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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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ITALIANI A PECORELLA
di Beppe Grillo - dal blog www.beppegrillo.it
Se dura ancora qualche mese questo governo abolirà il codice penale .
La sua ultima trovata è la legge "Pecorella" approvata in parlamento.
La legge stabilisce che, in caso di assoluzione dell’imputato, il Pubblico Ministero non può più ricorrere in appello, ma solo in Cassazione.
L’imputato condannato, invece, conserva il diritto di fare appello e, se lo perde, può ancora rivolgersi alla Cassazione. La limitazione dei poteri del PM è una grave violazione della parità delle parti nel processo, sancita dalla Costituzione.
Per capirci, pensiamo ad una partita di calcio fra la squadra della Boccassini e la squadra di Previti.
Se alla fine del primo tempo vince la Boccassini, Previti può giocare il secondo tempo e i tempi supplementari.
Se invece nel primo tempo vince Previti, per rifarsi la Boccassini avrà solo i supplementari, niente secondo tempo.
Se davvero succedesse questo nel campionato di calcio ci sarebbero le barricate.
Anche Mediaset scenderebbe in piazza perché potrebbe trasmettere solo un pezzo della partita.
Ma quel che è impensabile per un gioco è la nuova realtà del processo italiano.
Altro effetto della legge “Pecorella” , che si verifica sempre, anche quando c’è stato appello dell’imputato, è la trasformazione del giudizio di Cassazione (che dovrebbe decidere esclusivamente sulla buona applicazione della legge) in un terzo grado di giudizio di “merito”, ossia di riesame dell’intera attività processuale svolta in precedenza.
Questo significa:
- stravolgimento del ruolo della Cassazione
- aumento della durata, già vergognosa, dei processi
- moltiplicazione dei ricorsi strumentali e dilatori
- ingestibilità della Cassazione, che alla fine scoppierà.
Se combiniamo tutto questo con la riduzione dei termini di prescrizione (legge ex Cirielli), possiamo tranquillamente dire che gli effetti della legge “Pecorella” saranno sconvolgenti.
Chicca finale: il Commissario europeo dei diritti umani Alvaro Gil-Robles ha scritto, il 14 dicembre 2005, oltre 60 intense pagine contro l’amministrazione della giustizia in Italia.
Ps: Il nano portatore di prescrizioni si è recato in tribunale per testimoniare.
Tutti si sono stupiti perchè non ha detto nulla.
Belin, ha fatto bene: se diceva qualcosa lo arrestavano per falsa testimonianza.
13.01.2006
I futuri scalatori di Telecom, di Bnl, di Antonveneta,
del «Corriere della sera» s’incontrano nel 1998.
Quando la Banca agricola mantovana è assalita dal Monte dei Paschi di Siena
di Gianni Barbacetto
La scalata a Telecom è la prima operazione di quelli che poi diventeranno «i furbetti del quartierino». Emilio Gnutti, Giovanni Consorte, Gianpiero Fiorani hanno tutti una parte in commedia già nella «madre di tutte le opa». Gnutti è uno dei protagonisti di primo piano. Fiorani è più defilato, ma offre i servizi bancari (e i contatti all’estero) della sua Popolare di Lodi a un Consorte che, da un giorno all’altro, fa il grande salto e da assicuratore del mondo cooperativo diventa grande finanziere nazionale. Con loro c’è anche un giovanotto romano ancora sconosciuto: un certo Stefano Ricucci di cui non si accorge ancora nessuno, ma che, zitto zitto, ha stretto già ottimi rapporti con gli scalatori, visto che (come racconta Mario Gerevini sul CorriereEconomia del 12 settembre) tra il 1998 e il 1999 investe grosse cifre, guarda caso, in Olivetti e in Tecnost: due aziende che, coinvolte nella scalata Telecom, cresceranno rispettivamente del 500 e del 700 per cento. Quando si dice la preveggenza...
Pavarotti sotto il tendone. Ma la nascita del primo nucleo della Bicamerale degli affari è precedente. Il luogo è Mantova. L’anno è il 1998, alla vigilia della scalata Telecom, quando il Monte dei Paschi di Siena lancia un’opa per conquistare la Banca agricola mantovana (Bam). Il Montepaschi, oltre a essere la banca più antica del mondo, nata nel 1472, è anche il campione della finanza rossa, controllata dagli amministratori locali, tutti Ds. L’uomo forte di Siena, in quel momento, è Stefano Bellaveglia, dalemiano doc. È lui che conduce in porto l’operazione per la conquista della Bam. La Banca agricola mantovana è una solida banchetta di provincia ancorata al ricco territorio di Mantova. Dentro di sé ha due anime: quella cattolica e popolare, sostenuta dal tessuto dello cooperative bianche; e quella rossa ed ex comunista, agganciata alle amministrazioni di sinistra nell’unico lembo lombardo che il centrodestra fatica a espugnare. Dentro la banca, in più, ci sono alcune soggettività forti: Steno Marcegaglia, il più esuberante degli imprenditori mantovani; e Roberto Colaninno, grande manager della Olivetti di Carlo De Benedetti. Colaninno ha stretto alleanza con un gruppo di bresciani che hanno un sacco di voglia di far girare i soldi che si producono dalle loro parti: Chicco Gnutti, appunto, e i fratelli Ettore, Fausto e Tiberio Lonati.
Anche Ricucci era arrivato fino a Mantova, e già nel 1995. Ma soltanto come cliente. Come mai il romanissimo giovanotto era andato ad aprire un conto 480 chilometri più a nord, presso la Banca agricola mantovana? Lo spiega Gerevini: Ricucci aveva un rapporto molto intenso con Massimo Bianconi, che nel 1995 era condirettore generale della Bam. Il rapporto era così intenso che Ricucci segue Bianconi nei suoi spostamenti professionali: nel 1995 alla Banca mantovana, nel 1998 alla Banca nazionale dell’agricoltura di Roma (che apre a Ricucci la sua prima consistente linea di credito, da 15 miliardi di lire, per il trading di Borsa), nel 2000 alla Cariverona (dove Bianconi gli concede un prestito da 20 miliardi di lire). Ma ormai a Mantova Ricucci aveva incontrato Gnutti, e la sua vita era cambiata: nel 2001 il finanziere bresciano accoglie l’aspirante immobiliarista in Hopa, la sua cassaforte, la Bicamerale della finanza, dove Ricucci incrocia anche Fiorani e Consorte. Di lì a pochi anni, i furbetti del quartierino esibiranno la loro formazione definitiva, pronti alle scalate del 2005.
Ma torniamo alla scena primaria, all’alba dei furbetti. Il 9 dicembre 1998 il Montepaschi lancia la sua opa sulla Banca agricola mantovana. La città si spacca: da una parte l’anima bianca, che promette di alzare le barricate contro i conquistatori senesi; dall’altra l’anima rossa, che li vuole accogliere come liberatori. Il Montepaschi fa una grande campagna per conquistare il consenso dei mantovani. Viene montato un grande tendone dove viene chiamato a cantare, gratis per la città, Luciano Pavarotti.
Il giorno della verità è il 20 febbraio 1999: in un altro gigantesco tendone sono chiamati ad accorrere tutti i soci della banca, che sono migliaia e devono votare sì o no alla trasformazione da popolare in spa. È l’arzigogolo inventato da un funzionario di Bankitalia di nome Gennaro D’Amico. Funzionario di Bankitalia, D’Amico escogita la soluzione tecnica per permettere le acquisizioni di banche giuridicamente particolari come le casse di risparmio e le banche popolari: Bankitalia permette le opa anche su di esse, purché si trasformino in spa prima di essere incorporate. Un arzigogolo che è stato molto d’aiuto, per esempio, a Fiorani lanciato nella sua bulimica campagnia acquisti. E, nel 1998-99, al Montepaschi. Per la cronaca, bisogna segnalare che D’Amico nel 2003 ha lasciato la Banca d’Italia e, con grande stupore dei suoi ex colleghi, è andato a lavorare alla Hopa, la holding di Gnutti. Per poco: si è poi trasferito proprio alla Popolare di Lodi.
Dunque: nel tendone di Mantova, in una fredda giornata del febbraio 1999, si scontrano bianchi contro rossi. Oltre 9.500 persone, in rappresentanza di quasi 20 mila voti. Nelle assemblee delle banche popolari, vale il principio «ogni testa un voto», a prescindere dalle azioni possedute. La battaglia è epica. Interviene anche Bruno Tabacci, che è di Quistello, provincia di Mantova: pronuncia un appassionato discorso in cui dice che se passano i senesi, la banca sarà annullata, Mantova sarà cancellata dalle mappe dell’istituto e trionferà la logica del Palio. In alternativa, la Bam avrebbe dovuto sviluppare alleanze con le banche padane, la Cariparma , la Cassa di Verona, quella di Vicenza...
