
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
Omicidio per mafia chiesti sei ergastoli
Malavitoso fu ucciso in un agguato
di Vincenzo Curia
La vittima fu “giustiziata” per aver chiesto soldi per la droga fornita
Sei ergastoli per altrettanti imputati, due condanne a 25 anni di reclusione, una a 9 e una assoluzione con la formula del dubbio.
Una richiesta record, molto rara negli anni giudiziari genovesi. E’ stata avanzata dal pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, per l’omicidio di Luciano Gaglianò, un malavitoso ucciso per vendetta: perché “pretendeva” di farsi pagare la fornitura di 400 grammi di eroina dalla persona che l’aveva acquistata.
Dieci le persone alla sbarra, tutte di origine siciliana, in Assise (presidente Vittorio Frascherelli; giudice a latere Anna Leila Dello Preite), cioè, Francesco La Cognata (36 anni), i fratelli Emmanuello (Davide, Nunzio, Daniele e Alessandro, nell’ordine 42, 50, 43 e 39 anni), Salvatore e Gaetano Fiandaca (di 52 e 39 anni), Paolo Vitello (41 anni),Vincenzo De Caro e Angelo Celona. Il carcere a vita riguarda La Cognata, tre degli Emmanuello (l’assoluzione è stata domandata per Alessandro) e i due Fiandaca. Per Vitello e De Caro, 25 anni di carcere a testa. Nove anni, invece, per Celona, “premiato” in quanto collaboratore. Si deve proprio a quest’ultimo il merito di avere permesso la soluzione di un delitto rimasto senza colpevoli per ben dodici anni. Di più: in un primo tempo gli inquirenti ritennero di avere individuato gli autori e i mandanti dell’omicidio in altre persone, poi processate ma tutte scagionate, perché chi aveva “parlato” non aveva fornito elementi convincenti. A incastrare esecutori e mandanti fu Celona, che si era pentito di militare nella mafia, “perché voglio recuperare i valori della civile convivenza”.
Confessò, fornendo dettagli su dettagli, di aver sparato lui stesso a Gaglianò e riferì che alla “spedizione di morte, come killer”, aveva preso parte anche La Cognata. Quanto agli altri, attribuì agli Emmanuello il ruolo di mandanti e a Vitello quello di aver accompagnato i sicari sul luogo del delitto, in via Pastorino, a Bolzaneto.
Luciano Gaglianò fu ucciso mentre rientrava a casa, il 13 novembre 1991. La vittima che viaggiava su una “uno” venne fermata con un pretesto. Due uomini scesero da una Golf e aprirono il fuoco: un proiettile lo raggiunse alla testa, altri cinque alla schiena.
Il corpo senza vita di Gaglianò venne scoperto da una pattuglia di Carabinieri. Le indagini – se ne ignorano ancora i motivi – furono subito indirizzate verso malviventi che frequentavano, si, mafioso, ma che si rivelarono poi del tutto estranei al delitto. Il giallo, come accennato, fu risolto anni dopo, dal pentito Angelo Calona. Dopo numerose udienze, il processo è giunto ora in dirittura di arrivo. Si riprenderà il 10 del prossimo luglio, con le arringhe dei difensori.
Processo per il delitto Gaglianò l’accusa ha chiesto sei ergastoli
L’omicidio avvenne nel 1991 in via Pastorino a Bolzaneto
Dopo la requisitoria del pubblico ministero il processo davanti alla corte d’assise è stato rinviato al prossimo 11 luglio con le repliche dei difensori degli imputati, poi la sentenza.
Per i pentiti e per l’accusa furono i sicari della mafia arrivati dalla Sicilia ad uccidere il 13 novembre del 1991 Luciano Gaglianò, crivellato con sei colpi sparati a bruciapelo contro la sua auto in via Pastorino, a Bolzaneto. Per quell’omicidio di mafia dunque, il pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, ha chiesto 6 ergastoli, condanne a 25 anni di altri due imputati, 9 anni nei confronti di un pentito e una assoluzione. Carcere a vita quindi per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nuncio e Daniele Emmanuello, e Francesco La Cognata, originari di Gela; 25 anni di reclusione per Paolo Vitello, originario di Mazzarino; Vincenzo Di Caro di Gela. Per il pentito Angelo Celona la richiesta è di nove anni, mentre l’assoluzione è stata chiesta per uno degli altri fratelli Emmanuello, Alessandro. Gli avvocati che li difendono: Evi Maltagliati, Andrea Vernazza, Pietro Bugliolo, Stefano Sanbugaro, Sandro Vaccaro. Il processo in assise è stato rinviato per le repliche dei difensori all’11 luglio.
