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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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S’è finalmente insediata, a sette mesi dalle elezioni, la nuova commissione parlamentare Antimafia. La buona notizia è che il presidente non è più il forzista Roberto Centaro, che un anno fa riuscì con gli amici della Cdl a varare una relazione che sbianchettava la sentenza Andreotti: non gli piaceva che i giudici della Cassazione avessero confermato le accuse della Procura di Caselli, dichiarando il senatore a vita colpevole di associazione per delinquere con la mafia fino al 1980, reato «commesso» ma prescritto; così decise di scrivere un’altra sentenza in cui sosteneva che «i giudici hanno malamente sbugiardato le accuse» che invece avevano confermato.
Il nuovo presidente è Francesco Forgione del Prc, che fino a un anno fa, quand’era deputato regionale in Sicilia, condusse una dura e solitaria battaglia per le dimissioni di Totò Cuffaro, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia. Poi entrò in Parlamento e diede l’impressione di riposizionarsi un filino. Quando Angela Napoli di An e Orazio Licandro del Pdci proposero di escludere dall’Antimafia gli imputati e i condannati per mafia e gli avvocati dei mafiosi, obiettò inorridito che non era il caso per «non limitare le prerogative dei parlamentari». Quasi che, fra le prerogative dei parlamentari, rientrassero pure i processi e le condanne per mafia. Sembrerà strano, ma si può fare il parlamentare anche da incensurati. Forse i condannati e gl’imputati per mafia potrebbero essere più utili in altre commissioni, mentre inserirli nell’Antimafia sarebbe un ossimoro. Bocciati dunque gli emendamenti Napoli e Licandro, ci si domandò quali fossero gli imputati e i condannati per mafia che aspiravano a combatterla. Dell’Utri? Cuffaro? Mannino? Giudice? Nessuno fortunatamente ha avuto l’ardire.
In compenso nella nuova Antimafia fanno il loro ingresso trionfale due pregiudicati per tangenti: Paolo Cirino Pomicino della Nuova Dc (notare la spiritosaggine di quel «nuova»), condannato per finanziamento illecito e corruzione; e l’indimenticabile Alfredo Vito, detto Alfredone ‘o Prevete e Mister Centomila Preferenze, pure lui ex dc, l’uomo che confessò 22 mazzette, restituì 5 miliardi di lire sull’unghia, patteggiò 2 anni per corruzione in cambio della promessa di ritirarsi per sempre dalla politica, poi corse a candidarsi in Fi e tornò in Parlamento.
L’idea di combattere la mafia con i corrotti potrebbe dare i suoi frutti. È come combattere le rapine con gli scippatori, lo spaccio con i rubagalline, la pedofilia con i truffatori o l’evasione fiscale con Berlusconi. Potrebbe funzionare. Completano il quadro i forzisti Carlo Vizzini, salvato dalla prescrizione al processo per la maxitangente Enimont (300 milioni di illecito finanziamento dalla Ferruzzi); e il senatore Franco Malvano, ex questore di Napoli trombato alle comunali dalla Jervolino, che un anno fa -rivelò l’Espresso- era indagato per concorso esterno in associazione camorristica: il boss pentito Luigi Giuliano lo accusava di essere stato «nelle mani della camorra». Se fosse ancora indagato, la sua presenza in Antimafia sarebbe un fatto davvero avvincente: confermerebbe che, contro le mafie, si sta tentando una cura omeopatica.
La delegazione italoforzuta è impreziosita dalle presenze eccellenti di Luigi Vitali, l’avvocato pugliese già coautore dell’ex-Cirielli che ha mandato in prescrizione qualche centinaio di migliaia di processi ed è stato premiato, nella scorsa legislatura, col sottosegretariato alla Giustizia; e dal calabrese Antonio Gentile, che nel 1987 fu arrestato per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco, poi il processo finì nel nulla): geologo, ex capufficio stampa dell’Asl di Cosenza, celebre per aver candidato Berlusconi al Nobel per la Pace. L’hanno eletto segretario dell’Antimafia. Dopo aver fatto la conoscenza dei membri della commissione, il neopresidente Forgione ha dichiarato: «Va superata la dimensione giudiziaria della lotta alla mafia». In effetti, per come la politica ha ridotto i tribunali e le procure, senza soldi, benzina, personale, computer, stenografi, carta per fotocopie siamo già a buon punto: un piccolo sforzo e la dimensione dimensione giudiziaria sarà definitivamente superata. Resta da capire perché la chiamino ancora Antimafia. «Promafia» potrebbe rendere meglio l’idea.
Palermo, 08:02
MAFIA: CONDANNE PER TRE SECOLI A FIANCHEGGIATORI PROVENZANO (2)
L'operazione Grande Mandamento scatto' la notte del 25 gennaio 2005: decine di agenti della Squadra mobile, di carabinieri del Ros e del Nucleo operativo di Palermo eseguirono 52 fermi disposti dai pubblici ministeri e poi convalidati dal Gip: tra gli arrestati anche Mario Cusimano, originario di Palermo ma residente a Villabate; si penti' immediatamente e rivelo' la vicenda del viaggio a Marsiglia del boss Provenzano, operato di prostata in gran segreto. I militari del Ros arrestarono anche uno dei vivandieri dell'allora superlatitante, Stefano Lo Verso, ascoltato dalle microspie mentre elogiava la tempra forte di 'Binu'. Lo Verso ieri ha avuto cinque anni e otto mesi.
