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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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29.01.2006 – Famiglia Cristiana
E’ una riforma che non serve al Paese
di Adriano Sansa
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La questione morale imbarazza l’Arci
di Paola Setti - il Giornale di Genova
Pareva uno scontro come persino troppi ne propone il variegato mondo dell'associazionismo a sinistra, con la Casa della legalità a litigare con l'Arci su un tema che più che dividere dovrebbe unire come la lotta alla mafia. Rischia invece di diventare un'imbarazzante questione morale, con due dirigenti dell'Arci impegnati in società che da una parte svolgono attività molto simili a quelle dell'Arci, dall'altra contano altri soci in qualche modo collegati ad altre società in settori quali edilizia, cemento, energia, rifiuti e chi più ne ha più ne metta, là dove i fini di certe attività non sempre coincidono con quelli dell'Arci.
Nulla di illegale, sia chiaro, ma basta andare a guardare le partecipazioni di Gabriele Taddeo il segretario provinciale e di Massimiliano Morettini il presidente regionale dell'Arci per farsi qualche domanda di ordine etico. Per dire, Morettini è socio della Banano Tsunami Srl, nata nel luglio 2004, che alla voce oggetto sociale ne conta mille: distribuzione di alimentari, bevande, tabacco, abbigliamento, gadget, arredi, ma anche gestione di bar, caffetterie, latterie, gelaterie, tavola calda, rosticcerie, trattorie, ristoranti, enoteche, mense, alberghi, motel, ostelli, agriturismo, colonie e villaggi, e poi noleggio di macchine distributrici, elettromeccaniche, videogames e ancora organizzazione di convegni e mostre, concorsi a premi, proiezioni cinematografiche, attività radiotelevisive e spettacolo in generale, gestione di attività ludiche, discoteche, impianti sportivi, stabilimenti balneari, ricevitorie del lotto, totocalcio.
Qualcosa di simile fa Taddeo, socio della Cooperativa sociale Diver Time che dall'agosto 2005 presta «servizi socio-sanitari ed educativi», e cioè organizza attività ludico-ricreative di tempo libero, sport e formazione per giovani disagiati e immigrati, fa servizi alla persona in ambito sociale, sviluppa iniziative editoriali, culturali e sportive a sostegno di disabili, fasce deboli e immigrati. I loro soci i soci dei loro soci, loro fanno altro.
Li trovi alla Iplom e alla San Marco Energia di Marghera, alla Porto petroli di Genova e alla Petrolpont di Pont Saint Martin, Aosta, solo per citare alcune delle attività industriali, che elencare tutte le società è impossibile e in molti hanno enne più una partecipazioni. Nulla di illegale, si diceva, epperò la partecipazione a società che offrono a pagamento servizi troppo vicini a quelli da sempre patrimonio dell'Arci o troppo lontane dalle finalità dell'Arci mal si addice allo Statuto che all'articolo 3 parla di «difendere e innovare lo stato sociale in una prospettiva di crescita del ruolo dell'economia sociale e dei soggetti non profit» o di «azione tesa a favorire l'ampliamento dei luoghi e delle occasioni ludiche, sportive, ricreative e di socialità», naturalmente senza scopo di lucro.
Sullo sfondo lo scontro politico. La Casa della legalità, che ha denunciato di esser stata oggetto di aggressioni e minacce da ambienti legati a Cosa Nostra, accusa l'Arci di troppo silenzio e scarsa partecipazione nella lotta alla mafia.
L'Arci risponde accusando la Casa della legalità di non averla coinvolta e di averne utilizzato il nome Arci senza neppure avvertire. Nel frattempo, il link al Circolo società di mutuo soccorso perugina che ospita la Casa della legalità è scomparso dal sito Internet dell'Arci, e in compenso sul sito Internet della Casa della legalità è comparso uno strano appello a far la pace. Si intitola «Proposta di patto di collaborazione» e propone un impegno comune per «non accettare la collocazione di macchinette come videopoker o slotmachine», «non vendere alcolici a minori», «proibire ogni sorta di utilizzo degli spazi dei Circoli a gruppi di persone che svolgono attività di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope» o «per il gioco d'azzardo e le scommesse clandestine», rivedere le iscrizioni espellendo «persone legate ad ambienti della criminalità organizzata».
Pare fatto apposta per non poter rifiutare, ma la risposta arriverà, forse, domani e dopo, quando l'Arci si riunirà per il Congresso provinciale.
BELLOCCO GIUSEPPE
nato il 22/02/1948 a Rosarno (RC)
- è ricercato dal 1997 per omicidio,
associazione di tipo mafioso traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione ed altro
- deve espiare la pena dell'ergastolo
INFORMAZIONI SUGLI ALTRI LATITANTI
SUL SITO DEL MINISTERO DELL'INTERNO
clicca qui
CORRIERE MERCANTILE - venerdì 20 gennaio 2006
SGOMINATA UNA COSCA
Dalla 'ndrangheta coca per i vip
A Certosa in manette Annibale Costa, 63 anni, referente genovese della gang
di ANDREA FERRO
Anche l'ndrangheta riforniva di coca i vip genovesi. Dal Sudamerica a Genova, via Milano. Il fiume di "neve" sfociava con regolarità all'ombra della Lanterna alimentato da un'organizzazione strutturata sui livelli di una multinazionale. Secondo gli investigatori della Squadra Mobile di Milano, il referente genovese era un attempato pregiudicato di 63 anni, Annibale Costa. Gli investigatori, agli ordini del vice dirigente della Mobile meneghina Fabio Bernardi (un lungo passato alla "Narcotici" genovese), lo hanno arrestato ieri mattina nella sua abitazione al 25 di via Argine Polcevera, a Certosa. Il suo nome figurava infatti tra i 54 destinatari delle ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Milano ed eseguite all’alba di ieri in varie province del Nord-Italia.
Secondo il teorema investigativo l'organizzazione commerciava ingenti quantitativi di cocaina ed ecstasy e riclava gli esorbitanti guadagni illeciti della cosca calabrese dei Pesce-Bellocco, una delle più potenti famiglie dell'ndrangheta calabrese forte di ramificazioni in tutta Italia e anche all'estero, in particolare in Svizzera e Spagna.A otto degli arrestati è stata contestata anche l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Il pregiudicato genovese coinvolto nell'inchiesta milanese, Annibale Costa, è un personaggio piuttosto noto alle cronache. Il suo fascicolo di seconda conservato in Questura è zeppo di denunce e ritagli di giornali. Contrabbando, soprattutto droga. I poliziotti della "Mobile" di Milano lo tenevano d'occhio da tempo. E soprattutto lo ascoltavano. In varie conversazioni registrate sulle "utenze" di boss e luogotenenti della gang rimbalzano distintamente i nomi di alcuni personaggi piuttosto conosciuti in città, tra i quali un attore, un noto professionista e un imprenditore. Uomini del jet-set genovese che si rivolgevano ai referenti della gang per ottenere dosi di cocaina di prima qualità: per festini con gli amici e le amiche e per uso personale. Alcuni di loro sono stati identificati come "assuntori" di sostanze stupefacenti. Nelle prossime settimane potrebbero essere interrogati per uno sviluppo, su base locale, dell'inchiesta condotta con successo dalla Squadra Mobile milanese.
