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La mappatura della Liguria
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13.09.2006 - La Repubblica on-line
Prima di tornare in patria, sarà curata nel nostro Paese
Secondo i genitori affidatari, nell'orfanotrofio subiva abusi e violenze
Bimba bielorussa, il tribunale ha deciso
Almeno per ora resterà in Italia
L'ambasciatore bielorusso Alexey Skripko in Procura a Genova
GENOVA - Resterà in Italia, almeno per ora, la bambina bielorussa di 10 anni a cui i genitori affidatari italiani non consentono il ritorno al Paese natale sostenendo che laggiù ha subito abusi e violenze. Lo ha stabilito con un provvedimento esecutivo il Tribunale dei minori di Genova.
La piccola, orfana, dovrà essere restituita alle autorità bielorusse. Per ora, però, sarà ricoverata in una struttura di accoglienza italiana, dove sarà curata da uno staff misto italo-bielorusso "nel tempo strettamente necessario" per verificare le sue condizioni psicofisiche. Il rimpatrio sarà solamente un passo successivo.
Sembrerebbe essere in parte stata accolta, quindi, la richiesta di Maria Chiara Bornacin, 31 anni, e Alessandro Giusto, 31, la coppia di Cogoleto (Genova) alla quale la bimba era attualmente affidata. I due si erano rifiutati di farla tornare in Bielorussia, all'orfanotrofio che la ospitava, sostenendo che laggiù aveva subito abusi, violenze sessuali e atti di sadismo.
Nei giorni scorsi, la vicenda aveva causato un piccolo incidente diplomatico. I genitori affidatari avevano nascosto la bambina e sul caso era intervenuto persino l'ambasciatore bielorusso in Italia, Alexei Skripko. Il rappresentante del governo di Minsk aveva garantito che la piccola sarebbe stata curata con la massima attenzione nel suo Paese ma aveva anche minacciato, in assenza di una rapida soluzione del problema, l'interruzione della collaborazione sulle adozioni.
”La vita delle persone
viene prima delle leggi
perché ne è il fondamento!”
Don Luigi Ciotti
Grazie al Tribunale Minorile di Genova, ai suoi magistrati ed al presidente Adriano Sansa che è riuscito ad individuare la strada per mettere al centro della soluzione di questa drammatica vicenda, il bisogno, il Diritto di una bambina!
Questo provvedimento che segue l’iniziativa del Presidente del Tribunale Minorile di Genova che ha fatto sì che venga riconosciuto il diritto al permesso di soggiorno ed al lavoro per i familiari dei minori stranieri in cura presso le strutture del nostro Paese, è testimonianza che la Legalità significa centralità dei diritti dei più deboli e non cieca applicazione di norme o acquiescenza verso quello o questo Potere.
L'Ufficio di Presidenza
Inutile nasconderlo. Anche nell’attuale maggioranza politica c´è chi prova un certo «mal di pancia» quando vengono in discussione temi legati alla giustizia. E sotto sotto pensa che l´ing. Castelli magari ha esagerato un po´, ma una regolatina - a questi invadenti magistrati - bisogna pur dargliela una buona volta, perché del loro «strapotere» non se ne può proprio più. Di qui il corollario dei malpancisti: non sarebbe poi una tragedia se restasse disatteso il programma di governo dell´Unione in una parte. In quella parte che prevede una radicale revisione della sciagurata (opinione mia, non certo dei malpancisti) riforma dell'ordinamento giudiziario. Anzi, chissà che non passino anche per questo crocevia le larghe intese da qualcuno tanto accarezzate.
So bene che sui temi della giustizia la tendenza prevalente è quella del muro contro muro, in particolare sul versante dei rapporti fra politica e giurisdizione. I magistrati sono sicuri e convinti di aver semplicemente adempiuto il loro dovere anche quando hanno indirizzato il controllo di legalità (ricorrendone tutti i presupposti) verso i politici accusati di corruzione o collusione con la mafia. I politici per contro sono sicuri e convinti di essere stati oggetto di attenzioni «eccessive». Gli uni e gli altri restano di solito arroccati nelle rispettive certezze, mentre sarebbe il caso di lasciare da parte i risentimenti personali e le percezioni corporative o soggettive per riportare il dibattito sui binari della razionalità. Partendo da una verità oggettiva: l'indipendenza della magistratura non è un privilegio di casta (non scherziamo, per favore...); è un patrimonio dei cittadini. Nel senso che l'indipendenza da sola non basta per avere una giustizia giusta. Altri decisivi fattori (l'efficienza del sistema innanzitutto) devono concorrere. Ma senza indipendenza della magistratura una giustizia giusta non è neppure ipotizzabile. Perché una magistratura non indipendente deve - per legge - fare gli occhi dolci a qualcuno e mostrare i denti ad altri, e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (anche solo come traguardo) è cancellata. Senza indipendenza della magistratura è a rischio la possibilità stessa di un «vero» garantismo, che sia cioè veicolo di eguaglianza. Ci sarà spazio solo per un garantismo «strumentale» (diretto a disarmare la magistratura di fronte al potere economico e politico) o per un garantismo «selettivo» (che modula le regole in base allo status sociale dell'imputato), l'uno e l'altro strumenti di sopraffazione e privilegio.
La tutela dell'indipendenza della magistratura è dunque la cartina di tornasole per misurare la qualità del garantismo di cui tutti si riempiono la bocca, è la pietra angolare di ogni intervento in tema di ordinamento giudiziario. Lo è soprattutto per chi fa parte dell'attuale maggioranza, posto che il programma di governo presentato dall'Unione in occasione delle recenti elezioni politiche prevede (lo si è già detto) la necessità di «rimuovere tutti gli aspetti del nuovo ordinamento in stridente contrasto con i princìpi costituzionali», adottando anche, «ove necessario, provvedimenti di sospensione». Ciò perché «l'ordinamento giudiziario approvato dal centrodestra definisce una figura di magistrato non in linea con l'autonomia e l'indipendenza della magistratura come previste dal dettato costituzionale», facendo venire meno i presupposti per «una giustizia realmente uguale per tutti».
Una guida sicura nelle scelte da operare si può trovare - ancora oggi - in un fondamentale documento che il Presidente Carlo Azeglio Ciampi scrisse il 16.12.04. Si tratta del messaggio indirizzato alle Camere per motivare la decisione di non promulgare la prima versione della riforma dell'ordinamento giudiziario. Numerose erano le macroscopiche violazioni di princìpi costituzionali denunziate nel messaggio. Di queste, solo alcune sono state corrette nella seconda stesura della legge. Di rilievi possibili, nel solco tracciato dal Presidente Ciampi, ne restano ancora un mare, soprattutto in tema di menomazione dei poteri del Csm, organo costituzionalmente posto a tutela dell'indipendenza della magistratura. Rimanere nel solco trattato da Ciampi significa stare dalla parte della Costituzione. Sulla quale non si può scherzare (se mai fosse necessario, c'è il formidabile esito del recente referendum che spazza via ogni dubbio). Perché la Costituzione, come il Presidente Ciampi, sta dalla parte dei cittadini e dei loro diritti.
Scegliendo prospettive diverse, c'è il rischio - magari inconsapevole - di ritrovarsi con un'altra compagnia. Licio Gelli, in un'intervista a Concita De Gregorio (la Repubblica del 28.9.03), con un candore intriso di iattanza ha dichiarato: «Leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo... Dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia... ho scritto tutto trent'anni fa». Non sostenere con lealtà, ostacolare o addirittura sabotare la revisione del «nuovo» ordinamento giudiziario potrebbe suonare - paradossalmente - un po' come darla vinta al "venerabile" piduista. Meglio, mille volte meglio - ovviamente - avere altri punti di riferimento!
dal sito marcotravaglio.it
Intervistato da Enrico Mentana alla festa nazionale dell’Unità di Pesaro, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, con tutti gli impegni che ha, è riuscito a occuparsi anche della mia modestissima persona, per dire che le vignette di Staino contro il “Beriatravaglio” gli sono piaciute molto: “Ho trovato quella pagina di Staino densa di significati e non è un mistero che io mi trovi spesso in totale disaccordo con quanto scrive Travaglio”. Sarà contento Staino: se la satira, per definizione, è contro il potere, dev’essere consolante per un vignettista ricevere gli elogi del vicepresidente del Consiglio per aver attaccato un giornalista critico con il maggiore partito di governo. Il tutto, nella kermesse dedicata all’Unità, dove il sottoscritto scrive quasi ogni giorno, eppure è stato democraticamente bandito da tutte le feste dell’Unità.
