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La mappatura della Liguria
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LOCRIDE Requisitoria del dott. Gratteri nel processo "Nostromo", che si celebra davanti al gup di Reggio
di Paolo Toscano
REGGIO CALABRIA – Ventiquattro imputati, altrettante condanne. Sono state dure le richieste del pubblico ministero nel processo "Nostromo", che si sta celebrando nell'aula bunker di viale Calabria davanti al gup Concettina Garreffa. Il sostituto procuratore Nicola Gratteri ha chiesto al giudice di riconoscere la colpevolezza degli imputati, chiamati a vario titolo di rispondere di associazione mafiosa, estorsione, intimidazione, danneggiamento, detenzione e porto illegale di armi, favoreggiamento di latitanti, traffico di sostanze stupefacenti, omissioni in atti d'ufficio, invocando complessivamente condanne a 315 anni e 2 mesi di reclusione.
Il processo scaturisce dall'omonima operazione condotta nel giugno dello scorso anno dai Carabinieri del comando provinciale e del Ros, con il coordinamento del dott. Gratteri, a conclusione di due anni di indagini sulle attività di un gruppo criminale attivo nella Locride. Dall'inchiesta era emerso che il gruppo attuava, con metodi mafiosi, il controllo della pesca e delle attività connesse su una striscia di mare che dal confine jonico della provincia reggina raggiunge Capo Spartivento.
Le condanne più pesanti, 20 anni di reclusione, il pubblico ministero l'ha invocata per Giuseppe Coluccio, 40 anni, e suo fratello Salvatore, 39 anni, entrambi nati e residenti a Gioiosa. Il rappresentante dell'accusa ha, inoltre, richiesto la condanna di: Desirè Calvi, 31 anni, Borgaro Torinese (7 anni di reclusione); Rosetta Curciarello, 41 anni, Siderno (7 anni); Angelo Salvatore Del Monte, 41 anni, nata a Brindisi e residente a Borgaro Torinese (19 anni); Elisabetta Del Monte, nata a Brindisi e residente a Borgaro Torinese (9 anni); Massimo De Santis, Taranto (1 anno), Vincenzo Futia, 30 anni, Locri (12 anni); Nicola Ieraci, 49 anni, Marina di Gioiosa (19 anni e 6 mesi); Pasquale Jeraci, 61 anni, Marina di Gioiosa (17 anni); Rocco Jeraci, 32 anni, Locri (16 anni); Vincenzo Macrì, 69 anni, Siderno (10 anni); Giuseppe Mannino, 46 anni, Catania (6 anni e 4 mesi); Sandro Meli, 25 anni, Stilo (16 anni); Salvatore Minniti, 45 anni, Sant'Elia di Montebello Jonico (11 anni); Giuseppe Privitera, alias "Pippo Scirocco", 46 anni, Catania (6 anni e 4 mesi); Cosimo Romanello, 47 anni, Siderno (19 anni e 6 mesi); Giulia Immacolata Scarfò, 59 anni, Siderno (8 anni); Francesco Sorrentino, 53 anni, Vibo Valenzia (11 anni); Antonio Stefano, 31 anni, Siderno (18 anni); Gilberto Trimboli, 31 anni, Siracusa (17 anni); Massimo Verterano, 38 anni, Marina di Gioiosa (18 anni); Nicola Verterano, 37 anni, Marina di Gioiosa (17 anni); Vincenzo Verterano, 42 anni, Borgato Torinese (18 anni).
