MAURO TESTA, 2 ANNI DI CARCERE POI UNA CONTRASTATA ASSOLUZIONE
Era sindaco di Albenga e funzionario Iacp, oggi segretario
politico del Psi ingauno. Dagli atti processuali il suo ruolo negli appalti,
vicende edilizie, la confessione di un collega sulle tangenti, i versamenti su
tre conti correnti bancari, la cassetta di sicurezza, la mai chiarita scomparsa
di schede, la doppia iscrizione a due obbedienze massoniche. Ma nessuna prova
contro l'imputato Testa, solo una condanna a 6 mesi (prescritta) per un reato
minore. Nell'aprile scorso tornò alla ribalta quale convinto fautore delle
quattro torri al posto del vecchio ospedale, con un progetto di
Arte&Nucera.
SAVONA - Nella lista dei 26 imputati (inizialmente 42)
rinviati a giudizio e processati dal tribunale di Savona nel 1985, il nome di
Mauro
Testa occupa il numero 19. Un personaggio, noto e discusso, già all'epoca.
Sindaco di Albenga, seconda città della provincia per numero di abitanti, ma
anche esponente di primo piano del Psi e funzionario dello Iacp allora
definito a torto o a ragione l'ente più corrotto della provincia (ora Arte).
Mauro Testa, 59 anni compiuti proprio il 17 febbraio, ha in
buona parte seguito la stessa sorte di
Paolo Caviglia (di lui ci siamo occupati
nella scorsa puntata della "Teardo story") ed attuale vice sindaco di Savona,
oltre ad essere al vertice savonese del Psi.
Entrambi arrestati il 2 settembre 1983, entrambi assolti
(per Testa c'è un'assoluzione ampia dal capo d'accusa più grave, una condanna a
6 mesi dichiarata prescritta per un reato minore ed un'insufficienza di prove).
Entrambi scarcerati l'8 agosto 1985, il giorno della sentenza di primo grado.
Testa era detenuto nella casa circondariale di Fossano
Entrambi rivestono, a 25 anni da quei giorni, ruoli
pubblici, con un impegno diretto in politica. Mauro Testa è segretario ingauno
dei socialisti democratici, direttore dell'Agenzia regionale territoriale per
l'edilizia.
TESTA FAVOREVOLE AL PROGETTO DELLE TORRI
Nell'aprile 2007 fu tra i protagonisti della durissima
polemica per le quattro torri (20 mila metri cubi) che, secondo un progetto di
massima, si vorrebbero costruire al posto del vecchio ospedale
[vedi
articolo .pdf]. Testa, con il gruppo socialista (
Vincenzo Damonte e
Tullio
Ghiglione), si schierò per il "sì", a favore del progetto
Arte-gruppo Nucera.
Il capostipite
Giovanni Nucera era tra i più votati
esponenti del Psi albenganese, dal 1982 iscritto alla sezione "Balletti" ed
alla sua prima esperienza elettorale alle comunali, nel 1988, ottenne 486
preferenze personali, subito dopo il capogruppo
Danilo Sandigliano
e
Testa.
Giovanni Nucera venne coinvolto e arrestato, difeso dagli
avvocati
Vernazza e
Mazzitelli, nell'ambito dell'inchiesta del 1996 del Pm,
Landolfi
su
Viveri ed altri 54 indagati. L'epilogo non fu proprio esaltante per la
giustizia. Sempre
Giovanni Nucera risultò acquirente di tre alloggi di
proprietà di
Alberto Teardo e della moglie
Mirella Schmid a Palo di
Sassello. I sussurri di allora asserivano che durante un periodo di latitanza,
Teardo
potè contare proprio sull'amico e finanziatore del partito,
Nucera. Che non
tradì mai, come fece con
Angioletto Viveri.
Oggi i tre figli di
Nucera, capeggiati da
Andrea con
un'esperienza di pubblico amministratore a
Ceriale, dopo la morte del papà,
hanno potenziato un piccolo impero non solo nel savonese.
Vasti gli interessi in attività edilizie, immobiliari,
terriere e nel settore alberghiero, anche fuori dai confini della Liguria. Da
Ceriale, alla Valbormida, da Alassio a Borgio Verezzi, a Varigotti, dalla
Sardegna a Roma, alla Costa Azzurra, all'Africa. La principale sede operativa
resta ad Albenga, poi Milano, con appendici societarie e finanziarie in
Lussemburgo.
