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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
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in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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23.03.06 - Corriere della Sera
"Così le cosche controllavano gli appalti nella Asl della Vittima" - Relazione Basilone
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22.03.06 - Repubblica
Voto e Sanità. Ombre sul caso Fortugno
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Donna legata ai clan collabora, è la prima in Italia
Una genovese sfida la 'ndrangheta
Scattato a febbraio il regime di protezione concesso dal ministero Domani a Certosa i ragazzi di Locri per partecipare alla giornata di mobilitazione contro le mafie
di MARCO PREVE
E' genovese la prima collaboratrice di giustizia per indagini riguardanti la 'ndrangheta. La notizia arriva a margine della presentazione in Comune del "Cammino contro le mafie" manifestazione che si terrà domani a Certosa a partire dalle 15 e che rappresenta la tappa ligure di un' iniziativa voluta da don Luigi Ciotti, dalla Fondazione Caponnetto, da Libera e nella nostra città resa possibile dalla Casa della Legalità di via Piombelli, dal Comune e dalla collaborazione della curia. Ma se ancora qualcuno poteva pensare che queste battaglie civili vengano fatte in Liguria solo per spirito di solidarietà con terre e genti lontane, cancella ogni residua incertezza il sapere che gli investigatori della Dia (Direzione investigativa antimafia) di Genova hanno avuto l' incarico di gestire, proprio all' ombra della Lanterna, la prima donna collaboratore di giustizia in tema di cosche calabresi. Anche in Liguria, dicono i dossier degli inquirenti e della magistratura, la criminalità organizzata è radicata. Anzi, è stata proprio Anna Canepa, a lungo pm dell' antimafia e oggi presidente della sezione ligure dell' Anm (l' Associazione nazionale magistrati che domani parteciperà al Cammino di Certosa) a lanciare, due anni fa, l' allarme sul pericolo di infiltrazione del tessuto sociale ed economico da parte dell' efficiente e blindatissima 'ndrangheta. Proprio questa impermeabilità della mafia calabrese rende ancor più importante la vicenda della collaboratrice genovese. «La signora - spiega da Roma l' avvocato Alfredo Galasso, nome storico della lotta alla mafia, che assiste la collaboratrice - ha ottenuto verso la metà di febbraio questo status dalla Commissione ministeriale degli Interni presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Gli è stato concesso perché, come prevede la legge, ha fornito elementi ritenuti utili dagli inquirenti». La signora, che è stata più volte interrogata dagli uomini della Dia - che lavorano con il pm della Direzione distrettuale antimafia Andrea Canciani - , e adesso gode del regime di protezione, ha avuto per anni legami con una nota famiglia di imprenditori calabresi che, va ricordato, non sono mai stati indagati per reati di mafia, ma lo sono attualmente per contestazioni ambientali riguardanti la gestione di rifiuti. Sapere che anche Genova e la Liguria non sono immuni da possibili infiltrazioni della 'ndrangheta, riveste di ulteriori significati la marcia di domani, alla presentazione della quale sono intervenuti l' assessore comunale alla Cultura Luca Borzani, Giovanni Criviello presidente della Circoscrizione Valpolcevera, e Christian Abbondanza responsabile della Casa della Legalità. «All' iniziativa - ha spiegato Abbondanza - prenderanno parte anche alcuni ragazzi di Locri in prima fila contro l' attacco della criminalità mafiosa, e poi ci saranno anche i parroci di Certosa, don Andrea Gallo con la Comunità di San Benedetto e i trampolieri e giocolieri del Gruppo "La Gurfata". La giornata si concluderà alle 18 con un dibattito. Vorrei ricordare che abbiamo avuto l' adesione tra gli altri, dell' Anm, del "Comitato AddioPizzo" di Palermo, della rivista MicroMega, del Dopolavoro ferroviario e dei teatri Albatros e Garage. Quando la società civile è unita e fa un lavoro di contrasto alla cultura mafiosa, quella società è impossibile che venga sconfitta».
da La Stampa e Rainews 24
21-03-2006 Un sottile filo rosso collega l'omicidio di Francesco Fortugno all'agguato di ieri al calciatore del Locri Vincenzo Cotroneo, 28 anni, ucciso a Bianco, in provincia di Reggio Calabria, da due killer che lo hanno affiancato mentre era a bordo della sua auto. Il comune denominatore ? l'arma usata alcuni mesi fa per mettere a segno un atto intimidatorio contro un circolo sportivo gestito da Cotroneo a Bianco. La stessa arma, una 9X21, che il 16 ottobre scorso venne utilizzata per uccidere il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Gli investigatori della Polizia Scientifica hanno analizzato i bossoli ritrovati dopo l'attentato al circolo. Su di essi la stessa impronta ''genetica'' lasciata dalla pistola che colp? Fortugno.
21-03-2006 Gli investigatori volevano informazioni da Enzo Cotroneo su quattro o cinque personaggi che gli giravano intorno, soprattutto volevano scoprire se lui conosceva alcuni nomi. E non di mafiosi qualunque, volevano scoprire se lui conosceva i nomi di quelli che un'estate fa avevano sparato sulla saracinesca del circolo sportivo che Vincenzo gestiva insieme al padre in un vicolo di Bianco, un buco pieno di biliardi e videogiochi. Un avvertimento molto speciale, l'arma usata era una calibro 9 x 21, molto probabilmente la stessa che il 16 ottobre successivo ha ucciso Francesco Fortugno nel seggio dove si votava per le primarie dell'Unione.
21-03- 2006 C 'è un testimone di meno in Calabria. L'hanno ammazzato per chiudergli la bocca, all'ultimo momento. Sapeva qualcosa sul delitto eccellente di Locri, quello del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno. I carabinieri l'avevano convocato in caserma per ieri mattina alle 9, i killer della 'ndrangheta hanno fatto appena in tempo. ? scivolato nella tomba con i suoi segreti Enzo, imbianchino di mestiere e calciatore per passione ucciso come si fa con i boss sulla statale che da Reggio risale verso il mar Jonio.
Un calciatore dilettante, Vincenzo Cotroneo, 28 anni, incensurato, e' stato ucciso la scorsa notte in un agguato a Bianco, nel Reggino. Il giovane viaggiava a bordo della sua autovettura e stava rientrando a casa, quando e' stato affiancato da un'altra auto sulla quale c'erano due persone, che gli hanno esploso contro alcuni colpi d'arma da fuoco. Cotroneo, raggiunto dai proiettili in diverse parti del corpo, e' deceduto all'istante. Sull'agguato mortale indagano i carabinieri della locale compagnia. Il giovane, un attaccante, giocava nella squadra del Locri, nel campionato calabrese di promozione.
Genova. Un gruppo di giocolieri e trampolieri che travolgerà la città per dire no alla mafia. Questo lo spirito dell’iniziativa Cammino contro le mafie che si svolgerà in città mercoledì 22 marzo 2006.
Dopo essere passata già da Torino e diretta a Firenze, la marcia è stata presentata lunedì 20 marzo 2006 a Palazzo Tursi. Scuole, parroci e politici si sono mobilitati per partecipare a questo progetto che nasce tra Casa della Legalità, Fondazione Antonino Caponnetto e Don Luigi Ciotti con Libera.