Discorso inutile. I mantovani presenti votano a maggioranza no, ma con i pullman sono arrivati soci da Abbiategrasso, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, perfino dalla Toscana. «Avevano fatto, sotterraneamente, una bella campagna acquisti, anche offrendo azioni ai nuovi assunti della banca», sostiene oggi Tabacci. Alla fine, circa il 55 per cento è per il sì, circa il 45 per cento per il no. Nella folla del tendone non si notano, ma con i senesi si sono schierati, oltre a Colaninno, anche i bresciani, Gnutti, i fratelli Lonati. Gnutti entra nell’azionariato del Montepaschi. Stringe un patto di ferro con Bellaveglia, che è il punto di congiunzione con i bolognesi dello coop rosse e in primo luogo con Giovanni Consorte. Nasce così, sotto un tendone di Mantova, il gruppo bipartisan destinato a grandi imprese, dall’opa Telecom alle scalate dell’estate 2005. Perso per strada Colaninno (che mantiene interessi industriali e si sente tradito da Gnutti che vende Telecom a Tronchetti), i furbetti bianchi e rossi crescono, trafficano, scalano. E, infine, cadono.
Famiglia di imprenditori edili ricattata dai delinquenti: sei arresti
IN ROVINA PER GLI USURAI
DEBITI PER DUE MILIONI
Cade nella rete banda di "strozzini"
di MARCO PREVE
"Di notte non dormiamo più. Il problema è che i carabinieri li mandano in galera ma poi i giudici, anzi le leggi li fanno tornare liberi. E allora ripensi se hei fatto bene".
Come raccontano loro stessi, c'è voluto molto coraggio ai membri di una famiglia di imprenditori edili che, dopo due anni di vita infernale, hanno deciso di denunciare la banda degli strozzini che li avevano portati sull'orlo del fallimento.
Due giorni fa sei persone sono state arrestate per usura ed estorsione dai carabinieri del Ros a conclusione di una lunga e delicata indagine coordinata dal pm Andrea Canciani della Direzione distrettuale antimafia. Un'inchiesta complessa e importantissima, perchè dagli accertamenti emergerebbero inquetanti collegamenti con le famiglie strettamente imparentate ad alcune cosche della 'ndrangheta calabrese. A Marassi sono finiti Cosimo Gorizia, 26 anni originario di Mammola (Reggio Calabria); Giuseppe Sofrà, 60 anni già arrestato un anno fa per il possesso illegale di una pistola con la quale minacciava di morte gli imprenditori; Giuseppe Gorizia, 23 anni fratello di Cosimo; Giorgio Ghisu, 56 anni; Stefano Boragine 23 anni e Silvio Criscino 58 anni di Coronata.
La storia comincia quando fratello e sorella titolari dell'impresa attraversano un momento di difficoltà e le banche chiudono le porte. E' il 2002, e attraverso un loro subappaltatore, Cosimo Gorizia, chiedono un primo prestito di diecimila euro. Nei due anni successivi, scrive il gip Maria Califano, «le vittime sono state abilmente condotte in una spirale», che li ha costretti a chiedere sempre più soldi per pagare interessi sempre più alti (anche il 350% annuo) ed evitare che gli assegni consegnati agli strozzini venissero messi all'incasso in banca, con il risultato di risultare scoperti e portare l'azienda al fallimento. Alla fine sono stati due milioni i soldi pagati ai cravattari. Il tutto con un contorno di minacce rivolte anche nei confronti dei figli adolescenti e dell'avvocato che assiste gli imprenditori da parte dei soggetti che il gip definisce di «allarmante pericolosità». I carabinieri del colonnello Sandro Sandulli hanno sequestrato centinaia di assegni - alcuni consegnati dalle vittime nello studio di un notaio del centro -. che proverebbero le accuse. Oltre a molte intercettazioni telefoniche ci sarebbero anche registrazioni coraggiosamente effettuate da una delle vittime. Oltre agli arrestati, sono indagati anche Domenico Magnoli, 55 anni, di Busalla, che prima di Natale era stato coinvolto in un'altra indagine per usura dei finanzieri del Gico. Oggetto di perquisizione anche Luigi Rebolini, in affari con gli imprenditori usurati. Secondo gli investigatori i finanziatori del giro erano Ghisu, Boragine e Criscino che è un ex gioielliere, ed è noto anche per essere cognato di Gino Mamone dell'omonima famiglia di imprenditori titolari della Ecoge.
La maggior parte degli arresti è difesa dall'avvocato Giuseppe Gallo che ieri ha incontrato i suoi clienti in carcere. «Data la mole di documentazione sequestrata - dice il penalista - è difficile per ora dare una valutazione. C'erano rapporti di affari tra i denuncianti e i miei assistiti, e credo che sia in questo contesto che cercheremo di chiarire alcuni aspetti della vicenda».
SGOMINATO GIRO DI USURAI A GENOVA, TASSI DEL 350%: 7 ARRESTI
GENOVA - Da un piccolo debito di 19 mila euro si erano trovati a dover restituire in due anni circa due milioni di euro ad un gruppo di usurai che applicavano interessi composti fino al 350% l'anno: l'angosciosa storia di strozzinaggio di cui è rimasta vittima una famiglia di imprenditori edili genovesi è stata scoperta dai carabinieri del Ros, che hanno arrestato sette persone in esecuzione di altrettanti ordini di custodia cautelare.
Durante una serie di perquisizioni, i carabinieri hanno sequestrato assegni e conti bancari, nonché due fucili ed una pistola cal. 38 con la quale gli usurai avevano minacciato gli imprenditori. Questi, eredi di un'antica impresa edile genovese con oltre cento anni di vita ora specializzata in ristrutturazioni, sono stati costretti a vendere diversi beni mobili ed immobili per far fronte alle pretese degli strozzini. Secondo gli investigatori, gli usurai si muovevano a margine della criminalità organizzata calabrese.
[© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 10/01/2006 09:09]
(ANSA) - GENOVA, 10 GEN - A finire in carcere su ordine del Gip di Genova, che ha accolto le richieste della Direzione Distrettuale Antimafia, sono state sette persone di cui tre calabresi con legami, secondo gli inquirenti, alla famiglia della 'ndrangheta dei Macri'. Si tratta di Cosimo Gorizia, 33 anni, nato a Mammola (Reggio Calabria); Giuseppe Sofrà, 61 anni, nato a Laureana di Borrello (Reggio Calabria); Giuseppe Gorizia, originario di Siderno (Reggio Calabria), 24 anni; Domenico Magnoli, 55 anni, genovese; Silvio Criscino, 59 anni, genovese; Stefano Boraggine, 34 anni, genovese; Giorgio Ghisu, originario di Carbonia (Cagliari), 57 anni.
A sgominare la gang è stato il coraggio di una imprenditrice edile che inizialmente si era indebitata per un prestito di 19 mila euro fino ad arrivare ad un debito di 2 milioni di euro. L' imprenditrice si era presentata spontaneamente ai Carabinieri nel 2004 dove aveva sporto denuncia e fatto i nomi degli usurai con cui era in contatto.
L' operazione è stata condotta dal Ros e dal Comando provinciale dei Carabinieri di Genova.
COMUNICATO STAMPA del 10.01.2006
della CASA DELLA LEGALITA' - OSSERVATORIO SULLA CRIMINALITA' E LE MAFIE
MAFIA: 7 ARRESTI A GENOVA
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Gennaio 2006
Le ganasce dell'Onu
di Lucia Vastano
Dallo scorso dicembre le Nazioni Unite hanno un’arma in più contro la corruzione: la “Convenzione di Merida”, primo strumento globale per coadiuvare gli Stati nella lotta contro il fenomeno
Pedro Alvarez conosce molto bene il significato della parola tangente. Per lui è l’arma con la quale “el diablo”, il diavolo, ha distrutto la sua vita per sempre. Un diavolo che ha nome e cognome, quelli del funzionario del suo villaggio, nello Yucatan, che gli ha chiesto una tangente per far arrivare la corrente elettrica fino a casa sua e mettere così in moto la pompa per irrigare i suoi campi. All’inizio si era rifiutato di pagare, sperando che prima o poi quella firma arrivasse ugualmente. Ma il tempo passava, e ben presto non gli rimasero alternative: o si decideva a sborsare il denaro, o tutto sarebbe andato in rovina. Nel villaggio altri erano nelle medesime condizioni. Sempre più capifamiglia avevano deciso di accettare la proposta. In fondo, meglio pagare un funzionario corrotto che soccombere. Così sul tavolo del funzionario arrivò nuovamente la richiesta di Pedro Alvarez. Ma quel timbro gli costò più di quanto poteva permettersi. Fu l’inizio della fine.
Miliardi di “favori”, nessun diritto. Arrivò a chiedere prestiti agli usurai, poi fu costretto a vendere la terra. Da allora sono passati dieci anni. Pedro non ha più niente, neppure la famiglia, che ha lasciato per la vergogna di non riuscire più a mantenerla. È un ubriacone che chiede l’elemosina all’uscio della cattedrale nello zocalo, la piazza principale di Merida. Non entra più nemmeno nella chiesa, perché “el diablo” in persona lo ha corrotto. «Mi ha marchiato a fuoco per sempre», dice mentre allunga la mano per elemosinare.