L'ultima volta che i giornali si occuparono con un certo rilievo di Annibale Costa risale all'aprile del '91. Allora i poliziotti della "Narcotici" lo arrestarono al casello autostradale di Bolzaneto. Era al volante di un'"Alfa 75". Al suo fianco un'anziana, la suocera settantasettenne. La sua presenza avrebbe dovuto allontanare i sospetti. Ma i poliziotti non ci cascarono. Rivoltarono l'auto come un calzino. E nell'intercapedine del pianale scoprirono il carico: due chili e due etti di cocaina purissima. Lo stupefacente, era nascosto in sette involucri di cellophane, il "Flating", che assicura impermeabilità e blocca la traspirazione.
L'INCHIESTA
Un'indagine durata cinque anni tra Medellin e il Nord-Italia
Super latitanti ed ex della banda Vallanzasca: 54 arresti
Dalle strade della periferia di Milano fino a Medellin, capitale mondiale della cocaina, passando per la Spagna, per il Brasile e per le piazze finanziarie d'Europa. Pedinamenti e intercettazioni per ricostruire, in cinque anni, una associazione del crimine capeggiata e organizzata dalla 'ndrangheta calabrese allo scopo di mantenere coi produttori colombiani, spuntare prezzi e garantire l'approvvigionamento ai gruppi che rifornivano di "neve" il ricco mercato del Nord-Italia. Un supermarket con tutti i tipi di prodotto: dalla cocaina che impazza nelle notti dorate del jet-set milanese fino all'ecstasy delle discoteca delle Riviere (e non solo). Con pazienza e tenacia una dozzina di investigatori della squadra antidroga della Questura di Milano hanno incasellato i pezzi di un gigantesco puzzle che, alla fine, è risultato composto da 54 tessere. Una piovra con la testa nella cosca del gruppo 1, quella della famiglia Pesce-Bellocco, e i tentacoli in una serie di organizzazioni comunicanti ma in qualche modo indipendenti che vanno dal gruppo milanese a quello albanese, a quello colombiano, ma anche piemontese, genovese, della Brianza di Seregno e quella di Severo-Meda. Si tratta di mafia e, infatti, per i cervelli dell'organizzazione, otto persone secondo gli investigatori, è stato contestato dal Pm della DDA anche il reato di associazione mafiosa. A Milano si parte alla fine del 2000 dal monitoraggio delle attività di uno spacciatore in grande stile, Cataldo Muscarello detto Jimmy, "un tipo stravagante e simpatico" dicono gli investigatori. E si identificano personaggi emblematiche di una Milano vicina alla cocaina e ai capitali da riciclare, come Marco Gallarati, 31 anni, uno che, raccontano gli investiatori, ama le belle donne e le belle macchine. "Uno che lascia il Porche Cayenne in doppia fila per non mancare al happy hour nei bar alla moda di Porta Ticinese e vuole comprarsi un ristorante nella zona di Corso Como. O, per dire come fosse variegato il mondo di questa singolare cooperativa, come Flavio Bettinelli, un duro vero, che arriva dalla banda Vallanzasca, è ridotto in carrozzina per gli effetti di una sparatoria e condannato a 30 anni per rapina e sequestro di persona, e pure evade durante un permesso e si trasferisce in Spagna a Valencia.
il "PESCE" è venuto a galla, arrestato il 30.11.2005
'Ndrangheta, preso il boss Pesce
era nascosto in un bunker
ROSARNO (Reggio Calabria) - I carabinieri hanno arrestato a Rosarno Salvatore Pesce, di 44 anni, latitante e capo dell omonima cosca della 'ndrangheta. Il boss, che non era armato, è stato sorpreso dai militari delc omando provinciale di Reggio Calabria in un bunker che aveva ricavato in un terreno di proprietà della moglie.
L'uomo era ricercato sulla base di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Milano, per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
[dalle news del sito di Repubblica]
18.01.2006 – la Repubblica
IL RETROSCENA
Per gli investimenti in Liguria, Toscana e Romagna il banchiere utilizzò capitali provenienti dall´Est
Spuntano misteriosi finanzieri russi negli affari immobiliari di Fiorani. La testimonianza di un intermediario romagnolo: "Con Lodi c´erano uomini d´affari dell´Est, con molti soldi"
Il braccio destro del banchiere Aldino Quartieri tentò anche di acquistare il Grand Hotel di Rimini, ma l´operazione sfumò
di MARCO PREVE
GENOVA - Le mille avventure di Fiorani. Adesso spun-ta la pista russa: affari immobiliari con i potenti finanzieri russi e ucraini, anche una trattativa per il Grand Hotel di Rimini. Sì, quello di Fellini. E poi progetti edilizi da cento milioni di euro in Liguria e voli in elicottero con il mini-stro alle Attività Produttive, Claudio Scajola.
Lo snodo delle attività immobiliari, secondo gli investi-gatori, sarebbe Aldino Quartieri. Attraverso il suo fido commercialista, l´ex patron della Bpi avrebbe controlla-to le sorti di decine di operazioni immobiliari in mezza Italia: a Lodi, ma anche in Emilia Romagna, Toscana e Liguria. Da mesi gli inquirenti cercano il bandolo della matassa, perché attraverso gli affari immobiliari Fiorani avrebbe smaltito guadagni accumulati in modi non pro-prio leciti. Adesso uno degli intermediari svela il retro-scena di questi affari segreti e parla di «finanzieri russi» che avrebbero coperto le spalle a Lodi. L´uomo si chiama Piergiovanni Mazzucco, un riminese che am-mette qualche vecchio guaio con la giustizia e sostiene di avere «un´avviata professione di intermediario ramo immobiliare». Il suo nome sarebbe spuntato da una de-nuncia di cui si occupa il pm genovese Sergio Merlo e che sta aprendo un nuovo fronte di indagine (dopo Mi-lano, Roma e Lodi) anche nel capoluogo ligure. Un´inchiesta nata per una questione di minacce nei confronti di due architetti genovesi, Daniele Bianco e Gerolamo Valle, entrati in rotta di collisione con Fiorani e i suoi. «Era il 2004 - racconta Mazzucco - incontrai Quartieri e Fiorani in banca a Lodi. Mi chiesero di me-diare, senza pressioni, per il progetto sull´ex area Ital-cementi di Imperia. Un mega-progetto da cento milio-ni». La questione stava a cuore a Fiorani che nell´autunno 2003, per un sopralluogo, sorvolò la città in elicottero insieme con il ministro Claudio Scajola e con il costruttore Ignazio Bellavista Caltagirone, quest´ultimo indagato per Antonveneta e attualmente impegnato nella realizzazione del nuovo porto turistico della città rivierasca.
