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Ottobre 2005 
La "strana" ripartizione dei fondi antimafia
Fatta la legge...
Antonio Pergolizzi
Cosa accomuna un omicidio di stampo mafioso e una sciagura naturale? Apparentemente nulla. Eppure i benefici previsti dalla normativa antimafia della Regione Sicilia sono concessi anche ad altre categorie di vittime. Generosità? Leggendo i destinatari, si direbbe raccomandazione
A Palermo la mafia non è più una priorità. Anzi. Un mafioso vale quanto un terrorista, una disgrazia, un raptus di follia: lo ha stabilito il Parlamento siciliano che con un’insolita attività legislativa ha esteso i benefici previsti dalla legge 20/99 – “Misure contro la mafia e misure di solidarietà in favore delle vittime della mafia” – a tutta una serie di soggetti che nulla hanno a che fare con la mafia. Ma andiamo con ordine.
Sfugge il nesso. Sul fatto che la legge 20/99 non fosse mai stata un granché erano d’accordo un po’ tutti, ma con i successivi interventi legislativi della Regione Sicilia è divenuta un tale assurdo giuridico da indignare persino il dirigente che si occupa della gestione delle pratiche e dei fondi previsti dalla stessa, dott. Pietro Fina, nonché qualche assessore e deputato regionale. Quando è troppo è troppo.
C’è pure chi si è spinto fino a ricomporne i cocci per stilare un dettagliato rapporto: Salvatore, detto Totò, Cernigliaro, presidente della cooperativa sociale “Solidaria”. Un rapporto che è un atto d’accusa di una chiarezza esemplare, che smaschera i vizi di una legge regionale che si sovrappone e si contraddice con la legislazione nazionale, che è rimasta inapplicata in molte sue parti, che crea confusione sulle concessioni di contributi, che prosciuga avidamente il bilancio regionale, e soprattutto che introduce discriminazioni inaccettabili proprio ai danni delle vittime di mafia.
Insomma, proprio a «una categoria di vittime che il senso comune riconosce di più alto valore etico e morale» – sottolinea Cernigliaro – si riconoscono minori benefici che ad altre (ad es. le vittime di Nassiriya, i cui familiari possono cumulare – chissà perché loro sì gli altri no – i benefici regionali con quelli nazionali) o gli stessi benefici concessi ai parenti delle vittime dei disastri aerei di Montagna Longa e di Punta Raisi (avvenuti nel 1972 e 1978, ndr.), o dell’incidente di mare verificatosi al largo delle coste di Marina di Avola il 25 marzo 2001, o della strage di Acicastello del 2003 dove un disoccupato uccise cinque persone, compreso il sindaco.
Cosa possa unire le vittime di mafia alle vittime di una sciagura non è dato sapere. E soprattutto che c’entra tutto questo con la lotta alla mafia, unica ragione della legge 20?
Così si arriva all’assurdo che mentre i familiari delle vittime di mafia devono aspettare anche dieci anni per ottenere il riconoscimento necessario per usufruire dei benefici di legge, per altri soggetti, come quelli sopra citati, ci pensa la stessa legge regionale a estendere loro i diritti previsti in origine solo alle vittime di mafia.
Presentare c.v. e albero genealogico. E fra i benefici garantiti dalla legge 20/99, l’assunzione nella Pubblica Amministrazione è, guarda caso, la norma più impiegata. Così se in Sicilia manca il lavoro ci pensa la Regione. A tal proposito, Cernigliaro ricorda che è lo stesso andamento delle assunzioni effettuate dalla Regione a sollevare più di un dubbio: «Da un lato si assiste ad una sensibile riduzione del numero di assunzioni in favore delle vittime della criminalità organizzata, dall’altro lato si vede crescere vertiginosamente quello frutto delle estensioni ad altri soggetti».
A sorprendere ulteriormente è la legge regionale 7 del 2004 (che, seppur distinta dalla legge 20, ne condivide i contenuti) che prevede, tra i tanti benefici, «l’assunzione da parte del Comune di Cattolica Eraclea di un familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo (sindaco di Cattolica Eraclea ucciso dalla mafia negli anni 50, ndr.)». Perché entro il IV grado? «Se non si avesse certezza – sottolinea Cernigliaro – che la norma che prevede l’assunzione del familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo non nasconda un preciso nome e cognome, ci si dovrebbe chiedere come il Comune di Cattolica Eraclea avrebbe dovuto individuare detto familiare. Forse per concorso? Non è chiaro, però, qual è il senso che lega l’onorare la memoria di uno, assassinato cinquant’anni fa, con l’assunzione di un pronipote. C’è da chiedersi, allora, se per caso non ci sia qualcuno alla ricerca degli eredi di Joè Petrosino (famoso poliziotto e detective assassinato nel 1909 per la sua importante attività antimafia, ndr.)».
Misteriosi criteri selettivi. Ma la legge 7/04 non si ferma qui. All’art. 6 si prevede addirittura una speciale elargizione di 50 mila euro ai “familiari dei cittadini Roberto Granvillano, Francesco Salaniti (entrambi annegati nel 2004, in circostanze diverse, nel tentativo di salvare bagnanti in difficoltà, ndr.) e Antonio Lanzafame; a ciascuno dei due figli del bracciante agricolo Giuseppe Scibilia, deceduto in seguito ai fatti del 2 dicembre 1968 avvenuti nella città di Avola (Sr); al sig. Domenico Giudice”.
Soldi pubblici elargiti ai tanti eroi “per legge” di Sicilia, indicati semplicemente con nome e cognome, alcuni dei quali senza sapere per quali meriti e per quali ragioni.
Come e in base a quale criterio è stato scritto l’albo? E che succederebbe in caso di omonimia? Perché se nella strage di Avola morirono due braccianti agricoli (l’altro fu Angelo Sigona, ndr.) si riconosce un contributo regionale ad uno solo? Perché in un caso – e solo in quello – i benefici economici vengono riconosciuti “a ciascuno dei due figli” e non “ai familiari”? Perché per questi soggetti si è previsto un contributo maggiore di quello riconosciuto alle vittime superstiti di Portella della Ginestra (limitato a 10 mila euro, ndr.)?
E ora chi paga? Anche sul piano economico la legge 20 è un completo disastro. A cominciare dai rimborsi delle spese legali delle parti civili nei processi contro la mafia. Secondo la norma regionale, le spese sono calcolate sulla base di parcelle professionali vistate dall’Ordine degli Avvocati, diversamente da quanto prevede la norma statale (L. 512/99) che riconosce alle parti civili solo quanto stabilito in sentenza dal giudice. Sembra una differenza da poco, ma sono cifre impressionanti. Già, perché le parcelle degli avvocati siciliani sono salate ed hanno superato anche di dieci volte quelle riconosciute con sentenza dal giudice: così, solo nel 2004, a fronte di un rimborso stabilito dai giudici pari a 307.320 euro, sono arrivate alla Regione richieste per un milione 495 mila euro. Debito che gonfia, quindi.
E per finire, accanto alla sempre crescente spesa per il rimborso delle parti civili, si assiste invece ad una costante riduzione dei trasferimenti delle risorse a favore delle associazioni antiracket e del sul fondo istituito ad hoc. Insomma, c’è aria di smobilitazione nella lotta al racket: poche le domande per i contributi del fondo (solo 2 quelle accettate, 20 quelle ancora in attesa di riconoscimento), pochi i soldi per esso stanziati.
E già sono in molti a chiedersi se con l’“inabissamento” della mafia non si siano “inabissate” anche le Istituzioni. A Palermo e dintorni.


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