L'inchiesta si era occupata di un contesto di criminalità organizzata insediato nella zona di Siderno ma con emanazioni operative anche fuori regione. Nel mirino degli inquirenti era finita l'attività del gruppo in relazione alla gestione e al controllo illecito dell'attività di pesca nella porzione di mare corrispondente al territorio di insediamento del gruppo, ma aveva riguarda anche attività diversificate, come il traffico di droga. Le indagini si erano sviluppate attraverso i risultati delle intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche attraversi i servizi di verifica, osservazione e pedinamento. Nel corso dei controlli c'erano stati due sequestri, uno di sostanza stupefacente (850 grammi di cocaina), un altro su materia di taglio di sostanza stupefacente (un chilo e mezzo di lidocaina cloridrato), con arresto di Nicola Ieraci Nicola, Pasquale Ieraci, Salvatore Medici per la detenzione della droga e successivo rinvenimento dell'altro materiale. Concluso davanti al gup Costabile il processo "Oil stain"
nato da un'operazione condotta nel 2004 dalla Polizia con il coordinamento della Dda
Alla sbarra un gruppo accusato di rifornirsi di "roba" tra Rosarno e Africo per rivenderla nell'area tra la città e Villa
Sette condanne e dodici assoluzioni a conclusione del processo "Oil stain". Il processo, celebrato con il rito abbreviato davanti al gup Adriana Costabile, era nato dall'operazione condotta dalla Polizia a conclusione di un'inchiesta su alcuni gruppi di spacciatori che si rifornivano a Rosarno e Africo e vendevano la merce soprattutto nella zona ricompresa tra la città e Villa San Giovanni. Il gup ha inflitto complessivamente 12 anni e 8 mesi di reclusione e multe per 24 mila 100 euro. Sono stati condannati: condannato Giuseppe Sonzogno a 1 anno 8 mesi di reclusione e 3 mila euro di multa; Massimiliano Biancorosso a 2 anni e 4 mila euro; Domenico Zema a 1 anno 4 mesi e 2600 euro; Francesco Maria Dattilo a 2 anni 2 mesi e 4200 euro; Domenico Bianco a 1 anno 6 mesi e 3 mila euro; Giandomenico Dattilo a 2 anni 4 mesi e 4400 euro; Giuseppina Angela Catalano a 1 anno 4 mesi e 2700 euro di multa.
Il giudice dell'udienza preliminare ha disposto la sospensione della pena per Giuseppe Sonzogno, Domenico Zema, Domenico Bianco e Giuseppina Angela Catalano e ha dichiarato interamente condonata la pena agli stessi imputati e a Massimiliano Biancorosso, Francesco Mario Dattilo e Giandomenico Dattilo.
Sono stati, invece, assolti da ogni accusa Egidio Fato, Massimo Geria, Davide Sonzogno, Raffaele Gallo, Francesco Polimeri, Filiberto Dattilo, Daniele Minutolo, Marco Sofi, Giuseppe Bianco, Gioacchino Cananzi, Francesco Capria e Valentino Mulè.
Il giudice ha accolto parzialmente le richieste dell'accusa, rappresentata nel processo dal sostituto procuratore Mario Andrigo. In difesa degli imputati sono intervenuti gli avvocati Antonio Tarsitani, Corrado Politi, Gaetano Aragona, Gregorio Cacciola, Michele Priolo, Domenico Versace, Giacomo Iaria, Candelora Sclapari, Basilio Pitasi, Annamaria Tripepi, Loris Nisi, Barbara Versace.
L'inchiesta del personale del commissariato di Villa San Giovanni aveva accertato l'esistenza di quattro gruppi di spacciatori che avevano il monopolio della fornitura di eroina, cocaina e hascisc a un numero crescente di tossicodipendenti. Un giro sempre più consistente e fiorente che, grazie al rifornimento continuo assicurato da collegamenti con elementi della criminalità organizzata della Piana e della Locride, si allargava a macchia d'olio. E questo particolare aveva dato agli investigatori della Polizia lo spunto per etichettare con la definizione inglese "Oil stain" (macchia d'olio) l'operazione scattata all'alba del 30 gennaio 2004.
Nella circostanza erano stati arrestate 19 delle 20 persone colpite dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Giampaolo Boninsegna su richiesta del pm Mario Andrigo. Undici indagati erano finiti in carcere, altri 8 erano finiti ai domiciliari. L'inchiesta era andata avanti per circa un anno attraverso appostamenti, pedinamenti e intercettazioni. Era emerso che l'organizzazione si riforniva di droga a Rosarno e Africo e contava su collegamenti con l'hinterland milanese. Un lavoro complesso e delicato aveva consentito agli investigatori di mettere insieme tutte le tessere del mosaico dove capitava anche di trovare intrecciate le figure di consumatore e spacciatore.
Gli investigatori della Polizia erano partiti da un primo gruppo composto da tre consumatori-spacciatori di Villa San Giovanni. Il terzetto, secondo l'accusa, si riforniva di sostanze stupefacenti rivolgendosi a elementi che operavano nella stessa Villa, a Gioia Tauro e Africo. Un mese prima dell'operazione gli investigatori avevano colto un primo successo individuando un paio di consumatori-spacciatori. Uno era Francesco Dattilo che era già assurto agli onori della cronaca in occasione dell'arresto, avvenuto il mese precedente l'operazione, insieme agli altri autori della spettacolare rapina al furgone portavalori in località Masella di Montebello.
