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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Indulto e politiche penali
di Magistratura democratica
Segretario generale, Ignazio Juan Patrone
La situazione di sovraffollamento delle carceri italiane e l'abrogazione di fatto di qualsiasi funzione rieducativa della pena e dello stesso art. 27 della Costituzione destano da tempo la più viva preoccupazione e rendono necessari provvedimenti destinati, quantomeno, al recupero di una dimensione umana dell'esecuzione penale.
La clemenza dovrebbe però essere mirata alle persone che stanno realmente in carcere a causa della dissennata politica repressiva portata avanti durante la passata legislatura e non diventare l'ennesimo colpo di spugna per reati economico-finanziari di estrema gravità, alcuni dei quali ancora in corso di accertamento, che già sono stati trasformati dal legislatore in poco più che bagattelle pur avendo provocato decine di migliaia di vittime e danni incalcolabili.
Il provvedimento di indulto all'esame del Parlamento, pur se motivato da esigenze umanitarie serie e reali, è formulato in modo tale da non potersi sottrarre alla critica più stringente: tra le esclusioni oggettive non sono compresi -come già denunciato dalla CGIL- i reati relativi alla sicurezza della vita umana e della salute sui luoghi di lavoro, né quei reati -come l'usura- da sempre collegati alle associazioni criminali, né le violazioni tributarie o i più gravi delitti contro la PA e l'economia, e non viene prevista quella condizione del risarcimento del danno e della restituzione del maltolto che avrebbe almeno garantito un minimo ristoro delle ragioni delle parti offese.
Dobbiamo prendere atto che l'attuale maggioranza non ha nemmeno tentato, come segnale di una prima inversione di rotta, di abrogare o almeno modificare quelle leggi criminogene approvate dalla precedente maggioranza che costituiscono il primo evidente fattore di sovraffollamento delle nostre carceri. Con questo testo la clemenza rischia di trasformarsi in un inganno per i cittadini e per quei "dannati" oggi rinchiusi nei gironi infernali dei nostri istituti di pena che nel giro di pochi mesi, se non di poche settimane, si ritroveranno tra quelle stesse mura fatiscenti dalle quali oggi li si vuole far uscire.
Don Ciotti, serve testo unico sui beni confiscati.
Fondatore "Libera" propone anche nuova agenzia nazionale
"Bisogna lavorare sul piano politico a un testo unico sui beni confiscati; alla legge 109 del '96 sono seguite altre norme che hanno determinato delle contraddizioni che vanno risolte''. Lo ha detto Don Luigi Ciotti, fondatore di 'Libera', partecipando a un incontro a Palermo organizzato da Legacoop Sicilia che ha lanciato una raccolta di firme per la promozione di un disegno di legge d'iniziativa popolare sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra. In base agli ultimi dati disponibili, in possesso di 'Libera', sono stati fino ad ora confiscati 7.199 beni ma soltanto 3.301 sono stati destinati. La Sicilia risulta al primo posto per numero di confische: 3.168. Assieme a un testo unico "che dovrebbe poi essere esportato anche a livello europeo per intercettare i patrimoni delle organizzazioni criminali che fanno grandi affari soprattutto nei paesi dell'est", Don Ciotti auspica la "costituzione di un nuovo
organismo che si occupi dei beni dal sequestro alla destinazione, e che sia meno burocratico". "Penso - ha aggiunto - ad una Agenzia nazionale oppure a una struttura che funzioni da braccio operativo del Demanio". Per il fondatore di 'Libera' "occorre utilizzare i beni sottratti ai mafiosi nel modo migliore, evitando il mancato uso o la distruzione come purtroppo avviene oggi". "Questi beni sono cosa nostra - ha concluso Don Ciotti - nel senso che sono dell'intera collettivita".
MASONE, PARLA L’ASSESSORE ZUNINO.
La discarica fantasma
«La Regione non sapeva è ora di intervenire»
Cristina Morelli, capogruppo dei Verdi, presenta un’interpellanza urgente e critica il sindaco di Masone, Livio Ravera: «Doveva muoversi senza aspettare che qualcun altro segnalasse ufficialmente pericoli per la popolazione»
Anche in Regione nessuno, almeno ufficialmente, ha mai saputo dell’esistenza dell’immensa pattumiera di rifiuti (soprattutto ospedalieri) dei Piani di Masone sulla quale ora indaga la Digos e la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta. «Ho chiesto ai dirigenti dell’Arpal di verificare – dice l’assessore all’Ambiente Franco Zunino, Rifondazione -. Ai nostri uffici non è mai giunta alcuna segnalazione. Anche si tratta di un sito attivo negli anni Sessanta una traccia della sua esistenza avrebbe dovuto rimanere. Sembra incredibile che nessuno in tutto questo tempo abbia informato la Regione. Ma dagli elementi in mio possesso pare che sia andata proprio così. Adesso stiamo valutando come intervenire d’intesa con il comune di Masone e la Provincia per accertare al più presto cosa c’è là sotto e procedere così agli interventi di bonifica. Mettiamo a disposizione mezzi e personale».
