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20.08.2006 – Unità
Moralità, la trappola degli annunci
di Elio Veltri
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L'oligarchia politica scende subito in campo, a priori e trasversalmente, per difendere gli imputati eccellenti, con tanto di pellegrinaggi in carcere di lì a breve... che strano, vero?
Truffa UE/
Arresto Pacenza e Arena: Sviluppi nelle indagini, coinvolti SVI Calabria e la Regione. Nessun altro consigliere coinvolto
17/08 Ci sono anche la Regione e Sviluppo Italia Calabria tra i soggetti pubblici sulla cui attività, riferita al periodo della presunta truffa, la Guardia di finanza sta svolgendo approfondimenti investigativi nell'ambito dell'indagine sulla gestione dei finanziamenti dell'Unione europea che ha portato all'arresto per concussione di Franco Pacenza, capogruppo dei Ds nel Consiglio regionale. E' quanto hanno riferito magistrati ed investigatori nell'illustrare i particolari dell'inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Cosenza nell'ambito della quale, ieri, il gip ha emesso otto ordinanze di custodia cautelare. Le ulteriori indagini che sono in corso scaturiscono dal fatto che sia la Regione che Sviluppo Italia Calabria avevano l'obbligo di verificare, secondo quanto ha riferito la Guardia di finanza, il "rispetto dei parametri occupazionali e di produttività assicurati, nel contratto di finanziamento pubblico, dalle aziende beneficiarie dei contributi". Il coinvolgimento nell'inchiesta di Sviluppo Italia Calabria deriva anche dal fatto che la società è stata soggetto attuatore, per conto della Regione Calabria, della misura 2.1 Pop Calabria 1994-1999. Le aziende Sensitec e Printec erano già state sequestrate dalla Guardia di finanza in occasione dell'operazione che il 27 giugno scorso aveva portato all'arresto dei quattro professionisti incaricati del collaudo delle iniziative imprenditoriali realizzate nell'area industriale di Corigliano Calabro. Il 17 luglio scorso la Guardia di finanza aveva anche arrestato l'amministratore della Sensitec e della Printec, Franco Alfonso Rizzo, cittadino tedesco con passaporto diplomatico della Guinea Bissau. Il prosieguo dell'inchiesta ha portato al sequestro di una consistente documentazione amministrativa, contabile e del lavoro presso società commerciali, studi notarili e di commercialisti, uffici finanziari ed istituti di credito il cui esame ha consentito gli ulteriori sviluppi dell'indagine, con l'emissione ieri delle nuove ordinanze di custodia cautelare in carcere. Secondo quanto si è appreso dalla Guardia di Finanza, oltre a Franco Pacenza, non ci sono altri consiglieri regionali indagati nell'ambito dell'inchiesta.
Finti colloqui selettivi nella sede dei DS
17/08 Avrebbero anche partecipato a finti colloqui selettivi, svoltisi nella sezione di Corigliano Calabro dei Ds, le persone che erano state assunte dalle aziende Sensitec e Printec, realizzate a Corigliano Calabro, senza però mai avere avviato la produzione, grazie ad un finanziamento dell'Unione europea per sei milioni e mezzo di euro. Ad organizzare i finti colloqui selettivi sarebbe stato il consigliere regionale Franco Pacenza, che all'epoca non era stato ancora nominato capogruppo dei Ds, il quale avrebbe scelto i giovani da ammettere alla selezione in ambienti a lui legati politicamente. Si trattava di giovani che non avevano, tra l' altro, la qualificazione professionale necessaria per il tipo di lavoro cui erano destinati. Lo stesso Pacenza, secondo quanto hanno riferito magistrati ed investigatori, si sarebbe impegnato, grazie al suo incarico pubblico, a favorire, presso gli organi regionali competenti, le domande delle società che avrebbero dovuto realizzare i due insediamenti industriali per ottenere i finanziamenti dell'Unione europea. I giovani selezionati, sempre su interessamento di Pacenza, avrebbero anche partecipato a corsi di formazione professionale pur non essendo in possesso dei requisiti previsti dal bando pubblico di ammissione. Sulla regolarità e sull'effettivo svolgimento dei corsi di formazione, gestiti dalle società Eurocal Form di Corigliano Calabro e De Lorenzo Formazioni di Roma, sono in corso specifiche attività investigative.
I legali fiduciosi. Sabato o domenica l’interrogatorio di Pacenza
17/08 "Ogni commento nel merito di questa vicenda, in questo momento, sarebbe assolutamente prematuro, anche perché abbiamo necessità di leggere con attenzione gli atti. Ciò che possiamo dire è che confidiamo in una tranquilla risoluzione della questione". Lo ha detto l'avvocato Elio Ferraro, difensore di Franco Pacenza, il capogruppo dei Ds alla Regione Calabria arrestato con l'accusa di concussione. "Quella che si è determinata, comunque - ha aggiunto Ferraro - è una situazione che appare assolutamente inaspettata, conoscendo la personalità e l'integrità morale di Franco Pacenza. Siamo convinti, comunque, che alla fine riusciremo a dimostrare tranquillamente la sua estraneità totale ai fatti che gli vengono addebitati".
Inoltre, si svolgerà dopodomani, sabato, o al più tardi domenica l'interrogatorio di Franco Pacenza, il capogruppo dei Ds alla Regione Calabria arrestato dalla Guardia di finanza con l'accusa di concussione. Lo ha riferito l'avvocato Elio Ferraro, che difende Pacenza insieme all'avvocato Maurizio Minnicelli. "Al gip Greco, col quale abbiamo avuto un colloquio stamattina - ha aggiunto l'avv. Ferraro - abbiamo espresso la nostra esigenza di arrivare all'interrogatorio il più presto possibile. Dopodiché faremo le nostre valutazioni e decideremo quali iniziative assumere".
Venerdì parlamentari del centrosinistra incontrano
Pacenza in carcere
17/08 Alcuni parlamentari del centrosinistra hanno scritto al direttore del carcere di Cosenza comunicandogli la loro intenzione di fare visita a Franco Pacenza, il capogruppo dei Ds alla Regione Calabria arrestato con l'accusa di concussione, "al fine di verificarne - è scritto nella lettera - le condizioni di salute". A preannunciare la visita a Pacenza, in particolare, sono stati i deputati dell'Ulivo Marilina Intrieri, Maria Grazia Laganà, Franco Amendola, Franco Laratta e Nicodemo Oliverio, e i senatori Rosa Calipari e Nuccio Iovene, dei Ds; Franco Bruno, della Margherita, e Pietro Fuda, del Partito democratico meridionale. L'incontro dei parlamentari con Pacenza nel carcere di Cosenza si svolgerà domani alle 11. Lo stesso gruppo di parlamentari ha anche scritto ai procuratori della Repubblica di Cosenza e Rossano chiedendo di incontrarli "in merito alla situazione venutasi a creare in provincia di Cosenza, con particolare riguardo all'area della Sibaritide, per le molteplici ipotesi di truffa in relazione ai fondi pubblici erogati che non hanno prodotto sino ad oggi sviluppo ed occupazione".
Il ruolo di Rizzo, cittadino tedesco con passaporto diplomatico
17/08 L'operazione che ha portato all'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare per concussione nei confronti di Franco Pacenza, capo gruppo dei Ds in seno al consiglio regionale della Calabria e del consulente finanziario Maurizio Arena, non e' altro che il secondo troncone dell'inchiesta su presunte truffe allo stato e alla Unione Europea conclusa il 27 giugno scorso e culminata il 17 luglio con l'arresto di Franco Alfonso Rizzo, cittadino tedesco con passaporto diplomatico Guinea Bissau, amministratore delle due societa' Sensitec srl e Printec srl, poste sotto sequestro, che, secondo gli investigatori, avrebbe illecitamente fruito di oltre sei milioni di euro finanziati dal fondo strutturale Fers. Con Rizzo finirono in manette anche quattro professionisti incaricati dalla ''Svi Calabria'', soggetto attuatore per conto della Regione Calabria della misura 2.1. Pop Calabria 1994-1999, ad eseguire i collaudi delle iniziative imprenditoriali. Dopo questi arresti l'inchiesta ando' avanti e gli inquirenti consentini acquisirono nuovi elementi e fonti di prova sul ''modus operandi'' degli indagati e sui presunti illeciti che avrebbero commesso sia in Italia che in Germanie e Turchia. Nel corso delle indagini gli inquirenti, infatti, hanno rilevato varie cause tutte concomitanti, che hanno determinato, in maniera influente, la non operativita' delle aziende oggetto di indagine e destinatarie dei contributi pubblici. Dalla analisi le Fiamme Gialle hanno riscontrato documentazione fittizia ''atta a comprovare da un lato il sostenimento di costi finanziati in realta' non sostenuti in tutto e/o in parte, dall'altro il conseguente fittizio apporto di capitale proprio da parte dei soci (conditio sine qua non per l'ottenimento dei contributi) attraverso operazioni finanziarie''. Tutto cio' ha permesso di ''rilevare anche l'interessamento di un politico regionale nei confronti dell'amministratore delle aziende per assumere personale appositamente indicato''. E' inoltre emerso che ''i soci delle societa' indagate, cittadini tedeschi e turchi, con l'ausilio dei responsabili di ditte e/o societa' tedesche nonche' di un consulente finanziario, hanno documentato un ''fittizio apporto di capitale proprio, in parte mediante pagamenti effettuati, attraverso conti personali asseritamente accesi presso un istituto di credito turco, nei confronti delle ditte fornitrici tedesche, in parte mediante fittizi contratti di finanziamento sottoscritti con una societa' finanziaria tedesca''. Inoltre le fiamme Gialle hanno riscontrato ''un sostenimento di costi fittizi, documentati mediante l'utilizzo di fatture per operazioni in tutto e/o in parte inesistenti emesse da ditte e/o societa' fornitrici tedesche, (acquisto di macchinari ed attrezzature, cessione diritti di brevetto industriale), per un importo complessivo non inferiore a 6.000.000,00 euro''. Elementi questi, che hanno indotto il gip presso il tribunale di Cosenza, Giuseppe Greco, ad emettere, su richiesta del titolare dell'indagine Giuseppe Francesco Cozzolino controfirmata dal procuratore reggente la procura di Cosenza Antonello Tridico, ordinanza applicativa di misura cautelare. Inoltre il gip ha disposto il sequestro preventivo delle quote di capitale sociale delle societa' beneficiarie del finanziamento pubblico.
Circa le concause sopra richiamate in particolare è stato accertato che:
i soci delle società in argomento, cittadini tedeschi e turchi, con l’ausilio dei responsabili di ditte e/o societa’ tedesche nonché di un consulente finanziario, hanno documentato infatti:
- fittizio apporto di capitale proprio, in parte mediante pagamenti effettuati, attraverso conti personali asseritamente accesi presso un istituto di credito turco, nei confronti delle ditte fornitrici tedesche, in parte mediante fittizi contratti di finanziamento sottoscritti con una societa’ finanziaria tedesca;
- un sostenimento di costi fittizi, documentati mediante l’utilizzo di fatture per operazioni in tutto e/o in parte inesistenti emesse da ditte e/o societa’ fornitrici tedesche, (acquisto di macchinari ed attrezzature, cessione diritti di brevetto industriale), per un importo complessivo non inferiore a euro € 6.000.000,00;
con riferimento alle induzioni alle assunzioni operate da franco mario pacenza consigliere regionale della regione calabria, e’ stato accertato che il predetto grazie al suo incarico pubblico, ha indotto le societa’ a dare utilità a terzi mediante assunzione di personale - non sempre qualificato - presso le stesse aziende, condotta ritenuta dall’a.g. concussiva che si e’ materializzata attraverso:
- preliminari finti colloqui selettivi sostenuti dalle persone segnalate, presso la sede politica del partito di appartenenza;
- conseguente impegno del predetto consigliere regionale a favorire, presso organi regionali competenti, le domande di agevolazioni delle società in argomento;
- partecipazione a corsi di formazione professionali appositamente organizzati e finanziati dalla regione calabria, ai quali hanno partecipato proprio le persone segnalate dal predetto politico anche in assenza dei prescritti requisiti previsti dal bando pubblico di ammissione. in ordine allo svolgimento dei citati corsi di formazione affidate alle societa’ “Eurocal form a rl” di Corigliano calabro (cs) e la “De Lorenzo formazioni srl” di Roma. sono tuttora in corso specifiche attivita’ investigative.