Non basta offrire qualche pesetas per aiutare la gente come lui. Non basta tutta la generosità del mondo per mettere fine alla piaga della corruzione. L’Onu ha stimato che ogni anno vengono pagate tangenti per circa 840 miliardi di euro per ottenere “favori” di diverso tipo, spesso soltanto per avere accesso a beni primari a cui si ha diritto. «La corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei Governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce soprattutto le fasce più povere», ha affermato Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite.
Un storico accordo. È per questo che, proprio vicino a quella cattedrale dove Pedro consuma la sua esistenza, il 9 dicembre 2003 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) ha presentato ai 129 membri presenti la “Convenzione contro la corruzione”, firmata immediatamente da 96 Stati (tra cui l’Italia, con la firma apposta dal ministro della Giustizia Roberto Castelli), mentre il Kenya l’ha anche ratificata. «Si tratta di un avvenimento storico: in 50 anni di vita delle Nazioni Unite non era mai accaduto che in occasione dell’apertura alla firma un Paese consegnasse anche gli strumenti di ratifica. Questa è ovviamente una chiara manifestazione dell’impegno considerevole del Kenya, ma soprattutto testimonia la fiducia che questo nuovo strumento a disposizione della Comunità internazionale possa realmente essere incisivo», ha dichiarato Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Unodc.
Il 14 dicembre scorso, con la ratifica della 30a nazione (l’Ecuador), come previsto nel suo testo, la “Convenzione di Merida” è entrata in vigore. Un successo per le Nazioni Unite e una rivincita, anche se tardiva, per i milioni di Pedro sui loro “diablos”. Se la giustizia espressa dalla Convenzione non rimarrà sulla carta, i “diavoli” avranno una vita sempre più difficile.
Prima tappa: Palermo. Ma quali armi ha messo a punto l’Unodc per combattere la corruzione? «La Convenzione – dice Costa – va inserita nel contesto più generale della lotta alla criminalità ed ha una sua storia alle spalle che è bene ricordare. Nel campo della prevenzione del crimine e della giustizia era già entrata in vigore la “Convenzione contro il Crimine Organizzato Transnazionale”. Negoziata a Vienna dal 1998 al 2000 e aperta alla firma a Palermo nel dicembre di quest’ultimo anno, tale convenzione già conteneva articoli che fanno riferimento al problema della corruzione. A Palermo si sottolineò l’importanza di avviare una concreta discussione mirata all’elaborazione di una distinta e specifica Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione. Quali sono ora gli elementi di novità? Io la definisco una convenzione dalle “ganasce potenti”. Questa convenzione vincola i Paesi contraenti ad armonizzare i loro dettati legislativi a quanto da essa previsto. Per capire fino a che punto sia imperativo l’impegno richiesto ai Governi è sufficiente leggere i 72 articoli della Convenzione e ci si imbatte frequentemente in disposti quali: “Governments shall do, shall engage, shall commit themselves” (i Governi devono fare, devono impegnarsi, nda.), mentre solo per un numero limitato di articoli i Paesi sono semplicemente invitati, o si richiede loro soltanto di “compiere i loro migliori sforzi per...”. Ora che è entrata in vigore la Convenzione, le Nazioni Unite – in particolare gli organi di Vienna e l’Unodc –, che svolgeranno un’azione di verifica della sua applicazione, potranno chiedere ai Paesi contraenti l’adempimento degli obblighi previsti».
Scavalcare il segreto bancario. «La Convenzione – ha affermato Costa – punta il dito su uno degli elementi tipici della corruzione: l’interazione privato-pubblico. Un esempio: il funzionario pubblico che autorizza la costruzione di una strada e impone una tangente alla ditta costruttrice. Ma la Convenzione considera in modo rilevante anche l’aspetto prettamente “privato” del fenomeno, dal momento che l’analisi statistica dei reati di corruzione dimostra come questi assumano un particolare rilievo e nuocciano ad interessi fondamentali anche quando vengano esercitati completamente da parte di entità private. È questo il caso di quelle vicende, come quello di Enron, in cui vengono violati i diritti dell’azienda o dell’azionista e dell’interesse generale al mantenimento di un corretto sistema di concorrenza. Non ci devono essere zone di ombra. I principi sanciti devono riguardare tutta la Comunità internazionale anche quando siano coinvolte organizzazioni come le stesse Nazioni Unite o la Banca Mondiale. La Convenzione pone l’accento sull’aspetto specifico delle rogatorie, dei mandati di cattura e dell’estradizione.
A livello di cooperazione internazionale è fondamentale aver scavalcato quello che fino ad oggi era un grande ostacolo: il segreto bancario. La Convenzione sancisce in due articoli, uno sulla criminalizzazione l’altro sulla cooperazione internazionale, che i Paesi e le loro istituzioni finanziarie non possono più appellarsi al segreto bancario per impedire l’impiego di strumenti giudiziari quali rogatorie, mandati di arresto ed estradizione. Anche in Europa dovranno cambiare molte cose, soprattutto in quei Paesi in cui il segreto bancario è tutt’oggi considerato invalicabile».
Buoni propositi solo sulla carta? Dei 129 Stati firmatari ad oggi solo 30 hanno ratificato la Convenzione sulla corruzione. Tra quelli più industrializzati, solo Francia e Sud Africa. Che cosa significa ciò? Rimarranno, quelle scritte nelle pagine di Merida, solo delle belle parole?
«Per quanto riguarda l’Europa e gli Stati Uniti, le prescrizioni della Convenzione sono già contenute nei Codici nazionali. Per questo, il fatto che ancora non sia stata ratificata potrebbe non costituire un problema – sostiene Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia, un’associazione che si batte contro la corruzione –. Ma non è certo un messaggio positivo che viene lanciato a livello internazionale. Il rischio che gli auspici rimangano buoni propositi sulla carta esiste. Io guardo con più convinzione la “Convenzione contro la corruzione” siglata dall’Ocse nel 1997. Essa rappresenta una tappa sicuramente epocale che ha cambiato radicalmente l’approccio al problema, soprattutto perché si è data delle regole di controllo annuale che vengono rispettate. È con questa Convenzione che si è stabilito a livello internazionale che le società che commettono atti di corruzione ne sono responsabili e quindi sono perseguibili. Non è un passo da poco visto che nel diritto romano, a differenza di quello anglosassone, “la società non può delinquere”. Spero che la Convenzione di Merida venga ratificata anche dall’Italia perché è fondamentale che siano lanciati messaggi forti per cambiare la cultura della corruzione nel nostro Paese. Le leggi da sole non bastano se mancano l’educazione e la percezione che la corruzione non è un atto di furbizia, ma un reato, un atto di delinquenza che castra lo sviluppo. A volte la stampa contribuisce a creare questa cultura errata. Per esempio, usando il termine “furbetti del quartiere” e non il più opportuno “disonesti del quartiere”. Chi ruba, truffa, corrompe non può essere rappresentato come uno più sveglio degli altri. Senza l’educazione alla legalità, le leggi non servono a nulla. Educazione significa anche che tutti i cittadini abbiano modo di venire informati sui loro diritti, sulle opportunità a loro offerte, senza discriminazione alcuna in modo che vi possa anche essere una leale concorrenza.
Non vi deve essere da parte di alcuni un accesso privilegiato alle informazioni. Lavorare sull’educazione richiede tempi lunghi, ma porta a successi ben più profondi e radicali. Per questo i messaggi lanciati a livello istituzionale sono importanti. In questo senso la ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Merida è un momento di crescita per il nostro Paese ed è pertanto auspicabile che venga attuata in tempi brevi».
Gennaio 2006
dal Dossier: Tratta di esseri umani
Più tutela per le vittime
Intervista a Elsa Valeria Mignone di Manuela Mareso
Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, Elsa Valeria Mignone si occupa di tratta da quando il fenomeno non era ancora individuato specificamente come tale. Erano gli anni Novanta, quando le coste leccesi vennero prese d’assalto dagli scafi albanesi: all’epoca si parlava di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. «La tratta è stato all’inizio un incidente di percorso, ci si limitava a prendere cognizione e ad assistere», ci dice. Il distretto leccese, quello più a est d’Italia, resta ancora oggi un osservatorio privilegiato per la conoscenza del fenomeno migratorio e dunque della tratta e dei crimini accessori. Sono inoltre molto significativi i dati della provincia di Lecce relativi alle richieste ex art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, che prevede il permesso di soggiorno per protezione sociale (vedi box p. 18, ndr.): 222 fino al 2002, circa il 15% del dato nazionale.
Dottoressa Mignone, quali erano le caratteristiche dei primi sbarchi?