Non solo. Per sostenere quell´investimento milionario sarebbero arrivati milioni di rubli, il che apre nuove pro-spettive all´inchiesta che potrebbero portare lontano. Evidenziare rapporti con la finanza dei paesi dell´Est. Due i vantaggi: ampia disponibilità economica e pochi controlli sulla provenienza del denaro. «Sì, c´erano de-gli uomini d´affari russi - racconta Mazzucco - gente se-ria con parecchi soldi. Parteciparono a diversi incontri, perché a Imperia volevano costruire un centro commer-ciale. Erano convinti, ma quando sono sorti tutti quei problemi hanno mollato». I problemi erano legati al rifiu-to dei due architetti di modificare le volumetrie del pro-getto. Una decisione che avrebbe sottoposto i due pro-fessionisti a molte pressioni. Da quelle soft di ex espo-nenti del Pci come Angelo Tromboni e di Andrea Billè (figlio dell´ex presidente della Confcommercio) ad altre decisamente più "rudi", una serie di telefonate dalla Si-cilia provenienti da utenze di soggetti indagati per ma-fia. Personaggi che, secondo gli investigatori, avrebbe-ro avuto contatti telefonici con società della Bpi. Un´altra pista, fili che legano Lodi con l´Est europeo e con ambienti in odore di criminalità organizzata.
La procura di Genova ha già accertato gli stretti rapporti tra Mazzucco, Quartieri e i russi. A tirare le fila degli af-fari potrebbe essere stato un commercialista milanese amico di Quartieri e noto per i suoi contatti con società dell´Est. Spunta così la storia del Grand Hotel di Rimini. Come scrive anche L´Espresso, Quartieri tentò di ac-quistare attraverso due mediatori l´Hotel di Amarcord. Racconta Mazzucco: «Io ero uno degli intermediari. Quartieri parlando dell´affare mi fece vedere un muc-chio di carte, come se ce l´avesse già in pugno. Ma an-dò tutto in fumo perché quelli chiedevano 130 milioni. Troppi». La Advance Hotel , società proprietaria, dichia-ra: «Mai avuto rapporti con la banca di Lodi». A parte un fido da 1,8 milioni di euro con l´istituto di Fiorani. Niente, però, di illecito o sospetto.
ITALIANI A PECORELLA
di Beppe Grillo - dal blog www.beppegrillo.it
Se dura ancora qualche mese questo governo abolirà il codice penale .
La sua ultima trovata è la legge "Pecorella" approvata in parlamento.
La legge stabilisce che, in caso di assoluzione dell’imputato, il Pubblico Ministero non può più ricorrere in appello, ma solo in Cassazione.
L’imputato condannato, invece, conserva il diritto di fare appello e, se lo perde, può ancora rivolgersi alla Cassazione. La limitazione dei poteri del PM è una grave violazione della parità delle parti nel processo, sancita dalla Costituzione.
Per capirci, pensiamo ad una partita di calcio fra la squadra della Boccassini e la squadra di Previti.
Se alla fine del primo tempo vince la Boccassini, Previti può giocare il secondo tempo e i tempi supplementari.
Se invece nel primo tempo vince Previti, per rifarsi la Boccassini avrà solo i supplementari, niente secondo tempo.
Se davvero succedesse questo nel campionato di calcio ci sarebbero le barricate.
Anche Mediaset scenderebbe in piazza perché potrebbe trasmettere solo un pezzo della partita.
Ma quel che è impensabile per un gioco è la nuova realtà del processo italiano.
Altro effetto della legge “Pecorella” , che si verifica sempre, anche quando c’è stato appello dell’imputato, è la trasformazione del giudizio di Cassazione (che dovrebbe decidere esclusivamente sulla buona applicazione della legge) in un terzo grado di giudizio di “merito”, ossia di riesame dell’intera attività processuale svolta in precedenza.
Questo significa:
- stravolgimento del ruolo della Cassazione
- aumento della durata, già vergognosa, dei processi
- moltiplicazione dei ricorsi strumentali e dilatori
- ingestibilità della Cassazione, che alla fine scoppierà.
Se combiniamo tutto questo con la riduzione dei termini di prescrizione (legge ex Cirielli), possiamo tranquillamente dire che gli effetti della legge “Pecorella” saranno sconvolgenti.
Chicca finale: il Commissario europeo dei diritti umani Alvaro Gil-Robles ha scritto, il 14 dicembre 2005, oltre 60 intense pagine contro l’amministrazione della giustizia in Italia.
Ps: Il nano portatore di prescrizioni si è recato in tribunale per testimoniare.
Tutti si sono stupiti perchè non ha detto nulla.
Belin, ha fatto bene: se diceva qualcosa lo arrestavano per falsa testimonianza.
13.01.2006
I futuri scalatori di Telecom, di Bnl, di Antonveneta,
del «Corriere della sera» s’incontrano nel 1998.
Quando la Banca agricola mantovana è assalita dal Monte dei Paschi di Siena
di Gianni Barbacetto
La scalata a Telecom è la prima operazione di quelli che poi diventeranno «i furbetti del quartierino». Emilio Gnutti, Giovanni Consorte, Gianpiero Fiorani hanno tutti una parte in commedia già nella «madre di tutte le opa». Gnutti è uno dei protagonisti di primo piano. Fiorani è più defilato, ma offre i servizi bancari (e i contatti all’estero) della sua Popolare di Lodi a un Consorte che, da un giorno all’altro, fa il grande salto e da assicuratore del mondo cooperativo diventa grande finanziere nazionale. Con loro c’è anche un giovanotto romano ancora sconosciuto: un certo Stefano Ricucci di cui non si accorge ancora nessuno, ma che, zitto zitto, ha stretto già ottimi rapporti con gli scalatori, visto che (come racconta Mario Gerevini sul CorriereEconomia del 12 settembre) tra il 1998 e il 1999 investe grosse cifre, guarda caso, in Olivetti e in Tecnost: due aziende che, coinvolte nella scalata Telecom, cresceranno rispettivamente del 500 e del 700 per cento. Quando si dice la preveggenza...
