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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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GENOVA: VENERDI' 21 APRILE NUOVA TAPPA DEL CAMMINO CONTRO LE MAFIE
(AGE) GENOVA - La "Casa della Legalità - Osservatorio sulle mafie" scenderà a Locri, dal 30 aprile al 4 maggio, per diverse iniziative oltre alla partecipazione alla manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL del Primo Maggio e l'inaugurazione della "Casa della Legalità di Locri". Abbiamo chiesto ai Sindacati genovesi di partecipare con noi e di dare un contributo per sostenere le ingenti spese di questa trasferta. Siamo inoltre in attesa della risposta da parte del Comune di Genova alla proposta avanzatagli di inviare a Locri il 1° maggio il Gonfalone della Città medaglia d'oro della Resistenza. La presentazione del programma della delegazione, per questa nuova tappa del "Cammino contro le mafie" sarà illustrato in una Conferenza Stampa che si terrà presso la sede della "Casa della Legalità" di Genova, in via Sergio Piombelli 15, venerdì 21 aprile 2006 alle ore 11. Alla conferenza stampa saranno inoltre illustrati gli sviluppi delle attività dell'Osservatorio sulle Mafie di Genova e le problematiche riscontrate in questi ultimi mesi anche alla luce delle nuove denunce effettuate. (AGE)
Aprile 2006
L'ARRESTO DI BERNARDO PROVENZANO
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
Gioia, incredulità, senso di liberazione. Sono le sensazioni che abbiamo provato quando, la mattina di martedì 11 aprile, le agenzie hanno battuto la notizia più inaspettata: la cattura del ricercato numero uno di Cosa Nostra, del “capo dei capi”, del “fantasma di Corleone”.
Eravamo rassegnati alla sua evanescenza, alla possibilità che l’unica immagine che avremmmo visto di lui sarebbe rimasta quella truce disegnata dal suo identikit. Eravamo abituati alle notizie di blitz falliti per un soffio, o meglio, per una soffiata degli infiniti complici che per anni ne hanno garantito l’inafferrabilità, anche dall’interno delle stanze più inaccessibili del Palazzo di Giustizia. Così, dopo l’annuncio della sua cattura – dopo 43 anni di latitanza, a pochi passi dalla sua Corleone – ci siamo inchiodati davanti alla televisione saltando nervosamente da un canale all’altro, nell’ansia morbosa di scorgere finalmente il volto dell’uomo senza volto. Per vedere quale mostro si celasse sotto il lenzuolo del fantasma. L’istinto ci avrebbe portato a Palermo, in mezzo alla folla che davanti alla Questura gridava “bastardo” e “assassino”. Poi finalmente le telecamere lo hanno inquadrato. Abbiamo scoperto un uomo più vecchio di quello raffigurato dall’identikit, non corrucciato ma con un’espressione sicura, quasi sorridente: il ghigno di chi è abituato a vivere braccato ed è già rassegnato alla sua condizione di prigioniero. Abbiamo visto un uomo malato, con la cicoria a bollire sul fuoco di un misero fornello, trascinato via da una masseria che assomiglia a una stalla. Si è saputo nei giorni successivi che teneva nascosti mille euro nel pannolone, divenuto indispensabile per gestire l’incontinenza dovuta alla patologia alla prostata.
I sentimenti di felicità e soddisfazione sono stati presto affiancati da un senso di inquietudine: è questo l’uomo che ha tenuto in scacco la Sicilia negli ultimi dieci anni? È lui il vertice dell’organizzazione che terrorizza migliaia di persone e che blocca lo sviluppo economico di un’intera Regione? È lui che ha tenuto le fila di un’organizzazione che fattura miliardi di euro?
Ne abbiamo parlato con Salvatore Lupo, professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo, uno dei massimi esperti di storia della mafia, intellettuale allergico alle semplificazioni giornalistiche che si rincorrono intorno alle ultracentenarie vicende di Cosa Nostra.
Prof. Lupo, ci può dire chi è Provenzano e che differenze ci sono tra la sua figura e quelle di altri leader storici dei Corleonesi, come Salvatore Riina e Luciano Liggio?
Liggio è un personaggio la cui biografia è ben nota: il suo ruolo storico è stato quello, tra gli anni 60 e 70, di mettere il gruppo corleonese al centro degli equilibri della mafia palermitana. Salvatore Riina e Bernardo Provenzano erano i suoi luogotenenti.
La vicenda di Riina la conosciamo attraverso le testimonianze dei collaboratori: la sua storia si caratterizza per il processo di centralizzazione senza precedenti di Cosa Nostra e per la strategia dello stragismo. È evidente che la figura di Provenzano non ha lo stesso rilievo. Per un lungo periodo si pensava che fosse morto, non se ne sapeva più niente. Dissi questo molto tempo fa, ben prima delle recenti dichiarazioni del suo ex avvocato, l’avvocato Traina.
Provenzano emerge come leader solo quando gli altri due non ci sono più. Ne raccoglie l’eredità senza averne le doti di capo. La leadership di Provenzano si consolida in una fase in cui la mafia si inabissa: allora inizia ad esercitare il ruolo del grande mediatore in una società che si sta riorganizzando in relazione a diversi ambienti politici e affaristici.
Dunque il mito dell’uomo imprendibile per quasi mezzo secolo è stato gonfiato, visto che fino ad anni recenti la sua cattura non è stata prioritaria…
Sì, quando si parla di latitanti non significa che li si stia effettivamente cercando. Negli anni 60-70 nessuno si preoccupava di cercare nessuno, negli anni 80 gli obiettivi delle forze dell’ordine erano ben altri. Provenzano viene cercato seriamente dai primi anni 90. Voglio dire una cosa in controtendenza: è vero che fa impressione l’idea di una persona latitante per quasi 50 anni. Ma bisogna considerare che intanto tutti gli altri sono stati presi: lui è quello che resta. Per questo penso che il mito della sua onnipotenza sia ingiustificato. Ne hanno presi tanti, lui è rimasto fuori e quindi in un momento di grande crisi ha potuto garantire la difficile continuità dell’organizzazione, esposta ai contraccolpi della strategia stragista. Insisto: è stato un mediatore; l’enfasi dei media nella definizione “capo dei capi” non ha fondamento. Provenzano mica dava ordini a Giuffré. Dai verbali di interrogatorio di “Manuzza” non mi risulta che ricevesse ordini. E anche nei rapporti con altri mafiosi emergono trattative, consigli, non ordini.
Provenzano è stato il promotore della strategia dell’inabissamento o dopo la risposta repressiva successiva alle stragi del 1992-93 è stata una scelta obbligata?
Tutte e due le cose. La mafia non ha certamente scelto questa strategia, è stata costretta dalle circostanze. A differenza di quanto molti credono non è onnipotente e deve adeguarsi anche a ciò che succede indipendentemente dalla sua volontà. Si attribuisce poi a Provenzano – se sono vere le voci dall’abisso da cui provengono (pentiti e confidenti, nda.) – un’esplicita presa di distanza dalla strategia dell’ex capo Riina. Questo è possibile, ma questa scelta non va valutata ideologicamente: ha una sua razionalità contingente.