Inizialmente gli sbarchi nel Salento avvenivano prevalentemente a sud di Brindisi, fino al capo di Santa Maria di Leuca, e non al Nord, nell’area compresa tra Brindisi e Bari perché con lo smuggling (il contrabbando di persone, ndr.) non si voleva interferire negli altri traffici della criminalità organizzata: c’era quindi un chiaro accordo tra gruppi criminali. Tutto questo bastava a dimostrare che il fenomeno dell’immigrazione era un fenomeno di criminalità organizzata, indipendentemente dal fatto che questo dato riuscisse, o riesca, ad emergere processualmente.
Dunque la vittima di tratta è vittima di criminalità organizzata?
Certamente, ed è questa la premessa fondamentale per comprendere qual è la posizione processuale di queste vittime. Con questo intendo dire che non è solo il rapporto della vittima di tratta e del suo sfruttatore che va considerato.
Alla vittima del traffico, proprio per la sua storia di particolare violenza, psicologica, ma nella maggior parte dei casi anche fisica, deve inoltre essere assicurata piena dignità processuale in senso lato sin dal primo momento dell’approccio con gli investigatori, che devono avere già una professionalità. Ad operare dovrebbero essere squadre appositamente formate, che sappiano approcciare la vittima e che non si trovino a operare casualmente. Anche l’agente che intercetta per strada la vittima dovrebbe avere sempre una squadra di riferimento.
Il rapporto recentemente redatto dal Gruppo esperti della Commissione europea segnala come estremamente problematica la distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli” (cioè consapevoli del fatto che sarebbero state sfruttate), specie in relazione alla tratta per scopi di prostituzione forzata. A lei risulta che questa distinzione, dichiarata dal Gruppo “falsa”, rappresenti un problema per la tutela delle vittime?
Assolutamente sì, anche perché dal mio osservatorio registro un’involuzione, un deterioramento complessivo dell’importanza della posizione processuale della vittima della tratta. I processi che noi abbiamo instaurato inizialmente si fondavano sul concetto di schiavitù (usavamo gli artt. 600 e 602 del codice penale: riduzione e mantenimento in schiavitù). Abbiamo raccolto testimonianze di ragazze che venivano visionate come animali, guardate addirittura in bocca per controllare i denti. Non veniva lasciato loro nulla: i documenti anzitutto, ma anche vestiti e accessori erano forniti dai loro sfruttatori. Una condizione di assoggettamento totale. Inizialmente le parole di queste ragazze, un po’ per la novità, un po’ per l’efferatezza delle cose che raccontavano, venivano considerate con grande rispetto, che invece ho poi visto scemare successivamente. Un collega che doveva sostituirmi nel corso di una udienza dibattimentale mi disse: “Ma perché ti raccomandi tanto? In fondo è solo una prostituta”. Ho visto, insomma, crescere progressivamente una sorta di sfiducia e diffidenza.
Dovute a cosa?
Sostanzialmente all’interesse che la vittima avrebbe ad accedere ai programmi di protezione sociale previsti dall’art. 18. Il paragone che meglio spiega quanto sto rilevando è quello con la parola del collaboratore di giustizia: si parte già con una svalutazione della collaborazione della parte offesa, dovuta al sospetto da parte di chi giudica e da parte del magistrato inquirente che le dichiarazioni rilasciate siano strumentali (per la possibilità, appunto, di usufruire dei benefici previsti dall’articolo 18) e non genuine, perché le vittime, o presunte tali, potrebbero riproporre come proprie le vicende vissute da altre, magari sentite raccontare in seguito al trasferimento in luoghi in cui si trovano altre ragazze che hanno già riferito le proprie storie.
Sono rischi così comuni?
Personalmente mi sono capitati solo due casi, pochi ma sufficienti a dire che il rischio esiste. Ma il fatto che la parola della vittima possa essere screditata per l’interesse ad accedere all’articolo 18 deve essere assolutamente superato, tanto più che esiste oggi una giurisprudenza della Corte di Cassazione relativa ai collaboratori di giustizia, che può essere mutuata per quanto riguarda l’art. 18.
La Cassazione in sostanza dice che noi non possiamo dire che la parte offesa non è attendibile solo perché può essere incentivata alla collaborazione con la giustizia per usufruire di benefici premiali, perché questo costituisce da sempre una prassi della nostra organizzazione giudiziaria.
Dovrebbe essere provato un intento calunniatorio da parte della parte offesa, che dovrebbe dunque rispondere poi del reato di calunnia.
Eppure in diverse sentenze ho visto screditare la parola della parte offesa adducendo come motivazione gli incentivi offerti dall’art. 18.
In merito invece al rischio che la ragazza intercettata usi le storie sentite da altre ragazze?
Anche questa è una eventualità più che reale, ma a questo punto sta a noi fare in modo di evitare i contatti. A Montecatini, a spese del Comune, le ragazze intercettate venivano fatte alloggiare in alberghi e poi solo dopo le prime dichiarazioni in centri. Quindi la non genuinità può essere evitata se c’è una procedura attenta e rigorosa della raccolta delle informazioni.
La parola deve avere una sua credibilità e deve rimanere deposizione di parte offesa, che sebbene non possa essere equiparata a quella del testimone estraneo ai fatti, può tuttavia essere assunta come unica fonte di prova della colpevolezza del reo.
Cioè quella parola non deve essere posta sullo stesso piano di un chiamante in correità, ma di parte offesa. Quindi la posizione deve essere equiparata a quella del testimone di giustizia e non del collaboratore di giustizia.
Dunque, premesso che sia sottoposta con rigore a una indagine positiva sulla credibilità, la parola della vittima deve essere assunta da sola come fonte di prova della colpevolezza?
Sì, e senza richiedere riscontri esterni. Invece, purtroppo, nel corso del giudizio questi ci vengono richiesti. Mi è capitato il caso di un trafficante che aveva contattato la madre di una ragazza, dicendole di farlo chiamare. La ragazza denuncia il fatto, gli investigatori si muovono e quando trovano il soggetto, al momento del fermo, questi aveva effettivamente un cellulare con quel numero. La ragazza viene allora dichiarata attendibile, ma non doveva essere questa la motivazione della credibilità della parte offesa, altrimenti la sua posizione, da parte offesa, diventa chiamante in correità.
Quanto è importante il ruolo delle vittime per l’emersione del fenomeno tratta?
È indispensabile, e dunque deve esserlo anche la loro protezione. La tratta è un fenomeno difficilissimo da individuare, le ragazze si fermano negli appartamenti a volte per non più di sette giorni, c’è una invisibilità di fondo; oltretutto la vittima spesso ha sfiducia nelle Istituzioni, visto, per esempio, che le polizie albanese e turca un tempo prendevano parte al gioco, o agevolando i trafficanti o ostacolandoli solo al fine di subentrare nella gestione della vittima, o quanto meno di percepire una tangente. Una ragazza ci ha raccontato che i suoi trafficanti erano preoccupati della polizia, ma solo perché temevano di dover versare una tangente. E il grosso problema è che per le ragazze una polizia equivale all’altra. È stato proprio su questo punto che le ong si sono rivelate una risorsa insostituibile: il percorso sociale previsto dall’art. 18 costituisce un’azione di sostegno, crea un rapporto di fiducia non solo con le associazioni, ma anche con le Istituzioni e può diventare un incentivo per una collaborazione giudiziaria successiva.
Quali sono gli elementi da considerare per tutelare il più possibile la vittima di tratta, non solo per ragioni umanitarie, ma alla luce della sua preziosità ai fini del contrasto al fenomeno?
È importante che la prostituzione non abbia rilevanza penale in relazione a chi la pratica proprio perché è importante che la vittima rimanga parte offesa. Criminalizzare la prostituta vuol dire svilire le sue dichiarazioni e dunque non voler combattere lo sfruttamento della donna vittima di tratta. In questo senso dar seguito ad eventuali proposte che accreditino in ambito governativo la perseguibilità del reato di prostituzione su strada sarebbe deleterio per il lavoro della magistratura.
Occorrono poi ulteriori cautele processuali: ad esempio la notifica degli atti processuali dovrebbe essere senza indirizzo, in località note alle Forze dell’ordine.
Va poi riconosciuta l’inadeguatezza dell’incidente probatorio, allorchè consente il confronto diretto tra la vittima e il carnefice. In Belgio esiste una forma analoga all’incidente probatorio in cui è garantita la presenza del difensore dell’imputato, ma non dell’imputato stesso. Questo perché spesso la vittima non regge il confronto con il carnefice, e arriva a ritrattare la sua testimonianza. L’esame potrebbe avvenire con vetro a specchio o a distanza, in videoconferenza, già prevista per le persone ammesse a protezione ex articolo 147 bis delle disposizioni di attuazione. Questa previsione normativa dovrebbe essere allargata.
L’incidente probatorio ha poi la sua durata: in questo periodo è importante che i soggetti rimangano in stato di custodia cautelare, perché se escono trovano il modo di contattare le ragazze anche quando sono all’interno dei Centri.
