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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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L’ex procuratore di Milano: anche la Cassazione sbaglia, ricordiamoci di Piazza Fontana
D’Ambrosio grida all’ingiustizia “Se i giudici dissero: andate avanti”
Rinviare a un altro Tribunale vuol dire prescrizione certa. Così si esenta dalla pena una persona condannata: è una scelta molto grave. Da questa vicenda viene un messaggio: chi è ricco e potente, ed ha l’avvocato del premier, ha più possibilità di farla franca. E’ terribile…
di Ferruccio Sansa
Milano- “Senza fiato. Appena ho saputo che la Cassazione in pratica aveva assolto Previti mi è mancato il respiro. Certo, bisogna aspettare la motivazione, ma…”, Gerardo D’Ambrosio – uno dei padri del pool Mani Pulite, ex procuratore di Milano e oggi senatore del centrosinistra – ci pensa un attimo, poi non si trattiene, non sarebbe da lui:” Eh sì, la prima reazione è che questa sia una sentenza ingiusta. Giovedì sera abbiamo assistito ad una sconfitta della Giustizia italiana, non della procura o dei magistrati di Milano”.
Senatore, sembra proprio che lei non abbia dubbi. La Cassazione ha sbagliato?
“Dico che non sarebbe la prima volta. Ricordiamoci che cosa successe quando ail processo di Piazza Fontana fu trasferito da Milano a Catanzaro”.
Ma quella di oggi è un’altra storia.
“L’interpretazione che è stata data dalla Cassazione è pesante. In pratica si è deciso di mandare esente da pena una persona che ha commesso un reato, che era stata condannata. Perché rinviare a un altro Tribunale, a questo punto, vuole dire soltanto una cosa: prescrizione”:
Previti, tanto per fare un nome, potrebbe ancora essere dichiarato innocente, non crede?
“Se la Cassazione avesse prosciolto Previi nel merito non avrei niente da ridire. In base alle norme vigenti la Suprema corte avrebbe potuto contestare anche il merito, ma non lo ha fatto, ha puntato tutto sulla competenza. Questa scelta ha un senso ben preciso”.
Possibile che i magistrati milanesi non abbiano rilevato prima la propria incompetenza?
“Adesso si accusa la Procura di Milano, ma almeno sei magistrati – oltre alla stessa Cassazione – si erano già espresso sulla competenza di processo. Non si può onestamente pensare che tutti i magistrati milanesi abbiano un unico indirizzo politico”.
Un altro processo simbolo della storia italiane finisce in nulla.
“L’impressione è che tutto cada nel nulla. Mi chiedo che cosa pensino adesso i cittadini”.
Già che cosa penseranno?
“Questa vicenda trasmette un messaggio: chi è ricco e potente, chi è l’avvocato del premier ha più possibilità di farla franca. Se l’imputato fosse stato un semplice cittadino, forse questo processo non sarebbe stato così lungo, non si sarebbe arrivati alla prescrizione”.
Previti doveva assistere alle sedute del Parlamento, non crede?
“Non credo che l’onorevole Previti brillasse per la sua presenza in Parlamento prima del processo. Poi c’è stato chi, come lo stesso Luciano Violante, ha detto che i parlamentari non possono essere processati durante i giorni di assemblea. Alla fine si è detto anche che non poteva nemmeno essere presete in tribunale anche nei giorni di commissione. Il risultato è che facevano le udienze del processo soltanto il sabato”.
Ma quali saranno le conseguenze della sentenza?
“C’è il rischio che Previti resti in Parlamento. Ma vi rendete conto? A parte il fatto che in questo processo era stato condannato nel merito, bisogna ricordare cosa disse durante le udienze: le somme di cui si discuteva non erano frutto di corruzione, ma “solo” di evasione fiscale. Insisto: questa vicenda è estremamente diseducativa. Come possiamo stupirci se poi la gente non paga le tasse?”
Ora, però, la Cassazione ha annullato le condanne. E anche dal centrosinistra si sostiene che “ la Procura di Milano dovrebbe fare una riflessione”.
“Vabbè, quella frase l’ha detta uno della Margherita…”
Sempre un membro della maggioranza…
“Quando ho visto che i due terzi dei votanti erano a favore dell’indulto ho provato una delusione profonda”:
Che cosa insegna il processo Sme? Che cosa si deve cambiare?
“Presenterò una proposta di legge: serve una riforma per ridurre drasticamente la lunghezza dei processi attraverso una nuova disciplina dei ricorsi in Cassazione delle impugnazioni. Non è possibile arrivare a una pronuncia di incompetenza dopo dieci anni. E poi si può arrivare a un processo snello e veloce senza toccare le garanzie”
Caso Fortugno:
Loiero ascoltato per quattro ore dalla Procura antimafia di Reggio.
