del puzzle e ci spiegano che se inizialmente la
frangia più estremista di Cosa Nostra capeggiata in particolare da Leoluca
Bagarella aveva pensato di costituire un partito proprio in modo da non
incorrere più nei tradimenti dei politici, aveva finito poi con il ricredersi.
Infatti sia Provenzano sia i Graviano, che "si facevano gli affari loro a
Milano", li avevano convinti a lasciar perdere perché avevano trovato la
situazione migliore per poter ottenere quanto era nelle loro necessità.
"Con la discesa in campo di Forza Italia", dice Giuffré, Provenzano compie un
atto insolito, si espone in prima persona e garantisce la ripresa di Cosa
Nostra.
"In 5, 7 anni" aveva detto il capo mafioso al rappresentate della famiglia di
Caltanissetta Luigi Ilardo (confidente del colonnello Riccio e per questo poi
ucciso a Catania nel 1996), "tutto sarà sistemato. Occorre solo avere pazienza
e non fare rumore".
Il silenzio delle bombe, insomma, in cambio di quelle riforme giudiziarie così
agognate. Una specie di tentativo di riconciliazione.
E' storia che Cosa Nostra non abbia nessun colore politico, né che parteggi per
una fazione precisa, si sa invece, e molto bene, che si accorda, sposa e
favorisce chiunque abbia in mano il potere e adotti una politica di garantismo
esasperato dalla quale possa trarre vantaggi.
Complicità di Stato
Sono passati 15 anni da quei giorni terribili.
All'indomani delle stragi il governo, sospinto dall'indignazione collettiva
popolare, approva alcuni provvedimenti fortemente restrittivi contro i boss
mafiosi, come l'ormai noto 41bis, il cosiddetto carcere duro. Nell'isolamento
più rigido alcuni mafiosi cedono e chiedono di collaborare con la giustizia, di
fronte allo Stato che fa sul serio e impone ai criminali di recidere i contatti
con l'esterno altri pensano che sia davvero giunto l'epilogo di Cosa Nostra.
Questo però solo fino al 1996. Poi la tensione si allenta di nuovo.
Vengono chiuse le carceri speciali a Pianosa e all'Asinara. Il 41 bis si svuota
lentamente; per un soffio, con l'introduzione del giusto processo, non viene
abolito l'ergastolo; il sequestro, la confisca e la destinazione dei beni
mafiosi vengono regolati da un meccanismo talmente farraginoso da richiedere
all'incirca una decina d'anni, il tempo necessario per far deteriorare il bene.
Si è pensato persino di metterli all'asta cosicché li possono comprare di nuovo
i mafiosi attraverso i loro prestanome. La legge sui collaboratori di giustizia
si è dimostrata così poco incentivante da aver determinato un crollo totale
delle collaborazioni. Oggi, dopo che i magistrati erano riusciti ad aggirare
questo pesantissimo danno grazie alle intercettazioni, si pensa di limitarle e
di renderle il più velocemente possibile inutilizzabili. E' tornata poi a farsi
largo l'ipotesi di abolire l'ergastolo e aleggia minacciosa nell'aria la
proposta di revisione dei processi. E questa non è che una rapida
sintesi.
Questi provvedimenti non sono stati presi solo durante i governi di Centro
Destra, ma in una sostanziale continuità di intenti, chiunque fosse al potere.
Se dovessero essere approvate definitivamente anche queste due ultime riforme
Provenzano passerà alla storia di Cosa Nostra come l'eroe che la salvò
rimettendola al centro degli equilibri di potere, dove è sempre stata.
Garantita al meglio possibile, considerati tutti i martiri e gli assassini
lasciati sul campo.
Lui è stato catturato e già si profila una nuova epoca di Cosa Nostra. Che muta
al mutare anche degli equilibri ad essa esterni.
Alla Cosa Nostra di Riina è succeduta quella di Provenzano così come alla Prima
Repubblica ne è succeduta una Seconda. Cambi di forme, ma non di sostanza.