Scelta del resto perfettamente coerente, se si pensa che D’Alema, a Pesaro, era amichevolmente intervistato dall’amico Mentana, che gli dà del tu e che, essendo un dipendente di Berlusconi, alle feste dell’Unità è sempre il benvenuto.
Lo Statista di Gallipoli ha poi difeso l’indulto, raccontando che è servito a liberare “15 mila disperati” e “soltanto pochi imputati eccellenti”: è la solita bugia, visto che il vero problema non sono i pochi eccellenti che escono dal carcere, ma i tanti che non ci entreranno più in caso di condanna, fra i quali Tanzi & C., Cragnotti & C., Geronzi & C., Moggi & C., e naturalmente Fazio e i furbetti del quartierino, fra i quali un certo Giovanni Consorte che D’Alema dovrebbe conoscere bene, almeno telefonicamente.
Nella sua strenua difesa dei “disperati”, che lui incontra sempre quando va in barca, D’Alema ha infine tenuto a precisare di non aver mai condiviso i sentimenti pro Mani Pulite di “quello che viene definito il popolo della sinistra”: lui ha “sempre avuto in spregio il giustizialismo, fedele ai miei ideali della giovinezza: sono rimasto un libertario”. Tutti possono immaginare quanto fosse libertario uno con quella faccia e con quel passato, fra un pellegrinaggio a Mosca e un lancio di bombe molotov. Uno che ancora qualche anno fa scriveva: “Quelli che rubano bisogna metterli in galera. Purtroppo questo non si può fare perché la maggioranza, in genere, li protegge. Questo è il vero scandalo che i giornali dovrebbero denunciare e invece non lo fanno, per complicità” (24 ottobre 1988). E ancora: “Il fatto che non si comprenda che la questione morale è in questo Paese, forse, la fondamentale questione politica, dimostra la cecità di una classe dirigente: ed è un dramma per l’Italia” (23 gennaio 1992). Sembra incredibile, ma persino D’Alema, in un lontano passato, diceva cose sensate. Anche gli orologi fermi, due volte al giorno, segnano l’ora esatta.
11.09.2006 – Unità
Il silenzio e i nuovi schiavi
di Elio Veltri
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05.09.2006 – Unità
Vademecum per l'antimafia
di Elio Veltri
formato .pdf – clicca qui
Cinque prostitute dell'Est al lavoro malgrado le gravidanze: una era all'ottavo mese
Sul marciapiede con il "pancione"
SAMPIERDARENA La polizia scopre al termine di una retata un nuovo filone nel variegato e spietato mondo del sesso a pagamento
Pamela ha diciannove anni e ha guardato i poliziotti con gli occhi sottili, sfiorandosi la pancia che nessun vestito riusciva più a nascondere. «Non potete espellermi, sono incinta di otto mesi» ha ripetuto in questura con la voce che tremava un po'. Pamela è nata vicino a Timisoara, in Romania, ed è una delle venti ragazze che gli uomini della squadra mobile, nella notte fra venerdì e ieri, hanno identificato nel Ponente. Una "retata" si sarebbe detto qualche anno fa, quando polizia e carabinieri setacciavano Cornigliano e Sampierdarena per controllare, e accompagnare negli uffici di via Armando Diaz, decine di albanesi e nigeriane, giovani ma non così tanto e soprattutto non ridotte in quelle condizioni.
Pamela è incinta davvero, hanno confermato all'ospedale dov'è stata sottoposta a una visita, e come lei altre tre-quattro ragazze; in pratica, una lucciola su cinque fra quelle intercettate dalle forze dell'ordine aspetta un bambino e la gravidanza, per gli sfruttatori, è una specie di assicurazione poiché la donna viene rilasciata e con ogni probabilità tornerà sulla strada alle dipendenze della stessa gang.
L'abisso nel quale si sta addentrando la polizia da almeno tre mesi non ha fondo, stando ai retroscena dell'ultimo blitz. Perché dalla fine della primavera gli inquirenti hanno deciso di concentrarsi sul fenomeno delle baby-prostitute romene portando alla luce storie disarmanti, scoprendo che fra lungomare Canepa, via Scarsellini, via Sampierdarena, via De' Marini e poi via di Francia, via Rolla, via Pieragosatini, in tutte queste strade c'è un esercito di adolescenti che si vende ogni notte la cui età ha lasciato senza parole persino gli ispettori più scafati. L'anno di nascita che gli esami radiografici certificano puntualmente, riportato sui documenti, oscilla sempre fra il 1986 e il 1989, l'età d'una studentessa delle superiori. Molte scampano l'espulsione o l'arresto esibendo il certificato di matrimonio con un uomo italiano - solitamente più vecchio di trenta o quarant'anni - ma mai, finora, si erano imbattuti in una squillo-bambina all'ottavo mese, che molti clienti avevano adocchiato da tempo desiderosi di soddisfare chissà quale perversione. «I risvolti che emergono dall'incremento dei controlli - ribadiscono in questura - non si riescono nemmeno a commentare, e per questo aumenteremo ulteriormente il passaggio delle pattuglie e l'impiego di personale in borghese».
Pamela parlottava nei corridoi insieme ad Aurelia, Ana Maria, Cristina, alle cinque connazionali che sono state espulse (forse per loro fortuna) e poi s'è lasciata accompagnare al Galliera dove sono stati completati tutti i test. «Incinta di otto mesi» hanno ribadito i medici poco prima che i poliziotti la rimettessero in libertà.
Pamela scomparirà per qualche giorno e magari non incapperà nel prossimo pattuglione, così lo definiscono gli addetti ai lavori. «Il problema - ammettono ancora alla Mobile - è che queste ragazze sono troppo giovani, per ribellarsi. E finora non è stato possibile impostare inchieste partendo dalle loro confidenze».
Ci sono pure le prostitute del mattino, al centro del lavoro avviato dalla sezione criminalità straniera. Quattro sono state identificate nel corso d'una ricognizione avvenuta tre giorni in via di Francia. Non erano nemmeno ventenni, e arrivavano dalla Romania.
Matteo Indice
il racconto
Ostaggio dello sfruttatore tenta il suicidio a 20 anni
«Meglio morire piuttosto che vivere in questo incubo»
Romina, nome di fantasia, ha 20 anni. Dell'Italia conosce solo le città di Milano, Imperia e Genova. Di queste centri conosce soltanto i marciapiedi, e qualche alloggio senza troppi comfort. E le botte, quelle però del suo "fidanzato", un connazionale di 23 anni che la sfrutta, costringendola alla prostituzione. Uno scenario che non si aspettava di certo quando è arrivata un anno fa dalla periferia di Iasi, Romania dell'est. Nelle mani aveva il passaporto con il visto, nel cuore la speranza che l'amore che le dichiarava il compagno fosse un sentimento vero.
La ragazza ha tentato il suicidio la notte tra mercoledì e giovedì. Spezzando in due un termometro e ingerendo il mercurio, con l'aggiunta di un frammento di vetro e del sottile e affilato tubicino in cui era contenuto il metallo liquido.
«Per una delusione d'amore, il mio fidanzato mi ha lasciato», ha riferito ai carabinieri del reparto operativo di forte San Giuliano, che su quanto è accaduto stanno conducendo una delicata indagine. Perché l'inquietante e fondato sospetto dei militari è che Romina abbia tentato di togliersi la vita per sfuggire alla schiavitù a cui il connazionale l'avrebbe ridotta. La ragazza per ora non ha denunciato di aver subìto lesioni, molestie, violenze di alcun genere. Nemmeno ha raccontato di essersi dovuta prostituire sotto minaccia ad Imperia e Genova. Ma fonti confidenziali dell'Arma avrebbero confermato la sua presenza sui marciapiedi di via di Francia e su quelli della via Aurelia tra Imperia e Sanremo.
