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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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CRONACA
Tra le prove a suo carico, anche una lettera a Provenzano in cui scriveva
"Carissimo, spero tanto di trovarla in ottima salute"
Mafia, arrestato il boss Guttadauro, il "portavoce" di Messina Denaro
PALERMO - Secondo gli investigatori, era il "portavoce" del latitante Matteo Messina Denaro. A lui spettava il compito di mantenere i collegamenti tra il capomafia trapanese e Bernardo Provenzano. Una lettera ritrovata nel covo del boss e alcune intercettazioni, però, hanno messo la polizia di Palermo sulle sue tracce. E così per Filippo Guttadauro, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, questa mattina sono scattate le manette.
Guttadauro, 55 anni, è cognato di Matteo Messina Denaro e fratello del boss mafioso di Brancaccio. Si occupava in particolare di estorsioni nella zona di Castelvetrano ma aveva anche il delicato incarico di portare messaggi a Bernardo Provenzano, che nei "pizzini" lo indicava con il numero 121. "Filippo Guttadauro era un importante anello di congiunzione tra i due capimafia - ha spiegato il capo della Squadra mobile di Palermo, Piero Angeloni - Con il suo arresto, dunque, si dà un ulteriore colpo alla rete di relazioni e rapporti interni a Cosa nostra".
Tra le prove principali che hanno portato all'arresto, avvenuto su ordine dei pm Massimo Russo, Michele Prestipino e Roberto Piscitello, ci sono alcune intercettazioni e una lettera manoscritta, priva di firma e data, ritrovata nel covo di Provenzano l'11 aprile scorso. Secondo i consulenti della Procura, la missiva sarebbe stata scritta proprio da lui. Al suo interno, Guttadauro si rivolge al boss con molta deferenza: "Carissimo - si legge - spero tanto di trovarla in ottima salute, lo stesso posso dirle di me, di tutti noi...". Nel testo, si fa poi riferimento a Matteo Messina Denaro, indicato con il nome di Alessio, e al capomafia di Agrigento, Giuseppe Falsone.
Guttadauro nel '97 era già stato accusato di associazione mafiosa. Condannato, aveva scontato la pena. Nel pomeriggio la Procura invierà al gip la richiesta di custodia cautelare, con la quale chiederà la conferma del fermo di polizia giudiziaria.
Rubavano i codici bancomat dei clienti nei guai dodici commercianti genovesi
La rete di negozianti clonatori adesso è completa. Sgominata la gang dell’ingegnere calabrese, il genio informatico di Crotone, e i suoi cinque collaboratori arrestati a febbraio, capaci di duplicare in serie carte di credito e bancomat a migliaia, la Guardia di Finanza ha individuato l’intera organizzazione dei commercianti e dei commessi che rappresentavano il loro terminale.
Sono i titolari di due videoteche e di una rivendita di cellulari, un benzinaio, quattro negozianti di abbigliamento, un gioielliere (l’elenco è riportato a seguito, ndt). E si aggiungono a quelli individuati all’inizio dell’inchiesta: il punto vendita “Essenza”, il fulcro dell’organizzazione, nel centro commerciale della Fiumara, un benzinaio di Sestri, almeno tre esercizi della riviera genovese di ponente e un night club di Sampierdarena. Tenevano vicino alla cassa degli skimmer, dispositivi per il pagamento con carta di credito, con una memoria elettronica modificata e programmata per immagazzinare i codici segreti dei badge. Ogni pagamento era un numero di serie in più da riversare all’organizzazione. Non solo. Gli apparecchi erano anche a disposizione della gang per spremere il più possibile le carte duplicate, eseguendo false transazioni.
E’ l’esito finale dell’inchiesta partita un anno e mezzo fa dalla caccia a un organizzazione di falsari che aveva messo in circolo quantità enormi di euro fasulli. Il giro delle carte di credito, secondo quanto appurato dal Nucleo provinciale della Guardia di Finanza, serviva ad alimentare l’acquisto di cospicue partite di banconote appena sfornate dalla tipografia clandestina. A tessere le fila era l’ingegnere, al secolo Francesco Lo Monaco, 40 anni: da Cirò Marina (Crotone) gestiva il flusso dei codici segreti attraverso un sito internet. Tra le sue attività parallele c’era anche quella del fishing: con un falso sito delle poste italiane carpiva via e-mail a ignari frequentatori della rete gli estremi dei conti correnti e le password per avere accesso ai risparmi. Trentacinque le perquisizioni eseguite in tutta Italia, di cui 21 a Genova e Chiavari, una a San Remo, 2 a Finale Ligure, per citare quelle in Liguria. Undici commercianti denunciati che rischiano la revoca della licenza, dieci i dipendenti dei negozi finiti nei guai.