Nell’ambito della citata attivita’ investigativa, è emerso, inoltre, che un noto consulente finanziario di cosenza, dott. maurizio arena, ha fornito, un contributo essenziale alla realizzazione del meccanismo illecito rappresentando il regista della vicenda in italia, atteso che tutti i soci interessati erano domiciliati in Germania, garantendo tutti i necessari contatti con gli organi regionali e soggetto attuatore Svi calabria, ricevendo somme di denaro, opportunamente mascherate quale corrispettivo dell’attività di consulenza contabile e tributaria svolta, con il pretesto di dover ottenere il favore dei funzionari incaricati dell’istruttoria della domanda di agevolazione, nonché dei successivi controlli volti a verificare il rispetto degli impegni assunti, ponendo in essere il reato continuato di millantato credito, come constatato dall’a.g. procedente.
Il G.I.P. presso il tribunale di cosenza – dott. Giuseppe Greco - ha emesso ordinanza applicativa di misura cautelare, su richiesta del p.m. titolare dell’indagine dott. Francesco Giuseppe Cozzolino controfirmata dal procuratore reggente la procura di cosenza dott. Antonello Tridico, con la quale ha disposto:
- sequestro preventivo in capo a tutti i soci indagati, al fine della confisca per equivalente, delle quote di capitale sociale delle società beneficiarie del finanziamento pubblico
- sequestro preventivo in capo a tutti i soci indagati di una delle società di formazione attenzionata;
- sei ulteriori ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei soci tedeschi e turchi delle societa’ inquisite;
Allo stato sono stati tratti in arresto, in Sardegna il consigliere regionale Franco Mario Pacenza ed il dott. Maurizio Arena con la collaborazione del nucleo provinciale p.t. della Guardia di Finanza di Cagliari.
Sono tuttora in corso sequestri di ulteriore documentazione .
Atteso il domicilio estero di nr. 6 soggetti attinti da misura cautelare in carcere, e’ in corso, da parte della procura di Cosenza, per l’inoltro, la procedura attraverso la procura generale presso la corte d’appello di Catanzaro ed il ministero di giustizia, della rogatoria giudiziaria per l’estradizione dallo stato estero di residenza degli indagati attinti dalla misura cautelare in carcere (Germania).N on si esclude l’avvio di rogatorie giudiziarie attive in Germania e in Turchia da parte dell’a.g. procedente.
Sono in corso degli approfondimenti investigativi volti ad accertare eventuali coinvolgimenti nella vicenda delittuosa in esame da parte degli organi pubblici competenti, sia a livello regionali che a livello di Svi calabria, tenuti a verificare il rispetto dei parametri occupazionali e di produttivita’ assicurati in sede di contratto di finanziamento pubblico da parte delle aziende beneficiarie di contributi.
Secondo l’accusa Pacenza imponeva posti di lavoro alle aziende
17/08 Concussione, concretizzatasi però non in dazioni di denaro o altre elargizioni, ma in posti di lavoro imposti alle aziende in favore di persone a lui politicamente vicine: è pesante l'accusa contestata dalla Procura della Repubblica di Cosenza al capogruppo dei Ds alla Regione Calabria, Franco Pacenza, arrestato ieri dalla Guardia di finanza. Un'accusa cui ha fatto però da contraltare, per l'intera giornata, lo schieramento creatosi in difesa di Pacenza, insieme allo stupore e all'incredulità suscitati dal suo arresto. Il Comando provinciale di Cosenza della Guardia di finanza, in un comunicato redatto dopo una riunione con i magistrati della Procura, ha chiarito i termini dell'accusa che viene mossa a Pacenza, ex dirigente della Cgil e da sempre impegnato sui temi soprattutto dell'occupazione. Il capogruppo dei Ds avrebbe fatto assumere giovani nelle due aziende, la Sensitec e la Printec, realizzate da un gruppo di imprenditori tedeschi e turchi nell'area industriale di Corigliano Calabro, il centro dell'alto Jonio cosentino in cui risiede lo stesso Pacenza. Aziende che avevano ottenuto finanziamenti comunitari per sei milioni e mezzo di euro anche grazie, sempre secondo l'accusa, all'interessamento dello stesso Pacenza, che all'epoca, però, era un consigliere regionale di minoranza. La Sensitec e la Printec, tra l'altro, malgrado il forte sostegno finanziario ricevuto, non hanno mai avviato la produzione. Pacenza, secondo i magistrati, avrebbe anche organizzato dei finti colloqui selettivi per i giovani che aspiravano ad essere assunti dalle due aziende, colloqui che si sarebbero svolti nella sede di Corigliano Calabro dei Ds, e si sarebbe anche impegnato a favorire, presso gli organi regionali competenti, le domande di finanziamento delle società che avrebbero dovuto realizzare i due insediamenti industriali. I giovani selezionati, sempre su interessamento di Pacenza, avrebbero anche partecipato a corsi di formazione professionale pur non essendo in possesso dei requisiti previsti dal bando pubblico di ammissione. Sulla regolarità e sull'effettivo svolgimento dei corsi di formazione sono in corso, tra l'altro, specifiche attività investigative. Nella vicenda sono coinvolti anche sei imprenditori, quattro tedeschi e due turchi, contro i quali il gip di Cosenza, su richiesta della Procura, ha emesso ordinanze di custodia cautelare. Indagini suppletive sono in corso sulla Regione, e su Sviluppo Italia Calabria, in riferimento al periodo della presunta truffa. Questo perché sia la Regione che Sviluppo Italia Calabria, secondo quanto riferito dalla Guardia di finanza, avevano l'obbligo di verificare il "rispetto dei parametri occupazionali e di produttività assicurati, nel contratto di finanziamento pubblico, dalle aziende beneficiarie dei contributi". Un quadro accusatorio, dunque, grave e complesso di fronte al quale, però, la difesa nei confronti di Pacenza è stata unanime. In prima linea, in questo senso, il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, secondo il quale "é possibile che Pacenza, proprio per il suo impegno civico, si sia esposto a fin di bene, con l'obiettivo di creare occupazione e non certo per averne un tornaconto politico personale, visto il suo ruolo di punta tra i Ds della Calabria e i vasti consensi già acquisiti tra gli elettori". Altrettanta ferma la difesa di Pacenza da parte del segretario dei Ds della Calabria, Carlo Guccione, che ha espresso "sconcerto ed incredulità", accompagnati da "vicinanza aperta e piena a Franco e alla sua famiglia. Così come trasparente e totale - ha aggiunto Guccione - sarà il nostro impegno perché la verità dei fatti sia accertata, nei tempi più rapidi possibili, tutta e fino in fondo, rendendo giustizia a chi, sul terreno squisitamente sindacale, politico, istituzionale, come testimonia l'impegno di Franco Pacenza, ha fatto fino in fondo il proprio dovere di servitore onesto dei diritti, della legalità e del buon nome della Calabria".
Castagna (UIL) “Sconcerto per Pacenza. Ora serve una cabina di controllo dei fondi UE”
17/08 ''Su Sensitec e Printec, come su altri pseudo investimenti, agli inizi degli anni 2000 la Uil cosentina e calabrese espresse serie perplessita' e parlo' di un' altra probabile truffa nei confronti del territorio di Corigliano e dell' intera Calabria. Seguirono posizioni dure e denunce, ma, come spesso avviene, rimasero voci nel deserto''. E' quanto afferma in una nota il segretario generale della Uil calabrese, Roberto Castagna, che esprime sconcerto per il presunto coinvolgimento del consigliere regionale Franco Pacenza. ''In questi casi - ha aggiunto - e' d' obbligo evitare considerazioni di merito sull' accaduto quanto e' opportuno auspicare che si faccia luce fino in fondo su una vicenda che, unitamente ad altre che si sono consumate sul comprensorio ionico, rischia di oscurare, definitivamente, la possibilita' di rilancio e di riscatto di un' area importante per il cosentino e l' intera Calabria oltre che far emergere che, in questi ultimi anni, il malaffare si e' concentrato, in modo prevalente, sull' utilizzo dei fondi pubblici nazionali e comunitari''. ''Un filone, quest' ultimo, che ripropone - ha proseguito Castagna - la necessita' di maggiori controlli sui percorsi burocratici e su coloro che dovrebbero esercitare i controlli di liceita' dei progetti. Apprezzabile il lavoro della magistratura e delle forze dell' ordine tuttavia il vero problema sta nella capacita' della politica e delle istituzioni di creare le condizioni affinche' la Calabria non diventi il terreno privilegiato solo ed esclusivamente dai ''prenditori''. Alla luce di quanto sta accadendo sarebbe auspicabile che, a garanzia della buona spesa dei fondi pubblici, comunitari, nazionali e regionali, la Regione promuova una ''Cabina di controllo'' con la presenza di un alto magistrato''. ''Cio' non vuole dire - ha concluso - ricorrere ad una sorta di commissariamento quanto a dare maggiore fiducia agli amministrati e maggiore serenita' agli stessi amministratori''.
Nicola Adamo (DS) “Sembra una beffa”
17/08 "Attendiamo, con serenità, che giustizia sia fatta. E' stata accertata un'ipotesi di truffa sulla base di un'indagine sollecitata e voluta dal movimento sindacale e dei lavoratori. Nel mese di dicembre scorso, in rappresentanza della Giunta regionale, ci siamo, su questa vicenda, pronunciati e abbiamo assunto una posizione netta e chiara". E' quanto afferma, in una nota dell'ufficio stampa della Giunta regionale, il vicepresidente della Regione Calabria e assessore all'Economia, Nicola Adamo, in merito all'arresto di Franco Pacenza. "Insieme ai lavoratori - ha aggiunto - ai sindacati, agli amministratori locali abbiamo gridato a voce alta che i soldi pubblici dovevano essere spesi per lo sviluppo e l'occupazione. Franco Pacenza è stato l'artefice di questa battaglia in difesa del suo territorio e dei lavoratori che venivano minacciati di licenziamento e avevano maturato spettanze arretrate". "Insomma, questa vicenda - ha concluso Adamo - ha il sapore di una beffa vera e propria: Pacenza stava dall'altra parte, si é battuto contro la truffa e per fare affermare i diritti e la legalità "
Presidente Bova (DS) “Una vicenda che comincia a dipanarsi”
17/08 "Sentire nella serata del 16 agosto che Franco Pacenza, capogruppo dei Ds alla Regione Calabria, è stato arrestato; apprendere, immediatamente dopo, che l' accusa è quella di concussione, per chi come me lo conosce direttamente, apprezzandolo da oltre 30 anni, e lo ha visto operare con rigore e passione come consigliere regionale, é qualcosa che lascia impietriti". E' quanto sostiene, in una dichiarazione, Giuseppe Bova, dei Ds, presidente del Consiglio regionale della Calabria. "Già il giorno dopo però - prosegue Bova - la matassa, in qualche modo, si comincia a dipanare: il principale accusatore di Pacenza è proprio quell' amministratore delegato, messo, da una precisa denuncia sindacale, di fronte alle proprie responsabilità, per una truffa di oltre sei milioni di euro di fondi europei, su cui è aperta indagine giudiziaria, con una serie di arresti già effettuati. La concussione starebbe tutta e solo nella richiesta di assunzione, senza discriminazione alcuna, di parte dei lavoratori di due piccole aziende (ora sottoposte ad indagine), prima, e, successivamente, nella difesa dal licenziamento degli stessi; di questo, secondo lo stesso amministratore delegato, indagato per truffa, sarebbe responsabile il consigliere regionale dei Ds assieme alla Cgil locale". "Pacenza - sostiene ancora Bova - avrebbe fatto tutto questo con 'l' enorme poteré che gli derivava dall' essere consigliere regionale di opposizione. Questi sembrano i fatti. Per noi difendere il lavoro e i lavoratori non è un reato ma un dovere civile e democratico. Denunciare le speculazioni, i raggiri e le truffe, lo è altrettanto. Deve essere pane quotidiano per tutti, non solo per i consiglieri regionali". "Al capogruppo Ds alla Regione - conclude Bova - va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Siamo altresì convinti che, anche in questo caso, la magistratura, cui va tutta la nostra fiducia, sia personale che come istituzione, accerterà rapidamente e con nettezza la verità e le responsabilità. Per questa via ciascuno, sia i malfattori che le persone per bene, avrà il giusto giudizio. Ne siamo certi".
