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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Don Ciotti, serve testo unico sui beni confiscati.
Fondatore "Libera" propone anche nuova agenzia nazionale
"Bisogna lavorare sul piano politico a un testo unico sui beni confiscati; alla legge 109 del '96 sono seguite altre norme che hanno determinato delle contraddizioni che vanno risolte''. Lo ha detto Don Luigi Ciotti, fondatore di 'Libera', partecipando a un incontro a Palermo organizzato da Legacoop Sicilia che ha lanciato una raccolta di firme per la promozione di un disegno di legge d'iniziativa popolare sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra. In base agli ultimi dati disponibili, in possesso di 'Libera', sono stati fino ad ora confiscati 7.199 beni ma soltanto 3.301 sono stati destinati. La Sicilia risulta al primo posto per numero di confische: 3.168. Assieme a un testo unico "che dovrebbe poi essere esportato anche a livello europeo per intercettare i patrimoni delle organizzazioni criminali che fanno grandi affari soprattutto nei paesi dell'est", Don Ciotti auspica la "costituzione di un nuovo
organismo che si occupi dei beni dal sequestro alla destinazione, e che sia meno burocratico". "Penso - ha aggiunto - ad una Agenzia nazionale oppure a una struttura che funzioni da braccio operativo del Demanio". Per il fondatore di 'Libera' "occorre utilizzare i beni sottratti ai mafiosi nel modo migliore, evitando il mancato uso o la distruzione come purtroppo avviene oggi". "Questi beni sono cosa nostra - ha concluso Don Ciotti - nel senso che sono dell'intera collettivita".
CRIMINALITA' E IMPRESE, OGNI GIORNO ALLA MAFIA 200 MLN EURO
ARRIVA L'AGROMAFIA, VALE 7,5 MLD
ROMA - "Ogni giorno 200 milioni di euro passano dalle mani degli imprenditori a quelle dei mafiosi e di questi 80 milioni sono a vario titolo sborsati dai commercianti italiani". E' il dato più inquietante del rapporto 2006 "Sos impresa" della Confesercenti che descrive come la criminalità organizzata mette le mani sulle attività imprenditoriali e commerciali.
Il resoconto, presentato oggi a Roma, evidenzia come la mafia abbia raggiunto un fatturato di 75 miliardi di euro "pari ad un colosso come l' Eni, doppio di quello dela Fiat e dell' Enel, dieci volte maggiore di quello della Telecom". Ma il vero fatto nuovo è "la capacità delle cosche di intervenire con proprie imprese nelle relazioni economiche stabilendo collegamenti collusivi con la politica e la burocrazia soprattutto per il controllo del sistema degli appalti e dei servizi pubblici". E' una attività spiegano gli analisti della Confesercenti, che si sviluppa con la trasformazione della struttura stessa dell' organizzazione criminale: "Emerge una 'borghesia mafiosa', una 'mafia dalla faccia pulita', costituita da gruppi di imprenditori, professionisti , amministratori che in cambio di favori, curano gli interessi locali dei clan, il più delle volte prendendone le redini".
Settori principe della pressione mafiosa sia per prelevare denaro sia per reinvestirlo restano il commercio e il turismo, ma prendono piede l' industria del divertimento, la ristorazione veloce, i supermercati, gli autosaloni, i settori della moda e perfino dello sport. "Le mafie - evidenzia la ricerca - sono presenti con proprie imprese nei comparti dell' intermediazione e delle forniture. Operano nel settore immobiliare, acquisiscono partecipazioni societarie, sono presenti nel Gotha finanziario di mezza Europa". L' usura il racket coprono quasi la metà del fatturato della mafia: la prima voce movimenta denaro per 30 miliardi di euro e per i 150 mila commercianti colpiti rappresenta costi per circa 12 miliardi; la seconda copre un giro di dieci miliardi e riguarda 160 mila commercianti costretti a sborsare un totale di sei miliardi di euro.