AI vertici del gruppo oltre all’ingegnere, due genovesi: Luca Grassi, 40 anni, di Leivi, a Chiavari, in Gran Bretagna nei guai per la falsificazione di permessi di soggiorno in favore di un giro internazionale di prostitute; e Enrico Fustinoni, residente a Genova, di 35 anni, che teneva contatti con Spagna e Francia. Mirna Valesi, anche arrestata, si adoperava per contattare nei negozi i commessi o i gestori disponibili a truffare i clienti. Tra gli arrestati, il titolare di una piccola catena di negozi di ceramiche e arredi per bagno di Alberga (Savona), Fabio Fioravanti, che aveva punti vendita in Liguria e a Milano. Le accuse per i componenti della rete vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla clonazione di carte di credito e bancomat, alla ricettazione, alla frode informatica e al falso.
L’operazione ha portato anche al sequestro di falsi titoli bancari, per un ammontare di 500mila euro, dello stesso tipo già usato per ottenere false fideiussioni bancarie da parte di società calcistiche.
L’ELENCO
I negozianti coinvolti
Eseguivano anche transazioni fasulle con le carte di credito clonate i negozianti denunciati per la loro complicità con la banda dei falsificatori sgominata dalla Guardia di Finanza di Genova. Era il compenso per l’attività di captazione e immagazzinamento dei codici segreti dei loro clienti: incassavano il denaro e rivendevano in nero la merce, assicurandosi un doppio guadagno. Era solo uno dei sistemi truffaldini sperimentati dai venticinque tra commercianti e commessi finiti nei guai: dodici a Genova, gli altri a Imperia, Alberga, Savona e Chiavari. I codici venivano usati per replicare le carte ed eseguire prelievi ovunque ai bancomat dei Paesi dell’Unione Europea. Un giro di affari milionario per acquistare le partite di euro falsi, il core business dell’organizzazione. Ecco tutti gli esercizi commerciali coinvolti e perquisiti nei giorni scorsi a Genova: una videoteca sita in Piazza Piccapietra; un distributore di carburanti sito in via De Marini; un negozio di abbigliamento sito in via Portici dell’Accademia; un negozio di abbigliamento sito in via San Luca; un negozio di cellulari sito in via Brigata Liguria.
Una videoteca sita in Piazza della Vittoria; due negozi di abbigliamento siti in via San Lorenzo; un negozio di abbigliamento e una gioielleria nel complesso commerciale Fiumara; e un negozio di abbigliamento sito in Piazza Brignole.
I RETROSCENA
Pagamenti in badge falsi per i commessi complici
Anche il negoziante infedele aveva un prezzo: centocinquanta euro a badge, o una carta clonata a disposizione ogni dieci codici carpiti. Soldi contanti, generalmente preferiti dai buoni commercianti. Oppure la possibilità di fare prelievi o acquisti a sbafo, alla faccia dei propri clienti. Sono alcuni dei retroscena contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto dei sei della banda dei clonatori e alla perquisizione di ventuno negozi in provincia di Genova. Lo skimmer modificato, secondo il tariffario scoperto dalla Finanza, poteva costare fino a seimila euro.