Un altro di coloro che parteciparono all'operazione Marsiglia, Salvatore Troia, a lungo vissuto in Francia, e' stato condannato a sette anni: Provenzano viaggio' sotto il falso nome di suo padre, Gaspare Troia. Il 25 gennaio 2005 subi' una perquisizione e ricevette un avviso di garanzia per mafia Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate e segretario nazionale dei giovani Udeur: si penti' anche lui, nel settembre successivo, e ammise di avere timbrato la carta d'identita' usata da Provenzano per andare in Francia. E poi parlo' a lungo di mafia e politica, divenendo teste d'accusa anche contro il presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, suo testimone di nozze, assieme all'attuale guardasigilli Clemente Mastella. Cuffaro e' oggi imputato di favoreggiamento e rivelazione di segreto delle indagini, nel processo 'Talpe alla Dda'.
L'operazione prende il nome dal 'Grande Mandamento' creato da Provenzano tra Palermo e in particolare i quartieri orientali della citta', e i paesi di Villabate e Bagheria, dove il boss trascorse la latitanza prima della cattura, avvenuta l'11 aprile scorso a Corleone, in contrada Montagna dei Cavalli. Nel 'Grande Mandamento' rientravano anche centri piu' interni della provincia: Ciminna, Baucina, Ventimiglia di Sicilia, Roccapalumba, dove 'Binu' aveva il proprio zoccolo duro di fedelissimi. Fu proprio lo smantellamento di questa rete di protezione e di fiancheggiamento a costringerlo a trasferirsi a Corleone, a pochi chilometri da dove abitano i familiari.
Tra gli assolti del processo c'e' invece Giovanni Napoli, gia' condannato, nel processo 'Grande Oriente', con l'accusa di avere fatto da autista e da postino per conto del 'Tratturi'. Tra gli assolti pure due imprenditori bresciani, i fratelli Bruno e Renzo Rivetta, che avrebbero avuto rapporti con Napoli per ottenere la cessione, a prezzi di particolare favore, di un salumificio.
Palermo, 07:56
MAFIA: CONDANNE PER TRE SECOLI A FIANCHEGGIATORI PROVENZANO
Oltre tre secoli di carcere, quarantasei condanne, la confisca di due societa', la Consud Tir e la Sicula marmi, l'acquisizione da parte dello Stato di denaro ritenuto frutto di estorsioni per decine di migliaia di euro, di armi e telefonini sono stati decisi ieri pomeriggio, con il rito abbreviato, dal giudice dell'udienza preliminare di Palermo Adriana Pira, nel processo contro fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano, una delle tranche dell'operazione 'Grande Mandamento'. Il gup ha pronunciato anche undici assoluzioni.
Fra gli imputati anche un gruppo di commercianti che non avevano ammesso di avere pagato il pizzo. Le condanne sono 'scontate' di un terzo, cosi' come previsto per chi sceglie l'abbreviato. Il colpo piu' duro riguarda la famiglia mafiosa di Bagheria, capeggiata da Onofrio Morreale, che ha avuto diciotto anni. La pena piu' alta in assoluto - effetto del meccanismo della cosiddetta 'continuazione' con altre condanne per fatti simili - e' toccata al boss di Belmonte Mezzagno Benedetto Spera, che dovra' scontare ventotto anni. Spera e' comunque gia' pluriergastolano. Il Gup Piras ha accolto quasi completamente le richieste dei pubblici ministeri Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Marzia Sabella, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone. Nel Grande Mandamento indagano anche i pm Nino Di Matteo e Lia Sava.
Pesanti cosi' le pene inflitte a Nicola Mandala' e Ignazio Fontana, considerati i guardaspalle di 'Binu' e coloro che ne gestirono a lungo la latitanza: hanno avuto rispettivamente 13 anni e 4 mesi e 10 anni. A Giuseppe Di Fiore, colui che teneva il libro mastro della cosca bagherese, il brogliaccio su cui erano annotati il dare e l'avere, il quantum dovuto dai commercianti sottoposti a estorsioni, il Gup Piras ha inflitto 14 anni di carcere. E tra gli imprenditori reticenti sono stati condannati a quattro mesi, con l'accusa di favoreggiamento, Francesco Orlando, Rosario Miosi, Antonio Mineo e Cosimo Galioto.
Comunicato
della Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili
I Familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili levano la loro voce in segno di protesta nell’apprendere da notizie stampa le parole del neo Presidente della Commissione Antimafia, Forgione, il quale avrebbe affermato che "va superata la dimensione giudiziaria della lotta alla mafia". Vanno invece al più presto individuati i nomi dei “mandanti esterni alla mafia” per la strage di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993. Noi aspettiamo questo momento da 14 anni e solo quando la Magistratura sarà messa nelle condizioni di scrivere i loro nomi sulla carta bollata, si potrà affermare il principio di vera lotta alla mafia, a nulla serviranno i soliti slogan antimafia che non hanno mai portato da nessuna parte.
Giovanna Maggiani Chelli
15.11.2006 – Liberazione
Se si parlasse di mafia almeno quanto si parla di Cogne
di Giancarlo Caselli
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15.11.2006 – Unità
Toghe rotte
di Marco Travaglio
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LA CALABRIA SCONFESSA IL DIRITTO DI CRONACA
Oscurati tutti i siti internet ed il quotidiano Calabria Ora che hanno reso pubblico il Rapporto Basilone, di natura amministrativa e non giudiziaria, sull'Azienda Sanitaria locrese. Attraverso un'interrogazione, il Prc chiede al ministro degli Interni di eliminarne i requisiti di riservatezza.
di Barbara Panetta
Reggio Calabria – Da troppo tempo in Calabria il rispetto della legge pare non sia un esercizio praticato da molti. A prova di tale asserzione potrebbe risultare utile leggere la relazione sull'Asl 9 di Locri, redatta nel marzo di quest'anno dalla Commissione di Accesso del Ministero degli Interni, voluta dall’allora presidente Ciampi e guidata dal prefetto Paola Basilone. Le centoottantatre pagine mettono in rilievo come appalti, contratti e prestazioni fossero stati affidati, nel quinquennio preso in esame, senza rispetto alcuno per le normative vigenti. Tra gli obblighi di legge, ricordiamo, vi è la richiesta del certificato antimafia.