La marcia nelle strade sarà animata dai trampolieri del gruppo la Gurfata – dal dialetto calabro Urfo, che indica il vento libeccio, e Gurfate occero gli sbuffi molto violenti dello stesso – che mostreranno le loro arti.
Si parte dalla Casa della Legalità (via Piombelli 15) alle ore 15 per attraversare le strade di Certosa e ritornare al punto di partenza verso le ore 18; la serata si concluderà con uno spettacolo di cabaret e musica per tutti – alle ore 21 – davanti alla Chiesa del Gesù (via Pongoli) e in caso di pioggia ci si sposterà al Teatro Albatros (via Roggerone).
Ma perché, partendo da Locri (Calabria), il cammino passa proprio da Genova? A rispondere è Simonetta Castiglion che, insieme al compagno Christian Abbondanza, dirige la Casa della Legalità: “Anche se non tutti lo sanno, la città ligure è un gran punto di passaggio per i delinquenti di mafie diverse – russa, cinese,… - che riescono a varcare facilmente i confini nazionali per dirigersi verso le zone di Marsiglia e continuare il viaggio in Europa senza difficoltà”.
Il Cammino contro le mafie, come gli altri progetti organizzati dalla Casa, ha lo scopo ben preciso di “esorcizzare la forza intimidatrice e dimostrare che non si ha paura di parlare di mafia e della criminalità organizzata evidenziando che a lottare in prima linea ci sono anche i parenti, come Rita Borsellino che ha aderito al Cammino contro le mafie.
La lotta continuerà per tutto l’anno con molti altri appuntamenti tra cui un corso di Educazione alla Legalità e alla Giustizia Sociale per scuole medie e superiori, un ciclo di proiezioni video dal titolo “altro cento passi… per la legalità e la giustizia sociale” ed il progetto – messa alla prova – ragazzi sentinelle di legalità – realizzato in collaborazione con il Tribunale Minorile di Genova, Legambiente e la Parrocchia del Gesù.
Un viaggio iniziato in pochi che sta raccogliendo l'attenzione di molti: in giro per l'Italia per far sentire la voce di tutti grandi e piccini.
Per informazioni contattare la Casa della Legalità allo 0106456385
19.03.2006 – Famiglia Cristiana
Anche in galera gli uomini restano uomini
di Adriano Sansa
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Marzo 2006
Il reclutamento di infermieri extracomunitari
Corsia d'emergenza
di Elena Ciccarello
Un sistema sanitario a corto di fondi che si rifornisce da imprenditori con
pochi scrupoli. Una normativa che lascia spazio ai ricatti. A farne le spese sono gli infermieri stranieri, nuovo anello debole delle corsie
In Italia mancano gli infermieri, e Torino e Piemonte non fanno eccezione. Le stime dell’ultimo rapporto Ires parlano di un buco di 40 mila unità a livello nazionale. Per rispondere a questa “emergenza”, la legge Bossi-Fini ha esteso agli infermieri extracomunitari le regole d’ingresso riservate a calciatori, studiosi e gente di spettacolo, ma ne ha vincolato la permanenza sul territorio al datore di lavoro. Ne è derivato un mercato di braccia specializzate cui attinge, senza scrupoli, anche il sistema sanitario nazionale.
Questo il business: in un clima d’urgenza e di tagli, in cui i direttori sanitari badano più alle spese che alla scelta dei loro fornitori, alcuni imprenditori si sono specializzati nel reclutamento di personale all’estero e vendono “pacchetti di infermieri” ad aziende pubbliche e private, per un giro d’affari milionario. «L’impresario arriva nelle aziende sanitarie italiane con il suo catalogo, mostra le foto delle infermiere, con tanto di dati sulla loro nazionalità e specializzazione, contratta il numero e il prezzo, e poi partecipa insieme ad altri alla gara d’appalto», racconta l’avvocato Dario Gamba, consulente legale del Collegio degli infermieri di Torino.
La soluzione più comoda. Maria Adriana Bernardotti, che per l’Ires Cgil ha realizzato una ricerca sulla condizione in Italia degli infermieri non comunitari, ci spiega che «chi non ha cittadinanza italiana non può partecipare ai concorsi della sanità pubblica, e ciò autorizza le Asl ad appaltare interi reparti e servizi a cooperative o a fornirsi di personale in affitto presso le agenzie interinali». Le aziende sanitarie, infatti, anziché assumere direttamente gli infermieri stranieri con contratti a tempo determinato, come consentito dalla legge, si rivolgono invece, per comodità e risparmio, ad agenzie ex interinali (oggi chiamate “di somministrazione di lavoro”) e, ancora più spesso, a società cooperative, cui delegano la gestione di interi reparti, o chiedono il semplice affitto di personale. Queste ultime infatti, grazie alla loro particolare natura fiscale, riescono a proporre i prezzi più bassi: il costo della prestazione infermieristica scende così dai soliti 35/40 euro all’ora degli infermieri di ruolo ai 26/27 euro richiesti dalla cooperativa (dei quali solo 10, e si tratta dei casi migliori, vanno all’infermiere extracomunitario). Così la sanità spende mediamente 10/15 euro in meno all’ora per ogni lavoratore, e le società ne guadagnano migliaia al giorno. Tutto a scapito degli infermieri e del servizio.
Eppure non si tratta solo di risparmio, «c’è una forma di pigrizia, una certa indolenza burocratica e insensibilità al problema che spinge a rivolgersi al “caporale” che fornisce il pacchetto completo di infermieri e garantisce le sostituzioni», dice l’avvocato Gamba. Quando non si tratta di cinismo, come nel caso di direttori sanitari capaci di dire che preferiscono le rumene perchè «non mi restano incinte». Che poi i tassi di aborto tra le infermiere straniere siano altissimi, spesso proprio per la paura di perdere il lavoro, è un altro capitolo su cui varrebbe la pena ritornare.
Sono possibili ricatti “legali”? Quello degli infermieri è un mercato ormai fuori controllo in cui, accanto a soggetti che rispettano la norma, proliferano società molto meno serie. «Chi fornisce manodopera infermieristica senza l’autorizzazione ministeriale vìola la legge. Ma se guardiamo alla realtà dei fatti, scopriamo che molti ingaggi infermieristici oggi ricadono proprio in questa forma di somministrazione illecita», continua Gamba. Viene da chiedersi come ciò sia possibile. «Le sanzioni non scattano perché la sensazione è che si andrebbe a colpire un intero sistema, ormai sedimentato su queste forme più o meno legittime di caporalato», spiega ancora l’avvocato.
Le agenzie e cooperative per il reclutamento di personale hanno aperto filiali all’estero, selezionano le domande, preparano i documenti, provvedono al trasporto dei lavoratori nonchè alla loro sistemazione una volta arrivati. Spesso questi passaggi vanno oliati con il denaro: «Alcuni imprenditori, che avevano aperto proprie sedi in Romania per reclutare personale, ci hanno segnalato di essere stati minacciati da altre società presenti sul territorio, solite chiedere la “stecca” per portare personale in Italia», denuncia Pierino Crema, segretario provinciale per la funzione pubblica della Cgil di Torino. Nelle pratiche di reclutamento il confine tra lecito e illecito appare molto sottile. «Posso capire che una società che anticipi i soldi per il viaggio dei suoi dipendenti poi ne chieda la restituzione, ma quando si parla di 3/4.000 euro, allora è chiaro che si tratta di forme di tangenti», continua Crema.