Tutti sono stati presi un po’ di sorpresa da questo arresto. Forse perché è avvenuto in un momento di tranquillità, mentre molti arresti eccellenti del passato sono avvenuti in periodi di emergenza: penso a Riina, Brusca e Bagarella, presi dopo le stragi del 92-93 e ancora prima agli arresti successivi agli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici…
Non sono incline a vedere le cose in maniera così assoluta. Al maxiprocesso sono state incriminate e condannate persone che erano liberi cittadini: nessuno li cercava perché non erano ricercati. Ci sono poi storie di capimafia vissuti in libertà perché nessuno si impegnava a prenderli. Poi ci sono storie di capimafia che sono stati indagati e condannati, e alcuni di loro sono riusciti a mantenersi a lungo latitanti. E poi ci sono i capimafia latitanti che finalmente sono stati cercati, grazie a tecniche e a gruppi investigativi specializzati. In questo senso, non mi stupisco che ci sia un latitante da 43 anni perché, ripeto, in tanto ne hanno presi tanti altri, e alla fine hanno preso anche questo.
Cosa pensa delle teorie che mettono in relazione la tempistica della cattura con le recenti elezioni politiche?
Sciocchezze. Ho sentito dire anche da autorevoli personaggi, in genere credibili, che alcuni esponenti di vertice della Polizia, avendo la possibilità di prenderlo prima delle elezioni, avrebbero ritardato per evitare un vantaggio elettorale al Governo. Sarebbe stato gravissimo, visto che gli era sfuggito già una volta. Direi che avrebbero commesso un reato.
Ritiene che abbia un significato il fatto che sia stato catturato dalla Polizia e non dai Carabinieri?
Penso di no. Mi auguro che la smettano di farsi guerra l’un con l’altro e che si coordinino sempre meglio.
Mi riferivo alle voci circolanti dentro Cosa Nostra – secondo quanto ha riferito il pentito Giuffré – che parlano di un passato del boss da confidente dell’Arma…
Può darsi. Queste sono dinamiche possibili, purtroppo. Certo, se è vero quello riportato dal pentito, a maggior ragione la carica di “capo dei capi” non gli si addice molto. Nella costruzione di questa figura ci sono molte incongruenze, che meriterebbero studi approfonditi.
Alcuni magistrati della Procura di Palermo, come Antonio Ingroia, hanno parlato di Provenzano come di una figura quasi folcloristica…
L’aggettivo “folcloristico”, di per sé, mi pare eccessivo e fuorviante. Però se si voleva dire che l’eccessiva attenzione mediatica su Provenzano è un modo per ridurre questa fenomenologia alla cosiddetta ala militare, al nucleo iniziatico di Cosa Nostra, sottolineando che ci sono altri reticoli e intrecci con gruppi esterni alla mafia, e che questo rapporto avviene su un piano di maggiore equilibrio rispetto ai tempi di Riina – quando gli alleati della mafia vivevano con la pistola puntata alla tempia – allora sono d’accordo.
Al momento dell’arresto avrebbe detto ai poliziotti: «Non sapete quello che fate». Cosa intendeva dire?
È l’ennesima manifestazione dell’ideologia mafiosa, che di fronte all’autorità si mostra sempre come collaboratrice. Questo episodio mi ricorda quello che disse il brigante Ferrarello nel 1924 quando fu arrestato: «E adesso chi manterrà l’ordine nelle campagne?». Il mafioso, messo di fronte all’autorità, si pone sempre come collaboratore nella difesa dell’ordine e rimprovera ai poliziotti di aver fatto un gesto eccessivo che danneggerà loro stessi. Tipica ideologia mafiosa, distillato purissimo.
Perché gli inquirenti hanno insistito così tanto nell’evidenziare che si è arrivati all’individuazione del super latitante grazie a indagini tradizionali, senza soffiate né indicazioni di pentiti?
Ho trovato quell’enfasi sospetta. Non ci sarebbe stato nulla di male a servirsi di indicazioni confidenziali. D’altra parte lo si è sempre fatto. Mi sembra quasi un depistaggio. Una excusatio non petita, che diventa una accusatio manifesta. Oppure, semplicemente, poiché si polemizza sempre con i pentiti, hanno voluto pararsi le spalle da contestazioni.
È compatibile la figura di questo anziano malato, incontinente, segregato in una stanza poverissima, con la leadership di una organizzazione che, secondo le varie agenzie investigative che operano nel nostro Paese, fattura miliardi di euro? O è il nostro modello concettuale di mafia che va rivisto?
Un po’ entrambe le cose. È difficile stabilirlo. L’idea di una mafia come di una corporation che fattura miliardi di euro è un’idea sbagliata, anche se molti mafiosi fatturano miliardi. Ma non è detto che tra loro ci sia Provenzano. Lui è un broker d’affari che se le cose si mettono male può anche utilizzare la risorsa dell’intimidazione violenta. Non risulta da nessuna fonte che la mafia sia una corporation, se non da fonti giornalistiche e di altra natura, comunque superficiali. E non lo era neanche ai tempi di Riina. La mafia è un sistema di relazioni in cui ci sono numerosi uomini d’affari che fanno soldi grazie all’illegalità. È un’altra cosa. Quando i soldi li facevano i Salvo e i Sindona, non necessariamente li faceva Riina.
C’è poi la possibilità appunto che la figura di Provenzano sia residuale, che abbia avuto un ruolo rilevante dopo gli arresti degli anni 90, ma poi braccato si sia rifugiato nel suo paesello di campagna. Al contrario, però, bisogna dire che anche Saddam Hussein è stato preso in un buco, ma ha certamente avuto un tempo in cui ha accumulato ricchezze. È difficile rispondere al suo quesito, ma è evidente che c’è qualcosa che non torna.
Per la successione alla guida di Cosa Nostra sui giornali si è già scatenato il “toto nomine”…
Un altro segno del semplicismo con cui si affrontano questi argomenti. Ma chi l’ha detto che ci deve essere un capo? Cosa faranno, le elezioni come per il Presidente della Repubblica? È una rappresentazione non realistica. È chiaro che in certe fasi ci sono elementi carismatici che possono favorire processi di centralizzazione. Ma non è un percorso obbligatorio. Non detto che la mafia abbia bisogno di un grande capo. E se in certe fasi lo ha avuto, non è detto che ne abbia bisogno adesso. E se anche fosse così, non è detto che debba essere per forza un latitante. Storicamente la maggior parte dei leader mafiosi non sono stati latitanti. Se ne stavano a casa loro, perché nessuno riusciva a individuare la loro responsabilità, o neanche ci provava. Storicamente la mafia non si vede.