Un'importante risorsa, insomma, di cui si potrebbe dare un
giudizio positivo, se non fosse annebbiato da alcuni buchi neri per un legame
fin troppo chiacchierato con alcuni esponenti politici, compresi parlamentari e
pubblici amministratori (progettisti e consulenti a vario titolo, dunque a libro
paga).
E' utile aggiungere che la seconda generazione dei
Nucera
non ha nulla da spartire con il "ciclone Teardo" (sia prima edizione, sia la Teardo-bis archiviata
dai nuovi giudici inquirenti) per il quale Trucioli Savonesi si propone
di offrire ai lettori una "rivisitazione storica", quasi interamente
documentata con materiale d'archivio. Destinata soprattutto ai molti cittadini,
politici e non, giornalisti compresi, che sono affetti da "memoria corta".
Si aggiunga il mai abolito principio che l'assenza di
responsabilità penalmente non riconosciute, non significa ignorare i principi,
i valori di opportunità morale-etica soprattutto per chi è chiamato a svolgere
funzioni pubbliche, elettive o attività politica.
ITER DELL'INCHIESTA E DEI VARI PROCESSI
Mauro Testa
dovette attendere il 12 giugno 1989 per
uscire definitivamente dal tunnel, dall'inferno processuale. Nei suoi
confronti c'era l'accusa di associazione di stampo mafioso (contesta a 17
imputati e rimasta tale per 11 di loro, fino all'assoluzione con un secondo
processo in Corte d'appello a Genova) ed interessi privati in atti d'ufficio
per la "gestione calore" dell'Iacp di cui era allora coordinatore
amministrativo.
Testa, già in primo grado, a Savona, fu assolto per "mafia"
con formula ampia. Insufficienza di prove per uno di due episodi riguardanti
gli interessi privati. Il pubblico ministero del dibattimento,
Michele Russo,
aveva invece chiesto la condanna a 5 anni, 6 mesi 1 milione di multa. Assolto
con la stessa formula anche nel giudizio di secondo grado, a Genova. Poi
l'appello del procuratore generale
Michele Marchesiello.
La
Suprema Corte di Cassazione, in quel lontano giugno1989,
contrariamente alle richieste della procura generale, respinse l'estensione
dell'accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso, riproposta per lo
stesso
Testa e
Caviglia. Ha inoltre annullato la condanna a 6 mesi di
Mauro
Testa in quanto il reato era estinto dalla prescrizione. Dispose, come
accennato, un nuovo giudizio in Corte d'appello a Genova, per l'accusa di
mafia, a carico di 11 imputati, ritenendo che sussisteva una "carenza di
motivazione" nell'assoluzione.
Difensore di
Testa era l'avvocato
Antonio Chirò, già vice
pretore di Savona.
<Sono soddisfatto - dichiarava il legale al Secolo XIX
- per due motivi. Testa esce da questa brutta avventura senza condanne;
personalmente non ho mai avuto dubbi sulla sua estraneità. Inoltre nessuno
riuscirà mai a convincermi sull'esistenza di un reato di stampo mafioso nella
vicenda Teardo>.
IL RUOLO DI TESTA DESCRITTO DA FERRO
Come abbiamo fatto per
Paolo Caviglia, è sicuramente utile
ripercorrere il ruolo processuale di
Mauro Testa seguendo la motivazione della
sentenza di primo grado, a Savona, considerata la più completa per farsi
un'idea di quel "mosaico", con le sue 120 mila pagine. Motivazione scritta dal
giudice savonese
Vincenzo Ferro al quale tutti riconoscevano un ottimo lavoro
sia sul merito, sia in diritto-dottrina giuridica.
Ecco cosa è scritto nella sentenza di 463 pagine
dattiloscritte e che analizzava la posizione dei singoli imputati a giudizio.
<Testa, pubblico amministratore, quale sindaco del Comune
di Albenga, pubblico funzionario, quale dipendente dello Iacp di Savona,
commetteva reati e consentiva all'associazione di perseguire i suoi fini, anche
abusando delle sue rispettive funzioni>.
Motivazione dell'assoluzione:
"Testa è stato rinviato a
giudizio quale membro dell'associazione per delinquere e dell'associazione
mafiosa perché, nelle suddette qualità, commetteva reati e consentiva
all'associazione di perseguire i suoi fini anche abusando delle sue rispettive
funzioni.
Dalle specifiche imputazioni relative ai soli reati di
interesse privato in atti d'ufficio, di cui era chiamato a rispondere, il Testa
viene prosciolto, in parte con formula ampia ed in parte con formula
dubitativa.