Pavarotti sotto il tendone. Ma la nascita del primo nucleo della Bicamerale degli affari è precedente. Il luogo è Mantova. L’anno è il 1998, alla vigilia della scalata Telecom, quando il Monte dei Paschi di Siena lancia un’opa per conquistare la Banca agricola mantovana (Bam). Il Montepaschi, oltre a essere la banca più antica del mondo, nata nel 1472, è anche il campione della finanza rossa, controllata dagli amministratori locali, tutti Ds. L’uomo forte di Siena, in quel momento, è Stefano Bellaveglia, dalemiano doc. È lui che conduce in porto l’operazione per la conquista della Bam. La Banca agricola mantovana è una solida banchetta di provincia ancorata al ricco territorio di Mantova. Dentro di sé ha due anime: quella cattolica e popolare, sostenuta dal tessuto dello cooperative bianche; e quella rossa ed ex comunista, agganciata alle amministrazioni di sinistra nell’unico lembo lombardo che il centrodestra fatica a espugnare. Dentro la banca, in più, ci sono alcune soggettività forti: Steno Marcegaglia, il più esuberante degli imprenditori mantovani; e Roberto Colaninno, grande manager della Olivetti di Carlo De Benedetti. Colaninno ha stretto alleanza con un gruppo di bresciani che hanno un sacco di voglia di far girare i soldi che si producono dalle loro parti: Chicco Gnutti, appunto, e i fratelli Ettore, Fausto e Tiberio Lonati.
Anche Ricucci era arrivato fino a Mantova, e già nel 1995. Ma soltanto come cliente. Come mai il romanissimo giovanotto era andato ad aprire un conto 480 chilometri più a nord, presso la Banca agricola mantovana? Lo spiega Gerevini: Ricucci aveva un rapporto molto intenso con Massimo Bianconi, che nel 1995 era condirettore generale della Bam. Il rapporto era così intenso che Ricucci segue Bianconi nei suoi spostamenti professionali: nel 1995 alla Banca mantovana, nel 1998 alla Banca nazionale dell’agricoltura di Roma (che apre a Ricucci la sua prima consistente linea di credito, da 15 miliardi di lire, per il trading di Borsa), nel 2000 alla Cariverona (dove Bianconi gli concede un prestito da 20 miliardi di lire). Ma ormai a Mantova Ricucci aveva incontrato Gnutti, e la sua vita era cambiata: nel 2001 il finanziere bresciano accoglie l’aspirante immobiliarista in Hopa, la sua cassaforte, la Bicamerale della finanza, dove Ricucci incrocia anche Fiorani e Consorte. Di lì a pochi anni, i furbetti del quartierino esibiranno la loro formazione definitiva, pronti alle scalate del 2005.
Ma torniamo alla scena primaria, all’alba dei furbetti. Il 9 dicembre 1998 il Montepaschi lancia la sua opa sulla Banca agricola mantovana. La città si spacca: da una parte l’anima bianca, che promette di alzare le barricate contro i conquistatori senesi; dall’altra l’anima rossa, che li vuole accogliere come liberatori. Il Montepaschi fa una grande campagna per conquistare il consenso dei mantovani. Viene montato un grande tendone dove viene chiamato a cantare, gratis per la città, Luciano Pavarotti.
Il giorno della verità è il 20 febbraio 1999: in un altro gigantesco tendone sono chiamati ad accorrere tutti i soci della banca, che sono migliaia e devono votare sì o no alla trasformazione da popolare in spa. È l’arzigogolo inventato da un funzionario di Bankitalia di nome Gennaro D’Amico. Funzionario di Bankitalia, D’Amico escogita la soluzione tecnica per permettere le acquisizioni di banche giuridicamente particolari come le casse di risparmio e le banche popolari: Bankitalia permette le opa anche su di esse, purché si trasformino in spa prima di essere incorporate. Un arzigogolo che è stato molto d’aiuto, per esempio, a Fiorani lanciato nella sua bulimica campagnia acquisti. E, nel 1998-99, al Montepaschi. Per la cronaca, bisogna segnalare che D’Amico nel 2003 ha lasciato la Banca d’Italia e, con grande stupore dei suoi ex colleghi, è andato a lavorare alla Hopa, la holding di Gnutti. Per poco: si è poi trasferito proprio alla Popolare di Lodi.
Dunque: nel tendone di Mantova, in una fredda giornata del febbraio 1999, si scontrano bianchi contro rossi. Oltre 9.500 persone, in rappresentanza di quasi 20 mila voti. Nelle assemblee delle banche popolari, vale il principio «ogni testa un voto», a prescindere dalle azioni possedute. La battaglia è epica. Interviene anche Bruno Tabacci, che è di Quistello, provincia di Mantova: pronuncia un appassionato discorso in cui dice che se passano i senesi, la banca sarà annullata, Mantova sarà cancellata dalle mappe dell’istituto e trionferà la logica del Palio. In alternativa, la Bam avrebbe dovuto sviluppare alleanze con le banche padane, la Cariparma , la Cassa di Verona, quella di Vicenza...
Discorso inutile. I mantovani presenti votano a maggioranza no, ma con i pullman sono arrivati soci da Abbiategrasso, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, perfino dalla Toscana. «Avevano fatto, sotterraneamente, una bella campagna acquisti, anche offrendo azioni ai nuovi assunti della banca», sostiene oggi Tabacci. Alla fine, circa il 55 per cento è per il sì, circa il 45 per cento per il no. Nella folla del tendone non si notano, ma con i senesi si sono schierati, oltre a Colaninno, anche i bresciani, Gnutti, i fratelli Lonati. Gnutti entra nell’azionariato del Montepaschi. Stringe un patto di ferro con Bellaveglia, che è il punto di congiunzione con i bolognesi dello coop rosse e in primo luogo con Giovanni Consorte. Nasce così, sotto un tendone di Mantova, il gruppo bipartisan destinato a grandi imprese, dall’opa Telecom alle scalate dell’estate 2005. Perso per strada Colaninno (che mantiene interessi industriali e si sente tradito da Gnutti che vende Telecom a Tronchetti), i furbetti bianchi e rossi crescono, trafficano, scalano. E, infine, cadono.
Famiglia di imprenditori edili ricattata dai delinquenti: sei arresti
IN ROVINA PER GLI USURAI
DEBITI PER DUE MILIONI
Cade nella rete banda di "strozzini"
di MARCO PREVE
"Di notte non dormiamo più. Il problema è che i carabinieri li mandano in galera ma poi i giudici, anzi le leggi li fanno tornare liberi. E allora ripensi se hei fatto bene".
Come raccontano loro stessi, c'è voluto molto coraggio ai membri di una famiglia di imprenditori edili che, dopo due anni di vita infernale, hanno deciso di denunciare la banda degli strozzini che li avevano portati sull'orlo del fallimento.