IL PIZZO - Il fenomeno interessa soprattutto le grandi città metropolitane del sud. In Sicilia è colpito l' 80 per cento dei negozi di Catania e Palermo. Paga il 70 per cento delle imprese di Reggio Calabria, il 50 di Napoli, del nord del barese e del foggiano. In Campania il fenomeno ha punte massicce nelle zone di Caserta, Napoli e nella provincia di Salerno.
L'USURA - Poiché ognuno dei 150 mila commercianti sotto botta si indebita con più strozzini "le posizioni debitorie" sono stimate in oltre 450 mila "ma ciò che più preoccupa è che almeno 50 mila sono con associazioni per delinquere di tipo mafiose finalizzate all' usura". Gli interessi sono ormai stabilizzai oltre il 10 per cento mensile. Le tre regioni più colpite sono la Campania, con 26 mila commercianti colpiti; il Lazio con 23 mila 200; e la Sicilia con 21.500.
LE DONNE E I RAGAZZINI - Cambiano i modi di estorcere soldi ma cambiano anche i soggetti. L' arresto dei capi storici ha prodotto un duplice fenomeno: al ruolo di boss sono state promosse molto loro donne in Sicilia, Puglia e Campania; l'età degli estorsori si è abbassata di molto, molto spesso si ricorre a minorenni.
CRONACA
Undici anni al terzogenito del boss, Giuseppe Salvatore. Tre in meno rispetto al primo grado. E' accusato di associazione a delinquere
Mafia, ridotta in appello la pena al figlio di totò Riina
PALERMO - I giudici della corte d'appello hanno ridotto la pena per Giuseppe Salvatore Riina, 28 anni, terzogenito del boss Totò Riina, ai quali sono stati inflitti 11 anni e otto mesi. In primo grado il giovane era stato condannato a 14 anni e otto mesi di reclusione dai giudici del tribunale di Palermo.
Riina jr è accusato di associazione mafiosa finalizzata all'assegnazione di appalti, riciclaggio ed estorsione.
Il figlio di "Totò u curto" era stato arrestato il 5 giugno del 2002, accusato dagli inquirenti di gestire gli affari di famiglia al posto del padre, in carcere dal '93, e del fratello maggiore Giovanni, condannato all'ergastolo per omicidio.
Riduzioni di pena sono state decise dalla corte, presieduta da Salvatore Scaduti, anche per altri coimputati del figlio del boss. Per uno di loro, Giuseppe Diesi, è stata ordinata la scarcerazione. E' stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa e condannato a tre anni solo per tentata estorsione. In primo grado Diesi aveva avuto sette anni e otto mesi.
Ridotte le pene anche per Stefano Greco, accusato di favoreggiamento, al quale sono stati inflitti otto mesi. Il tribunale lo aveva condannato a due anni.
Antonino Bruno ha avuto sette anni e quattro mesi (9 anni e dieci mesi in primo grado) mentre Emiliano Baiamonte a cinque anni e quattro mesi (7 anni in primi grado).