Dell’omicidio era stata accusata in un primo tempo la ‘ndrangheta. Ma gli imputati erano stati assoluti. Successivamente un pentito Angelo Celona si era autoaccusato del delitto e aveva fatto scattare gli arresti.
Celona aveva detto di avere ammazzato Gaglianò insieme a Francesco La Cognata, il suo complice, “con il quale ero inseparabile tanto che venivamo chimati i “gemelli”, perché eravamo in sintonia e affidabili”. In un incidente probatorio un altro dei pentiti Ciro Vara, (non accusato del delitto) non aveva parlato del fatto di sangue, ma della situazione dell’organizzazione mafiosa a Genova per inquadrare gli aspetti di contorno dell’omicidio. A una domanda dei difensori di alcuni degli imputati sul collegamento con la Sicilia, Ciro Vara aveva risposto sostenendo che all’epoca il boss Piddu Madonia non aveva ordinato la costituzione di una “decina” genovese, come vengono chiamate in gergo le squadre legate alla mafia che agiscono sul territorio.
I sei colpi (uno alla testa e gli altri alla schiena) sarebbero stati sparati perché Gaglianò non avrebbe pagato una partita di cocaina da mezzo chilo alla “decina” che sarebbe stata legata al clan dei Madonia, ma che Ciro Vara ha smentito.
Il racconto del pentito
“Si è sporto ed ha sparato”
“Il mio complice non è neppure dovuto scendere dall’auto: si è sporto e ha sparato. Entrambi i finestrini, il nostro e quello della vittima, erano abbassati. Il mio complice ha sparato un colpo, e poi in successione gli altri, se non ricordo male 5 o 6, non posso dirlo con esattezza, posso dire che sono stati diversi, sicuramente l’ha colpito al capo. La vittima non si è resa conto dei quello che stava succedendo…”.
Erano state queste le clamorose dichiarazioni del pentito di mafia Angelo Celona, di Gela, sull’omicidio Gaglianò. “La mattina successiva mi sono recato a prendere l’auto rubata da usare per l’azione. Se non ricordo male una Golf scura per l’azione. La mattina del primo giorno la passammo per i sopraluoghi. Il giorno dell’omicidio abbiamo incontrato la vittima per caso, vedendola uscire di casa”.ROMA - La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per Mario Lozano, il marines Usa che il 4 marzo del 2005 sparò sulla Toyota con a bordo Giuliana Sgrena e Nicola Calipari. Nella richiesta di giudizio si ipotizza "un delitto politico" che lede gli interessi dello Stato italiano. Circostanza che consentirà di processare Lozano se il gip deciderà il rinvio a giudizio, anche se non presente sul territorio nazionale.
La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Mario Lozano è stata firmata oltre che dai pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio anche dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara. Lozano, attualmente 'irreperibile', è accusato di omicidio volontario e di tentato duplice omicidio. Il nome di Lozano emerse grazie ad una decriptazione fatta da un giovane di Bologna sugli omissis del rapporto redatto dalla Commissione d' inchiesta statunitense sui fatti avvenuti sulla Irish Route poco dopo la liberazione dell' inviata del Manifesto.
La procura ha formalizzato la richiesta di giudizio, nei prossimi giorni sarà fissata l'udienza preliminare, facendo esplicito riferimento all'articolo otto del codice di procedura penale che consente di procedere nei confronti di soggetti che hanno arrecato "offesa a interessi politici dello Stato". Una circostanza che è stata valutata negli ultimi giorni dai pm e sottoscritta dallo stesso procuratore Ferrara. All' identificazione ufficiale di Lozano, in assenza di risposte da parte degli americani alla rogatoria internazionale inoltrata dalla procura all' indomani della morte di Calipari, si è comunque arrivati per altre vie.