Si può dire che dopo l’arresto di Riina e dei suoi figli e dopo la cattura di Provenzano sia giunta al suo termine la saga dei Corleonesi che per trent’anni hanno guidato Cosa Nostra?
Sì, ma non credo che sia rilevante ragionare sulla provenienza geografica delle persone. La mafia è un’organizzazione collettiva, che ha tanti luoghi di vita e di attività; è una federazione di gruppi locali o affaristici che ha bisogno di qualcuno che assuma la gestione degli affari comuni. Per un certo periodo hanno centralizzato queste funzioni i leader corleonesi, magari ora non sarà così. Anche sui corleonesi si è fatto un investimento mitologico non da poco: i “corleonesi” non sono altro che la grande alleanza della mafia palermitana con quella dell’hinterland.
Luciano Violante ha affermato che dopo questa operazione importantissima è possibile assestare il colpo di grazia. Lei ci crede? Non lo si diceva anche negli anni 90 quando in più, rispetto a oggi, c’erano centinaia di collaboratori di giustizia?
No, non ci credo, ma non sottovaluto affatto l’importanza di queste operazioni per raggiungere il risultato tanto agognato. Però non vedo perché Provenzano non possa essere facilmente sostituito da uno o più successori. Si ragiona spesso in uno schema carismatico che non condivido.
Se potesse incontrare Provenzano cosa gli chiederebbe? A proposito di quali pagine della storia vorrebbe conoscere la sua versione dei fatti?
I mafiosi dicono sempre le stesse cose: loro sono buoni, mantengono l’ordine. Tutte sciocchezze. Ma se fosse per assurdo disponibile a dire la verità gli chiederei in che misura la mafia si è mossa in una logica di supremazia verso altri poteri, ovvero di collaborazione o di subordinazione. Su questo abbiamo solo le testimonianze dei gregari, ma loro queste cose non le sanno. Il gregario che ha visto Andreotti baciare Riina non sa cosa significhi quel bacio, chi è subordinato a chi. Su questo sarebbe interessante conoscere la versione di Bernardo Provenzano
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Con la cattura di Provenzano è finito un incubo (quello del supercapomafia onnipotente, al centro di tutte le trame criminali del nostro tempo), è finita la farsa (quella della “primula rossa” inafferrabile, nonostante fosse, come tutti pensavano e dicevano, a due passi da casa, e inconoscibile, nonostante la pioggia di identikit presentati pure a “Chi l’ha visto”, delle esternazioni che lo davano per morto o dei filmati che lo reclutavano tra i fantasmi), ma non è detto che sia finito lo stereotipo (secondo cui Provenzano avrebbe incarnato l’“altra mafia”, quella della moderazione e della pax mafiosa).
Un uomo per tutte le stagioni. La “pista del bucato” (il latitante da 43 anni è stato trovato seguendo il viaggio di un pacco con la biancheria pulita inviato dalla moglie, dalla sua casa di Corleone) questa volta è andata in porto e non ci si può non chiedere quante altre piste, in più di quattro decenni, sono state percorse invano o sono state lasciate a metà o non sono state neppure avviate.
Premono altre domande: chi è stato realmente Provenzano, chi ha coperto la sua latitanza, cosa può succedere dopo la sua cattura?
Provenzano è stato presentato come lo stratega e il garante della pax mafiosa e il campione della moderazione. In realtà è stato un uomo per tutte le stagioni: killer con Luciano Liggio in gioventù, stragista con Riina negli anni 80 e nei primi anni 90, ha riverniciato la moderazione quando Cosa Nostra ha ricevuto dei colpi e bisognava far buon viso a cattivo gioco. Più una scelta obbligata che una vocazione. Un’ennesima dimostrazione della capacità della mafia di coniugare continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto.
Chi ha coperto la sua latitanza? Ormai è il segreto di Pulcinella: Provenzano è stato coperto da professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. Di parecchi si sanno nome e cognome, qualcuno è sotto processo, con varie incriminazioni, che vanno dall’associazione mafiosa al concorso esterno e al favoreggiamento.
Non so se Provenzano collaborerà (più d’uno pensa di no), comunque ora che è stato catturato ci sarà modo di aggiungere altri nomi a una lista che è già abbastanza nutrita. E va ribadito che coloro che hanno garantito una latitanza così lunga sono gli stessi o sono amici e colleghi di tutti coloro che hanno messo in piedi la struttura imprenditoriale-finanziaria e assicurato proficui collegamenti con il mondo politico e istituzionale.
Gli altri protagonisti. Ormai tutti, o quasi, parlano di “borghesia mafiosa”, espressione che utilizzo dai lontani anni 70 e che fino a poco tempo fa era considerata frutto di fantasie estremistiche e di “suggestione”, ma si tratta di un concetto concretissimo che, lungi dal configurare una criminalizzazione generalizzata, individua in soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, lo zoccolo duro su cui si regge il fenomeno mafioso. Se la mafia fosse soltanto qualche migliaio di criminali di professione, sarebbe certamente un fenomeno grave, ma è questo legame, storico e attuale, con questa frazione di classe dominante e con un più vasto blocco sociale che ne fa un protagonista del sistema di accumulazione e di potere.
Avere puntato i riflettori solo su Provenzano e su altri campioni della mafia militare ha significato ignorare tutto il resto, nonostante che non ci sia occasione in cui il presunto “sommerso” viene a galla, ma si fa finta di non vederlo.
Mala tempora currunt. Un tempo la lotta contro la mafia avveniva soprattutto sul terreno politico; da decenni la politica ha delegato tutto alla magistratura, rilasciando una cambiale in bianco quando si tratta di rispondere all’esplosione della violenza mafiosa, e ritirando la delega quando la violenza si attenua o viene a cessare; battendo le mani quando si arrestano e condannano capimafia e gregari e gridando al complotto delle “toghe rosse” quando si comincia a far luce più in profondità. Quello che è avvenuto negli ultimi anni va ben oltre l’oscenità. Un Governo e una maggioranza che hanno teorizzato e praticato la “legalizzazione dell’illegalità” e hanno attaccato frontalmente chi esercita il controllo di legalità, magistrati in testa. L’illegalità è diventata una risorsa, l’impunità una bandiera.
Al di là del folklore. E in questo contesto, si può anche arrestare Provenzano, ma l’alt ad andare oltre è più esplicito che sottinteso. Per averne una riprova si legga la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare antimafia che esclude il rapporto mafia-politica, ma anche l’opposizione non ha fatto il suo dovere (non per caso nel 2005 mi sono dimesso da consulente della Commissione).
Cosa rispondere all’altra domanda posta all’inizio: che succederà dopo l’arresto di Provenzano? Riprenderà la vocazione stragista, ci sarà una guerra di successione? Non è da escludere, ma credo che parecchi mafiosi abbiano capito che la pax è un ottimo affare. Il problema è un altro: il sistema relazionale che fa forte l’organizzazione criminale reggerà o sarà incrinato dal quadro socio-politico che si profila in Sicilia e nel Paese? L’arresto del capomafia cade in un momento emblematico, che può preludere a dei cambiamenti che possono essere solo marginali e di facciata o delle autentiche rotture.
