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28.01.2007 - Repubblica
L'INCHIESTA/ Chi comanda nelle città
I nuovi oligarchi padroni di Milano
di CURZIO MALTESE
"Vuoi vedere come siamo ridotti?". Dario Fo apre la finestra del suo studio, indica l'orizzonte e domanda: "Dov' è Porta Romana?". Guardo fuori e Porta Romana non c' è più. Non si vede, cancellata da un mega cartellone pubblicitario. I milanesi che non guardano mai in alto, tanto c' è poco da vedere, forse non se ne accorgono. Ma qui è sparita la porta più antica della città, il simbolo di duemila anni di storia. "Porta Romana bella" strangolata dai cartelloni, circondata dai buchi dei lavori in corso.
"A Roma coprirebbero il Colosseo con le mutande di Dolce & Gabbana?". Dolce & Gabbana bella~ la metrica tiene ma è un'altra cosa. Il Nobel più snobbato della storia estrae un suo magnifico disegno di palazzi e canali: "Questo si dovrebbe fare, scoperchiare i navigli, tornare ai tempi di Stendhal. Invece stanno vuotando la Darsena per farci i garage. Milano è così, si pugnala da sola".
Una città senza più splendore. È sempre stata trasformista, capace di adattare il corpo e l'anima al potere dominante. Scriveva Guido Piovene nel ' 56, "è una città utilitaria, demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica".
Ma ora il grigiore e la noia delle periferie hanno invaso il centro: la città non è mai stata così anonima e invivibile come oggi. Nessun grande progetto o evento, la convivialità consumata nel rito dell'happy hour, il dibattito cittadino confinato alla rissa annuale per l'assegnazione dell'"Ambrogino d' oro" il gusto della modernità ridotto a una maniaca opera di lifting urbano. Più brutta e più ricca di sempre, avvelenata dall'aria più irrespirabile d' Europa. Senza identità né memoria. Un mese fa, per la ricorrenza della strage, la Cgil ha chiesto agli studenti delle superiori se sapevano che cosa era successo in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969. Il sessanta per cento ha risposto "non so", il venti "un attentato delle Br", un altro dieci "una bomba islamica".
Per farsi coraggio, occorre guardare oltre la nebbia del presente, verso la Milano di un futuro da scegliere ma che può diventare grandioso. I soldi ci sono, quelli non sono mai mancati. Si produce sempre qui un decimo del Pil, un terzo se si considera la grande Milano di sette milioni e mezzo d' abitanti, la seconda megalopoli d' Europa dopo Parigi-Ile de France. La città brulica di cantieri dove lavora il Gotha dell'architettura. Renzo Piano a Sesto San Giovanni, Norman Foster a Santa Giulia, Daniel Libeskind, Arata Isozaki e Zaha Hadid alla vecchia Fiera, Santiago Calatrava all'alta velocità, Bolles e Wilson alla nuova biblioteca europea, Pei e Cobb al grattacielo della Regione che manderà in pensione il Pirellone, oltre alle opere già realizzate, la Fiera di Fuksas, la Bicocca di Gregotti.
Non si progettava tanto dai tempi degli Sforza. Milano ha raccolto il testimone di laboratorio urbanistico dalla Parigi degli anni Settanta, dalla Barcellona degli anni Ottanta e dalla Berlino dei Novanta. La Triennale si prepara a diventare una Mecca per l'architettura, come fu nel boom per il design. Ma fra il Luna park degli orrori del presente e la città futuribile e meravigliosa manca un ponte, una classe dirigente. Chi comanda oggi a Milano?
L'ultimo padrone della città è stato Bettino Craxi. Berlusconi, con tutto il suo potere, in città non ha mai fatto sistema. Oggi per capire chi comanda bisogna inseguire l'unica sicura traccia nel caos cittadino: i danèe. Dalla bufera di Mani Pulite in poi è successo questo, che una montagna infinita di soldi e di potere è passata di mano. Dal vecchio capitalismo industriale e familiare, governato da Enrico Cuccia e legato a doppio filo con la politica, alla nuova finanza globalizzata e immateriale, giovane e cosmopolita, che non ha bisogno né di salotti né dei palazzi romani né di televisione. In questa città oligarchica per natura e struttura, nell'ultimo decennio ha conquistato il cuore del potere una schiera di oligarchi quarantenni.