Vessazioni e speculazioni non finiscono neppure con l’arrivo in Italia, alcuni infermieri raccontano infatti di essere stati privati dei documenti. Eppure la paura di perdere il permesso di soggiorno e la prospettiva del guadagno spegne le eventuali proteste. «Il caporale ha un potere enorme sull’infermiere, poiché gestisce il suo lavoro e la sua possibilità di restare in Italia. Così il contratto d’affitto e l’assunzione, documenti perfettamente legali ma indispensabili per ottenere il permesso di soggiorno, nelle mani del datore di lavoro possono diventare strumenti di sfruttamento» dice Gamba, che aggiunge: «Spesso accanto ai “ricatti legali” ne sorgono altri del tutto illeciti, come la sottoscrizione di impegni a pagare 5/6.000 euro in caso di recesso dall’impiego. Per cui capita che alcuni infermieri, trovato un lavoro meglio pagato, non abbandonino il loro caporale convinti di aver firmato un atto vincolante».
La paura mette a tacere. Abdel Rahim Belgaid, infermiere marocchino di 42 anni, che lavorava all’ospedale Molinette di Torino per conto della cooperativa “Vita serena”, oggi non cammina più perché ha subito una grave lesione spinale. La sera del 12 dicembre scorso era andato a reclamare dei pagamenti arretrati al suo datore di lavoro, Michele Arcuri, ma dall’edificio è uscito in barella. La sua storia, riportata dai giornali, ha aperto uno squarcio su un mondo difficile da investigare: «È stato difficilissimo intervistare gli infermieri stranieri: sono rimasta veramente impressionata, è stata la prima volta in tanti anni di studi sull’immigrazione. Questa difficoltà è una spia delle condizioni di ricattabilità e di paura in cui vivono questi lavoratori», dice la ricercatrice Adriana Bernardotti.
C’è molta riluttanza a denunciare, e gli infermieri più consapevoli dei propri diritti tendono a risolvere la loro situazione privatamente, magari riuscendo ad ottenere migliori condizioni lavorative al costo del proprio silenzio. Molti hanno paura, o semplicemente non hanno coscienza di essere sfruttati. «Mi è capitato di accompagnare personalmente dalle autorità giudiziarie degli infermieri che avevano raccontato di storie terribili, e vederli ammutoliti dal terrore. Talvolta c’era il loro caporale ad aspettarli all’uscita», dice l’avvocato Gamba. C’è la storia paradossale di un’infermiera extracomunitaria che si era resa disponibile, purché ne fosse garantito l’anonimato, a testimoniare la propria condizione di sfruttamento davanti alle telecamere. Il servizio era stato trasmesso su Rai tre all’interno della trasmissione “Shukran”. Ma davanti alle forze di polizia la donna aveva poi ritrattato tutto, tra le lacrime. «Ci sono dei pettegolezzi in merito, che sostengono si sia fidanzata con un caporale e che adesso lavori in quel giro. Il dato certo è che sempre più stranieri stanno diventando a loro volta intermediari, favoriti anche dalla conoscenza della lingua. Tornano in patria e raccontano ai connazionali i vantaggi di venire a lavorare in Italia, facendosi strumenti di reclutamento», conclude il legale.
Razzismo in corsia. A fare le spese di questa situazione, naturalmente, sono anche i pazienti. Non sempre infatti gli infermieri extracomunitari hanno una preparazione adeguata, né conoscono bene la nostra lingua. Il loro ruolo tende a ridursi a quello di assistenti. «Spesso si pongono in maniera subalterna, e qualcuno dei nostri può essere gratificato dall’avere degli aiutanti disponibili per le mansioni meno professionali», dice Michele Piccoli, ex presidente del Collegio degli infermieri di Torino. Il rapporto con i colleghi italiani non è dei più facili. «Alcuni di loro mostrano un buonismo peloso rapportandosi agli stranieri come a gente incapace. Li lasciano seduti a far niente» continua Piccoli. «Il razzismo che talvolta si manifesta nei reparti è frutto di una lotta tra poveri, perché le assunzioni di stranieri hanno effetti devastanti sul sistema contrattuale». Capita infatti che lavorino fianco a fianco persone retribuite 1.500 euro al mese e altre, straniere, che ne guadagnano, per lo stesso lavoro, 900, e che le aziende sanitarie, per contenere le spese, tendano sempre più ad esternalizzare i servizi, favorendo così la privatizzazione e la precarizzazione del settore. Se ne lamentano i professionisti italiani, ma anche le agenzie ex interinali, le uniche che per legge possono intermediare lavoro e che sono costrette a rispettare le condizioni contrattuali nazionali di settore, ma che si vedono frequentemente rimpiazzate dalle cooperative.
Laureati pendolari. Eppure il personale straniero potrebbe tradursi in una preziosa risorsa per le nostre strutture, per il suo potenziale di mediazione culturale. «Pensi ad una infermiera che venga dal Maghreb e si sia laureata in Italia: avrebbe un’ottima preparazione, spendibile sia da noi che nel suo Paese, conoscerebbe entrambe le lingue e culture: una straordinaria possibilità di mediazione senza alcuna spesa aggiuntiva», fa notare Piccoli. «Trovo paradossale che circa il 10% degli iscritti ai nostri corsi universitari siano extracomunitari che, finiti gli studi, sono costretti a tornare nel loro Paese d’origine e passare per gli intermediari per tornare a lavorare in Italia. La nostra Università, i nostri contribuenti pagano l’istruzione di persone che poi diventano strumenti di profitto per i “caporali” della sanità», si sfoga Piccoli, che ha in mente un progetto: «Una collaborazione tra l’Università di Sibiu e quella di Torino, che preveda il riconoscimento in Italia del titolo di studio straniero, periodi di stage e corsi di lingua italiana, di modo che ci sia uno scambio solidale e trasparente attraverso le istituzioni pubbliche e nessuna intermediazione privata». I vantaggi sarebbero reciproci: «Noi avremmo personale adeguatamente preparato, e i giovani che volessero rientrare nel Paese d’origine porterebbero con loro professionalità e coscienza dei propri diritti».
Il Piemonte fa il primo passo. Chiediamo se c’è una specificità piemontese sulla questione, e Gamba ci risponde positivamente: «Nella nostra Regione c’è una volontà particolare di reagire e risolvere il problema. Non a caso è l’unica il cui assessore alla sanità, Mario Valpreda, si è attivato firmando, lo scorso 22 dicembre, un protocollo con le parti sociali per “il superamento delle forme improprie di reclutamento di personale”». Lo scopo immediato è infatti sollecitare le Asl ad assumere direttamente gli infermieri attraverso contratti di diritto privato a tempo determinato. Ma è solo l’inizio, e il segretario Cgil Pierino Crema si dice convinto che l’assunzione nel pubblico impiego, anche di personale senza cittadinanza italiana, sia una strada obbligata: «È una politica già utilizzata all’estero. Le figure dei mediatori culturali non possono essere occasionali, soprattutto nei servizi in cui più alta è l’utenza straniera, come la sanità».