C’è da augurarsi che i giorni a venire portino a un impegno non solo contro l’organizzazione criminale, ma anche contro un sistema di accumulazione e di dominio, che sappia misurarsi su vari terreni, andando oltre il folklore delle ricotte della masseria corleonese e l’ermeneutica dei pizzini di un criminale che si è inventato un ruolo di maestro di sapienza e sacerdote di un dio che maschera la ferocia sotto le vesti del paciere.
Dalla prefazione al libro di Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo Bernardo Provenzano, Rubettino 2006
CALABRIA / CRIMINALITA' ALL'ASSALTO
Killer nero e boss in camice bianco
L'omicidio Fortugno. Le mani sugli appalti. E sulla sanità. Nella regione è emergenza infinita.
E le cosche allungano la loro ombra sulla politica
di Marco Lillo
Ci sono voluti cinque colpi di pistola e un cadavere per risvegliare lo Stato dall'apatia. Dopo l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese Franco Fortugno non si può più fare finta di niente. Dall'inizio dell'anno ci sono stati 23 omicidi di 'ndrangheta in Calabria, decine di attentati, ferimenti, incendi e minacce ai politici calabresi. Gli allarmi però finora si sono spenti tra la Sila e l'Aspromonte. Solo domenica 16 ottobre la Calabria è tornata a essere anche un'emergenza italiana: le teste più fini dell'antimafia sono piombate a Reggio e ora carabinieri e polizia stanno analizzando le carte delle vecchie inchieste sulle cosche dello Ionio per poter tirare un filo da cui partire.
Chi ha ucciso Fortugno? Per rispondere a questa domanda, se va bene, ci vorranno mesi. Intanto le indagini partono da una constatazione: Fortugno era il responsabile regionale della Sanità della Margherita, il partito che esprime il presidente della Regione, Agazio Loiero. Prima di candidarsi era stato segretario regionale della Cisl sanità e primario all'ospedale di Locri, dove la moglie è direttore sanitario. È stato ucciso proprio a Locri, mentre votava per le primarie del centro-sinistra. Tra gli inquirenti circola una battuta: l'assassino aveva un abito nero, ma il movente ha il camice bianco. Il maggiore esperto di locride nel Palazzo di Giustizia di Reggio è senza dubbio il pm Nicola Gratteri: "Nella sanità si muovono interessi enormi, ma è presto per trarre conclusioni. Spero solo che la morte di Fortugno serva allo Stato per capire che bisogna invertire la rotta. Dopo dieci anni di leggi che danno garanzie all'individuo forse è giunta l'ora di fare leggi più dure che diano qualche garanzia anche alla collettività". Gli investigatori sono concordi nel ritenere simbolico sia l'obiettivo, il referente del presidente Loiero nella locride, sia le modalità dell'omicidio, avvenuto davanti alle urne. La criminalità lancia un messaggio a chi governa la Regione e soprattutto regge i cordoni della spesa sanitaria che rappresenta il 73 per cento del bilancio. In questi giorni ci sono cinque primariati da fare, decine di appalti da assegnare e proprio di sanità sembra si sia parlato nella riunione tra i boss che si è tenuta questa estate, come ogni anno, al santuario della Madonna di Polsi nel cuore dell'Aspromonte. C'erano tutti i capi delle 'locali', le cosche della 'ndrangheta.
Per illuminare il quadro i carabinieri puntano il faro sulle famiglie di Locri: i Cataldo e i Cordì ma anche sul clan di Peppe Morabito detto il Tiradritto. Il vecchio boss di Africo dal 18 febbraio del 2004 è chiuso nell'isolamento dell'articolo 41 bis, ma molti suoi familiari sono fuori e beneficiano dell'alone di rispetto riservato al boss dei boss. Una figlia di Morabito lavora all'ospedale di Locri mentre il marito, Giuseppe Pansera, prima di darsi alla latitanza era medico dell'ospedale di Melito ed è stato processato (e assolto) nell'inchiesta sui rapporti tra mafia e medici dell'Università di Messina. Pansera, pluripregiudicato, quando è stato arrestato nel febbraio del 2004 non aveva in mano un bisturi, ma una pistola dello stesso modello di quella trovata addosso al suocero. Tiradritto e Pansera si nascondevano vicino a Reggio Calabria ma la carriera criminale di Morabito si snoda nella locride.
A partire dal 1967, quando Tiradritto fu accusato di essere tra i mandanti della strage di Locri, nella quale furono trucidati tre suoi presunti rivali. Per quella strage Morabito fu processato nel 1971 e assolto per insufficienza di prove e poi ancora indagato nel 1981, ma anche quella volta ne venne fuori. Il boss non è mai stato condannato per mafia fino al 1995 e ha sempre querelato chi lo accostava alla criminalità. Solo nel 1992 si è dato alla latitanza a causa della prima ordinanza di arresto per traffico internazionale di stupefacenti.
Il Tiradritto, a giudizio degli inquirenti, può contare su buoni rapporti con la mafia siciliana. Secondo alcuni pentiti, Totò Riina in persona è stato più volte ad Africo. E nonostante l'aspetto da semplice contadino con la coppola, Tiradritto trattava con le imprese romane per imporre le sue ditte negli appalti. Un ingegnere di una società di costruzioni, Diego Dell'Erba, ha raccontato ai magistrati un incontro da brivido nella casa di Africo del boss: "Fummo ricevuti in sala da pranzo e Morabito ci fece capire chiaramente che lui era interessato al lavoro e che nessun altro doveva entrarci". L'ingegnere tentennava, il boss salì a Roma per incontrarlo in un ristorante: "Ribadiva che voleva l'appalto ma era molto tranquillo". La calma di chi non deve alzare la voce per ottenere rispetto. È questo lo stile Tiradritto. Con lo Stato ha sempre trattato da pari a pari. Quando l'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi scese in Calabria nel 1989, all'apice dell'emergenza sequestri, don Peppe gli fece notificare una diffida a occuparsi di lui. L'ufficiale giudiziario entrò nella sede del Tribunale di Locri, dove Parisi stava tenendo un vertice sulla 'ndrangheta, tra lo sconcerto dei presenti. Tiradritto guarda lo Stato dall'alto in basso e gioca la sua partita con freddezza.