Hai visto quel film l’altro ieri in tv? Persino i film fanno come noi. Non è difficile. Si compiacciono gli appartenenti alla banda dei clonatori di carte di credito. Si legge nella trascrizione delle intercettazioni, raccolte dagli investigatori delle Fiamme gialle. Si legge in una telefonata di Mirna Valesi, 34 anni, (che lavora in una casa di cura del ponente) del 9 giugno 2005: Hai visto il film di avantieri che hanno fatto su Canale 5? C’era una tipa che ha preso una carta della “ conference”, uguale alla nostra, identica, uguale, uguale, uguale. Ho detto persino i film l fanno non è difficile… I clienti ai quali carpire i codici del bancomat e della carta di credito sono chiamati turisti. In una telefonata del 22 giugno parlano Fabio Fioravanti, 39 anni, (imprenditore titolare di una società di macchine per ufficio) e Luca Grassi, 38 anni: Stiamo andando avanti piano perché i turisti arriveranno. Grassi: Ho capito, ma su che numero siamo di foto? Fioravanti: Eh, poche, dieci quindici non di più. Grassi : Sì, dobbiamo premere il piede sull’acceleratore. Fioravanti: Non dipende da me ma dai turisti che vengono. Grassi: Appena scarichiamo, andiamo a Budapest. Appena collezionato un numero sufficiente di codici un membro dell’organizzazione partiva per monetizzare il tutto, prelevando denaro in contanti agli sportelli di tutta Europa o comprando con le carte clonate. L’uso di una carta è possibile per un certo numero di giorni fino a che il titolare non se ne accorge e le blocca: Finchè va avanti quella cosa lì io batto il chiodo. Se va avanti un mese sto fuori un mese. La media sono nove giorni. Però ce n’è una (carta) che ha pagato anche undici. So quando parto ma non quando torno e sto allungando le medie arrivo anche a dodici, tredici, quattordici.
No all’appello della procura
Mafia albanese - Stop dalla legge Pecorella
di Vincenzo Curia
Un altro colpo all’impalcatura accusatoria del “Processo Kanun”, quello alla cosiddetta mafia albanese. Il ricorso della Procura contro l’assoluzione di dodici imputati è stato vanificato dalla “Legge Pecorella”, in forza della quale “le sentenze di assoluzione emesse in primo grado non sono più appellabili dal pubblico ministero”. Una nuova conferma, sotto certi aspetti, che il procedimento a carico dei componenti di una presunta pericolosa organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali e dell’est europeo, al narcotraffico, estorsioni, detenzione e porto di armi, etc, nacque proprio sotto una cattiva stella. Perché le accuse – si ricorderà – rovinarono sotto il peso di 58 assoluzioni con formule ampie su 94 richieste di condanna. Furono azzerati i reati di associazione mafiosa. Il tribunale inflisse complessivi 260 anni di carcere, sugli 855 richiesti dai pm Silvio Franz e Francesco Nanni. Resistettero al vaglio dei giudici addebiti minori e, soltanto per alcuni, quello di associazione semplice. Quattro imputati riacquistarono subito la liberà; rimasero in carcere soltanto in sette. Questi ultimi sono ancora dentro: l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini nei loro confronti è stata respinta. Nell’ordinanza emessa ieri dalla Corte d’appello (presidente Carlo Caboara; consiglieri Massimo Cappello e Sergio Vallarono; pg Pio Macchivello) si parla di pericolo di fuga, delle personalità degli imputati e della loro tendenza a delinquere, di frequentazioni di ambienti malavitosi, di rapporti con connazionali che potrebbero agevolare la fuga dall’Italia. Trattandosi di vicenda estremamente complessa, sia per il numero degli imputati ancora detenuti, sia per la molteplicità delle accuse, sia per il necessario approfondimento delle singole posizioni, il procedimento è stato aggiornato al prossimo 2 ottobre. Un rinvio inevitabile. Nel dossier originario (500 pagine) erano condensati i risultati di un’inchiesta con pochi precedenti. L’organizzazione veniva descritta cinica e crudele, gruppo malavitoso che aveva rapito, violentato, deportato decine di ragazze. Con storie di episodi brutali, che avevano avuto come teatro Milano, Caserta, Bologna, Firenze, Arezzo, Pisa, Treviso, l’Albania, Chiavari, Lavagna e naturalmente anche Genova.