In attesa che qualcuno faccia un salto ai Piani di Masone, Cristina Morelli, capogruppo dei Verdi, in Consiglio regionale, va giù dura. «Ho presentato un’interpellanza per sapere se la Regione era informata dell’esistenza di quella discarica - dice -Ritengo la situazione molto grave. Non c’è più tempo da perdere. Al di là delle eventuali conseguenze sul fronte penale dell’inchiesta della Procura bisogna accertare subito cosa è stato interrato sotto quei terreni e quali pericoli esistono per la popolazione».
Cristina Morelli poi critica il sindaco di Masone, Livio Ravera, che al nostro giornale aveva confermato l’esistenza di quella discarica abusiva specificando però che nel corso dei decenni nessuna autorità sanitaria o di polizia aveva segnalato pericoli sul fronte ambientale. Insomma tutti lo sapevano... «Il sindaco avrebbe dovuto intervenire direttamente di sua iniziativa – commenta Cristina Morelli – senza aspettare che fossero gli altri a fare il primo passo. Il sindaco, lo ricordo, è un’autorità sanitaria».
[a. f.]
LA PROCURA HA APERTO UN’INCHIESTA.
Le indagini della Digos: acquisita una perizia, ascoltati due testimoni
Il terreno, una superficie di trenta ettari, è di proprietà del marchese Giacomo Cattaneo Adorno latitante da tre anni
Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Gabriella Marino che l’ha ricevuto dall’“aggiunto” Mario Morisani, responsabile del pool di pm specializzati nei reai ambientali. Nella prima relazione inviata in Procura dagli investigatori della Digos compaiono anche le conclusioni di una perizia eseguita nell’ottobre del 2004 e commissionata da Maurizio Pagliarini, 46 anni, l’imprenditore che da cinque anni ha preso in affitto i trenta ettari della Cascina dei Piani di Masone di proprietà del marchese Giacomo Cattaneo Adorno (latitante).L’esame è stato eseguito dal chimico torinese, Romano Calvillo. Nel corso dei vari sopralluoghi il professionista ha rilevato che «dal punto di vista ambientale la zona non avrebbe mai potuto essere utilizzata come ricettore di rifiuti di qualsiasi genere essi siano».La perizia è stata condotta attraverso l’effettuazione di cinque “pozzetti esplorativi” di un metro di profondità in altrettante zone diverse della proprietà. Nel corso delle prime indagini la Digos ha verbalizzato le testimonianze di Maurizio Pagliarini e di una donna di 46 anni di Cremolino che nel 1996 firmò un contratto di affitto per l’utilizzo dei trenta ettari della Cascina ad uso agrituristico. Fu lei ad accorgersi che dal terreno affioravano rifiuti soprattutto ospedalieri. Di qui la causa contro il marchese Giacomo Cattaneo Adorno vinta, recentemente, anche in appello.Dovrà risarcirla di una cifra di poco inferiore ai 500 mila euro.
[a. f.]
CRIMINALITA' E IMPRESE, OGNI GIORNO ALLA MAFIA 200 MLN EURO
ARRIVA L'AGROMAFIA, VALE 7,5 MLD
ROMA - "Ogni giorno 200 milioni di euro passano dalle mani degli imprenditori a quelle dei mafiosi e di questi 80 milioni sono a vario titolo sborsati dai commercianti italiani". E' il dato più inquietante del rapporto 2006 "Sos impresa" della Confesercenti che descrive come la criminalità organizzata mette le mani sulle attività imprenditoriali e commerciali.
