Mangiardi, Spadaro e De Masi: il 9
gennaio la Giustizia di Lamezia e Reggio rivoluzionerà il calendario
calabrese?
Altro
che Befana! D'ora in poi la prima ricorrenza dell'anno, in
Calabria, rischia di essere il 9 gennaio. Dipende tutto da cosa
succederà in due aule di Tribunale. Una a Lamezia e l'altra a
Reggio Calabria...
Andiamo
con ordine. Il
9
gennaio a Lamezia
- capitale mancata della Calabria ma tra le capitali della
‘ndrangheta a tutti gli effetti - si terrà l'udienza di un
processo storico: per la prima volta un piccolo imprenditore,
Rocco
Mangiardi, si
troverà di fronte agli uomini che accusa di estorsione, tra i quali
Pasquale Giampà,
volto noto alla Giustizia.
La
tensione è alle stelle tanto che
Pino
Spadaro, il
presidente della sezione penale del Tribunale - un uomo che ha
preso il posto di
Salvatore
Murone,
trasferito a Catanzaro, un collega che
Luigi
De Magistris ama
come si potrebbe amare un attacco di appendice fulminante nel giorno
di Ferragosto - da mesi è oggetto di intimidazioni e minacce.
Da
mesi sapevo che questo giudice era nel mirino della ‘ndrangheta.
Sia ben chiaro: come ce ne sono tanti. Alcuni per il senso del dovere
verso la Giustizia, altri, a mio giudizio, per lo spiccato senso del
dovere verso la ‘ndrangheta o verso la massoneria deviata. Che
nelle logge calabresi coperte spesso si sposano per fare affari. O
veramente credete che in Calabria non ci siano magistrati corrotti o
collusi nei confronti dei quali le cosche chiedono sempre di più
fino a minacciarli di morte? Veramente credete che dietro alcuni
giganti dell'antimafia parolaia della magistratura non si celino i
fili invisibili delle cosche? Ma mi faccia il piacere, direbbe
Totò!
Bene
di questo giudice - di cui, ripeto, da mesi sapevo i rischi che
correva ma di cui non ero mai riuscito ad occuparmi, preso come sono
da decine di inchieste sulla criminalità organizzata - ho scritto
il 2 e il 3 gennaio sul
Sole-24
Ore. Per una
strana coincidenza: una telefonata (non posso svelare ovviamente di
più) ricevuta ancora al giornale qualche giorno prima, mi aveva
fatto saltare sulla sedia. Si parlava di un attentato fallito il
24
dicembre per
motivi improvvisi. Appunti ben impressi nella mente e via.
Prendo
sempre in considerazione tutto - anche le denunce anonime - e
quelle poche volte che non l'ho fatto l'ho rimpianto. Ricordo a
esempio una serie di lettere anonime su alcuni strani investimenti in
Calabria fatti grazie ai fondi della legge 488. Persi le lettere nel
trasferimento dalla vecchia alla nuova sede del giornale e qualche
mese dopo lessi sui giornali cose che...avevo già letto! Pazienza.
E
allora giù a indagare - come deve fare ogni buon giornalista -
chiamando Prefettura, Questura, poliziotti, fonti confidenziali,
amici giornalisti oltre ovviamente lo stesso Spadaro.
La
notizia andava verificata e contestualizzata e per questo mi sono
messo a leggere molto su quel processo che si stava celebrando nel
silenzio dei media nazionali, nonostante il Comune si fosse
costituito parte civile, al pari delle associazioni antiracket. Su
quel processo e su altri che Spadaro ha condotto o condurrà.
Tre
sole fonti non consulto: il sindaco, le associazioni antiracket
locali e gli avvocati. Il primo perché ha un difetto: è un uomo
onesto ma parla, parla, parla. No, vista la delicatezza meglio
lasciar stare e non correre il rischio che qualcosa inavvertitamente
sfuggisse al buon
Gianni
Speranza, che
conosco da molti anni.
Le
seconde perché direttamente coinvolte come parti lese: meglio
sentirle dopo. Così come era meglio sentire il sindaco dopo aver
dato la notizia. E così faccio nel pezzo uscito oggi, 3 gennaio. Il
giorno prima le voci erano quelle del Prefetto di Catanzaro,
Sandro
Calvosa e del
capo della squadra mobile di Catanzaro,
Francesco
Rattà: due gran
persone! A loro il mio grazie da cittadino.