Questa azione è continuata anche i seguito: lo prova il recente arresto di Provenzano (dopo quelli degli anni passati di Riina, Brusca, Aglieri, Bagarella, Graviano, Santapaola e tantissimi altri). Ma qualcosa è via via cambiato, rispetto al periodo successivo alle stragi. E oggi sembra a volte riaffiorare prepotente, in certi media e in ampi settori della politica (con contaminazione anche a sinistra), la perversa tendenza a dire o far credere – come tanti anni fa – che la mafia non esiste. Certo, nessuno osa dirlo esplicitamente, con la brutale schiettezza che tempo addietro caratterizzava fior di notabili, compresi Cardinali e Procuratori Generali. Le tecniche si affinano, oggi si è meno rozzi e ci si limita a non perdere occasione per provare a ridurre “Cosa Nostra” ad organizzazione criminale sanguinaria, si, ma tutto sommato anche folcloristica. Emblematiche, a riguardo, sono certe cronache su Provenzano, che intrecciano prostata e cicoria, pannoloni e pizzini, vangeli e macchine per scrivere antidiluviane, covi mezzo diroccati, squallidi e sporchi, con rotoli di banconote, santini e formaggi custoditi alla rinfusa. E le T-shirt della vergogna con le scritte “Mafia made in Italy”, per le quali in tanti ci si è giustamente indignati, sembrano un po’ figlie di questo “nuovo” clima: che può anche indurre i più spregiudicati o irresponsabili ad osare la mercificazione – con contestuale banalizzazione – di ciò che ancora poco tempo fa era, almeno pubblicamente, impresentabile. Del resto, la tendenza a ridurre la mafia ad un’organizzazione criminale un po’ folcloristica emerge addirittura dalla Relazione della Commissione parlamentare antimafia della legislatura appena conclusa, se è vero – come è vero – che essa nega ogni carattere strutturale del rapporto tra mafia e potere, riducendo Cosa Nostra (testuale!) a fenomeno “legato a condizioni di incultura, di scarsa mobilitazione o tensione sociale, a momenti di crisi morale ed economica”; con il capolavoro finale del patetico tentativo (portato avanti, in verità, con una fragile dissociazione dell’opposizione) di scrollare dalle spalle del senatore Andreotti il macigno, confermato financo in Cassazione, delle sue collusioni con la mafia fino al 1980.
In un simile contesto, si capisce meglio il riproporsi della “filosofia” del contrasto alla mafia come problema soltanto di “guardie e ladri”, da delegare tutto a polizia e magistratura, il cui intervento viene perciò esaltato quando si arrestano esponenti di vertice o quadri intermedi dell’ala militare o immediati dintorni, mentre si accusano di indebito uso politico della giustizia (comunisti!) i magistrati che si permettono di indagare senza sconti anche sulle cosiddette “relazioni esterne”, ossia sulle coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso. Al punto che se un magistrato dell’antimafia non viene aggredito o addirittura è sostenuto dai “soliti ignoti” c’è da chiedersi dove sia sbagliando… E’ di decisiva importanza, allora, dare segnali precisi di discontinuità, di inversione di tendenza. Molte le cose che si dovrebbero fare. Ne segnalo due, a mio avviso pregiudiziali.
La prima riguarda la legislazione antimafia, oggi disseminata e dispersa in mille rivoli (codice penale, codice di procedura penale, norme di diritto amministrativo, ordinamento penitenziario, leggi più o meno speciali sui “pentiti”, sul riciclaggio, sugli appalti, sulle misure di prevenzione personali e patrimoniali, sui beni confiscati e via seguitando), con sovrapposizioni, contraddizioni, stratificazioni ed incongruenze che spesso ostacolano, ritardano o rendono vischiosi gli interventi. E’ urgente predisporre un testo unico della legislazione antimafia, che faccia ordine e chiarezza, e al tempo stesso proponga i necessari aggiornamenti. Il ministro Mastella ha pubblicamente manifestato l’orientamento di creare un’apposita commissione. Per favore, che dalle dichiarazioni di intenti si passi – senza più attendere – alla traduzione in cifra operativa dei buoni propositi.