Il resoconto, presentato oggi a Roma, evidenzia come la mafia abbia raggiunto un fatturato di 75 miliardi di euro "pari ad un colosso come l' Eni, doppio di quello dela Fiat e dell' Enel, dieci volte maggiore di quello della Telecom". Ma il vero fatto nuovo è "la capacità delle cosche di intervenire con proprie imprese nelle relazioni economiche stabilendo collegamenti collusivi con la politica e la burocrazia soprattutto per il controllo del sistema degli appalti e dei servizi pubblici". E' una attività spiegano gli analisti della Confesercenti, che si sviluppa con la trasformazione della struttura stessa dell' organizzazione criminale: "Emerge una 'borghesia mafiosa', una 'mafia dalla faccia pulita', costituita da gruppi di imprenditori, professionisti , amministratori che in cambio di favori, curano gli interessi locali dei clan, il più delle volte prendendone le redini".
Settori principe della pressione mafiosa sia per prelevare denaro sia per reinvestirlo restano il commercio e il turismo, ma prendono piede l' industria del divertimento, la ristorazione veloce, i supermercati, gli autosaloni, i settori della moda e perfino dello sport. "Le mafie - evidenzia la ricerca - sono presenti con proprie imprese nei comparti dell' intermediazione e delle forniture. Operano nel settore immobiliare, acquisiscono partecipazioni societarie, sono presenti nel Gotha finanziario di mezza Europa". L' usura il racket coprono quasi la metà del fatturato della mafia: la prima voce movimenta denaro per 30 miliardi di euro e per i 150 mila commercianti colpiti rappresenta costi per circa 12 miliardi; la seconda copre un giro di dieci miliardi e riguarda 160 mila commercianti costretti a sborsare un totale di sei miliardi di euro.
IL PIZZO - Il fenomeno interessa soprattutto le grandi città metropolitane del sud. In Sicilia è colpito l' 80 per cento dei negozi di Catania e Palermo. Paga il 70 per cento delle imprese di Reggio Calabria, il 50 di Napoli, del nord del barese e del foggiano. In Campania il fenomeno ha punte massicce nelle zone di Caserta, Napoli e nella provincia di Salerno.
L'USURA - Poiché ognuno dei 150 mila commercianti sotto botta si indebita con più strozzini "le posizioni debitorie" sono stimate in oltre 450 mila "ma ciò che più preoccupa è che almeno 50 mila sono con associazioni per delinquere di tipo mafiose finalizzate all' usura". Gli interessi sono ormai stabilizzai oltre il 10 per cento mensile. Le tre regioni più colpite sono la Campania, con 26 mila commercianti colpiti; il Lazio con 23 mila 200; e la Sicilia con 21.500.
LE DONNE E I RAGAZZINI - Cambiano i modi di estorcere soldi ma cambiano anche i soggetti. L' arresto dei capi storici ha prodotto un duplice fenomeno: al ruolo di boss sono state promosse molto loro donne in Sicilia, Puglia e Campania; l'età degli estorsori si è abbassata di molto, molto spesso si ricorre a minorenni.
L’AFFITTUARIO DELLA CASCINA AI PIANI
RACCONTA LA SUA DISAVVENTURA
«Una pattumiera di 100 mila metri cubi»
Maurizio Pagliarini: «Nessuno mi aveva detto cosa c’era sotto. L’ho scoperto io»
«Che questo terreno fosse una pattumiera nessuno ce lo aveva mai detto. Ce ne siamo accorti noi. Un giorno il trattore con il quale stavamo arando un campo ha bucato la gomma. Sotto il primo strato di terra c’era un tappeto di vetri. E poi i cinghiali, col tempo, hanno fatto il resto...».Maurizio Pagliarini, 46 anni, dal giugno 2001 ha in affitto la Cascina dei Piani, a Masone, trenta ettari che per anni sono stati un’immensa discarica nella quale è finito di tutto. Anche rifiuti ospedalieri, in abbondanza. E chissà cos’altro. Due anni fa a Pagliarini hanno diagnosticato il linfoma di non Hodgink, il tumore al sistema linfatico. Dieci mesi di chemioterapia e la concreta speranza di farcela. Da venti giorni il cane che da più tempo è nella cascina, Max, un Labrador, è affetto dallo stesso male. Lo ha confermato la biopsia eseguita in un studio veterinario di Genova. Quando, cinque anni fa, dal marchese Giacomo Cattaneo Adorno (da tre anni latitante) prese in affitto la tenuta Paglierini pensava di avviare un’azienda agrituristica specializzata nella pet-therapy, la cura degli uomini con l’aiuto degli animali. Ha addestrato quindici cani, tre cavalli. Del gruppo da qualche mese fa parte anche il cane “Boh”, quello di Striscia la Notizia. Ma l’attività non ha potuto decollare.Quando ha scoperto che sui prati “fiorivano” boccette di medicinali, provette, flebo, garze e altro pattume del genere che ha fatto?«Era la primavera del 2003,