Secondo la ricostruzione dei magistrati romani, incentrata soprattutto sull' esito di una consulenza tecnica, la Toyota Corolla fu colpita da tre raffiche sparate da un' unica mitraglietta automatica M240 calibro 7.62, in dotazione all' esercito Usa. Calipari, per i consulenti, morì dopo essere stato raggiunto dalla seconda raffica. "Esplodere numerosi colpi di mitragliatrice all' indirizzo dell' abitacolo di un' autovetturà da una distanza così ravvicinata (la prima raffica tra i 100 ed i 130 metri di distanza) - scrissero i consulenti - é da giudicare indubbiamente condotta idonea e diretta a cagionare la morte degli occupanti".
Secondo gli stessi esperti balistici, che a lungo hanno esaminato la Toyota Corolla, 'si deve ritenere che i primi colpi siano stati esplosi da una distanza (approssimativa) compresa tra 100 e 130 metri; gli ultimi da una distanza (approssimativa) compresa tra 45 e 65 metri'. Per gli stessi consulenti nominati dalla procura, 'sicuramente la prima raffica colpi' l' autovettura, in movimento, mentre procedeva ad una velocità valutabile in 60-65 chilometri orari; la seconda ad una velocità valutabile in 44-54 chilometri orari; gli ultimi colpi la raggiunsero quando era ormai praticamente fermà. I risultati della consulenza non furono sottoscritti dai rappresentanti della Sgrena e da Carpani, convinti che a fare fuoco sull' auto furono almeno due armi.
Lozano, newyorkese del Bronx, due figlie di 12 e 15 anni, appartenente alla New York Army National Guard, il 4 marzo 2005 svolgeva il compito di mitragliere del veicolo di blocco al Check point 541, disposto sulla Irish Route, strada che collega il centro di Baghdad all' aeroporto.
dal sito DemocraziaLegalità
Passate le prime settimane di paura - paura che il nuovo governo potesse fare qualcosa di sinistra, o anche solo di buonsenso, nel campo della giustizia, in Parlamento ci si avvia placidamente verso una calma estate di collaborazioni tra maggioranza e opposizione affinché le previste riforme berlusconiane (costituzione, ordinamento giudiziario, intercettazioni) vadano tutte sostanzialmente a buon fine. Tante pacche sulle spalle, e chi-se-ne-frega dei magistrati.
L’antipatia dei politici nei confronti dei giudici deve pur avere una origine, e a noi pare che il motivo scaturisca dal fatto che, di tanto in tanto, i primi siano indagati dai secondi.
A tale affronto, si può reagire in un paio di modi: gridando al complotto e all’affronto, oppure scivolando silenziosamente nell’oblio della informazione sonnacchiosa. C’è chi sceglie questa via. O che ha la fortuna di non interessare troppo all’opinione pubblica, e quindi di potersi fare un bel processo tranquillo tranquillo mentre siede comodamente in parlamento. È il caso del signor Gaspare Giudice (che ha un cognome in controtendenza), deputato di Forza Italia e imputato in un processo in corso a Palermo. Eppure durante questo dibattimento, crediamo sconosciuto ai più, sono successe almeno tre cose che dire clamorose è poco. Preferiremmo definirle incredibili.
La prima, scusate la banalità, è che un deputato in carica (lo era nella legislatura 2001-2006, ed è stato rieletto) sia imputato di fatti di mafia. Gaspare Giudice è, infatti, accusato di frequentazioni con il boss di Caccamo, don Giuseppe Panseca, che egli ammette di conoscere. Per questo fatto la magistratura ha chiesto anche l’arresto di Giudice, ma la Camera ha respinto. È pure imputato di favoreggiamenti vari, e coimputato nel suo processo è il boss di Villabate, don Nino Mandalà. Ora, sarà un caso, ma il sindaco di Villabate era Francesco Campanella, colui che ha coperto la latitanza di Bernardo Provenzano, e che adesso è un collaboratore di giustizia, o, per dirla in termini più popolari, è un “pentito”. Insomma, augurandoci che il povero Gasparino sia innocente, da giustizialisti giacobini, continuiamo a stupirci che uno accusato di reati di mafia possa essere uno dei legislatori attuali.
