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13.01.2006
I futuri scalatori di Telecom, di Bnl, di Antonveneta,
del «Corriere della sera» s’incontrano nel 1998.
Quando la Banca agricola mantovana è assalita dal Monte dei Paschi di Siena
di Gianni Barbacetto
La scalata a Telecom è la prima operazione di quelli che poi diventeranno «i furbetti del quartierino». Emilio Gnutti, Giovanni Consorte, Gianpiero Fiorani hanno tutti una parte in commedia già nella «madre di tutte le opa». Gnutti è uno dei protagonisti di primo piano. Fiorani è più defilato, ma offre i servizi bancari (e i contatti all’estero) della sua Popolare di Lodi a un Consorte che, da un giorno all’altro, fa il grande salto e da assicuratore del mondo cooperativo diventa grande finanziere nazionale. Con loro c’è anche un giovanotto romano ancora sconosciuto: un certo Stefano Ricucci di cui non si accorge ancora nessuno, ma che, zitto zitto, ha stretto già ottimi rapporti con gli scalatori, visto che (come racconta Mario Gerevini sul CorriereEconomia del 12 settembre) tra il 1998 e il 1999 investe grosse cifre, guarda caso, in Olivetti e in Tecnost: due aziende che, coinvolte nella scalata Telecom, cresceranno rispettivamente del 500 e del 700 per cento. Quando si dice la preveggenza...
Pavarotti sotto il tendone. Ma la nascita del primo nucleo della Bicamerale degli affari è precedente. Il luogo è Mantova. L’anno è il 1998, alla vigilia della scalata Telecom, quando il Monte dei Paschi di Siena lancia un’opa per conquistare la Banca agricola mantovana (Bam). Il Montepaschi, oltre a essere la banca più antica del mondo, nata nel 1472, è anche il campione della finanza rossa, controllata dagli amministratori locali, tutti Ds. L’uomo forte di Siena, in quel momento, è Stefano Bellaveglia, dalemiano doc. È lui che conduce in porto l’operazione per la conquista della Bam. La Banca agricola mantovana è una solida banchetta di provincia ancorata al ricco territorio di Mantova. Dentro di sé ha due anime: quella cattolica e popolare, sostenuta dal tessuto dello cooperative bianche; e quella rossa ed ex comunista, agganciata alle amministrazioni di sinistra nell’unico lembo lombardo che il centrodestra fatica a espugnare. Dentro la banca, in più, ci sono alcune soggettività forti: Steno Marcegaglia, il più esuberante degli imprenditori mantovani; e Roberto Colaninno, grande manager della Olivetti di Carlo De Benedetti. Colaninno ha stretto alleanza con un gruppo di bresciani che hanno un sacco di voglia di far girare i soldi che si producono dalle loro parti: Chicco Gnutti, appunto, e i fratelli Ettore, Fausto e Tiberio Lonati.
Anche Ricucci era arrivato fino a Mantova, e già nel 1995. Ma soltanto come cliente. Come mai il romanissimo giovanotto era andato ad aprire un conto 480 chilometri più a nord, presso la Banca agricola mantovana? Lo spiega Gerevini: Ricucci aveva un rapporto molto intenso con Massimo Bianconi, che nel 1995 era condirettore generale della Bam. Il rapporto era così intenso che Ricucci segue Bianconi nei suoi spostamenti professionali: nel 1995 alla Banca mantovana, nel 1998 alla Banca nazionale dell’agricoltura di Roma (che apre a Ricucci la sua prima consistente linea di credito, da 15 miliardi di lire, per il trading di Borsa), nel 2000 alla Cariverona (dove Bianconi gli concede un prestito da 20 miliardi di lire). Ma ormai a Mantova Ricucci aveva incontrato Gnutti, e la sua vita era cambiata: nel 2001 il finanziere bresciano accoglie l’aspirante immobiliarista in Hopa, la sua cassaforte, la Bicamerale della finanza, dove Ricucci incrocia anche Fiorani e Consorte. Di lì a pochi anni, i furbetti del quartierino esibiranno la loro formazione definitiva, pronti alle scalate del 2005.
Ma torniamo alla scena primaria, all’alba dei furbetti. Il 9 dicembre 1998 il Montepaschi lancia la sua opa sulla Banca agricola mantovana. La città si spacca: da una parte l’anima bianca, che promette di alzare le barricate contro i conquistatori senesi; dall’altra l’anima rossa, che li vuole accogliere come liberatori. Il Montepaschi fa una grande campagna per conquistare il consenso dei mantovani. Viene montato un grande tendone dove viene chiamato a cantare, gratis per la città, Luciano Pavarotti.
Il giorno della verità è il 20 febbraio 1999: in un altro gigantesco tendone sono chiamati ad accorrere tutti i soci della banca, che sono migliaia e devono votare sì o no alla trasformazione da popolare in spa. È l’arzigogolo inventato da un funzionario di Bankitalia di nome Gennaro D’Amico. Funzionario di Bankitalia, D’Amico escogita la soluzione tecnica per permettere le acquisizioni di banche giuridicamente particolari come le casse di risparmio e le banche popolari: Bankitalia permette le opa anche su di esse, purché si trasformino in spa prima di essere incorporate. Un arzigogolo che è stato molto d’aiuto, per esempio, a Fiorani lanciato nella sua bulimica campagnia acquisti. E, nel 1998-99, al Montepaschi. Per la cronaca, bisogna segnalare che D’Amico nel 2003 ha lasciato la Banca d’Italia e, con grande stupore dei suoi ex colleghi, è andato a lavorare alla Hopa, la holding di Gnutti. Per poco: si è poi trasferito proprio alla Popolare di Lodi.
Dunque: nel tendone di Mantova, in una fredda giornata del febbraio 1999, si scontrano bianchi contro rossi. Oltre 9.500 persone, in rappresentanza di quasi 20 mila voti. Nelle assemblee delle banche popolari, vale il principio «ogni testa un voto», a prescindere dalle azioni possedute. La battaglia è epica. Interviene anche Bruno Tabacci, che è di Quistello, provincia di Mantova: pronuncia un appassionato discorso in cui dice che se passano i senesi, la banca sarà annullata, Mantova sarà cancellata dalle mappe dell’istituto e trionferà la logica del Palio. In alternativa, la Bam avrebbe dovuto sviluppare alleanze con le banche padane, la Cariparma , la Cassa di Verona, quella di Vicenza...
Discorso inutile. I mantovani presenti votano a maggioranza no, ma con i pullman sono arrivati soci da Abbiategrasso, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, perfino dalla Toscana. «Avevano fatto, sotterraneamente, una bella campagna acquisti, anche offrendo azioni ai nuovi assunti della banca», sostiene oggi Tabacci. Alla fine, circa il 55 per cento è per il sì, circa il 45 per cento per il no. Nella folla del tendone non si notano, ma con i senesi si sono schierati, oltre a Colaninno, anche i bresciani, Gnutti, i fratelli Lonati. Gnutti entra nell’azionariato del Montepaschi. Stringe un patto di ferro con Bellaveglia, che è il punto di congiunzione con i bolognesi dello coop rosse e in primo luogo con Giovanni Consorte. Nasce così, sotto un tendone di Mantova, il gruppo bipartisan destinato a grandi imprese, dall’opa Telecom alle scalate dell’estate 2005. Perso per strada Colaninno (che mantiene interessi industriali e si sente tradito da Gnutti che vende Telecom a Tronchetti), i furbetti bianchi e rossi crescono, trafficano, scalano. E, infine, cadono.


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