E gli evidenti lividi che Romina ha su braccia e gambe, di cui la giovane straniera non ha saputo dare altra giustificazione se non quella di aver «litigato animatamente quando mi ha detto che mi lasciava», corroborano in modo inquietante il sospetto. Romina è stata accompagnata d'urgenza, giovedì all'alba, al pronto soccorso dell'ospedale Villa scassi. Da un'amica, una connazionale che vive con lei e che ha chiamato un'ambulanza, dopo averla trovata agonizzante sul letto di casa a Sampierdarena. L'aspirante suicida è stata curata: i medici del reparto di chirurgia, giovedì mattina, l'hanno dovuta sottoporre ad una lavanda gastrica per aspirare il mercurio. Poi si è resa necessaria un'operazione chirurgica per rimuovere dallo stomaco della giovane anche il frammento di vetro del termometro e l'ago in esso contenuto che la straniera aveva ingerito. Probabilmente Romina voleva essere sicura di morire, visto che oltre al mercurio, sostanza altamente tossica una volta metabolizzata, ha deciso di buttar giù anche quei due corpi estranei, capaci di procurarle lesioni o infezioni fatali all'apparato digerente. Secondo i medici che l'hanno in cura ora Romina è fuori pericolo. Ma la ragazza, nonostante gli inviti rivolti a lei con delicata insistenza dai militari, non vuole denunciare il suo connazionale: il giovane che, stando alle sue dichiarazioni omertose e reticenti, l'avrebbe soltanto lasciata, in modo violento, spezzandole il cuore.
I carabinieri sono ora sulle tracce del ragazzo sopettato di essere lo sfruttatore di Romina, che di lui ha fornito ai militari il nome e cognome. Lo cercano negli ambienti dei pregiudicati e degli stranieri a Sampierdarena, vogliono confrontare la sua versione con quella della giovane. Capire se, nel passato del romeno, vi siano precedenti per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione e riduzione in schiavitù.
Un reato che è tornato "in auge" dopo decenni, proprio sulla scorta del fenomeno delle giovani romene e albanesi condotte in Italia con l'inganno e poi tenute segregate, soggiogate con la minaccia di far del male a loro, o ai loro familiari rimasti in patria. Stando ad indiscrezioni, l'uomo ricercato sarebbe uno dei romeni con il ruolo di "capozona", cioé il vertice locale di un'organizzazione di stranieri dediti allo sfruttamento delle giovani connazionali, costrette a prostutuirsi a Genova, Savona e nell'estremo ponente ligure.
Simone Schiaffino
Rimpiangere Castelli? No, non ancora. Aveva un progetto, e lo ha in parte realizzato: ridurre contemporaneamente l’indipendenza e l’efficienza della giustizia, impresa nefasta e, a suo modo, ardua. Ma nessuno ora sembra avere un disegno di riforma all’altezza delle necessità del Paese. Non solo non è stata sospesa in tempo l’attuazione del programma berlusconiano. Si è cominciato con un indulto troppo ampio, e comprensivo di reati che avrebbero dovuto restarne fuori. Come non vedere la costernazione che prende i più equilibrati cittadini davanti a scarcerazioni di recidivi e colpevoli di gravissimi crimini dopo brevi detenzioni? Come trascurare lo sconcerto diffuso per lo spreco di processi costosissimi per l’erario ancora da celebrare, la cui eventuale pena è fin d’ora cancellata? Ma non basta. E’ l’intero impianto della giustizia che scricchiola mentre il disappunto prolungato e la frustrazione di chi lo osserva si trasformano quasi in indifferenza. Si era detto e ripetuto che amnistia o indulto avrebbero dovuto essere accompagnati da una contemporanea iniziativa di riforme, di costruzione di nuove carceri e ristrutturazione di altre. Invece l’opera procede lentissimamente, e non se ne è neppure parlato in occasione dell’indulto. Così si formerà nuovamente una condizione di invivibilità carceraria che imporrà altri condoni, in una spirale distruttiva della sicurezza e del senso della giustizia. Non basta ancora. A colpire il sentimento di legalità ci si dedica da ogni parte: così le arroganti espressioni di solidarietà dei compagni di schieramento al capogruppo ds calabrese Pacenza sono giunte a parlare di “errore giudiziario” quando ancora non ci sono sentenze di condanna, per una presunzione di “innocenza della sinistra” ridicola prima che stolta. Una conferma, in sé sinistra, della linea “bipartisan” di svalutazione della giustizia. Mentre nel mondo, soprattutto nei paesi liberi, la giurisprudenza affronta e concorre a elaborare di giorno in giorno i problemi più ardui del tempo presente, da quelli dei limiti dei poteri dell’esecutivo- ecco le sentenze statunitensi su Guantanamo o le foreste di sequoie- fino all’eutanasia, la nostra giustizia arranca nelle vicende minime quotidiane.
Mastella ha appena descritto l’autentica miseria “ereditata” nella quale si muovono i nostri uffici giudiziari. Vero. Non siamo al passo con le urgenze dell’epoca, la civiltà giuridica stenta ad avere respiro nei tribunali che si dibattono spesso nella meschinità dell’arretrato. Ma non vediamo le riforme dei codici, delle procedure, dell’organizzazione -neppure quelle senza costi- cui il governo deve mettere mano immediatamente, secondo le promesse recentissime e già in via di spegnimento. Se non ci sono i mezzi minimi, il Ministro deve ottenerli in giusta misura, secondo una gerarchia dei valori dello Stato e della comunità che non può essere attenta solo ai temi, sia pure pressanti, dell’economia. Siamo o no il paese di mafia, camorra e ‘ndrangheta? Siamo stati quello della P2. Abbiamo un livello di corruzione elevato. Viviamo inquieti cambiamenti sociali che esigono la chiarezza delle regole. Veniamo continuamente richiamati e condannati in sede internazionale per la lentezza dei processi, civili e penali. Nel buon senso e nel pragmatismo che il ministro della Giustizia esprime e a tratti coloritamente esibisce non si coglie la comprensione della gravità della situazione, della profondità del valore della giustizia e del diritto, del dislivello tra i testi costituzionali europei e italiani e l’angustia della realtà giudiziaria. Non rimpiangiamo Castelli, non pretendiamo miracoli, ma la direzione giusta, e qualche segnale positivo sì. Se il buongiorno si vede dal mattino, la giornata della giustizia dopo tre mesi di governo è buia.
Anche quest’anno quel prefetto è stato ricordato in più cerimonie ufficiali. A Milano (ieri), a Parma e a Palermo (oggi). A Palermo si capisce perché: venne ucciso lì. A Milano perché questa era stata la città in cui aveva a lungo tenuto i comandi dell’Arma, specie nei tempi dell’ultima fase della lotta al terrorismo. A Parma perché di lì era originaria la sua famiglia e lì è sepolto. E’ stato anche ricordato alla festa nazionale dei Ds a Pesaro, davanti a moltissima gente, grazie a Beppe Lumia, deputato che più di tutti serba viva la memoria di quella data e del suo senso.
Sono stato contento perché dopo tanto tempo finalmente alle cerimonie si è avuta la presenza del governo. Mi è sembrata una scelta giusta. Per fare capire che questo governo ricorda le vittime della lotta alla mafia. Che ha la lotta alla mafia tra i suoi primi obiettivi. Che non ci sarà respiro per i boss. Che il governo è in sintonia con le attese e i sentimenti della parte migliore del popolo italiano (ho avuto una marea di sms da persone di tutti i tipi). Mi è sembrata una scelta giusta e utile anche per richiamare alle proprie responsabilità le autorità locali, che in questi casi, ossia quando c’è da coltivare la memoria collettiva, mandano il vice o il vice del vice (a Milano, ad esempio, a parte i carabinieri che c’erano tutti, è venuto di persona solo il prefetto, nonostante l’anticipo della cerimonia al sabato mattina per non disturbare la domenica). Insomma, un clima nuovo, rafforzato dalle impegnative dichiarazioni di varie personalità istituzionali, vuoi l’articolo di Giancarlo Caselli sull’Unità vuoi l’intervista alla radio del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, vuoi anche la bella omelia milanese che ha ripreso le parole dette 24 anni fa dal cardinale Martini.
A questo punto forse qualcuno vorrà sapere, per spirito di precisione, chi del governo abbia partecipato quest’anno alle commemorazioni. A Milano c’ero io. A Parma c’ero io. A Palermo non sono potuto andare perché era nelle stesse ore di Parma.