Dovrebbe sempre essere assicurata alla vittima la costituzione di parte civile. Può sembrare scontato e per noi di Lecce lo è, ma non è così in tutta Italia. Il procuratore aggiunto di Venezia, nel corso di un incontro, faceva presente che in quel distretto raramente si assiste alla costituzione di parte civile della vittima. Questa a mio avviso non deve essere assistita da un avvocato d’ufficio, ma da uno di fiducia, magari ricorrendo all’espediente del gratuito patrocinio, deve cioè avere una tutela effettiva nel corso del dibattimento. A Lecce questo viene garantito dall’associazione che l’ha presa in carico.
Le vittime di tratta vanno dunque protette…
Alla vittima di tratta si devono applicare le norme per la protezione dei testimoni di giustizia, di cui al decreto legge 15 gennaio 91 numero 8.
Quante volte le vittime, soprattutto dell’Est, mi hanno riferito di aver paura perché i loro familiari erano stati minacciati! In tale frangente mi sono sentita tremendamente impotente. Effettivamente, allo stato delle cose, non si può far altro che informare la vittima su questa effettiva evenienza, poiché, per poter far fronte a tali situazioni, occorrerebbe una sostanziale e concreta strategia di collaborazione tra Stati. Finché le legislazioni tra i vari Stati, almeno a livello europeo, non saranno ravvicinate, noi potremo solo prendere atto di questo fenomeno senza poter intervenire in altro modo.
Cosa possono fare di più le Istituzioni?
La provincia di Lecce ultimamente si sta costituendo come parte civile per il danno subito dal fenomeno. Essere assistita da un ente pubblico locale per la vittima di tratta è importantissimo!
Ma dico di più: a mio avviso sarebbe auspicabile la costituzione in giudizio dell’avvocatura dello Stato, in rappresentanza o del ministero dell’Interno o del ministero delle Pari opportunità su cui grava in parte l’onere finanziario del programma di quell’articolo 18. Lo Stato deve schierarsi anche perché quel reato offende anche i suoi cittadini.
Ha suscitato molto interesse l'intervento di Romano Prodi su «La Stampa» del 4 gennaio. Si sostiene che «esiste una vicinanza fra politica e centrali economiche che, in alcuni casi, ha debordato oltre i confini: non oltre i confini del lecito dal punto di vista giuridico, ma oltre i confini dell'opportunità politica». Si segnala il pericolo di una «sotterranea deriva qualunquistica secondo la quale la politica è una cosa sporca, i politici sono tutti uguali, pensano solo ai loro interessi...». Si sottolinea la «necessità di trovare tutti un nuovo slancio verso una maggiore trasparenza» e di individuare «nuove regole e nuovi confini per riportare la politica nel suo alveo, se da esso è uscita». Per me - di mestiere giurista - riportare la politica nel suo alveo significa anche impedire che abbiano a ripetersi taluni gravi fatti che nel campo della giustizia hanno turbato questi ultimi anni. E che dimostrano come i politici non siano tutti uguali.
Perché c'è chi, pur criticando certi profili dell'intervento giudiziario, non ne contesta la legittimità (nemmeno quando sia finito nel "tritacarne", sebbene sia rimasto nei «confini del lecito dal punto di vista giuridico»); e c'è invece chi vuole impedire tale intervento ad ogni costo, ovviamente solo quando esso contrasti con i propri interessi, senza rinunziare - per altro - a posizioni di severità e "tolleranza zero" in tutti gli altri casi. Sta qui un decisivo discrimine fra gli schieramenti che si contrappongono nella stagione politica che il nostro Paese contingentemente vive. Un discrimine che nessuna "deriva qualunquistica" può cancellare o sminuire.
Il discorso ruota intorno alle vicende giudiziarie che hanno avuto come protagonisti il Presidente del Consiglio e vari esponenti del suo "entourage". Vicende simili non sono mai casi di ordinaria amministrazione. Hanno una valenza oggettivamente politica ed effetti dirompenti inevitabili. Così è in ogni parte del mondo, dove casi analoghi sono accaduti anche di recente (basti pensare all'inchiesta denominata Cia-Gate, che negli Usa ha portato ad incriminare Levis "Scooter" Libby, braccio destro del Vice Presidente Dick Cheney, mentre è indagato Karl Rove, stratega politico del Presidente George W. Bush). Ma mai è accaduto quel che invece ha caratterizzato negativamente il nostro Paese: che l'esercizio dell'azione penale nei confronti di "santuari" del potere determini la contestazione in radice del processo, da parte dello stesso leader e della sua maggioranza, e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici (indicati "tout court" come avversari politici). Soltanto in Italia è stata scatenata una guerra frontale ai giudici e alla giurisdizione, con il connesso rischio di travolgere l'immagine stessa della giustizia. In un crescendo che negli anni si è snodato lungo tappe che a metterle tutte in fila c'è da restare allibiti.
Eccole, queste tappe (con sullo sfondo l'insulto quotidiano ai giudici praticato come una specie di sport nazionale e l'indicazione delle attività di indagine scomode come iniziative sempre "ad orologeria"): la denuncia in sede penale degli inquirenti; la pressoché continua sottoposizione a ispezioni ministeriali e azioni disciplinari dei magistrati preposti ai processi; l'ostentato disegno di inceppare o bloccare i dibattimenti; l'approvazione di almeno tre leggi "ad personam" (la nuova disciplina delle rogatorie, la legge Cirami e il "lodo Schifani": con l'obiettivo rispettivamente di rendere più difficile l'accertamento della verità; sottrarre il processo al giudice naturale; allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione di un dibattimento); la richiesta - formulata da un sottosegretario - di arresto dei giudici autori di una decisione sgradita; la pesante pressione operata dalla maggioranza del Senato (con mozione approvata il 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge» con riferimento ad uno specifico processo.
Tutto questo, secondo il Premier ed i suoi epigoni, si è reso necessario per l'esistenza di un complotto giudiziario non diversamente sventabile. Ma è una leggenda. Una leggenda smentita dai fatti, chè anzi il complesso delle vicende giudiziarie in questione e l'esito delle stesse (di segno alterno, con casi di "assoluzione" che confermano la sussistenza materiale dei fatti, pur dichiarando la prescrizione o l'intervenuta depenalizzazione) dimostra che si è trattato di accertamenti doverosi e che, conseguentemente, la continua evocazione del complotto altro non è che lo sperimentato e studiato sistema per trasformare in verità, grazie all'ossessiva ripetizione, anche ciò che vero non è. Ma tant'è, a questo siamo ridotti. A provare quanto meno ad arginare una valanga di "bufale" che in nessun altro Paese al mondo reggerebbero più di un secondo.
Va poi sottolineato che se l'obiettivo vero erano alcuni specifici processi (per corruzione, falso in bilancio, emissione di fatture false o analoghe "bagatelle"), questi processi non potevano essere contestati da soli, senza che la contestazione perdesse per ciò stesso di credibilità. Per indorare la pillola - indigesta ai cittadini per bene - di difese non "nei" ma "dai" processi; per far inghiottire all'opinione pubblica la pozione avvelenata di soggetti che non ci stanno ad essere sottoposti come ogni altro cittadino al controllo di legalità: ecco la furbata di mettere sotto accusa l'intera stagione giudiziaria in cui quei processi si inseriscono. La stagione, iniziata nel 1992, che ha visto un inedito sviluppo di processi per corruzione e collusioni con la mafia. Di qui le insistite quanto inconsistenti accuse di "politicizzazione" della magistratura, rappresentata come piena zeppa di "toghe rosse" o tout court di comunisti assatanati di giustizialismo persecutorio. Fino al punto di proporre l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro Paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane». Per arrivare infine alla controriforma dell'ordinamento giudiziario, con tutti i profili di evidente incostituzionalità che la affliggono. Una controriforma che si propone di assoggettare i giudici al controllo di un potere politico che per se stesso è refrattario ai controlli. Una controriforma grazie alla quale la cultura della maggioranza politica che ha impregnato la lettura della vicenda giudiziaria italiana dell'ultimo decennio è diventata legge.
Si tratta, come si vede, di questioni cruciali che incidono sulle regole della convivenza e possono alterare l'equilibrio del sistema istituzionale. Questioni che non possono essere relegate, semplicemente, tra le anomalie di una fase politica che pure molto ha di anomalo. Vanno ascritte alle strategie di chi preferisce "servizi" piuttosto che decisioni imparziali e mal tollera, per questo, magistrati indipendenti e gelosi di tale "status". È indispensabile allora cambiare registro. Urge pensare non più alla giustizia che interessa soltanto questo o quello, ma alla giustizia ordinaria: la giustizia del quotidiano che interessa i cittadini comuni. Anche così si può dimostrare un più forte senso dello Stato e del bene comune: quel che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani chiede, quale che sia il suo orientamento politico-culturale. Altrimenti le tante parole sulla "giustizia giusta" resteranno quel che sono, al di là della propaganda: uno specchietto per le allodole, buono a consolidare i privilegi di pochi.