Ma non esiste alcuna strategia nazionale per la risoluzione del problema, relegato alle realtà locali; del resto il giro di denaro che sta dietro questi problemi, e l’enormità del sistema coinvolto, è tale da allontanare la possibilità di soluzioni a breve scadenza.
Marzo 2006
ANTIMAFIA IN PIEMONTE
Un torinese in Commissione antimafia
"Mafia-politica? Questione rimossa"
Intervista a Gianpaolo Zancan di Marco Nebiolo
Alla fine la spaccatura è arrivata insanabile anche in Comissione antimafia. La XIV legislatura, caratterizzata da una contrapposizione quasi assoluta tra forze di maggioranza e di opposizione sui temi più importanti della politica italiana, non ha fatto storia a sé neanche sul tema fondamentale della lotta alle mafie. L’opposizione non ha firmato la relazione presentata dal presidente Centaro, e ha presentato una corposa relazione di minoranza. Punto di rottura fondamentale: l’oscuramento da parte della maggioranza del tema della commistione tra mafia e politica.
Ne abbiamo parlato con il senatore Giampaolo Zancan, torinese, avvocato penalista di chiara fama, eletto nel 2001 come indipendente dell’Ulivo e iscritto al gruppo dei Verdi. Oltre a essere membro della Commissione antimafia, è stato vicepresidente della Commissione Giustizia, segretario della Commissione Mitrokhin, membro della Commissione Telekom Serbia e della Commissione sull’occultamento dei fascicoli sui crimini nazifascisti. Un’intensa attività che però non proseguirà nella prossima legislatura, perché «la legge elettorale voluta dalla maggioranza prevede che gli eletti siano decisi dai partiti, non lasciando alcuno spazio agli indipendenti. Continuerò in altre forme la mia battaglia per i diritti».
Senatore Zancan, perché l’opposizione ha presentato una relazione di minoranza?
Perché il Governo ha cancellato la questione mafia dall’agenda politica dell’ultima legislatura, che si è caratterizzata negativamente anche per un attacco ai magistrati antimafia senza precedenti, nel quadro più complessivo del ridimensionamento dell’autorità e del prestigio dell’ordine giudiziario. Un filo rosso attraversa le dichiarazioni del Governo sin dal 2001. Gli esempi sono numerosi, dall’assenza di riferimenti alla mafia nel discorso programmatico del presidente del Consiglio Berlusconi, alle dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture Lunardi sulla necessità di convivere con la mafia, al recente discorso di inaugurazione dell’anno giudiziaro di Castelli, in cui il Ministro si è limitato a parlare genericamente di criminalità organizzata, lodando l’efficacia dei provvedimenti del Governo in questo campo.
Quali provvedimenti del Governo e della maggioranza hanno segnato un arretramento nella lotta alle mafie?
L’elenco è lungo, e la cosa grave è che questi provvedimenti non hanno trovato opposizione da parte della maggioranza in sede di Commissione antimafia. Pensi alla c.d “Legge obiettivo” sulle grandi opere: il ritorno agli affidamenti diretti degli appalti senza gare rende più facile l’infiltrazione della malavita nei lavori. Oppure alla mancata ratifica della Convenzione di Palermo del 2000 sulla lotta alla criminalità organizzata transnazionale. E cosa dire della cacciata di Tano Grasso dal ruolo di Commissario straordinario antiracket e usura? Ne abbiamo abbastanza per affermare che non solo la legislatura è stata carente, ma in molti punti addirittura favorevole all’antistato. Pensi che al funerale di un magistrato della statura di Nino Caponnetto il Governo non mandò in sua rappresentanza neanche l’ultimo dei sottosegretari.
Perché la maggioranza ha interesse a cancellare in modo così esplicito la questione mafia dall’agenda di Governo?
La maggioranza aveva vinto, in Sicilia, 61 collegi a zero, un capitale elettorale enorme, che forse pensa di preservare in questo modo. Ma credo che una risposta si possa trovare nelle emblematiche vicende giudiziarie di Dell’Utri e di Totò Cuffaro. Sono avvocato penalista da più di 40 anni e sono un garantista per natura. Dell’Utri è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione. Fino a sentenza passata in giudicato lo si deve ritenere innocente, ma un conto è il piano giudiziario, un conto è il piano politico. Da questo punto di vista, il fatto che l’onorevole Dell’Utri abbia un ruolo centrale nella gestione della campagna elettorale di Forza Italia ha un significato enorme. Come il rinvio a giudizio del presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro per favoreggiamento a Cosa Nostra, che ha ricevuto, prima e dopo il rinvio a giudizio, la solidarietà del presidente della Camera Casini: questo gesto su un piano politico e sul piano dell’intensità del contrasto alla mafia ha un valore devastante, a prescindere dall’esito dei processi.
Nella relazione di maggioranza questi casi emblematici come vengono trattati?
Su Dell’Utri in circa 1600 pagine non è spesa neanche una parola. La questione Cuffaro viene liquidata in poche battute, insignificanti. Non c’è alcuna reazione di fronte a questi casi. È l’abdicazione del contrasto alla mafia.
Al caso Andreotti, invece, sono state dedicate centinaia di pagine…
Qui la cosa grave è che la Commissione non se ne è mai occupata. E credo giustamente, perché essendosene occupata ampiamente la magistratura ordinaria, salvo in presenza di elementi nuovi – che non sono mai pervenuti– la Commissione non aveva titolo per farlo. Tuttavia, molto inopinatamente – e altrettanto significativamente – la relazione di maggioranza dedica quasi 400 pagine al caso Andreotti. La mia impressione è che si tratti di un salvataggio richiesto. E anche se non è stato richiesto si tratta comunque di un salvataggio.
Che interesse c’è a compiere un’operazione di questo tipo?
C’è un filo conduttore che si vuole preservare tra una certa politica del passato e una certa politica di oggi: la convivenza con la mafia.
A proposito del presidente Cuffaro, sono molti gli esponenti del suo partito coinvolti in inchieste di mafia. Secondo lei esiste una questione Udc in Sicilia?
Il problema della commistione mafia-politica è un problema che non riguarda un solo partito. Tuttavia è vero che l’Udc presenta un numero di casi di coinvolgimento in indagini giudiziarie notevole. Ricordo che durante una delle missioni in Sicilia la Commissione interrogò il presidente Cuffaro. Io gli dissi: «Presidente, lei deve essere un uomo molto sfortunato, perché le persone che lei conosce spesso vengono arrestate». Disse che ero eccessivamente maligno. Risposi che potevo fare ben di peggio.
Il procuratore generale Caselli racconta che quando, nel 1993, giunse in Sicilia per guidare la procura di Palermo ebbe un impatto non facile con una certa mentalità siciliana molto complessa, fatta di sfumature difficili da decifrare per chi è originario del Nord. Durante questi anni, durante le missioni nelle regioni del Sud, ha riscontrato la stessa difficoltà?