L’altra misura urgente riguarda la gestione dei beni confiscati ai mafiosi. Nella passata legislatura le relative competenze (da un ufficio specializzato, che si occupava soltanto di questo) furono inopinatamente trasferite al demanio, cioè un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall’origine mafiosa dei beni non può non perdersi: per ragioni strutturali ed obiettive, ma con guasti ed inconvenienti a non finire che aumentano di giorno in giorno. Di qui la necessità di ripristinare un qualcosa – si chiami Agenzia o Alto Commissariato poco importa – che sia incaricato di occuparsi esclusivamente dei beni confiscati ai mafiosi, così da poter mirare gli interventi volta a volta necessari sulla specifica concretezza dei problemi, affinandone, via via la conoscenza e specializzandosi sempre più nella risoluzione di essi. Si tratta di impedire che appassisca quel fiore all’occhiello che il nostro Paese può orgogliosamente esibire: il fiore dell’antimafia dei diritti, delle opportunità e del lavoro. Un fiore che profuma di coraggio e di riscatto, di lavoro pulito e di cittadinanza vera. Un fiore che può indirizzare il futuro dei giovani verso una migliore qualità della vita. Un fiore che emana quel “fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” di cui parlò proprio Paolo Borsellino alla vigilia della sua morte. Un fiore coltivato da “Libera”, l’organizzazione della società civile in cui tanta parte ha avuto Rita, la sorella di Paolo Borsellino. Un fiore che oggi va sostenuto e protetto, se non si vuole che il rigore e il volto pulito di tanti siciliani onesti, che alla memoria di Paolo Borsellino ispirano il loro quotidiano impegno, soccombano nella palude della serena convivenza con la mafia praticata dai “maestri” della duttilità. Quelli che i rapporti tra mafia e potere li risolvono come se si giocasse a Monopoli: se peschi un “Imprevisto”, magari stai fermo per un po’; ma poi ricominci a giocare; con gli stessi terreni, le stesse case, gli stessi alberghi, le stesse stazioni, gli stessi soldi di prima; persino con la stessa pedina di prima. Non è precisamente per questi indecenti balletti che hanno sacrificato la loro vita Paolo Borsellino e tanti altri come lui.
18 Luglio 2006 - dal blog di Beppe Grillo
Erode 2006

Caro Grillo, sono Nicola Migliorino professore all' Università di Exeter, invio alcune foto spedite da Hanady Salman, un giornalista di As-Safir (quotidiano di Beirut), con questo messaggio:
"Cari amici e colleghi,
dovete scusarmi per le foto che vi invio. Sono immagini di bambini uccisi da Israele nel Libano del sud. Sono completamente bruciati. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono abbastanza certo che queste foto non saranno pubblicate in Occidente, sebbene siano Associated Press pictures.

Ho bisogno del vostro aiuto per pubblicarle se potete. A queste persone era stato chiesto di lasciare il loro villaggio, Ter Hafra, la mattina, entro due ore circa, altrimenti... Quelli che hanno potuto si sono recati alla base ONU più vicina che gli ha chiesto di andarsene. Io penso che dopo i massacri di Qana del 1996 quando i civili furono bombardati nel suo quartier generale, l'Onu non voglia essere responsabile per le loro vite.

Pochi minuti fa, Israele ha chiesto agli abitanti del villaggio di Al Bustan di evacuare le loro case. Ho paura che i massacri continueranno sino a quando le azioni di Israele non saranno sotto controllo. Per favore, aiutateci se potete".
Hanady Salman
Avevano indagato sugli scandali Antonveneta e Parmalat
Le Fiamme Gialle: sia garantita la continuità investigativa
Milano, Gdf azzerata - Rimossi quattro ufficiali
Il viceministro all'economia: "Nessun legame col caso Unipol"
di LUCA FAZZO
MILANO - Via da Milano un generale, un colonnello, un tenente colonnello, probabilmente anche un maggiore: inizia così il nuovo corso della Guardia di Finanza sotto la guida di Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, oggi viceministro all'Economia con delega sulle Fiamme Gialle.
La decisione non è ancora formalizzata dal comunicato ufficiale, ma tra i massimi livelli della Finanza circola già l'elenco definitivo dei nomi: i nomi di chi parte e i nomi di chi arriva, l'elenco completo della prima operazione di "spoil system", di avvicendamento totale, all'interno di una struttura tanto delicata. Che va a colpire i reparti che, con luci ed ombre, in questi anni sono stati il braccio operativo della procura della Repubblica di Milano sul fronte della criminalità economica, a partire dai casi Parmalat e Antonveneta.
L'azzeramento totale dei vertici della Finanza di Milano non poteva non destare attenzione all'interno della procura. I vertici della magistratura milanese si sono interrogati a lungo sull'atteggiamento da tenere di fronte a questo vistoso cambio di uomini e di scenario.
Da un lato c'era l'esigenza di non far sentire abbandonati a se stessi ufficiali che da anni collaborano con le inchieste milanesi, dall'altra la convinzione che non fosse legittima una ingerenza negli affari interni della Guardia di Finanza. E, negli equilibri interni alla procura milanese, avrebbero pesato anche le divisioni tra i pubblici ministeri che in questi anni hanno sviluppato un rapporto di fiducia con la Finanza e quelli più freddi con l'attuale gruppo dirigente delle Fiamme Gialle. Il tutto in un ambiente nel quale le fughe di notizie - in particolare quelle relative al caso Impregilo e al caso
Unipol-Antonveneta in cui fu coinvolto il segretario ds Piero Fassino - hanno segnato più di un'inchiesta.