La seconda cosa incredibile ha coinvolto proprio il collaboratore Campanella, il quale, essendo considerato dalla mafia come uno dei grandi traditori di Provenzano, è sottoposto ad un rigido e impenetrabile regime di protezione e nascosto in una località segretissima. Ebbene, durante l’udienza del 12 giugno scorso, un giudice, Angelo Monteleone, si è maldestramente fatto scappare il nome della località dalla quale Campanella era collegato in teleconferenza. Un lapsus che ha provocato immenso imbarazzo, che ha costretto la corte a rinviare l’audizione, e che ha costretto le forze dell’ordine ad un immediato trasferimento del collaboratore verso una città diversa, e, si spera, completamente sconosciuta a chicchessia.
Il terzo e più scioccante episodio è invece la testimonianza di Francesco Campanella. O perlomeno una parte della stessa. Premettiamo che fino a adesso egli è stato ritenuto credibile, sulla base di riscontri oggettivi e di tutti i parametri (piuttosto severi) che la attuale normativa prevede. Rischiando di perdere la credibilità acquisita, Campanella ha tirato in ballo una sfilza di politici di primissimo piano, narrando delle frequentazioni mafiose e dei rapporti diretti e indiretti con Cosa Nostra di Cuffaro, Schifani e altri esponenti del centrodestra. Ed inoltre, nell’udienza del 29 maggio, ha raccontato di un passaggio di denaro e di consegne politiche attorno al grande affare (il grande flop!) dell’UMTS, i cosiddetti “telefonini di terza generazione”, per le cui frequenze fu indetta un’asta miliardaria nel 1999-2000, asta che praticamente fallì a causa della improvvida defezione di uno dei concorrenti, la compagnia BLU (che all’epoca vedeva tra i suoi soci anche Silvio Berlusconi.). Di quella vicenda sarebbe interessante una ricostruzione, e non escludiamo di farla noi in futuro. Ebbene, Campanella ha dichiarato (fintanto che la corte, proprio nella persona di Angelo Monteleone, lo stesso della gaffe di qualche giorno dopo, non lo ha interrotto, visto che la sua testimonianza è stata giudicata “non attinente”) che in quei mesi fu avvicinato da Clemente Mastella, che gli confidò di una grossa tangente relativa appunto alle licenze UMTS, tangente che avrebbe coinvolto e legato in un patto di ferro l’allora ministro per le telecomunicazioni Salvatore Cardinale (ex Dc, Margherita) e l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema. Testimone di tutto questo, e di trame politiche che avrebbero comportato il corteggiamento di Cuffaro da parte del governo D’Alema, sarebbe stato anche Franco Bruno, ex capo di gabinetto al ministero della giustizia. Per la cronaca, alcuni dei personaggi citati hanno già esposto querela.
È ora doverosa una riflessione. Sono tre i casi: o quello che Campanella dice è vero, o è parzialmente vero, o è falso.
Se è vero, è la notizia del secolo. Tutti gli esponenti di spicco di entrambi gli schieramenti sarebbero implicati in un confuso e spaventoso intreccio fatto di soldi, mafia, ricatti, controricatti, tutti all’ombra dell’albero delicatissimo ma dalla grande chioma che è quello delle comunicazioni televisive, radiofoniche, satellitari e telefoniche in Italia, con il suo carico di conflitti di interessi irrisolti e di palesi immensi guadagni. Non uno scossone, ma un terremoto immane, una “tempesta perfetta” capace di spazzar via questa Repubblica.