03.09.2006 – Unità
Il generale che "disobbedì"
di Giancarlo Caselli
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MICROMEGA n° 8/2006 – Lettera Aperta
Dove abbiamo sbagliato? Caro Nanni, cari tutti…
di Paolo Flores d’Arcais
Il risultato di anni di movimenti, di impegno di milioni di democratici ‘di base’ si riduce ai frutti avvelenati dei primi cento giorni del ‘nostro’ governo. Dove abbiamo sbagliato? Era davvero impossibile coniugare spontaneità e organizzazione, richieste ‘universali’ e rappresentanza? E’ possibile continuare a votare un centro-sinistra quasi berlusconiano?
Caro Nanni, dove abbiamo sbagliato?
Perché dobbiamo aver “peccato”, e parecchio (almeno per omissioni), se il risultato di un anno e passa di girotondi (culminato in quell’evento ancor oggi unico del milione e oltre di persone che si auto-organizza per piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, senza neppure uno straccio benché minimo di struttura organizzativa o di risorse pre-esistenti), e di un periodo ancor più lungo di movimenti di massa contro la guerra di Bush o per i diritti sindacali, e infine dell’impensabile partecipazione popolare alle primarie per Prodi, dai partiti accettate obtorto collo, con quasi tre milioni e mezzo di cittadini a fare festosamente la fila per andare alle urne, quando mezzo milione era la previsione-speranza dei più ottimisti, e se insomma una lunghissima stagine di passione civile vissuta con generosità e autonomia da milioni di democratici, utilizzando tutte le occasioni offerte dalla politica ufficiale, o inventandone ad hoc, per dare la sveglia ad un centro-sinistra afasico e groggy, e riuscirci, e rianimando fino a renderlo di nuovo capace di vincere… insomma, dobbiamo aver molto peccato – di quel peccato imperdonabile che è in politica il wishful thinking, l’indigenza volontaria di lucidità e realismo – se il risultato di tutto questo nostro impegno, di milioni di democratici “di base”, si riduce ai frutti avvelenati che si possono e devono mettere a bilancio dei primi fatidici cento giorni – quelli che ne segnano l’imprinting – del governo che abbiamo eletto: inciucio a go-go, a 360 gradi, senza freni né pudori.
Nessuna esagerazione polemica, parlano i fatti. L’indulto realizza uno sconto generalizzato di tre anni per tutti i crimini da estabilishment, peggio del famoso colpo di spugna, tentato e non riuscito, che ha spinto Berlusconi a ripiegare, nella seconda esperienza governativa, su una pletora di leggi ad personam. Con questo sconto nessun criminale di estabilishment pagherà dazio, la gran parte li ritroveremo anzi più arroganti e impuniti che mai nella stanza dei bottoni. Impuniti, giuridicamente e – a dismisura – nel senso del dialetto romanesco. E’ la logica dei condoni, dell’assoluzione preventiva e conseguente incentivazione ai reati, logica tanto vituperata dal centro-sinistra quando è il padrone del partito populista ad applicarla in campo fiscale o edilizio, ma ora esaltata dalla maggioranza di governo con l’ipocrisia dei diritti dei carcerati. Ipocrisia oscena, visto che nulla si fa per rendere le carceri italiane degne di un paese civile, e si evitano ostinatamente i due semplici provvedimenti che tali carceri (troppo spesso invivibili) svuoterebbero di oltre la metà: l’abrogazione della legge clerico-fascista sulla droga e quella fascio-leghista sull’immigrazione. In compenso si manda libera madame Gennet (cfr. l’articolo di Ferruccio Sansa in questo numero), boss del commercio omicida di clandestini (lo stesso contro cui si levano gli alti lai d’occasione e di retorica, buoni per il prime time) o l’assassina di una suora sul cui omicidio a suo tempo si versarono lacrime del coccodrillo “mai più” (sempre in prime time), o i responsabili (presunti, ovviamente, ma con l’indulto finirà che troppi processi neppure si faranno) degli omicidi di massa per amianto e altri cancerogeni, che magari avrebbero patteggiato conti di pena ma pagato risarcimento ai parenti delle vittime (che ora resteranno piùche mai soli con il loro lutto). Per non parlare degli agenti torturatori della caserma di Bolzaneto, Genova 2001 (come stupirsi se ora, giustamente in logica inciucista, è l’assassino di Giuliani a chiedere i danni?). E mi fermo qui, alle prime righe di interminabili pagine, perché gli argini della rabbia e dell’indignazione a questo punto sono già travolti.
Non basta. Si promette solennemente che “mai più segreto di Stato” sulla lurida faccenda di rapimenti/torture agevolati dai nostri 007 agli spioni di una potenza straniera, come pegno perché mai più un governo democratico coltivi scheletri negli armadi, e i cittadini non hanno fatto ancora in tempo a rallegrarsi di speranza, che il vituperato e vituperando segreto viene ribadito a garanzia del generale Pollari, le cui mene per accreditare Prodi e l’Europa di un introvabile via libera ai sopraddetti rapimenti/torture sono su tutte le gazzette che hanno fatto giornalismo riportando le intercettazioni telefoniche. E per buona misura, si prepara una legge che punisca giornalisti ed editori che tali intercettazioni divulghino, cioè che informino noi cittadini altrimenti ignari. Legge che D’Alema considera all’acqua di rose, e vorrebbe drasticamente più repressiva – colpirne uno per educarne cento? – probabilmente in obbedienza all’abc dell’imparzialità e trasparenza informativa senza le quali non vi può essere democrazia delegata (come faccio a delegare la mia volontà politica, il mio frammento di sovranità, se i potenziali delegandi mi sottraggono le informazioni – le “modeste verità di fatto” che Hannanh Arendt considerava l’ultima difesa contro il totalitarismo – in base alle quali deciderò cosa voglio e chi voglio delegare?
E non parliamo neppure della laicità, valore peggio che calpestato, perché trattato da questo governo come un “cane morto”, un relitto ottocentesco, e che costituisce invece premessa di democrazia.
Caro Nanni, dove abbiamo sbagliato, dunque? Rivolgo a te la domanda che da tempo vado rivolgendo a me stesso, perché tu sei stato il simbolo, il protagonista, il punto di riferimento (e non solo mediatico) di quella vicenda, e dunque sei l’interlocutore obbligato. Attraverso il quale, in realtà, voglio rivolgere la stessa domanda a tutti coloro che sono stati con noi compagni “di festa e di protesta”. Del resto, in quei mesi di entusiasmo riformatore, le e-mail che inondavano i nostri computer non iniziavano sempre con “Cari tutti…”? E’ a questi “cari tutti”, dunque, che mi rivolgo rivolgendomi a te. Ai “Cari tutti”, ma anche a quelle personalità che non sempre hanno simpatizzato con i movimenti (tutt’altro) ma che non hanno mancato di denunciare come insopportabili le scelte di questo governo. Personalità di riferimento per un vastissimo mondo democratico. Come Eugenio Scalfari, per fare il nome che mi sembra più autorevole e che può indicare anche gli altri (del resto, Scalari denunciava la improcastinabilità di una legge radicale sul conflitto di interessi già nel 1993, se non ricordo male).
Caro Nanni e cari tutti, dunque: i partitocrati del centro-sinistra stanno realizzando – ad abundantiam – proprio tutto ciò contro cui ci sentimmo obbligati a scendere in piazza quando erano all’opposizione. Solo che allora eravamo indignati perché i “nostri” rappresentanti non contrastavano con sufficiente energia le leggi-vergogna berlusconiane. Ora hanno trasformato quella accidia, omissiva e subalterna al berlusconismo in azione. Azione incalzante, anzi, visto che non hanno ancora trovato il tempo per abrogare nessuna della leggi ad personam berlusconiane, e nemmeno per congelare la (contro) riforma contro la giustizia – spergiurando la solenne promessa fatta alle organizzazioni dei magistrati – ma per l’indulto-inciucio sì, e a tambur battente.
Per cinque anni si sono giustificati per ogni inerzia con la litania della schiacciante maggioranza berlusconiana alle Camere. Ora con la claudicante maggioranza democratica al Senato. Ma diventano fulmini di guerra, capaci di mettere insieme le quasi unanimità nei due rami del parlamento non appena si tratti di realizzare misure che vanno nella direzione opposta a quanto promesso perfino in quell’enciclopedico prontuario dei compromessi che fu rovesciato sugli elettori col nome di “programma” (carta da riciclo già nelle intenzioni, evidentemente).