Lo ha dimostrato quando ha fatto i complimenti per il suo arresto al Ros dei Carabinieri: "Se non mi prendevate voi, non mi prendeva nessuno", ma anche quando ha perso un figlio nel 1996 per uno sbaglio della polizia. Domenico Morabito è stato ucciso subito dopo il suo arresto all'età di 39 anni sulla strada di Africo. I carabinieri di Bianco lo avevano strappato all'abbraccio della folla locale sparando qualche colpo in aria. I colpi attirarono una vettura della polizia, ad Africo non si gira in divisa e così poliziotti e carabinieri, convinti entrambi di avere a che fare con una macchina piena di 'ndranghetisti armati, spararono ad altezza d'uomo. Un proiettile colpì alla testa il figlio del Tiradritto che morì all'ospedale di Locri. Quando le automobili degli amici della famiglia stavano prendendo posizione davanti alla caserma dei carabinieri di Bianco, arrivò dall'alto l'ordine di non reagire. L'ennesima prova della forza tranquilla del "boss più carismatico e autorevole della 'ndrangheta calabrese", come ha scritto nella sua richiesta di arresto del 2000 il pm Nicola Gratteri, uno dei pochi rimasti a combattere la 'ndrangheta e i suoi rapporti perversi con la politica.
Nel 1998 il genero di Tiradritto, Giuseppe Pansera, mentre era intercettato dalla polizia su ordine del pm Gratteri, parlava di esplosivi da acquistare, ma si occupava anche delle elezioni provinciali. In particolare dava indicazioni per appoggiare un medico pregiudicato che si candidava con la Lista Dini. Oggi Pansera è in carcere a Parma, mentre resta in libertà l'altro genero del boss: Francesco Sculli, direttore dell'ufficio tecnico di Bruzzano Zeffirio, un comune di 2 mila abitanti a pochi chilometri da Locri. Francesco è il padre del più famoso Giuseppe Sculli, calciatore della nazionale under 21 e del Messina. Il giocatore è il nipote prediletto del boss non solo per le sue doti calcistiche. Sia Francesco che Giuseppe Sculli, nonostante il successo del calciatore, restano molto attaccati alla realtà locale e si interessano attivamente anche di politica, nella locride. Le indagini per arrestare Tiradritto hanno coinvolto indirettamente il genero e il nipote.
Il centrocampista del Messina ha sempre rivendicato il suo rispetto per il nonno e non ha mai voluto tagliare i ponti con la famiglia. Per questa ragione è stato osservato con discrezione dai carabinieri sia in Emilia, quando giocava al Nord, che in Calabria. Il Ros sperava di intravedere allo stadio o dietro la rete del campetto degli allenamenti la sagoma inconfondibile del Tiradritto. Non è andata così: Giuseppe Sculli ha sentito la notizia dell'arresto del nonno al ritorno dalla trasferta di Atene con l'Under 21: "Quando l'ho saputo mi è cascato il mondo addosso", ha commentato. Anche per la terza generazione, la famiglia viene prima di tutto.
ha collaborato Roberto Gullotta
02.04.2006 – Famiglia Cristiana
L’interesse del minore è il primo bene
di Adriano Sansa
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Locri - L’intera rappresentanza sindacale nazionale, sotto la guida di CGIL CISL e UIL, ha in queste ultime ore scelto la città in cui onorare la causa di una ricorrenza e di una festa tanto importante come quella del 1° maggio: Locri.
Per la prima volta la Calabria è stata scelta come palcoscenico di questa giornata di lotta e di mobilitazione.
La scelta è di chiaro stampo politico e sociale, ed è un’occasione importantissima per tutti i cittadini calabresi, lavoratori, pensionati, e soprattutto per i giovani, che in questi ultimi mesi hanno urlato contro la ‘ndrangheta.
Anche i vertici sindacali regionali sottolineano lo stretto legame ideologico tra la manifestazione del 1° maggio e la lotta alle mafie: “la giornata di lotta del Primo maggio 2006 - spiega la Cgil Calabria - è la continuità della manifestazione del maggio 2005 di Lamezia Terme per dire, ancora una volta, basta allo strapotere della criminalità organizzata e all'emergenza e tracotanza manifestatasi con atti delittuosi di eccellenza, per ultimo, a Locri, quello dell'omicidio del Vice Presidente del Consiglio Regionale, On. Fortugno.”
L’ulteriore auspicio è che questa manifestazione sindacale, così come lo sciopero generale del 25 novembre dell’anno scorso, abbia l’effetto di mobilitare gli enti locali e le Istituzioni in toto (e il futuro Governo Prodi in primis) si affaccino su una “nuova politica - ha affermato la Cigl - che faccia finalmente uscire le regioni meridionali e, soprattutto, la Calabria dalle condizioni di sottosviluppo storico in cui si trovano.”
La manifestazione di Locri coinciderà con il periodo durante il quale la Casa della Legalità – Osservatorio sulle mafie di Genova si recherà nella cittadina del reggino (dal 30 aprile al 4 maggio) per inaugurare la Casa della Legalità di Locri.
Per l’occasione, probabilmente, il Comune di Genova invierà a Locri il Gonfalone della città Medaglia d’Oro della Resistenza.
[Attardi Rossi]
CORONATA
Brutta avventura l’altra notte per madre (il marito è in carcere per usura) e figlia. Gli inquirente : banda di professionisti
NARCOTIZZATE E DERUBATE NELLA VILLA
Spariscono gioielli per migliaia di euro e un’auto. I ladri hanno smontato una finestra
di Matteo INDICE
L’irruzione è avvenuta in piena notte, e i banditi sapevano bene cosa fare. “Professionisti” secondo gli inquirenti, “armati” come minimo di narcotico e decisi a ripulire una delle villette nate negli ultimi anni a Coronata: hanno letteralmente smontato una smontato una persiana, forzato la finestra che immetteva sulla sala, stordito le due inquiline e saccheggiato l’abitazione di gioielli per un bottino di svariate migliaia di euro. E soprattutto hanno colpito quando in casa c’erano due donne (madre e figlia, rispettivamente 54 e 20 anni), sole, allontanandosi sull’auto di famiglia che avevano rubato poco prima in giardino.
Un blitz inquietante, sul quale sono in corso accertamenti sia della polizia che dei carabinieri, complicato da un dettaglio filtrato nelle ultime ore. Vittima dell’intrusione è la moglie d’un commerciante arrestato all’inizio di gennaio con l’accusa di usura, tuttora in carcere: è stata una semplice coincidenza, quindi, ciò che è avvenuto sulle alture di Cornigliano, o l’episodio va letto ad un livello più approfondito? “Di certo – sussurra un investigatore – hanno rubato ed è entrata in azione gente specializzata nel violare appartamenti: lo dimostra la tecnica, tipica delle gang che commettono furti a raffica. E’ chiaro però che le indagini tengono conto di tutti i particolari”.
