
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
Avevano indagato sugli scandali Antonveneta e Parmalat
Le Fiamme Gialle: sia garantita la continuità investigativa
Milano, Gdf azzerata - Rimossi quattro ufficiali
Il viceministro all'economia: "Nessun legame col caso Unipol"
di LUCA FAZZO
MILANO - Via da Milano un generale, un colonnello, un tenente colonnello, probabilmente anche un maggiore: inizia così il nuovo corso della Guardia di Finanza sotto la guida di Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, oggi viceministro all'Economia con delega sulle Fiamme Gialle.
La decisione non è ancora formalizzata dal comunicato ufficiale, ma tra i massimi livelli della Finanza circola già l'elenco definitivo dei nomi: i nomi di chi parte e i nomi di chi arriva, l'elenco completo della prima operazione di "spoil system", di avvicendamento totale, all'interno di una struttura tanto delicata. Che va a colpire i reparti che, con luci ed ombre, in questi anni sono stati il braccio operativo della procura della Repubblica di Milano sul fronte della criminalità economica, a partire dai casi Parmalat e Antonveneta.
L'azzeramento totale dei vertici della Finanza di Milano non poteva non destare attenzione all'interno della procura. I vertici della magistratura milanese si sono interrogati a lungo sull'atteggiamento da tenere di fronte a questo vistoso cambio di uomini e di scenario.
Da un lato c'era l'esigenza di non far sentire abbandonati a se stessi ufficiali che da anni collaborano con le inchieste milanesi, dall'altra la convinzione che non fosse legittima una ingerenza negli affari interni della Guardia di Finanza. E, negli equilibri interni alla procura milanese, avrebbero pesato anche le divisioni tra i pubblici ministeri che in questi anni hanno sviluppato un rapporto di fiducia con la Finanza e quelli più freddi con l'attuale gruppo dirigente delle Fiamme Gialle. Il tutto in un ambiente nel quale le fughe di notizie - in particolare quelle relative al caso Impregilo e al caso
Unipol-Antonveneta in cui fu coinvolto il segretario ds Piero Fassino - hanno segnato più di un'inchiesta.
Alla fine, il procuratore capo Manlio Minale ha deciso di prendere carta e penna e scrivere a Roberto Speciale, comandante generale della Finanza, limitandosi a sottolineare l'importanza della continuità dell'attività investigativa.
Da Milano se ne andranno uno dopo l'altro gli ufficiali che oggi occupano i posti chiave: il generale Mario Forchetti, comandante regionale, trasferito a Torino (al suo posto il generale Marcello Gentili); il colonnello Rosario Lorusso, comandante provinciale; il tenente colonnello Virgilio Pomponi anche lui trasferito a Roma (che verrà sostituito dal tenente colonnello Maccani, in arrivo da Bologna), comandante del Nucleo di polizia tributaria. Anche il generale Minervini, comandante interregionale Lombardia, è stato trasferito a Roma, ai reparti speciali. A rischio anche il posto del maggiore Vincenzo Tomei, che comanda il gruppo investigativo specializzato in polizia giudiziaria, quello a contatto più diretto con la Procura: Tomei, che è a Milano da poco, potrebbe rimanere nel capoluogo lombardo, ma con un incarico meno in vista.
La rivoluzione viene presentata come un normale avvicendamento dal viceministro Vincenzo Visco, che ieri in serata ha smentito l'ipotesi che gli avvicendamenti siano legati al caso Unipol: "Un falso costruito ad arte, è un normale avvicendamento". Ma tra gli addetti ai lavori molti pensano che la vera ragione del brusco turnover stia nel Dna dei quattro ufficiali: tutti, ma in particolare Forchetti e Pomponi, considerati troppo vicini al generale Emilio Spaziante, attuale capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza. Spaziante, che ha un passato nei servizi segreti e nell'intelligence interna delle Fiamme Gialle, è in rotta di collisione con Visco fin dal tempo dei governi dell'Ulivo. Oggi Visco lo accusa di essersi legato a doppio filo a Giulio Tremonti quando questi era ministro dell'Economia e di avere colonizzato Milano con ufficiali a lui fedeli in modo da monitorare le iniziative della Procura milanese.