Nella fiorente attività di spaccio, secondo l'accusa, si era pienamente inserito anche Giovandomenico Dattilo, assistito dalla moglie Giuseppina Catalano. Mentre un gruppo organizzato su Reggio faceva capo a Giuseppe Sonzogno, assistito da Domenico Zema, Massimiliano Biancorosso e altri
Durante le indagini, il 9 aprile del 2003, la polizia aveva sequestrato 250 grammi di hascisc e arrestato due spacciatori rosarnesi.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall'On. Napoli Angela (già componente della Commissione Antimafia e promotrice, insieme ad altri 20 deputati, dell'iniziativa legislativa (affossata dalla maggioranza Polo-Unione) per impedire l'accesso alla Commissione Antimafia dei condannati per mafia.
Roma – 05.10.2006
COMUNICATO STAMPA sulla LOCRIDE
dell’On. Angela NAPOLI
A distanza di soli cinque giorni dall’omicidio del Vice Presidente del Consiglio regionale calabrese, Francesco Fortugno, ebbi a dichiarare che per scoprire le verità sarebbe stato necessario operare a 360° negli ambienti della politica, della ‘ndrangheta e della massoneria deviata. Appare, quindi, comprensibile che non avrei mai potuto dichiararmi soddisfatta dalle “false verità” né, tantomeno, accettare o condividere atteggiamenti o posizioni di “comodo”. Ho avuto perplessità nel ritenere tutte valide le deposizioni del cosiddetto “pentito”, certa che costui non ha detto tutto (e in base alla normativa vigente in materia di collaboratori di giustizia, ormai non potrà aggiungere nulla di più!) come, ad esempio, dove siano finite l’arma e l’auto usate per il delitto. Personalmente, ho poi ritenuto destituito di qualsiasi fondamento, per un omicidio di tale portata, il movente attribuito al presunto mandante.
Mentre sul delitto era calato il silenzio, alcune mie dichiarazioni sul caso sono state considerate invasive del lavoro della Magistratura. Ancora oggi attendo la risposta nell’Aula del Parlamento alle interpellanze, presentate da tempo, con le quali ho chiesto, all’attuale Ministro della Giustizia, di conoscere le motivazioni dell’abbandono delle indagini sul delitto Fortugno da parte del Sostituto Procuratore della DDA di Reggio Calabria, Giuseppe Creazzo, e del pressoché contemporaneo trasferimento dell’altro Magistrato della stessa DDA, Roberta Nunnari, titolare dell’indagine sul tentato omicidio del già assessore regionale all’istruzione, Saverio Zavettieri.
Siamo ormai vicini al primo anniversario della morte di Fortugno ed accanto ai ferventi preparativi per la commemorazione, i quotidiani nazionali e regionali pubblicano svariate interviste e dichiarazioni sul fatto. Il Presidente del Consiglio regionale afferma, a proposito dell’omicidio Fortugno, che “….alcuni poteri in Calabria, ma non solo, hanno accusato il colpo. Si sono spaventati e si sono ritrovati davanti al rischio reale di non poter controllare più la situazione”, ma lo stesso Presidente non verifica se tra coloro che fanno parte di tali potentati ci siano uomini del centro – sinistra e che facciano parte magari anche dello stesso Consiglio regionale o si aggirino nelle stanze degli uffici di Presidenza e degli Assessorati vari.
C’è poi chi, naturalmente dopo essere stato beneficiato politicamente dal delitto Fortugno, oggi attribuisce la reazione della ‘ndrangheta alla volontà politica calabrese di cambiamento: ma quale cambiamento hanno prodotto fino ad oggi le Giunte regionali del centro – sinistra del Presidente Loiero? Di quanto sono diminuiti malaffare e collusioni con la ‘ndrangheta? Cosa è stato fatto dopo il coinvolgimento in alcuni interventi giudiziari di importanti esponenti regionali dell’Unione?
Ritengo davvero inutile tentare di riaccendere i riflettori ad un anno di distanza, così come trovo privo di fondamento l’appellarsi al Capo dello Stato o alla DNA: la verità non si conoscerà mai!