nel frattempo era tutto pronto: cinque camere per il “bed &breakfast”, una sala-ristorante per trentacinque coperti. Mi sono subito rivolto al marchese. All’epoca non era ancora latitante. Mi ha assicurato che il terreno sarebbe stato bonificato. E che in cambio mi avrebbe messo a disposizione un altro terreno, sano, per avviare l’attività. Nonostante tutto i suoi avvocati pretendevano comunque il pagamento delle rate d’affitto».E in tutti questi anni nessuno a Masone si era accorto di quello che c’era lì sotto?«Lo sapevano in tanto, io l’ho scoperto tardi.Ho saputo che la precedente affittuaria, una signora di Ovada, aveva avuto gli stessi problemi ed era andata in causa (a giugno ha vinto anche in appello, il marchese dovrà risarcirla di quasi 500 mila euro, ndr). Se n’era andata alla fine del 2000, sei mesi prima che arrivassimo. Evidentemente prima di firmare il contratto con noi qualcuno ha provveduto a ricoprire con un altro strato di terra i rifiuti».E poi come è andata?«Le promesse sono rimaste tali. Nessun risarcimento. Anzi, pressioni per pagare l’affitto. .Mi sono rivolto ad un avvocato e ho commissionato una perizia sui terreni».A chi si è rivolto?«Ad un chimico».A che conclusioni è giunto?«Ha rilevato che il terreno inquinato è di almeno centomila metri quadrati. Ha analizzato l’acqua di una sorgente accertando che ci sono tracce riconducibili, probabilmente,alla “digestione” dei rifiuti». E ora?«La Digos ha fatto un sopralluogo, c’è un’inchiesta della Procura. Vedremo. Intanto di qui ce ne andiamo».
ANDREA FERRO
L’INCHIESTA
La Procura ha aperto un fascicolo, sopralluogo della Digos sui terreni
Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Gabriella Marino che l’ha ricevuto dall’“aggiunto” Mario Morisani. Le indagini sono condotte dalla Digos. Il sindaco di Masone, Livio Ravera, ha annunciato che oggi prenderà contatti con gli inquirenti ed è pronto ad intervenire con provvedimenti “ad hoc”. Nell’area “incriminata” fino a metà degli anni Sessanta, ha dichiarato il primo cittadino, il comune di Genova ha trasportato rifiuti provenienti dall’inceneritore della Volpara. Una discarica alla luce del sole ma assolutamente abusiva. Negli archivi del comune di Masone non esisterebbero infatti atti che, nel corso del tempo, ne abbiano certificato l’esistenza.
RIFIUTI TOSSICI A MASONE
Il sindaco:
«E’ una discarica abusiva, tutti lo sanno ma nessuno è intervenuto»
«Per anni da Genova hanno trasportato i i rifiuti della Volpaia senza alcuna autorizzazione. Erano altri tempi... Spero che la magistratura faccia chiarezza»
Nessuno sa cosa c’è veramente là sotto. E nessuno, in quarant’anni, si è preoccupato di saperlo. L’immensa pattumiera dei Piani di Masone di proprietà del marchese (latitante) Giacomo Cattaneo Adorno è un mistero a cielo aperto. Perché sono anni che dall’erba, su una superficie di almeno trenta ettari, fioriscono reperti inquietanti. Soprattutto rifiuti ospedalieri: provette, flaconi di medicinali, bisturi, calzari, flebo. Quando c’è il sole luccicano. Tutti vedono, si abbagliano. E fanno finta di niente. Adesso tocca ad un magistrato, il sostituto procuratore Gabriella Marino che ha ricevuto l’incarico dall’“aggiunto” Mario Morisani, e ai poliziotti della Digos “scavare”. Ma perché in tutti questi anni la montagna di “rumenta” è stata ignorata? Perché nessuno si è preoccupato di fronte alle possibili conseguenze ambientali di così tanto pattume di provenienza inquietante? Il sindaco di Masone, Livio Ravera, 34 anni,Margherita, da due alla guida del paese, prova a rispondere così: «E’ una situazione cristallizzata, avviene così in tutti in quei comuni dove ci sono siti in passato utilizzati come discarica».
Quindi il sindaco, come autorità sanitaria, non ha mai pensato di preoccuparsi dell’eventuale nocività di quella massa di rifiuti sepolta sotto una superficie di almeno trenta ettari?
«No».
Perché?