Se è parzialmente vero, è necessario distinguere subito, e con grande precisione, il grano dall’oglio, e soprattutto chiedersi quale scopo, quale interesse, quale necessità un pentito, che già rischia la vita ogni momento, abbia avuto nel lanciare simili messaggi all’esterno. C’è da chiedersi perché quei nomi, e perché quei fatti, così apparentemente lontani dalla sua Villabate e dal suo impegno nel tenere nascosto e tranquillo il boss dei boss. Perché mescolare Cosa Nostra e passaggi di partito? Il complicatissimo affaire UMTS e i delicati rapporti di governo di sei anni fa? La bassa corruzione e le alte sfere del governo attuale? Una sola cosa non possiamo credere: che Campanella sia impazzito, e abbia cominciato a sparare nomi e circostanze a caso. Se ha detto quel che ha detto, lo ha fatto per uno scopo. Quali che siano le sue oscure motivazioni, sono gravi.
Se, invece, tutto è falso, tutto è assurdo, tutto è inventato, allora questo non solo fa cadere pesanti dubbi sulla genuinità della sua collaborazione con la giustizia, ma lancia ombre inquietanti anche sul suo ruolo dopo la cattura dello zu’Binno Provengano, e forse anche sul suo ruolo prima del clamoroso arresto. Ci sarebbe, temiamo, da riscrivere un pezzo di storia patria, oltre che di cronaca giudiziaria. Insomma, sarebbe la prova che in Sicilia niente è chiaro, niente è trasparente, niente è vero. Proprio come la testimonianza dell’ex sindaco di Villabate
18.06.2006 – Famiglia Cristiana
Non c’è vera giustizia senza memoria
di Adriano Sansa
formato .pdf – clicca qui
Il rapporto di Legambiente
Ecomafie: Liguria in testa nel nord Italia
La nostra regione è all’ottavo posto, nella classifica nazionale per reati di illegalità ambientale
Un poco lusinghiero ottavo posto nella classifica nazionale dell’illegalità ambientale nel 2005. E’ quello occupato dalla Liguria, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente sulle Ecomafie. Da questi dati risulta appunto che la Liguria è, fra le regioni del nord Italia, quella in cui i reati di carattere ambientale sono più diffusi. Prima nella classifica, ci sono infatti, regioni tradizionalmente ad alto tasso d’illegalità ambientale, come Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, e poi Lazio, Sardegna e Toscana. Le infrazioni ambientali accertate in Liguria l’anno scorso sono state in tutto 1.087, con 978 persone denunciate o arrestate e 392 sequestri effettuati. La situazione più preoccupante riguarda l’abusivismo edilizio. La Liguria, infatti, è al settimo posto (e in ascesa) per l’illegalità nel ciclo del cemento, con 346 infrazioni accertate nel 2005 (il 5,3% del totale), 440 persone arrestate o denunciate e 90 sequestri. E anche in questo caso si conquista la non invidiabile leadership fra le regioni del Nord. La situazione sembra essere un po’ meno grave per quanto riguarda, invece, le illegalità nel ciclo dei rifiuti, rispetto alle quali la Liguria è al 14° posto, con 169 infrazioni accertate (il 3,5% del totale), 336 persone denunciate o arrestate e 61 sequestri.
Secondo il rapporto di Legambiente, però, cresce in Italia il traffico dei rifiuti: sono 4 mila 797 le infrazioni registrate in questo campo nel 2005 (+16,5% sul 2004), 1.906 i sequestri, 200 in più rispetto al precedente rapporto e 5 mila 221 le persone denunciate o arrestate, più di 14 al giorno. Alla Puglia il record di illeciti con 597 seguita da Campania (514), Veneto (389) e Sicilia (340). Secondo i dati forniti dall’associazione ambientalista, in Italia si commettono tre crimini l’ora contro la natura e il business dell’ecomafia nel 2005 vale ben 22,4 miliardi di euro, mentre la criminalità ambientale allunga i tentacoli sul settentrione, e il Veneto è tra i luoghi privilegiati della rifiuti-connection. Friuli e Trentino le new-entry mentre Campania, Calabria, Sicilia e Puglia mantengono il primato per il cemento illegale. E all’estero la Cina è la nuova Mecca dei rifiuti illegali e della spazzatura hi-tech.
Le indagini dopo la scoperta di domenica
Fusti tossici nel bosco, un giallo inquietante
Accertamenti in corso da parte dei carabinieri e della Asl. I bidoni, una ventina erano stati trovati all’interno di una boscaglia di Geminiano, sulle alture di Bolzaneto
Si indaga a 360° per sapere chi ha abbandonato nei boschi di Geminiano i venti fusti di perlene, percloroetilene, tatracloroetilene e decalite caustica in polvere.