Insomma: i “nostri” rappresentanti, che senza i nostri voti (bastava ne mancasse una manciata, infatti) non siederebbero ai banchi di governo, hanno realizzato a passo di carica – e in peggio – proprio ciò che spinse Francesco Saverio Borrelli ad aprire il 2002 con la diana democratica del “Resistere, resistere, resistere”, e tu a lanciare nemmeno due mesi dopo il “j accuse” di piazza Navona contro “questi dirigenti, con cui non vinceremo mai”, e oltre un milione di cittadini ad auto-organizzarsi il 14 settembre a piazza San Giovanni, e infine oltre la metà del paese a votare quattro mesi fa contro il populismo videocratico di regime, malgrado le nomenklature di centro-sinistra tutto o quasi avessero fatto per allontanare da se i voti dei sinceri democratici.
E questo berlusconismo senza Berlusconi (come altro chiamarlo e restare onesti?) da qualcuno dei “nostri” viene sempre più spesso teorizzato come necessità bipartisan per il bene del paese, o comunque “minor male”, visto che i numeri in Senato appendono la maggioranza al cinismo di qualche riciclato. Alibi particolarmente miserabile, visto che a lardellare le liste elettorali di riciclati non si arrivò in ottemperanza ad ordine medico ma per volontaria voluttà dei sognori delle tessere (di centro-sinistra). E visto soprattutto che, mentre si lardellava imbarcando perfino pregiudicati (di quanti tecnicamente hanno diritto al titolo e di tutti i riciclati, MicroMega ha aggiornato l’elenco settimana per settimana, senza scalfire di un ette l’arrogantissimo “non ce potrebbe fregare di meno” dei magliari del consenso che li hanno imposti come “nostri” candidati), si rifiutava con catafratto disprezzo l’apporto di liste civiche regionali.
Ne sarebbero bastate un paio, e al Senato i seggi di maggioranza sarebbe decine. Ma la tracotanza di non nomenklatura non ha limiti, nemmeno quello che a noi comuni cittadini suona masochismo (ci torneremo): alle liste civiche regionali un niet senza se e senza ma, e nel frattempo giustamente, si accettavano pensionati, consumatori e ogni altro portatore di voti marginali in dose omeopatica. Il motivo fu detto con sincera iattanza di partitocrati: le liste di consumatori e pensionati costituivano un problema tecnico, quelle civico-democratiche un problema politico. In soldoni (loro): tutto (e rischio di tutto) pur di non dare spazio e chance a chi, anche se lontanamente, potesse far valere istanze autonome dai partiti, istanze di movimento, istanze di girotondi.
Dove abbiamo sbagliato? Sia chiaro (ma fra noi lo è sempre stato, e in mondo adamantino): è nella logica dei movimenti, nel loro dna – se non vogliono snaturarsi – NON diventare organizzazioni stabili, NON traviarsi entrando nella logica dei partiti. Neppure quando un movimento nasce intorno a temi che più generali non si può (tutti i valori fondamentali della Costituzione, nel caso dei girotondi).
(En passant, e a proposito del realismo politico dei “nostri” dirigenti e altri soloni della partitocrazia: il carattere universalistico e non per “single issue” dei girotondi, venne sbandierato come dimostrazione a priori che su tali temi – la legalità, l’informazione, il conflitto di interessi: roba per le élite astratte, anime belle e gauche caviar, erremosciavano dai golfini di cachemire o snobbavano tra gli origami e i ritratti del Migliore – non si potevano coinvolgere grandi masse, poiché non vi erano interessi concreti da raprresentare!)
Era tra noi acquisizione definitiva, e accertata “verità” sperimentale (anche personalmente e per anagrafe) che a riproporre la logica dell’organizzazione stabile si sarebbe ripercorsa ogni tappa della deriva minoritaria vissuta già nel dopo Sessantotto, e della quale del resto tu, giovanissimo, hai fatto tema e staffile dei tuoi primi superotto.
Perché un movimento è tale e fino a che pratica con convinzione la logica della spontaneità, nella quale la rappresentatività (e la leaderschip) si conquista attraverso il rischio dell’iniziativa, la capacità di azzardare il kairos, e di agglutinare la massa critica di consenso popolare e visibilità mediatica (talvolta in sequenza inversa). Una rappresentatività non formalizzabile, per sua natura. Si conta per quello che si fa, per quello che si mobilita, e per quello che si appare, anche. Anche attraverso la deformazione dei media, la loro strumentalizzazione (reciproca). Nei movimenti, insomma, non vale il principio “una testa, un voto”. Ciascuno conta e pesa, invece, per le teste che mobilita. La democrazia di un movimento non misura il valore pro capite ma il valore pro mobilitazione di ciascuno. La sua caratura di azione. Altrimenti non sarebbero movimenti ma episodi e momenti della democrazia rappresentativa.
Quando perciò si cerca di organizzare in pianta stabile un movimento – il che per sua natura, avviene sull’onda di un riflusso – è inevitabilmente il minoritarismo a mietere i suoi successi, con la sua logica di parodia della democrazia e il suo plagio del piccolo cabotaggio burocratico: dilagheranno gli appassionati delle riunioni che indicono altre riunioni, della diatriba sulle virgole, del capello spaccato in quattro, per comunicati stampa che nessuno leggerà (e nemmeno pubblicherà, del resto). Non intendo certo portare vasi alla mistica del fare (il dire, lo scrivere, il pensare, sono spesso le forme dell’agire politico), ma questi fenomeno li hai notati certamente anche tu. Il minoritarismo è la tomba dei movimenti e nulla vi è di più distorto, dal punto di vista della democrazia, che una qualsiasi assemblea con la pretesa di rappresentare i movimenti. Quale rappresentatività, infatti? Ponderata, a seconda della capacità di mobilitazione propria di ogni gruppo e/o individuo, ovviamente. Ma come misurarle, se non nel movimento stesso? La capacità di dirigere un’assemblea rappresentativa (in senso positivo, e non solo del manipolare, sia chiaro) può non rappresentare nulla quanto a virtù di movimento. Tutto vero.
Ma questa è metà della verità. Se fosse tutta la verità, se non vi fosse possibilità di continuare a pesare, in forme organizzative inedite, continuamente sperimentali e rivedibili, anche dopo l’acme dell’azione di massa, i movimenti sarebbero destinati a ingrassare i partiti per correggere i quali, e per combattere le cui derive, sono nati. Destino triste, ma soprattutto certo e consapevole. Una sorta di eterogenesi dei fini pianificata, programmata, scontata. Autolesionista, insomma, e il “facciamoci del male”, come sa chiunque abbia visto i suoi film non è mai generosità.
Non solo. Confondere questa mezza verità con tutta la verità costituisce l’alibi con il quale si eludono le responsabilità rispetto all’intero andamento carsico dei movimenti, di cui siamo perfettamente consapevoli (e che abbiamo addirittura teorizzato) nel momento in cui di un nuovo movimento facevamo da catalizzatori.
Insomma, proprio la novità di contenuti e metodi, la rottura dei vecchi schemi politici e l’innovazione nelle alleanze sociali (su cui varrà la pena tornare), deve imporci (e doveva) di inventare forme organizzativa adatte alle diverse fasi di un movimento carsico (irregolare per definizione). Di risolvere, cioè, una equazione tradizionalmente ritenuta impossibile: organizzare la spontaneità senza burocratizzarla.
Impresa da medaglie Fields della matematica, se vuoi. Noi, comunque, non ci abbiamo neppure provato. Abbiamo rinunciato a priori alla nostra capacità di immaginazione democratica. Ci siamo giustificati e continuiamo a giustificarci dicendo che non era possibile. Ma questo implica un passo successivo: considerare fatale, cioè alla lettera inevitabile, il processo per cui i partiti, contro la cui (deriva) politica un movimento nasce, si approprieranno della forza dei movimenti per rafforzare quella stessa (deriva) politica, per nulla rettificata ma semmai peggiorata.
Ma che senso mai può avere questo “rassegnarsi all’inevitabile”, visto che in realtà si tratterebbe di fattiva collaborazione a ciò che si denuncia? Che senso ha dare il proprio contributo di passione civile, energie, tempo, per rafforzare una politica che si ritiene deleteria? Se questo esisto esito fosse davvero ineludibile, allora sarebbe doveroso dire: mai più movimenti. Sarebbe doveroso rinunciare al piacere della lotta, se è già scontato che quella lotta darà frutti avvelenati.