Due giorni fa sei persone sono state arrestate per usura ed estorsione dai carabinieri del Ros a conclusione di una lunga e delicata indagine coordinata dal pm Andrea Canciani della Direzione distrettuale antimafia. Un'inchiesta complessa e importantissima, perchè dagli accertamenti emergerebbero inquetanti collegamenti con le famiglie strettamente imparentate ad alcune cosche della 'ndrangheta calabrese. A Marassi sono finiti Cosimo Gorizia, 26 anni originario di Mammola (Reggio Calabria); Giuseppe Sofrà, 60 anni già arrestato un anno fa per il possesso illegale di una pistola con la quale minacciava di morte gli imprenditori; Giuseppe Gorizia, 23 anni fratello di Cosimo; Giorgio Ghisu, 56 anni; Stefano Boragine 23 anni e Silvio Criscino 58 anni di Coronata.
La storia comincia quando fratello e sorella titolari dell'impresa attraversano un momento di difficoltà e le banche chiudono le porte. E' il 2002, e attraverso un loro subappaltatore, Cosimo Gorizia, chiedono un primo prestito di diecimila euro. Nei due anni successivi, scrive il gip Maria Califano, «le vittime sono state abilmente condotte in una spirale», che li ha costretti a chiedere sempre più soldi per pagare interessi sempre più alti (anche il 350% annuo) ed evitare che gli assegni consegnati agli strozzini venissero messi all'incasso in banca, con il risultato di risultare scoperti e portare l'azienda al fallimento. Alla fine sono stati due milioni i soldi pagati ai cravattari. Il tutto con un contorno di minacce rivolte anche nei confronti dei figli adolescenti e dell'avvocato che assiste gli imprenditori da parte dei soggetti che il gip definisce di «allarmante pericolosità». I carabinieri del colonnello Sandro Sandulli hanno sequestrato centinaia di assegni - alcuni consegnati dalle vittime nello studio di un notaio del centro -. che proverebbero le accuse. Oltre a molte intercettazioni telefoniche ci sarebbero anche registrazioni coraggiosamente effettuate da una delle vittime. Oltre agli arrestati, sono indagati anche Domenico Magnoli, 55 anni, di Busalla, che prima di Natale era stato coinvolto in un'altra indagine per usura dei finanzieri del Gico. Oggetto di perquisizione anche Luigi Rebolini, in affari con gli imprenditori usurati. Secondo gli investigatori i finanziatori del giro erano Ghisu, Boragine e Criscino che è un ex gioielliere, ed è noto anche per essere cognato di Gino Mamone dell'omonima famiglia di imprenditori titolari della Ecoge.
La maggior parte degli arresti è difesa dall'avvocato Giuseppe Gallo che ieri ha incontrato i suoi clienti in carcere. «Data la mole di documentazione sequestrata - dice il penalista - è difficile per ora dare una valutazione. C'erano rapporti di affari tra i denuncianti e i miei assistiti, e credo che sia in questo contesto che cercheremo di chiarire alcuni aspetti della vicenda».
SGOMINATO GIRO DI USURAI A GENOVA, TASSI DEL 350%: 7 ARRESTI
GENOVA - Da un piccolo debito di 19 mila euro si erano trovati a dover restituire in due anni circa due milioni di euro ad un gruppo di usurai che applicavano interessi composti fino al 350% l'anno: l'angosciosa storia di strozzinaggio di cui è rimasta vittima una famiglia di imprenditori edili genovesi è stata scoperta dai carabinieri del Ros, che hanno arrestato sette persone in esecuzione di altrettanti ordini di custodia cautelare.
Durante una serie di perquisizioni, i carabinieri hanno sequestrato assegni e conti bancari, nonché due fucili ed una pistola cal. 38 con la quale gli usurai avevano minacciato gli imprenditori. Questi, eredi di un'antica impresa edile genovese con oltre cento anni di vita ora specializzata in ristrutturazioni, sono stati costretti a vendere diversi beni mobili ed immobili per far fronte alle pretese degli strozzini. Secondo gli investigatori, gli usurai si muovevano a margine della criminalità organizzata calabrese.
[© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 10/01/2006 09:09]
(ANSA) - GENOVA, 10 GEN - A finire in carcere su ordine del Gip di Genova, che ha accolto le richieste della Direzione Distrettuale Antimafia, sono state sette persone di cui tre calabresi con legami, secondo gli inquirenti, alla famiglia della 'ndrangheta dei Macri'. Si tratta di Cosimo Gorizia, 33 anni, nato a Mammola (Reggio Calabria); Giuseppe Sofrà, 61 anni, nato a Laureana di Borrello (Reggio Calabria); Giuseppe Gorizia, originario di Siderno (Reggio Calabria), 24 anni; Domenico Magnoli, 55 anni, genovese; Silvio Criscino, 59 anni, genovese; Stefano Boraggine, 34 anni, genovese; Giorgio Ghisu, originario di Carbonia (Cagliari), 57 anni.
A sgominare la gang è stato il coraggio di una imprenditrice edile che inizialmente si era indebitata per un prestito di 19 mila euro fino ad arrivare ad un debito di 2 milioni di euro. L' imprenditrice si era presentata spontaneamente ai Carabinieri nel 2004 dove aveva sporto denuncia e fatto i nomi degli usurai con cui era in contatto.
L' operazione è stata condotta dal Ros e dal Comando provinciale dei Carabinieri di Genova.
COMUNICATO STAMPA del 10.01.2006
della CASA DELLA LEGALITA' - OSSERVATORIO SULLA CRIMINALITA' E LE MAFIE
MAFIA: 7 ARRESTI A GENOVA
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Gennaio 2006
Le ganasce dell'Onu
di Lucia Vastano
Dallo scorso dicembre le Nazioni Unite hanno un’arma in più contro la corruzione: la “Convenzione di Merida”, primo strumento globale per coadiuvare gli Stati nella lotta contro il fenomeno
Pedro Alvarez conosce molto bene il significato della parola tangente. Per lui è l’arma con la quale “el diablo”, il diavolo, ha distrutto la sua vita per sempre. Un diavolo che ha nome e cognome, quelli del funzionario del suo villaggio, nello Yucatan, che gli ha chiesto una tangente per far arrivare la corrente elettrica fino a casa sua e mettere così in moto la pompa per irrigare i suoi campi. All’inizio si era rifiutato di pagare, sperando che prima o poi quella firma arrivasse ugualmente. Ma il tempo passava, e ben presto non gli rimasero alternative: o si decideva a sborsare il denaro, o tutto sarebbe andato in rovina. Nel villaggio altri erano nelle medesime condizioni. Sempre più capifamiglia avevano deciso di accettare la proposta. In fondo, meglio pagare un funzionario corrotto che soccombere. Così sul tavolo del funzionario arrivò nuovamente la richiesta di Pedro Alvarez. Ma quel timbro gli costò più di quanto poteva permettersi. Fu l’inizio della fine.