Sostanze tossico inquinanti sia per la natura che per l’uomo. Sul fatto indagano sia gli ispettori dell’Arpal che insieme ai vigili del fuoco hanno messo sotto sequestro l’area sia i carabinieri. Si sta cercando di risalire a chi li possa aver portati ed abbandonati rischiando di mettere in serio pericolo non solo la fauna ma anche la vegetazione dei boschi sulle alture di Bolzaneto. Il primo elemento dal quale potrebbero partire le forze dell’ordine per avviare le indagini è il fatto che questo genere di sostanza chimica viene utilizzata dalle lavanderie industriali per il lavaggio a secco. E per essere smaltita comporta spese e problematiche notevoli che questi malviventi hanno voluto aggirare semplicemente abbandonando i venti fusti di rifiuti in mezzo al bosco. Attualmente i contenitori con all’interno il perlene, percloroetilene,tetracloroetilene e decalite caustica in polvere si trovano ancora in quest’area. Sono sigillati e messi sotto vuota da alcuni speciali teli posizionati dai Vigili del fuoco dell’Nbcr che ne escludono ogni ti fuoriuscita e di eventuale contaminazione del territorio. Nelle prossime ore verranno ritirati da una squadra specializzata in rifiuti pericolosi dell’Amiu che li ritirerà e soprattutto inizierà l’opera di smaltimento. I rifiuti erano stati trovati domenica mattina dalla guardia zoofila Angela Spanò che insieme al compagno Yuri Pericone e ad Alfredo Gianoglio stavano perlustrando la zona di Geminiano. I tre in rappresentanza dell’associazione “Amici degli animali abbandonati” su segnalazione di un cittadino stavano controllando la zona quando si sono trovati davanti i rifiuti. Una ventina di fusti nascosti in una radura dietro ad alcuni alberi alla fine di un sentiero. “Abbiamo svoltato la strada -spiega Spanò- e ci siamo trovato davanti spettacolo. Abbiamo informato subito i vigili del fuoco”. Immediatamente era scattata la bonifica del territorio, il sequestro della parte di bosco interessato dei vigili del fuoco il nucleo Nbcr e degli ispettori dell’Arpal.
Tommaso Fregatti
CORRIERE MERCANTILE - 13.06.2006
I retroscena dell’intrigo internazionale
Rifiuti tossici e sospetti, il business dei poliziotti con l’amico medio-orientale
dal nostro inviato Andrea Ferro
Un alto dirigente di polizia si “preoccupa” della sicurezza di un capo di Stato africano minacciato dalla guerrigli. Un sottufficiale si trasforma in brillante uomo d’affari
Montecarlo - Un super-poliziotto che “ si preoccupa” della sicurezza di un capo di Stato africano mettendo a servizio la sua lunga esperienza. Un altro poliziotto, questa volta un sottufficiale, che gira il mondo sulla scia di interesse svariati e ramificati. Una rete di professionisti genovesi che si muovono sull’onda di questo business travolgente. E, soprattutto, un brillante imprenditore medio orientale di stanza in Riviera che di questa “compagnia” è il punto di riferimento. Fino a diventarlo anche per gli inquirenti. Si dice di lui: personaggio dalle amicizie altolocate, soprattutto all’estero, e tipo particolarmente generoso. Nel senso che dai suoi conti esteri arriva parecchio denaro destinato direttamente agli amici. Come pagamento di consulenze e talvolta, forse, solo a titolo di prestito.
Bisogna arrivare fin qui, nella terra dei principi, perché le indiscrezioni trapelati tra i “palazzi” all’ombra della Lanterna trovino conferma, si solidifichino.
Eccolo il filone genovese della maxi-inchiesta dei magistrati monegaschi su riciclaggio di denaro e traffico internazionale di rifiuti tossici di navi cariche di pattume contaminato intercettate nel Mediterraneo. E’ il tassello di un puzzle che si và componendo. Resta da capire lo”spessore” di questo spicchio e come sia destinato ad incastrarsi (o ad isolarsi) rispetto tutti gli altri. Sotto questo profilo il riservo è impenetrabile. Forse, un giorno, si capirà.