Ancora oggi, nonostante l’importante relazione prodotta dalla Commissione d’accesso sull’A. S. di Locri, vengono solamente fatte attenzionare le interrogazioni che il dottore Fortugno ha presentato in Consiglio regionale, nel mentre continuano ad essere giacenti importanti denunzie presso la Procura di Locri.
Potrebbe essere un omicidio politico: quale, allora, l’area politica coinvolta, quali gli interessi e quale la motivazione? I rappresentanti di tutti i Partiti in Consiglio Regionale della Calabria, con enorme soddisfazione del Presidente Loiero, hanno sottoscritto un codice etico: perfetto alibi per esentare la politica da responsabilità sul delitto!
Potrebbe essere un omicidio di ‘ndrangheta: quali, allora, gli interessi contrastati da Fortugno? Quali le denunzie e gli atti di contrasto alla criminalità? Quali i settori interessati? Quali le cosche contrastate? Chi conosce la ‘ndrangheta non può non sapere che simili delitti vengono pianificati a tavolino, con l’accordo di tutte le cosche e, soprattutto, non servendosi di killer locali!
Potrebbe essere un omicidio interno all’ A. S. di Locri: quali, allora, gli interessi contrastati dal dottor Fortugno o dalla dottoressa Laganà, oggi parlamentare della Margherita? Sono riscontrabili palesi attività di contrasto del dottore Fortugno a primariati, incarichi, consulenze, società di attrezzature sanitarie, società di appalti di pulizie, società convenzionate con la Regione Calabria per strutture sanitarie, e che, così come evidenziato dalla relazione di accesso in quell’ A.S., coinvolgano parentele o collusioni con la ‘ndrangheta della locride? Non dimentichiamo che prima del dottore Fortugno sono stati uccisi altri tre sanitari dell’A.S. di Locri!
Basta con il vittimismo di maniera, con la demagogia e con le strumentalizzazioni! I calabresi non meritano più di essere frastornati da notizie fuorvianti, ma hanno bisogno di verità. Il vero obiettivo non è stato raggiunto da coloro che hanno ucciso il dottore Fortugno, ma da chi, servendosi di questa orribile tragedia, ha fatto carriera politica, magari spudoratamente anche all’insegna dell’Antimafia!
dal sito Democrazia e Legalità
3 ottobre 2006, ore 18.00 : Giustizia, l'Unione va sotto per un voto Italia dei Valori si astiene al Senato. L'ira di Mastella: «Di Pietro chiarisca o si dimetta».
4 ottobre 2006, ore 18.00 : Di Pietro : «Voteremo il ddl Mastella» Il leader dell'Italia dei valori annuncia il sì del suo partito: «Ma lo facciamo solamente per senso di responsabilità»
Di Pietro e Mastella in qualsiasi Paese europeo sarebbero stati licenziati dal premier. Ma da noi il Cabaret negli ultimi anni è stato parte integrante dell’attività di governo. Ora ci manca perché ci manca Lui.
Volete mettere le corna, la corte alla presidente finlandese, il bacio all’operaia di Putin, la chitarra di Apicella, i duetti con Fede, le pacche sulle spalle a Bush … Che tristezza col governo Prodi! Dopo che hai guardato Padoa Schioppa che annuncia lacrime e sangue vorresti godertela un po’. Ma il cabaret è di infimo ordine.
Di Pietro e Mastella, sembrano due guitti, ma con la poltrona e i soldi. Si annusano, si fanno i dispetti, minacciano sfracelli e poi , come i ladri di Pisa, si mettono d’accordo. Un giorno si e l’altro pure, ognuno chiede le dimissioni dell’altro in nome degli interessi della Patria. Ognuno minaccia le proprie. Ma poi, come da copione improvvisato scritto in Dipietrese, lingua arcaica e asintattica, e in Ceppaloniano, sannio bastardo, si mettono d’accordo e ricominciano il giorno dopo.
Prodi dovrebbe tremare perché minacciano a turno di mandare a casa il governo. Ma non se ne preoccupa perché sa bene che manderebbero a casa anche se stessi, e non lo faranno mai. Hanno trovato l’America e se la tengono. E i grulli degli italiani? Abbozzano e sperano che i due giganti della politica e del governo la smettano. Anche perché, checché gli interessati ne pensino, non riescono a divertire nessuno.