Miliardi di “favori”, nessun diritto. Arrivò a chiedere prestiti agli usurai, poi fu costretto a vendere la terra. Da allora sono passati dieci anni. Pedro non ha più niente, neppure la famiglia, che ha lasciato per la vergogna di non riuscire più a mantenerla. È un ubriacone che chiede l’elemosina all’uscio della cattedrale nello zocalo, la piazza principale di Merida. Non entra più nemmeno nella chiesa, perché “el diablo” in persona lo ha corrotto. «Mi ha marchiato a fuoco per sempre», dice mentre allunga la mano per elemosinare.
Non basta offrire qualche pesetas per aiutare la gente come lui. Non basta tutta la generosità del mondo per mettere fine alla piaga della corruzione. L’Onu ha stimato che ogni anno vengono pagate tangenti per circa 840 miliardi di euro per ottenere “favori” di diverso tipo, spesso soltanto per avere accesso a beni primari a cui si ha diritto. «La corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei Governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce soprattutto le fasce più povere», ha affermato Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite.
Un storico accordo. È per questo che, proprio vicino a quella cattedrale dove Pedro consuma la sua esistenza, il 9 dicembre 2003 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) ha presentato ai 129 membri presenti la “Convenzione contro la corruzione”, firmata immediatamente da 96 Stati (tra cui l’Italia, con la firma apposta dal ministro della Giustizia Roberto Castelli), mentre il Kenya l’ha anche ratificata. «Si tratta di un avvenimento storico: in 50 anni di vita delle Nazioni Unite non era mai accaduto che in occasione dell’apertura alla firma un Paese consegnasse anche gli strumenti di ratifica. Questa è ovviamente una chiara manifestazione dell’impegno considerevole del Kenya, ma soprattutto testimonia la fiducia che questo nuovo strumento a disposizione della Comunità internazionale possa realmente essere incisivo», ha dichiarato Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Unodc.
Il 14 dicembre scorso, con la ratifica della 30a nazione (l’Ecuador), come previsto nel suo testo, la “Convenzione di Merida” è entrata in vigore. Un successo per le Nazioni Unite e una rivincita, anche se tardiva, per i milioni di Pedro sui loro “diablos”. Se la giustizia espressa dalla Convenzione non rimarrà sulla carta, i “diavoli” avranno una vita sempre più difficile.
Prima tappa: Palermo. Ma quali armi ha messo a punto l’Unodc per combattere la corruzione? «La Convenzione – dice Costa – va inserita nel contesto più generale della lotta alla criminalità ed ha una sua storia alle spalle che è bene ricordare. Nel campo della prevenzione del crimine e della giustizia era già entrata in vigore la “Convenzione contro il Crimine Organizzato Transnazionale”. Negoziata a Vienna dal 1998 al 2000 e aperta alla firma a Palermo nel dicembre di quest’ultimo anno, tale convenzione già conteneva articoli che fanno riferimento al problema della corruzione. A Palermo si sottolineò l’importanza di avviare una concreta discussione mirata all’elaborazione di una distinta e specifica Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione. Quali sono ora gli elementi di novità? Io la definisco una convenzione dalle “ganasce potenti”. Questa convenzione vincola i Paesi contraenti ad armonizzare i loro dettati legislativi a quanto da essa previsto. Per capire fino a che punto sia imperativo l’impegno richiesto ai Governi è sufficiente leggere i 72 articoli della Convenzione e ci si imbatte frequentemente in disposti quali: “Governments shall do, shall engage, shall commit themselves” (i Governi devono fare, devono impegnarsi, nda.), mentre solo per un numero limitato di articoli i Paesi sono semplicemente invitati, o si richiede loro soltanto di “compiere i loro migliori sforzi per...”. Ora che è entrata in vigore la Convenzione, le Nazioni Unite – in particolare gli organi di Vienna e l’Unodc –, che svolgeranno un’azione di verifica della sua applicazione, potranno chiedere ai Paesi contraenti l’adempimento degli obblighi previsti».
Scavalcare il segreto bancario. «La Convenzione – ha affermato Costa – punta il dito su uno degli elementi tipici della corruzione: l’interazione privato-pubblico. Un esempio: il funzionario pubblico che autorizza la costruzione di una strada e impone una tangente alla ditta costruttrice. Ma la Convenzione considera in modo rilevante anche l’aspetto prettamente “privato” del fenomeno, dal momento che l’analisi statistica dei reati di corruzione dimostra come questi assumano un particolare rilievo e nuocciano ad interessi fondamentali anche quando vengano esercitati completamente da parte di entità private. È questo il caso di quelle vicende, come quello di Enron, in cui vengono violati i diritti dell’azienda o dell’azionista e dell’interesse generale al mantenimento di un corretto sistema di concorrenza. Non ci devono essere zone di ombra. I principi sanciti devono riguardare tutta la Comunità internazionale anche quando siano coinvolte organizzazioni come le stesse Nazioni Unite o la Banca Mondiale. La Convenzione pone l’accento sull’aspetto specifico delle rogatorie, dei mandati di cattura e dell’estradizione.
A livello di cooperazione internazionale è fondamentale aver scavalcato quello che fino ad oggi era un grande ostacolo: il segreto bancario. La Convenzione sancisce in due articoli, uno sulla criminalizzazione l’altro sulla cooperazione internazionale, che i Paesi e le loro istituzioni finanziarie non possono più appellarsi al segreto bancario per impedire l’impiego di strumenti giudiziari quali rogatorie, mandati di arresto ed estradizione. Anche in Europa dovranno cambiare molte cose, soprattutto in quei Paesi in cui il segreto bancario è tutt’oggi considerato invalicabile».
Buoni propositi solo sulla carta? Dei 129 Stati firmatari ad oggi solo 30 hanno ratificato la Convenzione sulla corruzione. Tra quelli più industrializzati, solo Francia e Sud Africa. Che cosa significa ciò? Rimarranno, quelle scritte nelle pagine di Merida, solo delle belle parole?