CRONACA
Oggi l'anniversario della strage mafiosa di via d'Amelio. Il messaggio
del presidente alla vedova Agnese, i fiori della città sul luogo dell'attentato

Palermo commemora il magistrato ucciso con cinque agenti della scorta Borsellino,14 anni fa la strage di via D'Amelio

Messaggio del presidente Napolitano
alla moglie del giudice ucciso: «Il suo sacrificio resta un monito»
PALERMO - «Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno». Lo ripeteva spesso Paolo Borsellino, sapendo di avere ancora poche settimane di vita. Lo ripeteva spesso, dopo la strage di Capaci in cui morì il collega e, soprattutto, l'amico Giovanni Falcone. Borsellino sapeva che i boss mafiosi avrebbero ucciso anche lui. E così è stato. Cosa Nostra ha stroncato la sua vita in una caldissima domenica d'estate di quattordici anni fa, insieme con quella di cinque agenti della scorta, Walter Cusina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina, tutti spazzati via dal tritolo che li fece a brandelli. Borsellino aveva un forte rapporto con la morte, era presente in ogni parte della sua vita. Temeva per gli altri, per la sua famiglia, per i ragazzi della scorta. Ci sono voluti molti anni, ma alla fine gli assassini del giudice sono stati puniti. È dello scorso 21 aprile la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Catania che ha inflitto tredici condanne all'ergastolo nel processo a sedici presunti boss mafiosi accusati di essere i mandanti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
A quattordici anni di distanza Palermo ricorda e commemora la strage di via D'Amelio con numerose manifestazioni. Con il silenzio suonato dalla tromba di un poliziotto è stato ricordato proprio sul luogo dell'attentato il giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio del 1992 con cinque agenti della scorta. Presenti sul luogo della strage il ministro della Giustizia Clemente Mastella, il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, il presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto ed un rappresentante del Comune di Palermo oltre al prefetto Giosuè Marino. Mastella ha incontrato in via D'Amelio anche Rita Borsellino, sorella del magistrato e leader dell'Unione in Sicilia. Una corona di fiori è stata deposta sulla tomba di Paolo Borsellino dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso e dal Questore di Palermo, Giuseppe Caruso. Davanti alla sepoltura del magistrato si sono raccolti investigatori e inquirenti. A Palazzo di Giustizia l'Associazione Nazionale Magistrati ha ricordato Borsellino con una assemblea alla quale hanno partecipato nell'aula magna decine di magistrati, fra cui Francesco Messineo, neo procuratore di Palermo, che non si è ancora insediato. Nel pomeriggio il Sottosegretario agli Interni, Marco Minniti, e il capo della polizia Gianni De Gennaro hanno preso parte a un'altra cerimonia alla caserma della polizia Lungaro.
IL MESSAGGIO DI NAPOLITANO - «Il sacrificio di Paolo Borsellino resta di monito a non abbassare mai la guardia nella lotta per debellare le insidie, ovunque si annidino, di questo gravissimo fenomeno criminoso». È quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio alla signora Agnese Borsellino in occasione del quattordicesimo anniversario dell'uccisione a Palermo del magistrato e della sua scorta. «Il 19 luglio 1992 - ricorda Napolitano nel suo messaggio alla vedova del giudice - l'arroganza spietata della criminalità mafiosa stroncava la vita di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta Catalano, Cosina, Loi, Li Muli e Traina. Resta indelebile nella memoria l'angoscia e il dolore dei giorni in cui il delirio di onnipotenza della cupola mafiosa, già abbattutosi contro Giovanni Falcone, sua moglie e altri coscienziosi agenti di polizia, culminò nel tentativo di scardinare, colpendo le sue più ferme e intransigenti espressioni, l'ordinamento dello Stato e delle sue istituzioni. Possiamo dire oggi che quella strategia si è rivelata illusoria e che il sacrificio dei servitori dello Stato non è stato vano».
LA SORELLA RITA - «Ogni anno si ritrova la speranza di andare avanti e la forza di combattere ancora. Il segno più bello è la presenza di ragazzini di 13 anni che non erano nati al momento della strage ma che sono qui per ricordare il sacrificio di uomini come mio fratello. È la testimonianza tangibile di una memoria che viene tramandata». Lo ha detto Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso in via D'Amelio e leader del centrosinistra all'Assemblea regionale Siciliana. «Le istituzioni colgano i messaggi di speranza e di lotta costruttiva di questi bambini a cui è affidato il futuro di questa terra, in cui la giustizia è troppe volte ignorata - continua la Borsellino -. Siamo attoniti ma non meravigliati delle collusioni mafia-politica, mafia-economia. Come si può andare avanti così?».
