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Per riscattarsi pagavano sino a 100 mila euro. L’orrore degli aborti indotti
Le schiave nigeriane a Genova lavoravano sui marciapiedi di Sampierdarena e nei bassi dei vicoli della Maddalena
di Michele Varì
Con le minacce dei riti juju dei culti animasti rendevano schiave centinaia di connazionali costrette a subire ogni vessazione ed umiliazione e a prostituirsi per anni sui marciapiedi di mezza Europa (molte delle quali a Sampierdarena e nei vicoli di Genova) prima di riuscire a pagare il debito di quasi centomila euro necessario per riscattarsi e liberarsi.
Una ramificata associazione di sfruttatori nigeriana è stata smantellata dai poliziotti della Squadra Mobile genovese al termine di un inchiesta cominciata un anno e mezzo fa sui marciapiedi di via Sampierdarena e nei bassi della Maddalena, nel Centro Storico. L’operazione è stata denominata “Athens” perché la ragazza che per prima ha chiesto aiuto alla Polizia, e da cui è cominciata l’indagine, era talmente sprovveduta da credere di essere nel centro di Atene, in Grecia, mentre in realtà si trovava in un marciapiede di via Sampierdarena.
La gang era organizzata al punto di garantire alle ragazze che rimanevano incinte un posto in una clinica compiacente in cui andare ad abortire nella massima discrezione. Altre volte gli aborti venivano procurati nei primi mesi di gestazione obbligando le sventurate ad ingerire micidiali intrugli composti da medicinali e sostanze acide, che provocavano la morte del feto e gravi malori alle ragazze.
In manette sono finiti quattordici immigrati, tra cui molte donne, ex prostitute che nonostante fossero state in passato vittime del racket, hanno pensato bene di riciclarsi come mamam, utilizzando la loro esperienza per schiavizzare giovanissime connazionali. Nei guai anche quattro genovesi che affittavano alle ragazze i bassi usati come alcove di vico Angeli e dintorni, nel Centro Storico della Maddalena. I monolocali sono stati posti sotto sequestro.
Tutto ruotava intorno ad un ventinovenne abitante in via Fillak, a Sampierdarena, Victor Osawaru, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, che aveva anche il compito di riportare alla ragione chi alzava la testa, con le buone o le cattive.
Le indagini degli uomini della Sezione Criminalità Extracomunitaria della Squadra Mobile di Genova, diretta dal vice-questore primo dirigente Claudio Sanfilippo, è stata coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Arena. Il lungo blitz conclusivo degli agenti è scattato nella notte fra martedì e mercoledì scorso: gli investigatori della sezione specializzata nei reati degli immigrati, coordinati dal neo vice-questore aggiunto Teresa Canessa hanno effettuato arresti a Genova, ma anche in Piemonte, Lazio e Sardegna, dove gli investigatori, nell’abitazione di una mamam, hanno trovato le foto degli agghiaccianti riti juju, versione africana ed originaria del più noto vudù sudamericano. Peli del pube, capelli, unghie, galli sgozzati, strani intrugli, rosari, saponette, le classiche bambole: per impressionare le ragazze di turno bastava poco, anche perché le vittime venivano scelte fra le sprovvedute famiglie dei villaggi delle campagne del sud della Nigeria. Ragazze che dopo il giuramento solenne di sottomissione erano talmente terrorizzate che avevano paura di parlare di juju anche quando si sono trovate negli uffici della Questura di Genova. Con il meccanico tutto fare Victor, che si professava rifugiato politico, un altro pezzo da novanta della gang era Martins Ikponmwosa Okungbowa, quarantasei anni, raggiunto dal provvedimento di custodia cautelare in una cella del Carcere di Torino dove è finito circa un anno fa per un’analoga indagine sulla prostituzione nel capoluogo piemontese. Intestatario di numerose carte di credito, l’uomo era anche uno degli accompagnatori che avevano il compito di scortare le ragazze dal loro villaggio al Paese di destinazione. Una volta in Europa le ragazze scoprivano che il lavoro promesso non era la commessa o la cameriera, come veniva ventilato da chi le reclutava, ma quello di prostituta. I primi rudimentali insegnamenti su come accontentare i clienti venivano impartiti senza molto tatto dalle navigate mamam, che poi se ne prendevano cura e le coordinavano per il resto dei loro giorni in Europa. Tutor che quando parlavano al telefono delle ragazze le etichettavano come “auto”, “lettera” e “scarpe”. Le mamam garantivano alle prostitute vitto e alloggio, anche se ogni spesa era pagata dalla stessa ragazza. Le giovani per riscattarsi alla fine pagavano cifre intorno agli 80 mila euro, con tanto di regalo sui cinquemila euro come buona uscita. Gli indagati sono accusati di tratta di esseri umani finalizzata alla sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù.
NEI GUAI ANCHE LA MADRE
Il boss della tratta è un aspirante rifugiato
Il numero uno della banda di nigeriani era Victor Osawaru, abitante in via Fillak, a Sampierdarena, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, in realtà uno spregiudicato affarista disposto a tutto pur di fare soldi. Non a caso nel giro c’era anche l’anziana madre, mai uscita dalla Nigeria, una vecchietta che reclutava le ragazze nei villaggi più sperduti promettendo lavoro onesto in Europa, anche se non mancavano i casi di ragazze perfettamente consapevoli di cosa l’aspettava. La mamma di Victor comunque la passerà liscia perché imputarle dei reati è pressoché impossibile per via della precaria collaborazione ottenuta dalla Polizia italiana dai colleghi nigeriani, la cui efficacia è storicamente minata dalla corruzione. Fra gli arrestati anche la compagna di Victor, la mamam ventitreenne Joi Osa’s, detta Naomi per la (lontana) somiglianza con la statuaria modella nera Naomi Campell.


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