E
gli avvocati? Perche gli avvocati no? Beh mettiamola così: dei
professionisti calabresi in genere mi fido come potrebbe fidarsi di
un serpente velenoso un domatore di pulci in un circo. E per chi
abbia voglia di leggere qualcosa su questo blog attinente
all'argomento che sto trattando, beh si vada a vedere ciò che ho
scritto il 27 ottobre.
Per
farla breve: ne scrivo in questi due giorni con dovizia di dettagli,
rubati a destra e a manca con mestiere da coloro che avevo sentito
(del resto sono solo 25 anni che faccio il giornalista) e scoppia il
finimondo. Scrivo che probabilmente il magistrato da uccidere era
proprio Spadaro. Scrivo anche che
Gerardo
Dominijanni, pm
di quel processo, era ed è a rischio.
Scrivo
molto ma non tutto. Non scrivo - a esempio - che due testate
giornalistiche, alcune settimane fa avevano ricevuto una lettera
anonima dettagliata che preannunciava i rischi che correvano questi
magistrati. Al punto che la
Procura
di Salerno
(questo però l'ho scritto cari amici di blog) sta indagando. Una
lettera anonima che mi è stata letta per telefono e che è stata
depositata da tempo da ambo le testate giornalistiche presso le
Autorità giudiziarie: quando l'ho ascoltata sapete che idea mi
sono fatto? Che fosse stata scritta da qualche manina interna agli
uffici giudiziari o giù di lì. Mi sbaglierò, per carità, ma il
fiuto di un giornalista difficilmente sbaglia. Certo non è
infallibile, ma due più due fa quasi sempre quattro.
Non
scrivo - tanto per citare un altro esempio - che Spadaro ha anche
uno strascico
dell'inchiesta
Poseidone (si
quella tolta a De Magistris, incentrata su una serie di truffe legate
ai depuratori calabresi, con la solita regia malandrina del comitato
di affari che in questa terra mangia tutto). Insomma: di motivi per
colpirlo la ‘ndrangheta ne avrebbe o no?
Rimango
colpito dal silenzio degli altri media nazionali su questa vicenda (e
con loro i politici parolai) ma questa è un'altra vicenda. Così
come un'altra impressione mi ronza per la testa: che la stampa
locale (apparte pochissime, lodevoli eccezioni) sta quasi sempre alla
larga dalle vicende delicate o potenzialmente pericolose. Vi domando
amati amici di blog: ma vi pare possibile che quelle cose le
conoscessi solo io e dunque ne abbia scritto solo io, che sto a
Milano, e chi sta a Catanzaro no? Ma mi faccia il piacere, ridirebbe
Totò!
E
silenzio per silenzio, veniamo al secondo motivo per cui il 9 gennaio
potrebbe essere una data da inserire nel nuovo calendario calabrese.
Quel giorno a
Reggio
Calabria si
celebrerà l'appello di un altro processo storico: quello che vede
sul banco degli imputati una serie di istituti di credito accusati di
aver praticato tassi da usura nei confronti di un imprenditore di
Rizziconi,
Antonino De Masi.
In primo grado, a
Palmi,
nonostante non siano stati individuati nomi e cognomi colpevoli dei
tassi di usura praticati (chissà perché in Italia le responsabilità
delle banche sono sempre oggettive e mai soggettive), il reato è
stato chiaramente individuato (e potrete leggere degli stralci
sotto).
Ora,
chi segue le mie inchieste sul Sole e le mie trasmissioni su
Radio24,
sa perfettamente che ho seguito passo dopo passo la storia di questo
imprenditore che, tanti anni fa, "chiuse per mafia" per poi
riaprire dopo aver preso metaforicamente a calci nel sedere le
cosche.
E'
un omone con un bel volto calabrese: gioviale e sorridente. Ha avuto
però il coraggio - negli anni - di fare insieme due cose che
nella
Piana di
Gioia Tauro sono
praticamente impossibili: mandare avanti l'azienda tra mille
difficoltà (esporta in mezzo mondo macchine agricole) e denunciare
la malavita. Non solo: ha avuto il coraggio di denunciare le banche e
di aiutare una cooperativa che coltiva sui terreni confiscati alle
cosche della Piana: che goduria amici!