Il più patetico però è Di Pietro, perché vorrebbe dare a intendere che non sapesse che la politica della giustizia Mastella non potrebbe farla diversamente. Allora si appella al Programma. Ma non si è accorto che quello che lui chiama il Programma era al massimo una predica che ognuno, compreso lui, recita come gli fa comodo.
dal sito di Piero Ricca
In questo Paese chi fa il proprio dovere passa per un fanatico e rischia di pagarla cara. Tale è lo spirito dei tempi. Ho già scritto di Francesco Giuffrida, il dirigente della Banca d’Italia che svolse un incarico di consulenza per la procura della Repubblica di Palermo nell’ambito del processo Dell’Utri. Giuffrida verificò tra l’altro che una parte ingente degli iniziali capitali berlusconiani (circa 250 milioni di euro in valuta attuale) è di origine misteriosa, cioé non documentata e si suppone mafiosa. In tal modo ha contribuito alla condanna a nove anni per mafia del principale collaboratore dell’ex presidente del Consiglio. Imperdonabile. E infatti Francesco Giuffrida, che più di recente si è occupato dei traffici finanziari di Roberto Calvi, in merito alla cui morte è stata riaperta un’inchiesta, è sotto processo a Palermo, citato in giudizio dalla Fininvest, che gli chiede i “danni morali” per la sua “negligenza”. Tutto questo in concomitanza con l’avvio del processo d’appello al medesimo Dell’Utri.
Il metodo è sempre lo stesso: intimidire, vendicarsi, delegittimare. Punirne uno, il più “fanatico”, per educarne cento. Ho ricevuto questo appello, firmato da un amico di Giuffrida. Lo pubblico qui sotto e invito a diffonderlo, per far sentire la nostra solidarietà a una persona con la schiena dritta.
“Desidero rivolgermi a te direttamente e personalmente, non ricorrendo questa volta al consueto invio multiplo, per un appello di solidarietà che mi sta molto a cuore, e che riguarda una persona che è un mio caro amico da sempre, Francesco Giuffrida. Nella stessa forma, diretta e personale, invierò questo messaggio a tutte le persone che so essere sensibili al tema dell’integrità e del coraggio civile. Per chi non lo ricorda, dirò che Francesco Giuffrida è il coraggioso dirigente della Banca d’Italia (Vice-direttore a Palermo) che su richiesta e incarico della Procura della Repubblica di Palermo ha condotto una accurata e scrupolosa perizia tecnica sui flussi di capitali diretti alla Fininvest, per il processo a Marcello Dell’Utri.Per questo suo lavoro Francesco dovrà comparire in giudizio il 12 ottobre, citato dalla Fininvest per presunti danni morali. La citazione è arrivata alla vigilia del processo d’appello per Dell’Utri, e in corrispondenza con un altro incarico attribuito, sempre a Francesco, questa volta dalla Procura di Roma, che evidentemente lo ritiene un tecnico assai affidabile, per indagare sui movimenti di capitali legati alla vicenda di Roberto Calvi. “Sembra una minaccia, un modo per zittirlo e intimorirlo al processo”, ha dichiarato in giugno un magistrato al giornalista del Corriere Cavallaro. Non solo: la citazione comporta il concreto rischio che tutta la sua attività di esperto, e le perizie che gli sono state affidate, vengano delegittimate. Francesco Giuffrida dovrà andare a difendersi di fronte ad un uomo che è stato condannato per mafia, solo per aver fatto il suo lavoro e per averlo fatto bene, e dovrà farlo da solo, visto che nemmeno la Banca d’Italia, ovviamente a conoscenza della sua collaborazione con il tribunale, si è mossa per un‘azione di sostegno, o per tutelarlo in sede di giudizio. Perchè questo appello? per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano (solo Felice Cavallaro ha scritto un articolo sul Corriere, e un altro è uscito sulla Repubblica, entrambi in giugno, poi più nessuna informazione), contro il pericolo che questo isolamento, quasi omertoso, può comportare per Francesco e la sua famiglia. Per questo chiedo a te, e agli altri a cui manderò questa lettera, di fare quanto è nelle tue facoltà affinché l’appello abbia la più ampia diffusione possibile, per non lasciare solo Francesco, ma soprattutto per dare il giusto risalto a comportamenti di integrità, rigore personale e coraggio che meritano di essere conosciuti, messi in evidenza e portati ad esempio. Anche un semplice messaggio di risposta può significare molto”.