MASTELLA - «Sono qui per onorare un eroe della democrazia». Così il Guardasigilli Clemente Mastella al suo arrivo in via D'Amelio, a Palermo, il luogo della strage in cui 14 anni fa morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. Mastella ha poi deposto una corona di fiori sotto la lapide che ricorda la strage.
Pubblichiamo gli articoli de Il Secolo XIX sullo "scalo" ferrovirario di Fegino, una delle segnalazioni che lo scorso anno abbiamo effettuato alle compenti autorità. Che avessimo visto giusto?
[commento di aggiornamento del 28.07.2006]
Curiosi questi soci che non si sopportano, che si insultano e si dichiarano su strade ormai separate e poi te li ritrovi uniti, di nuovo, tramite altre società, con altre persone, ed in un caso nella stessa sede. Vediamo:
L’amministratore della TERMINALGEST srl, LARDERA Danilo, dichiara che le colpe di quanto accaduto nell’area FS di Fegino sono di un suo vecchio socio, con cui ormai si sono divisi, ovvero di SCICOLONE Rosario.
SCICOLONE Rosario è proprietario (quota 4.800,00 euro), con IANNIZZI Domenico (quota 4.800,00 euro) e CASSETTA Maria (quota 2.400,00 euro ed Amministratore Unico) della S.I.L. LOGISTICA srl (costituita il 25/05/2004), con sede in via E. Ferri 27 A rosso a Genova, sempre, quindi, l’area FS di Fegino in concessione alla TERMINALGEST srl.
LARDERA Danilo è proprietario (quota 1.200,00 euro) con CASSETTA Maria (quota 10.800,00 euro ed Amministratore Unico) della C.M.C. LOGISTICA & TRASPORTI srl di Busalazzo in provincia di Alessandria (costituita il 18/03/2005).
Non si conoscono, non si sopportano, sono su strade ormai tanto distanti...che si ritrovano in “cassetta”.
Che, arrivando dopo Bellachioma, Calderoli, Gasparri, Castelli, Tremonti, Moratti & C., il premier Prodi e i suoi ministri vivano un irrefrenabile complesso di superiorità, è comprensibile. Ma, proprio perché arrivano dopo quel lombrosario, dovrebbero sapere che essere un tantino meglio di simili predecessori non è poi un gran merito. E comunque non basta a guadagnarsi la fiducia degli italiani. La fiducia si conquista imparando a render conto delle proprie azioni agli elettori, senza la spocchia dell'«ipse dixit» e dell'«ipse fecit». Qualche esempio.
Il governo annuncia ufficialmente che nessun segreto di Stato verrà posto sul sequestro di Abu Omar. Poi il direttore del Sismi va dai giudici, oppone il segreto di Stato su alcuni documenti-chiave e sostiene che anche il governo Prodi è d'accordo. C'è o non c'è questo segreto di Stato? E, se sì, perché?
Il presunto «controllo parlamentare» sui servizi spetta al Copaco. Con quel che sta emergendo, quest'organismo diventa centrale per fare luce sulle deviazioni del Sismi. La presidenza, che spetta giustamente all'opposizione, è andata all'unanimità al forzista Claudio Scajola. Cioè all'ex ministro dell'Interno che gestì così bene il G8 di Genova, rifiutò di assegnare la scorta a Marco Biagi. E quando, anche grazie alla mancata protezione, questi fu assassinato dalle Br, Scajola non trovò di meglio che dargli dell'«avido rompicoglioni». Più che presiedere una commissione, dovrebbe esser convocato da una commissione per dar conto dei suoi tragici errori. Che cos'è saltato in mente ai parlamentari dell'Unione di eleggerlo al vertice del Copaco? Fermo restando che quel posto spetta alla Cdl, non potevano pretendere un candidato più presentabile? Persino nella Cdl, cercando bene, si può trovare uno più presentabile di Scajola.