Sarebbe anzi moralmente doveroso combattere la nascita di tali movimenti, non solo perché sarebbe certo il loro esito di frustrazione (per chi li anima), ma perché parteciparvi significherebbe lavorare consapevolmente per il re di Prussica, come diceva il buon vecchio Marx. Insomma, partecipando a un movimento – se davvero non fosse possibile organizzarne il peso anche nelle fasi “deboli” – saremmo consapevoli di esaltarci in un mero sfogo espressivo, fino al narcisismo (da cui sempre chi, come noi, “appare” è un po’ affetto: ma come side effect da tenere sotto controllo, non come consapevole ed unica sostanza e motivazione).
Ora perciò non possiamo più non affrontare questi nodi. Non possiamo più esimerci dall’esercitare immaginazione democratica. Perché fare movimento potrebbe tornare di nuovo necessario. E’ già necessario, anzi, ma i movimenti non si comandano, non si producono à la carte, si può solo provare a farsene catalizzatori quando l’indignazione diffusa ha raggiunto una certa soglia critica, mai definibile a priori e prima che marcisca in rassegnazione e fuga nel privato. Che tocchi a noi o ad altri essere in futuro questi catalizzatori, politicamente non fa differenza. La necessità di inventare le forme organizzative dei movimenti per le fasi deboli del loro andamento carsico è comunque ormai una questione cruciale per la democrazia.
Naturalmente, le cose – dunque anche il ciclo indignazione>movimento – non si presentano mai due volte nello stesso modo (ma non sempre la seconda volta è una farsa: potrebbe anche essere tragedia). Perché rinasca una stagione di movimenti potrebbe essere già troppo tardi, infatti. La delusione per lo spegnersi del biennio “senza se e senza ma”, e la sensazione che i “nostri” partiti non si “riformeranno” mai, potrebbe aver già spinto (quasi) tutti noi a ritirarci nel “particulare” (spesso serio, oltre che appagante) delle nostre professioni.
Eppure, presso la maggioranza dei sinceri democratici, la rassegnazione non deve ancora aver sopraffatto la passione civile (anzi), se ogni occasione viene empiricamente utilizzata, piccola o grande che sia, per manifestare la presenza diffusa dello spirito di San Giovanni 2002. Le primarie, il referendum. Le iniziative per dar vita all’Ulivo “dal basso”. I confronti con i dirigenti ai Festival de l’Unità (e le contestazioni plebiscitarie dell’inciucio sull’indulto: quella al segretario Fassino che tanto ha mandato in bestia il neo-direttore del Riformista Paolo Franchi, ad esempio). O le lettere all’Unità, mai così “unilaterali” in senso movimentista. E ogni dibattito sui libri di quei democratici senza sconto che la matita di Sergio Staino ha lusinghieramente catalogati come “brigata MicroMega”.
Proviamo a vedere, allora, dove abbiamo sbagliato, e cosa invece si può fare per il futuro (se un futuro di movimenti verrà).
La prima debolezza è stata quella di una stagione di movimenti separati tra loro da una quasi incomunicabilità (e talvolta sottilmente sprezzanti l’uno con l’altro) malgrado centinaia di migliaia di manifestanti fossero impegnati in tutti i movimenti. Debolezza, più che errore, perché il movimento pace/no global, quello sindacale e quello dei girotondi nascevano da premesse troppo diverse, per poter trovare una spontanea sintonia.
E tuttavia, avevamo in comune qualcosa di essenziale, che avremmo dovuto saper cogliere, valorizzare, organizzare: la possibile complementarietà per una democrazia rappresentativa da “reinventare”. Quella sindacale era azione rivendicativa tradizionale (occupazione, salario) capace però di sottolineare la propria valenza civile e culturale a difesa di tutti gli spazi autonomi di espressione della società civile democratica. Quella no global riusciva ad intercettare una spinta internazionalista di solidarietà per “i dannati della terra” che nella sinistra ufficiale è ormai esaurita. Ma che nella sua elementarità resta una spinta propulsiva irrinunciabile dell’essere – a – sinistra (e proprio per questo ha una capacità di attrazione presso i giovani che nei partiti è defunta).
Quella dei girotondi, infine, inferiore per capacità di mobilitazione (solo poco più di un milione di persone), ma portatrice di novità davvero decisive, che torneranno alla ribalta se, con il centro-sinistra, la restaurazione berlusconiana non finirà per stabilizzarsi in forma soft.
In primo luogo la dimostrazione di massa che prendere sul serio la cittadinanza (questa identità introvabile e vaga, a sentire la vulgata del realismo politico) poteva costituire la cosa più concreta, l’interesse vitale più sentito. Che, dunque, proprio i temi civili più astratti posso mobilitare, possono promuovere azione. Che non sono affatto astratti, allora. E che anzi proprio la realizzazione – per tutti e per ciascuno – delle eguali promesse di cittadinanza, costituisce l’unico antidoto alle derive identitarie delle appartenenze di “fede, sangue e suolo”, la cui dismisura di fanatismo è sempre in agguato.
La cittadinanza contro le appartenenze, contro le obbedienze identitarie, contro i privilegi corporativi. La libertà per l’eguaglianza e l’eguaglianza per la libertà. L’utopia azionista della democrazia presa sul serio. E su questo, una mobilitazione di massa, non l’amarezza e il sogno dei soliti “quattro gatti”.
Novità clamorosa. Che può aprire una nuova stagione democratica, una nuova strategia per la sinistra, una nuova analisi sociale, anche. Battendo in breccia tutte le ritrite giaculatorie su socialismo e terza via, e altre tiritere di apparato. La legalità come strumento proposito riformatore (radicalmente riformatore) anziché repressivo, strumento di eguaglianza anche sociale. La legalità del potere dei senza potere, insomma, che costringe gli estabilishement a non prevaricare. “La Legge è uguale per tutti” presa alla lettera e fatta strategia, questa esperienza vincente del dissenso dell’Est contro le nomenklature totalitarie, messo alla prova dentro la “democrazia di nomenklatura” in cui si è contratta ed è entrata in eclissi la democrazia italiana.
Di conseguenza, la questione sociale, la questione partitocratrica e la questione mediatica affrontate insieme, come volti complementari della questione “di classe” ora fondamentale: l’estabilishement populistico-videocratico-affaristico che fa blocco. L’individuazione del vero potere, nel kombinat partitocratrico-finanziario (protetto) – corporativo-catodico e per soprammercato clericale. E attraverso questa dirompente strategia di libertà civili per l’eguaglianza, la capacità di rompere i tradizionali schieramenti. E con ciò di essere più aderenti alle vere divisioni (e forse le società occidentali).
Non più, insomma, la geometria politica lineare, che pone Bertinotti all’estrema sinistra della coalizione di governo e Mastella alla destra estrema, attraverso lo scolorirsi successivo dei Di liberto, D’Alema, Rutelli, Marini. Ma quanto mai ingannevole, tarata sul tesso presunto di opposizione dei medesimi al capitalismo, mentre il capitalismo non lo combatte più nessuno. Descrizione dell’essere – a sinistra – che più retorica e innocua non si può. E del resto, chi più inciucista, quindi più subalterno al berlusconismo, alla destra di regime, che il presunto “sinistro” Bertinotti? E cosa c’è di sinistra a intrecciare peana per il dittatore Fidel?
Tutta questa geometria obsoleta si basa sull’equivoco per cui si è contro la “quintessenza” della destra (il capitalismo e la sua egemonia americana) più si è democratici. Di questa dialettica postmoderna ha fatto le spese a suo tempo anche Foucault, affatturato dal fondamentalismo komeinista, per non parlare di tutti i maosti d’Occidente, a scambiare per ondate libertarie le tracimazioni repressine della rivoluzione culturale cinese. Mentre si può essere contro Bush (o contro Berlusconi, se è per questo e “si parva licet”) da posizioni che ne riflettono la logica reazionaria in modo speculare – e a dismisura.
Quello che la pratica di massa dei girotondi ha resi evidente (guadagnandosi con ciò l’odio teologico di tutte le nomenklature d’apparato) è che la politica della legalità non costituisce una fissazione “giustizialista”, e la politica della pluralità e imparzialità dei media è tutt’altro che ossessione da intellettuali, ma che l’intransigenza su questi due temi propone una strategia nuova e vincente dell’essere – a – sinistra, perché va alla sostanza dello scontro sociale (scontro di classe, se si vuole, aggiornato alla realtà di oggi), all’inedito “blocco sociale della volgarità” attraverso il quale il kombinat delle nomenklature affaristico-politiche esercita la sua egemonia populista.