Nel maggio scorso, il neonato quotidiano Calabria Ora, pubblicò le prime cinquantuno pagine della relazione, ma non fece in tempo a divulgare il resto del documento in quanto la Digos fece irruzione in redazione e sequestrò il materiale.
Fu questo il primo atto della censura al Rapporto Basilone che ancora oggi, a sei mesi di distanza, ci si ostina a non rendere pubblico nonostante il vice ministro degli Interni, Marco Minniti, pensi “debba essere distribuita e studiata in tutte le scuole per far capire il livello dell’infiltrazione mafiosa nelle strutture pubbliche”.
A metà ottobre, il sito democrazialegalita.it che fa riferimento ad Elio Veltri pubblica la relazione nella sua interezza. Sconcerto. Per il contenuto e per le conseguenze.
Tra gli impiegati dell’ As di Locri figurano pregiudicati ed affiliati alle cosche della Locride e lo stipendio, in un caso, risulta costantemente erogato ad un dipendente non più in servizio a causa della detenzione per associazione di tipo mafioso.
Ad una decina di giorni dalla pubblicazione, i carabinieri di Firenze perquisiscono l’abitazione del gestore del sito e sequestrano computer ed hard disk. Oscurato naturalmente il link che rendeva noto il documento.
Il tre novembre tocca a genovaweb.org, sito della “Casa della Legalità – Osservatorio sulle mafie. Onlus”. Il file relazione_locri.pdf viene sostituito con uno visualizzante una pagina che informa del sequestro. Il presidente Christian Abbondanza dichiara “Con il procedimento penale 2243/06 è stato oscurato il link alla relazione sia nel nostro caso che nel caso di Democrazia e Legalità. Pubblicazione sparita anche dal sito di Repubblica on line del gruppo l’Espresso. Noi non abbiamo mai ricevuto alcuna notifica di tale procedimento, alcuna comunicazione in merito a tale iniziativa giudiziaria. E’ un atto illegale che viola l’art. 21 della Costituzione. I siti sono per il resto intatti, anche il dossier con l’estratto della relazione. Sembra che qualcuno voglia impedire che i cittadini sappiano il contenuto di una relazione amministrativa, non giudiziaria, su appalti e soldi pubblici”.
Ma intanto, il 2 novembre, la Procura di Reggio Calabria aveva disposto l’acquisizione dei messaggi di posta elettronica giunti al direttore di Calabria Ora, Paride Leporace, tra il 15 aprile ed il 15 maggio scorsi e tra il primo ed il 10 ottobre. Il direttore, indagato per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, commenta così: “Potevano convocarmi per poter scegliere se avvalermi del mio diritto a preservare il segreto professionale”.
Tra le pagine di Calabria Ora si possono leggere in questi giorni alcune delle e-mail di solidarietà fatte pervenire al direttore. Solidarietà espressa anche dall'ex sottosegretario alla Giustizia Jole Santelli, di Forza Italia: "La libertà di stampa ed il diritto di cronaca sono principi fondamentali sanciti dalla Costituzione e quindi vanno tutelati e per questi motivi il sequestro della posta elettronica del direttore di Calabria Ora, ledono gravemente i diritti della liberta di stampa, la loro libertà di organizzazione e di azione editoriale".
Intanto, il vice capogruppo alla Camera del Prc, Antonello Falomi, ha presentato un’interrogazione al ministro degli Interni per chiedere i motivi dell’oscuramento e per richiedere l’eliminazione dei “requisiti di riservatezza in virtù del carattere pubblico che ha di fatto assunto il documento in modo da evitare conseguenze giudiziarie per quanti intendano consultarlo”.
Ed i calabresi si vedono costretti a sopportare i soprusi “legali” della procura, oltre a quelli illegali degli ‘ndranghetisti.
14.11.2006 - dal sito GilBoulino
Affinché la Procura di Reggio non perda o faccia perdere altro tempo, prezioso per la Calabria
Confesso, ho fatto tutto da solo
Su istigazione del Pirri
Come sapete, Gil Botulino ha subìto la stessa sorte di (quasi) tutti i siti, ben più importanti, che hanno pubblicato il contenuto della Relazione Conclusiva della Commissione di Accesso relativa agli accertamenti effettuati presso l'ASL 9 di Locri. La lista si fa lunga e le persone coinvolte sono Direttori famosi.
Sono certo, da quello che si legge sui giornali proprio in questi giorni sull'emergenza criminalità in Calabria, che la Procura di Reggio ha altre e più urgenti indagini da fare. Perciò cerco di rendermi utile, al fine di far risparmiare del tempo prezioso, rendendo una pubblica confessione.
Leggo nel provvedimento (che mi è stato notificato da due funzionari di polizia venuti apposta da Catanzaro) che sono indagato "in concorso con persone in corso di compiuta identificazione e con funzionari pubblici in corso di individuazione". Non ci sono persone che hanno agito in concorso con me: ho fatto tutto da solo. Così come non ci sono, in concorso, funzionari pubblici da individuare: ho fatto tutto da solo.