Franco Bruno (DL) “Provvedimento enorme per Pacenza”
17/08 "Spero tanto di aver capito male le poche notizie che trapelano sull' arresto di Franco Pacenza, avvenuto davanti alla famiglia, in vacanza, come un qualsiasi pericoloso pregiudicato, magari latitante". E' quanto afferma, in una dichiarazione, il senatore Franco Bruno, coordinatore della Margherita in Calabria. "Riponiamo sempre tutta la fiducia possibile nella magistratura e lasciamo che l' inchiesta faccia il suo corso - prosegue Bruno - ma l' augurio sincero è che Pacenza venga liberato immediatamente. Vogliamo sicuramente sapere tutti e al più presto dove sono finiti i soldi destinati allo sviluppo della Calabria. Vogliamo che i truffatori paghino e possibilmente restituiscano il maltolto". "E' possibile, però, - si chiede Bruno - finire in galera per essersi interessato, tra l' altro solo con l' autorevolezza personale e senza alcun ruolo concreto, del problema del lavoro sul proprio territorio? Chi conosce Franco Pacenza lo conosce come uomo dabbene, appassionato, disponibile, concreto. Allo stato delle nostre conoscenze il provvedimento appare enorme. Se così fosse, non rinunciamo a pensare che, sulla vicenda, andrà interrogato il Governo per chiarire la portata delle misure adottate".
Pignataro (Pdci) “Fiduciosi in un chiarimento di Pacenza”
17/08 "La vicenda che ha colpito Franco Pacenza ha dell'inverosimile e ci auguriamo una conclusione rapida che scagioni totalmente il consigliere regionale". E' quanto afferma in una nota il parlamentare del Pdci, Fernando Pignataro, circa l'inchiesta che ha portato all'arresto di Franco Pacenza. "Esprimiamo - ha aggiunto - piena fiducia nella magistratura e nelle forze dell'ordine, nel loro lavoro sereno che tanti successi ha inanellato nella lotta contro le truffe ai danni della Comunità europea e dello Stato, in riferimento ai finanziamenti della 488. Tanti 'prenditori' sono stati smascherati ed è sintomatico che proprio uno di questi sia l' accusatore di Franco Pacenza". "Nei mesi scorsi - ha proseguito Pignataro - abbiamo avuto modo di denunciare, insieme alla Cgil, lo scandalo delle due aziende fantasma con il risultato dell'arresto del titolare delle stesse e di altri personaggi implicati. L'epilogo di questi giorni però ci lascia perplessi conoscendo e avendo condiviso con Franco Pacenza tante iniziative per il lavoro e in difesa della legalità e della trasparenza". "Pertanto siamo fiduciosi - ha concluso - in un chiarimento della posizione di Pacenza, in un immediato ristabilimento della verità che lo veda estraneo dai fatti che gli sono contestati".
Pittelli (FI) “La Magistratura sia rapida”
17/08 "Mentre le notizie si inseguono, anche in maniera contraddittoria, di fronte alla gravità della vicenda che vede coinvolto il capogruppo dei Ds al Consiglio regionale Franco Pacenza, non possiamo non sentirci impegnati affinché la Magistratura, mai come in questa circostanza, porti avanti fino in fondo la sua azione con estrema e rigorosa rapidità". E' quanto afferma in una nota il senatore e coordinatore regionale della Calabria di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, circa l'inchiesta che ha portato all'arresto di Franco Pacenza. "Vorrei dire - ha aggiunto - che c'é un interesse prioritario della Calabria onesta e dei calabresi, che credono che la partita dello sviluppo di questa regione si giochi ormai sul terreno del riscatto morale della sua classe dirigente, conoscere e subito tutta la verità su questa complessa vicenda. Sono per cultura e per storia personale e professionale assertore convinto dei principi costituzionali inviolabili di tutela delle garanzie e di presunzione di innocenza per tutti i cittadini, fino a sentenza definitiva e, perciò mi auguro sinceramente che Pacenza riesca a dimostrare la sua piena estraneità ai fatti addebitatigli. Anche se ritengo che le persone investite da funzioni istituzionali debbano farsi carico di un supplemento di responsabilità nei comportamenti pubblici e privati. Il che non significa inseguire ipocritamente il rispetto formale di codici etici, che proprio le vicende di queste ore dimostrano quanto siano illusori se non del tutto fuorvianti". "Il pensiero - ha concluso Pittelli - classico occidentale, basato sul principio di responsabilità personale, ci insegna che c'é un legame inscindibile tra etica e ragione, che nessun codice può imporre dall'esterno. Tanto meno attraverso surrogati della norma e della morale. E tutto questo è ancora di più valido nel momento storico che sta vivendo la Calabria. Bisogna impedire che in questa vicenda si inseriscano le strumentalizzazioni politiche o partitiche, anche se ancora una volta l'orologio della giustizia sembra sincronizzato piuttosto su quello della dialettica partitica che, in questi giorni, sta attraversando non solo gli schieramenti, ma addirittura le stesse componenti interne dei vari partiti".
Presidente Oliverio (DS) “Da Pacenza denunce sull’uso delle risorse”
17/08 ''L' arresto di Franco Pacenza lascia sconcertati. Lo conosco da moltissimi anni ed ho potuto apprezzare assieme a tanti altri compagni ed amici che lo hanno conosciuto, le sue qualita' umane e soprattutto la sua passione e generosita' nell' impegno politico e nelle lotte a difesa dei diritti dei lavoratori e delle comunita' rappresentate''. E' quanto afferma, in una dichiarazione, Mario Oliverio, presidente della Provincia di Cosenza. ''Devo dire - prosegue Oliverio - che una delle caratteristiche di Pacenza e' stata e rimane il rigore morale a cui ha improntato il suo agire politico ed il suo impegno nelle istituzioni. Ieri, quando ho appreso la notizia, sono rimasto incredulo rispetto ad un provvedimento cosi' forte ed eclatante che ne ha limitato la liberta'. Di fronte ad un atto cosi' clamoroso e con prevedibili implicazioni devastanti, mi auguro che l' azione giudiziaria sia rapida e tempestiva al fine di far luce su di una vicenda i cui contorni destano notevoli perplessita' e seri interrogativi''. Per Oliverio ''non e' in discussione l' azione della magistratura che, anzi, deve andare fino in fondo per fare luce sulla utilizzazione delle risorse erogate attraverso la legge 488 ed altri strumenti di intervento pubblico. Si tratta, semmai, di evitare che gli imbrogli, le speculazioni e le truffe perpetrate ad opera di soggetti ben individuati, possano essere utilizzati per sollevare polveroni. Coinvolgendo chi, come Pacenza, e' impegnato per affermare trasparenza e legalita' e per una azione di bonifica della palude nella quale, per troppo tempo, si sono alimentate forze che hanno assorbito ingenti risorse pubbliche a danno della Calabria e dei calabresi''. ''La Calabria - prosegue il presidente della Provincia di Cosenza - ha bisogno di un azione forte di bonifica e di utilizzazione di risorse per far crescere una imprenditoria sana e per creare lavoro e nuove opportunita' per i nostri giovani. Pacenza e' stato impegnato in questi anni in questa trincea, assieme alle organizzazioni sociali e a quelle forze che non si sono piegate a nessuna sirena. D' altronde, Pacenza non ha avuto ruoli di governo nella fase in cui si consumava la truffa oggetto dell'indagine della magistratura. Anzi, ricordo bene che ha denunciato piu' volte, proprio in relazione all' uso delle risorse della 488 nella Piana di Sibari, operazioni truffaldine ai danni dello Stato. Sono infine sicuro che su tutta la vicenda verra' fatta piena luce, lasciando Franco Pacenza totalmente estraneo ai fatti''.
La costruzione, progettata da Fuksas, spacca la sinistra. Ma in regione il cemento cresce. Un edificio solo un po' più basso di quello di Dubai, case vista mare firmate Bofill, e una cittadina che letteralmente raddoppia le sue abitazioni. Quando il cemento è targato centrosinistra
di Sara Menafra
Di qua, subito dopo Savona, una torre come quella di Dubai, giusto un po' più bassa. Di là un insediamento residenziale che raddoppia la piccola cittadina di Finale ligure. In mezzo, ma anche oltre, progetti grandi e piccoli per costruire moli, case e negozi che in pochi anni raddoppieranno il cemento che occupa la costa. Siamo in Liguria, terra di vacanze brevi per milanesi ricchi, di fughe sospiranti nei paradisi delle Cinque terre, di grandi insediamenti industriali che si sciolgono come gelati sotto il solleone agostano. Sei anni fa la giunta regionale ha approvato un Piano territoriale della costa che prevedeva di raddoppiare i posti barca presenti sul litorale. E mese dopo mese il piano è lievitato, ha gemmato cantieri, ha sostituito industrie con ridenti villette una uguale all'altra. Di tanto in tanto qualche associazione ambientalista protesta, la sinistra radicale si arrabbia, ma poi, visto che i progetti li fa la giunta Burlando (Ds), visto che di illegale non c'è nulla perché a cambiare le leggi sono le amministrazioni locali, progetti e colate di cemento continuano ad aumentare.
Il caso più clamoroso riguarda il progetto per un nuovo porticciolo alla Margonara, tra Savona e Albissola. Un autore d'eccezione, l'architetto Massimo Fuksas, ha ideato per la piccola spiaggia dello scoglio della Madunnetta un «faro completamente illuminato» alto 120 metri e pensato sul modello della mega-torre in costruzione a Dubai. Una piattaforma sul mare circondata da settecento posti barca e dominata da una torre di quaranta appartamenti d'elite da 12mila euro al metro quadro. Intervistato al momento della presentazione, Fuksas si difendeva parlando di «un progetto d'elite accessibile anche alla media borghesia. Nella mia idea il tutto non costa più di 1.250 euro al metro quadro, il resto è il guadagno dei costruttori». Il costruttore del caso si chiama Giovanni Gambardella, negli anni '80 manager dell'Ilva e oggi presidente della industria produttrice di materiale fotografico Ferrania.