Giuseppe Giolitti
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Quinta Giornata di lotta contro la criminalità, l'illegalità e per lo sviluppo economico e sociale
Costantino (Cids): reagire è il compito delle Istituzioni
di Loredana Nicolò
«Chiedo giustizia per l'intera Locride e vi dico: impegnatevi! Ciascuno di voi, nei rispettivi ruoli, datevi da fare perché altrimenti questa terra neonata non diventerà mai grande». Queste vibranti parole, pronunciate da Liliana Esposito, madre di Massimiliano Carbone, ucciso nel settembre 2004 - presente insieme ai familiari di Renato Vettrice scomparso dall'agosto 2005 -, sono state il punto più alto e commovente dell'annuale assemblea tenuta dal Comitato interprovinciale per il diritto alla sicurezza (Cids) nel contesto della quinta Giornata di lotta contro la criminalità, l'illegalità e per lo sviluppo economico e sociale.
Al dibattito, tenutosi ieri nell'aula consiliare di Palazzo San Giorgio e moderato dall'avv. Paolo Federico, hanno partecipato l'europarlamentare Armando Veneto, il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Gerardo Dominijanni, il consigliere regionale Antonio Acri, il presidente nazionale de "I Socialisti" Saverio Zavettieri, il presidente della Camera di Commercio Lucio Dattola, il presidente del Cids Demetrio Costantino.
È stato Demetrio Costantino ad introdurre i lavori, ribadendo come la questione sicurezza sia «centrale e prioritaria» per la vita del Paese e richiamando l'esortazione dell'arcivescovo Mondello ai politici acché siano «coerenti».
Il presidente del Cids ha tra l'altro ricordato un dato contenuto nella relazione semestrale della Direzione nazionale antimafia, inerente «l'altissima densità criminale in Calabria (27%): ovvero su circa 2 milioni di abitanti 540 mila sono malavitosi». Ecco perché «non bisogna fingere di non capire la gravità della situazione. cosa che molti politici fanno» ha aggiunto Costantino. «Compito di chi guida le Istituzioni è: reagire». Rinnovato dal Cids l'appello a «fare piena luce sull'omicidio Fortugno», con l'invito ai politici a «supportare l'azione di magistratura e forze dell'ordine» poiché «uno Stato moderno non può fare affidamento solo sui pentiti. C'è bisogno della collaborazione di tutti». Quanto ai familiari delle vittime della 'ndrangheta, «lo Stato può attenuarne il dolore rendendo loro giustizia e facendo in modo che vi sia certezza della pena».
Il diessino Antonio Acri, componente della Commissione regionale antimafia, ha affermato la necessità di affrontare il problema sicurezza in Calabria «iniziando a coprire i pesanti vuoti negli organici della magistratura», fornendo quindi tutti gli strumenti necessari a condurre la lotta alla criminalità. Acri ha sottolineato come nel 2005 gli episodi criminosi abbiano avuto un'impennata «soprattutto in termini di efferatezza», osservando poi come sulla proposta di legge regionale inerente un Sistema integrato di sicurezza (Sis) «per la prima volta si sia registrata l'unanimità in Commissione regionale antimafia», puntando ad una «presa in carico del problema» a fronte di un'usuale «deresponsabilizzazione dei governi locali» che rimandano la domanda di sicurezza agli organi "tradizionali" dello Stato (magistratura e forze dell'ordine). Il "Sis" punta quidi ad un «legittimo spazio legislativo in ambito regionale cosicché ogni città indichi le priorità e il mix d'interventi ritenuto più opportuno ad un percorso di sicurezza né facile, né scontato. Perché fare antimafia vuol dire esporsi, con responsabilità diretta».
Tre gli strumenti di lotta alla criminalità indicati dal magistrato Gerardo Dominijanni, al termine di un intervento che ha messo a nudo le difficoltà dell'attività giudiziaria, acuite a suo dire dal decreto Bersani. E dunque: prevenzione, con il coinvolgimento della società civile e della politica; repressione, da alimentare investendo più risorse nella magistratura e nelle forze dell'ordine; riforma del codice di procedura penale «soprattutto con lo snellimento nella durata dei processi»
Con un detto di saggezza popolare (i guai 'ra pignata i sapi a cucchiara chi mania), il primo cittadino di Pazzano, Salvatore Fiorenza, ha osservato che i sindaci devono poter trasferire la conoscenza del territorio nell'azione di prevenzione dei fenomeni criminosi, da debellare «con azioni di educazione alla legalità all'interno della famiglia, della scuola, del lavoro, delle politiche sociali» per «attrarre i giovani, nostra ricchezza e nostro futuro, sottraendoli a modelli di vita più facili ma illeciti».