«Per quanto riguarda l’Europa e gli Stati Uniti, le prescrizioni della Convenzione sono già contenute nei Codici nazionali. Per questo, il fatto che ancora non sia stata ratificata potrebbe non costituire un problema – sostiene Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia, un’associazione che si batte contro la corruzione –. Ma non è certo un messaggio positivo che viene lanciato a livello internazionale. Il rischio che gli auspici rimangano buoni propositi sulla carta esiste. Io guardo con più convinzione la “Convenzione contro la corruzione” siglata dall’Ocse nel 1997. Essa rappresenta una tappa sicuramente epocale che ha cambiato radicalmente l’approccio al problema, soprattutto perché si è data delle regole di controllo annuale che vengono rispettate. È con questa Convenzione che si è stabilito a livello internazionale che le società che commettono atti di corruzione ne sono responsabili e quindi sono perseguibili. Non è un passo da poco visto che nel diritto romano, a differenza di quello anglosassone, “la società non può delinquere”. Spero che la Convenzione di Merida venga ratificata anche dall’Italia perché è fondamentale che siano lanciati messaggi forti per cambiare la cultura della corruzione nel nostro Paese. Le leggi da sole non bastano se mancano l’educazione e la percezione che la corruzione non è un atto di furbizia, ma un reato, un atto di delinquenza che castra lo sviluppo. A volte la stampa contribuisce a creare questa cultura errata. Per esempio, usando il termine “furbetti del quartiere” e non il più opportuno “disonesti del quartiere”. Chi ruba, truffa, corrompe non può essere rappresentato come uno più sveglio degli altri. Senza l’educazione alla legalità, le leggi non servono a nulla. Educazione significa anche che tutti i cittadini abbiano modo di venire informati sui loro diritti, sulle opportunità a loro offerte, senza discriminazione alcuna in modo che vi possa anche essere una leale concorrenza.
Non vi deve essere da parte di alcuni un accesso privilegiato alle informazioni. Lavorare sull’educazione richiede tempi lunghi, ma porta a successi ben più profondi e radicali. Per questo i messaggi lanciati a livello istituzionale sono importanti. In questo senso la ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Merida è un momento di crescita per il nostro Paese ed è pertanto auspicabile che venga attuata in tempi brevi».
Gennaio 2006
dal Dossier: Tratta di esseri umani
Più tutela per le vittime
Intervista a Elsa Valeria Mignone di Manuela Mareso
Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, Elsa Valeria Mignone si occupa di tratta da quando il fenomeno non era ancora individuato specificamente come tale. Erano gli anni Novanta, quando le coste leccesi vennero prese d’assalto dagli scafi albanesi: all’epoca si parlava di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. «La tratta è stato all’inizio un incidente di percorso, ci si limitava a prendere cognizione e ad assistere», ci dice. Il distretto leccese, quello più a est d’Italia, resta ancora oggi un osservatorio privilegiato per la conoscenza del fenomeno migratorio e dunque della tratta e dei crimini accessori. Sono inoltre molto significativi i dati della provincia di Lecce relativi alle richieste ex art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, che prevede il permesso di soggiorno per protezione sociale (vedi box p. 18, ndr.): 222 fino al 2002, circa il 15% del dato nazionale.
Dottoressa Mignone, quali erano le caratteristiche dei primi sbarchi?
Inizialmente gli sbarchi nel Salento avvenivano prevalentemente a sud di Brindisi, fino al capo di Santa Maria di Leuca, e non al Nord, nell’area compresa tra Brindisi e Bari perché con lo smuggling (il contrabbando di persone, ndr.) non si voleva interferire negli altri traffici della criminalità organizzata: c’era quindi un chiaro accordo tra gruppi criminali. Tutto questo bastava a dimostrare che il fenomeno dell’immigrazione era un fenomeno di criminalità organizzata, indipendentemente dal fatto che questo dato riuscisse, o riesca, ad emergere processualmente.
Dunque la vittima di tratta è vittima di criminalità organizzata?
Certamente, ed è questa la premessa fondamentale per comprendere qual è la posizione processuale di queste vittime. Con questo intendo dire che non è solo il rapporto della vittima di tratta e del suo sfruttatore che va considerato.
Alla vittima del traffico, proprio per la sua storia di particolare violenza, psicologica, ma nella maggior parte dei casi anche fisica, deve inoltre essere assicurata piena dignità processuale in senso lato sin dal primo momento dell’approccio con gli investigatori, che devono avere già una professionalità. Ad operare dovrebbero essere squadre appositamente formate, che sappiano approcciare la vittima e che non si trovino a operare casualmente. Anche l’agente che intercetta per strada la vittima dovrebbe avere sempre una squadra di riferimento.
Il rapporto recentemente redatto dal Gruppo esperti della Commissione europea segnala come estremamente problematica la distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli” (cioè consapevoli del fatto che sarebbero state sfruttate), specie in relazione alla tratta per scopi di prostituzione forzata. A lei risulta che questa distinzione, dichiarata dal Gruppo “falsa”, rappresenti un problema per la tutela delle vittime?
Assolutamente sì, anche perché dal mio osservatorio registro un’involuzione, un deterioramento complessivo dell’importanza della posizione processuale della vittima della tratta. I processi che noi abbiamo instaurato inizialmente si fondavano sul concetto di schiavitù (usavamo gli artt. 600 e 602 del codice penale: riduzione e mantenimento in schiavitù). Abbiamo raccolto testimonianze di ragazze che venivano visionate come animali, guardate addirittura in bocca per controllare i denti. Non veniva lasciato loro nulla: i documenti anzitutto, ma anche vestiti e accessori erano forniti dai loro sfruttatori. Una condizione di assoggettamento totale. Inizialmente le parole di queste ragazze, un po’ per la novità, un po’ per l’efferatezza delle cose che raccontavano, venivano considerate con grande rispetto, che invece ho poi visto scemare successivamente. Un collega che doveva sostituirmi nel corso di una udienza dibattimentale mi disse: “Ma perché ti raccomandi tanto? In fondo è solo una prostituta”. Ho visto, insomma, crescere progressivamente una sorta di sfiducia e diffidenza.
Dovute a cosa?
Sostanzialmente all’interesse che la vittima avrebbe ad accedere ai programmi di protezione sociale previsti dall’art. 18. Il paragone che meglio spiega quanto sto rilevando è quello con la parola del collaboratore di giustizia: si parte già con una svalutazione della collaborazione della parte offesa, dovuta al sospetto da parte di chi giudica e da parte del magistrato inquirente che le dichiarazioni rilasciate siano strumentali (per la possibilità, appunto, di usufruire dei benefici previsti dall’articolo 18) e non genuine, perché le vittime, o presunte tali, potrebbero riproporre come proprie le vicende vissute da altre, magari sentite raccontare in seguito al trasferimento in luoghi in cui si trovano altre ragazze che hanno già riferito le proprie storie.
Sono rischi così comuni?
Personalmente mi sono capitati solo due casi, pochi ma sufficienti a dire che il rischio esiste. Ma il fatto che la parola della vittima possa essere screditata per l’interesse ad accedere all’articolo 18 deve essere assolutamente superato, tanto più che esiste oggi una giurisprudenza della Corte di Cassazione relativa ai collaboratori di giustizia, che può essere mutuata per quanto riguarda l’art. 18.
La Cassazione in sostanza dice che noi non possiamo dire che la parte offesa non è attendibile solo perché può essere incentivata alla collaborazione con la giustizia per usufruire di benefici premiali, perché questo costituisce da sempre una prassi della nostra organizzazione giudiziaria.
Dovrebbe essere provato un intento calunniatorio da parte della parte offesa, che dovrebbe dunque rispondere poi del reato di calunnia.