[nella foto Don Andrea Gallo, alla marcia di Natale a Roma per l'amnistia]
Non ho cambiato idea. L'amnistia e l'indulto debbono essere riservati a momenti straordinari: un mutamento politico, come dopo la seconda guerra mondiale. Un profondo cambiamento dell'ordinamento. Un accumularsi eccezionale di circostanze che richiedano clemenza. Non a caso dal 1992 la Costituzione è stata modificata e vuole la maggioranza di due terzi in ogni articolo e nella votazione finale. Una norma severa, introdotta dopo l'abuso. Amnistia e indulto non possono essere la risposta sistematica a una giustizia lenta: sono le riforme a dover portare tempi ragionevoli nei processi. Né possono rimediare a carceri senza spazi, strutture, personale: i luoghi di pena devono corrispondere a criteri di umanità e civiltà, che sta ai governi attuare.
In base a queste considerazioni ho espresso molte volte in passato un'opinione contraria a proposte di amnistia. Ma oggi, per fedeltà ai medesimi criteri, credo che occorra un provvedimento di clemenza. Dal quale andranno esclusi quei reati più gravi già tradizionalmente tenuti fuori, sia in rapporto alla entità della pena che al bene offeso (gravi fatti contro la pubblica amministrazione; contro la giustizia e la salute pubblica; in materia sessuale; di sicurezza del lavoro e di ambiente, etc.).
Non sono state fatte riforme adeguate dei codici penale e di procedura: anzi
una produzione a getto continuo di formalità, spesso prive di vero valore di garanzia, ha reso il processo sempre più complicato, un cammino irto di rabocchetti, nel quale si sbaglia più spesso e si avvantaggiano le eccezioni e i ricorsi cavillosi. L'organizzazione della giustizia non è stata ammodernata secondo le esigenze di una società ricca di scambi, rapporti personali ed economici e quindi anche di occasioni di comportamenti devianti. Nessun governo vi ha provveduto abbastanza, meno che mai l'attuale che tanto si è dedicato - obbligando così il lavoro del Parlamento- a leggi di favore per suoi componenti e loro amici.
Il carcere, da decenni, continua a essere affollato oltre ogni misura, invivibile: chi vuole fare qualche passo deve vincere un tiro a sorte con i compagni di cella, costretti nelle cuccette. E la violenza, il dominio dei peggiori; la difficoltà del personale e la sua paura, specie di notte. Come credere a una funzione di rieducazione?
Questo inadempimento dei compiti di riforma , e di stanziamento di spesa, non deve ricadere sui detenuti, cui non si può chiedere di aspettare nel degrado iniziative future, che per alcuni non arriverebbero in tempo. Ancora: dall'ultimo atto di clemenza sono passati quindici anni, non si può oggi parlare di abuso. E infine, l'approvazione della legge ex-Cirielli ha cambiato le prospettive. Sono stati esclusi dalle misure alternative alla detenzione (affermatesi come utili ormai nella maggior parte dei casi) con incomprensibile durezza, molti dei recidivi, cioè di coloro cui già sia stato applicato l'aumento di pena per precedenti reati. Secondo le previsioni ne deriverà in un anno un aumento dei detenuti stimato fino a ventimila. Dove si metteranno? Il ministro della Giustizia chiede di non essere lasciato solo a gestire l'emergenza: ma perché non vi ha pensato prima? Ecco una ulteriore, importante ragione, per l'amnistia e l'indulto. Misurati, equilibrati. Accompagnati, questo sarebbe serio, dall'impegno dei due schieramenti a riformare davvero il processo snellendo la procedura; a costruire nuove carceri e a migliorare l'organizzazione delle misure alternative; a fare davvero, insomma, entro un termine da indicare nel programma. Altrimenti torneremo presto, forse davanti a drammi, a parlare di fallimento della giustizia e del carcere, di amnistie e indulti perfino così ampi da violare la misura consueta.
INCHIESTA
I legami di Coppola con il consulente dei Piromalli
di Claudio Gatti
Non c'è dubbio che Danilo Coppola, co-protagonista delle recenti scalate ad AntonVeneta e Bnl e azionista al 4% di Mediobanca, creda nella diversificazione.
Di immagine oltre che di business. E quella di prendere le distanze dal proprio passato sembra tratto distintivo di molti cosiddetti immobiliaristi. Ci ha provato per primo Stefano Ricucci, l'ex odontotecnico di Zagarolo. Ma è finita come tutti sappiamo. Danilo Coppola, ex borgataro di Finocchio, la periferia sudest di Roma, spera ancora di farcela. Ma la sua è una corsa contro il tempo, perché ha sul collo il fiato degli inquirenti. Che dopo aver scoperto passaggi societari che lo collegano con individui legati alla Banda della Magliana, stanno ora esaminando i suoi rapporti con personaggi in contatto con esponenti della 'ndrangheta. «Il Sole-24 Ore» è infatti in grado di rivelare che Coppola è oggi nel mirino degli inquirenti per i suoi affari con un professionista di Palmi emerso in più indagini come commercialista di fiducia del clan Piromalli.
L'ascesa di Danilo Coppola è stata tanto rapida quanto inspiegabile. Partito da una borgata romana, si è improvvisamente affermato come finanziere d'alto bordo, fino ad arrivare a soli 38 anni a gestire un gruppo che dichiara 2.378 milioni di beni immobiliari e 1.122 milioni di beni finanziari.
Ma come ha fatto? E soprattutto, sull'aiuto di chi ha potuto contare per arrivare dove è arrivato? In un'inchiesta durata circa sei mesi e pubblicata in più parti (la prima è del 18 dicembre scorso), «Il Sole-24 Ore» ha cercato di rispondere a queste domande.
Finora si era saputo solo che Coppola opera servendosi di una rete di parenti (in primis sua madre Francesca Garofalo e sua moglie Silvia Necci) e di collaboratori (tra i quali spiccano Andrea Raccis, Ernesto Cannone, Fabrizio Spiriti e Giancarlo Tumino), tutti privi di esperienze precedenti nel mondo degli affari. Come ha scritto il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza in un suo rapporto: «Èragionevole pensare che Coppola Danilo abbia inteso costituire un'ampia rete di società... tali società risultano amministrate da persone sui cui documenti d'identità appare un'attività o non dichiarata, o estranea o comunque difficilmente compatibile con l'amministrazione di società (es. insegnanti, studenti, disoccupati, baristi etc). E ciò fa pensare che tali soggetti si prestino ad agire per conto di terzi».
Nel giro di persone con cui fa affari Coppola, che la Guardia di Finanza ritiene popolato da prestanomi, spicca un uomo che ha invece una lunga storia professionale: Roberto Repaci, presidente dell'ordine dei commercialisti di Palmi, provincia di Reggio Calabria. Il fatto è significativo perchè una decina di anni fa il nome di Repaci è emerso in più di un'indagine. Era stato infatti indicato come commercialista del clan dei Piromalli, una delle più potenti cosche della 'ndrangheta.
Fu una società di proprietà di Repaci, la Serin Srl , a introdurre Coppola alla fiduciaria della Bnl, Servizio Italia società fiduciaria e di servizi. Lo dimostra un fax di presentazione inviato alla Servizio Italia. Quel fax è stato trovato nel fascicolo di un'altra Srl registrata a Roma, l'Immobilbi, oggi al centro dell'attenzione degli inquirenti.
L'Immobilbi Srl fu costituita il 19 luglio 2001 dallo stesso Repaci (che ne possiede il 3%) con un socio che si era servito dello schermo della Servizio Italia per detenerne il 97%. La sede era all'epoca al numero 6 di Via Boezio, nel quartiere Prati, lo stesso indirizzo della succursale romana della Serin.
Dal fascicolo della Immobilbi depositato presso la Servizio Italia risulta che a partire dal 30 maggio del 2002 il titolare della pratica fiduciaria - e quindi socio di Repaci in Immobilbi con il 97% delle azioni - è Silvia Necci, moglie di Danilo Coppola. Il successivo 16 luglio, a prendere il timone della Srl è Giancarlo Tumino, braccio destro dell'immobiliarista di Finocchio.
«Èmolto semplice: in occasione dell'acquisto di un appartamento nel centro di Roma, ho acquisito una società precostituita da un commercialista», spiega in un'intervista telefonica Danilo Coppola, che nega di avere alcun rapporto di affari con Repaci. «Il dottor Repaci io l'ho visto nella mia vita due volte. O tre», dice.
Ma allora perché Repaci risulta tuttora suo socio, in quanto detentore del 3% della Immobilbi?
«Abbiamo comprato il 97% dalla fiduciaria ed evidentemente abbiamo lasciato al commercialista quel 3%, che doveva probabilmente anche passare di mano... Ma è solo il 3%», spiega Coppola.
L'Immobilbi potrebbe però non essere l'unica società che potrebbe vedere insieme, seppure indirettamente, Coppola e Repaci. Altra società di interesse per gli inquirenti è la Safimmobiliare , Srl costituita a Roma il 19 luglio 2001 (stessa data della Immobilbi). Anche questa ha inizialmente la stessa formula societaria, con Repaci al 3% e la Servizio Italia al 97%. Poco tempo dopo, quel 97% viene trasferito in gestione alla Finnat Fiduciaria, la fiduciaria della Banca Finnat, istituto romano poi divenuto titolare di 38 milioni di azioni della Banca Nazionale del Lavoro e schierato con il contro-patto diretto da Francesco Caltagirone (che siede nel consiglio di amministrazione di Banca Finnat).
