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Marzo 2006
ANTIMAFIA IN PIEMONTE
Un torinese in Commissione antimafia
"Mafia-politica? Questione rimossa"
Intervista a Gianpaolo Zancan di Marco Nebiolo
Alla fine la spaccatura è arrivata insanabile anche in Comissione antimafia. La XIV legislatura, caratterizzata da una contrapposizione quasi assoluta tra forze di maggioranza e di opposizione sui temi più importanti della politica italiana, non ha fatto storia a sé neanche sul tema fondamentale della lotta alle mafie. L’opposizione non ha firmato la relazione presentata dal presidente Centaro, e ha presentato una corposa relazione di minoranza. Punto di rottura fondamentale: l’oscuramento da parte della maggioranza del tema della commistione tra mafia e politica.
Ne abbiamo parlato con il senatore Giampaolo Zancan, torinese, avvocato penalista di chiara fama, eletto nel 2001 come indipendente dell’Ulivo e iscritto al gruppo dei Verdi. Oltre a essere membro della Commissione antimafia, è stato vicepresidente della Commissione Giustizia, segretario della Commissione Mitrokhin, membro della Commissione Telekom Serbia e della Commissione sull’occultamento dei fascicoli sui crimini nazifascisti. Un’intensa attività che però non proseguirà nella prossima legislatura, perché «la legge elettorale voluta dalla maggioranza prevede che gli eletti siano decisi dai partiti, non lasciando alcuno spazio agli indipendenti. Continuerò in altre forme la mia battaglia per i diritti».
Senatore Zancan, perché l’opposizione ha presentato una relazione di minoranza?
Perché il Governo ha cancellato la questione mafia dall’agenda politica dell’ultima legislatura, che si è caratterizzata negativamente anche per un attacco ai magistrati antimafia senza precedenti, nel quadro più complessivo del ridimensionamento dell’autorità e del prestigio dell’ordine giudiziario. Un filo rosso attraversa le dichiarazioni del Governo sin dal 2001. Gli esempi sono numerosi, dall’assenza di riferimenti alla mafia nel discorso programmatico del presidente del Consiglio Berlusconi, alle dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture Lunardi sulla necessità di convivere con la mafia, al recente discorso di inaugurazione dell’anno giudiziaro di Castelli, in cui il Ministro si è limitato a parlare genericamente di criminalità organizzata, lodando l’efficacia dei provvedimenti del Governo in questo campo.
Quali provvedimenti del Governo e della maggioranza hanno segnato un arretramento nella lotta alle mafie?
L’elenco è lungo, e la cosa grave è che questi provvedimenti non hanno trovato opposizione da parte della maggioranza in sede di Commissione antimafia. Pensi alla c.d “Legge obiettivo” sulle grandi opere: il ritorno agli affidamenti diretti degli appalti senza gare rende più facile l’infiltrazione della malavita nei lavori. Oppure alla mancata ratifica della Convenzione di Palermo del 2000 sulla lotta alla criminalità organizzata transnazionale. E cosa dire della cacciata di Tano Grasso dal ruolo di Commissario straordinario antiracket e usura? Ne abbiamo abbastanza per affermare che non solo la legislatura è stata carente, ma in molti punti addirittura favorevole all’antistato. Pensi che al funerale di un magistrato della statura di Nino Caponnetto il Governo non mandò in sua rappresentanza neanche l’ultimo dei sottosegretari.
Perché la maggioranza ha interesse a cancellare in modo così esplicito la questione mafia dall’agenda di Governo?
La maggioranza aveva vinto, in Sicilia, 61 collegi a zero, un capitale elettorale enorme, che forse pensa di preservare in questo modo. Ma credo che una risposta si possa trovare nelle emblematiche vicende giudiziarie di Dell’Utri e di Totò Cuffaro. Sono avvocato penalista da più di 40 anni e sono un garantista per natura. Dell’Utri è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione. Fino a sentenza passata in giudicato lo si deve ritenere innocente, ma un conto è il piano giudiziario, un conto è il piano politico. Da questo punto di vista, il fatto che l’onorevole Dell’Utri abbia un ruolo centrale nella gestione della campagna elettorale di Forza Italia ha un significato enorme. Come il rinvio a giudizio del presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro per favoreggiamento a Cosa Nostra, che ha ricevuto, prima e dopo il rinvio a giudizio, la solidarietà del presidente della Camera Casini: questo gesto su un piano politico e sul piano dell’intensità del contrasto alla mafia ha un valore devastante, a prescindere dall’esito dei processi.
Nella relazione di maggioranza questi casi emblematici come vengono trattati?
Su Dell’Utri in circa 1600 pagine non è spesa neanche una parola. La questione Cuffaro viene liquidata in poche battute, insignificanti. Non c’è alcuna reazione di fronte a questi casi. È l’abdicazione del contrasto alla mafia.
Al caso Andreotti, invece, sono state dedicate centinaia di pagine…
Qui la cosa grave è che la Commissione non se ne è mai occupata. E credo giustamente, perché essendosene occupata ampiamente la magistratura ordinaria, salvo in presenza di elementi nuovi – che non sono mai pervenuti– la Commissione non aveva titolo per farlo. Tuttavia, molto inopinatamente – e altrettanto significativamente – la relazione di maggioranza dedica quasi 400 pagine al caso Andreotti. La mia impressione è che si tratti di un salvataggio richiesto. E anche se non è stato richiesto si tratta comunque di un salvataggio.
Che interesse c’è a compiere un’operazione di questo tipo?