La torre di Fuksas sarebbe il terzo grattacielo in poche centinaia di metri di costa. Nella zona che un tempo era occupata dagli stabilimenti dell'Italsider sta crescendo una torre, e nei prossimi mesi spunterà una muraglia di abitazioni con vista sul mare. Tutto partorito dalla mente di Ricardo Bofill, altro architetto di fama. Torri della discordia, almeno a sinistra. Alla vigilia delle ultime elezioni comunali, la capogruppo di Rifondazione comunista ha abbandonato il partito per creare «A sinistra per Savona» quando il segretario, Franco Zunino, è diventato assessore regionale all'ambiente della giunta regionale Burlando e il partito ha deciso di appoggiare l'attuale sindaco Federico Berruti. Il gruppo, costruito insieme a Franco Astengo, politologo e testa pensante della sinistra critica savonese, ha raccolto il 5,5% dei consensi. Isolati ma combattivi hanno soprannominato la nuova esplosione edilizia di Savona «il ritorno a Teardo», «dal nome del presidente della regione arrestato per tangenti negli anni '80 che voleva trasformare tutte le industrie in zone di edilizia residenziale». «Questo non è solo un problema di impatto ambientale - spiega Patrizia Turchi - Siamo di fronte ad una alleanza tra la sinistra e i poteri forti della città, in particolare l'Unione industriali, che piano piano stanno azzerando ogni possibilità di sviluppo della città. E creano scempi come le torri di Fuksas e Bofill».
Non che il problema dell'impatto ambientale sia minore. Lunedì scorso Santo Grammatico ha guidato la sua Goletta verde di Legambiente fino alla spiaggia di Margonara: «E' il principale lido della città, quello dove giocano i bambini di Savona. Il rapporto sulle coste europee dell'Agenzia europea dell'ambiente, presentato a Copenaghen, parla già dell'Italia come del muro sul Mediterraneo. Qui sta crescendo il muro ligure».
Allontanandosi da Savona il quadro è tutt'altro che incoraggiante. Il Piano territoriale della costa prevede che la piccola regione raddoppi il numero di posti barca piazzati lungo la costa. Oggi sono 14.300 (calcolati per imbarcazioni di dodici metri ciascuna) ma presto i 300 kilometri di costa potrebbero essere coperti da 30.000 barche. Imbarcazioni, da parcheggiare a peso d'oro, che portano anche alberghi, negozi e strade: nel piano regionale ci sono 51.601 metri cubi di uffici e negozi, 19.122 per alberghi, 33.918 per artigianato e 11.007 posti auto. Progetti mastodontici eppure già superati. Perché l'indicazione del presidente Burlando di «rafforzare la vocazione turistica» trova adepti in ogni comune.
Finale ligure è tra le ultime cittadine ad aver aderito. Città un po' industriale un po' turistica, piccola come può essere un centro abitato che oggi conta 12.000 abitanti. Secondo il Piano urbanistico comunale appena approvato, accanto alla cittadina sorgerà una nuova città. Sulle macerie di due impianti industriali che lasciano gli ormeggi sorgeranno 400 milioni di metri cubi di abitazioni «turistiche» pronte ad ospitare almeno 4.000 persone. Pochi mesi fa la Piaggio-Aero e l'impianto Cave Ghigliazza hanno comunicato all'amministrazione locale che abbandoneranno Finale. «Piaggio ci ha proposto una specie di ricatto - dice la consigliera comunale del Prc Gloria Bardi - Non vanno in Campania, sebbene lì la regione sia disposta a fare ponti d'oro pur di averli, ma per rimanere da queste parti e cioè a Villanova hanno chiesto al comune di convertire la zona industriale e renderla edificabile. E il comune, che allora era di centrosinistra, ha detto sì». La politica cambia, ma gli ecomostri piacciono a tutti.
Fiorani & co.
La Liguria piace ai furbetti
Scatole cinesi L'imprenditore lodigiano voleva reinvestire i soldi della Popolare in tre progetti tra Imperia, Celle ligure e Alassio
Sa. M.
Genova - Che la costa ligure potesse essere l'ideale per speculazioni edilizie senza troppi scrupoli lo pensava anche Gianpiero Fiorani. L'ordinanza di arresto che lo portò in carcere parlava di almeno tre progetti su cui aveva puntato l'imprenditore per dirottare e reinvestire i soldi della banca Popolare di Lodi. Il sistema era sempre quello delle scatole cinesi di società fantasma coperte da prestanome, in cui Fiorani non compariva ma lasciava che al suo posto figurassero una serie di prestanome. Tutto passava per il commercialista di fiducia Aldino Quartieri.
A Fiorani interessava soprattutto la ricostruzione della ex area Italcementi di Imperia. Nell'autunno 2003 organizzò un sopralluogo di eccezione: gita in elicottero con l'allora ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il costruttore Ignazio Bellavista Caltagirone, anche lui poi indagato nell'inchiesta Antonveneta e di certo oggi impegnato nella realizzazione del porto turistico di Imperia.
A raccontare la storia di quel tentativo fatto da Fiorani è stato alcuni mesi fa il «mediatore nel ramo immobiliare» Piergiovanni Mazzuco. In seguito alla denuncia per minacce nei confronti degli architetti genovesi Daniele Bianco e Girolamo Valle, Mazzucco rivelò ai magistrati genovesi che Quartieri e Fiorani gli avevano chiesto di mediare con gli architetti in questione aggiungendo che l'impresa sarebbe stata finanziata anche da alcuni imprenditori russi. Ma l'affare sfumò quando gli imprenditori russi proposero di cambiare il progetto inserendo un centro commerciale.
E' andato a buon fine il progetto realizzato a Celle ligure sempre grazie al commercialista di fiducia di Fiorani. Una palazzina con quattrocento posti auto a poche decine di metri dal mare. Ed è invece sfumato il progetto che Fiorani, tramite il prestanome Marino Ferrari (lo stesso a cui il «furbetto» aveva intestato la villa in Francia), voleva realizzare ad Alassio. L'idea, presentata dalla società di copertura Frontemare, era di far modificare la destinazione d'uso dell'area di Ceriale in modo da dedicare l'area a zona edificabile.
Ma i legami tra Fiorani e la Liguria erano parecchi. Micromega a febbraio scorso ha fatto l'elenco notando come Fiorani avesse buoni rapporti con il senatore di Forza Italia Luigi Grillo (indagato per Antonveneta) e con la banca Carige nel cui cda siedono Alessandro Scajola,
fratello di Claudio, e il figlio di Vito Bonsignore (europarlamenteare Udc anche lui indagato). Fiorani a verbale ha parlato anche dei rapporti con Marcellino Gavio, industriale noto per aver ceduto alla provincia di Milano la sua quota nell'autostrada Serravalle. All'epoca l'ex sindaco di Milano Albertini lasciò intendere che con la plusvalenza di 176 milioni, Gavio finanziò il tentativo di scalata di Unipol su Bnl.
Goletta verde denuncia
«In Liguria crescerà un muro di cemento»
Se il progetto della regione verrà realizzato, denuncia la Goletta verde di Legambiente nel dossier sui porti della Liguria appena presentato, in Liguria resteranno ben poche località senza un porticciolo. I dati dell'Ucina aggiornati ad ottobre del 2005 parlano di 51 porti esistenti. A questi si aggiungeranno altri quindici progetti in itinere, di cui 9 sono ampliamenti dell'esistente, per un totale di 57 porti turistici in Liguria. Gli interventi per i porti turistici previsti nei nuovi progetti sono quelli di Ventimiglia, Bordighera, Ospedaletti, San Lorenzo al Mare, Imperia, Diano Marina, Alassio, Borghetto Santo Spirito, Loano, Varazze, Albissola - Savona, Arenzano, Genova Sestri, Santa Margherita Ligure, Portovenere - Fezzano. Il dossier parla di dati impressionanti: «In questi quindici progetti in via di approvazione o realizzazione ci sono già 9.800 posti barca. Ma la cosa più grave e di impatto sulla costa sono le cosiddette "opere connesse": un totale di quasi 38.000 metri cubi di edilizia residenziale, più di 51.600 di uffici e negozi, 19.000 di alberghi e quasi 40.000 per l'artigianato. Più, ovviamente, le auto: 11.007 posti che da queste parti valgono quanto l'oro».
Ricatti, tradimenti. Che squallore! Eppure sarebbe stato possibile affrontare con dignità la grave crisi del carcere e le sofferenze dei detenuti, ormai eccedenti di gran lunga la capienza delle strutture. La Costituzione prevede amnistia e indulto quali strumenti, in determinate circostanze, utili. Se ne era fatto abuso in passato, finchè il Parlamento non si autovincolà fissando la maggioranza dei due terzi. Ed è¨ stata questa garanzia a trasformarsi, per spregiudicatezza di una parte e debolezza dell’altra, in indecenza.
L’indulto è divenuto necessario per rimediare urgentemente, e purtroppo malamente, a una sconfitta. Anzi, a molti errori. La lentezza dei processi fa durare troppo la custodia cautelare e appesantisce la situazione carceraria.
Per questo si era promesso, nel programma dell’Unione, di metter mano alla riforma dei codici, studiando in particolare depenalizzazioni, sanzioni di diversa specie, sveltimenti: solo contestualmente all’avvio del progetto sarebbe stato ammissibile il ricorso ad atti di clemenza cui, a tali condizioni, ci eravamo detti favorevoli in questa rubrica. Invece nulla. Ma nessuna protesta dell’attuale opposizione. E si capisce, non c’è¨ neppure un decreto, o una legge veramente in corsia urgente, per bloccare la congerie di decreti che attuano la riforma Castelli. Così, a vicenda favorendosi, destra e sinistra, sia pure con distinzioni, si scambiano favori sulla testa del paese.
Il carcere ha bisogno di una migliore utilizzazione del patrimonio edilizio esistente, e di nuove costruzioni. Il numero dei detenuti tossicodipendenti fa riflettere sulla validità delle leggi vigenti e sulla necessità di maggiore prevenzione e cura. La quota di extracomunitari sollecita urgenti decisioni nella politica dell’immigrazione e dell’accoglienza, oltre che nel rapporto con i paesi sottosviluppati, anche in sede europea. Non si è parlato di questi temi. Ci si è limitati a prendere atto di un affollamento che così si rinnoverà in breve periodo.
Approfittando della circostanza drammatica, si è data all’indulto una grande ampiezza. Non si è tenuto conto dell’esigenza di valutare appieno il significato e la gravità di certi reati. Gli scandali Parmalat e Cirio, le vicende della Banca popolare di Lodi e dell’Antonveneta imponevano severità in materia finanziaria e di difesa del risparmio. Il voto di scambio, cioè il connubio tra mafia e politica, in un paese che ha avuto morti tra i servitori dello Stato e i politici onesti come nessun altro, è stato pure fatto rientrare nell’indulto, con disprezzo di quei caduti così solennemente commemorati. Così anche i reati contro la pubblica amministrazione.(E, con soddisfazione è bipartisan, le violenze del G8, di estremisti e di poliziotti, entrambe gravissime.) Hanno votato contro Lega, parte di Alleanza nazionale, Italia dei Valori. Astenuti i comunisti italiani. Sia reso loro merito. Forza Italia, valendosi del suo peso determinante, ha voluto a ogni costo l’inclusione di quei reati. L’Unione, che poteva resistere e far constatare ai cittadini la responsabilità di chi profittava dell’urgenza carceraria per salvare pochi potenti, ha ceduto: abbastanza volentieri, è parso, per debolezza, dimenticanza delle promesse, o forse per gli ambigui legami tra mondo cooperativo e ”furbetti” emersi dalle inchieste. Infine, la data di commissione dei reati per i quali opera l’indulto: il 2 maggio 2006. Molti processi, laboriosi, costosi, si faranno con la certezza dell’inutilità delle pene. Anche lo scandalo del calcio potrà beneficiare. Un rapporto di sana cooperazione tra forze politiche avrebbe consentito un indulto più contenuto, inclusioni meno ripugnanti, iniziative per affrontare i problemi di fondo. Invece siamo stati mortificati, e delusi.
dal sito antimafiaduemila.com
SINDACO IN TERRA DI MAFIA
Conversazione con Rosario Crocetta
di Renzo Pintus
Una calda mattina d’agosto: una giornata normale o forse no: oggi non è una giornata qualunque, mi accingo ad incontrare un uomo veramente fuori dall’ordinario e anche il posto, ahimè, non è normale dal momento che ci troviamo a Gela, una città di 80.000 abitanti e di altrettanti irrisolti problemi. Inizialmente l’idea dell’incontro con Rosario Crocetta era quella di un’intervista breve, con domande puntuali sul tema all’ordine del giorno in questa città; poi, prolungandosi la permanenza oltre quei 60-90 minuti necessari, per il motivo che un sindaco che fa sul serio il proprio mestiere ha sempre cento documenti da visionare e cento persone da incontrare, ho pensato che fosse più opportuno restituire, sebbene in parte, le impressioni di questa lunga giornata che pure mi sembrano significative, per far conoscere meglio il Sindaco e l’uomo.