Ho fatto tutto da solo ma su istigazione del Pirri. Le notizie dei sequestri operati a Calabria Ora e l'articolo sulla Repubblica hanno solleticato la sua curiosità fino a sfidarmi. "Possibile -mi ha detto- ca 'on si capaci 'u procuri sta relazzioni?". Sinceramente, non mi ero nemmeno posto il problema, ne avevo letto ampi stralci, usciti dalla penna di giornalisti famosi, e mi erano bastati: le relazioni, poi, sono sempre noiose. Ma si può resistere a una domanda pressante del Pirri? Non si puo!
Ho fatto quello che faccio di solito in questi casi. Mi metto a cercare, pazientemente, in Internet. Non c'è voluto molto. L'ho trovata all'indirizzo http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/7/79/Locri_asl.pdf, l'ho scaricata e l'ho pubblicata sul mio sito. Una pubblicazione motivata.
Ho fatto una sorpresa al Pirri che, quando l'ha vista su gilbotulino ha esclamato "Comu cazzu fici?" ed è corso subito a casa a leggerla.
L'on. Marco Minniti dice che la relazione andrebbe letta nelle scuole. l'On. Diliberto che è un documento di straordinario valore. Il Pirri, quando gli ho chiesto la sua opinione, ha detto: "'On 'mbala nenta, 'a potìa scrivìra puru 'nu zziterhu". Io non l'ho ancora letta, ma sono convinto che ogni cittadino (al pari di Minniti, Diliberto e il Pirri, che l'hanno letta) ha il diritto di conoscerne il contenuto per esprimere la propria, documentata opinione. Affidarsi al Diciacà, fa soltanto il gioco di chi diciacà "nessuno deve sapere".
13.11.2006 – Unità
La pista dei soldi
di Elio Veltri
Le notizie di 'ndrangheta delle ultime 48 ore riguardano l'arresto del giudice Patrizia Pasquin del tribunale di Vibo Valentia, coinvolta in un bel giro di affari della potentissima “famiglia” Mancuso di Limbadi in provincia di Vibo, “socio occulto”, secondo l'accusa, del Melograno Village e l'assalto alla Borsa di Francoforte, oltre all'acquisto di palazzi, alberghi e società, soprattutto in Germania est. In realtà non si tratta di novità. I Mancuso sono leader del traffico di cocaina. Gli unici che trattano con i colombiani direttamente perché accreditati, pagano cash e poi smistano la “roba” a Cosa Nostra e alla Camorra.
…
Circa il coinvolgimento del giudice arrestato, anche questo è un deja vu, perché la ndrangheta i giudici non li ammazza. Li compra. I fatti si ripetono e dimostrano che le mafie e la ndrangheta in particolare, sono imperi economici che vivono e si irrobustiscono a tre condizioni: intrattenere rapporti sociali e politici e avere tanti soldi. Poichè i nuovi gruppi dirigenti sono “borghesi”, i rapporti sociali e politici preesistevano. Con i soldi li rafforzano e li estendono.
La legge Rognoni-La Torre ha circa 14 anni di vita. Da allora il paese ha le polizie più numerose del mondo e tra le più preparate; è stata costituita la Procura Nazionale antimafia, tanti magistrati e servitori dello Stato sono stati ammazzati; moltissimi imprenditori sono venuti a patti e i pochi che si sono opposti hanno chiuso i battenti; tante trasmissioni tv e film hanno parlato di mafia e l'hanno bollata come un cancro. Perché, allora, la mafia, che pure è un fenomeno umano come ricordava Giovanni Falcone, non solo non è stata battuta, ma si è rafforzata fino a oltrepassare i confini nazionali, non come organizzazione criminale-militare, ma come potenza economia e finanziaria? La ragione è facilmente comprensibile: i tre presupposti si sono rafforzati e la lotta dello Stato è stata affidata fondamentalmente alla magistratura e alle forze di polizia. Se si vuole davvero combattere le mafie bisogna che la politica faccia il proprio dovere e le colpisca al cuore, portandogli via beni e soldi, in modo da metterne in crisi i rapporti sociali e politici. Nei giorni dei delitti di camorra, Enzo Ciconte, lo ha scritto su questo giornale in un articolo dal titolo «Il capitale della mafia» e ha indicato anche alcune misure rapide di intervento che ricordo: costituzione di una Agenzia che si occupi dei beni (c'è già in America e si chiama Marshals Service); controlli dei passaggi di proprietà e delle transazioni immobiliari; attenzione agli investimenti che si fanno a Milano, Torino e Venezia ecc, cioè nei luoghi dove circola denaro e se ne può riciclare altro.
…
Mentre si fanno le cose che Ciconte suggerisce, però, è necessario censire seriamente i beni sequestrati e confiscati, monitorare i procedimenti in tutte le fasi, dal provvedimento di sequestro alla confisca, per vedere dove sono gli ostacoli che impediscono confische rapide, rimuovendo i responsabili, cambiare la legge. Persino in Germania, il Berliner Zeitung, si è accorto che il commissario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati è stato cancellato. Il governo d'Alema aveva nominato il generale Gastone Palmerini della guardia di finanza, il quale, andando persino sul posto, in un anno di lavoro era venuto a capo della mappa dei beni confiscati e destinati, calcolando anche i tempi di sosta nei vari passaggi. Il generale aveva chiesto al governo un anno di proroga dell'incarico per completare il lavoro. Ma il governo lo aveva sostituito con la dottoressa Vallefuoco, licenziata poi dal governo Berlusconi, che ha soppresso anche l'ufficio del commissario. Dalla ricerca fatta dai commissari era risultato che il più delle volte i beni vengono restituiti ai proprietari-prestanome perché nel corso dei processi non è possibile dimostrarne l'appartenenza a una associazione mafiosa;
…
Infatti, i tempi che vanno dalla proposta di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale alla destinazione dei beni confiscati sono di 10-11 anni.