Nella zona portuale Camionista torinese “pizzicato” con cinquanta chili di “fumo”
Un camionista torinese in manette e 50 chili di hashish sequestrati: è il bilancio di un’operazione condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Genova l’altra mattina nella zona portuale a seguito di alcune indagini su cui vige ancora il massimo riserbo. In manette, con l’accusa di detenzione illegale di sostanza stupefacente, è finito il dipendente di una ditta di autotrasporti, incensurato, forse al suo primo trasporto di droga, Calogero Massimo Altovino, di 39 anni, nato a Riesi (Caltanissetta), e residente a Torino.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quando è stato fermato per il controllo, Altovino era al volante di un camion, appena sbarcato da un traghetto, in arrivo dalla Spagna. La droga, il cui valore commerciale è stato stimato dalla polizia tra i 100 ed 150 mila euro, era stata nascosta in un doppio fondo del pianale del camion e con molta probabilità era destinata al capoluogo piemontese. Gli accertamenti degli investigatori proseguono per cercare di capire se l’uomo facesse parte di un’organizzazione, come si ipotizza, e in che località ha caricato lo stupefacente, che si presume arrivi da un Paese del nord Africa. L’Arresto del camionista, che si aggiunge ad altre numerose indagini analoghe, conferma come il porto di Genova rimanga uno dei più importanti snodi da dove transitano molte delle attività illecite fra Europa e nord Africa.
Operazione della Mobile
Mezzo quintale di hashish sequestrato in porto
Nascosto nel doppio fondo di un camion
Mezzo quintale di hashish è stato sequestrato giovedì mattina in porto dalla polizia. In manette, con l’accusa di detenzione illegale di sostanza stupefacente, è finito il dipendente di una ditta di autotrasporti, sul cui camion è stata trovata la droga. E’ Calogero Massimo Altovino, 39 anni, originario di Riesi, in provincia di Caltanisetta, e residente a Torino.
L’operazione è stata portata a termine dalla Squadra Mobile della Questura l’altra mattina nella zona portuale a seguito di una lunga attività di indagine. La persona è finita in manette è incensurata e la polizia non esclude che fosse al suo primo trasporto di droga.
Secondo quanto ricostruito, quando è stato fermato per il controllo, Altovino era al volante di camion, appena sbarcato da un traghetto, in arrivo dalla Spagna. La droga, il cui valore commerciale è stato stimato dalla Polizia tra i 100 e 150 mila euro, era nascosta in un doppio fondo del pianale del camion e con molta probabilità era destinata allo spaccio nel capoluogo piemontese.
Emanuele Andronico fa parte della famiglia di Porta Nuova
Ha ammazzato uno spacciatore affiliato a Cosa Nostra
Mafia, uccide l'uomo sbagliato e diventa collaboratore di giustizia
Ha chiamato il 112, da mesi riempie pagine di verbali
PALERMO - La procura di Palermo può contare su un nuovo pentito di mafia. Che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo aver assassinato un uomo ed essersi accorto che non si trattava di un bersaglio qualunque, ma di uno che, in Cosa nostra, aveva parenti illustri.
E' così che, a dicembre, con una telefonata al 112, Emanuele Andronico, 44 anni, uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova, ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia. Per paura di essere ammazzato.
Al pm Maurizio De Lucia Andronico ha subito confessato di avere assassinato, qualche giorno prima, insieme a un complice, uno spacciatore con cui aveva avuto una discussione. I due ne avevano bruciato il corpo. Ma la vittima, Amedeo D'Agostino trovato carbonizzato accanto al cimitero di Sant'Orsola, aveva parenti nelle cosche. La mafia ci avrebbe messo poco a rintracciare i due assassini.
Andronico entro nella Famiglia più di vent'anni fa: appena diciassettenne, per conto delle cosche, uccise un contrabbandiere. Per questo omicidio è stato condannato a 23 anni di carcere.
Da mesi il neo collaboratore di giustizia - che ha lasciato Palermo insieme alla famiglia e per il quale è stato chiesto l'inserimento in un programma di protezione - riempie pagine di verbali. E le prime conferme alle sue dichiarazioni la procura le ha avute ritrovando un piccolo arsenale di armi.
Le prime dichiarazioni di Andronico sono state depositate ieri dal pubblico ministero Maurizio De Lucia al tribunale della libertà che sta esaminando la posizione di alcuni boss arrestati nel blitz "Gotha". Andronico accusa Salvatore Gioeli di essere il capo della cosca di Palermo centro e indica Salvatore Pispicia e Nicolò Ingrao al vertice del mandamento di Porta Nuova.