Alla fine, il procuratore capo Manlio Minale ha deciso di prendere carta e penna e scrivere a Roberto Speciale, comandante generale della Finanza, limitandosi a sottolineare l'importanza della continuità dell'attività investigativa.
Da Milano se ne andranno uno dopo l'altro gli ufficiali che oggi occupano i posti chiave: il generale Mario Forchetti, comandante regionale, trasferito a Torino (al suo posto il generale Marcello Gentili); il colonnello Rosario Lorusso, comandante provinciale; il tenente colonnello Virgilio Pomponi anche lui trasferito a Roma (che verrà sostituito dal tenente colonnello Maccani, in arrivo da Bologna), comandante del Nucleo di polizia tributaria. Anche il generale Minervini, comandante interregionale Lombardia, è stato trasferito a Roma, ai reparti speciali. A rischio anche il posto del maggiore Vincenzo Tomei, che comanda il gruppo investigativo specializzato in polizia giudiziaria, quello a contatto più diretto con la Procura: Tomei, che è a Milano da poco, potrebbe rimanere nel capoluogo lombardo, ma con un incarico meno in vista.
La rivoluzione viene presentata come un normale avvicendamento dal viceministro Vincenzo Visco, che ieri in serata ha smentito l'ipotesi che gli avvicendamenti siano legati al caso Unipol: "Un falso costruito ad arte, è un normale avvicendamento". Ma tra gli addetti ai lavori molti pensano che la vera ragione del brusco turnover stia nel Dna dei quattro ufficiali: tutti, ma in particolare Forchetti e Pomponi, considerati troppo vicini al generale Emilio Spaziante, attuale capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza. Spaziante, che ha un passato nei servizi segreti e nell'intelligence interna delle Fiamme Gialle, è in rotta di collisione con Visco fin dal tempo dei governi dell'Ulivo. Oggi Visco lo accusa di essersi legato a doppio filo a Giulio Tremonti quando questi era ministro dell'Economia e di avere colonizzato Milano con ufficiali a lui fedeli in modo da monitorare le iniziative della Procura milanese.
Nella zona portuale Camionista torinese “pizzicato” con cinquanta chili di “fumo”
Un camionista torinese in manette e 50 chili di hashish sequestrati: è il bilancio di un’operazione condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Genova l’altra mattina nella zona portuale a seguito di alcune indagini su cui vige ancora il massimo riserbo. In manette, con l’accusa di detenzione illegale di sostanza stupefacente, è finito il dipendente di una ditta di autotrasporti, incensurato, forse al suo primo trasporto di droga, Calogero Massimo Altovino, di 39 anni, nato a Riesi (Caltanissetta), e residente a Torino.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quando è stato fermato per il controllo, Altovino era al volante di un camion, appena sbarcato da un traghetto, in arrivo dalla Spagna. La droga, il cui valore commerciale è stato stimato dalla polizia tra i 100 ed 150 mila euro, era stata nascosta in un doppio fondo del pianale del camion e con molta probabilità era destinata al capoluogo piemontese. Gli accertamenti degli investigatori proseguono per cercare di capire se l’uomo facesse parte di un’organizzazione, come si ipotizza, e in che località ha caricato lo stupefacente, che si presume arrivi da un Paese del nord Africa. L’Arresto del camionista, che si aggiunge ad altre numerose indagini analoghe, conferma come il porto di Genova rimanga uno dei più importanti snodi da dove transitano molte delle attività illecite fra Europa e nord Africa.
Operazione della Mobile
Mezzo quintale di hashish sequestrato in porto
Nascosto nel doppio fondo di un camion
Mezzo quintale di hashish è stato sequestrato giovedì mattina in porto dalla polizia. In manette, con l’accusa di detenzione illegale di sostanza stupefacente, è finito il dipendente di una ditta di autotrasporti, sul cui camion è stata trovata la droga. E’ Calogero Massimo Altovino, 39 anni, originario di Riesi, in provincia di Caltanisetta, e residente a Torino.