Alle pareti del primo piano del Palazzo di Città diversi sono i segnali dell’impegno antimafia: lavori degli studenti gelesi, il manifesto di un dibattito con il sindaco all’Università Roma tre, in un corridoio un imponente affresco, raffigurante i simboli dell’atavica oppressione della mafia sul popolo siciliano: la fame, le lotte, i morti e al centro l’Agnello di Dio grondante sangue che intride questa terra dolorosa e addolorata.
Appena arrivato, uno stuolo di impiegati, funzionari e assessori lo incalza con un ritmo che assume una cadenza frenetica, in contrasto con l’azzurro placido delle pareti che invita a una languida calma; si rivolgono a lui con rispetto, ma a me sembra anche con un certo distacco, il perché mi verrà chiarito nel corso dell’intervista. Illuminano la stanza due larghe portefinestre una delle quali però completamente serrata (mah, con questa bella giornata poi!).
D.- Essere Sindaco in Sicilia non è facile, a Gela ancor meno. Cosa significa per te fare il Sindaco in una città fortemente segnata dalla criminalità mafiosa?
R.- L’alternativa è tra l’essere il Sindaco della mafia o il Sindaco delle Istituzioni e dei cittadini. Io non ho deciso di fare il notaio della città, di limitarmi a fare atti burocratici, costruire qualche strada, assicurare servizi, portare avanti il piano regolatore e disinteressarmi del resto perché appartiene ad altri organi. Io ritengo che il Sindaco sia anche rappresentante dello Stato nella realtà territoriale, se non assolve questo compito vuol dire che la società non è veramente democratica. Così si lascia a poteri non elettivi un’azione che invece deve essere fatta dal popolo attraverso i propri rappresentanti. Se sono a conoscenza di un reato ho l’obbligo, come pubblico ufficiale, della denuncia. Alcuni pensano che non è compito del Comune occuparsi di queste cose, perché se tu fai questo sei sbirro, tu devi fare il Sindaco e non il poliziotto. Per me separare le mie responsabilità dalle responsabilità in materia di ordine pubblico e di sicurezza, che contribuiscono al benessere generale dei cittadini, è veramente demenziale. Posso fare finta di non vedere ma così non rispetterei la mia coscienza, né il patto di fedeltà alla Repubblica, tradirei me stesso e lo Stato. Questo, che dovrebbe essere il modo tradizionale e normale di fare il Sindaco, richiede in Sicilia un’inversione culturale di 180 gradi. Occorre essere uomo delle Istituzioni e rappresentante della società, se questi due aspetti non si riconoscono allora lo Stato e la società viaggiano su binari che non si incontrano mai.
D.- Come ci si sente a essere sfiduciati dalla propria Giunta con l’accusa di protagonismo nella lotta alla mafia e scarsa operatività amministrativa? Qualcuno sta alimentando di nuovo la polemica sui professionisti dell’antimafia?
R.- I Sindaci vengono eletti dai cittadini però poi devono fare riferimento all’arco dei partiti che lo sostengono. Io, contrariamente a quello che mi si attribuisce, ho fatto una giunta politica ed è perciò evidente che questi assessori rispondano ai loro partiti. La giunta non ha posto una sfiducia, anche se dopo le elezioni regionali i DS, che avevano ottenuto il miglior risultato, hanno avviato una polemica chiedendo la mia sostituzione. In questa vicenda si è inserito il Polo che ha presentato una mozione di sfiducia che non so che esito avrà ma che, intanto, sul piano del sogno di questa città è devastante. Gela è una città cresciuta nell’abusivismo più tremendo, senza una qualità di servizi accettabili. E’ come se una città intera di 100.000 abitanti fosse deportata in Africa. Abbiamo avviato un progetto di riqualificazione urbana per rendere vivibile questa città attraverso un piano triennale di opere pubbliche che per il conferimento degli appalti avrebbe scatenato una guerra di mafia se non avessimo adottato forti misure di prevenzione, grazie alle quali proprio stamattina ho potuto revocare la concessione dell’appalto per l’illuminazione del quartiere Settefarine ad un’impresa mafiosa che se l’era aggiudicato. Ho fatto un protocollo di nuova generazione con la Prefettura con il quale sono inserite delle clausole nei bandi che vorrei perfezionare se non ci cacciano prima.
D.- L’istituzione delle stazioni uniche appaltanti non ha risolto il problema?
R.- Dare una dimensione provinciale alle gare non cambia nulla, anzi i giudici di gara possono essere condizionati più di prima. Il problema non è solo siciliano e si potrebbe risolvere dando vita all’Albo nazionale delle ditte che possono concorrere ai bandi. Queste imprese dovrebbero accettare di sottoporsi a controlli preventivi ogni 2 anni, fornire tutte le informazioni di controllo sul loro operato, specificare in fase di gara le ditte sub-appaltanti per evitare che l’impresa pulita subisca il ricatto mafioso. Così si eviterebbero le lungaggini della certificazione antimafia, perché la lotta alla mafia non deve paralizzare o rallentare la produttività.
D.- In che modo operando da Sindaco si contrasta la criminalità mafiosa e lo spirito di illegalità così diffuso anche tra le diverse componenti della società civile?
R.- L’Amministrazione ha fatto una scelta di campo. Molte operazioni in questa città sono accadute perché si è stabilita una collaborazione positiva tra società civile, Istituzioni rappresentative e Istituzioni delegate, Magistratura e Forze dell’ordine, se uno di questi pezzi non funziona la società non funziona. All’interno di questa collaborazione è rinata la speranza dei commercianti di potersi ribellare. A 13 anni dalla morte di Gaetano Giordano, un imprenditore che aveva denunciato il pizzo, abbiamo costituito un’associazione antiracket,all’inizio con 15 imprenditori cui si sono aggiunti altri 50, mentre altri 70 hanno chiesto di essere ammessi. Questi denunciano direttamente o tramite l’associazione, a volte tramite me che partecipo all’associazione non come Sindaco ma come cittadino Rosario Crocetta. Anche 300 produttori agricoli si sono ribellati al pizzo che si paga per mq. E le loro imprese che stavano fallendo sono ritornate a respirare. La mia prassi quotidiana è fatta di azioni amministrative concrete. Ho licenziato la moglie di un boss che beneficiava ingiustamente del reddito minimo d’inserimento, ho cominciato a far ruotare i dipendenti che hanno gestito gli appalti in un certo modo, conferito gli incarichi professionali con bandi di gara in una regione in cui in certi casi l’importo viene diviso tra il raccomandante e il raccomandato. Ho fatto anche una battaglia per la sostituzione e la revoca dell’appalto del modulo v° bis del dissalatore all’ing. Di Vincenzo, Presidente dell’Assindustria di Caltanissetta, gestore di grandi appalti in Sicilia e in tutta Italia Ho pressoché abolito il ricorso alle spese urgenti, prassi diffusa in tutti i Comuni che vogliono evitare il ricorso a regolari gare. Purtroppo oltre lo Stretto la questione mafia non viene compresa, nessuno si rende conto di quanto possa essere asfittico, totale il suo controllo. Le leggi sono fatte per l’Italia, ma la Sicilia non fa parte dell’Italia.
Il telefono squilla in media ogni trenta secondi e ogni tanto Crocetta risponde: apprende così del conferimento del premio di Legambiente per il suo impegno in difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini. In tarda mattinata l’intervista cede il passo alla conferenza stampa convocata d’urgenza per dare notizia della revoca di un appalto, in seguito alla certificazione antimafia pervenuta dalla prefettura di Agrigento qualche ora prima, all’impresa aggiudicataria appartenente a un imprenditore mafioso già condannato. Crocetta si sottopone anche a due brevi interviste per la televisione locale, rallegrandosi per la lodevole celerità con cui la Prefettura ha risposto alla richiesta di documentazione del Comune, ma soprattutto perché si è scongiurato l’impinguamento delle casse di un’impresa fortemente collusa con la mafia.
D.- La distinzione di cui parlavamo prima tra Sindaco notaio o Sindaco della legalità si esprime solo all’interno del Consiglio Comunale o anche all’interno della Giunta? Qual è la posizione dei tuoi sostenitori?
R.- Nel mio schieramento possono esserci opinioni diverse sulle modalità di lotta alla mafia, ma non mi piace mettere in evidenza i contrasti all’interno di una scelta di campo, la lotta alla mafia non è una cosa che si fa con entusiasmo in Sicilia, anche perché è pericolosa, non è una passeggiatina. Metti a repentaglio te stesso e molti non vogliono essere coinvolti in questa battaglia. Oggi il Polo, che ha la maggioranza in Consiglio Comunale, rimette in discussione il progetto di cambiamento di questa città. Ritengo che all’interno di quelle posizioni ci siano molti gruppi di interesse mafioso che stanno lavorando per eliminarmi in tutti i modi, politicamente e anche fisicamente. E’ una partita senza precedenti, i gruppi mafiosi hanno puntato alla mia delegittimazione, arrivando a sostenere che non facevo sul serio, che facevo antimafia parolaia. Tutto mi si può dire fuorché essere un professionista dell’antimafia. Io sono un militante dell’antimafia, sono come un partigiano, io sono nella convinzione che lo Stato democratico in Sicilia ancora non sia venuto sino in fondo perché la mafia è in contrapposizione netta con lo stato di diritto e anche contro lo stato sociale e che quindi la Costituzione Repubblicana sia rimasta sostanzialmente inevasa e non attuata in Sicilia proprio per il peso della mafia che nega diritti sociali e diritti civili, interviene sul voto, condiziona gli appalti, controlla l’economia, uccide, controlla le persone, fa il lavoro nero, insomma la mafia compie un’abusiva occupazione del potere che si esprime nel mancato esercizio dei diritti democratici. Allora io ritengo che deve continuare una Resistenza che non ha avuto in Sicilia una naturale conseguenza. Mi considero un partigiano, un militante della lotta alla mafia, mettendo in campo tutto me stesso. Quando mi chiedono se ho paura mi faccio una risata, è come se uno avesse chiesto a un partigiano se avesse paura dei fascisti. Poteva avere paura dei fascisti, ma non aveva paura di fare la lotta.
D.- E’ scandaloso quindi che lo Statuto dell’Autonomia Regionale non contenga un esplicito riferimento alla lotta alla mafia, mentre la Costituzione Repubblicana rivendica e pone alla propria base l’antifascismo.
R.- Potrebbero anche metterlo ma la lotta alla mafia è un fatto sostanziale non formale. Abbiamo una classe dirigente abituata a coesistere con la mafia, un’altra alleata, un’altra parte è organicamente mafiosa, un’altra lotta la mafia. Quindi una parte dello Stato la combatte, un’altra l’avalla. Il problema storico della lotta alla mafia è il rapporto mafia-politica, se la mafia non avesse un rapporto organico con la politica sarebbe stata già sconfitta. Possono fare tutti gli Statuti che vogliono però la mia esperienza di militante antimafia è concreta e pratica, non teorica, fatta buttandomi col corpo nella mischia, specialmente dopo che la mafia mi è letteralmente caduta sulla testa per esperienza personale. Vivo l’antimafia che affina la teoria con la prassi e le revisiona entrambe, per questo la definizione di professionista dell’antimafia non mi appartiene per niente. Sono convinto che la politica agisca come una forte cappa su questa Sicilia che non riesce a liberarsi e a cambiare perché questa politica lavora contro.