L’INCHIESTA – La Polizia Tributaria in azione dopo la denuncia
di una delle vittime, “costretta a chiudere” la sua attività
“Paga altrimenti perdi il lavoro”
Chiedeva mazzette, arrestato dirigente di una nota società di autotrasporti.
”O paghi quanto ti ho chiesto, o sei fuori: hai capito?”. Ricatti, belli e buoni. Messi in atto secondo gli inquirenti da A.C., 36 anni, genovese, dirigente di un importante azienda di trasporti e logistica che opera nel capoluogo ligure. Arrestato nei giorni scorsi dal Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, dopo che una delle sue presunte vittime, piccoli trasportatori sotto contratto con la sua compagnia, ha addirittura ceduto la propria attività: affossato dalle ingenti pretese. Che potrebbero aver fruttato al trentaseienne circa centomila euro.
Le indagini del reparto della Finanza, comandato dal Maggiore Antonio Del Gaizo, sono partite dopo la denuncia di un “padroncino”. Ovvero il titolare di un impresa individuale: in pratica un furgone messo a disposizione di aziende che richiedono servizi di trasporto.
Secondo quanto appurato dagli inquirenti, C. avrebbe richiesto da almeno due di questi soggetti una parte del loro fatturato. E più precisamente il 10%. O, in alternativa, cinquanta euro per ogni viaggio commissionato. Se si tiene conto che ciascun padroncino poteva compiere fino a tre consegne al giorno, la cifra si fa davvero cospicua.
In cambio il dirigente avrebbe concesso loro di continuare a collaborare con l’azienda. In caso contrario, sarebbe stato stracciato ogni contratto.
Da quel primo contatto, i militari hanno continuato a scavare. Coordinati dal pubblico ministero Francesca Nanni, hanno effettuato diversi controlli sull’operato dell’indagato. Difeso dall’avvocato Vittorio Fasce. Portando alla luce un’attività illegale che sarebbe iniziata qualche anno fa. Col passare dei giorni si è fatto vivo un altro piccolo trasportatore vessato. Il quale, ascoltato, avrebbe ricostruito lo stesso scenario oppressivo. Quello che ha costretto uno di loro a mandare per aria il proprio lavoro. Prosciugato e martellato dai pesanti ricatti, l’uomo non ha potuto fare altro che vendere baracca e burattini per non finire in mezzo a una strada. Sul lastrico.
Durante l’interrogatorio di garanzia, A.C. non avrebbe negato di averli presi, quei soldi.
Ora la speranza degli inquirenti, smosse le acque con le prime manette, è quella di ricevere nuove segnalazioni. Da parte di altri autotrasportatori in difficoltà.
Il fenomeno infatti non è una novità. Anzi, l’impressione di chi sta svolgendo le indagini è che questo genere di vicende siano più diffuse di quanto si pensi.
In un settore quello dei trasporti e della logistica, che a Genova è fondamentale, in un porto, uno dei più importanti del Mediterraneo, che ogni giorno richiede di movimentare merci e container in grandi quantità.
Nei prossimi giorni la Guardia di Finanza proseguirà con gli accertamenti nei confronti del dirigente accusato e arrestato. Verranno passati al vaglio minuzioso dei militari i suoi conti correnti. Per cercare di mettere insieme la rete di pressioni illecite che sarebbero state esercitate da C.
R.C.