L’operazione è stata portata a termine dalla Squadra Mobile della Questura l’altra mattina nella zona portuale a seguito di una lunga attività di indagine. La persona è finita in manette è incensurata e la polizia non esclude che fosse al suo primo trasporto di droga.
Secondo quanto ricostruito, quando è stato fermato per il controllo, Altovino era al volante di camion, appena sbarcato da un traghetto, in arrivo dalla Spagna. La droga, il cui valore commerciale è stato stimato dalla Polizia tra i 100 e 150 mila euro, era nascosta in un doppio fondo del pianale del camion e con molta probabilità era destinata allo spaccio nel capoluogo piemontese.
Emanuele Andronico fa parte della famiglia di Porta Nuova
Ha ammazzato uno spacciatore affiliato a Cosa Nostra
Mafia, uccide l'uomo sbagliato e diventa collaboratore di giustizia
Ha chiamato il 112, da mesi riempie pagine di verbali
PALERMO - La procura di Palermo può contare su un nuovo pentito di mafia. Che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo aver assassinato un uomo ed essersi accorto che non si trattava di un bersaglio qualunque, ma di uno che, in Cosa nostra, aveva parenti illustri.
E' così che, a dicembre, con una telefonata al 112, Emanuele Andronico, 44 anni, uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Per paura di essere ammazzato.
Al pm Maurizio De Lucia Andronico ha subito confessato di avere assassinato, qualche giorno prima, insieme a un complice, uno spacciatore con cui aveva avuto una discussione. I due ne avevano bruciato il corpo. Ma la vittima, Amedeo D'Agostino trovato carbonizzato accanto al cimitero di Sant'Orsola, aveva parenti nelle cosche. La mafia ci avrebbe messo poco a rintracciare i due assassini.
Andronico entro nella Famiglia più di vent'anni fa: appena diciassettenne, per conto delle cosche, uccise un contrabbandiere. Per questo omicidio è stato condannato a 23 anni di carcere.
Da mesi il neo collaboratore di giustizia - che ha lasciato Palermo insieme alla famiglia e per il quale è stato chiesto l'inserimento in un programma di protezione - riempie pagine di verbali. E le prime conferme alle sue dichiarazioni la procura le ha avute ritrovando un piccolo arsenale di armi.
Le prime dichiarazioni di Andronico sono state depositate ieri dal pubblico ministero Maurizio De Lucia al tribunale della libertà che sta esaminando la posizione di alcuni boss arrestati nel blitz "Gotha". Andronico accusa Salvatore Gioeli di essere il capo della cosca di Palermo centro e indica Salvatore Pispicia e Nicolò Ingrao al vertice del mandamento di Porta Nuova.
L’INCHIESTA – La Polizia Tributaria in azione dopo la denuncia
di una delle vittime, “costretta a chiudere” la sua attività
“Paga altrimenti perdi il lavoro”
Chiedeva mazzette, arrestato dirigente di una nota società di autotrasporti.
”O paghi quanto ti ho chiesto, o sei fuori: hai capito?”. Ricatti, belli e buoni. Messi in atto secondo gli inquirenti da A.C., 36 anni, genovese, dirigente di un importante azienda di trasporti e logistica che opera nel capoluogo ligure. Arrestato nei giorni scorsi dal Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, dopo che una delle sue presunte vittime, piccoli trasportatori sotto contratto con la sua compagnia, ha addirittura ceduto la propria attività: affossato dalle ingenti pretese. Che potrebbero aver fruttato al trentaseienne circa centomila euro.
Le indagini del reparto della Finanza, comandato dal Maggiore Antonio Del Gaizo, sono partite dopo la denuncia di un “padroncino”. Ovvero il titolare di un impresa individuale: in pratica un furgone messo a disposizione di aziende che richiedono servizi di trasporto.
Secondo quanto appurato dagli inquirenti, C. avrebbe richiesto da almeno due di questi soggetti una parte del loro fatturato. E più precisamente il 10%. O, in alternativa, cinquanta euro per ogni viaggio commissionato. Se si tiene conto che ciascun padroncino poteva compiere fino a tre consegne al giorno, la cifra si fa davvero cospicua.
In cambio il dirigente avrebbe concesso loro di continuare a collaborare con l’azienda. In caso contrario, sarebbe stato stracciato ogni contratto.