La mafia, così radicata in Sicilia, si nutre di tutti gli stilemi comportamentali di quella realtà locale, con la quale cerca di vivere in simbiosi. Certamente è difficile comprendere come si realizza questa simbiosi, come si nutra di linguaggi, di culture, di modi di essere e di vivere. Si tratta però di una difficoltà iniziale assolutamente superabile. E poi sono sempre stato un grande lettore di Sciascia.
C’è qualche stereotipo di cui si è liberato?
Secondo me non bisogna neanche accentuare le difficoltà di comprensione. Bisogna attenersi ad alcuni punti fermi, tenere la barra dritta. Individuare gli intrecci e cercare di dipanarli.
Com’è affrontato il tema della responsabilità politica nella relazione di minoranza?
Lanciamo la proposta di promuovere, tra i partiti, un codice etico per escludere dalla politica le persone condannate in primo grado, o anche solo rinviate a giudizio, per fatti di mafia.
Come si concilia questa proposta con il principio di presunzione di innocenza?
Il garantismo è un fatto giudiziario. Kant diceva che la moralità è l’“a priori” della politica, non un dato posteriore alla medesima. Questo significa che un uomo politico ha doveri diversi rispetto a un privato cittadino. Chi si occupa della cosa pubblica ha vincoli di trasparenza maggiori, e per essere candidati è necessaria la trasparenza sin dal momento della candidatura. Per il semplice cittadino, invece, si può e si deve attendere la conclusione del procedimento penale.
La maggioranza come ha affrontato la questione ’Ndrangheta?
La sottovalutazione generale che pervade la relazione di maggioranza della commistione mafia-politica si ripercuote anche sulla lettura dell’emergenza Calabria. Secondo la maggioranza, tutto si riduce a episodi locali, limitati a casi autonomi. Invece la questione del rapporto mafia-politica è un problema di penetrazione a largo raggio, magari priva di una programmazione, ma accettata e condivisa nel metodo. Tutto ciò si ripercuote sul voto, spesso pesantemente condizionato. In quella Regione ci sono esempi clamorosi di quel rapporto malato.
Lei partecipò alla trasferta della Commissione a Locri dopo l’omicidio Fortugno. Cosa la colpì di quell’esperienza?
La scarsa consapevolezza da parte degli amministratori locali della gravità della situazione. Alle nostre domande su quali fossero le loro necessità più urgenti, c’era chi chiedeva qualche vigile urbano in più o provvedimenti di questa natura. È come se nel corso di una tempesta in mezzo al mare ci si preoccupasse delle scarpe che non riparano a sufficienza. Manca la coscienza di essere in una Regione dove la presenza mafiosa raggiunge la massima invasività a tutti i livelli.
Nella relazione di minoranza scrivete che il comportamento della maggioranza in commissione ha ricalcato quello della maggioranza di Governo e del Governo stesso: carenza di senso dello Stato e di responsabilità istituzionale. Quali comportamenti vi hanno portato a queste affermazioni?
Questa è la realtà, purtroppo. Se pensiamo al comportamento della maggioranza in antimafia rispetto all’attacco portato alla normativa sui beni confiscati – iniziato con il passaggio al Demanio della gestione di questi beni, scelta assolutamente incongrua, criticata aspramente dalla Corte dei Conti – non si può che rimanere sconcertati. E non dobbiamo dimenticare che la legislazione antimafia di questo Governo si inserisce in un quadro di legislazione del privilegio. Non c’è stata nessuna reazione degli esponenti della maggioranza in Commissione contro leggi manifestamente favorevoli alla mafia, prima fra tutti la legge sul rientro dei capitali dall’estero: quello è uno scudo fiscale per beni di riciclaggio illecito e mafioso. Avrebbe dovuto suscitare la reazione di tutta la Commissione antimafia, cosa che non è accaduta.
A proposito di riciclaggio, il procuratore Maddalena ha dichiarato che gli strumenti attuali di contrasto sono insufficienti e che sarebbe necessaria l’inversione dell’onere della prova sull’origine degli arricchimenti. Cosa ne pensa?
È una proposta che urta il mio garantismo. L’origine degli arricchimenti può essere lecita e tuttavia può essere interesse del proprietario mantenerne riservata l’origine. Il procuratore Maddalena ama le provocazioni intelligenti, ma sono convinto che non sia necessario arrivare a questi estremi per poter fare di più.
05.03.2006 – Famiglia Cristiana
Crimini di guerra, non vendetta ma giustizia
di Adriano Sansa
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La cupola delle tangenti
di Marco Lillo e Peter Gomez
La mappa delle mazzette dell'uomo di Storace. Le regalie proseguite con Marrazzo. Ecco la grande spartizione nel governo della Regione Lazio
Non è cambiato nulla. Rubano come prima, anzi più di prima. Alcuni lo fanno col metodo classico della mazzetta: la busta, o meglio il pacchetto pieno di soldi consegnato ai politici in maniera nemmeno troppo furtiva, spesso negli ascensori del palazzo in vetrocemento di via Cristoforo Colombo a Roma che ospita gli uffici della Regione Lazio. Altri, invece, lo fanno quasi alla luce del sole in occasione dell'approvazione di ogni legge di bilancio, quando i consiglieri di maggioranza e opposizione si spartiscono circa 30 milioni di euro di finanziamenti gentilmente concessi a centinaia di organizzazioni, ufficialmente senza fini di lucro, segnalate dai singoli esponenti di partito.
Il risultato è che 15 anni dopo l'arresto a Milano di Mario Chiesa, nella Capitale tangentopoli continua. Con gli stessi vizi di sempre: accanto ai collettori di bustarelle che raccolgono fondi neri per i vertici delle formazioni politiche, c'è la solita pletora di portaborse, dirigenti e funzionari ladri tout-court che fanno la bella vita. Sopra ci sono infine i partiti (quasi tutti) che si dividono in allegria e a norma di legge fondi pubblici dei quali poi nessuno si prende la briga di verificare la reale destinazione. E questa volta non è un 'si dice'. A raccontarlo, ai pm romani Giancarlo Capaldo e Giovanni Bombardieri, sono due documenti scoperti dai carabinieri nel corso delle indagini sulle truffe di Lady Asl, l'imprenditrice che riusciva a far accreditare dalla Regione le proprie cliniche e i propri laboratori sanitari, versando tangenti a funzionari e politici. Un'inchiesta che ha già portato all'arresto di una mezza dozzina di dirigenti regionali, di un capo di gabinetto dell'ex governatore Francesco Storace e di un suo assessore, ma che ora minaccia di estendersi a tutti i lavori pubblici dell'era del centrodestra.