La ricostruzione, che dev’essere ancora definita nei dettagli, è fondata soprattutto sulla testimonianza della figlia maggiore, trentenne, assente al momento del blitz. E’ lei, infatti, la prima a rendersi conto di quanto accaduto, rientrando in via Purgatorio, una stretta creuza percorrendo la quale è possibile raggiungere il santuario di Coronata. Si tratta d’una strada particolare, molto isolata, dove non si può capitare per caso: “E’ evidente –ammettono ancora in questura- che chi ha agito aveva condotto in precedenza sopralluoghi approfonditi”. Fatto sta che la giovane varca l’ingresso e non ci vuole molto a capire che lì dentro, nelle ore precedenti, è successo qualcosa di grave. L’abitazione è a soqquadro, il disordine inspiegabile, i cassetti aperti e numerosi oggetti sono stati spostati, rimossi, buttati a terra. E poi mancano girelli, altri preziosi, ci sono tutti i segni d’un raid compiuto senza troppo fronzoli. “Mi sono spaventata, ho urlato – riferisce la donna – temevo per mia madre e mia sorella”. Le quali non rispondono immediatamente, e svegliandosi dopo alcuni minuti e risultando in condizioni psicofisiche alterate: “Non riuscivano a capire le mie parole, erano intorpidite, sconvolte”. E l’impiego del narcotico è definito “molto probabile” nei primi rapporti compilati dalle forze dell’ordine.
Il sopralluogo eseguito nella villa di Coronata conferma i sospetti, ovvero l’azione dei banditi. Non paghi del bottino complessivo – che verrà probabilmente quantificato oggi – hanno pure recuperato le chiavi di una vettura parcheggiata all’esterno e con quella si sono allontanati, abbandonandola poco lontano: il mezzo è stato ritrovato dalla polizia e gli accertamenti all’interno potrebbero aiutare parecchio agenti e militari, alla ricerca di impronte e tracce che possano dare una forma più definita a un mosaico finora abbastanza nebuloso.
E’ possibile che le tre testimoni vengano riascoltate, per ottenere nuovi dettagli una volta superato lo choc. “L’obiettivo – concludono gli investigatori – è capire se i ladri davvero non sapevano dove stavano colpendo oppure esiste un retroscena più corposo”. A prescindere dagli sviluppi, il raid è comunque un dato di fatto. E nel mirino sono finite due donne sole.
LA CASA DELLA LEGALITA' - OSSERVATORIO SULLE MAFIE ADERISCE E SOSTIENE LA LETTERA APERTA DI ELIO VELTRI AL MINISTRO PISANU
Elio Veltri: “BAZZECOLE”
Omicidio dell'On.Fortugno
dal sito di "democrazia e legalità"
Lettera aperta di Elio Veltri al Ministro Pisanu
Signor Ministro, sono convinto che Lei abbia fatto bene a promuovere una inchiesta amministrativa sulla Asl di Locri. E sono anche convinto dalla inchiesta condotta dal prefetto Paola Basilone sia emerso un quadro devastante di collusioni e di controllo dell'Asl da parte di una o piu' cosche della 'ndrangheta di Locri, mi occupo di questi problemi da almeno 30 anni e credo di conoscerli abbastanza bene. Temo anche che dalle conclusioni dell'inchiesta possano emergere contiguità se non collusioni insospettate e insospettabile: in Calabria è molto difficile evitare o rompere rapporti inquietanti. Lo stesso dottore Fortugno, primario dell'ospedale di Locri , infatti, telefonava - come risulta dalle intercettazioni pubblicate da alcuni giornali - ai capi della cosca Morabito di Africo, una delle piu' temibili e potenti della 'ndrangheta la quale l'ha fatta da padrone per molti anni nel Policlinico di Messina.
Se lei Signor Ministro, vuole dare un contributo all'accertamento della verità , pubblichi subito la versione integrale della relazione. Solo dalla lettura dei fatti, dei nomi, e dei rapporti intercorsi si potrà capire ne negli anni qualcuno si è opposto allo strapotere delle cosche, quali rapporti esistevano tra la borghesia dei camici bianche , degli amministratori , dei politici e le cosche che controllavano l'Asl e forse , si capiranno anche le ragioni del terribile assassinio dell'on.Fortungno
cordiali saluti
Elio Veltri
“Al voto al voto”
tra le diverse dichiarazione, molte delle quali splendide, abbiamo scelto quella che condividiamo al 100% e che ci sentiamo di sottoscrivere in toto.
Gian Carlo Caselli
Pulpiti istituzionalmente prestigiosi hanno sostenuto che i magistrati italiani sono pazzi, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Sono uno dei novemila magistrati, e la mia personale pazzia contempla anche pericolose manie di grandezza. A volte mi capita addirittura di sentirmi…papa. Allora, nessuna indicazione o intenzione di voto. Soltanto un elenco di punti – come dire – non negoziabili.
Vorrei che i rapporti tra giustizia e politica non fossero caratterizzati dalle calunnie e gli insulti di chi non accetta di essere uguale agli altri di fronte alla legge.
Vorrei che le leggi in materia di giustizia fossero pensate nell’interesse di tutti i cittadini e non soprattutto di questo o di quello.
Vorrei leggi che puntano all’efficienza del sistema e non all’impunità di qualcuno.
Vorrei che la riforma dell’ordinamento giudiziario non fosse mai un randello brandito contro i giudici troppo indipendenti.
Vorrei che non ci fossero mai più leggi incivili contra personam per punire chi (come il sottoscritto) ha avuto il torto di…aver ragione in Cassazione nel processo Andreotti.
Questo, come magistrato, vorrei. Poi ciascuno voti come crede.
27.03.2006 - DemocraziaLegalità (sito)
«L´ipotesi della matrice politica nell’omicidio Fortugno è più che attendibile (…) l’omicidio fu deciso più per conservare che per cambiare qualcosa» (dichiarazioni del Procuratore Antimafia Piero Grasso dopo l’arresto degli assassini di Fortugno)
«Mio marito mi disse che se fosse stato eletto a discapito di altri, la sua vita sarebbe stata in pericolo». (dichiarazione della vedova di Fortugno ai magistrati)
Pm: «Ma perché lo hanno ammazzato?». Risposta: omissis (dai verbali resi pubblici dell’interrogatorio di Bruno Piccolo, collaboratore di giustizia)
Il clima politico
di Marco Ottanelli
Che l’assassinio di Francesco Fortugno non fosse un assassinio “normale”, in una terra dove purtroppo si uccide spesso, era evidente, visto il suo ruolo nel Consiglio Regionale calabrese. E che non fosse neanche “solo” un omicidio di ‘ndrangheta, era parso chiaro a molti osservatori. La ‘ndrangheta non compie infatti delitti eccellenti, a differenza di Cosa Nostra, se non in rarissimi e specialissimi casi. Se ne ricordano solo tre: quello di Ligato, quello di Scopelliti, e, appunto, quello di Fortugno. Ma Ligato, patron delle ferrovie, controllava miliardi; Scopelliti fu colpito su richiesta e per conto della mafia siciliana; e Fortugno, dunque, perché?
Le dichiarazioni degli investigatori, per quanto prudenti, a volte ambigue (chi ha “fatto pressioni per usare i dettagli delle indagini a fini elettorali”?) non lasciano alcun dubbio: l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale ha i suoi mandanti in alto, più in alto della cosca dei Cordì di Locri, e matura nel “clima politico” della regione. Per conservare, più che per cambiare.