Da quel primo contatto, i militari hanno continuato a scavare. Coordinati dal pubblico ministero Francesca Nanni, hanno effettuato diversi controlli sull’operato dell’indagato. Difeso dall’avvocato Vittorio Fasce. Portando alla luce un’attività illegale che sarebbe iniziata qualche anno fa. Col passare dei giorni si è fatto vivo un altro piccolo trasportatore vessato. Il quale, ascoltato, avrebbe ricostruito lo stesso scenario oppressivo. Quello che ha costretto uno di loro a mandare per aria il proprio lavoro. Prosciugato e martellato dai pesanti ricatti, l’uomo non ha potuto fare altro che vendere baracca e burattini per non finire in mezzo a una strada. Sul lastrico.
Durante l’interrogatorio di garanzia, A.C. non avrebbe negato di averli presi, quei soldi.
Ora la speranza degli inquirenti, smosse le acque con le prime manette, è quella di ricevere nuove segnalazioni. Da parte di altri autotrasportatori in difficoltà.
Il fenomeno infatti non è una novità. Anzi, l’impressione di chi sta svolgendo le indagini è che questo genere di vicende siano più diffuse di quanto si pensi.
In un settore quello dei trasporti e della logistica, che a Genova è fondamentale, in un porto, uno dei più importanti del Mediterraneo, che ogni giorno richiede di movimentare merci e container in grandi quantità.
Nei prossimi giorni la Guardia di Finanza proseguirà con gli accertamenti nei confronti del dirigente accusato e arrestato. Verranno passati al vaglio minuzioso dei militari i suoi conti correnti. Per cercare di mettere insieme la rete di pressioni illecite che sarebbero state esercitate da C.
R.C.
Arrestato dalla Guardia di Finanza con l’accusa di estorsione
Dirigente voleva il pizzo dai piccoli trasportatori
L’uomo lavorava per una grande azienda di logistica
Ha evitato il carcere, ma non gli arresti domiciliari, con l’accusa di estorsione. Dirigente di una grossa azienda di trasporto e della logistica, chiedeva forti somme di denaro ai piccoli autotrasportatori che lavoravano per la ditta, minacciandoli di interrompere i pagamenti e addirittura di troncare ogni rapporto di lavoro. Per queste ragioni A.C., trentasei anni, l’altro giorno è stato arrestato dai militari del Nucleo provinciale di Polizia Tributaria dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’indagine coordinata dal pm Francesca Nanni. Il provvedimento disposto dalla Procura della Repubblica, è arrivato dopo mesi di lavoro dei militari diretti dal Maggiore Antonio Del Gaizo: gli accertamenti hanno trovato conferma soprattutto nelle testimonianze rese da uno dei piccoli autotrasportatori che facevano consegne per conto della grossa ditta. Un “padroncino” non riuscendo a fare fronte alle continue richieste del dirigente, ha addirittura dovuto cessare l’attività finendo sul lastrico. Nel corso delle indagini, la vittima ha rivelato, con dovizia di particolari, ogni dettaglio sulle modalità dell’estorsione. Secondo la Finanza, per ogni viaggio A.C., chiedeva agli autotrasportatori 50 euro oppure il 10% di ogni fattura. Il dirigente della ditta (una spa di livello nazionale con una sede anche a Genova, di cui però non è stata resa nota la ragione sociale in quanto estranea e parte lesa) sarebbe riuscito a estorcere in meno di un anno 100.000 euro. Sentendosi intoccabile, ha tirato troppo la corda facendo quasi fallire un “padroncino” impossibilitato a pagare la tangente. La vittima ha capito che non poteva continuare così e ha chiesto aiuto ai militari delle Fiamme Gialle. Ha raccontato la sua disperazione ed è stato convinto a denunciare le richieste alle quali veniva regolarmente sottoposto. L’inchiesta, partita all’inizio di gennaio, è ancora nel vivo e secondo gli inquirenti potrebbe riservare ulteriori sviluppi. Stando a quanto trapela dalla caserma di Lungomare Canepa, le indagini avrebbero messo in luce almeno un altro caso di estorsione. Uno dei difensori dell’indagato, Paola Casaretto, non ha voluto commentare la vicenda. “L’ostacolo più difficile da superare che troviamo in questo tipo di indagini – spiegano alla Guardia di Finanza – è quello di far superare il senso di impotenza e di rassegnazione che hanno le vittime. Quando si rendono conto che possono uscire da questo tunnel, allora prendono coraggio e sporgono denuncia”.
S.O.

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