D.- Ma è più mafiosa la mafia o la politica?
R.- Il fenomeno mafioso ha subito una metamorfosi. Se prima potevamo parlare di accordi di desistenza, poi di intrecci, di collaborazione, poi di accordo pieno tra mafia e politica, oggi dobbiamo parlare di una degenerazione per cui un mafioso è direttamente un politico. Questo non è più rappresentante della mafia ma è esso stesso mafioso, come alcuni imprenditori sono direttamente mafiosi. La mafia ha finito di essere il cancro della società, separabile da essa, per cui lo si prende e si estirpa e abbiamo risolto il problema del resto del corpo che è sano; siamo di fronte a un cancro in metastasi, che io chiamo la ‘New mafia’,con cui indico un sistema di potere organico” mafiosoimprenditorialepolitico” che controlla la Sicilia e comincia ad avere proiezioni sullo scenario nazionale e internazionale. Il problema serio è che la nuova mafia può non avere bisogno del controllo territoriale, se gestisce gli appalti per una multinazionale non ha bisogno di questo controllo perché gli accordi si chiudono nell’ufficio appalti della multinazionale, il controllo serve solo per piccoli appalti, per il pizzo, le estorsioni ma non per la mafia che conta, quella che fa i grandissimi affari, che è multinazionale e non separata dalla società. A Gela, a Palermo, in Sicilia si confonde con la società in un nesso con le istituzioni e la società civile la cui esaltazione acritica è solo vuota retorica. Penso che parte delle istituzioni di questo Stato in passato sono state a letto con la mafia, un patto scellerato che ha visto sposarsi mafia i istituzioni deviate. Non faccio retorica antimafia e tutte le persone che facciamo lotta antimafia a volte non sappiamo se il nostro migliore amico è un informatore al suo servizio.
D.- Si è sempre detto che la lotta alla mafia non appartiene a una sola parte politica, ma che deve diventare patrimonio di tutti. Purtroppo la realtà smentisce questo nobile principio. Inoltre la sinistra non appare del tutto immune dal contagio mafioso, come invece si riteneva in passato. Si pone anche a sinistra la necessità di individuare ed estirpare i germi silenti del contagio mafioso?
R.- Credo che la lotta alla mafia sia un terreno pre-politico di scontro. La politica , lo stato di diritto non dovrebbero separarsi sul terreno della legalità. Invece oggi, essendo la mafia legata ai gruppi di potere e ai potentati economici, accade che i poteri criminali e mafiosi si leghino ai gruppi politici che rappresentano gli interessi economici dominanti. Avviene che la destra abbia combattuto per l’abolizione del 41 bis, attaccato la Magistratura, portato avanti iniziative contro il sistema delle intercettazioni e dei collaboranti di giustizia, forti armi senza le quali è impossibile combattere la mafia. Se la mafia è sistema di potere e vicina ai gruppi di potere non possiamo pensare che la sinistra sia indenne, ma che in posizioni di gruppi di potere degenerati della sinistra si possano avere, così come ci sono, singoli personaggi che possono essere vicini all’organizzazione mafiosa.
D.- A risanare una situazione così degradata può bastare la riforma della politica, mi riferisco alle petizioni di principio relative al codice etico, alla de-professionalizzazione del ceto politico, alla partecipazione dei cittadini, o necessita una riforma a monte sul piano etico e culturale?
R.- Credo che il perno della lotta alla mafia sia l’autoriforma della politica, senza questa la mafia non può essere combattuta perché è oggi la politica il collante del sistema mafioso. Senza politica la mafia sarebbe stata già distrutta, invece è la sola organizzazione criminale al mondo che da oltre 150 anni non è stata vinta. L’autoriforma della politica è urgente, inoltre rivendico alla politica la capacità di essere molto più severa della Magistratura, deve essere capace, al di là della stessa Magistratura, di intercettare le infiltrazioni mafiose al proprio interno. Questo presuppone un approccio etico differente che non può non legarsi al sistema dei valori, mentre negli ultimi anni la politica si è completamente distaccata dai valori divenendo esercizio cinico e arbitrario del potere. Questa è la vera questione. Scomparse le grandi idee, i movimenti di massa, la politica inclina verso logiche manageriali-gestionali e dimentica le prospettive di cambiamento profondo della società e finisce per non essere più punto di riferimento della società. La politica deve recuperare il rapporto con l’etica.
Dopo una breve interruzione per un tardivo pranzo, al rientro, il Sindaco viene accolto da un coro festante di bambini di un gruppo parrocchiale che lo salutano, invitandolo a un loro spettacolino serale in piazza. Crocetta non trascura di dare qualche buffetto sulla guancia e parole di ringraziamento. E’ molto amato il sindaco dai bambini della sua città, negli adulti invece suscita reazioni divergenti. Girando per le strade si vedono manifesti che, richiamando la recente questione della mozione di sfiducia, esprimono piena solidarietà e appoggio al Sindaco (comitato spontaneo dei cittadini del quartiere Carmine e la locale sezione del PdCI); ma ve ne sono altri che prendono educatamente le distanze da Sindaco e Consiglio comunale, auspicando che tali episodi non abbiano più a ripetersi (comitato della frazione di Manfria e collettivo dei DS).
Dentro il Comune lo attende già una troupe della televisione di Stato francese (TF1), arrivata da Parigi per intervistare Crocetta a Gela e il gruppo di studenti “Addio pizzo” a Palermo. Aspettando la ripresa dell’intervista, non posso fare a meno di notare i quadri appesi alle pareti. Alle spalle della poltrona del Sindaco domina un’enorme tela di un Cristo oppresso da una pesante croce in un paesaggio riarso, seguito da un donna in nero; a sinistra, due tele che raffigurano la Vergine.
Ad altezza d’uomo in un angolino, catturano l’attenzione due piccoli quadretti che sembrano quasi fuori luogo in mezzo a queste grandi tele, eppure hanno un significato profondo che intuisco, ma che non comprendo a pieno e del cui senso lo stesso Crocetta mi rende spontaneamente consapevole. Si tratta di una foto di Madre Teresa di Calcutta e dell’immagine di S. Michele Arcangelo, donatigli rispettivamente da una collaboratrice e da un poliziotto. Crocetta li tiene vicini perché guardandoli ricorda sempre a se stesso come sia importante non separare mai la battaglia per la legalità da quella per la difesa dei deboli e per la realizzazione della giustizia per tutti.
D.- Prima hai usato l’espressione ‘la mafia mi è caduta sulla testa’, e che la tua posizione antimafia non è ideologica. C’è allora un retroterra biografico-personale, come la mafia ti ha toccato, come ti è ‘caduta sulla testa’?
R.- Il giorno stesso della mia elezione uno dei miei avvocati mi ha informato che mi erano arrivate delle minacce solo perché avevo detto che avrei fatto una lotta senza precedenti contro la mafia. Quindi la mafia ha deciso immediatamente di porre una sfida al potere legale. Di fronte a questo avevo delle scelte, o fare il pupo manovrato dalla mafia o combatterla. Io ho deciso presto, l’ho fatto non sulla base di una scelta ideologica ma di valori, non per un progetto ideologico ma perché l’ho scoperta nell’esperienza concreta.
D.- La tua allora è una posizione soltanto valoriale e culturale, non c’entra con il tuo essere comunista.
R.- La scelta politica semmai fa riferimento a quei valori nel senso che è una scelta a favore dei deboli. Io penso che la mafia attenti ai diritti delle persone, al senso della giustizia, non credo che la lotta alla mafia sia separabile dal mio essere cristiano, dal mio essere comunista. Non a caso nel protocollo di legalità ho inserito la clausola che alle imprese che non rispettavano i diritti dei lavoratori si poteva revocare l’appalto. Non c’è separazione tra il mio modo di essere e il mio modo di pensare. La legalità non è separabile dalla carità, dall’amore, dalla giustizia, non è una forma astratta ma un fatto concreto di protezione dei poveri e dei deboli. Il mio essere comunista diventa, come dire, un cristianesimo comunista.
D.- Per un politico quali sono le migliori virtù e i peggiori difetti?
R.- La virtù migliore è quella di mettere al di sopra di ogni cosa il bene pubblico, credo che sia l’unica sola grande virtù, tutto il resto è acqua calda. Il peggiore difetto è il contrario, anteporre i propri interessi personali agli interessi generali. Questo può produrre una moralità pubblica nuova in un paese degradato dalla corruzione come l’Italia che, se non fa questo tipo di percorso, credo che sia destinato a morire.
D.- Per i giovani ci sono più ragioni per andare o per restare in Sicilia?
R.- Ci sono Tante ragioni per rimanere che per andarsene. Le ragioni del rimanere sono legate alla profondità di una esperienza storica che viene da lontano. Abbiamo radici culturali profonde nel nostro essere greci, arabi, normanni, mediterranei, inoltre la natura, la bellezza del clima e dei luoghi. Ma se fai riferimento a fatti più razionali, più oggettivi, allora hai voglia di scappare. Io capisco questi ragazzi che hanno deciso di andarsene perché per molti è devastante dover ricorrere a qualcuno per trovare un lavoro. E’ difficile dopo avere studiato, avere sviluppato una coscienza europea, dover convivere con questa arretratezza medioevale che è la mafia, qualcosa del passato che ancora persevera nel mondo moderno. Io stesso sono andato e tornato più volte, ho lavorato anche all’estero, poi però c’è stato un episodio che mi ha fatto propendere nel rimanere. E’ stato nel ‘90 quando avvenne la strage degli 8 ragazzini nella sala giochi, uccisi da altri ragazzini, vittime della guerra tra la ‘stidda’ e ‘cosa nostra’. Allora ho pensato che dovevo utilizzare quella esperienza che veniva dalla conoscenza di altre culture, di altre città, di altre esperienze di lavoro e metterle al servizio di questa città. Aderii allora a RC, poi andai dai comunisti italiani ma per prima cosa creammo una scuola per minori a rischio, un giornale per denunziare la mafia (si chiamava Progetto Gela) e cercare di delineare un nuovo progetto per la città. Da allora non me ne sono più andato perché ho pensato che era giusto spendersi per questa città e aiutarla a fare qualche cosa.
Intanto Crocetta suggerisce alla giornalista francese in attesa di guardare dalla portafinestra i luoghi significativi di Gela: lei guarda mentre lui li descrive a memoria, poiché a lui è interdetto affacciarsi a finestre e balconi. Ecco il motivo della serranda chiusa: a quest’uomo per lavorare è proibito assaporare la luce del sole, avere la vista della propria città, che è poi il motivo stesso di questo suo impegno aspro, dal quale molti dei suoi collaboratori si tengono a distanza di sicurezza. Come lui stesso ci ha detto “molti chiedono di non essere coinvolti in questa battaglia”, ma allora per chi si fa questa battaglia? Non è anche perché ogni cittadino, ogni giorno possa avere sempre più coraggio per fare meglio il proprio dovere?
D.- E’ un’esistenza che ti si confà?
R.- La mia vita è cambiata radicalmente da quando sono Sindaco, da quando ho deciso di fare questa lotta dura alla mafia, però rifarei esattamente quello che ho fatto, forse anche peggio, se io mi rivedessi proiettato nel passato sarei stato ancora più duro, con la consapevolezza di oggi. Vale la pena di restare perché la vita senza l’affermazione del principio di libertà è poca cosa.