Senza ovviamente voler collegare nomi fatti e circostanze con l’episodio criminale in questione, proviamo, tentiamo, cerchiamo di ricostruire – almeno in parte- l’ambiente nel quale il dott. Fortugno si muoveva e lavorava, proviamo ad analizzare e capire un po’ meglio proprio quel clima politico calabrese che sarebbe stato ciò che ha indirettamente determinato la tragedia.
Storia di una Margherita
Grazie all’incredibile exploit del centrosinistra nelle regionali del 2005, il partito di Fortugno ha eletto nove consiglieri (compreso il Presidente della Regione, Agazio Loiero). Di sana e robusta costituzione democristiana, come lo stesso Loiero, le cui vicende personali sono riassunte in calce a questo articolo, la compagine margheritina calabrese è composta in parte di ex : ex udeur, ex ccd…anche ex socialisti. E adesso, nel fermento elettorale, si è ulteriormente spaccata, dato che Loiero si è “allontanato” da Rutelli e Marini per costituire una sua lista personale, puntando al Parlamento assieme a qualcuno dei suoi consiglieri. Una struttura di partito, alla prova dei fatti, poco coesa e debolissima, capace di riunirsi e compattarsi solo per una stagione, stagione finita con la morte di Fortugno. La cui vedova, dott.sa Laganà, si candida anch’essa, ma con la Lista Unitaria Ds-Margherita. Un segno?
È degno di nota il fatto che dopo l’omicidio, colui che è subentrato a Fortugno in consiglio regionale è Domenico Crea. Il quale è approdato alla Margherita da poco, dopo essere stato assessore al turismo con la passata giunta di centrodestra. Si candidò in tempo per cavalcare l’onda lunga ulivista, lunga sì, ma non abbastanza, risultando il primo dei non eletti. Ora, un destino crudele gli ha aperto le porte del Palazzo a Catanzaro. Secondo le informazioni pubblicate dal quotidiano La Repubblica , in una corposa inchiesta dei giornalisti Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, sospettato di essere “uno dei mandanti” dell’agguato è Alessandro Marcianò, dirigente della stessa Asl nella quale lavoravano sia Fortugno che la moglie, signora Laganà. A parte le dichiarazioni del pentito, nulla lega Marcianò ai fatti (lui, infatti, nega), ma, sempre per rimanere in quel clima che stiamo esaminando, e per sua stessa orgogliosa ammissione, veniamo a sapere che Marcianò è “compare d’anello” del boss di Locri Cosimo Cordì; che nel 2005 ha fatto campagna elettorale proprio per Crea, mentre nel 2000 l’aveva fatta per Francesco Fortugno (e precedentemente per AN); che suo figlio Giuseppe è in carcere per traffico di droga e di armi, e che è amico di Salvatore Ritorto, l’esecutore materiale del delitto Fortugno. E il figlio di Marcianò, prima di essere arrestato, “aveva trovato una sistemazione come spicciafaccende nella segreteria politica di un consigliere regionale della Margherita.”
Lo scenario, il clima, nel partito, qualunque sia la verità, non è comunque sereno.
Scontri e subentri
Dunque a Fortugno è subentrato Crea, ex casa delle libertà. Ad Agazio Loiero, che era senatore, e che nel maggio 2005 ha lasciato lo scranno per la presidenza della Calabria, è invece succeduto in parlamento un altro ex DC, Nicodemo Oliverio, il 9 giugno 2005, eletto nelle suppletive. In quella tornata elettorale, si presentò anche Saverio Zavettieri, leader del Nuovo Psi calabrese. La sua storia è interessante, perché è sintomatica, emblematica della politica italiana degli anni 2000. Esponente di spicco del Nuovo PSI di Bobo Craxi e Gianni de Michelis, ex deputato negli anni ’80, partecipa come assessore (pur non essendo eletto) a pubblica istruzione e turismo della giunta di Chiaravallotti (centrodestra). La sua gestione non deve essere stata una gran cosa, se è vero quel che dice oggi su di essa un candidato della lista Loiero, il consigliere della Margherita, Pirillo: “Bilanci in passivo, perdite di esercizio, richiami della Corte dei conti”. In ogni caso, Zavettieri è un uomo potente, amico di Craxi e grande manovratore del partito nella sua regione e oltre. Il peso dei socialisti locali, eredi del grande Mancini, è notevole anche a livello nazionale. E sotto l’impulso di Zavettieri, cresce: dal 2,7% delle elezioni del 2000, fino al 5,4% delle regionali del maggio 2005 (sempre come alleati del Polo). Questo impulso, e la generale vittoria dell’Ulivo in tutta Italia, spingono Bobo Craxi e Zavettieri ad una mossa esplorativa: presentarsi autonomamente alle suppletive di un mese più tardi, per vedere sulla gente l’effetto che fa. Ed infatti, il 9 giugno 2005, gli elettori del collegio lasciato libero da Loiero, trovano tre nomi e tre simboli: Oliviero per l’Ulivo, Calzone per la Casa delle Libertà e Zavettieri per il Nuovo Partito Socialista. Ed è un successo: vince la sinistra, ma il NPSI si becca la bellezza del 15%, superando addirittura gli ex alleati della destra riuniti di mezzo punto percentuale. A questo punto, con questi numeri, i socialisti diventano appetenti, e appetibili. E, come ben sappiamo, Fassino, Rutelli e Prodi fiutano l’affare. Zavettieri , che era sempre stato insofferente all’interno del Polo, diventa uno degli alfieri del ritorno a sinistra. E la “mozione 1” che, al congresso del Nuovo PSI dell’ottobre 2005, determina il passaggio sotto le ali dell’Unione prodiana e la contemporanea scissione di De Michelis, Moroni e Caldoro (che rimangono con Forza Italia), è firmata proprio Craxi-Zavettieri. In questa veste, di ambasciatore per il centrosinistra, diventa punto di riferimento per l’intero sud e per la trattativa politica a Roma. La trattativa va in porto trionfalmente, con tanto di visita di Prodi all’ulteriore congresso del Nuovo PSI del gennaio 2006, e la candidatura (voltando la gabbana) per il parlamento di Bobo Craxi in Lombardia e di Saverio Zavettieri in Calabria. A questo punto, in Calabria, i conti si fanno anche con l’oste, la lista “ I Socialisti”, che come tutti i parvenu, fa più chiasso degli altri. Zavettieri infatti critica duramente Loiero per aver abbandonato la Margherita , e si fa paladino, chissà quanto richiesto, della unione dell’Unione (scusate il gioco di parole).