Nel frattempo galleggiano gli atti della rogatoria internazionale condotta tra il 2004 e il 2005 dalla Procura di Genova per conto dell’Autorità giudiziaria monegasca. Il fascicolo è stato affidato dal procuratore Francesco Lalla al sostituto Alberto Lari (e non al pm Enrico Zucca come trapelato in un primo tempo). Le indagini sono state condotte dal Nucleo di Polizia giudiziaria del Tribunale.
I POLIZIOTTI – Agli atti della rogatoria internazionale compaiono i nomi di due poliziotti: un alto dirigente ed un sottufficiale. Quest’ultimo in forza per lungo a tempo ad un ufficio di polizia giudiziaria della questura di via Diaz, è stato recentemente trasferito ad altra sede con mansioni “non operative”. Un movimento che in questura ha innescato una ridda di voci incontrollate e non qualche imbarazzo (gli attuali vertici di via Diaz risultano comunque estranei all’”affaire”). Perché il trasferimento è scattato solo dopo parecchi mesi dalla fine della rogatoria?
Nel frattempo invece l’alto dirigente è rimasto al suo posto, lontano da Genova. Per entrambi (come per tutte le altre persone finite agli atti della rogatoria) la Procura genovese non ha mai assunto alcun provvedimento. In sostanza i loro nomi non sarebbero mai comparsi sul registro degli indagati. Perché, come è stato spiegato in ambienti della Procura in seguito alla pubblicazione del primo articolo sull’”affaire” dei rifiuti tossici, nel corso degli accertamenti non sono emersi fatti tali da determinare l’apertura di un fascicolo “autonomo” o comunque riconducibili a reati commessi sul territorio nazionale.
LA CONSULENZA – Agli atti della rogatoria internazionale i due poliziotti risultano in contatto con l’imprenditore mediorientale al centro delle attenzioni della magistratura monegasca. Si frequentano, si scambiano informazioni. E collaborano con lui. Evidentemente non solo a titolo di amicizia. Consulenze, si dice. Ma di che tipo? Ed ecco la prima rivelazione monegasca. All’alto dirigente di polizia era stato chiesto di elaborare un progetto per la sicurezza di un capo di Stato africano nel mirino della guerriglia. Una consulenza, si direbbe, al di fuori dei compiti istituzionali del super-poliziotto. Gratis? Forse. Anche se il sospetto che la collaborazione sia stata “ben” pagata, c’è. Qualche settimana dopo infatti su un conto bancario direttamente riconducibile all’alto dirigente di polizia arrivano 58 mila euro. La cifra viene versata attraverso un bonifico disposto da un istituto di credito della Lettonia. Tracce di questo passaggio di denaro sono state rinvenute dai poliziotti della Sezione di polizia giudiziaria del Tribunale in una banca del centro. A rivelarne l’esistenza è un fax “svelato” dalle intercettazioni telefoniche scattate a partire dall’autunno 2004 sulle utenze dell’imprenditore mediorientale.
LE TRASFERTE – Più articolata la collaborazione del sottufficiale di polizia con l’imprenditore al centro della rogatoria. Risulta infatti che i contatti tra i due fossero piuttosto frequenti e improntati ad una certa “complicità”. Nelle conversazioni, intercettate dalla polizia giudiziaria, si parla di vari (e imprecisati) business, di trasferte in giro per l’Europa (e non solo), di amicizie comuni, di viaggi e contatti da stabilire e da mantenere. Un vero e proprio “secondo lavoro” che al poliziotto garantiva un tenore di vita decisamente brillante a fronte di uno stipendio medio di 1500 euro al mese.