Testimonianza concordata oltre un mese fa
E' durato quasi quattro ore l' interrogatorio a carico del presidente della Giunta regionale, Agazio Loiero, da parte dei procuratori antimafia di Reggio Calabria. Il governatore della Calabria era giunto negli uffici di Procura poco dopo le ore 9 dove è stato accolto dal titolare dell' ufficio, il procuratore capo Antonino Catanese, dall' aggiunto della Dda, Franco Scuderi e dai sostituti procuratori distrettuali Mario Andrigo e Marco Colamonici. Loiero, come è stato riferito, doveva essere ascoltato nella posizione di persona a conoscenza dei fatti riguardo all' inchiesta in corso sull' omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, avvenuto a Locri il 16 ottobre 2005. A conclusione della lunga mattinata, incontrando i giornalisti, Loiero è apparso abbastanza tranquillo. "Che vi devo dire? Sapete benissimo che sull' inchiesta per l' omicidio del caro Franco Fortugno non posso riferire nulla poiché vi è la copertura del segreto istruttorio". Sollecitato dai giornalisti, Agazio Loiero dopo aver affermato "di non avere nulla da aggiungere a quanto da me dichiarato ieri", ha affermato "la mia non è una sfida e comunque se lancio una sfida non sono certamente temerario. Per questo, sono in fiduciosa attesa per il prossimo 15 dicembre quando il magistrato inquirente mi interrogherà ". Lungo il percorso per raggiungere la sua autovettura di servizio, accompagnato dal portavoce, Pantaleone Sergi, Agazio Loiero ha ricevuto una telefonata che è stata definita affettuosa e beneaugurale da parte del governatore della Campania, Antonio Bassolino. Loiero lo ha ringraziato per la sua attenzione e gli ha detto "Antonio, ci vedremo presto". Subito dopo Loiero si è recato presso gli uffici cittadini della Regione dove aveva già in programma una serie di incontri di carattere politico.
Testimonianza concordata oltre un mese fa
La testimonianza di Loiero ai magistrati della Dda di Reggio Calabria che indagano sull'omicidio di Francesco Fortugno era stata concordata più di un mese fa e più volte rinviata per gli impegni del presidente della Regione Calabria. E questo per evitare che l'attività giudiziaria interferisse con l'attività politica regionale, in quest' ultimo periodo particolarmente intensa anche per le vicende interne alla maggioranza che sostiene l'esecutivo. I magistrati della Dda reggina stanno cercando di approfondire il contesto politico che avrebbe fatto da sfondo all'omicidio di Fortugno. A tale scopo erano già stati ascoltati il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Giuseppe Bova; l'assessore regionale alla Sanità, Doris Lo Moro, ed altri esponenti politici.
Loiero ascoltato come persona informata sui fatti
Il presidente della Giunta regionale, Agazio Loiero, è giunto in mattinata negli uffici della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Loiero, si è incontrato con il procuratore capo della Repubblica, dott. Antonino Catanese, e il procuratore aggiunto Franco Scuderi, coordinatore dell' inchiesta sull' omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno. Loiero, come "persona informata sui fatti", è stato invitato dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria a riferire su alcune questioni collegate all' inchiesta dell' assassinio dell' uomo politico di Locri e che nulla hanno a che vedere con le indagini in corso della Procura della Repubblica di Catanzaro.
Commissione Antimafia morta o viva? Personalmente ho espresso su queste pagine (e non certo con piacere) la convinzione che le sia stato assestato il colpo di grazia con l’iscrizione a suoi membri effettivi di Alfredo Vito e di Paolo Cirino Pomicino, entrambi condannati in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione. Ed entrambi simboli di un’idea dei rapporti tra legalità e politica che li ha fatti entrare nei libri di storia (vedi Francesco Barbagallo, Napoli fine Novecento, Einaudi). Ho argomentato le ragioni di questa mia opinione. Che poteva essere confutata in molti modi. E tuttavia il modo in cui l’hanno fatto il neopresidente della Commissione Francesco Forgione (intervista al "Corriere" del 23 novembre) e il suo compagno di partito Giusto Catania, europarlamentare di Rifondazione (articolo sull' "Unità" del 27 novembre) è francamente sconcertante. E fa pensare. E molto.
Riassumo. Io ho posto solo il problema della Commissione, senza fare alcun riferimento al suo nuovo presidente, e senza sognarmi di dire una sola parola nei suoi confronti. Ho offerto valutazioni oggettive. Soprattutto queste: il prestigio della Commissione; la sua credibilità presso i rappresentanti dello Stato che saranno chiamati a raccontare di inchieste ancora in corso o di verità da secretare (chi sarà davvero disposto a dire alla Commissione tutto quello che sa?). Questo giudizio può indirettamente riflettersi sul lavoro di Forgione, mio amico da anni? Sì. Ma, come dicevano i latini, "amicus Plato sed magis amica veritas". Ma soprattutto esso non giustifica la reazione di Forgione e Catania. Che parlano come se fosse stato attaccato il presidente dell’Antimafia. Ossia fingendo che sia accaduto qualcosa che non è accaduto. E da lì partendo per mettere a segno degli affondi altrettanto immaginari. Che cosa dice Forgione? Provo a sintetizzare, spero con il dovuto scrupolo. 1) Qui sta tornando la stagione dei veleni. 2) La morte dell’Antimafia viene dichiarata proprio da chi ha strillato perché si rifacesse la Commissione nel più breve tempo possibile. 3) Anche Dalla Chiesa è stato in Commissione con dei condannati; eppure a suo tempo non ha fiatato. 4) E’ chiusa la stagione dei giustizialismi, la mafia si combatte politicamente.