La scarsa presenza delle Istituzioni è stata evidenziata da Saverio Zavettieri, il quale ha rimarcato le responsabilità dell'informazione, si è interrogato sui meccanismi del consenso elettorale e «su quali risposte e quali comportamenti siano stati attuati in quest'ultimo anno da non dimenticare». Ed ha aggiunto: «Sono stati creati tanti, troppi organismi (Osservatorio regionale sulla criminalità, Commissione antimafia, assessorato regionale alla sicurezza) che sembrano risposte superficiali e di comodo» mentre «bisogna praticare la cultura della legalità», perché «dipende da ciascuno di noi, dagli esempi della politica, a fronte di un "blocco sociale" che osta alla questione sicurezza».
Secondo Lucio Dattola «la mafia non va studiata, va combattuta» compiendo «quel salto culturale necessario a fronte di uno stato di barbarie evidenziato dalle quotidiane intimidazioni». Una situazione cui la politica «è chiamata a dare risposte, al di là della creazione di inutili organismi».
Il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti, ha esortato a «dare risposte ai tanti delitti impuniti, per rafforzare il senso dello Stato sul nostro territorio» con la politica che «dev'essere da esempio. Governare le nostre città non è un privilegio: è una missione alimentata dalla voglia di mettersi al servizio della comunità». E, alla luce del recente attentato al Palazzo municipale, Scopelliti ha detto con fermezza: «Reggio è una città in crescita e non può essere ricattata» perché «le Istituzioni sono di tutti e vanno tutelate a prescindere dal colore politico».
In conclusione l'on. Armando Veneto ha dato atto dell'"opera meritoria" svolta dal Cids, rimproverando alla politica di «nutrirsi di cellulosa, di apparenza e di parate: non bisogna predicare la legalità, bensì praticarla. La battaglia per la sicurezza non è solo lotta antimafia, ma contro ogni forma di illegalità e sopraffazione». Quanto alla Calabria «non andrà da nessuna parte se non si cambia marcia, se non imparerà ad essere "eroica", ad andare oltre la semplice gestione del presente. E in tal senso una sfida terribile viene dall'Unione europea dove, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania (gennaio 2007), presto cesseremo di essere regione "obiettivo 1" e di avere fondi che, ad oggi, abbiamo sprecato per mancanza dei controlli di primo e secondo livello, come denunciato dalla Corte dei Conti. Viceversa, in politica "anche la moglie di Cesare dev'essere onesta". Il problema autentico resta la costruzione di una cultura della legalità, a partire dai piccoli-g randi gesti. Dobbiamo prenderne coscienza. Come pure – ha concluso l'europarlamentare Veneto – occorre capire che bisogna investire in una nuova classe dirigente, creando un'euroburocrazia competitiva, smettendola di pensare alla politica come convenienza personale».
A Palazzo San Giorgio la "Giornata di lotta contro la criminalità e per lo sviluppo"
La politica sul banco degli imputati
Veneto: «Preoccupa che nel consiglio regionale ci siano 22 indagati»
C'e' la politica ad ascoltare le famiglie delle vittime della mafia. Ci sono sindaci, rappresentanti dei comuni di mezza provincia e di qualche città siciliana, ci sono consiglieri comunali ed europarlamentari.
Sono in tanti, non tantissimi. Tutti, sotto la lente d'ingrandimento del Comitato per la sicurezza che, ieri mattina a Palazzo San Giorgio, ha tenuto l'ormai tradizionale convegno per la "Giornata di lotta contro la criminalità, l'illegalità e per lo sviluppo socio economico". E' un processo alla politica. «Una politica che deve cominciare a cambiare rotta se vuole ancora essere credibile», dice il presidente del Cids Demetrio Costantino. E i banchi dell'aula del consiglio diventano edicole funerarie, con le madri coraggio ad esporre le foto dei figli ammazzati, a chiedere, ancora una volta, sostegno e giustizia. Chiamati a rispondere, fra gli altri, l'eurodeputato Armando Veneto, il sindaco Giuseppe Scopelliti, il leader socialista Saverio Zavettieri e il presidente della Camera di Commercio Lucio Dattola. Da una parte istituzioni impegnate a confortare, dall'altra vittime anche loro. Chi, come Zavettieri, è stato sparato, chi, come Dattola, ha avuto l'auto bruciata, chi, come Scopelliti, è costretto a camminare sotto scorta. Ma non si tirano indietro, nemmeno quando sul banco degli imputati è la politica a salire. «Dalle liste elettorali devono cominciare a sparire quei candidati che sono solo in odor di illegalità», tuona Armando Veneto.