A chi appartiene quel 97%? Nel già menzionato rapporto dalla Guardia di Finanza, citando l'Ufficio italiano cambi, si dice che la Safimmobiliare è una delle società «da ricondurre per il tramite di società fiduciarie o prestanome a tale Coppola Danilo».
Lui però smentisce: «Non appartiene al mio gruppo», dice.
Quel che è certo è che il 17 gennaio 2002, Repaci si recò nello studio notarile di Edmondo Capecelatro e Antonio Mosca - due notai di fiducia di Danilo Coppola (che singolarmente dall'anagrafe tributaria del 2000 risulta aver percepito dal loro studio un reddito di alcune decine di migliaia di euro) - dove firmò una delibera societaria in cui trasferì la sede della Safimmobiliare da Via Boezio 6 a Viale Guglielmo Marconi 440, indirizzo in cui risultano avere sede sociale svariate società del gruppo Coppola (e dove viene trasferita anche la Immobilbi ).
La stessa delibera nomina Ernesto Cannone, altro uomo di Coppola, amministratore unico di Safimmobiliare. Il verbale di un'assemblea tenuta da quella società il 15 maggio 2003, attesta inoltre la presenza in un ruolo chiave di un altro personaggio legato a Coppola, Andrea Raccis, che firma in qualità di presidente.
L'operazione immobiliare menzionata in quel verbale fa riferimento a 10 capannoni di un complesso industriale di Pomezia, a sud di Roma, ai quali viene attribuito un valore nominale di oltre 6 milioni di euro. Dalle stesse carte la Safimmobiliare risulta avere un debito di 218.000 euro con la Daniel's Srl , società di cui azionista di maggioranza è stato prima Danilo Coppola, poi sua madre e infine Ernesto Cannone.
Comunque sia, le visure camerali riportano inequivocabilmente che, perlomeno fino al 2005, Repaci è stato, seppur indirettamente, socio di Coppola.
«Quel 3% detenuto da Repaci in società del gruppo Coppola sembra essere una quota di presenza. Cioè una quota simbolica che permette a chi la detiene di vedere le carte societarie e di tenere nel mirino il socio di maggioranza», spiega un inquirente.
Il rapporto tra Coppola e Repaci è oggi ritenuto rilevante da chi indaga per il legame professionale che da anni lega il commercialista di Palmi ai Piromalli. Un dossier dei Carabinieri del 27 luglio 1998, sulla «piùblasonata associazione di tipo mafioso operante a Gioia Tauro, riconducibile alle famiglie Molé-Piromalli» cita tra i personaggi centrali Gioacchino Piromalli, descritto nelle carte di un altro procedimento «esponente di un'organizzazione criminale operante nella Piana di Gioia Tauro e nella Calabria intera, dedita al traffico di sostanze stupefacenti» e condannato dal tribunale di Palmi a 14 anni di reclusione (poi ridotti a 4) perchè giudicato colpevole di tentata estorsione aggravata e partecipazione ad associazione di stampo mafioso.
Tra le società riconducibili a Piromalli, il dossier menziona la Babele Publi Service Srl: &la ditta è rappresentata da un insegnante di educazione fisica, personaggio vicino alla cosca Piromalli. La contabilità è tenuta dalla Serin Srl, di Repaci Roberto, la quale si occupa anche della contabilità della ditta di Mazza Annunziata, moglie del Piromalli Gioacchino».
Il nome di Repaci era emerso precedentemente in una testimonianza resa il 3 luglio 1995 da Angelo Sorrenti, uno dei principali testi d'accusa nel procedimento contro la cosca Piromalli. Sorrenti disse in quell'occasione di aver accompagnato Gioacchino Piromalli a sbrigare una commissione di estrema delicatezza: temendo l'arresto, voleva far preparare al suo commercialista di fiducia una procura a favore del figlio.
Ecco cosa riporta l'atto giudiziario:
«Piromalli era molto preoccupato del suo stato di libertà, che da un momento all'altro poteva non essere più tale, quindi stava facendo una procura a favore del figlio affinché potesse muoversi liberamente nell'attività dell'azienda».
PM: Chi era il commercialista?
Sorrenti: Il dottor Repaci.
PM: Dottor?
Sorrenti: Roberto Repaci».
Non è finita. Il nome del presidente dell'ordine dei commercialisti di Palmi ritorna anche in un interrogatorio condotto il 31 maggio 2002 dal sostituto procuratore Roberto Pennisi. A parlare questa volta è Roberto Spanò, arrestato con un carico di stupefacenti e reo confesso al quale viene chiesto di riconoscere alcuni individui in fotografia. «Alla foto numero 02», dice, «riconosco Repaci, il commercialista da cui si servivano i Piromalli ed i Molé».
Nonostante il suo nome sia emerso più volte, prima di ora l'autorità giudiziaria non aveva mai focalizzato la propria attenzione investigativa su Repaci. «Nella lotta alla 'ndrangheta le priorità sono state date alle strutture organiche e agli omicidi dei clan», spiega l'inquirente. «Ma un fatto è certo: Piromalli non si sarebbe mai avvalso delle attività professionali di un commercialista che non avesse ritenuto affidabile».
Il Sole 24 Ore ha contattato telefonicamente Antonio Repaci, figlio di Roberto, anche lui commercialista e oggi gestore dello studio appartenuto al padre (il quale era invece irraggiungibile perché in vacanza all'estero). Repaci ha confermato che il rapporto del suo studio con Gioacchino Piromalli non è mai stato interrotto: «Facciamo noi il suo modello unico. A lui e a due suoi fratelli». Non solo: è stato il suo studio a fare le perizie per conto degli avvocati di Piromalli in occasione del sequestro dei beni.
Uno dei motivi per cui Repaci è finora riuscito a sfuggire all'attenzione di tutti è il fatto che alcuni anni fa si è trasferito da Palmi a Roma, dove nel circuito delle sue conoscenze si dice disponga tuttora di significativi mezzi finanziari.
Sulla provenienza delle sue disponibilità economiche e sulle eventuali "co-interessenze" con Danilo Coppola si sta focalizzando l'attenzione degli inquirenti, ancora alla ricerca dell'enorme patrimonio dei Piromalli. Solo una minima parte di quel patrimonio è stata infatti finora sequestrata.
Da parte sua, Coppola ci tiene a prendere le distanze: «Io con Roberto Repaci non ho mai fatto alcuna transazione (finanziaria). Non c'è un bonifico, un assegno, un euro che sia mai passato dai miei conti ai suoi. O viceversa».
Piccolo manuale per i magistrati che vogliono vivere tranquilli e fare carriera nel nuovo anno, alla luce degli ultimi accadimenti dell'anno vecchio.
1. Non disporre mai intercettazioni telefoniche né ambientali: c'è sempre il rischio che il sospetto che state controllando chiami o venga chiamato da un deputato, da un ministro, dal presidente del Consiglio, da un governatore di regione o di Bankitalia.
2. Se, una volta adottate tutte le precauzioni del caso, vi ritrovate ugualmente fra le mani un nastro con la voce di uno dei suddetti soggetti, mangiàtela dopo opportuna masticazione o, in caso di stomaco debole, ordinatene l'immediata distruzione. Avrete ottime chances di diventare procuratore nazionale antimafia.
3. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrodestra, altrimenti verrete accusati di essere toghe rosse. E Francesco Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
4. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrosinistra, altrimenti verrete accusati di indebolire la politica per conto dei poteri forti e dei banchieri. E Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
5. Non indagate sui vertici delle banche, e men che meno di Bankitalia, altrimenti sarete accusati di danneggiare gli esponenti del centrodestra o del centrosinistra loro amici. E, quel che è peggio, Cossiga non si ritirerà più dalla politica per protesta.
6. Se incappate in un bilancio falso, convocate il colpevole per felicitarvi: "Complimenti, dottore: quando si candida al Parlamento?"
7. Se incappate in una tangente, anziché perder tempo ed energie con indagini, rogatorie, perizie, udienze preliminari e tre gradi di giudizio, condannate immediatamente il corrotto e il corruttore, alla pena accessoria di presentarsi alle elezioni politiche. Così, per portarli avanti con il lavoro. La pena accessoria s'intende estesa anche ai rispettivi avvocati.
8. Se trovate 21 miliardi di lire non dichiarati del '94 su un conto cifrato svizzero di Previti o 50 milioni di euro non dichiarati del 2004 sui conti cifrati monegaschi di Consorte e Sacchetti, non fate troppe domande e non andate a pensare chissà cosa. Quelle sono tipiche "consulenze".