«Perché nessun’altra autorità sanitaria o di polizia mi ha fatto pervenire segnalazioni che potessero indicare un pericolo per l’ambiente e le persone. Almeno da quando io sono sindaco...».
Però non è così rassicurante vedere quella roba...
«In paese tutti hanno sempre saputo».
Cosa?
«Che lì fino a metà degli anni Sessanta c’era una discarica ».
Proprio lì?
«Sì, da quello che so un po’ in tutta quella zona».
Una discarica autorizzata?
«No. La sua esistenza non è mai stata certificata da alcun atto dell’amministrazione. D’altronde in quegli anni le normative in materia erano molto blande».
E i rifiuti da dove arrivavano?
«Da Genova, dalla Volpara Era direttamente il comune di Genova con i propri mezzi a trasportare la spazzatura nel nostro territorio».
Rifiuti di tutti i tipi?
«Come posso saperlo».
Poi un giorno la discarica chiude. Ma la bonifica non parte visto che, ammesso che parliamo sempre degli stessi terreni, a distanza di anni continua ad affiorare di tutto.
«Non siamo in grado di stabilire cosa sia stato fatto. Quella pattumiera, diciamo così, è un’eredità del passato».
Con la quale convivete senza farvi troppe domande.
«Attenzione. La gente di Masone non è insensibile alle istante ambientali. Basti pensare che negli ultimi anni abbiamo detto due volte no alla Regione che voleva insediare sul nostro territorio un sito per lo smaltimento di rifiuti tossici».
D’accordo. Ma ora c’è un’inchiesta della magistratura.
«L’ho saputo dal “Corriere Mercantile”. Lunedì andrò in Procura a chiedere notizie. Quando e se sarà necessario sono pronto ad assumere tutti quei provvedimenti che possono rientrare nelle mie competenze in ordine all’eventuale inquinamento delle falde acquifere».
Un auspicio?
«Come sindaco non posso che augurarmi che venga fatta piena luce sui potenziali pericoli derivanti dalla discarica. E non posso che salutare come benvenuto ogni intervento mirato alla completa bonifica e messa in sicurezza del sito».
ANDREA FERRO
INTERVIENE LEGAMBIENTE.
Andrea Agostini: «La salute dei cittadini è secondaria, prevalgono altri interessi»
«Se non interviene la magistratura nessuno si muove. L’esempio della Stoppani di Cogoleto è illuminante. Ci sono intere aree sotto le quali nel corso del tempo la criminalità organizzata ha sepolto rifiuti di tutti i tipi»
E’ una vecchia storia. Se non interviene direttamente la magistratura nessuno si muove. Perché le amministrazioni locali, Provincia e comuni, di fronte alla salute dei cittadini e ad una efficace politica di salvaguardia ambientale antepongono altri interessi: politici, economici, sociali».
Andrea Agostini, di Legambiente, si sorprende ma neppure troppo di fronte alla brutta storia della discarica di rifiuti (anche tossici) dei Piani di Masone. Per gli ambientalisti è l’ennesimo esempio di un certo modo di gestire le emergenze ambientali. «E’ tipico della nostra provincia. Penso per esempio alla vicenda della Stoppani. Se non ci fosse stata un’azione incisiva della magistratura il comune di Cogoleto avrebbe fatto finta di niente. Eppure le spiagge erano inquinate».Ma per Agostini in casi del genere anche il lavoro dell’autorità giudiziaria spesso è in salita. «I magistrati - spiega – si trovano di fronte a situazione pregresse, dopo tanto tempo non è semplice risalire ai responsabili, diventa difficile perseguire questo tipo di reati».Al di là dell’aspetto strettamente penale resta il fatto che in molti comuni esistono delle vere e proprie bombe ecologiche da disinnescare. «Penso per esempio all’entroterra del levante – prosegue Agostini -. Ci sono intere aree sotto le quali nel corso del tempo la criminalità organizzata ha sepolto rifiuti di tutti i tipi. Andate poi a Lavagna...». E la bonifica? «Trattandosi di terreni privati non è semplice poter procedere alle analisi e quindi agli interventi successivi».Però a qualcuno dovrebbe spettare la tutela dell’ambiente e della salute.«E’ una prerogativa della Provincia, dei carabinieri del Noe, dei comuni. Maalla fine sopra tutto e tutti prevale la volontà politica di fondo. Ripeto: l’esempio della Stoppani di Cogoleto è illuminante».E a Masone che sta succedendo? «Siamo nella stagione estiva – spiega Agostini -. E’ un comune di villeggiatura. C’è da tutelare una certa immagine, sono le valli del latte». La distesa dei Piani è di proprietà del marcheseGiacomo Cattaneo Adorno (latitante da anni, ndr). «Quel signore – dice Agostini - è già indagato per una storia simile in via Piombelli, a Rivarolo».