…
Una presa in giro! Eppure il dottor Laudati, magistrato della procura nazionale antimafia, ha scritto che «non ci sarebbe bisogno di manovre finanziarie se noi riuscissimo ad acquistare il patrimonio della mafia». Ma lo Stato li vuole davvero i beni mafiosi? E li vuole vendere? Il dubbio è d'obbligo. Anche perché negli ultimi anni le confische, già esigue, sono diminuite e non di poco. La verità è che qualche bene confiscato è servito come trofeo per colpire l'immaginario collettivo e i beni mafiosi, valutati mille miliardi di Euro, non sono mai stati presi in seria considerazione per affermare una politica di giustizia e nel contempo economica e finanziaria. Per farlo è necessario cambiare la legge come la Commissione Fiandaca ha proposto nel 1999 al ministro della Giustizia di allora, dopo due anni di studio. Capisaldi delle proposte della Commissione erano e restano «l'inversione dell'onere della prova», che significa che la provenienza lecita del bene la deve dimostrare il possessore; l'applicazione delle misure alle persone giuridiche quali società «finanziarie controllate o amministrate da associazioni mafiose» e la vendita (la proposta è mia) attraverso una cartolarizzazione reiterata.
Se veramente lo si volesse, si potrebbe fare in pochissimo tempo, mobilitando l'intero paese legale e per bene, con l'obiettivo di mettere in ordine i conti pubblici e di investire nei settori cruciali per il futuro del paese. Ma si vuole?
13.11.2006 - dal sito GilBoulino
Ma è in buona compagnia. Il decreto di sospensione e le motivazioni
GilBotulino, sito sottoposto a sequestro preventivo
In realtà solo la pagina con la relazione della commissione d'accesso all'Als n.9 di Locri
A volte le sole parole non bastano. Anzi quasi mai. Servono i fatti. E più sono eclatanti e più fanno effetto. Non abbiamo altro modo di esprimere vicinanza e solidarietà a CalabriaOra, perseguitata per le denunce coraggiose. Pubblichiamo sui nostri siti la Relazione Conclusiva della Commissione di Accesso relativa agli accertamenti effettuati presso l'ASL 9 di Locri (RC). Un chiaro messaggio a chi cerca di zittire la stampa. Le censure, i bavagli non devono fare più paura.
Io sono d'accordo con il sottogretario Minniti che, nella trasmissione di Santoro, ha definito questa relazione meritevole di essere letta nelle scuole per capire il rapporto tra la 'ndrangheta e la Calabria.(gilbotulino.it 6-11-2006)
Se avete provato a scaricare, oggi, la Relazione Conclusiva della Commissione di Accesso relativa agli accertamenti effettuati presso l'ASL 9 di Locri, vi sarete accorti che non c'è più. La relazione è stata sequestrata su ordine del sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Lombardo.
Nell'ordine di esecuzione, che porta la data del 10 novembre 2006, si legge:
Proc. pen. n. 2243/06 R.G. notizie di reato (artt. 321 c.p.p., 92 e 104 D.L.vo 28 luglio 1989, n.271).
Il Pubblico Ministero dott. Giuseppe Lombardo, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Reggio Calabria, vista la richiesta di emissione di decreto motivato di sequestro preventivo avanzata da quest'Ufficio in data 10 novembre 2006 sulla base degli atti del procedimento penale indicato in epigrafe; visto il conseguente decreto motivato emesso dal Giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria in data 10 novembre 2006 con la quale è stato disposto disposto il sequestro preventivo di quanto meglio specificato nel procedimento che si allega, Dispone che sia data immediata esecuzione al provvedimento sopraindicato.
Nella Richiesta di sequestro, che porta la data del 10 novembre 2006, si legge:
Proc. pen. n. 2243/06 R.G. notizie di reato (artt. 321 c.p.p. e 104 D.L.vo 28 luglio 1989, n.271).
Il Pubblico Ministero dott. Giuseppe Lombardo, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Reggio Calabria, visti gli atti del procedimento penale indicato in epigrafe nei confronti di [...] 5. Pasquale Andreacchio, nato a Catanzaro, il 16 gennaio 1952, residente a Badolato in via Gramsci, n.19 + altri, indagati, Andreacchio Pasquale, del delitto p. e p. dagli artt. 110, 117 e 336 c.p. perché, quale responsabile del sito web "www.badolato.info"., in corcorso con persone in corso di compiuta identificazione e con funzionari pubblici in corso di individuazione che, violando i doveri inerenti alle proprie funzioni o al proprio servizio, fornivano o, comunque, agevolavano la conoscenza di notizie di ufficio le uali dovevano rimanere segrete in quanto concernenti procedura amministrativa rivelava -mediante la integrale pubblicazione sul predetto sito- il contenuto della relazione conclusiva riservata redatta dalla Commissione di accesso alla ASL n. 9 di Locri nominata con decreto del Prefetto della Provincia di Reggio Calabria n. 1603/2005 del 30 ottobre 2005.