Il nuovo Cuccia potrebbe allora essere il banchiere Alessandro Profumo, genovese di nascita ma milanese da sempre, che scherza sulla definizione "io sono molto più banale, le azioni non sono capace di pesarle, le devo contare e basta". A trent' anni ha preso la guida di Credit e dal ' 94 a oggi ha portato la capitalizzazione da un miliardo di euro ai 70 del gruppo Unicredito, sesta o settima banca continentale. Non s' è mai visto in televisione o dalle parti del Parlamento considera i salotti "una vera jattura cittadina" e se ha una serata libera preferisce la mensa della Casa della carità di don Colmegna, rifugio di rom e immigrati, alle cene della Milano bene.
Per dire il personaggio, se n' è appena andato dal più ambito dei salotti cittadini, il patto di sindacato del Corriere della Sera, sbattendo la porta alle troppe battaglie per comprarsi un altro pezzo di Polonia o Turchia. Come molti nuovi oligarchi milanesi, vota a sinistra ma non ha contatti diretti con i leader o i partiti. "Il fatto è che per fare lobby il Parlamento italiano a noi non serve. Due terzi delle nostre attività sono all'estero, 60 mila dipendenti fuori Italia e un settanta per cento d' investitori stranieri. Il vecchio capitalismo era autarchico e cresciuto alla sottana dei partiti. Noi abbiamo con la politica un rapporto laico. Non chiediamo favori, appalti, rottamazioni ma progetti ambiziosi, regole per competere e servizi a livello europeo. A me piacerebbe per esempio che Malpensa non fosse uno dei peggiori aeroporti del mondo. Ma ci è andato?".
Ci sono andato. Un'ora almeno di coda fra check-in e controlli, la metà dei voli in ritardo, il maresciallo che mi ha mostrato negli schermi le facce degli addetti ai bagagli già licenziati per furto e tutti riassunti: un suk. Fra i ricchi milanesi non se ne trova più uno che ammetta d' aver votato Berlusconi. Non è soltanto il trasformismo secolare delle classi dirigenti e del popolo milanesi. E' che la nuova razza padrona, Profumo e il mondo che lo precede e lo circonda, da Giovanni Bazoli a Corrado Passera, i nuovi dirigenti di Mediobanca guidati dal quarantenne Alberto Nagel, è antropologicamente lontana dal modello arcitaliano di berlusconiano. Respinto l'ultimo assalto restauratore dei "furbetti del quartierino", guardano a un futuro internazionale. Sono i protagonisti del boom della borsa milanese, al quarto anno di crescita consecutivo, con un più 16 per cento nel 2006 e una capitalizzazione che ha ormai raggiunto 777 miliardi, la metà del Pil nazionale. Umberto Maiocchi, veterano di piazza Affari per 60 anni, era stato il primo a predire nel ' 93 all'Herald Tribune la fine delle grandi famiglie.
Visto che ha azzeccato la prima, gli chiedo un'altra profezia sulla Milano del futuro. "Il paese si sta internazionalizzando a un ritmo spaventoso. E a Milano dieci volte di più, perché qui arriva quasi la metà degli investimenti stranieri in Italia. La fine di Tangentopoli, vissuta all'epoca come un lutto, si è rivelata al contrario un volano formidabile per l'economia. I milanesi non sono mai stati tanto ricchi". Il vento della globalizzazione soffiava in realtà già prima delle inchieste. "È stato anzi la vera causa storica di Mani Pulite, quello che l'ha resa possibile" riflette oggi Saverio Borrelli, il mitico capo del pool.
Ora quel vento ha attraversato e scompaginato l'intera economia cittadina, perfino nei settori più simbolici dell'epopea craxiana: la pubblicità e la moda. Delle dieci grandi aziende di moda del pianeta, quattro hanno sede a Milano: Dolce & Gabbana, Prada, Armani e Versace. Ma per le due dominanti, Prada e Dolce & Gabbana, che negli anni Novanta hanno superato tutti per vendite, fatturato, quote di mercato internazionale, il celebrato rito Modit non significa molto: Prada è stata lanciata dalle sfilate newyorkesi, Dolce & Gabbana dalla star rock Madonna. "Per la prima volta da quarant' anni le sfilate milanesi sono deserte" testimonia Krizia . "Non solo la produzione ma anche i simboli sono andati altrove". Un altro effetto della globalizzazione è che tutto è diventato immateriale. La città stessa appare immateriale, avvolta in una nuvola d' affari che portano altrove, alla City londinese o a Pechino. Non si produce più nulla di concreto e la vecchia città fabbrica ha lasciato orbite vuote, crateri di buio e fango. Ma se si sale all'ultimo piano del Pirellone la prospettiva cambia, la sensazione fisica è travolgente. Gru, gru e ancora gru, a perdita d' occhio. Una foresta, un esercito di giganti al lavoro. Un cantiere di sei milioni di metri quadrati, l'area delle vecchie fabbriche, una ricostruzione da dopoguerra, più che dopo i bombardamenti. È l'affare del secolo, il grande Monopoli. Tutti, vecchi e nuovi, si sono catapultati a mettere le mani sul corpo della città.
