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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
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dal sito DemocraziaLegalità
Passate le prime settimane di paura - paura che il nuovo governo potesse fare qualcosa di sinistra, o anche solo di buonsenso, nel campo della giustizia, in Parlamento ci si avvia placidamente verso una calma estate di collaborazioni tra maggioranza e opposizione affinché le previste riforme berlusconiane (costituzione, ordinamento giudiziario, intercettazioni) vadano tutte sostanzialmente a buon fine. Tante pacche sulle spalle, e chi-se-ne-frega dei magistrati.
L’antipatia dei politici nei confronti dei giudici deve pur avere una origine, e a noi pare che il motivo scaturisca dal fatto che, di tanto in tanto, i primi siano indagati dai secondi.
A tale affronto, si può reagire in un paio di modi: gridando al complotto e all’affronto, oppure scivolando silenziosamente nell’oblio della informazione sonnacchiosa. C’è chi sceglie questa via. O che ha la fortuna di non interessare troppo all’opinione pubblica, e quindi di potersi fare un bel processo tranquillo tranquillo mentre siede comodamente in parlamento. È il caso del signor Gaspare Giudice (che ha un cognome in controtendenza), deputato di Forza Italia e imputato in un processo in corso a Palermo. Eppure durante questo dibattimento, crediamo sconosciuto ai più, sono successe almeno tre cose che dire clamorose è poco. Preferiremmo definirle incredibili.
La prima, scusate la banalità, è che un deputato in carica (lo era nella legislatura 2001-2006, ed è stato rieletto) sia imputato di fatti di mafia. Gaspare Giudice è, infatti, accusato di frequentazioni con il boss di Caccamo, don Giuseppe Panseca, che egli ammette di conoscere. Per questo fatto la magistratura ha chiesto anche l’arresto di Giudice, ma la Camera ha respinto. È pure imputato di favoreggiamenti vari, e coimputato nel suo processo è il boss di Villabate, don Nino Mandalà. Ora, sarà un caso, ma il sindaco di Villabate era Francesco Campanella, colui che ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano, e che adesso è un collaboratore di giustizia, o, per dirla in termini più popolari, è un “pentito”. Insomma, augurandoci che il povero Gasparino sia innocente, da giustizialisti giacobini, continuiamo a stupirci che uno accusato di reati di mafia possa essere uno dei legislatori attuali.
La seconda cosa incredibile ha coinvolto proprio il collaboratore Campanella, il quale, essendo considerato dalla mafia come uno dei grandi traditori di Provenzano, è sottoposto ad un rigido e impenetrabile regime di protezione e nascosto in una località segretissima. Ebbene, durante l’udienza del 12 giugno scorso, un giudice, Angelo Monteleone, si è maldestramente fatto scappare il nome della località dalla quale Campanella era collegato in teleconferenza. Un lapsus che ha provocato immenso imbarazzo, che ha costretto la corte a rinviare l’audizione, e che ha costretto le forze dell’ordine ad un immediato trasferimento del collaboratore verso una città diversa, e, si spera, completamente sconosciuta a chicchessia.
Il terzo e più scioccante episodio è invece la testimonianza di Francesco Campanella. O perlomeno una parte della stessa. Premettiamo che fino a adesso egli è stato ritenuto credibile, sulla base di riscontri oggettivi e di tutti i parametri (piuttosto severi) che la attuale normativa prevede. Rischiando di perdere la credibilità acquisita, Campanella ha tirato in ballo una sfilza di politici di primissimo piano, narrando delle frequentazioni mafiose e dei rapporti diretti e indiretti con Cosa Nostra di Cuffaro, Schifani e altri esponenti del centrodestra. Ed inoltre, nell’udienza del 29 maggio, ha raccontato di un passaggio di denaro e di consegne politiche attorno al grande affare (il grande flop!) dell’UMTS, i cosiddetti “telefonini di terza generazione”, per le cui frequenze fu indetta un’asta miliardaria nel 1999-2000, asta che praticamente fallì a causa della improvvida defezione di uno dei concorrenti, la compagnia BLU (che all’epoca vedeva tra i suoi soci anche Silvio Berlusconi.). Di quella vicenda sarebbe interessante una ricostruzione, e non escludiamo di farla noi in futuro. Ebbene, Campanella ha dichiarato (fintanto che la corte, proprio nella persona di Angelo Monteleone, lo stesso della gaffe di qualche giorno dopo, non lo ha interrotto, visto che la sua testimonianza è stata giudicata “non attinente”) che in quei mesi fu avvicinato da Clemente Mastella, che gli confidò di una grossa tangente relativa appunto alle licenze UMTS, tangente che avrebbe coinvolto e legato in un patto di ferro l’allora ministro per le telecomunicazioni Salvatore Cardinale (ex Dc, Margherita) e l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema. Testimone di tutto questo, e di trame politiche che avrebbero comportato il corteggiamento di Cuffaro da parte del governo D’Alema, sarebbe stato anche Franco Bruno, ex capo di gabinetto al ministero della giustizia. Per la cronaca, alcuni dei personaggi citati hanno già esposto querela.
È ora doverosa una riflessione. Sono tre i casi: o quello che Campanella dice è vero, o è parzialmente vero, o è falso.
Se è vero, è la notizia del secolo. Tutti gli esponenti di spicco di entrambi gli schieramenti sarebbero implicati in un confuso e spaventoso intreccio fatto di soldi, mafia, ricatti, controricatti, tutti all’ombra dell’albero delicatissimo ma dalla grande chioma che è quello delle comunicazioni televisive, radiofoniche, satellitari e telefoniche in Italia, con il suo carico di conflitti di interessi irrisolti e di palesi immensi guadagni. Non uno scossone, ma un terremoto immane, una “tempesta perfetta” capace di spazzar via questa Repubblica.
Se è parzialmente vero, è necessario distinguere subito, e con grande precisione, il grano dall’oglio, e soprattutto chiedersi quale scopo, quale interesse, quale necessità un pentito, che già rischia la vita ogni momento, abbia avuto nel lanciare simili messaggi all’esterno. C’è da chiedersi perché quei nomi, e perché quei fatti, così apparentemente lontani dalla sua Villabate e dal suo impegno nel tenere nascosto e tranquillo il boss dei boss. Perché mescolare Cosa Nostra e passaggi di partito? Il complicatissimo affaire UMTS e i delicati rapporti di governo di sei anni fa? La bassa corruzione e le alte sfere del governo attuale? Una sola cosa non possiamo credere: che Campanella sia impazzito, e abbia cominciato a sparare nomi e circostanze a caso. Se ha detto quel che ha detto, lo ha fatto per uno scopo. Quali che siano le sue oscure motivazioni, sono gravi.
Se, invece, tutto è falso, tutto è assurdo, tutto è inventato, allora questo non solo fa cadere pesanti dubbi sulla genuinità della sua collaborazione con la giustizia, ma lancia ombre inquietanti anche sul suo ruolo dopo la cattura dello zu’Binno Provengano, e forse anche sul suo ruolo prima del clamoroso arresto. Ci sarebbe, temiamo, da riscrivere un pezzo di storia patria, oltre che di cronaca giudiziaria. Insomma, sarebbe la prova che in Sicilia niente è chiaro, niente è trasparente, niente è vero. Proprio come la testimonianza dell’ex sindaco di Villabate


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