Sia Cosa Nostra che la politica del nostro paese si apprestano a mutare volto
un'altra volta, ma nulla cambierà veramente fino a quando non vi saranno
politici e uomini dello Stato di ben altra razza che cominceranno a costruire
il nuovo a partire dalla verità sulle stragi, su tutte le stragi, su quel
sangue in cui affonda le radici questa presunta seconda repubblica, come ha
giustamente sostenuto il pm Antonio Ingroia.
I limiti del processo penale non hanno consentito di accertarla, ma forse è
anche giusto così. Dovrebbe essere la politica ad assumersi questa responsabilità
con una commissione apposita che abbia il coraggio di arrivare fino in fondo.
Altrimenti saremo sempre un paese suddito di poteri ibridi che vorremmo far
passare per una democrazia che invece è rimasta rattrappita nella sua
potenzialità.
Più scriviamo e più ci appare quasi ridicolo e ingenuo pensare di chiedere allo
Stato di processare se stesso. Leggendo e rileggendo le carte, le sentenze, le
testimonianze e le dichiarazioni dei collaboratori emerge quel quadro
inquietante dei mandanti esterni e degli oscuri connubi fatti di massoneria,
servizi deviati, alta finanza e centri di potere, persino religioso di cui
tutti ormai hanno scritto e detto. Ma a nostro avviso, mai si sarebbero potute
verificare stragi di tale entità, da Portella in poi, se non ci fossero stati
uomini di Stato, non di quello deviato, uomini di cui una buona parte è ancora
al comando che sono stati complici di eventi eversivi che hanno prodotto
radicali cambiamenti nel Paese, a livello politico, finanziario, bancario e
persino monetario.
Ambiti gestiti e amministrati dall'establishment che cosituisce il nostro
Stato.
Non è prassi nuova o esclusiva dell'Italia, pensiamo allo scenario in cui si
produsse ad esempio l'omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy e quali e
quanti cambiamenti provocò negli equilibri interni ed esterni alla nazione.
Tutto ciò è molto lontano dalla nostra idea di Stato, da quella dei tanti
cittadini onesti che conservano l'amore per la Costituzione Italiana che
garantisce diritti, doveri, opportunità e libertà in equa misura. E non è lo
Stato che servirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che torniamo anche
quest'anno a commemorare e nei cui confronti abbiamo il debito morale di
perseverare nelle idee e nelle battaglie.
Giorgio Bongiovanni - Anna Petrozzi
41 BIS: LE OPINIONI
GRASSO: SCOPPIERA' UNA GUERRA IMMANE
Palermo. La bozza di riforma del Codice Penale formulata dalla Commissione
Pisapia prevede l'abolizione dell'ergastolo e la sua sostituzione con la pena
massima di 38 anni di carcere e l'introduzione di pene prescrittive come le
volontarie prestazioni non retribuite a favore della collettività. L'alta
pericolosità di una simile ipotesi di cambiamento del nostro Codice Penale è
stata espressa dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso intervenuto a
Palermo alla presentazione di un dossier della Fondazione Chinnici
sull'economia illegale: <<
Una guerra di mafia di proporzioni immani -
ha avvertito Grasso -
può avvenire se, per esempio, si cominciano a
indebolire i punti di forza della legislazione Antimafia>>.
L'annullamento del 41 bis porterebbe alla scarcerazione di efferati criminali,
tornerebbero in circolazione boss corleonesi che destabilizzerebbero i già
delicati equilibri mafiosi. Questo potrebbe avvenire anche con <<la
tanto
ventilata revisione dei processi per riportare il "giusto processo" ai tempi in
cui si sono fatti i primi dibattimenti contro le cosche mafiose e per le stragi>>.