Rilevato che la libera disponibilità delle pagine e dei file presenti anche all'interno degli ulteriori siti web
- http://www.genovaweb.org/materiali/dossier_asl_locri.pdf;
- http://canali.libero.it/affaritaliani/upload/re/0001/relazione_locri1.pdf;
- http://www.comunisticalabria.org/studi/relazione_locri.pdf;
- http://www.badolato.info/gilbotulino/2006/relazione_locri.pdf oltre chela libera disponibilità del documento riservato di cui alla rubrica, tanto in forma cartacea che informatica, da parte della emittente radiofonica Radio24 de Il Sole 24 Ore, possa:
- aggravare o protrarre le conseguenze del reato già indicato dato che divulgare per la libera consultazione la relazione conclusiva di cui sopra va considerata, atteso il carattere interno e classificato del documento di cui alla contestazione, condotta posta in essere in violazione della norma incriminatrice di cui alla rubrica;
- agevolare la commissione di altri gravi reati visto che la libera conoscenza del contenuto della relazione riservata - caratterizzato da chiari riferimenti a d attività delittuose poste in essere in un contesto gravemente compromesso dalle ingerenze della criminalità organizzata di tipo mafioso- non solo espone a concreto pericolo di ritorsione i redattori della relazione riservata oltre ai soggetti il cui ruolo ed i cui comportamenti sono stati oggetto dell'attività ispettiva di cui sopra ma favorisce la consumazione di ulteriori azioni criminose dirette a compromettere gravemente le attività di verifica in corso;
Evidenziato che la valutazione prognostica delle esigenze cautelari poste a fondamento del presente provvedimento dimostra la stretta connessione tra la sottoposizione a sequestro del sito web nella parte prima indicata e la salvaguardia del bene giuridico tutelato dalla norma in contestazione che la diffusione incontrollata del documento riservato prima indicato ha già ampiamente compromesso dovendosi ritenere sussistente, anche sulla base delle acquisizioni già effettuate, il concreto pericolo che ulteriori condotte criminose possano aggravare, protrarre le conseguenze del rato cui la misura cautelare è destinata a far fronte oltre che agevolare la commissione di altri reati utilizzando le informazioni riservate contenute nella relazione conclusiva riservata redatta dalla Commissione di accesso.
Chiede che il Giudice in indirizzo voglia disporre il sequestro preventivo:
1. delle pagine e dei file anche all'interno dei seguenti siti web:
- http://www.genovaweb.org/materiali/dossier_asl_locri.pdf;
- http://canali.libero.it/affaritaliani/upload/re/0001/relazione_locri1.pdf;
- http://www.comunisticalabria.org/studi/relazione_locri.pdf;
- http://www.badolato.info/gilbotulino/2006/relazione_locri.pdf al fine di oscurare in parte qua i predetti siti web ed impedire la possibilità di scaricarne liberamente il contenuto;
2. del documento riservato, tanto in forma cartacea che informatica, in possesso della emittente radiofonica Radio24 de Il Sole 24 Ore al fine di impedirne la lettura in apposito spazio della programmazione della predette emittente oltre che la consultazione e l'ascolto per il tramite del sito internet http://www.radio24.ilsole24ore.com.
Chiede che venga ordinata la predisposizione e la successiva apposizione in sostituzione delle pagine web sottoposte a sequestro (in posizione ben visibile dall'utenza) di idoneo avviso indicante che le pagine di interesse sono state sottoposte a sequestro preventivo per disposizione dell'Autorità Giudiziaria.
(gilbotulino.it, 13-11-2006)
Tripodi: un fatto di una gravità inaudita
Oscurato anche il sito del Partito dei Comunisti Italiani calabrese
Diliberto:
Prenderò immediati contatti con i ministri Gentiloni e Mastella
la dichiarazione dell'On. oliviero diliberto
E’ gravissimo e inaccettabile il provvedimento di sequestro preventivo del sito del Gruppo Regionale del Partito dei Comunisti Italiani della Calabria assunto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria ed eseguito dal Compartimento Polizia Postale e Comunicazioni “Calabria”.
Ed è ancora più grave che un provvedimento di questa natura avvenga in Calabria per bloccare la pubblicazione della Relazione Conclusiva della Commissione di Accesso relativa agli accertamenti effettuati presso l’ASL 9 di Locri (RC) che costituisce un documento di straordinario valore.
Per tali ragioni prenderò immediati contatti con il Ministro delle Comunicazioni on. Gentiloni e con il Ministro della Giustizia sen. Mastella per capire quali provvedimenti intendono assumere, ciascuno per la propria competenza, a tutela della libertà di informazione e per valutare la legittimità dell’operato della Procura di Reggio Calabria che ha avviato un’attività che risulta assai discutibile.
il comunicato stampa del PdCI Calabrese
“Dopo il quotidiano Calabria Ora ed i siti internet indipendenti, adesso tentano di mettere il bavaglio al sito del Gruppo Regionale del Partito dei Comunisti Italiani della Calabria”.
Si è così espresso il Segretario Regionale del PdCI On. Michelangelo Tripodi, appresa la notizia che sul sito internet dei Comunisti Italiani calabresi è stata oscurata, con un provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria ed eseguito poi dalla Polizia Postale, la Relazione Conclusiva della Commissione di Accesso relativa agli accertamenti effettuati presso l’ASL 9 di Locri (RC).
La relazione era stata pubblicata sul sito internet del Gruppo Regionale dei Comunisti Italiani per esprimere solidarietà al quotidiano Calabria Ora, che era stato oggetto in passato di una perquisizione da parte delle forze di Polizia di tutte le redazioni provinciali e locali e che portò poi al sequestro della relazione sull’Asl di Locri da parte della magistratura, e per ribadire il sacrosanto diritto ad un’informazione libera, senza censure e condizionamenti di sorta.