Di fronte alla novità di questo blocco sociale che la destra italiana ha saputo realizzare (gettando alle ortiche ogni vestigia di liberalismo – come del resto in altro paesi occidentali pure, Usa in primis – e financo di liberismo) proprio il movimento dei girotondi aveva abbozzato la strutturazione di un blocco sociale alternativo e largamente maggioritario. Attraverso la politica delle libertà civili e la loro valenza sociale, e la capacità che avevano (e hanno, e avrebbero) di disgregare l’accrocco populista.
A unificare i diversi movimenti, per “lo spazio di un mattino”, anzi per una memorabile serata a Firenze, fu solo la leadership di Cofferati. Alla quale volontariamente rinunciò, preferendo il garibaldino “obbedisco” verso chi, evidentemente, volle riconoscere come nuovo sovrano: la nomenklatura Ds. Non credo sia un caso (“Non credo alle coincidenze”, ripete costantemente Hieronymus Bosch, inteso come il detective degli straordinari romanzi di Michael Connelly) se i movimenti cominciano ad “estinguersi” proprio con la decisione di Cofferati di rientrare nei ranghi del cursus honorum della politica corrente.
In sintesi: la nostra colpa è quella di non aver saputo prendere sul serio e valorizzare il potenziale strategico che il carattere concreto, socialmente concreto, delle nostre richieste “universali” portava con sé.
Perché questa falsa modestia foriera di irresponsabilità? Perché ci avrebbe costretto a riconoscere ormai (e di non poter più non essere) un “soggetto politico a 360 gradi”. E a porci quindi il problema ineludibile della rappresentanza, dal momento che viviamo in una democrazia rappresentativa, e che non la consideriamo un “male minore”, un momento tattico e provvisorio, da superare in direzione della democrazia diretta. Anzi, la forza radicale dei movimenti fu proprio quella di assumere come proprio l’orizzonte istituzionale della democrazia rappresentativa, e dunque di stigmatizzarne e combatterne la riduzione a finzione operata dal kombinat affaristico-partitocratico-mediatico. La partitocratizzazione (nella forma ultima e post moderna più volte accennata) come svuotamento di rappresentatività, sottrazione di cittadinanza, e dunque necessità/possibilità di rinnovarla, dovere di reinventarla, questa democrazia rappresentativa, delegata, parlamentare. In cui i movimenti, col loro carattere costantemente cangiante, diventassero presenza stabile, parte della riforma istituzionale.
Non abbiamo voluto affrontare questa responsabilità. E dunque, invece di esercitare immaginazione democratica, per inventare nuovi strumenti di partecipazione e controllo (in una democrazia rappresentativa) siamo precipitati nello wishful thinking della “teoria del pungolo”. I movimenti, anche un movimento niente affatto settoriale bensì “di cittadinanza” come i girotondi, non possono diventare soggetti politici permanenti, devono solo essere “pungolo” provvisorio per il rinnovamento dei partiti. I movimenti scuotono l’albero, i partiti ne raccoglieranno i frutti, che ne frattempo, pungolati/innestati dal movimento, non saranno più i frutti avvelenati dell’inciucio e della subalternità.
Che la teoria del pungolo fosse un pio desiderio, credo sia ormai al di là di ogni ragionevole dubbio. I movimenti hanno scosso l’albero con energia e passione ed efficacia straordinarie, i partiti ne hanno raccolto i frutti ma hanno pervicacemente rifiutato ogni innesto di idee, valori, pratiche. Hanno anzi diabolicamente perseverato nell’inciucio e nella subalternità.
Era davvero imprevedibile questo comportamento dei partiti? O non lo avevamo piuttosto scontato e perfettamente immaginato? Il carattere strutturale della deriva partitocratrica, e dunque dei comportamenti da nomenklatura di (quasi) tutti i dirigenti Ds, non solo era stato analizzato da anni sotto tutti i profili, ma proprio tu hai sintetizzato quegli anni di analisi nel tuo sacrosanto “anatema” di piazza Navona.
Perché dunque abbiamo preferito illuderci consapevolmente? Perché, dopo San Giovanni, abbiamo trattato la tua sintesi di piazza Navona come uno sfogo umorale, che una positiva evoluzione dei “nostri” dirigenti avrebbe rapidamente consegnato agli archivi, anziché come un appassionato ma lucidissimo compendio della situazione reale e strutturale dei partiti di centro-sinistra?
Perché ne avremmo dovuto trarre conseguenze faticose.
Ripeto: non si trattava di diventare partiti (peggio: partitini). E meno che mai di cambiare vita, di trasformarci in politici a tempo pieno. Ma c’erano, ci dovevano essere, ci sono, soluzioni capaci di tener fermo il carattere di brocoleur politici per quanti animano un movimento e al tempo stesso di realizzare per quel movimento, le sue idee, i suoi valori, una presenza autonoma ed efficace nella vita politico-istituzionale.
Presenza permanente ma aderente al carattere cangiante e “in movimento”, appunto, dei movimenti. Una presenza permanente ma, dal punto di vista delle forme organizzative, a geometria variabile.
Perché non si sfugge: se ciò davvero non fosse possibile sarebbe più onesto e responsabile rinunciare al piacere della lotta, a quella felicità di partecipazione, analizzata da Hannanh Aredt. Perché l’esito non sarebbe solo “il danno e le beffe” di un rinnovato strapotere partitocratrico, ma il sopravvenire di una delusione di massa, presso l’elettorato democratico, che può facilmente precipitare in catastrofe: come dimostrano i milioni di voti che possono passare direttamente dal Partito comunista francese a Le Pen (qui da noi la Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni, passò inopinatamente al populismo berlusconiano). Ecco perché, se davvero dunque…ecc, rinunciare a promuovere movimenti, e anzi fattivamente impedirne il sorgere, sarebbe più responsabile, più morale, soprattutto più generoso.
Almeno ora, perciò, dobbiamo smettere di nasconderci ciò che sappiamo perfettamente. I dirigenti dei partiti capiscono solo un linguaggio: quello della perdita del potere. Della quota di rappresentanza. E anzi: temono unicamente il venir meno del monopolio della rappresentanza sul “proprio” elettorato. Questo è per loro assai più grave di una sconfitta. Vincere o perdere le elezioni significa solo una temporanea redistribuzione, più o meno favorevole, delle quote azionarie dell’azienda “potere-politico”. Ma la perdita del monopolio sul “proprio”elettorato annuncia come possibile qualsiasi sconvolgimento della rappresentanza. E questo spiega l’apparente paradosso di un centro-sinistra troppo spesso disposto a perdere le elezioni, piuttosto che a far spazio a nuovi ed autonomi alleati (l’enigma del masochismo di cui abbiamo parlato all’inizio). Questa è la radice dell’odio teologico versoi movimenti: che possono rompere il monopolio delle nomenklature sull’elettorato. Temono l’autonomia dei movimenti solo per questo. Altrimenti sanno che i movimenti li ingrassano, sono portatori d’acqua. Se si vuole influire sui partiti bisogna dunque saper parlare questo loro linguaggio. Bisogna poter minacciare, e credibilmente, una sottrazione di rappresentanza. Credibilmente: cioè essere pronti ad operarla.
Di conseguenza, bisogna sapersi sottrarre alla seduzione più pericolosa, all’arma letale delle nomenklature, alla sirena dell’unità. La mitizzazione dell’unità è sempre sbagliata, anche quando l’obiettivo dell’unità – su determinati obiettivi – è possibile e necessario. Ne abbiamo fatto esperienza noi stessi.
Perché San Giovanni è nato sulla spinta dell’unità, ma a partire da quella brutale violazione dell’unità che era stato il tuo “j accuse” di piazza Navona. E in ciò non si cela nessun paradosso. L’unità che spinge oltre un milione di persone a riunirsi a San Giovanni il 14 settembre del 2002 è l’unità della intransigenza contro Berlusconi. Del rifiuto dell’inciucio, della subalternità, della passività, rimpannunciate da “cautela” o “moderazione” o “realismo”. Quella unità era la più sentita dall’intero “popolo di sinistra”, dagli elettori dei Ds e anche della Margherita. Ecco perché, dopo aver osteggiato in tutti i modi la manifestazione, i capipartito fecero carte false pur di essere invitati a parteciparvi.