Il procuratore nazionale ha colto l'occasione per lanciare un appello ai
latitanti mafiosi: <<
Non voglio fare uno spot di pubblicità progresso,
ma voglio dire che noi ci siamo. E penso che ci sia qualcuno attualmente
latitante che corre dei pericoli. Lo Stato naturalmente offre possibilità a chi
corre rischi come quello della vita>>. Grasso ha preferito non fare nomi
ma si è detto consapevole che <<la collaborazione è un trauma. E' come se
io da domani facessi parte della mafia. Per questo deve essere una soluzione
maturata e spinta da esigenze di vita>>.
Nei giorni scorsi il procuratore nazionale in un'intervista al Gr Parlamento
Rai ha spiegato che attualmente Cosa Nostra sta attraversando un periodo di
assestamento ed è alla "violenta " ricerca di un nuovo "padrino" come il
recente omicidio del boss Nicolò Ingarao ha dimostrato. Il 19 giugno in Commissione
Antimafia il capo della Dna ha messo in luce i problemi giuridici, legislativi
e materiali che affliggono quotidianamente i magistrati antimafia: <<
Le
norme attuali non permettono di sconfiggere la criminalità organizzata e non
permettono nemmeno di avere nuove collaborazioni>>. Tra rito
abbreviato, impugnazione del rito abbreviato e patteggiamento allargato in sede
di Appello chi deve essere condannato per traffico di stupefacenti a 24 anni si
vede ridurre la pena a 8 anni, molto meno, ha chiarito Grasso, di quelli che
avrebbe preso se avesse collaborato.
Dora Quaranta
LUMIA: UN REGALO A I MAFIOSI
Roma. Il vicepresidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in merito
alla bozza di riforma del Codice Penale individua elementi positivi e negativi.
Fra i primi vi sono quelli sul sequestro dei beni, sulla recidiva specifica,
sulla prescrizione dei reati che si interrompe con l'avvio del processo, sulla
minore discrezionalità nell'applicazione delle pene.
E' invece negativo l'abolizione dell'ergastolo. <<
Se - dice Lumia
-
l'abolizione dell'ergastolo fosse prevista anche per i reati legati alla
mafia, pur essendo per formazione personale particolarmente attento alle
esigenze di riabilitazione del detenuto, questa norma finirebbe per essere un
favore troppo grande ai boss mafiosi. Non credo sia giusto, sarebbe un segnale
molto pericoloso che si invia all'opinione pubblica e ai componenti dei clan.
Proprio ieri il procuratore Grasso ha lanciato un allarme per i troppi cavilli
di cui si possono avvantaggiare i mafiosi con le attuali norme processuali.
Dobbiamo lavorare perché ne possano usufruire sempre meno ed in questa
direzione credo debba andare anche la riforma del codice. E' anche da valutare
con attenzione il contenuto della norma sul concorso esterno>>.
Dora Quaranta
INGROIA: E' SOLO UN REGIME PIU' CONTROLLATO
Palermo. In un'intervista pubblicata il 5 giugno scorso sull'Unità il pm della
Procura di Palermo Antonio Ingroia spiega la sua posizione sul 41 bis. Tutta la
questione dibattimentale sul carcere duro, dice Ingroia, è stata mal impostata:
da un lato vi è l'esigenza di tutelare la sicurezza pubblica, dall'altro
troviamo la tutela dei diritti di garanzia del detenuto e della funzione
rieducativa della pena.
Occorre cambiare impostazione data l'attuale inefficienza del 41 bis.
Il punto di equilibrio tra le due posizioni lo si potrebbe ravvisare nel
rendere il regime meno afflittivo ma più controllato: <<Il 41 bis non
deve ridursi ad una maggiore afflittività della pena, per intenderci qualche
fornellino a gas in meno o qualche colloquio in meno con i familiari, perché
anche un solo colloquio al mese con un familiare non controllato può consentire
la trasmissione di ordini di morte dall'interno verso l'esterno del
carcere>>. Il carcere duro dovrà essere applicato solo ai veri capi e
agli esponenti di spicco e per revocarlo, propone Ingroia, si potrebbe
invertire l'onore della prova: che sia il detenuto a provare la rottura del
vincolo associativo.