IL MEDIORIENTALE – Ma chi è l’imprenditore mediorientale controllato per mesi dalla polizia giudiziaria del Tribunale su mandato della Procura di Montecarlo? Di cui si sa che è trapiantato da tempo in Liguria e risiede lungo la Riviera. L’esordio nel mondo degli affari risale ad una quindicina di anni fa. Partendo con una ditta di import-export con sede a Genova l’imprenditore inizia a tessere una fitta rete di amicizie internazionali sempre più ramificata e altolocata. Traffica di tutto. E tutto, si direbbe, alla luce del sole: minerali, prodotti alimentari, siderurgici, ortofrutticoli. Conduce operazioni immobiliari ed edilizie. In Svizzera. In Africa. E soprattutto in alcuni paesi dell’Est europeo dove il suo nome indice stima e rispetto. Ai giudici monegaschi, evidentemente, non fa lo stesso effetto. E così i magistrati impegnati nell’inchiesta sul riciclaggio e traffico di rifiuti tossici decidono di accertare la natura dei suoi business nella terra dei principi (e non solo) chiedendo la rogatoria che finisce per competenza territoriale sotto la gestione della Procura di Genova.
I poliziotti del Tribunale, incaricati dal Procuratore capo Francesco Lalla e dal sostituto procuratore Alberto Lari, intercettano per mesi l’imprenditore mediorientale come risulta agli atti poi inviati a Montecarlo. E non solo lui: una quindicina le utenze “monitorate” dalla polizia giudiziaria.
AMICI IMPORTANTI – Attraverso gli interlocutori telefonici viene ricostruita la cerchia degli amici, dei collaboratori, dei consulenti, dei “clienti”. A Genova sono parecchi e di svariate estrazioni. Oltre ai due poliziotti la cerchia comprende avvocati, commercialisti, imprenditori, gestori di locali pubblici, rappresentanti della pubblica amministrazione. Si incontrano, discutono, prendono parte a trattative, concludono affari. Verso alcuni di loro sono indirizzati i bonifici bancari partiti sempre da una banca della Lettonia (di cui risulta cliente l’imprenditore mediorientale) ed intercettati dai poliziotti del nucleo di PG in alcuni istituti di credito cittadini. Cifre significativa ma (almeno a quanto ci è dato di sapere) mai clamorose e comunque sempre transitate per vie dirette sui conti correnti bancari degli “amici”. Dell’”entourage” fanno parte anche un ex calciatore professionista e un noto ristorante della riviera di Levante interessati ad una serie di operazioni immobiliari.
Caro Direttore,
Alfonso Pecoraro Scanio commentando la risposta di Celentano a Furio Colombo, a proposito della permanenza delle nostre truppe in Afghanistan, ha detto: perché non eliminiamo le ricchezze dei talebani derivanti dal traffico della droga?
Giustissimo. Sarebbe magnifico! Ma non sarebbe più logico e anche un po più semplice confiscare i beni delle mafie italiane? Certamente Alfonso sa che solo il 5-6% dei beni sequestrati arriva a confisca dopo una decina di anni; che non vengono venduti; che il loro valore è stimato 1.000 miliardi di euro e cioè 2 milioni di miliardi di vecchie lire; che la legge attuale non funziona; che secondo la DIA gli affiliati alle mafie sono 1 milione e 800 mila; che nella legislatura 1996-2001 la Commissione ministeriale presieduta dal Prof. Fiandaca aveva predisposto una proposta radicalmente innovativa che prevedeva l’inversione dell’onere della prova; che i Governi di cui Alfonso a fatto parte l’hanno messa nel cassetto e non se n’è saputo più niente e che forse varrebbe la pena di riportarla alla luce anche per riempire un po’ le casse vuote dello Stato. Alfonso è d’accordo? Se lo è si dia una mossa. Poi si occuperà anche dei Talebani.
ANSA - 11.06.2006
Ambiente: trovati fusti di materiale sospetto a Bolzaneto
Sono 19 e riportano la scritta tetracloroetilene
GENOVA, 11 GIU - Diciannove fusti di materiale sospetto sono stati scoperti nei pressi di una zona boschiva a San Gemignano di Bolzaneto. I fusti riportano la scritta Tetracloroetilene, prodotto usato per le pulizie e considerato rifiuto urbano pericoloso. La scoperta e' stata fatta da alcune persone che erano a passeggio con i loro cani. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno provveduto a mettere in sicurezza la zona, ed i tecnici dell'Arpal per le analisi del caso.


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