Bene,
quest'uomo, questo imprenditore che dice no a cosche e denaro caro,
il 9 gennaio si ripresenterà in un aula di Tribunale. E - vista
l'aria che tira - ha deciso di scrivere una lettera. A chi? Lo
potete leggere voi di seguito.
Due
battaglie, a Lamezia e Reggio Calabria, che vanno sostenute. Ho
promesso agli interlocutori del caso lametino - Prefetto e capo
della mobile di Catanzaro, magistrati, associazioni antiracket e
amici - che avrei continuato a seguire la vicenda e tenere i
riflettori accesi con tutti i mezzi che ho a disposizione: giornale,
radio e blog. Lo stesso ho promesso a De Masi. Bene: con questo post
continuo a mantenere le promesse. Alle prossime puntate adorati amici
di blog!
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All'Ill.mo
Presidente della Repubblica
On.le
Giorgio Napolitano
All'Ill.mo
Vice Presidente del CSM
On.le
Nicola Mancino
All'Ill.mo
Presidente della Corte di Appello di Reggio Calabria
Dott.
Luigi Gueli
All'Ill.mo
Procuratore Generale di Reggio Calabria
Dott. Giovanni Marletta
Illustrissime
Eccellenze
Il
9 di Gennaio inizierà presso la Corte di Appello di Reggio Calabria
il procedimento nr. 624/2008 Reg. Gen. App. che vede
imputati i vertici di alcuni dei maggiori istituti di credito
italiani per il reato di usura.
La
sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Palmi il 08.11.07 nr.
1732 ha
confermato
l'esistenza del reato, elemento oggettivo, ma non ha individuato
negli imputati i colpevoli, in quanto nel corso del dibattimento i
Presidenti hanno affermato che le responsabilità di decisione dei
tassi, che sono il mezzo attraverso il quale le banche ottengono i
propri enormi introiti, erano in capo ad altri soggetti, i direttori
generali.
A
tale sentenza
la Procura
Generale
ha
proposto appello, con un provvedimento dai contenuti molto forti; per
comprendere la durezza degli stessi basta qui riportane alcuni brevi
stralci:
<< Il c.d. processo alle
banche, che è stato discusso presso il Tribunale Penale di Palmi,
non ha una valenza suggestiva, bensì storica e, contestualmente,
sicuramente giuridica. Sotto il primo aspetto, non può non
ricordarsi che si tratta della prima sentenza in Italia con cui è
stata riconosciuta ufficialmente l'usura perpetrata dalle banche
nei confronti di propri clienti. Certamente, quanto accertato dai
giudici di Palmi è una disfunzione gravissima che, certamente,
comporta un distacco pesantissimo tra il sud ed il resto dell'Europa,
impedendo, di fatto, la possibilità di svolgere una corretta
attività economica.....>>
<< Ebbene, la decisione
emessa dal Tribunale di Palmi non lascia spazio ad ulteriori
argomentazioni: nel meridione gli Istituti di Credito approfittano
dello stato di debolezza del tessuto sociale, di quello economico,
della classe politica e della quasi assenza delle istituzioni, per
azionare quei meccanismi, a volte illegittimi e spesso illeciti, che
gli consentono di ricevere il massimo dei ricavi. ........
omissis.........Una situazione, sicuramente, insostenibile che non
può oltre essere ignorata sia dalla politica locale, che da quella
nazionale ed europea, ma soprattutto dalla magistratura: consentire
il depauperamento di tale territorio potrebbe vuol dire rafforzare la
mafia e le illegalità diffuse.>>
<<Si comprende, che una
valutazione obbiettiva delle funzioni dei vertici e degli esecutori
avrebbe portato ad una decisione, certamente, diversa, che con ogni
probabilità avrebbe sconvolto l'attuale sistema bancario italiano.
Il Tribunale, forse, non ha avuto il coraggio di superare il dato
formale ed emettere una sentenza forte dei contenuti e delle
responsabilità, che, sicuramente, non possono essere negate per
quanto sopra riferito (salvo prova del contrario che allo stato non
c'è).>>
Questo
procedimento, con i forti e drammatici fatti evidenziati, ha
dimostrato concretamente che gli istituti di credito praticano al
sistema economico calabrese tassi da usura, e come tali condizioni
creditizie hanno ripercussioni drammatiche su tutta l'economia e la
società civile della nostra regione.