A lui si è aggiunto Catania. Che, sempre fingendo che sia stato Forgione l’oggetto della critica, ha aggiunto: 5) non è vero che il movimento antimafia è finito con il rifiuto di votare il celebre emendamento Licandro-Napoli (quello che tendeva a escludere per legge dalla Commissione chi avesse avuto relazioni con la mafia); 6) nessuno può impedire che Cirino Pomicino e Vito partecipino alla commissione antimafia; 7) nessuno si è indignato a suo tempo per la candidatura di Cirino Pomicino e Vito, tranne Forgione e Bertinotti, protagonisti di un convegno in cui il procuratore Grasso (Grasso, non altri; nda) chiedeva di escludere dalle liste i condannati che avessero rapporti con la mafia. Per ribadire poi anche lui, Catania, che la lotta alla mafia non si può fare solo nei tribunali. E che è arrivata l’ora di chiamare in causa la politica. Infine l’eurodeputato ha lanciato alla sinistra l’accusa di amnesia, chiudendo con la sentenza del Perfetto Garantista. Leggere bene: “E’ strano che solo ora si decreti la fine dell’antimafia, proprio adesso che una delle poche voci udite in mezzo al deserto di questi anni è diventato Presidente della Commissione Antimafia. La coincidenza è un po’ sospetta e il tono del dibattito di questi giorni evoca la stagione in cui si polemizzava con i professionisti dell’antimafia”. Alla faccia dei “veleni” evocati da Forgione…
Bene. Ora: che c’entra tutto questo con gli argomenti che ho sollevato? Nulla, proprio nulla. Nessuno mi sta dimostrando che ora la Commissione ha un prestigio che le consentirà di ottenere ciò per cui è stata istituita come Commissione d’inchiesta con gli stessi poteri della magistratura: ossia informazioni riservate, segrete (giudiziarie e non) da parte di chi farà piuttosto qualche responsabile valutazione su come proteggere le sue inchieste (e in qualche caso la sua persona). La reazione di Forgione e Catania è pura cortina fumogena. Che non depone per lo spirito di verità che aleggia sulla Commissione. E spiego perché. 1) Non ho mai chiesto la ricostruzione a tambur battente della Commissione. Invitato a esprimermi sulla sua utilità, ho scritto piuttosto un editoriale su “Europa” per dire che era il caso di dare al parlamento un’ultima chance. Senza alcun entusiasmo. Esattamente perché ho visto di persona nell’ultima legislatura gli uomini in divisa farsi prudenti di fronte a una commissione poco credibile e che strumentalizza la sua funzione. La politica (non la giustizia) ha scelto ora di renderla ancora meno credibile (per le presenze, non per la presidenza). E dunque confermo quello che dissi proprio in commissione, in una quasi drammatica discussione sulla Relazione finale nel gennaio del 2006: questa Commissione sta diventando inutile, perfino dannosa; se continua così farà la fine della Commissione Stragi. Giusta o sbagliata che fosse la valutazione, essa sta scritta negli atti parlamentari. Altro che incoerenza…
2) Quanto alla teoria che nessuno abbia detto niente, che nessuno abbia fatto niente, che nessuno si sia scandalizzato e dunque abbia diritto di parola di fronte a Cirino Pomicino e Vito nominati in Antimafia dai presidenti delle Camere, ricordo la proposta di legge che la Margherita presentò al Senato la scorsa legislatura per evitare la candidatura dei condannati per reati contro la pubblica amministrazione (semplice applicazione al parlamento della legge già esistente per gli enti locali). Legge che non fu semplicemente presentata e lasciata nel cassetto; ma fu portata al voto, perdendo. Ora chi è in parlamento la ripresenti, ci sono i numeri per vincere.
Il movimento antimafia - che non capisco perché secondo Giusto Catania dovrebbe mai coincidere con una Commissione siffatta - non morirà comunque per questo. Anche perché, se qualcuno non se ne è accorto o soffre di amnesia profonda, è da almeno venticinque anni che la lotta alla mafia viene fatta pure nelle scuole, nei quartieri, nelle parrocchie, nella stampa alternativa, attraverso il sindacato, nelle università, con i circoli e le associazioni. E’ arrivato il momento di dirlo: questa pantomima per cui ogni volta c’è il politico di turno che si staglia davanti a chi denuncia le debolezze della politica e gli predica che la lotta dev’essere non giudiziaria ma politica (che è esattamente quello che si chiede!), incomincia a diventare un piccolo sconcio del nostro spirito pubblico. Sui “veleni” non rispondo nemmeno. Nando dalla Chiesa come Pio Pompa o come il celebre “corvo” di Palermo è roba da lasciare a futura memoria.
A proposito di amnesie voglio invece ricordare un episodio del 1973. E tirare fuori dagli archivi il caso Matta. Giovanni Matta, democristiano, ex assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici di Palermo, simboleggiava un po’ il parlamentare che non doveva entrare in Commissione Antimafia. Invece ci entrò. Era assai chiacchierato, a suo carico c’era anche un rapporto dell’allora colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa. Pio La Torre , benché Matta fosse incensurato, ne chiese l’allontanamento. Matta chiese la solidarietà della Dc. Ma Pio La Torre insisté, con la sua durezza cristallina. Alla fine, data la valenza simbolica del caso, tutti i membri della Commissione (tranne i missini) diedero le dimissioni. Compreso il presidente Luigi Carraro, che era dello stesso partito di Matta. E la commissione venne rifatta. E questa volta Matta non c’era più. Così era la Commissione allora, così gli uomini. E davanti a quella Commissione (che magari, è vero, non aveva il coraggio di scrivere tutto quello che sapeva) gli ufficiali dei carabinieri e i commissari di polizia si sentivano incoraggiati a raccontare anche le loro “impressioni”. Trent’anni fa, prima delle stragi, prima di Falcone e Borsellino. Santa memoria.