C’è un filo conduttore che si vuole preservare tra una certa politica del passato e una certa politica di oggi: la convivenza con la mafia.
A proposito del presidente Cuffaro, sono molti gli esponenti del suo partito coinvolti in inchieste di mafia. Secondo lei esiste una questione Udc in Sicilia?
Il problema della commistione mafia-politica è un problema che non riguarda un solo partito. Tuttavia è vero che l’Udc presenta un numero di casi di coinvolgimento in indagini giudiziarie notevole. Ricordo che durante una delle missioni in Sicilia la Commissione interrogò il presidente Cuffaro. Io gli dissi: «Presidente, lei deve essere un uomo molto sfortunato, perché le persone che lei conosce spesso vengono arrestate». Disse che ero eccessivamente maligno. Risposi che potevo fare ben di peggio.
Il procuratore generale Caselli racconta che quando, nel 1993, giunse in Sicilia per guidare la procura di Palermo ebbe un impatto non facile con una certa mentalità siciliana molto complessa, fatta di sfumature difficili da decifrare per chi è originario del Nord. Durante questi anni, durante le missioni nelle regioni del Sud, ha riscontrato la stessa difficoltà?
La mafia, così radicata in Sicilia, si nutre di tutti gli stilemi comportamentali di quella realtà locale, con la quale cerca di vivere in simbiosi. Certamente è difficile comprendere come si realizza questa simbiosi, come si nutra di linguaggi, di culture, di modi di essere e di vivere. Si tratta però di una difficoltà iniziale assolutamente superabile. E poi sono sempre stato un grande lettore di Sciascia.
C’è qualche stereotipo di cui si è liberato?
Secondo me non bisogna neanche accentuare le difficoltà di comprensione. Bisogna attenersi ad alcuni punti fermi, tenere la barra dritta. Individuare gli intrecci e cercare di dipanarli.
Com’è affrontato il tema della responsabilità politica nella relazione di minoranza?
Lanciamo la proposta di promuovere, tra i partiti, un codice etico per escludere dalla politica le persone condannate in primo grado, o anche solo rinviate a giudizio, per fatti di mafia.
Come si concilia questa proposta con il principio di presunzione di innocenza?
Il garantismo è un fatto giudiziario. Kant diceva che la moralità è l’“a priori” della politica, non un dato posteriore alla medesima. Questo significa che un uomo politico ha doveri diversi rispetto a un privato cittadino. Chi si occupa della cosa pubblica ha vincoli di trasparenza maggiori, e per essere candidati è necessaria la trasparenza sin dal momento della candidatura. Per il semplice cittadino, invece, si può e si deve attendere la conclusione del procedimento penale.
La maggioranza come ha affrontato la questione ’Ndrangheta?
La sottovalutazione generale che pervade la relazione di maggioranza della commistione mafia-politica si ripercuote anche sulla lettura dell’emergenza Calabria. Secondo la maggioranza, tutto si riduce a episodi locali, limitati a casi autonomi. Invece la questione del rapporto mafia-politica è un problema di penetrazione a largo raggio, magari priva di una programmazione, ma accettata e condivisa nel metodo. Tutto ciò si ripercuote sul voto, spesso pesantemente condizionato. In quella Regione ci sono esempi clamorosi di quel rapporto malato.
Lei partecipò alla trasferta della Commissione a Locri dopo l’omicidio Fortugno. Cosa la colpì di quell’esperienza?
La scarsa consapevolezza da parte degli amministratori locali della gravità della situazione. Alle nostre domande su quali fossero le loro necessità più urgenti, c’era chi chiedeva qualche vigile urbano in più o provvedimenti di questa natura. È come se nel corso di una tempesta in mezzo al mare ci si preoccupasse delle scarpe che non riparano a sufficienza. Manca la coscienza di essere in una Regione dove la presenza mafiosa raggiunge la massima invasività a tutti i livelli.
Nella relazione di minoranza scrivete che il comportamento della maggioranza in commissione ha ricalcato quello della maggioranza di Governo e del Governo stesso: carenza di senso dello Stato e di responsabilità istituzionale. Quali comportamenti vi hanno portato a queste affermazioni?
Questa è la realtà, purtroppo. Se pensiamo al comportamento della maggioranza in antimafia rispetto all’attacco portato alla normativa sui beni confiscati – iniziato con il passaggio al Demanio della gestione di questi beni, scelta assolutamente incongrua, criticata aspramente dalla Corte dei Conti – non si può che rimanere sconcertati. E non dobbiamo dimenticare che la legislazione antimafia di questo Governo si inserisce in un quadro di legislazione del privilegio. Non c’è stata nessuna reazione degli esponenti della maggioranza in Commissione contro leggi manifestamente favorevoli alla mafia, prima fra tutti la legge sul rientro dei capitali dall’estero: quello è uno scudo fiscale per beni di riciclaggio illecito e mafioso. Avrebbe dovuto suscitare la reazione di tutta la Commissione antimafia, cosa che non è accaduta.
A proposito di riciclaggio, il procuratore Maddalena ha dichiarato che gli strumenti attuali di contrasto sono insufficienti e che sarebbe necessaria l’inversione dell’onere della prova sull’origine degli arricchimenti. Cosa ne pensa?
È una proposta che urta il mio garantismo. L’origine degli arricchimenti può essere lecita e tuttavia può essere interesse del proprietario mantenerne riservata l’origine. Il procuratore Maddalena ama le provocazioni intelligenti, ma sono convinto che non sia necessario arrivare a questi estremi per poter fare di più.


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