Eppure in diverse sentenze ho visto screditare la parola della parte offesa adducendo come motivazione gli incentivi offerti dall’art. 18.
In merito invece al rischio che la ragazza intercettata usi le storie sentite da altre ragazze?
Anche questa è una eventualità più che reale, ma a questo punto sta a noi fare in modo di evitare i contatti. A Montecatini, a spese del Comune, le ragazze intercettate venivano fatte alloggiare in alberghi e poi solo dopo le prime dichiarazioni in centri. Quindi la non genuinità può essere evitata se c’è una procedura attenta e rigorosa della raccolta delle informazioni.
La parola deve avere una sua credibilità e deve rimanere deposizione di parte offesa, che sebbene non possa essere equiparata a quella del testimone estraneo ai fatti, può tuttavia essere assunta come unica fonte di prova della colpevolezza del reo.
Cioè quella parola non deve essere posta sullo stesso piano di un chiamante in correità, ma di parte offesa. Quindi la posizione deve essere equiparata a quella del testimone di giustizia e non del collaboratore di giustizia.
Dunque, premesso che sia sottoposta con rigore a una indagine positiva sulla credibilità, la parola della vittima deve essere assunta da sola come fonte di prova della colpevolezza?
Sì, e senza richiedere riscontri esterni. Invece, purtroppo, nel corso del giudizio questi ci vengono richiesti. Mi è capitato il caso di un trafficante che aveva contattato la madre di una ragazza, dicendole di farlo chiamare. La ragazza denuncia il fatto, gli investigatori si muovono e quando trovano il soggetto, al momento del fermo, questi aveva effettivamente un cellulare con quel numero. La ragazza viene allora dichiarata attendibile, ma non doveva essere questa la motivazione della credibilità della parte offesa, altrimenti la sua posizione, da parte offesa, diventa chiamante in correità.
Quanto è importante il ruolo delle vittime per l’emersione del fenomeno tratta?
È indispensabile, e dunque deve esserlo anche la loro protezione. La tratta è un fenomeno difficilissimo da individuare, le ragazze si fermano negli appartamenti a volte per non più di sette giorni, c’è una invisibilità di fondo; oltretutto la vittima spesso ha sfiducia nelle Istituzioni, visto, per esempio, che le polizie albanese e turca un tempo prendevano parte al gioco, o agevolando i trafficanti o ostacolandoli solo al fine di subentrare nella gestione della vittima, o quanto meno di percepire una tangente. Una ragazza ci ha raccontato che i suoi trafficanti erano preoccupati della polizia, ma solo perché temevano di dover versare una tangente. E il grosso problema è che per le ragazze una polizia equivale all’altra. È stato proprio su questo punto che le ong si sono rivelate una risorsa insostituibile: il percorso sociale previsto dall’art. 18 costituisce un’azione di sostegno, crea un rapporto di fiducia non solo con le associazioni, ma anche con le Istituzioni e può diventare un incentivo per una collaborazione giudiziaria successiva.
Quali sono gli elementi da considerare per tutelare il più possibile la vittima di tratta, non solo per ragioni umanitarie, ma alla luce della sua preziosità ai fini del contrasto al fenomeno?
È importante che la prostituzione non abbia rilevanza penale in relazione a chi la pratica proprio perché è importante che la vittima rimanga parte offesa. Criminalizzare la prostituta vuol dire svilire le sue dichiarazioni e dunque non voler combattere lo sfruttamento della donna vittima di tratta. In questo senso dar seguito ad eventuali proposte che accreditino in ambito governativo la perseguibilità del reato di prostituzione su strada sarebbe deleterio per il lavoro della magistratura.
Occorrono poi ulteriori cautele processuali: ad esempio la notifica degli atti processuali dovrebbe essere senza indirizzo, in località note alle Forze dell’ordine.
Va poi riconosciuta l’inadeguatezza dell’incidente probatorio, allorchè consente il confronto diretto tra la vittima e il carnefice. In Belgio esiste una forma analoga all’incidente probatorio in cui è garantita la presenza del difensore dell’imputato, ma non dell’imputato stesso. Questo perché spesso la vittima non regge il confronto con il carnefice, e arriva a ritrattare la sua testimonianza. L’esame potrebbe avvenire con vetro a specchio o a distanza, in videoconferenza, già prevista per le persone ammesse a protezione ex articolo 147 bis delle disposizioni di attuazione. Questa previsione normativa dovrebbe essere allargata.
L’incidente probatorio ha poi la sua durata: in questo periodo è importante che i soggetti rimangano in stato di custodia cautelare, perché se escono trovano il modo di contattare le ragazze anche quando sono all’interno dei Centri.
Dovrebbe sempre essere assicurata alla vittima la costituzione di parte civile. Può sembrare scontato e per noi di Lecce lo è, ma non è così in tutta Italia. Il procuratore aggiunto di Venezia, nel corso di un incontro, faceva presente che in quel distretto raramente si assiste alla costituzione di parte civile della vittima. Questa a mio avviso non deve essere assistita da un avvocato d’ufficio, ma da uno di fiducia, magari ricorrendo all’espediente del gratuito patrocinio, deve cioè avere una tutela effettiva nel corso del dibattimento. A Lecce questo viene garantito dall’associazione che l’ha presa in carico.
Le vittime di tratta vanno dunque protette…
Alla vittima di tratta si devono applicare le norme per la protezione dei testimoni di giustizia, di cui al decreto legge 15 gennaio 91 numero 8.
Quante volte le vittime, soprattutto dell’Est, mi hanno riferito di aver paura perché i loro familiari erano stati minacciati! In tale frangente mi sono sentita tremendamente impotente. Effettivamente, allo stato delle cose, non si può far altro che informare la vittima su questa effettiva evenienza, poiché, per poter far fronte a tali situazioni, occorrerebbe una sostanziale e concreta strategia di collaborazione tra Stati. Finché le legislazioni tra i vari Stati, almeno a livello europeo, non saranno ravvicinate, noi potremo solo prendere atto di questo fenomeno senza poter intervenire in altro modo.
Cosa possono fare di più le Istituzioni?
La provincia di Lecce ultimamente si sta costituendo come parte civile per il danno subito dal fenomeno. Essere assistita da un ente pubblico locale per la vittima di tratta è importantissimo!
Ma dico di più: a mio avviso sarebbe auspicabile la costituzione in giudizio dell’avvocatura dello Stato, in rappresentanza o del ministero dell’Interno o del ministero delle Pari opportunità su cui grava in parte l’onere finanziario del programma di quell’articolo 18. Lo Stato deve schierarsi anche perché quel reato offende anche i suoi cittadini.


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di rinnovarlo e migliorarlo.
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da sistemare e lo faremo
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