Tra le altre ipotesi di reato, che sono state rimesse al
proseguo dell'istruttoria, l'unica riferibile al Testa è quella relativa alla
"gestione calore" dell'Istituto autonomo delle case popolari della provincia di
Savona, per la quale, alla stregua del dispositivo istruttorio, si profila
un'imputazione a carico di Marcello Borghi e Mauro Testa, ai sensi
dell'articolo 324 (interesse privato ndr), pur non essendo ancora state
formulate concrete contestazioni.
Senza bisogno di ripetere quanto si legge nel provvedimento
di rinvio a giudizio a proposito di tale complessa vicenda, occorre qui
soltanto osservare che l' eventuale correlazione tra il Testa e gli altri
imputati di associazione criminosa, in ordine alla gestione calore, passerebbe
necessariamente attraverso un intento di favorire indebitamente l'impresa "Hot
Casa" del gruppo di Federico Casanova, che sarebbe legato alle persone del Borghi,
del Teardo e del Caviglia. In assenza di prove, allo stato non raggiunta, di
specifiche forme di illegittimità nelle procedure adottate, l'esistenza di tali
legami resterebbe affidata alle testimonianze di Pietro Bovero e Umberto Minuto,
la cui estrema labilità, impedisce allo stato di dare corpo a quelle che
appaiono solo vaghe congetture...
Resta quindi da esaminare - prosegue la motivazione della
sentenza nel suo testo integrale - se, ed in quale modo, all'infuori
della commissione di reati, il Testa abbia altrimenti cooperato all'attività associativa. Appare
superflua la introduzione nel capo d'accusa della congiunzione "anche", poiché,
alla luce della motivazione del rinvio a giudizio, non risultano addebitate al Testa
forme di condotta che non siano correlate con le sue funzioni. Resta da
verificare, in particolare, l'affermazione secondo cui egli sarebbe stato
"appositamente sistemato dal gruppo mafioso alle dipendenze dello Iacp di
Savona per consentire il controllo degli appalti banditi da detto istituto".
PERSONALITA', CARRIERA RACCOMANDAZIONI POLITICHE
Va detto -
scrive ancora Ferro nelle motivazioni - che la
personalità del
Testa non è favorevolmente lumeggiata da una carriera
professionale intrapresa e proseguita all'insegna della "raccomandazione"
politica, anziché il pubblico concorso. Ci si astiene, tuttavia, volutamente,
da una più approfondita indagine circa la legalità formale dell'assunzione del Testa,
poiché mentre, da un lato, non sono stati ritenuti dagli inquirenti
estremi di reato al riguardo, non risultano d'altra parte essere stati esperiti
da eventuali controinteressati gli opportuni rimedi amministrativi. Non si
ravvisano quindi, circa le pretese occulte motivazioni dell'inserimento del
Testa
nell'organigramma dell'Istituto, se non generici motivi di sospetto.
L'affermazione di Nicola Guerci (l'unico tra gli imputati ad
aver confessato e risarcito i danni ndr), secondo cui le tangenti venivano
incassate dalle persone del gruppo che faceva capo al Teardo, quali Borghi, De
Dominicis e il Testa, richiederebbe, relativamente al Testa stesso, più
approfondita indagine e più convincente dimostrazione.
I TESTI CHE ACCUSAVANO MA SENZA FORNIRE PROVE
Al
Testa i giudici istruttori addebitano, inoltre, le
dichiarazioni del teste
Adelio Venturino il quale considera il
Testa, a tutti
gli effetti, un membro del gruppo teardiano. Ma il
Venturino incorre in errore
quando afferma che il
Testa, passato dalla sinistra del partito alla corrente
teardiana, ne fu premiato diventando in breve tempo funzionario dello Iacp e
sindaco di Albenga, laddove il
Testa all'epoca dell'assunzione allo Iacp era
legato proprio alla corrente di sinistra dell'avvocato
Giovanni Isoleri che si
poneva in contrasto con la corrente di Teardo, e quando sostiene che le
tangenti dello Iacp passavano necessariamente attraverso l'asse costituito dal
Testa
e dai presidenti e vice presidenti del momento, mentre l'episodio di
concussione ai danni dell'imprenditore
Stefano Cutino dimostra, almeno
quanto al
Testa, il contrario.