Parenti e appalti, così la mafia fa affari nella Asl di Fortugno
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dal sito giudiziouniversale.it
Il guru delle gru
di Marco Travaglio
Cinquecento euro al metro quadro: case economiche? E' il prezzo del solo pavimento (in rovere). Così il finanziere-immobiliarista Luigi Zunino sta ricostruendo Milano e facendo affari d'oro
"Milano è la città in cui un certo Berlusconi di 34 anni costruisce Milano-2, cioè mette su un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi gliel'ha dati? Non si sa... Noi saremmo molto curiosi di sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci racconti come si fa a passare dall'ago al milione o dal milione ai cento miliardi". Così scriveva Giorgio Bocca del futuro Cavaliere nel marzo 1976. Le stesse parole si potrebbero usare oggi per Luigi Zunino, l'immobiliarista-finanziere piemontese del gruppo Risanamento Spa che nel 2003, a 44 anni, è diventato il più giovane cavaliere del lavoro, poi il più giovane inquilino del salotto buono di Mediobanca e intanto, pezzo per pezzo, si sta comprando non Milano-2: Milano-1. Cioè Milano. Scrive Curzio Maltese nella sua recente inchiesta per Repubblica sulla nuova Milano: "Se si sale all'ultimo piano del Pirellone, la sensazione fisica è travolgente. Gru, gru e ancora gru, a perdita d'occhio... Un cantiere di sei milioni di metri quadrati, l'area delle vecchie fabbriche, una ricostruzione da dopoguerra. È l'affare del secolo, il grande Monopoli... La fetta più grossa, i polmoni a Nord e a Est, sono toccati al più misterioso dei nuovi oligarchi, Luigi Zunino".
La sua biografia sta tutta in un biglietto da visita. Piemontese di Nizza Monferrato, classe 1959, quindici anni fa Zunino era registrato alla Coldiretti come "vitivinicultore". Ancora minorenne, comprava e vendeva cavalli. Poi le tenute agricole. A 24 anni ha già messo da parte il primo miliardo di lire. E inizia a collezionare una miriade di ipermercati, costruiti chiavi in mano per Esselunga e Unes. Il balzo in Borsa è del 1998, quando si accaparra la Bonaparte Spa e in seguito l'Aedes, entrambe quotate. Acquista l'area di Rogoredo- Montecity, che diventerà Milano- Santa Giulia. Da allora non si ferma più. Compra palazzi a Parigi sugli Champs Elysées e il famoso Badrutt's Palace Hotel di Sankt Moritz. Rileva l'Ipi e il Lingotto dalla Fiat. Intanto completa l'operazione Milano, con due progetti di "città nella città" nientemeno che con Renzo Piano e Norman Foster, rispettivamente nell'ex area Falck di Sesto San Giovanni e nel quartiere Santa Giulia. Una cosina da 2,7 milioni di metri cubi in tutto, che ancora Maltese descrive così: "Città ideali, con grattacieli trasparenti sospesi come palafitte su immensi parchi, case ipertecnologiche, sedi universitarie, centri congressi, vivai d'impresa, moderni agorà, teatri, multisala, sistemi di trasporti e di riscaldamento a idrogeno: il Rinascimento prossimo venturo". Lui, Zunino, li definisce "i progetti urbanistici più ambiziosi mai visti in Italia dal dopoguerra". E non esagera mica: solo i pavimenti dei megappartamenti, in rovere, costano 500 euro al metro quadro. Altro che Milano- 2. Troverà 20-60 mila persone disposte a svenarsi per acquistarli? Lui giura di sì. Ma perché mai un milanese dovrebbe comprar casa da lui a Sesto San Giovanni o a due passi da Linate, per giunta pagandola tanto oro quanto pesa? "Il vero problema di Milano - sentenzia - è che attira soldi da cinque continenti, ma non persone. Gli uomini d'affari vengono, concludono e scappano". Ma ora corrono da lui: "Il 40% degli appartamenti di Santa Giulia è già prenotato da businessmen stranieri. Berlusconi vendeva sicurezza a una borghesia milanese spaventata dagli anni di piombo. Noi vendiamo un investimento e uno stile di vita ai manager internazionali".
Finora gli è filato tutto liscio, anche se non ha sempre fatto tutto da solo. Da anni lavora in tandem con l'immobiliarista romano Danilo Coppola, col quale non fa che scambiare - in un vortice di vendite e acquisti - terreni e immobili, spesso gli stessi, da Porta Vittoria all'ex Falck, per un valore complessivo di un miliardo di euro. I due fanno lo stesso per l'area Fiat di Firenze-Novoli. E insieme finiscono nei guai con la giustizia: nel 2005 la Procura di Milano, indagando sull'affaire Antonveneta e dintorni, li incrimina per aggiotaggio. Al centro dell'inchiesta sui due reucci del mattone ci sono due immobili milanesi, in via Montenapoleone e via Manzoni, acquistati da Zunino con un finanziamento della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani e rivenduti a Coppola in cambio di 3,9 milioni di azioni Antonveneta, proprio mentre infuriava la battaglia per la banca padovana e le azioni volavano alle stelle.
Qualcuno lo chiama "il Berlusconi rosso", perché un tempo Zunino era iscritto alla Cgil Agricoltura e ora è amicone di D'Alema e Bassolino, nonché del costruttore rosso Alfio Marchini. Con quest'ultimo, nel '99, ha acquistato da Bankitalia la Società Risanamento Spa di Napoli, padrona di 5 mila appartamenti nel centro città. Prezzo stimato: 821 miliardi. Prezzo pagato: 490. Il tutto ai tempi del governo dell'amico D'Alema, nella città amministrata dall'amico Bassolino. Altri solidi aiutini arrivano a Zunino dal suo consulente speciale Giuseppe Garofano detto "il Cardinale", già stratega della Ferruzzi- Montedison condannato per la maxitangente Enimont, tornato in affari nei primi anni 2000 e da sempre vicinissimo all'Opus Dei. E, per completare il quadro delle amicizie, ecco la cronaca su Dagospia della sua festa di compleanno del 2003 nella tenuta La Campana - mille ettari vicino a Siena, già di proprietà della Gemina: "Orchestra, buffet da mille e una notte e champagne a volontà con un centinaio di invitati, tra cui Vittorio Emanuele di Savoia, Marina Doria, Ubaldo Livolsi, Gianni Varasi, Arnaldo Borghesi e la famiglia Gancia". Si spiega anche così l'atterraggio morbido nel salotto buono di Mediobanca, di cui Zunino, con la moglie Stefania Cossetti, ha raggiunto il 3,8 per cento delle quote. L'ex vitivinicultore, in vent'anni, ne ha fatta di strada. Chi nasce bevendo, vive mangiando.