Questi valori saranno presto il soggetto di un film-documento girato da una casa di produzione di Roma e diretto da Renzo Rossellini. Qualche maligno potrebbe pensare che sia Crocetta a sollecitare l’interesse dei mass-media, ma forse la verità è un’altra: “oltre lo stretto” hanno capito che ciò che sta portando avanti Rosario Crocetta è un’impresa che merita attenzione, encomio e sostegno; mentre in Sicilia, in tanti, forse troppi, l’abitudine al quieto vivere, che talvolta diventa ‘convivere’, ad una vista volutamente corta e miope, degenera purtroppo nella biasimevole attitudine a svilire, guastare e denigrare le motivazioni di un impegno forte che tutti dovremmo assumere. I professionisti della politica e dell’amministrazione avrebbero invece molte cose da imparare, come ho avuto io occasione di apprendere, stando accanto a quest’uomo per quasi un’intera giornata. Grazie Rosario!
Il pendolo sta di nuovo oscillando. Fino ai primi anni Settanta prevaleva, a sinistra, l’ostilità (supportata da robuste «controinchieste» e preoccupati manuali di «autodifesa») nei confronti di pubblici ministeri e giudici. Mentre a destra era d’obbligo esibire solide patenti di paladini della giustizia e slogan all’insegna non solo dell’ordine ma anche della legge. In meno di trent’anni tutto è cambiato. Le destra ha trovato uno dei suoi principali collanti nel tentativo di umiliare l’operato dei giudici e di controllare la giurisdizione. Sui temi della legalità e della giustizia, invece, le forze progressiste hanno maturato nuove sensibilità.
Lo hanno fatto constatando che la giurisdizione può essere - pur coi suoi limiti - garante dei diritti dei cittadini e delle regole di convivenza, nonché fattore di equilibrio del sistema istituzionale. Da qualche tempo, però, sembra doversi registrare un nuovo capovolgimento, ma solo a sinistra. Nel senso che su questo versante riaffiorano (un fiume carsico?) orientamenti che ricordano l'antica ostilità e di fatto portano larghi settori della sinistra a non distinguersi più di tanto dalla destra. Barbara Spinelli (La Stampa, 30 luglio) ha parlato di «trascuratezza in tema di legalità» che consente di scrivere «una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo...È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata».
Ecco, gli Indifferenti - a sinistra - vanno moltiplicandosi. Sintomatici, al riguardo potrebbero anche essere l'astio ed il livore (non solo indifferenza!) che da un po’ di tempo a questa parte certa sinistra rovescia su Marco Travaglio, con punte recentissime di speciale durezza in occasione del dibattito sul lacerante tema dell'indulto. Se intervengo, non è come...difensore d'ufficio (ci mancherebbe!). Semmai come amico. Ma soprattutto, per provare a riportare il dibattito sui binari della razionalità.
Inevitabilmente schematizzando, ma spero non troppo, partiamo da quando la destra (berlusconiana e oltre) andò al potere nel 2001. La minoranza ne fu come tramortita e rimase a lungo depressa e silente. A ridarle fiato contribuirono anche le mobilitazioni di piazza sui temi della giustizia (girotondi, Palavobis, marce della legalità ecc.), insieme a nuove forme di aggregazione, ora spontanee ora progressivamente sempre meglio organizzate, che han saputo dare corpo e sostanza alla presenza della società civile sui temi della legalità e dell'onestà anche nell'esercizio del potere.
Migliaia di cittadini, con il loro impegno e con la loro passione - spesso con la loro indignazione - han finito per contagiare (risvegliare?) anche quei politici che troppo presto si erano lasciati vincere dalla rassegnazione. Sono stati tanti i protagonisti di questa faticosa e difficile stagione. Tra loro anche Marco Travaglio. Chi abbia avuto occasione di assistere a qualche sua iniziativa pubblica, sa bene quanta forza di suggestione abbiano i suoi interventi, basati su fatti e documenti a prova di smentita. Sa bene, quindi, che anche a Travaglio va riconosciuto il merito di aver riportato all'ordine del giorno del nostro Paese temi come il rispetto delle regole, il conflitto di interessi, l'eclissi della questione morale, l'attacco volgare ai giudici ad opera di certi interessi gelosi della loro impunità, il laido teorema di indicare come «politicizzati» o «avversari» i magistrati colpevoli di tenere la schiena dritta.
È un merito che può disconoscere solo chi vive chiuso in qualche Palazzo e non ha (o non ha più) sufficienti collegamenti col mondo, chi si illude che una comparsata a «Porta a porta» o un buon rapporto con certi Fogli siano sufficienti. Certo, Travaglio - come tutti - ha i suoi difetti. A volte gli si potrebbe rimproverare una certa tendenza a fare di ogni erba un fascio, oppure l'eccessivo gusto per la «boutade». La sostanza però non cambia ed il merito di fondo rimane.
Ma la storia non è finita. Riavutasi dal ko del 2001, una parte consistente dell’establishment dell’opposizione di allora ha cominciato a mal sopportare questi dilettanti della politica che pretendevano di interloquire. Di qui una sorda, crescente resistenza anche verso i temi della giustizia e della giurisdizione. Soprattutto verso chi continuasse a proporli senza strizzatine d'occhio, magistrati compresi. «Cancro da estirpare» per la destra berlusconiana, la magistratura sempre meno è stata difesa da chi avrebbe dovuto sapere che il vero obiettivo era la legalità.
Si capisce che mai il re ama apparire nudo: vale a dire che fra destra e sinistra vi sono differenze certo abissali, ma vi è anche un filo comune. La politica, senza distinzioni, vive di consenso; se il consenso rischia di affievolirsi oltre certi limiti per effetto di inchieste che disvelino «troppa» corruzione o «troppa» collusione con la mafia, ecco che la politica - tutta la politica - più o meno consapevolmente finisce per non accettare quelle inchieste.
E se prima le sosteneva, ad un certo punto le rifiuta o le svaluta. Ma così, l'Italia delle regole - che pure ha cercato e cerca di affermarsi - vacilla. Se la richiesta o doverosa ricerca di giustizia viene contrabbandata come «oltranzismo giacobino, estremismo militante, giustizialismo, cultura del sospetto», se a queste sporche bestemmie non si reagisce con fermezza e con autentica convinzione, alla fine avranno sempre più spazio l'Italia dei furbi, degli affaristi e degli impuniti. E persino il regolare funzionamento del sistema economico finirebbe per essere gravemente alterato o inquinato.
Non cade dal cielo, allora, una caratteristica dell'ultima campagna elettorale, che ancora Barbara Spinelli rileva essere stata condotta «all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale». Ecco: il pregiudizio e l'aggressione violenta a Marco Travaglio, sol perché le sue idee non collimano con quelle di una certa politica, credo possano inserirsi in questo contesto. Ma sono irrazionali. E l'irrazionalità può generare mostri.
31.07.2006 – Unità
Chiamatelo condono
di Elio Veltri
formato .pdf – clicca qui
SAMPIERDARENA Blitz della polizia, quaranta ragazze identificate, la minorenne è stata affidata a un istituto religioso cittadino
Maxi retata di "lucciole" nella notte
Tra loro una quindicenne. Diverse mostrano il passaporto: abbiamo sposato uomini italiani
Al momento del controllo molte ragazze, romene e moldave, hanno esibito con fierezza un valido permesso di soggiorno. «Siamo regolari - hanno detto agli uomini della squadra mobile, impegnati in una vasta operazione anti prostituzione -. Siamo sposate con uomini italiani, quindi non siamo clandestine».
La notte scorsa i poliziotti hanno controllato uno dei maggiori distretti a luci rosse della città: la zona compresa tra via Sampierdarena, via di Francia e corso Perrone. Dove ogni notte battono il marciapiede decine e decine di "lucciole", quasi tutte straniere. Ne sono state identificate quaranta, 25 romene e 15 moldave. Tra loro anche una minorenne: Olga, nome di fantasia, una ragazzina quindicenne appena arrivata a Genova dalla periferia di Bucarest. E subito mandata, probabilmente da qualche suo connazionale, a vendersi sulle strade del ponente.
Olga adesso è uscita dall'incubo. Al momento dell'arrivo dei poliziotti ha tentato di fornire una versione differente dalla realtà. Ha detto che si trovava a passare di lì e che non era una prostituta. Ma una volta accompagnata in questura è crollata, raccontando la squallida verità di cui per qualche giorno è stata vittima. La minorenne è stata affidata ad una comunità gestita da suore. Ci vorrà tempo e assistenza psicologica perché la ragazzina straniera dimentichi quello che le è accaduto.
Complessivamente i poliziotti della mobile hanno identificato quaranta prostitute. Di queste una è stata arrestata, in quanto colpita da un ordine di carcerazione per violazione della Bossi-Fini. Per altre quindici si profila l'espulsione, perché irregolari in Italia.
Ma la sorpresa per gli agenti è arrivata quando quasi una decina delle 40 ragazze ha mostrato con soddisfazione un regolare e autentico permesso di soggiorno, senza data di scadenza. «I nostri mariti sono italiani» hanno spiegato, facendo luce su un fenomeno che evidentemente ha preso campo: quello dei matrimoni stipulati, per interesse reciproco, tra italiani, quasi sempre anziani, e giovani ragazze straniere.
Legami quasi certamente non supportati dall'amore, ma che permettono al marito di ottenere una somma di denaro (tra 500 e 1000 euro) e alla moglie di poter restare in Italia senza più la preoccupazione della scadenza del permesso di soggiorno. Ora gli investigatori della Mobile dovranno accertare l'efficacia e la regolarità di queste unioni, risalendo agli anziani mariti che verranno ascoltati nei prossimi giorni.
Durante il blitz dell'altra notte sono stati anche arrestati due giovani senegalesi che avevano in tasca diverse dosi di cocaina. Droga che veniva spacciata proprio nelle vicinanze delle prostitute e che quindi, secondo gli inquirenti, era destinata ai clienti delle stesse ragazze.
Simone Schiaffino
Eva: «Se non hai meno di 20 anni non lavori»
Denise, sedicenne: «Sono qui per fare soldi»
A mezzanotte, sotto l'elicoidale dello svincolo autostradale di Genova Ovest, è comparso anche un camioncino degli hot dog. In tutto simile a quello che nei weekend fa l'alba in piazza Dante, in centro. Rifocillando i giovani della movida. A Sampierdarena invece mangia chi lavora, per tirare avanti sino almeno alle 5. E gli utenti. «Con il passaggio che c'è qui, dei clienti delle ragazze, di soldi se ne tirano su più che in viale Brigate Partigiane», ammette il titolare del chiosco, senza troppi imbarazzi.
Via Sampierdarena e il parallelo lungomare Giuseppe Canepa sono le vie della Genova a luci rosse. I boulevard dello sfruttamento, spesso di minorenni. Costrette a "battere" il marciapiede per pagare il proprio "datore". Il protettore. Dopo le dieci di sera si animano di gonne corte e decolleté in bella mostra.
«Adesso se non hai meno di vent'anni lavori poco», spiega Eva (il nome è di fantasia, come tutti in questa pagina, per proteggere chi ha parlato, ndr). Lei ne ha 22. In Italia è venuta in un furgone. Dall'Albania: «Io sono qui da un anno e mi sono ritagliata i miei spazi. Ma per quelle che arrivano ora le cose sono difficili: a meno che non siano minorenni».
Dopo l'inchiesta in più puntate del Secolo XIX sul primo avamposto del ponente cittadino e la retata di martedì sera, replicata anche venerdì, si moltiplicano le lamentele dei cittadini. «La presenza di prostitute e dei loro frequentatori diventa fenomeno di grave turbativa non solo sulle strade - scrive, in una lettera inviata anche al prefetto, Domenico Minniti, presidente della circoscrizione Centro Ovest - ma addirittura nei pressi e dentro i portoni degli stabili».