9. Se dovete notificare un invito a comparire, un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio al presidente del Consiglio, non fatelo: qualunque cose stia facendo il premier - un convegno sull'omeopatia, le corna in Spagna, il trapianto a Ferrara, il lifting in Svizzera, lo shopping alla Standa, la talassoterapia in una delle sue sette piscine abusive - verreste immancabilmente accusati di "giustizia a orologeria". Se proprio non potete fare a meno di notificargli qualcosa, all'inizio dell'anno chiedete al premier (o, in alternativa, a Bondi) di indicare quattro o cinque date a sua scelta. Voi non sapete ancora quali reati gli contesterete. Ma lui sì.
10. Se scoprite che un premier o un ex premier è un mafioso, buttate via le prove finché siete in tempo. Se no poi la Cassazione vi dà ragione, il governo fa una legge per stroncarvi la carriera e l'Antimafia è costretta a scrivere 400 pagine di relazione per sbianchettare la sentenza.
11. Prima di prendere qualsiasi iniziativa giudiziaria su qualcuno, informatevi preventivamente sul suo titolo di studio, il suo tenore di vita e le sue amicizie politiche. Dopo, è troppo tardi. Se vi accorgete in ritardo di aver arrestato un ricco laureato con amicizie in alto loco, scarceratelo immediatamente, ancor prima che Giuliano Ferrara ve lo chieda: se no quello poi parla.
12. Se vi capita un imputato extracomunitario, vi basterà adottare questo semplice accorgimento. Nel caso in cui provenga dal Nordafrica, condannatelo al massimo della pena, possibilmente per terrorismo: un magrebino è colpevole sempre, anche senza prove, a prescindere. Nel caso in cui, invece, provenga dagli Stati Uniti e, per dire,appartenga alla Cia e abbia rapito un imam per farlo torturare in Egitto, assolvetelo da tutte le accuse, anzi: possibilmente non processatelo nemmeno. Un agente della Cia è innocente sempre, a prescindere, soprattutto se ci sono le prove.
13. Se siete convinti che la legge sia uguale per tutti, cominciate a preoccuparvi seriamente. Delle due l'una: o avete sbagliato mestiere, o avete sbagliato paese.
Come saranno state le feste dei ragazzi di Locri? Quelli con le magliette «E adesso ammazzateci tutti»? Quelli che dopo l'omicidio di Franco Fortugno hanno risvegliato - per qualche giorno - le nostre coscienze, costringendoci ad occuparci della Calabria? Immagino che siano state feste come quelle degli altri ragazzi. Allegre e spensierate. Ma forse non solo. Forse i ragazzi di Locri, oltre a divertirsi, hanno continuato a porsi domande, alcune ineludibili alla luce delle cronache dei gravi scandali economico-finanziari che affliggono il nostro Paese (aggiungendosi ai problemi di sempre). Hanno constatato che l'illegalità può anche assumere volti diversi dal sangue e dalle stragi: corruzione, scambio politico-affaristico, spreco di risorse, mancanza di controlli, inefficienza burocratica, evasione fiscale, arricchimenti troppo facili alle spalle degli onesti, raccomandazioni sistemiche, assistenzialismo clientelare... Capiscono, i giovani, che se non si batte anche questa illegalità, possiamo sconfiggere tutte le cosche che ci pare, ma non avremo costruito quasi niente. Non avremo dato - ai giovani che lo pretendono - un vero futuro, consentendo loro di pensare al lavoro, in particolare, come a un diritto e non come a un ricatto o una merce di scambio.
Alla fine i giovani di Locri si saranno magari chiesti se sia proprio vero che la «questione morale» è un ferrovecchio da accantonare o una «pruderie» di benpensanti. Spero abbiano concluso che si tratta invece di una grande questione democratica ed istituzionale: per la decisiva ragione che un sistema intriso di malaffare, di corruzione, o di rapporti con la mafia è l'emblema del prevalere dell'interesse privato sull'interesse pubblico, cioè di un sistema malato che non produrrà niente di buono per il futuro dei giovani.
Non solo ai giovani di Locri, ma a tutti i cittadini italiani, vorrei poi ricordare che l'accantonamento della «questione morale» è inestricabilmente intrecciato con la «questione giustizia». Sappiamo tutti che il sistema giudiziario spesso non funziona o funziona male. Eppure anche quel «poco» dà fastidio. L'obiettivo di chi attacca la giurisdizione, ieri come oggi, è avere meno, non più giustizia. Un esempio per tutti. Quando un uomo politico viene indagato per corruzione o collusioni con la mafia, prima o poi scatta - per il magistrato che procede - l'accusa inesorabile di fare politica. Accusa a senso unico, rivolta soltanto a chi indaga senza sconti, mentre chi si defila viene gratificato con gli applausi riservati al «giudice giusto» (il tutto, ovviamente, a prescindere dalla fondatezza delle decisioni, in un caso come nell'altro: ormai, gli interventi giudiziari vengono valutati non in base alla correttezza e al rigore, ma unicamente secondo la loro convenienza). L'accusa di «politicizzazione» fa coppia fissa con quella di «giustizialismo», parola che ormai usano con disinvoltura anche coloro che (non avendo interessi di bottega da difendere vomitando insulti) dovrebbero meglio riflettere, a partire dalla esemplarità della vicenda del termine. «Giustizialismo» è parola sconosciuta nel nostro lessico, finché qualcuno non decide di inventarsela di sana pianta per poter più facilmente archiviare il «pericoloso» consenso per la legalità che aveva accompagnato le indagini di Tangentopoli e la «seconda primavera» di Palermo. Assolutamente privo di novità e di senso sul piano dei contenuti, il neologismo ha avuto la sola finalità mediatica di avallare l'idea di un uso scorretto della giustizia da parte dei magistrati che adempiono i loro doveri senza timidezze o compromessi, così costringendo il dibattito a partire da verità rovesciate. Un trucco che in questi giorni si ripresenta, posto che l'accusa di «giustizialismo» torna ad inflazionare molti commenti sugli attuali scandali finanziari e bancari.In realtà, la politica con la «P» maiuscola (quella che voglia esercitare davvero il suo incontestabile primato, che si proponga di recuperare una dimensione etica della convivenza) dovrebbe individuare un problema da affrontare e risolvere, non da rimuovere o cancellare, tutte le volte che l'intervento giudiziario accerti fatti gravissimi sul piano politico-morale (indipendentemente dalla loro rilevanza sul versante della responsabilità penale, vigendo al riguardo regole ben diverse da quelle che presiedono alla responsabilità politico-morale). La conoscenza di questi fatti - in un Paese normale - dovrebbe innescare rigorosi percorsi di «bonifica». Invece, pur in presenza di comportamenti vergognosi accertati a loro carico, gli imputati vengono regolarmente difesi «a prescindere» se non beatificati; ed i magistrati che hanno scoperchiato la pentola maleodorante sono cialtroni. Se ancora oggi prevale la cancellazione della verità, occorre chiedersi il perché di questa anomalia. Può darsi che la verità sia incompatibile con una certa politica. Può darsi che una certa politica voglia liberarsi da ogni responsabilità di ieri, di oggi e - perché no? - anche di domani. Ma in questo modo la linea di demarcazione fra lecito ed illecito, morale ed immorale sfuma. E così non c'è Paese civile al mondo (neppure il nostro) che possa sopravvivere a lungo.E dunque, non è un caso che l'accantonamento della questione morale si presenti in coppia con la richiesta alla giurisdizione (sempre incombente: ieri come oggi) di fare un «passo indietro»; e che le dimissioni da incarichi pubblici a seguito di sottoposizione a processo penale, a differenza di quanto accade nella maggior parte dei sistemi simili al nostro, siano rarissime e non si registrino neppure a fronte di sentenze definitive della Cassazione; non è un caso che nei programmi elettorali, non solo della maggioranza ma anche dell'opposizione, si stenti ad trovare un posto non soltanto di facciata all'imbarazzante problema del rapporto tra etica e politica. Il vecchio detto machiavellico secondo cui gli Stati non si governano con i «pater noster» fa evidentemente premio sul pensiero dei nostri «maggiori» - da Bobbio in poi - secondo i quali il malaffare è sempre privo di giustificazioni politiche e, come il tiranno resta tiranno, così il corrotto, il disonesto, il colluso e lo spregiudicato sovvertitore delle regole che valgono solo per gli altri restano tali, a prescindere dalle loro capacità e dai loro successi.
Sono sicuro che i ragazzi di Locri sono scesi in strada anche perché tutte queste cose cominciano ad intuirle e capirle sempre di più. Il mio augurio per l'anno nuovo, allora, è che non si rassegnino. Che insistano a pretendere legalità e giustizia, ovunque e da tutti. Faranno del bene anche a noi. In particolare a quelli fra noi che hanno più bisogno di scuotersi di dosso apatia o cinismo, anticamera della voglia di non distinguersi troppo da coloro che hanno prodotto strappi alla giustizia e alla legalità, nel nostro Paese, che non è possibile prevedere dove andranno a fermarsi. E che potrebbero addirittura allargarsi - se la tendenza non s'inverte - fino a ridurre a brandelli il nostro senso morale.


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