[a.f.]
Sotto pochi centimetri di terra scavando con una zappa sono stati trovati bisturi arrugginiti, flebo, camici, suole di scarpe, calzari, flaconcini di vetro di vari colori, confezioni di medicinali, provette. Una perizia ha già rivelato la presenza di amianto nell’acqua di una sorgente della zona. I rifiuti sarebbero stati depositati abusivamente negli anni Ottanta
SCOPERTA UN’IMMENSA PATTUMIERA DI TRENTA ETTARI
Una montagna di rifiuti tossici
La Procura apre un’inchiesta:
blitz della Digos nelle terre del marchese Cattaneo Adorno
E’ un tappeto che affiora sotto l’erba e che la pioggia, i cinghiali e il tempo hanno svelato. Tra i prati e i castagneti, in una distesa di almeno trenta ettari che sa di natura incontaminata, sotto uno strato di appena pochi centimetri di terriccio, qualcuno ha nascosto un’immensa discarica di rifiuti. Apparentemente di un solo tipo: ospedalieri. E’ bastata una zappa. Chissà cosa farebbe una ruspa. In un attimo come reperti inquietanti abbiamo trovato bisturi arrugginiti, flebo, camici, suole di scarpe, calzari, flaconcini di vetro di vari colori, confezioni di medicinali, provette. Masone, località i Piani, le valli del Latte, lembo di Liguria che bussa al Piemonte. In paese c’è chi dice «che lo sapeva».
Ancora recentemente se n’è parlato. Ma ben pochi sanno che adesso, in gran segreto, la Procura ha deciso di aprire un fascicolo. La Digos ha già avviato un lungo sopralluogo. L’area potrebbe essere presto posta sotto sequestro per procedere a scavi che per anni nessuno ha mai ordinato.
■ LA PERIZIA - L’inchiesta è stata aperta dal procuratore aggiunto Mario Morisani. Agli atti c’è già una perizia. Ad eseguirla è stato un biologo incaricato da un imprenditore che cinque anni fa prese in affitto l’area con l’obiettivo (diventato poi irrealizzabile) di aprire un’azienda agrituristica. Le conclusioni di questo studio sono allarmanti. Attraverso una decina di “carotaggi” compiuti a campione su varie parti degli oltre trenta ettari del terreno si è stabilito che, mediamente, sotto uno strato di non oltre trenta centimetri ci sono tracce inequivocabili e consistenti di rifiuti: ospedalieri, tossici, edilizi. “Pattume” speciale mai trattato adeguatamente come prevedono le norma e il buon senso. Senza un certo tipo di precauzioni il rischio di gravissimi danni ambientali (pensiamo alla contaminazione delle falde acquifere) è altissimo. E non sarebbero casuali quindi i risultati dell’analisi compiuta su una sorgente della zona: gli esami in laboratorio hanno rivelato che nell’acqua c’è una “significativa” percentuale di amianto.
■ CENTOMILA METRI CUBI - E’ la massa di terra da movimentare per stabilire cosa si nasconde per trenta ettari sotto un esile strato di erba e terriccio. A stabilirlo è stato il biologo nel corso della perizia. Secondo la quale si ipotizza la presenza di almeno trentacinquemila metri cubi di rifiuti di tutti i tipi.
■ IL PROPRIETARIO – I trenta ettari fanno parte di un territorio, davvero sterminato, intestato al marchese Giacomo Cattaneo Adorno, il facoltosissimo imprenditore genovese latitante da anni e coinvolto in varie inchieste riconducibili alla “Tangentopoli” genovese di metà degli anni Novanta. L’area si estende da Masone fino al comune di Bosio, in provincia di Alessandria. Attraverso i suoi avvocati il marchese in fuga è stato in causa con una signora di Ovada che a metà degli anni Novanta prese in affitto l’area anche lei con l’intenzione di avviare un’azienda agrituristica. E ha sempre perso. Lo scorso 15 giugno anche il giudice d’appello ha confermato il risarcimento a favore della donna stabilito in primo grado: poco meno di 500 mila euro.