Operazione Torax Il primo documento è un file di un computer intitolato Torax ('torace' in spagnolo). A scriverlo, con l'intenzione di ricavarne una lettera da inviare a Storace, è stato l'ex assessore ai Trasporti Giulio Gargano, attualmente agli arresti domiciliari dopo aver patteggiato una pena a 4 anni e sei mesi per lo scandalo della sanità. Gargano lo ha preparato per difendersi dalle accuse di aver intascato denaro all'insaputa del partito, mosse contro di lui all'interno di Alleanza nazionale. Con precisione l'ex assessore fa allora il punto della situazione: elenca tutta una serie di appalti relativi alla costruzione di strade, ferrovie e acquisti di bus. Parla della privatizzazione dell'azienda per il trasporto su gomma. Cita quasi tutte le grandi opere del governo Storace più una serie di gare dell'Anas regionale, l'Astral e della società a capitale misto che deve costruire la bretella autostradale per Formia. Ricorda, infine, gli appalti per le pulizie, per le assicurazioni e per la vigilanza. Spesso accanto ai nomi delle aziende vincitrici (ci sono pure le cooperative rosse e alcune imprese considerate vicinissime ad An) indica il nome dei loro referenti politici e in un caso arriva a scrivere: "Tu dovresti ripartire la cifra fra te, Forza Italia e Udc". Poi fa riferimento quasi esplicito a delle somme di denaro mascherate da una serie di 'X'.
Assalto alla diligenza Il secondo documento è invece la lista delle associazioni e degli enti a cui vengono erogati fondi pubblici in occasione delle leggi di bilancio regionali (l'ultima risale al 2006). È un elenco lunghissimo che i carabinieri hanno per ora acquisito solo nella parte riguardante 46 diversi finanziamenti sponsorizzati dallo stesso Gargano e dall'attuale sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi (Udeur), sotto inchiesta per corruzione. Gli investigatori si sono resi conto che accanto al denaro stanziato per iniziative meritevoli, come l'assistenza agli anziani, la promozione di eventi culturali e sportivi, i finanziamenti alle parrocchie, compaiono soldi destinati anche a una serie di organizzazioni amministrate da parenti o collaboratori dei consiglieri regionali. Il sospetto è insomma che alla Pisana (il consiglio del Lazio) ci sia chi sostiene la propria attività politica utilizzando denaro dei contribuenti. Il tutto in maniera formalmente legale visto che quest'anno per ciascuno dei 70 consiglieri sono stati messi a disposizione 350 mila euro (100 mila cash per le associazioni, più 250 mila in conto capitale per i lavori pubblici); che erano 550 mila 12 mesi fa e addirittura circa 700 mila quando alla testa della Regione c'era ancora Storace. Ora i capigruppo dei partiti di centrosinistra, con una lettera al 'Corriere della Sera', si affannano ad assicurare che la prassi è perfettamente regolare, mentre la giunta Marrazzo spiega di aver tentato di ridurre il più possibile gli stanziamenti. Sull'intera materia è stata però aperta una seconda inchiesta, da parte del pm romano Giuseppe De Falco, e dai primi accertamenti è emerso, per esempio, il caso di un'associazione pro Amazzonia beneficiata con più di un milione di euro che, secondo le denunce dei Comunisti italiani, ha sede dove un consigliere ha il proprio gruppo politico 'rosso-verde': stesso indirizzo, stesso numero di telefono. È probabile che in questa indagine finiranno per confluire anche le dichiarazioni, ancora top secret, raccolte durante l'inchiesta su Lady Asl che spiegano le apparenti differenze di trattamento tra i vari consiglieri (più soldi gestiti da membri della minoranza rispetto a quelli della maggioranza) con la necessità di garantire agli sconfitti una sorta di risarcimento elettorale.
Pasqua di bustarelle Il clima che per anni si è respirato in Regione e il via vai di denaro (lecito o meno) che avveniva in quegli uffici lo raccontano, del resto, bene due testimoni. "Ho visto nascondere sacchetti neri, tipo immondizia, in un armadietto blindato. Chiaramente si trattava di versamenti per la campagna elettorale", ha detto Dario Pettinelli, esperto in comunicazioni e fino al 2005 membro dello staff di Storace. "Il venerdì santo del 2002 o del 2003, mentre stavo uscendo dal palazzo della Regione, un fattorino mi consegnò una colomba. Non ricordo chi fosse il mittente, ma il nome non mi diceva nulla. Aprii la scatola e scoprii che dentro c'erano 10 milioni di lire. Denunciai subito tutto ai carabinieri", ha aggiunto spaventato Tommaso Nardini, sino al 2002 segretario particolare dell'ex governatore, delineando i contorni di una situazione ormai fuori controllo.Talmente fuori controllo che l'assessore Gargano, ex fedelissimo di Storace, si trova a un certo punto costretto a difendersi dalle accuse di aver intascato mazzette all'insaputa del partito.
"Voci su Lotito (il presidente della Lazio Claudio Lotito, proprietario d'imprese di pulizie, vigilanza e costruzioni, ndr) e Ciarrapico (Giuseppe Ciarrapico, imprenditore ed editore romano ndr) da cui avrei avuto finanziamenti: né una lira dal primo né mai avuto contatti di alcun genere con l'altro", scrive sul suo computer il politico regionale in una lettera che vorrebbe inviare a Storace, ma che poi sostiene di non aver mai spedito. Quindi prosegue spiegando di quale materie si è occupato e di quali no. Gargano afferma, per esempio, di essere rimasto fuori dalla "gara per la vigilanza in regione". Dice che "né Lotito", il quale cura la security in via Colombo, "né Gravina (Domenico, titolare dell'Italpol, ndr) né Di Gangi (Pasquale, patron della Sipro, ndr) hanno corrisposto nulla al sottoscritto". E aggiunge, facendo forse riferimento all'ex assessore al Personale e attuale vicepresidente del consiglio Bruno Prestagiovanni (An): "Mi risulta però che sono stati chiamati da Prestagiovanni". Infine scrive: "Metro C gara da parte del Comune Roma".
La messa a posto A scorrere il documento Torax è facile andare con la mente ai pizzini con cui Bernardo Provenzano stabiliva la 'messa a posto' (il versamento del pizzo) delle varie imprese. Il boss usava un codice alfanumerico per nascondere l'identità dei suoi compari. Gargano, invece, esplicita i nomi dei presunti complici, ma è più riservato sulle cifre. Quando si tratta di quantificare le mazzette ricorre alle 'X'. Lo fa, per esempio, affrontando il capitolo relativo alla "privatizzazione" di parte del Cotral, l'azienda di trasporto regionale. " La Sita ", si legge nel file, " ci ha fatto sapere che, se vincerà, è disposta a XXXXX, stessa cifra che aveva pattuito con Aracri (Francesco, assessore ai trasporti prima di Gargano, anche lui di An, ndr) però per il 49 per cento del pacchetto azionario, cifra che hanno comunicato anche a Tajani, Ciocchetti e che tu dovresti ripartire tanto a te, tanto Forza Italia, tanto Udc".