E'
difatti impensabile che la nostra economia, resa già fragile dai
forti gravami esistenti, dovuti a decenni di arretratezza
infrastrutturale ed alla forte aggressione criminale, possa in
qualche modo sopravvivere con la presenza di questo sistema di
gestione del credito che finisce per dare il colpo di grazia alle
nostre imprese, impedendo loro di fatto di poter essere competitive
sul mercato.
Nel
corso di questi otto lunghi anni di battaglie legali ho sempre
denunciato tali sopraffazioni, ho detto e scritto a tutti che le mie
imprese hanno resistito alla mafia, ed ora rischiano di morire a
causa dei soprusi delle banche.
Ora,
dopo aver ottenuto da un Tribunale della Repubblica una sentenza che
riconosce l'esistenza dell'usura praticata dalle banche ai danni
delle mie aziende e della mia famiglia, mi trovo alle porte di un
processo di appello che mi vedrà contrapposto al gotha della
finanza.
La
mia vita lavorativa, e non da oggi, si è sempre basata sul rispetto
di regole e leggi; lo Stato, le Istituzioni ed i principi della
legalità sono state la forza e la motivazione per andare avanti,
resistendo per decenni alla dura e violenta aggressione della
criminalità che ha tentato di distruggere il frutto di oltre
cinquanta anni di lavoro.
Per
me, la mia famiglia ed i miei dipendenti, che sono 280 e che da
decenni con me lavorano, i principi della dignità e del reciproco
rispetto sono capisaldi imprescindibili, ed allo stesso modo lo è
l'uguaglianza degli uomini di fronte alla legge al di là "della
ricchezza e del potere" da essi detenuti.
E'
con tale spirito che alla legge ed alla giustizia mi sono sempre
rivolto e confidato, attendendone i lunghissimi tempi, ma nutrendo in
esse massima fiducia, da uomo, da cittadino e da cattolico. La mia
vita, la mia storia di uomo e di imprenditore, i sacrifici di una
vita, sono messi in gioco sul tavolo di questo procedimento,
confidando ancora, come sempre fatto, nella nobiltà della Giustizia.
Non
posso però fare a meno di pormi delle domande quando apprendo dagli
organi di informazione, e ciò accade sempre più spesso, fatti e
circostanze nei quali i valori assoluti della giustizia e
dell'eguaglianza, sono messi in discussione dai potenti di turno.
Citando
quanto riportato sulla stampa un illustre economista (prof. Mario
Monti) ha affermato che le banche sono il governo occulto del paese;
ciò, oltre ad aver preso atto di quali degenerati comportamenti le
banche ed i banchieri si sono resi protagonisti, francamente mi
sconvolge e
mi
induce a rivolgermi alle Signorie Vostre Ill.me,
con
lo spirito di un cittadino che
chiede giustizia,
al fine di invocare la Vostra massima attenzione su tale
procedimento, affinché i giudici possano decidere in tutta
tranquillità senza essere turbati da sicuri tentativi messi in atto
da particolari "lobby" di potere per tentare di condizionare lo
svolgimento del processo che ha acquisito notevoli significati non
solo per me ma per tutta l'economia del sud Italia (vi è nel
processo la costituzione di Parte civile della
Regione
Calabria e
dei comuni
limitrofi, oltre alle manifestazioni di solidarietà di tutte le
organizzazioni Sindacali Regionali; nel procedimento d'Appello vi
sarà
inoltre
la forte e significativa costituzione, quale parte civile, di
Confindustria Calabria).
Chiedo
scusa se mi permetto di
chiedere e dire ciò, però non voglio e
non
posso permettermi di morire di giustizia o di mala giustizia;
chiedo solamente che venga
garantita
l'imparzialità
vigilando affinché il procedimento che si aprirà a Reggio Calabria
possa essere condotto nel Nome del Popolo Italiano e nella garanzia
del principio assoluto che la legge sia uguale per tutti.
Vi
ringrazio a nome mio, della mia famiglia, dei miei dipendenti e di
quei tanti ed operosi calabresi che vivono una terra difficile e
martoriata.
Con
ossequiosi saluti
Antonino De Masi