■ CHI HA PORTATO I RIFIUTI?- E’ quanto dovranno stabilire la Procura e la Digos. E non c’è solo quello da scoprire. Da quando sono stati interrati? Forse, negli anni Ottanta. Forse, prima. Sui “reperti” che abbiamo recuperato non ci sono tracce leggibili che possano indicare date di produzione o di utilizzo. Su un flacone di plastica la scadenza è scolorita. Uno dei bisturi che abbiamo trovato era quasi deformato dalla ruggine. Sulle flebo le etichette sono state decomposte dalla pioggia e dal fango. Ben difficilmente dalla semplice analisi dei singoli rifiuti si potrà stabilire la data e tantopiù la provenienza.
■ IL TRASPORTO - Di sicuro c’è che questa massa di migliaia di metri cubi di rifiuti speciali qualcuno l’avrà ben trasportata. E non certo in mondo invisibile. Con ogni probabilità per un certo tempo i camion hanno fatto la spola tra la provinciale e poi su per via Romitorio fino ai Piani. Oltretutto i prati sono collegati alla viabilità comunale da una serie di strade bianche carrozzabili. Larghe, apparentemente sproporzionate. Non è un azzardo pensare che tracciarle con quelle dimensioni non sia stata affatto una casualità.
■ LA DISCARICA - I trenta ettari sotto i quali sono sepolti i rifiuti speciali confinano con un’area che fino agli Sessanta fu una vera e propria discarica ufficiale. Dove arrivavano rifiuti solidi urbani ma pare anche “speciali” provenienti da altri comuni, compreso Genova. Poi, anche a seguito delle proteste degli abitanti, quella discarica fu chiusa e bonificata. Era un’epoca in cui le normative di salvaguardia ambientale e più in generale in materia di rifiuti erano molto blande. Il sospetto è già in quegli anni oltre alla discarica ufficiale (di circa cinque ettari) anche l’immensa area circostante era stata trasformata, in questo caso abusivamente, in una pattumiera dalle dimensioni sterminate. C’è un’altra ipotesi che lega i due “siti”. Nei trenta ettari potrebbero essere stati trasferiti i rifiuti (non solo quelli ospedalieri) rimossi dalla discarica ufficiale. Insomma una bonifica: rapida e a basso costo per chi l’avrebbe condotta magari prospettando alle autorità competenti destinazioni e budget ben diversi. Un’ipotesi, ripetiamo. Che nessuno però in tutto questo tempo ha mai scandagliato.
ANDREA FERRO
CRONACA
Undici anni al terzogenito del boss, Giuseppe Salvatore. Tre in meno rispetto al primo grado. E' accusato di associazione a delinquere
Mafia, ridotta in appello la pena al figlio di totò Riina
PALERMO - I giudici della corte d'appello hanno ridotto la pena per Giuseppe Salvatore Riina, 28 anni, terzogenito del boss Totò Riina, ai quali sono stati inflitti 11 anni e otto mesi. In primo grado il giovane era stato condannato a 14 anni e otto mesi di reclusione dai giudici del tribunale di Palermo.
Riina jr è accusato di associazione mafiosa finalizzata all'assegnazione di appalti, riciclaggio ed estorsione.
Il figlio di "Totò u curto" era stato arrestato il 5 giugno del 2002, accusato dagli inquirenti di gestire gli affari di famiglia al posto del padre, in carcere dal '93, e del fratello maggiore Giovanni, condannato all'ergastolo per omicidio.
Riduzioni di pena sono state decise dalla corte, presieduta da Salvatore Scaduti, anche per altri coimputati del figlio del boss. Per uno di loro, Giuseppe Diesi, è stata ordinata la scarcerazione. E' stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa e condannato a tre anni solo per tentata estorsione. In primo grado Diesi aveva avuto sette anni e otto mesi.
Ridotte le pene anche per Stefano Greco, accusato di favoreggiamento, al quale sono stati inflitti otto mesi. Il tribunale lo aveva condannato a due anni.
Antonino Bruno ha avuto sette anni e quattro mesi (9 anni e dieci mesi in primo grado) mentre Emiliano Baiamonte a cinque anni e quattro mesi (7 anni in primi grado).