Arrestato dalla Guardia di Finanza con l’accusa di estorsione
Dirigente voleva il pizzo dai piccoli trasportatori
L’uomo lavorava per una grande azienda di logistica
Ha evitato il carcere, ma non gli arresti domiciliari, con l’accusa di estorsione. Dirigente di una grossa azienda di trasporto e della logistica, chiedeva forti somme di denaro ai piccoli autotrasportatori che lavoravano per la ditta, minacciandoli di interrompere i pagamenti e addirittura di troncare ogni rapporto di lavoro. Per queste ragioni A.C., trentasei anni, l’altro giorno è stato arrestato dai militari del Nucleo provinciale di Polizia Tributaria dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’indagine coordinata dal pm Francesca Nanni. Il provvedimento disposto dalla Procura della Repubblica, è arrivato dopo mesi di lavoro dei militari diretti dal Maggiore Antonio Del Gaizo: gli accertamenti hanno trovato conferma soprattutto nelle testimonianze rese da uno dei piccoli autotrasportatori che facevano consegne per conto della grossa ditta. Un “padroncino” non riuscendo a fare fronte alle continue richieste del dirigente, ha addirittura dovuto cessare l’attività finendo sul lastrico. Nel corso delle indagini, la vittima ha rivelato, con dovizia di particolari, ogni dettaglio sulle modalità dell’estorsione. Secondo la Finanza, per ogni viaggio A.C., chiedeva agli autotrasportatori 50 euro oppure il 10% di ogni fattura. Il dirigente della ditta (una spa di livello nazionale con una sede anche a Genova, di cui però non è stata resa nota la ragione sociale in quanto estranea e parte lesa) sarebbe riuscito a estorcere in meno di un anno 100.000 euro. Sentendosi intoccabile, ha tirato troppo la corda facendo quasi fallire un “padroncino” impossibilitato a pagare la tangente. La vittima ha capito che non poteva continuare così e ha chiesto aiuto ai militari delle Fiamme Gialle. Ha raccontato la sua disperazione ed è stato convinto a denunciare le richieste alle quali veniva regolarmente sottoposto. L’inchiesta, partita all’inizio di gennaio, è ancora nel vivo e secondo gli inquirenti potrebbe riservare ulteriori sviluppi. Stando a quanto trapela dalla caserma di Lungomare Canepa, le indagini avrebbero messo in luce almeno un altro caso di estorsione. Uno dei difensori dell’indagato, Paola Casaretto, non ha voluto commentare la vicenda. “L’ostacolo più difficile da superare che troviamo in questo tipo di indagini – spiegano alla Guardia di Finanza – è quello di far superare il senso di impotenza e di rassegnazione che hanno le vittime. Quando si rendono conto che possono uscire da questo tunnel, allora prendono coraggio e sporgono denuncia”.
S.O.Aborti, rito voodo e violenze
Le nigeriane ridotte in schiavitù
di Stefano Origine
Si cercano i farmacisti e i ginecologi che collaboravano con la gang in cambio di forti somme di denaro e prestazioni sessuali
Donne ridotte in schiavitù, segregate in stanzette senza cibo e acqua, costrette ad abortire negli scantinati del Centro Storico e a Sampierdarena, riti voodo, un giro clandestino di farmaci e ricette false per interrompere le gravidanze. Anche per la Polizia è stato difficile portare alla luce questa storia dell’altro mondo, cancellare la paura di molte ragazze nigeriane e spingerle a denunciare gli sfruttatori. L’operazione “Athens” della Sezione criminalità extracomunitaria e prostituzione, una costola dalla Squadra Mobile, con tredici arresti ha permesso di sgominare un organizzazione che “importava” a Genova, ma anche in Piemonte, Lazio, Emilia e Sardegna e addirittura in Francia, Spagna e Danimarca, merce umana. Ragazze, soprattutto minorenni, rapite nei villaggi della Nigeria e vendute per pochi dollari a uomini senza scrupoli, che le obbligavano a prostituirsi. Ma sta portando scoperchiando una tresca tra sfruttatori, farmacisti, ginecologi e proprietari di “bassi” nel Centro Storico. La Polizia ha raccolto le prove che gli sfruttatori costringevano ad abortire le ragazze con un farmaco, il “Cytotec”, (un gastro-protettore in grado di procurare, se assunto in forte dosi, violente contrazioni uterine) che riuscivano ad avere senza ricetta grazie ad alcuni farmacisti e medici compiacenti che in cambio ricevevano forti somme di denaro o prestazioni sessuali. Ora la Polizia sta verificando quante scatole di questi farmaci sono state vendute con dei controlli incrociati sui registri e i registratori di cassa.
Gli aborti fino al quarto mese di gravidanza venivano praticati in stanzette di pochi metri quadrati in via Fillak a Sampierdarena, in vico Untoria e vico Angeli. Quattro mini appartamenti, affittati senza contratto per 800-1000 euro al mese, dove venivano anche ricevuti i clienti. I proprietari sono stati tutti denunciati e gli immobili posti sotto sequestro. Per interrompere le gravidanze, oltre al quarto mese, le ragazze invece venivano portate in ambulatori clandestini in campania. “Ci sono stati casi – raccontano gli Agenti – in cui le ragazze hanno rischiato la vita per emorragie devastanti. Forse per pietà, ma pensiamo, per non perdere un “bene”, gli sfruttatori le abbandonavano davanti agli ospedali. Un ginecologo ci ha raccontato che una ragazza ha avuto lesioni così gravi all’utero, che non potrà più avere figli”. Per provocare le contrazioni che portano all’aborto, occorre una minima quantità di questo farmaco. Quando le contrazioni non arrivavano, allora gli sfruttatori obbligavano le ragazze a bere dell’acido. “Una ragazza, Giulia, ci ha raccontato che si è sentita male e ha vomitato. Quando quell’intruglio è finito sul tappeto, l’ha bruciato…”, racconta il vice-Questore Maria Teresa Canessa. E se i farmaci e pozioni non bastavano, allora si ricorreva ad altri metodi brutali. “L’uso degli spilloni era normale come i calci e le bastonate in pancia”. I riti voodo servivano per assoggettare psicologicamente le ragazze ribelli che non volevano pagare il debito con l’organizzazione che l’aveva portate in Italia (anche 60.000 euro). “Bastavano una bambola con le mani spezzate, qualche intruglio di capelli, unghie e pomate, un po di polvere e una preghiera per trasformarle in agnelline”.