| LUIGI ZUNINO |
L’inchiesta dei Carabinieri
Giochi costruiti con i rifiuti traffico di plastica, 7 arresti
Documenti falsificati per esportare illegalmente scarti pericolosi in Cina
Attraverso la falsificazione di documenti e atti amministrativi esportavano dall’Italia alla Cina rifiuti pericolosi (soprattutto scarti di plastica) facendoli passare come materia secondaria ed eludendo così i controlli delle autorità nel porto di partenza e in quello di arrivo. Una volta in oriente il materiale veniva trattato e rivenduto sul mercato cinese, spesso per fabbricare giocattoli che sarebbero stati a loro volta smerciati in Italia e nel resto d’Europa. Un traffico che i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico – agli ordini del colonnello Michele Sarno e del maresciallo Antonio Sgrò – e gli uomini dell’Agenzia delle dogane stimano almeno un milione di euro all’anno e che andava dal 2002.
Sono sette in tutto gli ordini di custodia cautelare eseguiti dai militari della tutela ambientale su ordine della Magistratura genovese, quattro in carcere a carico di tre cinesi organizzatori dell’affare e di un loro intermediario italiano, e tre domiciliari per altrettanti italiani (residenti fra il Piemonte e la Lombardia ), titolari di impianti per il trattamento e la trasformazione di rifiuti. Nell’inchiesta risultano inoltre indagate altre 49 persone, tra queste anche responsabili di ditte di spedizione, un consulente ambientale della Provincia di Genova, rappresentanti di società produttrici di materiale plastico e titolari di laboratori di analisi. Per tutti l’accusa è di traffico illecito di rifiuti in concorso. A fronte di quanto emerso il giudice per le indagini preliminari Lucia Vignale ha disposto il sequestro d’una ditta e una cinquantina di perquisizioni nelle sedi delle società che avrebbero ceduto illecitamente i rifiuti, a titolo gratuito o facendosi pagare. L’attivazione del sodalizio era caratterizzata dalla gestione di un articolato sistema d’intermediazione, che consentiva di concentrare gli scarti presso il Vte di Genova, per poi partire alla volta di Hong Kong. L’indagine è iniziata l’11 gennaio 2006 col sequestro nell’area portuale di Voltri di due container (alla fine ne sono stati sigillati complessivamente 17) contenenti plastiche contaminate da agenti chimici. Da qui è emerso il sospetto di un probabile traffico illecito di materiali pericolosi alla base legale di Paderno Dugnano (Milano) e operativa a Marnate (Varese). I rifiuti venivano virtualmente acquistati dalla Kari International, società fantasma con sede legaleaHongKong, e trasferiti successivamente nella regione del Guandong dove probabilmente venivano lavorati, avendo ancora un ottimo mercato presso numerose aziende in contatto con la stessa Kandi, che pagavano fino a sei volte di più del reale valore di mercato della merce.
Sulla vicenda ieri si è pronunciato il presidente della commissione Ambientale alla Camera Ermete Realacci. “I traffici di rifiuti – ribadisce – sono un vero e proprio business criminale, che attraversa il nostro paese da nord a sud e viceversa, valicandole frontiere e attraversando gli oceani. Non bisogna assolutamente abbassare la guardia ed è necessario fornire sempre nuovi strumenti di indagine e repressione”. “Purtroppo – prosegue – la Cina sta diventando una meta molto ambita dalle organizzazioni criminali per smaltire illegalmente rifiuti nocivi. E le segnalazioni si moltiplicano”.
Rincara la dose il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta. “Siamo di fronte – accusa – a un fenomeno di dimensioni e di gravità inquietanti e l’ultima operazione andata in porto non fa che confermarlo. Ormai la rotta Italia-Cina è diventata la rotta dei veleni, non è più della seta, con imbarcazioni cariche di rifiuti tossici che salpano dai nostri porti per approdare al pericoloso mercato del riciclo di materie prime”. Secondo Della Seta “ la Cina è diventata in pochi anni il cimitero mondiale dell’hi-tech, dove gli scarti tecnologici dell’Europa e dagli USA vengono smontati e riciclati in ogni componente dalla manodopera locale, senza alcuna tutela sanitaria rispetto al contatto con i metalli pericolosi ed le esalazioni nocive”. “Attività come quella smascherata dai carabinieri stanno diventando un business dai profitti così ingenti, che la Commissione parlamentare sui rifiuti lo ha paragonato alle tradizionali fonti di arricchimento mafioso, come il traffico di stupefacenti. Basti pensare – conclude Legambiente – che in soli cinque mesi, da ottobre 2005 a marzo 2006, nei porti italiani sono stati sequestrati ben 270 container diretti prevalentemente in Cina, che contenevano circa 4.600 tonnellate di rifiuti industriali, tra scarti di lavorazione delle plastiche, rottami metallici e rottami di elettrodomestici, per un valore stimato di 2.700.000 euro”.
