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La mappatura della Liguria
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Cosenza - Un anno dopo l'uccisione del direttore del carcere Sergio Cosmai, le cosche bruzie pretesero l'eliminazione di un maresciallo
Due delitti "eccellenti" ordinati dalla 'ndrangheta
Il pentito Franco Pino: «Il mio gruppo chiese la testa del comandante delle guardie»
Arcangelo Badolati
Due morti di mafia. Due servitori dello Stato uccisi in attuazione d'un diabolico disegno criminale nato sotto l'egida d'un patto inconfessabile. Un patto d'onore e sangue stretto tra la cosca di Cosenza del capobastone Franco Pino e un potente boss della Locride. È stato proprio l'ex "mammasantissima" cosentino (pentito dal '95) a rivelare i particolari dell'accordo ai magistrati della Dda di Catanzaro. Il padrino dagli occhi di ghiaccio aveva, d'altronde, sempre mantenuto rapporti preferenziali con i "compari" del Reggino, fornendo – quand'era necessario – killer dal polso fermo e rifugi sicuri per i latitanti in fuga dalla Piana di Gioia Tauro e dall'area dello Stretto. Il patto prevedeva – nel quadro di un reciproco scambio di "favori" tra consorterie – l'assassinio di un maresciallo della polizia penitenziaria che, nella prima metà degli anni '80, aveva dato filo da torcere ai "picciotti" cosentini rinchiusi nel carcere bruzio. Il sottufficiale era stato per mesi il braccio destro del direttore del penitenziario di Cosenza, Sergio Cosmai, ammazzato dalla 'ndrangheta nel marzo del 1985. Cosmai, schivo e determinato, aveva osato imporre ai carcerati il rispetto di regole ferree. E la scelta gli era costata la vita. L'uccisione del direttore era stata opera dei fratelli Dario e Nicola Notargiacomo e Giuseppe e Stefano Bartolomeo, che avevano agito nell'interesse di una frangia della criminalità organizzata locale. Con l'operazione "Missing" il procuratore aggiunto antimafia Mario Spagnuolo e il pm Raffaela Sforza, hanno contestato all'irriducibile padrino della città bruzia, Franco Perna (per lungo tempo rivale di Pino), d'essere stato il mandante del delitto "eccellente". Dopo l'eliminazione di Cosmai, tuttavia, il gruppo Pino, che rappresentava, appunto, la storica fazione concorrente, decise di pareggiare i conti. Come? Facendo ammazzare il più fidato collaboratore del direttore del carcere. Ma ecco i retroscena dell'agguato svelati dal capobastone. "Dirigevano il carcere questo maresciallo e il direttore Cosmai e, pertanto, fu deciso di colpirlo – ha confessato il pentito – per favorire la pace tra i gruppi di Cosenza". Insomma nell'attacco allo Stato i clan, un tempo rivali, decisero di dividersi equamente le responsabilità. Il sottufficiale fu assassinato a Brancaleone, nel 1986, da un commando che aprì il fuoco con fucili caricati a pallettoni. Nell'agguato rimase ferito pure il figlio (di dieci anni) della vittima designata. "Non so chi furono gli esecutori materiali – ha spiegato Franco Pino – non mi sono mai permesso di domandarlo. Il crimine venne compiuto da gente della zona ionica del Reggino cui ci eravamo rivolti per sbrigare la faccenda. Il giorno dell'omicidio io ero recluso nel carcere di Palmi e appresi la notizia alle sei del mattino dal giornale radio. Il maresciallo è morto sul colpo, il bambino che era insieme a lui, rimase ferito ma non morì". Il pentito ha raccontato che la missione omicida fu organizzata e diretta da un padrino operante tra Africo e San Luca che in cambio chiese un preciso "favore". I "compari" cosentini avrebbero dovuto ammazzare quattro reggini ch'erano stati fermati nel capoluogo bruzio per detenzione di armi. "Ci chiese se in occasione del processo fissato a loro carico – ha detto Pino – potevamo colpire loro o i familiari che venivano a trovarli. In quel periodo era in corso una cruenta faida nella zona di Africo e l'eliminazione di tutti i nemici veniva ritenuta di vitale importanza". Il "favore" richiesto non venne tuttavia esaudito. E la circostanza infastidì non poco il potente capobastone della Locride. Già, perchè il padrino – come da pregressi accordi – aveva nel frattempo fatto uccidere il maresciallo della polizia penitenziaria. Filippo Salsone, 40 anni, cadde infatti vittima di un agguato mafioso in contrada Razzà di Brancaleone. Aveva appena lasciato l'abitazione dei genitori cui s'era recato a far visita. Il sottufficiale venne massacrato a colpi di fucile calibro 12 e 16 caricati a lupara e finito con una pistolettata alla testa. Tre i sicari impegnati nell'azione delittuosa. Al momento della morte Salsone era in servizio provvisorio a Reggio Calabria, anche se la sede d'assegnazione era Poggioreale. "L'eliminazione di Salsone – ha aggiunto il collaboratore di giustizia – era stata richiesta ai locresi anche da una famiglia di Lamezia Terme per via di un incidente avvenuto nel carcere di Livorno qualche tempo prima". Franco Pino è, al momento, l'unico collaboratore di giustizia che offre una chiave di lettura di questo omicidio rimasto senza colpevoli. Nella Locride, d'altronde, non esistono pentiti di spessore che possano riferire di fatti risalenti a venti anni addietro. La 'ndrangheta, da quelle parti, preferisce il silenzio.