Stesso discorso per la giunta delle immunità, anch'essa cruciale vista l'alta densità di imputati in Parlamento. La presidenza è andata a Carlo Giovanardi, celebre per aver insultato tutti i migliori magistrati del Paese e difeso i peggiori lestofanti dal colletto bianco in circolazione. Davvero non s'è trovato niente di meglio? Il primo atto della giunta è stato quello di bloccare all'unanimità l'arresto disposto dai giudici di Bari per l'ex governatore Raffaele Fitto, accusato di un grave caso di corruzione. Lo stesso Fitto aveva chiesto di autorizzare il proprio arresto: era così difficile accontentarlo? Perché le Camere non autorizzano mai la cattura di un proprio membro? Possibile che i giudici che ogni giorno incarcerano centinaia di persone sbaglino sempre quando chiedono di arrestare un parlamentare?
I vertici milanesi della Guardia di finanza che indagano, fra l'altro, sui furbetti del quartierino e su Unipol sono stati azzerati all'improvviso, con procedura d'urgenza. Il ministro Visco giura che Unipol non c'entra e non c'è motivo per dubitarne, anche se le indagini, in attesa dei nuovi arrivati, subiranno oggettivamente un rallentamento. Tutti tuonano contro le fughe di notizie (vere o presunte) sulle indagini. Una settimana fa, in Parlamento, il ministro Amato ha accusato alcune Procure di smerciare le password dei loro database a giornalisti compiacenti: vuol essere così cortese da fornire qualche straccio di prova su un'accusa tanto grave? Sempre a proposito di fughe di notizie: perchè il pm romano Achille Toro, indagato a Perugia per rivelazione di segreti a Consorte sull'inchiesta Unipol insieme al giudice Castellano, è stato promosso capogabinetto del ministro Alessandro Bianchi?
Nel 14° anniversario della strage di via d'Amelio, s'insedia la nuova commissione Antimafia. La Camera ha appena bocciato (con soli 21 voti favorevoli: 14 del Pdci e alcuni di An) l'emendamento Napoli-Licandro che ne escludeva gli imputati di mafia e i condannati per qualsiasi reato. Perché mai i partiti dell'Unione, eccetto il Pdci, ritengono cosa buona e giusta che un pregiudicato o un imputato di mafia vada all'Antimafia?
A proposito: nei giorni scorsi l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella aveva presentato un disegno di legge per consentire la revisione delle sentenze definitive, anche di mafia, emesse prima della riforma costituzionale del "giusto processo": il che avrebbe consentito a noti boss mafiosi condannati all'ergastolo per strage e omicidio di tornare immacolati e ripartire da zero. Un vecchio sogno di Cosa Nostra che diverrebbe realtà. Ieri, dopo l'allarme lanciato dall'Espresso, Pecorella ha ritirato la proposta. Ma subito il rosapugnista on.Enrico Buemi ha annunciato che la ripresenterà lui. E' troppo chiedere se il Buemi è vittima di un colpo di sole o se fra le priorità della maggioranza c'è pure la revisione delle condanne ai mafiosi? E, nel qual caso, perché?
Il programma dell'Unione prevede un atto di clemenza per sfollare le carceri sovraccariche di detenuti. Perché allora il testo-base dell'indulto, compilato dallo stesso on. Buemi, comprende i reati finanziari e di Tangentopoli, visto che per quei reati i detenuti sono pari a zero? Così, tanto per sapere.
CRONACA
Tra le prove a suo carico, anche una lettera a Provenzano in cui scriveva
"Carissimo, spero tanto di trovarla in ottima salute"
Mafia, arrestato il boss Guttadauro, il "portavoce" di Messina Denaro
PALERMO - Secondo gli investigatori, era il "portavoce" del latitante Matteo Messina Denaro. A lui spettava il compito di mantenere i collegamenti tra il capomafia trapanese e Bernardo Provenzano. Una lettera ritrovata nel covo del boss e alcune intercettazioni, però, hanno messo la polizia di Palermo sulle sue tracce. E così per Filippo Guttadauro, accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, questa mattina sono scattate le manette.