Ciocchetti è Luciano Ciocchetti, ex capogruppo Udc in regione, oggi deputato nazionale. Tajani è invece Antonio Tajani, all'epoca coordinatore laziale di Forza Italia e addirittura capogruppo degli azzurri all'europarlamento. Dovevano essere dunque loro i terminali delle presunte tangenti? Non è chiaro. Secondo indiscrezioni Gargano avrebbe già spiegato che in realtà a occuparsi della questione sarebbero stati alcuni personaggi del loro entourage. Pochi dubbi invece su che cosa sia la Sita , la Società italiana di trasporti automobilistici che fattura 230 milioni ospitando sui suoi pullman 10 milioni di passeggeri in tutta Italia. Sulla carta è una controllata dello Stato. In realtà si tratta di una creatura dell'imprenditore pugliese Luciano Vinella che ne detiene ancora il 45 per cento delle quote. Vinella, che vanta rapporti anche con i Ds, è un amico di famiglia di Gianfranco Fini: a Roma affitta un appartamento nel quartiere Trieste alla madre del leader di An e nel 2004, quando l'allora amministratore delegato delle Ferrovie, Giancarlo Cimoli, tentò di toglierlo dalla guida di Sita, ha visto venir giù dai banchi di An un diluvio di interrogazioni parlamentari. Seguite da lettere di fuoco scritte dal vice-ministro Mario Baldassarri. Il risultato? Cimoli fu spedito all'Alitalia e Vinella ricominciò a comandare in Sita. In ogni caso, per quanto riguarda la privatizzazione del Cotral, nel file Torax si legge: "La gara viene sospesa come da tua richiesta".
Le aziende amiche Accenni espliciti alle tangenti, in questo caso forse già versate, non mancano poi in altri brani del documento. Gargano scrive: "Ho fatto consegnare per te XXX euro dall'ingegnere Crivellone ad Abodi". Il riferimento è tutto per il business delle strade. Andrea Abodi è infatti il presidente dell'Astral, l'azienda pubblica delle strade regionali, e dell'Arcea, una società mista che dovrebbe realizzare due autostrade: la Roma-Formia e la Cisterna-Valmontone. Proprio per questo ad Abodi, stando all'appunto, sarebbero stati "delegati i rapporti aziendali" con le società che lavorano per l'Astral e l'Arcea. Umberto Crivellone, l'ingegnere che gli avrebbe consegnato il denaro, presiede invece il consorzio d'imprese che si è aggiudicato la costruzione della tangenziale dei Castelli, quella che dovrebbe decongestionare dal traffico la via Appia. Crivellone e Gargano sono molto amici: l'appartamento dove ha sede l'ufficio politico dell'ex assessore ai Trasporti è di proprietà dell'imprenditore, il quale è anche al vertice del Centro di studi sociali, una delle tante associazioni finanziate dalla Regione. L'amicizia è però una cosa. Il business e la politica sono un'altra. Gargano nella sua lettera, quindi annota: "Tangenziale Castelli perizia variante approvata XX,00 x X=XX,000 (2004)". L'affare ha comunque un secondo risvolto interessante: del consorzio impegnato nella costruzione della tangenziale fa parte la So.Co .Stra.Mo di Erasmo Cinque, membro delle segreteria nazionale di An ed ex presidente dell'associazione costruttori edili di Roma e provincia (Acer).
Lotto continuo L'abitudine di avere un occhio di riguardo nei confronti delle aziende amiche sembra confermata da altri brani del documento. Per la "vecchia gara sulla cartografia", scrive Gargano, "doveva corrispondere Galeazzi perché la ditta era sua. Mi ha assicurato che veniva direttamente da te". L'appalto (3,5 milioni di euro) risulta vinto da un'impresa di Latina, di proprietà di Pasquale Marrone, un imprenditore amico dell'ex deputato di An, Alessandro Galeazzi. Ma Marrone a 'L'espresso' dice: "La gara è stata regolare. Conosco bene Galeazzi, chi però si azzarda a dire che è mio socio o che ho versato un solo euro verrà querelato, perché è falso". Nel suo file l'ex assessore ai Trasporti non delinea comunque un sistema basato esclusivamente sulle mazzette. Spesso fa riferimento solo a una ben poco liberista vicinanza politica: la gara per la sicurezza stradale sarebbe così stata assegnata ad "amici di De Lillo (Stefano, consigliere di Forza Italia)"; quella per un'altra importante via di comunicazione a degli amici dell'ex assessore Francesco Aracri e di un potente dirigente regionale, mentre le imprese che si sono aggiudicate il secondo lotto della strada statale dei Monti Lepini sarebbero state "mandate da Carnevale", verosimilmente il segretario amministrativo della Lista Storace. Tra esse compare pure il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna (Ccc), la più grande coop rossa d'Italia. Non deve stupire. Intercettando i telefoni degli indagati i carabinieri hanno capito che quando si parla di affari il clima è assolutamente bipartisan. Un esempio? Nel maggio del 2006 Gargano, ormai semplice consigliere, chiama il capo della segreteria dell'assessore alla Sanità Augusto Battaglia (Ds) per sollecitare dei pagamenti in favore di un laboratorio di analisi cliniche a lui legato.
Parenti e amici Intercettazione dopo intercettazione si scopre però dell'altro. L'ex assessore sollecita pure "i contributi previsti nell'ambito della legge regionale che riguarda il bilancio". Saltano fuori così una serie di associazioni, come la Polis , la Idee per la vita, la Pensiero e lavoro, la Nuova orizzonti e Il centro studi sociali, amministrate da suoi parenti, amici o collaboratori, alle quali nel corso degli anni sono arrivati due milioni e 200 mila euro, in parte versati all'epoca del centrosinistra. È insomma facile immaginare la sorpresa degli investigatori quando si rendono conto che in Regione esiste un elenco dei beneficiati dei finanziamenti accanto al quale compare il nome del consigliere sponsor. Dalle carte che 'L'espresso' ha potuto consultare emerge, per esempio, che Verzaschi (Udeur) ha ottenuto 270 mila euro in favore degli enti da lui segnalati: 60 mila sono finiti alla fondazione Nova Civitas, i cui uffici sono stati usati da Verzaschi (ora sottosegretario) per la sua campagna elettorale; altri 10 mila all'associazione Bacus, di Sara Ugolini, candidata alle comunali per una lista di Verzaschi pro-Veltroni. È chiaro che una parte dei contributi rappresentano ormai qualcosa di molto simile a un finanziamento pubblico mascherato ai partiti. Per questo suscita interrogativi il milione di euro andato agli istituti Iswel e Irem specializzati in corsi d'informatica. Entrambi gli enti hanno lo stesso indirizzo e numero di telefono di un'associazione politica, il Centro democratico, presieduta dall'ex dc Giampiero Oddi, il patron dei due istituti che fino a qualche mese fa si vantava di rappresentare i 10 per cento degli iscritti romani della Margherita.
"Sono emerse situazioni 'incresciose' come quella della Fondazione Italia-Amazzonia, un milione e 205mila euro, destinati a progetti non meglio precisati o molto di carattere locale", denuncia Maria Antonietta Grosso (PdCi), l'unico consigliere che ha rifiutato di partecipare alla grande abbuffata. La Grosso punta l'indice contro il suo ex collega di partito Alessio D'Amato, che oggi ha creato il suo gruppo rosso-verde. D'Amato smentisce e querela. Comunque siano andate le cose resta il dato politico: se i consiglieri del Lazio vogliono continuare a distribuire finanziamenti a pioggia dovrebbero rendere pubbliche non solo la lista dei beneficiati, ma anche quella dei loro sponsor politici. Solo così sarà possibile rendersi conto a chi hanno regalato i soldi dei cittadini.