IL SECOLO XIX – 08.07.2006
L’INDAGINE – poche migliaia di euro per una giovane donna poi resa schiava con i riti voodo. Tutti i particolari dell’inchiesta che ha portato a 11 arresti.
Stroncata la tratta delle nigeriane
Le “compravano” in Africa e le costringevano a prostituirsi a Sampierdarena e Rivarolo
di Graziano Cetara
Joy ha dovuto imparare a leggere e scrivere solo per conoscere e non sbagliare mai il nome falso con cui veniva importata a Genova. Al mercato della carne umana, nei villaggi di Lagos, in Nigeria, il suo corpo è valso novemila euro ai trafficanti dei nuovi schiavi. Il debito che avrebbe dovuto pagare prostituendosi per tornare a casa, era una cifra incomprensibile ai suoi occhi: 80.000 euro. Joy non ha dovuto imparare a fare di conto nella valuta di un continente mai sentito prima. Lei appena diciottenne è una delle ragazze liberate dalla Polizia nell’ambito dell’inchiesta sulla prostituzione nordafricana a Genova, condotta dal sostituto procuratore Giovanni Arena, che ha portato nei giorni scorsi all’arresto di undici persone, difese dagli avvocati Riccardo Caramello, Andrea Guido e Danilo Icardi.
In manette è finito l’uomo che è considerato il vertice della tratta delle nigeriane a Genova: Victor Osawaru, 29 anni, residente in via Fillak a Sampierdarena. E con lui altri dieci connazionali, tra cui nove donne accusate di essere madame, le proprietarie ultime delle schiave, ex prostitute, con potere di vita o di morte su ognuna di loro, incaricate di fornire vitto e alloggio, di esigere pagamenti regolari e gestire, controllare ogni ora della loro vita.
L’angolo di marciapiede affidato a ogni ragazza si chiama joint. E’ uno dei retroscena che emergono dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Maria Teresa Rubina. Uno spaccato della prostituzione di colore a Genova, che ogni notte accende di falò Lungomare Canepa, Via Sampierdarena, Corso Perrone e di giorno riempie appartamenti dormitorio, nei quartieri di Pegli, Rivarolo, Quezzi. La nuova macchina che ho comprato deve iniziate a lavorare mi dai il permesso?, in una delle intercettazioni è una madame ha chiedere l’autorizzazione a Victor per mettere sulla strada l’ultimo arrivo. In codice le donne sono macchine, quando sono già a Genova, lettere quando sono in partenza dalla Nigeria.
L’importazione è seguita da una rete di intermediari definiti sponsor con terminali in Africa, a Roma, in Sardegna, in Danimarca. I più esposti hanno cittadinanza europea e possono spostarsi liberamente. Le lucciole sono prese nei loro villaggi: E’ una piccolina, veramente piccola. Se la vedi ti fa pena, è giovanissima, sicuramente sono andati a prenderla in campagna…Si legge in un’altra intercettazione: “la mia famiglia era la fame – racconta una delle donne liberate dalla polizia – mio padre e l’unico fratello sono inabili al lavoro e ho quattro sorelline piccolissime. Abitavamo tutti in un villaggio di contadini. Sono venuti a prendermi, mi offrivano un lavoro e dei soldi”. Inizia così la schiavitù.