E già, palazzi e portoni. L'altra sera alle 23 erano già tre le ragazze in piazza Monastero. Sulla quale si affacciano tre caseggiati. Romene, con al massimo vent'anni. Non di più. Qualcuno passando in auto si è fermato. Ha chiesto ed è ripartito. Poco più avanti Maria. L'abito è succinto, a fiori. Ma definirlo scandaloso suonerebbe davvero eccessivo. «Vengo dal Kosovo - racconta - che fai, sali?». Sali? Sì, in uno di quegli appartamentini che il "pappa" allestisce per loro: «In macchina sono trenta euro. In casa da me invece settanta». Casa è un parolone. Nella maggior parte dei casi sono tuguri di pochi metri quadrati. Altro che Irma la dolce e Les Halles di Jack Lemmon . Ancora una domanda, poi si insospettisce. «Perché mi chiedi tutte 'ste cose? Non sono mica dell'ufficio stranieri», risponde. Guardando sempre più insistentemente verso l'alto. Evidentemente sa che dal suo privé qualcuno la spia. Il protettore sorveglia ogni mossa: per battere in ritirata in caso di visite da parte di poliziotti in borghese. Oppure per interv enire e strigliare a dovere la sua "assistita" se perde tempo.
Per loro, le ragazze, un cliente perso è qualcosa di più di un mancato guadagno. È un pezzo di serenità, quella poca che rimane, che va in malora. Le giovani dell'Est che vengono portate in Italia sono costrette a versare al protettore l'obolo serale: settanta euro da sganciare alla gang di albanesi che gestisce la zona.
A rendere Sampierdarena un territorio incontrollabile anche per le forze dell'ordine, dove la mappa della prostituzione è arrivata a comprendere zone fino a pochi mesi fa interessate solo più marginalmente dal fenomeno (come via Buranello, via Pieragostini, via Degola, via Pacinotti), è stato un ricambio generazionale tra i professionisti dello sfruttamento delle donne. Dopo l'arresto a inizio luglio di "Victor", il grande guru della tratta delle nigeriane, le cose a Sampierdarena stanno cambiando. Pare che buona parte delle sue ex protette puntino ora verso l'alessandrino. Dove la vita per loro è meno grama. E in effetti, l'altra sera, di ragazze dalla pelle scura in lungomare Canepa se ne sono viste ben poche. Le zone vengono ora ridisegnate. Con le giovani dell'est a farla da padrone. Principalmente romene. Ma anche moldave e albanesi. A chiedere l'età si fa presto: diciotto e diciannove anni la risposta classica. Peccato però che molte, all'anagrafe, di anni ne abbiano soltanto sedici.
È il caso di Denise. La si incontra passando sotto il Wtc, dopo mezzanotte. Sul lato che guarda a mare, prima dei palazzi della Guardia di Finanza, c'è un club privato che di movimento ne produce parecchio. Davanti all'entrata ci sono almeno cinque ragazze che aspettano l'uscita di qualche avventore. All'angolo, venti metri più avanti, Denise sembra non sapere nemmeno dove si trova: «Sono qui per lavorare e fare soldi, non ho voglia di parlare». Da quanto sei qui? «Una settimana». Sette giorni che le hanno disegnato in volto i lineamenti di chi, al primo giorno di scuola, guarda sconsolato i propri genitori andarsene. «Quanti anni ho? Diciotto». No, davvero. «Sedici». Voilà: svelato l'arcano. Rigira nervosamente in mano il pacchetto di sigarette. L'unico appoggio che le resta per superare la notte. Pensando il meno possibile. Tornando in via Sampierdarena, intorno alle 2, resta il tempo di affiancare una delle ultime italiane che resistono. Giulia è di Napoli: «Sono qua da quattro anni. Prima ho girato un po' dappertutto: Milano, Roma. Lo sai che sono l'unica italiana?». Positivo per non farsi fregare, pessimo per ascoltare i commenti di chi si avvicina. «Qua è tranquillo - prosegue - non è vero che i residenti si lamentano. Almeno non con me».
Marco Fagandini
l'ambulante
«Vendo più panini che in Centro»
La scena è degna di "Casa Vianello". La compagna del titolare che se la prende con i clienti delle lucciole: «Sono loro che dovrebbero vergognarsi, non le ragazze». E l'uomo che invece sentenzia: «Prima o dopo tutti questi signori passano di qui. Si fanno buoni affari».
Quel furgone-cucina di notte lavora a ciclo continuo. Il suo conducente lo parcheggia sempre sotto l'elicoidale. Solleva la tenda a strisce bianco-rosse e inizia a sfornare panini con i crauti e a vendere birre ghiacciate. È una specie di osservatorio costante e privilegiato sulla situazione. Un osservatorio "ambulante".
«Con una retata non si risolve un bel niente - spiega l'uomo - ne tolgono dieci dalla strada e nemmeno due giorni dopo le hanno già sostituite. Se vogliono cambiare qualche cosa in questa zona devono pensare a interventi diversi». Del genere? «Non saprei - ammette, girando un pezzo di salsiccia - se continuano tutti a protestare si potrebbe davvero ripensare a quelle». Quelle che? «Le case chiuse».
A quel punto interviene la donna che siede dietro la cassa. Si inserisce nella conversazione. Ed è tutto fuorché un inserirsi in sordina: «Tutti se la prendono con quelle ragazze. Sono poco vestite e via dicendo. Ma loro non devono vergognarsi di nulla: quelli che ci vanno invece...».
Parlando dei clienti delle prostitute si infervora: «Ormai passano uomini in auto ogni secondo. Molti sui quaranta, cinquant'anni. Poi ci sono i più giovani. Che si fanno in giro solo per vedere e rompere le scatole a quelle poverette. E poi si lamentano che c'è rumore!». Come a dire: non sono mica le prostitute che tengono accesi i motori fino alle 5 del mattino in via Sampierdarena. Trasformata in una specie di Pigalle in versione nostrana.
«Qua comunque i panini si vendono più che in centro - riprende il titolare - soprattutto adesso con la bella stagione. Tutti si riversano in riviera, nei locali estivi sulla spiaggia. Prima stavo in via Brigate Partigiane. Adesso chi ci trovi? Nessuno. Qui invece il viavai è continuo». I soldi sono soldi. Ma un'occhio di riguardo, la sensibilità femminile, per fortuna riesce a metterlo. «Sono gli uomini che girano qua che dovrebbero vergognarsi. Adesso poi si spostano anche più avanti, dopo via di Francia, per i trans. Alla fine magari sono gli stessi che protestano. Quelle ragazzine, spesso minorenni, non fanno altro che tirare a campare».
M. Fag.
SCOPERTA A MASONE SUI TERRENI DEL MARCHESE GIACOMO CATTANEO ADORNO.
Discarica “fantasma” ...il giallo continua
Intanto l’assessore regionale Franco Zunino e il consigliere verde Cristina Morelli chiedono che si faccia luce sull’intera vicenda

Già nell’ottobre di due anni fa una perizia accertò che sotto i trenta ettari di proprietà del marchese Giacomo Cattaneo Adorno dei Piani di Masone c’era una discarica. Di tutto, rifiuti ospedalieri (in abbondanza) compresi. Intanto il sostituto procuratore Gabriella Marino, titolare dell’inchiesta, sta valutando gli atti consegnati dalla Digos, l’ufficio di polizia giudiziaria che indaga sull’immensa “pattumiera” abusiva e che ha compiuto vari sopralluoghi sui terreni.
■ LA PERIZIA - E’ stata eseguita nel novembre del 2004 dal dottor Romano Calvillo, iscritto all’Ordine dei chimici del Piemonte e della valle d’Aosta. A commissionarla era stato Maurizio Pagliarini, l’imprenditore che nel 2001 prese in affitto dal marchese i trenta ettari con l’intenzione (divenuta irrealizzabile) di avviare un’attività agrituristica. Il professionista ha effettuato «alcuni pozzetti esplorativi della profondità di un metro” in cinque campi diversi del terreno. «In tutti i casi - scrive Cavillo - è risultato uno strato superficiale, talvolta estremamente sottile, di terreno dalla morfologia apparentemente estranea alla matrice della zona e uno strato di rifiuti indistinti: residui da imballaggio, vetri (talvolta bottiglie intere), macerie, materiali edili ed ospedalieri (bende e medicinali quasi intatti).
■ LA SORGENTE – Un sopralluogo è stato compiuto anche presso una sorgente che sgorga all’interno dell’area. «Nella sola zona presso la sorgente – scrive ancora il chimico - è presente uno strato di matrice limosa di colore nerastro dovuto probabilmente alla digestione dei rifiuti». La perizia prosegue così: «In altre zone evidentemente più esposte ad azioni di dilavamento meteorico (pioggia, ndr) si sono rivelate esumazioni spontanee di rifiuti dello stesso tipo di quelle già descritti». Allegate alle perizie ci sono varie foto che ritraggono i rifiuti, in particolare, quelli di evidente origine ospedaliera.
■ L’AREA - Secondo il perito «si può desumere che il terreno inquinato ammonta ad almeno 100 mila metri cubi». Complessivamente la quantità dei rifiuti interrati sarebbe vicina ai trentamila metri cubi. Ma la stima sarebbe forzatamente approssimativa.
■ L’INCHIESTA - Nel fascicolo del pm Gabriella Marino ci sono le conclusioni di questa perizia e due testimonianze raccolte dalla Digos. Gli agenti hanno sentito Maurizio Paglierini e la precedente affittuaria del terreno (dal 1996 al 2006), una quarantaseienne di Cremolino, in provincia di Alessandria. Anche quest’ultima ha dichiarato che dieci anni fa prese in affitto dal marchese Giacomo Cattaneo Adorno (latitante dal 2003) i trenta ettari per aprire un agriturismo. Si accorse che sotto il primo strato di terra c’era una pattumiera in circostanze inquietanti: alcuni cavalli tornarono feriti da un’escursione (a causa dei vetri dei contenitori delle flebo). Poi la pioggia e i cinghiali fecero il resto. E dai prati iniziarono a “fiorire” i rifiuti.
■ IL SINDACO - In un’intervista al nostro giornale e anche attraverso un comunicato ufficiale il sindaco di Masone, Livio Ravera, aveva confermato di essere a conoscenza della vecchia discarica. E in particolare aveva specificato che i rifiuti erano stati scaricati in zona fino a metà degli anni Sessanta provenienti dall’inceneritore genovese della Volpara. L’esistenza della discarica non era mai stata sancita da alcun documento ufficiale.
■ I VERDI - Un intervento urgente da parte dell’Arpal e delle altre autorità competenti è stato sollecitato dal capogruppo dei Verdi in Consiglio regionale, Cristina Morelli, che ha polemizzato con il sindaco di Masone. «E’ assurdo – ha detto - che il Comune, pur a conoscenza dei fatti, non abbia intrapreso alcuna azione per accertare cosa c’è là sotto».
■ L’ASSESSORE – Sulla vicenda è intervenuto anche l’assessore all’Ambiente, Franco Zunino. «Ho chiesto ai dirigenti dell’Arpal di verificare - ha detto -. Ai nostri uffici non è mai giunta alcuna segnalazione.Anche se si tratta di un sito attivo negli anni Sessanta una traccia della sua esistenza avrebbe dovuto rimanere. Sembra incredibile che nessuno in tutto questo tempo abbia informato la Regione. Ma dagli elementi in mio possesso pare che sia andata proprio così. Adesso stiamo valutando come intervenire d’intesa con il comune di Masone e la Provincia».
ANDREA FERRO


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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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E OMERTA'
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chi sapeva ed
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Nello Giraudo?"
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