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22.07.2005 - Diario
«Compagno Ricucci» e Consorte
Che scandalo per quel «Compagno Ricucci» sparato sulla copertina di Diario sei settimane fa. Proteste, scuotimenti di teste, sorrisi di sufficienza. Per dire cose simili, aveva dichiarato Massimo D’Alema, bisogna essere «stupidi o mascalzoni». Ora che è partito l’assalto di Unipol a Bnl, quel «Compagno Ricucci» – che semplicemente poneva sul tappeto in modo giornalistico il problema della «finanza rossa» e dei suoi strani alleati – ha una sua consacrazione dai fatti.
In queste sei settimane abbiamo avuto ripetute dichiarazioni di Massimo D’Alema, Piero Fassino, Pierluigi Bersani e altri esponenti Ds in difesa degli immobiliaristi, tanto costruire automobili vale quanto vendere case e poi Ricucci «non c’ha la rogna». Qualcuno, saggiamente, ha ribattuto che il capitalismo non sarà questione di pedigree, ma di trasparenza sì. Inascoltato, mentre la Consob e almeno tre Procure (Roma, Milano, Brescia) indagano proprio sulla scarsa trasparenza di Ricucci e compagni. Ma che importa? «È tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare», dice Fassino senza fare un plissé.
Così, sdoganata politicamente la «rude razza romana», alleata a geometria variabile con i «capitani coraggiosi» che tanto piacevano a D’Alema fin dai tempi della scalata Telecom e con i «banchieri padani» stile Gianpiero Fiorani, ora la «finanza rossa» passa in prima linea e punta direttamente su Bnl. Con una operazione che galvanizza una parte della sinistra e del mondo cooperativo, ma che potrebbe essere il primo mattone di una Torre di Babele.
Adesso chi continuava a chiedersi chi c’è dietro a Ricucci e chi gli ha dato i soldi, avrà finalmente una risposta: «La finanza rossa», dice sorridendo un banchiere, indicando i 210 milioni di euro che saranno versati a Ricucci da Unipol. La compagnia assicurativa guidata da Giovanni Consorte, infatti, pagherà complessivamente 1,2 miliardi di euro per il 27,5 per cento di azioni Bnl nelle mani del cosiddetto «contropatto degli immobiliaristi». Così Ricucci, Francesco Gaetano Caltagirone, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola, Vito Bonsignore e compagni di scalata avranno carburante per nuove avventure: l’assalto a Rcs? a Mediobanca? a Generali?
Se Ricucci ora conquisterà il Corriere, magari – chissà – per offrirlo a Berlusconi, sarà chiaro da quale Bicamerale sotterranea della finanza sarà nata la spartizione delle spoglie degli ex salotti buoni del capitalismo italiano in declino. Ma questa è fantascienza, delirio complottista.
Più concreto è il meccanismo da cui l’assalto Unipol-Bnl nasce. C’è un’uguaglianza asimmetrica, nell’operazione. Gli azionisti sono tutti uguali – come dice Fassino – quando si tratta di legittimare oscuri speculatori con soldi tirati fuori da chissà dove. Non sono tutti uguali quando invece si tratta di pagare: ci sono gli azionisti normali e gli azionisti furbi (quelli del «contropatto»), ricompensati con plusvalenze da favola. Tanto le scalate, in Italia, non si fanno con le regole, ma con manovre di palazzo.
Come l’altra scalata, quella all’Antonveneta lanciata da Gianpiero Fiorani e dalla sua Popolare di Lodi diventata Banca popolare italiana (Bpi, la stessa sigla – guarda gli scherzi del destino – della Banca privata italiana di Michele Sindona). Fiorani trova i soldi per andare alla conquista dell’istituto padovano con cessioni che sembrano tanto prestiti travestiti. E con il parere negativo dei tecnici di Bankitalia (per assenza dei requisiti patrimoniali), superato d’imperio dal governatore Antonio Fazio.
L’Europa ci guarda e allibisce. Saranno anche stranieri, gli olandesi dell’Abn-Amro e gli spagnoli del Banco di Bilbao, ma avevano fatto offerte pubbliche chiare e trasparenti, per Antonveneta e per Bnl, secondo le regole che sembravano vigenti in Italia. Ora si sono accorti che le regole non sono uguali per tutti. Che in Italia è possibile fare scalate a debito, con cordate occulte, mentendo spudoratamente alle autorità di controllo e al mercato, potendo contare per di più sul sostegno di quello che dovrebbe essere l’arbitro (e cioè il governatore di Bankitalia). Se il colpo riesce, i vincitori faranno pagare alle prede i costi della stangata.
Gli uomini nuovi della finanza italiana fanno così, così si muovono i Fiorani, i Consorte, i Ricucci, a cui piace il palcoscenico e lo show più che i conti e i bilanci. Tanto per fare un esempio, Mario Gerevini spiega sul Corriere economia che il primo azionista della Popolare di Lodi (con il 4,1 per cento) è il fondo Victoria&Eagle, domiciliato alle Cayman. Chi c’è dietro? La stessa Popolare di Lodi, che ci ha investito 153,5 milioni di euro: giochetti simili non li faceva un certo Roberto Calvi, nelle sue filiali andine? Eppure i vertici del maggior partito della sinistra italiana non vedono nulla di strano in questa corsa senza regole a costruire il nuovo capitalismo nel Paese rimasto senza un Enrico Cuccia e in pieno declino industriale.
In questo quadro, perfino Marco Follini, segretario dell’Udc, riesce a dire una cosa saggia, replicando sul Sole 24 ore a Piero Fassino: «Credo che ci sia un certo eccesso di zelo in una cultura politica che ha scoperto il mercato in tarda età e ha finito qualche volta per farsi affascinare dai suoi aspetti più ambigui e tortuosi». Ma Consorte esulta, il mondo cooperativo è in tripudio, la sinistra è felice e si appresta così a entrare in campagna elettorale contro il partito-azienda di Silvio Berlusconi.


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nei prossimi giorni.
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Savona,
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