Ogni ragazza riceveva un documento falso, un biglietto aereo di sola andata e un nuovo nome, Glory, Charity, Joy. Gloria, carità, gioia, con cui presentarsi ai clienti sulla strada. Un passaporto nella tratta delle schiave nigeriane viene usato tre volte: viene requisito all’arrivo in Italia e rispedito in Africa per un riutilizzo. Non più di tre volte, perché si rovina, spiega uno degli indagati in una conversazione registrata dagli investigatori. Gli itinerari erano sempre gli stessi: Lagos, Belgio, Austria e alla fine Italia. Ma le vie della tratta possono essere infinite.
In un caso una nigeriana ha presentato una falsa istanza di riconoscimento dello status di rifugiato politico: nel corso di disordini religiosi il padre e il fratello erano stati uccisi. Tutto inventato, come dimostrato dalle intercettazioni. Era un sistema fra i tanti per ottenere un visto e poter lavorare in pace in Italia.
Una volta nelle mani della propria madame la fuga è impossibile. Ti faccio uccidere dal Dio del ferro, il Dio Ogun, e faccio sterminare tutta la tua famiglia, è una delle minacce registrate dagli investigatori. La giovane non vuole lavorare, è stanca. La sua sfruttatrice la obbliga, le agita i fantasmi di una delle divinità animistiche in cui crede: Lo so di non essere padrona di me stessa, ma oggi non vado a lavorare!, urla al telefono la vittima delle minacce. Tagliati le unghie e i capelli, se non lo fai da sola lo farò io, lasciandoti i segni, le cicatrici, le intima la madame. L’ordine viene eseguito. Non serve alcun rito. Basta crederci. Ed è questo che conta e che fino a ieri alimentava la schiavitù. E che ancora alimenta il mercato del sesso africano a Genova. La Polizia ha arrestato Victor e altri dieci trafficanti di donne. Ne ha liberate una decina. Ma un’altra Joe, pagata a peso al mercato della carne di Lagos, in Nigeria, è già in arrivo.
il RETROSCENA
Violentate in auto da uno degli sfruttatori
obbligate a pagare 1.500 euro a settimana
Mary rende bene. E’ un business e le donne sono beni di investimento. Devono pagare, lavorare e dormire. Mangiare poco perché costa, e pagare, pagare. In una delle intercettazioni della polizia la madame, una delle nigeriane arrestate, si complimenta per il fatturato della giovane appena arrivata dall’Africa, nonostante i controlli delle Forze dell’Ordine le rendano la vita impossibile.
Le nigeriane hanno un debito e devono pagare 1.500 euro a settimana. Il debito è di 80.000 euro, a cui si deve aggiungere cinquemila euro di regalo alla sfruttatrice. Si chiama così quel quid in più imposto sulla cifra del riscatto, che va pagato per riottenere la libertà. Nelle carte dell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giovanni Arena non si ha notizia di donne che sono riuscite a ritornare proprietarie di se stesse. Le uniche sono quelle salvate dalla Polizia nel corso delle indagini e che, con le loro dichiarazioni, hanno permesso agli inquirenti di sgominare l’organizzazione.
L’intermediario guadagna fino a 700 euro a donna, al netto delle spese per l’importazione: un passaporto falso, il biglietto aereo di sola andata e dei vestiti. Molte delle ragazze strappate al villaggio africano partono senza possedere nulla. Senza conoscere una sola parola d’italiano e senza conoscere il valore di tutti quei soldi che dovranno restituire. Ottantamila euro non sono nulla per loro. Eppure per ripagarli dovranno prostituirsi ogni notte per mesi, forse anni.
Arrivate a Genova giurano nelle mani della madame, da cui dipenderanno e alla quale dovranno pagare ogni settimana 1.500 euro, 250 euro al mese di affitto e 50 euro ogni sette giorni per il vitto.
Una delle promesse solenni alle quali si sottomettono le donne riguarda gli uomini nigeriani: “Niente sesso con loro. Potrebbero portarci via e sfruttarci a loro volta. In tal modo le madame subirebbero un grave danno economico”. Tra le minacce raccontate nell’ordinanza di custodia cautelare c’è quella dell’arroganza, dell’aggressività di Victor: secondo le accuse raccolte dalla Polizia l’uomo avrebbe tentato di violentare alcune delle lucciole che importava e destinava alla strada.
G. Cet.
Per riscattarsi pagavano sino a 100 mila euro. L’orrore degli aborti indotti
Le schiave nigeriane a Genova lavoravano sui marciapiedi di Sampierdarena e nei bassi dei vicoli della Maddalena
di Michele Varì
Con le minacce dei riti juju dei culti animasti rendevano schiave centinaia di connazionali costrette a subire ogni vessazione ed umiliazione e a prostituirsi per anni sui marciapiedi di mezza Europa (molte delle quali a Sampierdarena e nei vicoli di Genova) prima di riuscire a pagare il debito di quasi centomila euro necessario per riscattarsi e liberarsi.