Tonnellate di plastica e rifiuti tossici stipate nei container e spedite in Oriente dal porto. I risultati dell’inchiesta “Ombre cinesi”
Dalla rumenta giocattoli Killer
Sette ordini di custodia, nei guai insospettabili eccellenti
Ai domiciliari anche un dipendente della Maersk e uno spedizioniere
Sotto l’albero, giocattoli killer. Cagnolini di peluche tossici, macchinine, robot, soldatini colorati con vernici che rilasciano sostanze chimiche capaci di alterare il sistema endocrino. Potenzialmente mortali perché non certificate Ce. I container partivano da Genova per l’Oriente con documenti falsi e stipati di tonnellate di plastica spacciata per materia prima, che in realtà era solo un rifiuto. La rotta dei veleni si è mossa per quattro anni sull’asse Italia-Cina e ha fruttato almeno sei milioni di euro. Dopo dieci mesi di indagini, l’inchiesta denominata “Ombre cinesi” sul traffico illecito di rifiuti coordinata dal pm Francesco Albini Cardona e condotta dai carabinieri dei Noe con l’Agenzia delle Dogane, si è conclusa con sette ordini di custodia cautelare: quattro in carcere (tre cinesi organizzatori del traffico e un loro intermediario italiano) e tre ai domiciliari a carico di un dipendente della compagnia amatoriale Maersk Logistic, di uno spedizioniere, Tommaso Carminati, e del titolare di uno studio d’ambiente di Chiavari, Marco Castello. Nell’indagine risultano coinvolte altre 49 persone, i rappresentanti legali delle aziende (piemontesi,lombarde, venete e olandesi) che si sono sbarazzate del materiale evitando di pagare lo smaltimento: per tutti l’accusa è traffico internazionale di rifiuti. L’indagine è iniziate l’11 gennaio 2006 con il sequestro a Vte di Voltri, di due container che contenevano carta, cartone, cd frammentati, resti di cassette della frutta, pezzi d’auto e plastiche contaminate da agenti chimici, che facevano parte di una spedizione di rifiuti, priva di autorizzazioni, destinata a società sparse nella Repubblica popolare cinese. Dopo il sequestro in una ditta di Caslino d’Erba (Como) di 366 metri cubi di rifiuti e grazie alle intercettazioni telefoniche, erano emerso il sospetto di rifiuti speciali pericolosi alla base del quale c’era la ditta Kandi, con sede legale a Paderno Dugnano (Milano) ed operativa a Marnate (Varese), che sotto la copertura di un commercio all’ingrosso di materiale plastico, trasferiva in Cian ingenti quantitativi di rifiuti che solo sulla carta erano stati trattati e trasformati in materie prime e secondarie. Per evitare i controlli, venivano anche utilizzate delle bolle di carico che li identificavano come materie prime, non da smaltire, ma da utilizzare nell’industria. Con questo meccanismo, per esportarli non serviva l’autorizzazione del ministero dell’Ambiente e il formulario identificazione rifiuti, che stabilisce che il carico, composto da rifiuti pericolosi, è stato smaltito seguendo iter lunghi e costosi. I quantitativi venivano virtualmente acquistati dalla Kari International Import Export Wastermaterial Trading Co, una società “fantasma”, con sede legale a Hong Kong e trasferiti nella regione del Guandong dove venivano lavorati e trasformati in materia prima: nella realtà, era un materiale plastico di scarsa qualità, disomogeneo nelle sue caratteristiche chimico fisiche, che era utilizzato soprattutto per la fabbricazione di giocattoli e oggetti hi-tech. Il materiale, giunto in Cina come “materia prima secondaria”, aveva un ottimo mercato presso numerose società in contatto con la Kandi , che pagavano fino a sei volte il reale valore di mercato.
Operazione dei carabinieri del Noe
Traffico di rifiuti pericolosi verso la Cina smantellata organizzazione criminale
Nei guai tre spedizionieri genovesi della Maersk
di Francesco Ricci
Sette arresti, quarantanove denunce nell’Italia del Nord. Il sodalizio acquistava rifiuti rifiuti plastici, li esportava come materia prima secondaria nella Repubblica popolare cinese dove le rinfuse erano realmente lavorate e rivendute
Cd fatti a pezzi, gruppi ottici di auto in demolizione, bicchieri da picnic, videocassette, telecomandi in disuso, schede telefoniche scadute. E altro. Dentro i container diretti in Cina c’era di tutto un po’, tranne la materia prima polimerica secondaria (leggi riciclata) che era indicata nei documenti di spedizione. I carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico, in collaborazione con gli agenti dell’Agenzia delle Dogane, hanno smantellato un’organizzazione italo-cinese dedita al commercio transnazionale illecito di rifiuti tossici. Sette persone – tre cinesi e quattro italiane – sono finite in manette. Altre quarantanove sono state denunciate. L’organizzazione, battezzata “Ombre cinesi”, è scattata a gennaio e si è conclusa ieri notte con l’esecuzione delle ordinanze restrittive firmate dal magistrato della Procura della Repubblica di Genova Francesco Cardona Albini. Tra i denunciati anche tre spedizionieri e un addetto ai controlli ambientali genovesi. Gli spedizionieri lavoravano per la Maersk , il colosso danese che nella fattispecie si occupava del trasporto dei rifiuti in Cina.
Il meccanismo era semplice ed efficace. Una società costituita dai “registi” cinesi dell’affare, la “Kandi” di Milano, acquistava rifiuti tossici da fabbriche di manufatti plastici di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il materiale veniva trasferito in capannoni di stoccaggio dove ufficialmente, il materiale plastico veniva trasferito in capannoni di stoccaggio dove, ufficialmente, il materiale plastico veniva diviso e riciclato a norma di legge, diventando appunto materia prima secondaria. Di fatto i diversi oggetti erano sminuzzati, caricati in contenitori e spediti a Genova con bolle di accompagnamento mendaci.