Guttadauro, 55 anni, è cognato di Matteo Messina Denaro e fratello del boss mafioso di Brancaccio. Si occupava in particolare di estorsioni nella zona di Castelvetrano ma aveva anche il delicato incarico di portare messaggi a Bernardo Provenzano, che nei "pizzini" lo indicava con il numero 121. "Filippo Guttadauro era un importante anello di congiunzione tra i due capimafia - ha spiegato il capo della Squadra mobile di Palermo, Piero Angeloni - Con il suo arresto, dunque, si dà un ulteriore colpo alla rete di relazioni e rapporti interni a Cosa nostra".
Tra le prove principali che hanno portato all'arresto, avvenuto su ordine dei pm Massimo Russo, Michele Prestipino e Roberto Piscitello, ci sono alcune intercettazioni e una lettera manoscritta, priva di firma e data, ritrovata nel covo di Provenzano l'11 aprile scorso. Secondo i consulenti della Procura, la missiva sarebbe stata scritta proprio da lui. Al suo interno, Guttadauro si rivolge al boss con molta deferenza: "Carissimo - si legge - spero tanto di trovarla in ottima salute, lo stesso posso dirle di me, di tutti noi...". Nel testo, si fa poi riferimento a Matteo Messina Denaro, indicato con il nome di Alessio, e al capomafia di Agrigento, Giuseppe Falsone.
Guttadauro nel '97 era già stato accusato di associazione mafiosa. Condannato, aveva scontato la pena. Nel pomeriggio la Procura invierà al gip la richiesta di custodia cautelare, con la quale chiederà la conferma del fermo di polizia giudiziaria.
Rubavano i codici bancomat dei clienti nei guai dodici commercianti genovesi
La rete di negozianti clonatori adesso è completa. Sgominata la gang dell’ingegnere calabrese, il genio informatico di Crotone, e i suoi cinque collaboratori arrestati a febbraio, capaci di duplicare in serie carte di credito e bancomat a migliaia, la Guardia di Finanza ha individuato l’intera organizzazione dei commercianti e dei commessi che rappresentavano il loro terminale.
Sono i titolari di due videoteche e di una rivendita di cellulari, un benzinaio, quattro negozianti di abbigliamento, un gioielliere (l’elenco è riportato a seguito, ndt). E si aggiungono a quelli individuati all’inizio dell’inchiesta: il punto vendita “Essenza”, il fulcro dell’organizzazione, nel centro commerciale della Fiumara, un benzinaio di Sestri, almeno tre esercizi della riviera genovese di ponente e un night club di Sampierdarena. Tenevano vicino alla cassa degli skimmer, dispositivi per il pagamento con carta di credito, con una memoria elettronica modificata e programmata per immagazzinare i codici segreti dei badge. Ogni pagamento era un numero di serie in più da riversare all’organizzazione. Non solo. Gli apparecchi erano anche a disposizione della gang per spremere il più possibile le carte duplicate, eseguendo false transazioni.
E’ l’esito finale dell’inchiesta partita un anno e mezzo fa dalla caccia a un organizzazione di falsari che aveva messo in circolo quantità enormi di euro fasulli. Il giro delle carte di credito, secondo quanto appurato dal Nucleo provinciale della Guardia di Finanza, serviva ad alimentare l’acquisto di cospicue partite di banconote appena sfornate dalla tipografia clandestina. A tessere le fila era l’ingegnere, al secolo Francesco Lo Monaco, 40 anni: da Cirò Marina (Crotone) gestiva il flusso dei codici segreti attraverso un sito internet. Tra le sue attività parallele c’era anche quella del fishing: con un falso sito delle poste italiane carpiva via e-mail a ignari frequentatori della rete gli estremi dei conti correnti e le password per avere accesso ai risparmi. Trentacinque le perquisizioni eseguite in tutta Italia, di cui 21 a Genova e Chiavari, una a San Remo, 2 a Finale Ligure, per citare quelle in Liguria. Undici commercianti denunciati che rischiano la revoca della licenza, dieci i dipendenti dei negozi finiti nei guai.