Una ramificata associazione di sfruttatori nigeriana è stata smantellata dai poliziotti della Squadra Mobile genovese al termine di un inchiesta cominciata un anno e mezzo fa sui marciapiedi di via Sampierdarena e nei bassi della Maddalena, nel Centro Storico. L’operazione è stata denominata “Athens” perché la ragazza che per prima ha chiesto aiuto alla Polizia, e da cui è cominciata l’indagine, era talmente sprovveduta da credere di essere nel centro di Atene, in Grecia, mentre in realtà si trovava in un marciapiede di via Sampierdarena.
La gang era organizzata al punto di garantire alle ragazze che rimanevano incinte un posto in una clinica compiacente in cui andare ad abortire nella massima discrezione. Altre volte gli aborti venivano procurati nei primi mesi di gestazione obbligando le sventurate ad ingerire micidiali intrugli composti da medicinali e sostanze acide, che provocavano la morte del feto e gravi malori alle ragazze.
In manette sono finiti quattordici immigrati, tra cui molte donne, ex prostitute che nonostante fossero state in passato vittime del racket, hanno pensato bene di riciclarsi come mamam, utilizzando la loro esperienza per schiavizzare giovanissime connazionali. Nei guai anche quattro genovesi che affittavano alle ragazze i bassi usati come alcove di vico Angeli e dintorni, nel Centro Storico della Maddalena. I monolocali sono stati posti sotto sequestro.
Tutto ruotava intorno ad un ventinovenne abitante in via Fillak, a Sampierdarena, Victor Osawaru, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, che aveva anche il compito di riportare alla ragione chi alzava la testa, con le buone o le cattive.
Le indagini degli uomini della Sezione Criminalità Extracomunitaria della Squadra Mobile di Genova, diretta dal vice-questore primo dirigente Claudio Sanfilippo, è stata coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Arena. Il lungo blitz conclusivo degli agenti è scattato nella notte fra martedì e mercoledì scorso: gli investigatori della sezione specializzata nei reati degli immigrati, coordinati dal neo vice-questore aggiunto Teresa Canessa hanno effettuato arresti a Genova, ma anche in Piemonte, Lazio e Sardegna, dove gli investigatori, nell’abitazione di una mamam, hanno trovato le foto degli agghiaccianti riti juju, versione africana ed originaria del più noto vudù sudamericano. Peli del pube, capelli, unghie, galli sgozzati, strani intrugli, rosari, saponette, le classiche bambole: per impressionare le ragazze di turno bastava poco, anche perché le vittime venivano scelte fra le sprovvedute famiglie dei villaggi delle campagne del sud della Nigeria. Ragazze che dopo il giuramento solenne di sottomissione erano talmente terrorizzate che avevano paura di parlare di juju anche quando si sono trovate negli uffici della Questura di Genova. Con il meccanico tutto fare Victor, che si professava rifugiato politico, un altro pezzo da novanta della gang era Martins Ikponmwosa Okungbowa, quarantasei anni, raggiunto dal provvedimento di custodia cautelare in una cella del Carcere di Torino dove è finito circa un anno fa per un’analoga indagine sulla prostituzione nel capoluogo piemontese. Intestatario di numerose carte di credito, l’uomo era anche uno degli accompagnatori che avevano il compito di scortare le ragazze dal loro villaggio al Paese di destinazione. Una volta in Europa le ragazze scoprivano che il lavoro promesso non era la commessa o la cameriera, come veniva ventilato da chi le reclutava, ma quello di prostituta. I primi rudimentali insegnamenti su come accontentare i clienti venivano impartiti senza molto tatto dalle navigate mamam, che poi se ne prendevano cura e le coordinavano per il resto dei loro giorni in Europa. Tutor che quando parlavano al telefono delle ragazze le etichettavano come “auto”, “lettera” e “scarpe”. Le mamam garantivano alle prostitute vitto e alloggio, anche se ogni spesa era pagata dalla stessa ragazza. Le giovani per riscattarsi alla fine pagavano cifre intorno agli 80 mila euro, con tanto di regalo sui cinquemila euro come buona uscita. Gli indagati sono accusati di tratta di esseri umani finalizzata alla sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù.