Il clima arroventato della politica locale è però inscindibile dalle vicende personali. Zavetteri, che è stato quindi determinante a livello nazionale (con il suo peso e significato in ambito regionale) per l’assunzione dei craxisti nella alleanza di centrosinistra, è anche colui che, nel febbraio 2004, fu oggetto di un attentato a Bova Marina, assieme al fratello Domenico, sindaco di quella località. Spararono contro le finestre della loro abitazione. Ne risultò lievemente ferito. E apparentemente non scoraggiato né impaurito. I motivi del gesto sono rimasti sconosciuti. Come sono rimasti sconosciuti i motivi dell’omicidio, nel 1992, di un suo cugino, anch’egli socialista. E come rimane avvolta nel mistero la vicenda del 1988, quando a Ferruzzano (RC), a conclusione di un vertice politico al quale avevano partecipato alcuni esponenti socialisti, tra cui lo stesso Zavettieri, e alcuni uomini della famiglia Cordì di Locri, il padrone di casa, l’imprenditore Giuseppe Galluccio, fu assassinato da alcuni killers praticamente davanti agli occhi dei suoi ospiti.
Se tutto questo, con la politica, non c’entra nulla, mantiene però pesante il clima nel rinnovato connubio PSI-DC in Calabria.
Gli sconfitti
Nello spazio di pochissimi mesi (dal maggio 2004, al giugno 2005) il centrodestra calabrese si è visto sottrarre, dunque, uomini, gruppi, partiti e migliaia di voti, passati agli avversari. Perso il controllo delle istituzioni locali, la Casa delle Libertà si appresta a perdere il controllo anche della rappresentanza regionale nel parlamento nazionale. Nel 2001, aveva eletto 6 senatori e 17 deputati. Non un trionfo, ma una buona maggioranza. Ora, tutto è in bilico. E il clima tra i partiti della coalizione di destra non appare buono. Per esempio, Saverio Zavettieri, riguardo l’attentato compiuto nei suoi confronti nel febbraio 2004, in un’intervista ad un periodico, aveva sostenuto che l’atto avrebbe avuto una “matrice politica maturata all’interno della Casa delle Libertà” (della quale lui faceva ancora – per poco- parte), ed in particolare in ambienti della provincia di Reggio Calabria della coalizione. Sulla vicenda l’Italia dei Valori presentò anche un’interrogazione ai Ministri dell’Interno e della Giustizia. Poi, l’ex Presidente della Regione, ed attuale vicepresidente dell'Authority per la privacy Chiaravallotti, di Forza Italia, è finito sotto inchiesta per appalti truccati, truffa ai danni dello Stato ed altri reati di stampo finanziario. Assieme a lui, anche un ex assessore di AN, Basile.
La delegazione di Alleanza Nazionale nel Consiglio regionale, composta da quattro persone, vede ben tre indagati: il capogruppo ed ex assessore Alberto Sarra (anche lui un subentrato, a Scopelliti, divenuto sindaco di Reggio Calabria, e fatto oggetto di un paio di intimidazioni criminali) nel fatidico 2004 è stato inquisito dalla DDA assieme ad altri uomini del suo partito per una complessa vicenda di pressioni e depistaggi nei confronti della magistratura; Giovanni Dima è stato indagato per truffa nella gestione dei finanziamenti dell' Unione europea; così come fu indagato Pasquale Senatore, quando era sindaco di Crotone.
Il quale era prima di Forza Italia, ma evidentemente doveva portare dei rancori, visto che aveva fatto ricorso conto l’elezione di due suoi colleghi di schieramento, Pino Gentile, di Forza Italia, Antonio Pizzini, di An. Ricorso bocciato dal TAR, e scambio di partito tra Pizzini e Senatore. E qualche travaso c’è stato pure con L’UDC, che in consiglio ha ben sei rappresentanti. Un clima teso,nel Polo, a quanto pare, ma flessibile. E la flessibilità è indubbiamente la migliore delle qualità, in attesa delle elezioni del 2006.
Per concludere
È in questo clima di cambiamenti, giravolte, rotture, spaccature, piccola e grande illegalità, attentati e potentati che, secondo quanto dichiarato da Grasso e dagli altri investigatori, maturò la “matrice politica” dell’omicidio di Francesco Fortugno. Niente e nessuno, lo ripetiamo, è ricollegabile con quell’assassinio, ma certamente la vittima, Fortungno, appunto, in quel clima agiva, aveva contatti e contrasti, aveva amici e rivali. La Calabria soffre da decenni una pesantissima situazione di emergenza criminale, con le cosche Morabito, Cordì, Macrì e altre ancora che, in una rete fatta di complicità e parentele, hanno portato la ‘ndrangheta ad essere la mafia economicamente più potente del mondo. Ripetiamo: del mondo.
Ed è in questo clima che stiamo per assistere ad un fuggi-fuggi generale. Infatti, ben venti consiglieri regionali su cinquanta, oltre allo stesso Presidente, si sono candidati alle prossime elezioni del 9 aprile per Camera e Senato. Data la incompatibilità tra i ruoli, lasceranno tutti (se eletti) Catanzaro per trasferirsi a Roma. O perlomeno, ne hanno tutte le intenzioni. Questo significa che, se si verificasse questo caso, l’attuale Consiglio non esisterà più, e i calabresi saranno chiamati, dopo appena un anno, nuovamente alle urne. Se invece il consiglio non sarà sciolto, le elezioni nazionali saranno un ottimo test da usare per misurare gli equilibri interni. E così, tutto appare provvisorio, perché è tutto in gioco, ancora una volta. Un’altra corsa, un altro giro, un'altra ridistribuzione di seggi, assessorati, incarichi. Se il clima è questo rimane da domandarsi chi, quale partito, quale coalizione, quale personalità lavori veramente per il bene ed il futuro della Calabria.
Agazio Loiero, passato a suo tempo dall’ Udeur alla Margherita, ora si presenta con una sua lista indipendente alle elezioni del 9 aprile 2006. Presidente della Regione Calabria. Ex senatore, è stato ministro degli Affari regionali del secondo governo Amato; già sottosegretario e poi ministro nel primo e nel secondo governo D'Alema.
Sotto processo per due anni presso l'ottava sezione del Tribunale di Roma per abuso d'ufficio per la seguente vicenda:
Negli anni '90, quando era nella DC calabrese, e poi in Parlamento, ottenne dal Servizio Segreto Civile due "segretarie in appalto", Anna Maria Santaniello e Anna Maria Ferrante, che però utilizzava (spesate e stipendiate, ovviamente, dallo stesso Sisde) per battere a macchina e classificare il suo enorme schedario di richieste di raccomandazione. Le stesse segretarie hanno raccontato la vicenda con profusione di particolari. In qualità di ministro (prima dei Beni Culturali, poi degli Affari Regionali), Loiero riuscì a rimandare le udienze decine di volte, adducendo impedimenti di servizio: un antesignano del "metodo Previti".
Il 20 luglio 2000, nell'udienza che doveva essere dedicata alla requisitoria del pm Bruno, ci fu l'ennesimo rinvio di ben quattro mesi. Ma, nel frattempo, nel settembre del 2000, giunse la salvifica e tanto attesa prescrizione. (tratto dal libro: “Berlusconia: ultimo atto”, di G.Serra, M. Ottanelli, M. Sedda, D. De Jong)
24.03.06 - Corriere
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