“Si tratta di un fatto di una gravità inaudita, ha continuato Michelangelo Tripodi, sul quale nelle sedi opportune, a partire dal Parlamento della Repubblica, faremo sentire alta la nostra indignazione e la nostra voce di protesta”.
Il PdCI calabrese, nel denunciare questo comportamento lesivo della democrazia e dello stato di diritto, darà mandato ai propri legali per chiedere l’immediato dissequestro del sito e per ripristinare il diritto all’informazione.
“In una regione come la nostra, ha concluso il Segretario Regionale del PdCI Tripodi, dove spesso l’informazione è al servizio dei potenti e dei potentati, si cerca, con queste iniziative, alquanto opinabili, di far tacere le voci libere ed indipendenti, invece di dare modo a tutti i cittadini di venire a conoscenza di importanti questioni che dovrebbero essere di dominio pubblico”.
www.comunisticalabria.org
(gilbotulino.it, 13-11-2006)
I favori della Pasquin per il villaggio della cosca Mancuso a Parghelia.
Avviso di garanzia anche al Sindaco di Parghelia, Calzona
12/11 Ruotano intorno all'interesse per la realizzazione di un villaggio turistico a Parghelia la gran parte delle ''agevolazioni'' che, secondo l'accusa, il magistrato di Vibo Valentia Patrizia Pasquin, arrestata dalla polizia per il reato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta 'Dinasty 2 - do ut des', avrebbe fatto alla cosca dei Mancuso. L'attivita' del magistrato, finalizzata ad ottenere i finanziamenti e ad iniziare i lavori del complesso turistico, sono ricostruiti nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Salerno, Emma Conforti, su richiesta dei pm antimafia Mariella De Masellis e Domenica Gambardella. Il Gip evidenzia in particolare che Patrizia Pasquin, mentre era presidente del collegio per le misure di prevenzione del Tribunale di Vibo Valentia, nonostante avesse dei rapporti di frequentazione con il difensore di fiducia dei Mancuso non si sarebbe astenuta dal trattare procedimenti relativi a misure di prevenzione nei confronti di un esponente della cosca che, attraverso alcuni atti, sarebbe stato agevolato affinche' non venissero sequestrati dei beni. L'accusa sostiene che i rapporti tra Patrizia Pasquin ed il difensore dei Mancuso si ''inserivano in un contesto di reciproco sfruttamento dei ruoli di ciascuno, in modo che la dottoressa Pasquin potesse sfruttare la rete di conoscenze dell'avvocato all'interno degli organi di vertice degli enti pubblici territoriali del vibonese''. L'interesse del giudice Pasquin era principalmente rivolto, secondo il Gip del tribunale di Salerno, alla realizzazione della ''lottizzazione nel comune di Parghelia presentata dalla societa' 'Il Melograno Village' di cui la Pasquin era socia occulta''. Il magistrato, secondo l'accusa, in occasione della riunione del consiglio comunale di Parghelia, avrebbe contattato il difensore dei Mancuso per chiedergli di intervenire su alcuni esponenti del consiglio perche' bisogna ''ammorbidire la posizione'' affinche' la realizzazione della lottizzazione non avesse ostacoli. Dagli elementi raccolti dagli inquirenti, inoltre, sarebbe emerso anche che la lottizzazione del villaggio turistico avvenne ancor prima che la societa' Melograno Village Srl acquistasse tutti i terreni. Il cantiere di Parghelia e' stato intanto sequestrato su disposizione dei magistrati di Salerno. Secondo quanto e' emerso dalle indagini, componente della societa' che sta realizzando il villaggio e' Alessandro Tassone, figlio del giudice Pasquin, che in realta', sempre secondo l'accusa, avrebbe svolto tale ruolo per conto della madre. Secondo l'ipotesi accusatoria, inoltre, la procedura per la realizzazione del villaggio sarebbe stata caratterizzata da una serie di illeciti. Dagli atti dell' inchiesta emerge il ruolo svolto nella vicenda dal giudice Pasquin che ''consigliava, si preoccupava - sostengono i magistrati di Salerno - compulsava pubblici amministratori e faceva pressioni alla stregua di uno spregiudicato imprenditore interessato ad una cosa propria''. Nell'interrogatorio di garanzia svoltosi ieri dinanzi al Gip, Patrizia Pasquin avrebbe affrontato anche la vicenda della realizzazione del villaggio turistico e degli atti compiuti nei procedimenti che riguardavano il clan Mancuso. Sull'esito dell'interrogatorio pero' viene mantenuto il massimo riserbo. L'unico commento fatto ieri da uno dei difensori del magistrato, l'avvocato Agostino De Caro, docente universitario e componente della commissione di riforma del codice di procedura penale e' stato che si tratta di ''una vicenda seria sulla quale stiamo lavorando''.
Avviso di garanzia anche al Sindaco di Parghelia, Calzona
12/11 E' in corso la notifica degli avvisi di garanzia alle persone coinvolte nell'inchiesta 'Dinasty 2 - do ut des', che ha portato, nei giorni scorsi, all'arresto di alcune persone tra cui il magistrato Patrizia Pasquin accusata di corruzione. Tra le persone che hanno ricevuto l'informazione di garanzia c'e' anche il sindaco di Parghelia, Nicola Calzona, il quale si e' detto sereno ed in attesa che ''la magistratura chiarisca tutta la vicenda''. La notifica degli avvisi di garanzia, una quindicina in tutto, viene effettuata dagli agenti della polizia di Stato che contestualmente hanno compiuto anche una serie di perquisizioni ed acquisizione di atti.