CRONACA
Oggi l'anniversario della strage mafiosa di via d'Amelio. Il messaggio
del presidente alla vedova Agnese, i fiori della città sul luogo dell'attentato

Palermo commemora il magistrato ucciso con cinque agenti della scorta Borsellino,14 anni fa la strage di via D'Amelio

Messaggio del presidente Napolitano
alla moglie del giudice ucciso: «Il suo sacrificio resta un monito»
PALERMO - «Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno». Lo ripeteva spesso Paolo Borsellino, sapendo di avere ancora poche settimane di vita. Lo ripeteva spesso, dopo la strage di Capaci in cui morì il collega e, soprattutto, l'amico Giovanni Falcone. Borsellino sapeva che i boss mafiosi avrebbero ucciso anche lui. E così è stato. Cosa Nostra ha stroncato la sua vita in una caldissima domenica d'estate di quattordici anni fa, insieme con quella di cinque agenti della scorta, Walter Cusina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina, tutti spazzati via dal tritolo che li fece a brandelli. Borsellino aveva un forte rapporto con la morte, era presente in ogni parte della sua vita. Temeva per gli altri, per la sua famiglia, per i ragazzi della scorta. Ci sono voluti molti anni, ma alla fine gli assassini del giudice sono stati puniti. È dello scorso 21 aprile la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Catania che ha inflitto tredici condanne all'ergastolo nel processo a sedici presunti boss mafiosi accusati di essere i mandanti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
A quattordici anni di distanza Palermo ricorda e commemora la strage di via D'Amelio con numerose manifestazioni. Con il silenzio suonato dalla tromba di un poliziotto è stato ricordato proprio sul luogo dell'attentato il giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio del 1992 con cinque agenti della scorta. Presenti sul luogo della strage il ministro della Giustizia Clemente Mastella, il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, il presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto ed un rappresentante del Comune di Palermo oltre al prefetto Giosuè Marino. Mastella ha incontrato in via D'Amelio anche Rita Borsellino, sorella del magistrato e leader dell'Unione in Sicilia. Una corona di fiori è stata deposta sulla tomba di Paolo Borsellino dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso e dal Questore di Palermo, Giuseppe Caruso. Davanti alla sepoltura del magistrato si sono raccolti investigatori e inquirenti. A Palazzo di Giustizia l'Associazione Nazionale Magistrati ha ricordato Borsellino con una assemblea alla quale hanno partecipato nell'aula magna decine di magistrati, fra cui Francesco Messineo, neo procuratore di Palermo, che non si è ancora insediato. Nel pomeriggio il Sottosegretario agli Interni, Marco Minniti, e il capo della polizia Gianni De Gennaro hanno preso parte a un'altra cerimonia alla caserma della polizia Lungaro.
IL MESSAGGIO DI NAPOLITANO - «Il sacrificio di Paolo Borsellino resta di monito a non abbassare mai la guardia nella lotta per debellare le insidie, ovunque si annidino, di questo gravissimo fenomeno criminoso». È quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio alla signora Agnese Borsellino in occasione del quattordicesimo anniversario dell'uccisione a Palermo del magistrato e della sua scorta. «Il 19 luglio 1992 - ricorda Napolitano nel suo messaggio alla vedova del giudice - l'arroganza spietata della criminalità mafiosa stroncava la vita di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta Catalano, Cosina, Loi, Li Muli e Traina. Resta indelebile nella memoria l'angoscia e il dolore dei giorni in cui il delirio di onnipotenza della cupola mafiosa, già abbattutosi contro Giovanni Falcone, sua moglie e altri coscienziosi agenti di polizia, culminò nel tentativo di scardinare, colpendo le sue più ferme e intransigenti espressioni, l'ordinamento dello Stato e delle sue istituzioni. Possiamo dire oggi che quella strategia si è rivelata illusoria e che il sacrificio dei servitori dello Stato non è stato vano».
LA SORELLA RITA - «Ogni anno si ritrova la speranza di andare avanti e la forza di combattere ancora. Il segno più bello è la presenza di ragazzini di 13 anni che non erano nati al momento della strage ma che sono qui per ricordare il sacrificio di uomini come mio fratello. È la testimonianza tangibile di una memoria che viene tramandata». Lo ha detto Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso in via D'Amelio e leader del centrosinistra all'Assemblea regionale Siciliana. «Le istituzioni colgano i messaggi di speranza e di lotta costruttiva di questi bambini a cui è affidato il futuro di questa terra, in cui la giustizia è troppe volte ignorata - continua la Borsellino -. Siamo attoniti ma non meravigliati delle collusioni mafia-politica, mafia-economia. Come si può andare avanti così?».
MASTELLA - «Sono qui per onorare un eroe della democrazia». Così il Guardasigilli Clemente Mastella al suo arrivo in via D'Amelio, a Palermo, il luogo della strage in cui 14 anni fa morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Mastella ha poi deposto una corona di fiori sotto la lapide che ricorda la strage.


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di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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