«Ci avvicinammo e feci fuoco il dottore aveva capito tutto»
Giovanni Pastore
COSENZA – Il boss aveva deciso: «Cosmai deve morire». Bisognava uccidere il "grande nemico". Quel direttore del carcere che ogni giorno "disonorava" gli "uomini di rispetto" semplicemente perchè pretendeva che, nel suo istituto di pena fosse ristabilito l'ordine. Era la vendetta della 'ndrangheta. La vendetta che diventò morte lungo la Statale 19 che lega Cosenza a Roges di Rende. L'ordine del "padrino" venne eseguito alle 14 del 12 marzo del 1985, mentre Sergio Cosmai, alla guida della sua Fiat 500 gialla andava a prendere la figlia all'uscita da scuola, a Commenda. I killer spararono contro il funzionario che morì il giorno dopo nell'inutile viaggio della speranza verso l'ospedale di Trani (Ba).
Undici anni dopo, nel corso del maxiproceso "Garden", il collaboratore di giustizia Nicola Notargiacomo rivelava: «Ho partecipato all'omicidio del dottor Cosmai. Fu ucciso perchè aveva un atteggiamento piuttosto repressivo nei confronti della popolazione detenuta». Notargiacomo e suo fratello Dario e Stefano Bartolomeo sono stati già giudicati per l'omicidio di Cosmai. La Corte d'assise di Bari li condannò all'ergastolo. pena cancellata in appello per insufficienza di prove.
Incalzato dal pm Stefano Tocci, Notargiacomo spiegava: «Ci fu una manifestazione nei corridoi del carcere. Noi del gruppo Perna ci rifiutavamo di rientrare in cella. Chiedevamo la concessione dell'ora d'aria serale visto che era estate. Volevamo un colloquio col direttore. E, allora, un brigadiere degli agenti di custodia ci invitò a formare una delegazione. Guerino Serpa, però, respinse quella proposta e pretese che fosse il direttore a venire da noi. Cosmai reagì in modo molto più concreto. Salì nelle sezioni col casco e il manganello insieme agli agenti e si diede seguito al pestaggio. Questo fatto non fu tollerato dai detenuti. Soprattutto da Mario Pranno e Franco Perna. Anche perchè Perna era stato vittima del pestaggio. Lo so perchè ci siamo ritrovati dal medico... Questi atteggiamenti di Cosmai ci fecero convincere che dovevamo procedere nei suoi confronti. Ricordo che ci incontrammo a casa di Perna, in via Panebianco. Eravamo io, mio fratello Dario, Stefano Bartolomeo e Pino. All'omicidio doveva partecipare anche Franco Perna: Voglio un fucile calibro 12 a canne tagliate disse perchè, quando gli sparerò, lo dovrò sfregiare, lo dovrò ridurre in condizioni tali da non essere riconosciuto. Ma, poi, Perna non si vide».
Dario Notargiacomo, anche lui pentito, racconta le fasi della preparazione del delitto: «Il direttore veniva controllato e le sue mosse spiate dal dall'abbaino che è sito sulla casa di Giuseppe Bartolomeo, a Bosco De Nicola. Con un cannocchiale si riusciva a seguirlo in tutti i suoi spostamenti». Siamo al delitto che ha offeso una intera città. «Quella mattina, Giuseppe Bartolomeo segnalò a mio fratello Nicola quando Cosmai uscì dal carcere. Io e Stefano Bartolomeo aspettavamo nascosti a bordo di una Mitsubishi verde. Eravamo camuffati con barbe, baffi e parrucche. Lo vedemmo e ci avviammo. Quindi l'affiancammo. Io esplosi il primo colpo che non andò a segno. Però, il dottore aveva capito benissimo quello che stava accadendo e frenò di colpo. Allungai la mano e sparai ancora. Lui mise la retromarcia, cercò di fuggire, Bartolomeo tirò fuori una calibro 38. Sparò 2 o 3 colpi e po me la passò. Io feci lo stesso. Mi avvicinai ma l'arma era scarica. Constatai, però, che Cosmai era immobile».


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