Che il
Testa fruisse dell'autorizzazione ad assentarsi dalla
sede di servizio per l'adempimento delle sue funzioni di pubblico
amministratore, non solo non è illecito in se stesso, ma costituisce
conseguenza del principio a cui è pervenuta la nostra civiltà giuridica (art.
51 della Costituzione)....che il
Testa ne fruisse in misura eccedente i limiti
del legittimo o del necessario, può essere vero, anche se non provato. Ma ove
ciò fosse dimostrato, non varrebbe certo ad avvalorare l'ipotesi di una
presenza assidua ed attiva dell'imputato nello Iacp a scopi di coordinamento
dell'attività criminosa in esso attuata.
Infine, le notevoli disponibilità economiche del Testa hanno
ricevuto una non inattendibile spiegazione nelle sue condizioni di
famiglia>.
E qui si conclude la motivazione.
COSA DICHIARO' A GRANERO NEGLI INTERROGATORI
Il 3 settembre 1983, il giorno dopo l'arresto,
Mauro Testa,
presenti gli avvocati
Tito Signorile e
Antonio Chirò, così esordi nel suo primo
interrogatorio da detenuto davanti al giudice istrutturo
Francantonio Granero:
<Sono
coniugato, dirigente dello Iacp, non ho fatto il militare, sono laureato in
giurisprudenza, sono già stato condannato per contravvenzioni al codice della
strada. Fui assunto all'Iacp con contratto a termine nel novembre 1974 dopo che
mi ero laureato a luglio ed avevo fatto pratica nello studio
dell'avvocato Giovanni Isoleri e fu lui a segnalarmi all'architetto Nino Gaggero.
Non sono stato io, sia per la giovane età, sia per la mancanza di esperienza
professionale, a gestire tutti gli appalti per un importo globale di 10
miliardi nel corso del dicembre 1974. Non è vero che gestivo in prima persona
l'elenco delle imprese da invitare all'offerta. Non sono io che decisi di
gestirli col sistema della lecitazione privata. Né che fu possibile assegnarle
col sistema del ribasso. Mai ho partecipato alle gare. Non riesco a spiegare
perché sono sparite le schede segrete dell'Amministrazione dell'Iacp relative
agli appalti stessi. Le ho cercate anch'io in quando ero fino al giorno del mio
arresto coordinatore amministrativo dell'ente. Posso aggiungere che ebbi
dell'ostracismo dai colleghi....
LE PROPRIETA' IMMOBILIARI E I VERSAMENTI IN BANCA
Nel corso dello stesso interrogatorio, scritto dal
brigadiere dei carabinieri
Gaetano Parisi, il detenuto
Testa dichiarava:
<Le
proprietà immobiliari di cui sono proprietario sono state da me acquistate con
denaro prestatomi da mia madre, frutto della mia famiglia da oltre 30 anni. Tre
dei conti correnti dei quali sono titolare, sono in realtà di mia madre ed io
sono delegato per la firma. Sono socio accomandante della società Agem,
ma tale società, indipendentemente dagli scopi statutari, non ha mai svolto
attività di compravendita immobiliare, ma soltanto amministrazione ed
assicurazione di condomini.
E' vero che sono socio dell'Atex, anzi lo ero. Io ho versato
cinque milioni, 3 come capitale e 2 per fondo cassa. Era mal gestita e ho perso
tutto. Ignoravo che questa società con sede a Roma, si identificasse con il Cad
di Roma. Tra i soci c'erano Eraldo Ghinoi, Borghi, Siccardi, De Domenicis,
Gregorio, funzionario della Camera dei deputati, Marina Zugnoni.
Prendo atto che da una telefonata intercettata presso
l'utenza telefonica di
Euro Bruno (altro imputato del troncone principale ndr),
risulterebbe la mia amicizia con il noto pregiudicato
Pietro Nalbone, detto "
zu
Pietro", preciso però che l'ho conosciuto esclusivamente in carcere ed ho
avuto con lui normali rapporti tra detenuti.
I conti correnti intestati a me e mia madre contengono anche
gli incassi del bar e del denaro regalato a mia madre dalla nonna. Prendo atto
che si tratta sempre di cifre tonde e banconote di grosso taglio che mal si
conciliano con gli incassi di un bar, non so fornire spiegazione in proposito.
Prendo atto delle distinte di versamento sulla Banca
d'America e d'Italia...sulle distinte di versamento del Banco di Roma di Savona,
in banconote da 50 e 100 mila lire, nel periodo 1980-1983. Sono soldi
esclusivamente di mia madre.