La Pasquin agevolò i Mancuso per favori
12/11 Il magistrato di Vibo Valentia Patrizia Pasquin, arrestata dalla polizia per il reato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta 'Dinasty 2 - do ut des', avrebbe, secondo l'accusa, agevolato i Mancuso per ottenere dei favori da parte di uno dei legali di due esponenti della cosca. E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Salerno, Emma Conforti, su richiesta dei pm antimafia Mariella De Masellis e Domenica Gambardella. Patrizia Pasquin, mentre era presidente del collegio per le misure di prevenzione del Tribunale di Vibo Valentia, nonostante avesse dei rapporti di frequentazione con il difensore di fiducia dei Mancuso non si sarebbe astenuta dal trattare procedimenti relativi a misure di prevenzione nei confronti di un esponente della cosca. L'accusa sostiene che i rapporti tra Patrizia Pasquin ed il difensore dei Mancuso si ''inserivano in un contesto di reciproco sfruttamento dei ruoli di ciascuno, in modo che la dottoressa Pasquin potesse sfruttare la rete di conoscenze dell'avvocato all'interno degli organi di vertice degli enti pubblici territoriali del vibonese''. L'interesse del giudice Pasquin era principalmente rivolto, secondo il Gip del tribunale di Salerno, alla realizzazione della ''lottizzazione nel comune di Parghelia presentata dalla societa' 'Il Melograno Village' di cui la dott.ssa Pasquin era socia occulta''. Il Gip evidenzia inoltre che Pasquin, in occasione della riunione del consiglio comunale di Parghelia, avrebbe contattato il difensore dei Mancuso per chiedergli di intervenire su alcuni esponenti del consiglio perche' bisogna ''ammorbidire la posizione'' affinche' la realizzazione della lottizzazione non avesse ostacoli.
I legali valutano i tempi del riesame
12/11 Il giorno dopo l'interrogatorio fiume che ieri, al carcere salernitano di Fuorni, ha visto protagonista Patrizia Pasquin, il presidente della sezione civile del Tribunale di Vibo Valentia in carcere con l'accusa di corruzione in atti giudiziari, falso e truffa aggravata ai danni dello Stato, i suoi avvocati continuano a mantenere il piu' completo riserbo. ''Stiamo valutando quando ricorrere davanti al Tribunale del Riesame - ha commentato l'avvocato Bruno Ganino che insieme ad Agostino De Core cura la difesa della Pasquin - questa e' una fase di interrogatori, quindi non ci pare il caso di fare ulteriori dichiarazioni''.
È accusato di associazione a delinquere
Tra i 21 indagati anche un sacerdote con amicizie altolocate
Crotone - L'imprenditore sospettato di mafia è il sacerdote con amicizie altolocate. Dalle carte dell'inchiesta "wood line" spunta tra gli indagati il nome di don Francesco Giungata parrocco della chiesa di Santa Chiara di Crotone e cappellano del Sovrano Ordine di Malta. Don Giungata secondo gli inquirenti si sarebbe attivato per tentare (senza riuscirvi), di far ottenere alle società Talamo Srl ed alla società Catarsi Marine (entrambe sarebbero controllate di fatto da Anselmo Cavarretta), la certificazione antimafia che era stata loro negata.
La mancata concessione del nullaosta antimafia aveva creato seri problemi alle 2 società. Alla "Catarsi Marine" (nata con il contratto d'area ed in attività con più di 100 occupati) che produce yacht, il ministero delle attività produttive ha revocato lo scorso anno i finanziamenti. Sarebbe stato l'ex parlamentare di Forza Italia Pasqualino Biafora (che non risulta tra gli indagati) a consigliare a Cavarretta di rivolgersi a don Giungata. Questi in un colloquio con Cavarretta intercettato dagli inquirenti, gli riferisce di essere intervenuto anche nei confronti dell'allora prefetto di Crotone.
Il sacerdote è per questo indagato per associazione a delinquere finalizzata alla malversazione in danno dello stato ed alla truffa aggravata con l'aggravante dell'art. 7 della legge antimafia. Dello stesso reato sono accusati Anselmo Francesco Cavarretta (42 anni di Isola Capo Rizzuto), Caterina Carchivi (41 anni di Isola Capo Rizzuto), David Berti (35 anni di Pisa), Guglielmo Berti (70 anni di Pisa), Giovanni Greco (51 anni di Crotone), Michele Raffaele (55 anni di Isola Capo Rizzuto), Fabrizio Sanzone (51 anni, residente a Cecina nel Livornese), Giovanni Maiolo (49 anni di Isola Capo Rizzuto), Fabiola Ventura (44 anni di Isola Capo Rizzuto), Pasquale Arena (53 anni di Isola Capo Rizzuto). Cavarretta è indagato per riciclaggio e per ricettazione con Sanzone e ad Alfredo Mortillo (64 anni, imprenditore livornese). È indagato per corruzione Alfredo Biondi (53 anni), capo ufficio tecnico del Comune di Isola Capo Rizzuto. Pasquale Arena, dirigente del Comune di Isola è inoltre indagato per turbata libertà degli incanti e mafia. Indagato per mafia anche Giovanni Antonio Iedà (43 anni di Isola, candidato Udc alle regionali 2005).


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
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PER LE
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DEL COMUNE
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Tra sinistra,
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nel disastro doloso
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
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