Per fortuna abbiamo tenuto dritta la barra, sulle orme dello scrivano Bartleby: “Preferirei di no”.
In quel momento, dunque, era possibile essere unitari al massimo rispetto al sentire popolare e “scissionisti” senza se e senza ma nei confronti dei “desiderata” dei vertici. Due facce di una stessa coerenza: la cura per l’autonomia del movimento. Non sempre è possibile, però, contrapporre unità ad unità, ed apparire (oltre che essere) i più unitari. Non appena il culmine della presenza di massa in piazza cede il testimone a fasi di “riflessione”, il che è inevitabile poiché una mobilitazione che non si esaurisce si chiama rivoluzione, la diana dell’unità verrà imbracciata dalle burocrazie come una lupara di intimidazione: se li critichi fai il gioco del nemico. Non è una novità del resto è la vecchia logica staliniana e togliattiana, che ha sempre utilizzato il mito dell’unità come alibi per schiacciare il dissenso.
Se dunque sarebbe infantile continuare in un “en attendant Godot” di autoriforma dei partiti, poiché l’unico linguaggio che può spingerli a cambiamento è il timore di perdere una quota di rappresentanza del “loro” elettorato, bisogna rendere attuale, incombente, operativo tale timore. Cioè organizzare la minaccia corrispondente. E questo, senza mai rischiare di diventare a nostra volta dei professionisti della politica, dei politici a tempo pieno.
Forse è (era, potrebbe essere) meno difficile di quanto appaia. E certamente non impossibile.
Prima indicazione: cogliere tutti i varchi offerti dalle stesse iniziative della politica “ufficiale”, tutti gli spazi che nascono dalle inevitabili contraddizioni di essa.
Ad esempio: le primarie, tutte le volte che si fanno, oppure che vengono teorizzate e poi non si fanno, oppure che vengono realizzate ma in modo da addomesticarle. In ciascuna di queste occasioni un movimento può partecipare con le modalità più efficaci, volta a volta diverse (geometria variabile!). Con un candidato autonomo, con una campagna di boicottaggio se sono state trasformate in beffa, con l’appoggio ad uno dei candidati ufficiali che però rompe gli schemi di nomenklatura (il caso Rita Borsellino). Ad esempio, forse addirittura partecipando alla fondazione dell’ipotetico partito democratico. E organizzandone intanto gli “entusiasti” che si vedranno ben presto frustrati dalle inadempienze di vertici che pure della necessità di tale partito si gargarizzano l’ugola ogni giorno (preferibilmente in prime time), come sempre.
Ma soprattutto smettendola di sottrarsi (di sottrarci) agli appuntamenti istituzionali. Che nella nostra democrazia rappresentativa sono le consultazioni elettorali – e i referendum.
Sia chiaro: tu ed io, e la maggior parte di quanti vengono identificati come gli “esponenti” dei girotondi o di altri movimenti, non intendono affatto ipotizzare una qualsivoglia loro candidatura. Ma se i movimenti non avanzeranno mai candidature, i partiti potranno tranquillamente perseverare come se i movimenti non fossero mai esistiti, come se i loro ideali e i loro valori non fossero più vissuti da milioni di cittadini democratici.
E invece – in questo Pancho ha assolutamente ragione – esiste un elettorato orfano, e se verrà lasciato a se stesso, senza possibilità di essere rappresentato nei suoi valori, finirà per disertare le urne. O magari per precipitare in metamorfosi tra l’avventura estremista e la consolazione reazionaria. E anche di questo non potremmo non dirci corresponsabili.
Perché abbiamo a disposizione – continuamente – occasioni istituzionali e mancarle sarebbe peccato d’omissione. Talvolta la legge elettorale regala a forze marginali un ruolo cruciale, di ago della bilancia. Da “Ghino di Tacco”, se vuoi. E allora perché non organizzarlo autonomamente, quell’uno-due per cento di cui il centro-sinistra non può fare a meno se vuole davvero vincere? E magari si scoprirebbe che è più opulento di quella percentuale comunque strategica.
Perché, o è puro delirio catastrofista l’inventario di inciuci, berlusconismi e altri tradimenti del centro-sinistra cui ho accennato in queste pagine, e allora l’idea di mettere a repentaglio il monopolio degli attuali partiti di centro-sinistra sul “loro” elettorato costituirebbe da parte nostra un peccato imperdonabile (teologicamente, il peccato d’orgoglio). Ma in tal caso dovremmo fare solennemente voto di smetterla di lamentarci dei “nostri” governanti. E’ questione elementare di serietà. Di dignità, addirittura. Se non siamo disponibili a operare con gli unici strumenti che possono spingerli a cambiare, vuol dire che ci vanno bene così. E che le geremiadi in contrario appartengono alla serie del “chiagni e fotti” (benché si tratti uno strano fotti).
Oppure non è accettabile che prendano i nostri voti (elettorali) per fare una politica irriconoscibile rispetto ai nostri voti (del cuore e dell’intelligenza). Ma allora dobbiamo essere conseguenti: rifiutare come ormai indecente ogni ricatto del tipo “finirete per far vincere Berlusconi” e rispedirlo con disprezzo al mittente. Dichiarare anche anzi esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra, attraverso l’azione quotidiana di governo e l’approvazione urgente delle leggi necessarie non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto di interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, NON LI VOTEREMO PIU’. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi.
E intendendo quel “collettivamente” come la volontà operante – fin da subito – di organizzare il dissenso pronto al non voto. Di organizzarlo, fino all’ipotesi di liste autonome alternative. Noi, personalmente, non intendiamo presentarci. D’accordo, e non ripetiamo più. Ma possiamo e dobbiamo spenderci per sostenere qualcuno che rappresenti i valori dei movimenti, qualcuno che lo faccia “a tempo determinato” (un solo mandato, ad esempio, e poi torna alla professione), anticipando così nei fatti riforme istituzionali deburocratizzanti. Dobbiamo – tutti assieme – sostenere come contro candidato chi – credibile per la sua intera biografia nel rappresentare i nostri valori – è disponibile ad essere più generoso di noi, a dedicare qualche anno della sua vita alla politica rappresentativa senza la prospettiva di un futuro cursus honorum di estabilishement. Si tratti di consultazioni locali, nazionali, europee.
Per non parlare dei referendum abrogativi, che di fronte all’accidia di governo nelle abrogazioni promesse dell’antidemocratica legislazione berlusconiana, potrebbe e forse dovrebbe diventare di nuovo uno strumento di lotta.
Caro Nanni e cari tutti, non pensate che di tutto questo sia almeno necessario discutere apertamente e subito? Perché delusione e frustrazione sono tali che già da settimane si moltiplicano le invocazione a un nuovo Palavobis. Da sponde talvolta sorprendenti e perfino equivoche. Da praticanti e virtuosi dell’inciucio, per dire, non si capisce se fulminati sulla via di Damasco o se semplicemente perché esclusi dalle pole position delle lottizzazioni in corso. Ma che senso possono avere nuovi Palavobis, per fare pressione in vista di leggi sull’incompatibilità meno indecenti di quelle di cui si parla, senza affrontare la formulazione di un intero, benché minimo, “cahier de doléance” ultimativo? E soprattutto senza discutere, proporre, decidere le misure pratiche, di sottrazione del monopolio della rappresentanza, ai partiti che tale carattere ultimativo volessero una volta di più spregiare di arroganza e/o manipolazione?
Due, cento, mille Palavobis, dunque. E intanto uno, al più presto, magari. Ma non con ennesimo sfogo, ennesima occasione per riscaldare i cuori sapendo che la speranza è pura illusione, e che siamo comunque rassegnati a delegare ai partiti la mannaia su quelle speranze. Illudersi è faccenda personale, illudere diventa colpevole irresponsabilità, invece.
Non perdiamo di vista, allora.
Inutile dire che "sottoscriviamo in pieno" l'analisi e la "rabbia"...
nessun nostro voto a chi ha tradito e tradisce
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SIAMO DI NUOVO
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Dal 29 dicembre si è
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Abbiamo cercato, già che
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di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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Savona,
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