NEI GUAI ANCHE LA MADRE
Il boss della tratta è un aspirante rifugiato
Il numero uno della banda di nigeriani era Victor Osawaru, abitante in via Fillak, a Sampierdarena, ufficialmente meccanico e rappresentante di abbigliamento, in realtà uno spregiudicato affarista disposto a tutto pur di fare soldi. Non a caso nel giro c’era anche l’anziana madre, mai uscita dalla Nigeria, una vecchietta che reclutava le ragazze nei villaggi più sperduti promettendo lavoro onesto in Europa, anche se non mancavano i casi di ragazze perfettamente consapevoli di cosa l’aspettava. La mamma di Victor comunque la passerà liscia perché imputarle dei reati è pressoché impossibile per via della precaria collaborazione ottenuta dalla Polizia italiana dai colleghi nigeriani, la cui efficacia è storicamente minata dalla corruzione. Fra gli arrestati anche la compagna di Victor, la mamam ventitreenne Joi Osa’s, detta Naomi per la (lontana) somiglianza con la statuaria modella nera Naomi Campell.
Preso il rapinatore dei pensionati
Derubò un anziano che aveva appena ritirato 14 mila euro in un ufficio postale. In passato era a capo di una banda che “ripuliva” gli esercizi commerciali e le gioiellerie del capoluogo ligure.
Un violento pregiudicato montenegrino, Safet Altic, 32 anni, residente a Genova, ed un genovese originario di Caltanissetta, Antonino Calvo, 29 anni, sono stati arrestati della sezione criminalità organizzata della Squadra Mobile di Genova a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip. I due sono indiziati di aver rapinato un pensionato il 6 giugno scorso, dopo averlo seguito da un ufficio postale, dove l’anziano aveva appena ritirato 14mila euro. Altic si trovava in regime di arresti domiciliari del marzo 2006 in un abitazione di via Donaver, a San Fruttuoso, per traffico di stupefacenti della Francia e porto illecito di una mitraglietta, col relativo munizionamento, a seguito di un’altra indagine condotta dalla Sezione Criminalità Organizzata della squadra mobile genovese. Il montenegrino in passato sarebbe stato a capo di una banda di stranieri che di notte razziavano gli esercizi commerciali del capoluogo ligure, prediligendo le gioiellerie. In un caso la banda aveva usato un’auto come ariete per abbattere le vetrine e far man bassa di pellicce e telefoni cellulari. Scorribande, che alla fine degli anni Novanta erano sfociate anche in rocamboleschi inseguimenti. Il gruppo di slavi si sarebbe poi trasferito in Spagna, Francia e Germania, continuando nella carriera criminale, preferendo sempre la gioielleria. A stessa banda sarebbe indicata come responsabile dello spaccata di cinque anni fa alla gioielleria “Van Cleef” di Cannes. Negli anni Novanta Altic era una sorta di body-guard del clan Fiandaca, di cui curava anche le riscossioni di crediti.
Per la rapina a un anziano, finisce in carcere il capo di una banda di incalliti svaligiatori di gioielli.
Safet Altic, montenegrino di 32 anni, già vicino al clan mafioso dei Fiandaca, è stato arrestato l’altro giorno insieme a un complice genovese: Antonino Calvo, di 29 anni. Durante la mattinata di mercoledì, i due hanno notato un uomo che, all’interno di una banca del ponente cittadino, aveva appena ritirato quattordicimila euro in contanti. Dopo averlo seguito, Altic lo ha colpito violentemente in testa, rubandogli il borsello con la somma prelevata e fuggendo attraverso un boschetto. Grazie alla descrizione di alcuni passanti che hanno assistito alla scena, la coppia di rapinatori è stata riconosciuta, rintracciata e messa agli arresti.
Safet Altic è una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine genovesi. Alla fine degli anni novanta infatti capeggiava un gruppo di connazionali insieme ai quali compì diversi furti nelle gioiellerie del centro città.
Braccato, si trasferì in Spagna, Francia e Germania proseguendo la sequenza di colpi. Tra i quali la celebre “spaccata” alla gioielleria “Van Cleef” di Cannes. Risalente a cinque anni fa. In quell’occasione sfondò la vetrina con una jeep. E in compagnia di altri tre delinquenti rubò tutto quello che c’era nelle teche di cristallo. Un bottino di valore inestimabile.


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