AI vertici del gruppo oltre all’ingegnere, due genovesi: Luca Grassi, 40 anni, di Leivi, a Chiavari, in Gran Bretagna nei guai per la falsificazione di permessi di soggiorno in favore di un giro internazionale di prostitute; e Enrico Fustinoni, residente a Genova, di 35 anni, che teneva contatti con Spagna e Francia. Mirna Valesi, anche arrestata, si adoperava per contattare nei negozi i commessi o i gestori disponibili a truffare i clienti. Tra gli arrestati, il titolare di una piccola catena di negozi di ceramiche e arredi per bagno di Alberga (Savona), Fabio Fioravanti, che aveva punti vendita in Liguria e a Milano. Le accuse per i componenti della rete vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla clonazione di carte di credito e bancomat, alla ricettazione, alla frode informatica e al falso.
L’operazione ha portato anche al sequestro di falsi titoli bancari, per un ammontare di 500mila euro, dello stesso tipo già usato per ottenere false fideiussioni bancarie da parte di società calcistiche.
L’ELENCO
I negozianti coinvolti
Eseguivano anche transazioni fasulle con le carte di credito clonate i negozianti denunciati per la loro complicità con la banda dei falsificatori sgominata dalla Guardia di Finanza di Genova. Era il compenso per l’attività di captazione e immagazzinamento dei codici segreti dei loro clienti: incassavano il denaro e rivendevano in nero la merce, assicurandosi un doppio guadagno. Era solo uno dei sistemi truffaldini sperimentati dai venticinque tra commercianti e commessi finiti nei guai: dodici a Genova, gli altri a Imperia, Alberga, Savona e Chiavari. I codici venivano usati per replicare le carte ed eseguire prelievi ovunque ai bancomat dei Paesi dell’Unione Europea. Un giro di affari milionario per acquistare le partite di euro falsi, il core business dell’organizzazione. Ecco tutti gli esercizi commerciali coinvolti e perquisiti nei giorni scorsi a Genova: una videoteca sita in Piazza Piccapietra; un distributore di carburanti sito in via De Marini; un negozio di abbigliamento sito in via Portici dell’Accademia; un negozio di abbigliamento sito in via San Luca; un negozio di cellulari sito in via Brigata Liguria.
Una videoteca sita in Piazza della Vittoria; due negozi di abbigliamento siti in via San Lorenzo; un negozio di abbigliamento e una gioielleria nel complesso commerciale Fiumara; e un negozio di abbigliamento sito in Piazza Brignole.
I RETROSCENA
Pagamenti in badge falsi per i commessi complici
Anche il negoziante infedele aveva un prezzo: centocinquanta euro a badge, o una carta clonata a disposizione ogni dieci codici carpiti. Soldi contanti, generalmente preferiti dai buoni commercianti. Oppure la possibilità di fare prelievi o acquisti a sbafo, alla faccia dei propri clienti. Sono alcuni dei retroscena contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto dei sei della banda dei clonatori e alla perquisizione di ventuno negozi in provincia di Genova. Lo skimmer modificato, secondo il tariffario scoperto dalla Finanza, poteva costare fino a seimila euro.