Una seconda società con sede ad Hong Kong, la “Kari international import export waste material trading co”, acquistava – almeno sulla carta – tutto il materiale plastico e lo veicolava verso stabilimenti del sud della Cina. Lìparte delle rinfuse plastiche erano lavorate e trasformate nuovamente in materia prima. Il prodotto finito, anche giocattoli, completamente fuori norma in base alla normativa Ue, era immesso sul mercato cinese e europeo. Un’altra parte della merce spedita illegalmente in Cina finiva nei termovalorizzatori, bruciatori onnivori di rifiuti e grandi produttori di diossina.
Il guadagno ricavato dal traffico di rifiuti speciali è stato stimato intorno al milione di euro annuale. Dalle indagini dei carabinieri risulta che il traffico illecito si sia protratto per cinque anni. Nell’affare tutti traevano il proprio guadagno, a parire da quegli industriali che evitavano i costosi oneri per lo smaltimento degli scarti di produzione, facendosi pagare un tanto a tonnellata dalla società di cinesi che li prelevava. Il giro di corruzione era capillare e toccava società di smaltimento di rifiuti speciali, analisti chimico-ambientali, spedizionieri. “Queste persone avevano il lavoro assicurato – ha spiegatoli maresciallo Sgrò, comandante del Noe di Genova – l’industria cinese è in enorme espansione e c’è una fortissima richiesta di materie prime. Le regole in materia di salvaguardia ambientale sono molto permissive e, in qualche modo, facilitano questi traffici”.
Per i militari l’operazione “Ombre cinese” costituisce solo la prima parte di un lavoro più ampio.
“Questa indagine si è conclusa nella sua prima fase – ha commentato Michele Sarno, comandante del Noe per il nord Italia – abbiamo chiuso un cerchio, ingenerandone vari altri concentrici. Siamo certi che l’attività ancora in atto ci porterà a scoprire nuovi canali di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi e varie altre attività criminose correlate.
L’indagine era iniziata l’11 gennaio scorso col sequestro nell’area portuale di Voltri, da parte dei militari del Noe di Genova, di due container, ciascuno, 44 balle costituite da carta, cartone, cd frammentati e plastiche (contaminate da prodotti chimici). Il carico era diretto alla Repubblica popolare cinese. A questo era seguito un mese dopo il sequestro in una ditta di Caslino d’Erba (Como), di 366 metri cubi di rifiuti in giacenza. Emerse il sospetto di un probabile traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi alla base del quale c’era la “Kandi” che, sotto la copertura di un commercio all’ingrosso di materiale plastico e suoi derivati, gestiva illecitamente i rifiuti, dalla raccolta, allo stoccaggio al loro trasporto simulato, fino alla loro esportazione verso la Cina.
L'on. Napoli chiede lo scioglimento dell'Assemblea
Il presidente Loiero accusa: «Strane intromissioni»
catanzaro La crisi sembra ormai sfuggita al controllo di chiunque, almeno in Calabria. Proveranno a dipanare la matassa il 5 dicembre a Roma, quando (la fonte è il Prc) dovrebbe riunirsi per parlarne il tavolo nazionale dell'Unione. Per Rifondazione comunista questa crisi è in realtà il prosieguo di quella dell'estate scorsa, perché quelle trattative «non avevano affrontato fino in fondo i problemi aperti e le proposte programmatiche di rilancio dell'azione di governo».
Oggi, dunque, ci si trova a fare i conti con le dimissioni di tre assessori; ieri è intervenuta quella di Nacca Carlizzi e la situazione, commenta il presidente della Giunta Agazio Loiero, «la situazione se possibile diventa ancor più difficile». Dimissioni «illuminanti», dice Loiero. «Ci sono intromissioni strane, non dico indebite, in questa vicenda e fanno riflettere. Riflettiamo tutti, allora, partendo da alcuni punti fermi. La Calabria ci ha votato per governare con un programma di forte rinnovamento, con questioni strutturali da risolvere per le quali avevamo stabilito anche i tempi. È su questo che bisogna ragionare. Gli egoismi – conclude Loiero – non pagano, passano in secondo, terzo piano rispetto alle necessità della gente a cui bisogna invece dare risposte immediate».
Intanto si è riunito il coordinamento regionale del Partito Democratico Meridionale. Le dimissioni degli assessori Ds e Dl sono state definite «un atto gravissimo» per gli effetti che potrebbero avere. Il Pdm definisce «grave e irresponsabile» l'atteggiamento tenuto in queste ore da vertici regionali dell'Ulivo. «Ci chiediamo – avverte cosa avverrebbe se il rappresentante del Pdm al Senato Pietro Fuda, volendo rendere pan per focaccia, rispondesse con lo stesso atteggiamento dimettendosi non dal Senato ma dal sostegno all'Unione».
Infine, la parlamentare Angela Napoli (An), in una interpellanza al presidente del Consiglio dei ministri, ha chiesto di avviare le procedure per lo scioglimento del Consiglio regionale. (p.c.)
Il pentito, collegato in videoconferenza, conferma le sue precedenti confessioni sulla barbara uccisione di Franco Fortugno
Novella: Ritorto mi annunciò il delitto
«Il ferimento di Audino avvenne a Fabrizia e non a Bianco come la vittima aveva dichiarato»
di Paolo Toscano
REGGIO CALABRIA
Domenico Novella voleva rimanere fuori dall'omicidio di Franco Fortugno. Sapeva che Salvatore Ritorto (arrestato dalla squadra mobile con l'accusa di essere stato il killer) voleva uccidere il vicepresidente del Consiglio Regionale e aveva manifestato la sua contrarietà.