Che è ancora più diretto: «Se nel consiglio regionale ci sono 22 consiglieri inquisiti non posso che essere preoccupato». Dello stesso tenore le parole del primo cittadino: «Dobbiamo dare risposte per rafforzare lo Stato nel nostro territorio. Non so quanto, oggi, la politica in Calabria possa considerarsi un esempio. C'è gente, in alcune istituzioni, che si caratterizza per atti, scelte, indirizzi incoerenti. Spesso, ho il presentimento che qualcuno stia da una parte e quanlcun altro da un'altra». Il presidente della Camera di commercio, Lucio Dattola, sottolinea «l'inutilità» delle commissioni anti mafia.
«La criminalità organizzata - sostiene - non va più studiata, va repressa. Arriveremo al punto che ci saranno più studiosi di mafia che mafiosi. Adesso bisogna risponedre con i fatti». Fatti che per Dattola si traducono nel «mettere la magistratura e le forze dell'ordine nelle migliori condizioni per potere agire».
«Non è possibile - afferma - che il sindacato di polizia denunci che non ci sono i soldi per la benzina o per fare le fotocopie. La politica deve rispondere e, soprattutto a livello romano, deve dettare regole precise e chiare». Dimostrare, insomma, «la volontà di volere sconfiggere la 'ndrangheta».
Un pericoloso, inaccettabile attentato alla salute pubblica. Una notizia da far saltare le coronarie a chiunque.
Qualche giorno addietro, infatti, in quel di Soriano Calabro (VV) i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Vibo Valentia, sotto la direzione del comando provinciale hanno rinvenuto e prontamente sequestrato circa undici tonnellate di prodotti alimentari nel corso di controlli effettuati in due ditte dedite alla commercializzazione e distribuzione di generi del tipo grocery
Le indagini dedicate al filone delle frodi alimentari hanno infatti portato alla scoperta di un deposito di un azienda commerciale, nel quale la Guardia di finanza sequestrato un enorme cumulo di cibo d’ogni genere: formaggio, latte pasta, salumi e prodotti in scatola, hanno riferito gli investigatori, erano ammassati alla rinfusa in un ambiente dove l'aria era irrespirabile a causa degli alimenti già avariati.
In precedenza, in un supermercato della zona i finanzieri avevano trovato, tra i prodotti alimentari da banco, numerose confezioni prive di etichetta attestante la provenienza, la data di produzione e di scadenza e le altre informazioni previste, nonché prodotti già scaduti.
Che ci faceva tutta quella merce immonda in quel posto custodito? Noi speriamo non fosse lì in attesa di essere reimmessa nel circuito della alimentazione umana. Destinata magari ad essere venduta sotto costo a più meno inconsapevoli ristoratori o pizzaioli, o a qualche mensa o collegio, oppure a semplici clienti di qualche supermercato.
Per intanto due persone sono state denunciate per commercio di sostanze alimentari nocive, introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, oltre alla violazione delle leggi sanitarie
Inoltre i finanzieri hanno sequestrato circa 300 tra sigilli di stato per super alcolici ed anche una certa quantità di etichette false, prodotte direttamente dagli indagati che, secondo l'accusa, li apponevano ai prodotti scaduti per poi reinserirli in commercio.
Sugli alimenti scaduti sono in corso le analisi del caso da parte delle autorità sanitarie.
A rimetterci, ancora una volta, soprattutto sul piano della salute, sarebbero stati gli ignari consumatori, raggirati da commercianti senza scrupolo.
Di questa notizia saranno certo contenti, oltre che naturalmente i consumatori, anche quelle aziende che da anni si battono per ottenere certificazioni di qualità per i prodotti e chiedono maggiori controlli nella filiera della distribuzione. C’è da sperare che questa non sia soltanto la punta di un iceberg fatto di un marciume talmente elevato al quale sono stati negati gli onori delle cronache nazionali.
Zio Vevè


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