Hai visto quel film l’altro ieri in tv? Persino i film fanno come noi. Non è difficile. Si compiacciono gli appartenenti alla banda dei clonatori di carte di credito. Si legge nella trascrizione delle intercettazioni, raccolte dagli investigatori delle Fiamme gialle. Si legge in una telefonata di Mirna Valesi, 34 anni, (che lavora in una casa di cura del ponente) del 9 giugno 2005: Hai visto il film di avantieri che hanno fatto su Canale 5? C’era una tipa che ha preso una carta della “ conference”, uguale alla nostra, identica, uguale, uguale, uguale. Ho detto persino i film l fanno non è difficile… I clienti ai quali carpire i codici del bancomat e della carta di credito sono chiamati turisti. In una telefonata del 22 giugno parlano Fabio Fioravanti, 39 anni, (imprenditore titolare di una società di macchine per ufficio) e Luca Grassi, 38 anni: Stiamo andando avanti piano perché i turisti arriveranno. Grassi: Ho capito, ma su che numero siamo di foto? Fioravanti: Eh, poche, dieci quindici non di più. Grassi : Sì, dobbiamo premere il piede sull’acceleratore. Fioravanti: Non dipende da me ma dai turisti che vengono. Grassi: Appena scarichiamo, andiamo a Budapest. Appena collezionato un numero sufficiente di codici un membro dell’organizzazione partiva per monetizzare il tutto, prelevando denaro in contanti agli sportelli di tutta Europa o comprando con le carte clonate. L’uso di una carta è possibile per un certo numero di giorni fino a che il titolare non se ne accorge e le blocca: Finchè va avanti quella cosa lì io batto il chiodo. Se va avanti un mese sto fuori un mese. La media sono nove giorni. Però ce n’è una (carta) che ha pagato anche undici. So quando parto ma non quando torno e sto allungando le medie arrivo anche a dodici, tredici, quattordici.
No all’appello della procura
Mafia albanese - Stop dalla legge Pecorella
di Vincenzo Curia
Un altro colpo all’impalcatura accusatoria del “Processo Kanun”, quello alla cosiddetta mafia albanese. Il ricorso della Procura contro l’assoluzione di dodici imputati è stato vanificato dalla “Legge Pecorella”, in forza della quale “le sentenze di assoluzione emesse in primo grado non sono più appellabili dal pubblico ministero”. Una nuova conferma, sotto certi aspetti, che il procedimento a carico dei componenti di una presunta pericolosa organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali e dell’est europeo, al narcotraffico, estorsioni, detenzione e porto di armi, etc, nacque proprio sotto una cattiva stella. Perché le accuse – si ricorderà – rovinarono sotto il peso di 58 assoluzioni con formule ampie su 94 richieste di condanna. Furono azzerati i reati di associazione mafiosa. Il tribunale inflisse complessivi 260 anni di carcere, sugli 855 richiesti dai pm Silvio Franz e Francesco Nanni. Resistettero al vaglio dei giudici addebiti minori e, soltanto per alcuni, quello di associazione semplice. Quattro imputati riacquistarono subito la liberà; rimasero in carcere soltanto in sette. Questi ultimi sono ancora dentro: l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini nei loro confronti è stata respinta. Nell’ordinanza emessa ieri dalla Corte d’appello (presidente Carlo Caboara; consiglieri Massimo Cappello e Sergio Vallarono; pg Pio Macchivello) si parla di pericolo di fuga, delle personalità degli imputati e della loro tendenza a delinquere, di frequentazioni di ambienti malavitosi, di rapporti con connazionali che potrebbero agevolare la fuga dall’Italia. Trattandosi di vicenda estremamente complessa, sia per il numero degli imputati ancora detenuti, sia per la molteplicità delle accuse, sia per il necessario approfondimento delle singole posizioni, il procedimento è stato aggiornato al prossimo 2 ottobre. Un rinvio inevitabile. Nel dossier originario (500 pagine) erano condensati i risultati di un’inchiesta con pochi precedenti. L’organizzazione veniva descritta cinica e crudele, gruppo malavitoso che aveva rapito, violentato, deportato decine di ragazze. Con storie di episodi brutali, che avevano avuto come teatro Milano, Caserta, Bologna, Firenze, Arezzo, Pisa, Treviso, l’Albania, Chiavari, Lavagna e naturalmente anche Genova.


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