E' vero che ero titolare di una cassetta di sicurezza
intestata a Massimo De Domenicis, lui mi chiese un favore in quanto non voleva
che lo sapesse sua moglie.
Prendo atto del conto corrente della banca San Paolo
di Albenga, anche questi sono soldi di mia madre.
Prendo atto dei due libretti al portatore della Cassa di
Risparmio di Genova e Imperia, non so perché furono aperti, ma credo per
versare gli interessi dei Bot.
Circa la vicenda di Regione Frontero, con immobile della
Rivierauto, mi riporto al parere che rilasciò al Comune, quando ero sindaco, il
prof. Lorenzo Acquarone.
Circa la vicenda della "Cuneo Polli" e alle aree al centro
delle polemiche mi riporto a quanto dichiarai all'epoca al sostituto
procuratore Maria Teresa Cameli. Cosi pure per la costruzione di un edificio a Lusignano
destinato a materiale agricolo... Preciso che non ho mai interferito per
la costruzione dell'immobile aggiudicato all'impresa Filippone.
E' vero che partecipai ad una cena elettorale, insieme a Teardo,
organizzata all'Ariston di Andora della famiglia Pallavicino, suocero
dell'attuale questore di Nuoro, Arrigo Molinari.
Ignoravo che Alberto Teardo o suoi emissari avessero versato
soldi, in campagna elettorale, a noti pregiudicati....
IL RUOLO DI TESTA NELLA MASSONERIA
<Prendo visione dei documenti a me sequestrati e
contenuti nella busta D. Effettivamente, come risulta dal documento n.23, io
ero iscritto alla massoneria. Entrai, dapprima, nella loggia XX Settembre di
Savona, della quale era maestro venerabile Giuseppe Bolzoni (che chiamava
"micio" l'allora presidente del tribunale Guido Gatti, come risulta dalla relazione
del giudice Rossini in Corte d'appello a Genova ndr). Entrai in loggia su
invito di Bolzoni che conoscevo perché frequentava la Federazione del Psi di
Savona. In loggia c'era anche Massimo De Dominicis. Non ero tra i più assidui
in loggia e cosi decisi di trasferirmi alla loggia intitolata a Giuseppe
Mazzini, sempre dell'obbedienza di Palazzo Giustiniani ad Albenga. Dopo
l'arresto sono stato sospeso. Prendo visione delle due tessere di iscrizione
alla massoneria contrassegnate con il numero 49. Prendo atto che le tessere
sono datate primo dicembre 1976 e 12 giugno 1978, riguardano la mia adesione,
dapprima come apprendista e poi come grado secondo, all'obbedienza di Piazza
del Gesù. Trattasi della loggia Le Acacie di Albenga, della quale facevano
parte, tra gli altri, il commercialista Malpezzi di Alassio e Gianfranco Sasso
di Albenga, cioè la stessa persona cointeressato all'operazione Cuneo Polli.
Ricordo ancora i nomi di Angelo Emilio Mosso sindaco del Comune di Villanova
d'Albenga, e di Giancarlo Ieri, segretario comunale di Albenga.
Preciso che lasciai l'obbedienza di Piazza del Gesù,
su richiesta di Giuseppe Bolzoni. Nella loggia Le Acacie è probabile ci fosse
anche Augusto Guglieri, impiegato di Carlo Pallavicino e delegato di spiaggia
di Andora>.
Questa è la storia descritta con la parte più significativa
degli atti processuali.
Mauro Testa resta pur sempre, anche una vittima della
giustizia, che non ha condiviso, nel giudizio finale, l'accusa principale per
la quale era finito in carcere. La detenzione, al di là dell'esito finale, è
un'esperienza durissima, a volte devastante. Non sappiamo se Testa l'ha
superata e come.
Il suo ritorno a capofitto nella politica, anche in vicende
delicatissime come la costruzione delle torri nella sede del vecchio ospedale,
con annessi e connessi, gettano molte ombre da dissipare, e per le quali è in
corso pure un processo, con richiesta danni, da parte di Arte e del presidente
di allora,
Franco Bellenda, contro
Antonio Ricci (Striscia la Notizia e albenganese
d'origine).
Vicende che pare non rappresentino quella svolta morale ed
etica di cui ha tanto bisogno l'Italia (vedi relazione della Corte dei Conti
sulla corruzione). Anche nel Savonese e l'Imperiese resta folta la schiera dei
non vedenti. Sarà solo per caso.
Luciano Corrado