Il pentito l'ha ribadito, ieri, in collegamento in videoconferenza con l'aula bunker di viale Calabria dalla località segreta dove si trova sottoposto al programma di protezione. L'ha fatto nel corso dell'interrogatorio, svolto nelle forme dell'incidente probatorio, davanti al gip Roberto Lucisano, nell'udienza fissata su richiesta dei magistrati della Dda Francesco Scuderi, Marco Colamonici e Mario Andrigo.
L'esame di Novella segue di due settimane quello di Bruno Piccolo, l'altro pentito dell'inchiesta sull'omicidio dell'esponente regionale della Margherita. Anche se non ha la stessa capacità espressiva del primo collaboratore, Novella è stato, comunque, preciso, puntuale, efficace nell'esposizione dei fatti. Sull'omicidio ha nuovamente accusato Ritorto di avergli svelato il suo proposito di ammazzare Fortugno perché la vittima era in possesso delle registrazioni di richieste estorsive e minacciava di consegnare le cassette alla magistratura.
Il pentito ha ripetuto di non averci creduto e di aver pensato a una motivazione "politica". Novella ha aggiunto di aver ricevuto l'invito, sempre da Ritorto, a votare per Domenico Crea a alle Regionali e di averlo, però, disatteso.
Per quasi sei ore (c'è stata solo una breve interruzione) il collaboratore ha risposto alle domande dei magistrati. Ha ripercorso le tappe della sua carriera criminale che l'ha visto fin da ragazzo muoversi nell'orbita della cosca Cordì, una delle più potenti organizzazioni di 'ndrangheta della Locride. Ha parlato del suo pentimento sostenendo di aver deciso di collaborare con i magistrati perché non voleva più tenersi dentro il peso dei gravi fatti di cui era a conoscenza.
L'esame ha toccato vari argomenti, come le armi in possesso del suo gruppo, una serie di reati, compresa la rapina alla Carime di Locri (ha parlato anche del coinvolgimento di elementi della malavita di Reggio), prima di approdare al delitto Fortugno. E proprio quando l'interrogatorio ha affrontato l'argomento più importante si è registrato un "colpo di teatro": i magistrati della Dda hanno fatto sentire al collaboratore di giustizia le registrazioni di alcune sue conversazioni con altri indagati.
All'operazione si è opposto l'avvocato Eugenio Minniti, difensore di Domenico Audino ma il gip Lucisano ha ammesso l'ascolto delle registrazioni quali "documenti" anche se sonori e, quindi, "visionabili" dal testimone. Una delle conversazioni vedeva protagonisti Novella e Audino con il primo, secondo l'accusa, a commentare le modalità dell'omicidio Fortugno con la frase "Mancu i cani signuri" e l'altro ad affermare "C. come u sparau". Il pentito ha riconosciuto la propria voce e ha ribadito che il suo interlocutore era stato Audino.
E sempre su Domenico Audino il pentito ha rivelato in aula i particolari del ferimento del coimputato (particolari, peraltro, contenuti in un verbale d'interrogatorio reso ai magistrati della Dda reggina e dei loro colleghi catanzaresi) avvenuto, a suo dire, in epoca precedente al delitto Fortugno, a Fabrizia, in provincia di Catanzaro, e non a Bianco come era stato, invece, denunciato dalla vittima. Audino, secondo Novella, sarebbe stato protagonista di un tentativo di omicidio nel Catanzarese e il suo ferimento doveva essere considerato la conseguenza di questo episodio.
Il pentito ha ammesso di aver cercato di aiutare Audino a depistare gli investigatori , sparando personalmente sul lungomare di Bianco alcuni colpi di pistola contro l'auto del ferito. La perizia, però, all'epoca aveva rilevato che non c'era compatibilità tra i fori sulla carrozzeria e le ferite di Audino.
Novella ha parlato anche di un recente colloquio con la propria madre nel corso del quale ha tranquillizzato la donna dicendole che non esistevano altre sue dichiarazioni e altri nomi.
L'udienza è stata aggiornata per il controesame che vedrà impegnati gli avvocati Antonio Managò, Eugenio Minniti, Giovanni Taddei, Menotti Ferrari, Rosario Scarfò, Mario Mazza, Giuseppe Mollica, Giacomo Iaria, Annunziato Alati, Basilio Pitasi, Maria Carmela Guarino.
Intanto Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno e parlamentare della Margherita, ha chiesto nuovamente di accertare se negli uffici giudiziari di Locri esistano procedimenti sull'ospedale originati dalle denunce del marito Franco Fortugno. L'on. Maria Grazia Laganà ricorda che le denunce sono state presentate da qualche anno e ha chiesto di sapere se siano state svolte indagini approfondite, se ci siano state richieste di archiviazione, se sia stata contestata l'aggravante dell'articolo 7 prevista quando i reati vengono commessi per favorire organizzazioni mafiose.
«La ricerca della verità – conclude l'on. Maria Grazia Laganà – sull'omicidio politico-mafioso di mio marito non deve trovare alcun ostacolo e deve svilupparsi in ogni direzione e a ogni livello». Da tempo l'onorevole Laganà batte questo tasto che evidentemente considera importante per l'accertamento della verità.
Maria Grazia Laganàvuole che si indaghia fondo sulle denuncepresentate dal maritosull'Asl 9 di Locri Novella: «Ho deciso di collaborare perchénon potevo teneredentro il peso di fattidi cui sapevo tutto»


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