Due misteri per Lady Asl
Un tesoro tutto cash, tenuto su conti correnti fin troppo facili da scoprire: senza investimenti, senza comprarci nemmeno un immobile. Possibile che Anna Iannuzzi, ormai nota con il soprannome di Lady Asl, abbia lasciato oltre 30 milioni di euro senza utilizzarli? Una mossa che non si accorda con la scaltrezza del personaggio, capace di costruire dal nulla un piccolo impero della sanità convenzionata. Quel denaro, secondo i magistrati, è il frutto della truffa montata a freddo dalla Iannuzzi con complicità di alto livello: denaro versato dalla Regione Lazio sui conti della Ims e della Medicom, due dei centri della signora delle tangenti, per prestazioni mai effettuate. Per chi erano i soldi? Nelle sue confessioni fiume, solo in parte riscontrate, Anna Iannuzzi sostiene che quei milioni erano la provvista per la campagna elettorale di An: soldi non suoi, ma destinati ai politici. Lei però li trattenne violando gli accordi e ci fu una lite furibonda con l'assessore Giulio Gargano. Il pubblico ministero Giancarlo Capaldo contesta questa ricostruzione a Gargano durante l'interrogatorio, ma il magistrato non sembra sostenerla fino in fondo. E infatti torna alla carica con la Iannuzzi e le domanda: "Mi sembra strano che lei potesse fare un simile scherzetto ad An quando c'era il rischio di una vittoria alle elezioni di Storace, ci dica la verità...".
Non è l'unico punto che resta misterioso. Con il marito Andrea Cappelli i pm insistono sui rapporti con alti prelati. Tentano di esplorare l'ipotesi del socio occulto. Ma l'uomo nega: conferma intense relazioni ecclesiastiche, sbandierate come uno strumento per arginare l'invadenza della politica: "Le faccio un esempio: monsignor Tarcisio Bertone ha inaugurato una delle nostre strutture ed è venuto più volte da noi. Il segretario Joseph di papa Ratzinger, adesso non ricordo il cognome, è stato da noi più volte, il segretario di quand'era cardinale, non l'attuale Georg". Cappelli spiega ai pm di non avere ricevuto dal Vaticano contropartite né richieste, ma che ogni tanto la moglie consegnava donazioni in contanti di "poche migliaia di euro" a diversi monsignori tra i quali anche Bertone, ora segretario di Stato.
Il chirurgo, la coca e le raccomandazioni
Davanti ai magistrati la loro è stata una polemica senza esclusione di colpi. Da una parte Cosimo Speziale, ex direttore generale della Asl Roma B e grande pentito dell'inchiesta sulla tangentopoli laziale che accusa politici ed ex assessori, tra i quali anche l'attuale deputato di Forza Italia Giorgio Simeoni, di aver intascato mazzette a getto continuo. Dall'altra Giulio Gargano, ex assessore di An alla Sanità e ai Trasporti, che si difende ed elenca le ragioni per cui Speziale potrebbe avercela con lui, arrivando a mettere a verbale un episodio dai contorni ancora oscuri. Quando i pm gli fanno presente che Speziale, per una gara relativa alle pompe funebri, sostiene di avergli dato 20 mila euro "sull'ascensore, perché lui aveva paura delle microspie", Gargano, che pure ha ammesso altri contributi, è categorico: "Speziale non mi ha mai dato soldi, anche se una volta, prima della Pasqua del 2004, mi ha dato un pacchetto, che non ho aperto, da consegnare a Niccolò Accame, il portavoce di Storace". Un pacchetto "rettangolare, incartato come fosse un regalo da festa, con un bigliettino sopra che sembrava un piccolo mattone", spiega Gargano, sostenendo di averlo dato ad Accame fuori dalla Regione. Comunque stiano le cose un fatto è certo: dai verbali dell'inchiesta emerge un ritratto del sistema sanità regionale sconcertante. Gargano ricorda che Storace rimproverava al suo manager "di essere totalmente autonomo, di non seguire le direttive" e aggiunge che lo scontro tra i due raggiunse l'apice quando "in occasione di un incidente in cui morì una persona, Storace gli chiese di mettere il primario e tutta l'équipe medica immediatamente fuori ruolo in attesa degli esiti delle indagini, mentre Speziale non fece niente di quanto richiesto". Dopo questo caso ne sarebbe seguito un altro: la storia di un primario neurochirurgo forse cocainomane per qualche mese in servizio all'ospedale Sandro Pertini.
Gargano racconta che il medico doveva "mettere in piedi una struttura importante per l'intervento alla colonna vertebrale". Dopo qualche tempo però Speziale lo chiamò per dirgli: "Ma io questo non lo posso far lavorare, perché questo mi arriva tardi alla mattina, non ci sta mai, questo è cocainomane".
Di fronte a questa obiezione Gargano si tira indietro. "Io questa cosa non la so", gli risponde, "a me di lui mi hanno parlato molto bene. Ma se tu dici che è cocainomane è chiaro che non può fare interventi sulla colonna vertebrale perché metterebbe a rischio seriamente la vita dei pazienti". Il neurochirurgo, di cui l'ex assessore non ricorda il nome, viene comunque messo da parte.
Ma anche a Gargano sembra restare il dubbio: quel medico era davvero un tossicodipendente, oppure quello della cocaina era solo un pettegolezzo utilizzato per farlo fuori?
La sanità è un affare privato
Lady Asl, al secolo Anna Iannuzzi, nei suoi interrogatori punta il dito anche contro due big della sanità privata come i gruppi Angelucci e Ciarrapico. Al pm chiede velenosa: "Perché non indagate anche sugli altri?". E quando si sente rispondere: "Lei ci dia delle indicazioni che se abbiamo dei buchi li colmiamo", non può far a meno di sbottare: "Voi, magistrato mio, ci avete una voragine, mi creda. Per esempio, perché non indagate su Villa Patrizia?". È l'inizio di una serie di presunte rivelazioni tutte ancora da valutare. Lady Asl mette a verbale le confidenze di un direttore sanitario secondo il quale la clinica, che fa parte del gruppo Tosinvest (Angelucci) e che oggi si chiama San Raffaele al Nomentano, sarebbe riuscita a ottenere rimborsi regionali anche per prestazioni per le quali non era stata accreditata. Uno scandalo, protesta Anna Iannuzzi, "però a loro non li arresta nessuno". Il tentativo di Lady Asl è quello di descriversi come la vittima di un sistema costretta a pagare tangenti per ottenere con le mazzette quello che i suoi concorrenti più importanti ricevevano grazie ai rapporti politici. In questo contesto parla anche del 'nemico' Giuseppe Ciarrapico e del suo gruppo Eurosanità che in base a una sentenza del Tar doveva ricevere 50 milioni di euro dalle Asl e che invece, dopo una transazione autorizzata proprio da Storace, si sarebbe ritrovato in tasca molto di più. A seguire la transazione è stato Cosimo Speziale, l'ex direttore generale della Asl Roma B, già arrestato e oggi grande gola profonda dell'inchiesta. Speziale non la contraddice e spiega ai pm: "Il Policlinico Casilino era intoccabile perché Ciarrapico aveva rapporti diretti con Storace: arrivavano le cose già belle e preparate.
Lo sapevano pure le pietre che Ciarrapico è legato a Storace".


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