L'intramontabile Ligresti s' è preso la testa dell'ex Fiera, gli americani del gruppo Hines le viscere commerciali fra fra Garibaldi e Isola, dove sorgerà la Città della Moda, le cooperative e Bazoli di Banca Intesa, in società con EuroMilano, hanno preso il cuore della Milano operaia, la Bovisa , destinata a diventare la sede del Politecnico. "Una città di studenti e professori al posto delle tute blu, il primo vero campus italiano" spiega l'amministratore delegato di EuroMilano, Alessandro Pasquarelli, altro quarantenne d' assalto come il suo rivale e amico di Hines, Manfredi Catella. La fetta più grossa, i polmoni a Nord e a Est, sono toccati al più misterioso dei nuovi oligarchi, Luigi Zunino.
In un'inchiesta sulla Milano dei Settanta Giorgio Bocca si chiedeva: ma chi è questo Berlusconi venuto dal nulla che a quarant' anni apre cantieri da mezzo miliardo di lire al giorno? Oggi nessuno si domanda chi sia questo piemontese di Nizza Monferrato, classe 1959, che quindici anni fa era registrato alla Coldiretti come viticultore e ora fa shopping comprando interi palazzi a Champs Elysèes e il leggendario Badrutt' s Palace Hotel di Sainkt Moritz, e soltanto a Milano ha avviato due progetti di città nella città con Renzo Piano e Norman Foster, l'ex area Falck e Santa Giulia, per due milioni e mezzo di metri cubi.
Città ideali, con grattacieli trasparenti sospesi come palafitte su immensi parchi, case iper tecnologiche, sedi universitarie, centri congressi, vivai d' impresa, moderni agorà, teatri, multisala, sistemi di trasporti e di riscaldamento a idrogeno: il Rinascimento prossimo venturo. "I più ambiziosi progetti urbanistici mai visti in Italia dal dopoguerra" si vanta lui, e non esagera. Qualcosa al cui confronto Milano 2, il microcosmo fondante dell'ideologia berlusconiana, appare come un modellino di Lego. Ma chi è Zunino? Una specie di Berlusconi "rosso", ex iscritto alla Cgil dell'agricoltura, buon amico di D' Alema e Bassolino, amicissimo di Alfio Marchini, l'ultimo dei famosi costruttori romani detti "calce e martello", circondato da parenti militanti nel Pci e ora in Ds e Rifondazione. Bel caso davvero, eppure è uno dei pochi italiani più o meno illustri dei quali è sconosciuta perfino la scheda biografica. Di persona è un tipo affascinante di visionario, un autodidatta dai mille talenti, un affabulatore capace di lunghe digressioni sul modo giusto di allevare cavalli e usare le barche.
Cerco allora di andare al sodo e gli chiedo perché mai un milanese dovrebbe comprare una casa a Sesto San Giovanni o vicino a Linate, per quanto splendide e griffatissime, al prezzo di un appartamento a via Montenapoleone. "Perché vive meglio che in centro, fa un investimento e forse perché non è un milanese. Voglio dire, sa qual è il vero problema di Milano? Che attira soldi da cinque continenti ma non persone. Gli uomini d' affari vengono, concludono e scappano. Il quaranta per cento degli appartamenti di Santa Giulia è già prenotato da business-men stranieri, inglesi, francesi, tedeschi, americani, giapponesi, cinesi. Berlusconi vendeva sicurezza a una borghesia milanese spaventata dagli anni di piombo. Noi vendiamo un investimento e uno stile di vita ai manager internazionali".
Ora, se si mette sul piatto della bilancia la silenziosa e potente ascesa degli oligarchi, lo spessore di un Profumo, le ambizioni di uno Zunino, e sull'altro piatto il vanitoso e rissosissimo agitarsi della classe politica locale, affamata di talk show, si capisce che non c' è partita, che il divorzio fra "danèe" e politica è consumato. Il declino della politica milanese è cominciato da tempo, dal folgorante esordio del primo sindaco "nuovista", Marco Formentini, a Palazzo Marino: "Dobbiamo tornare a essere una grande capitale europea" annunciò e aggiunse: "Come Boston!". "Politica e affari viaggiano ognuno per suo conto" dice Umberto Veronesi, memoria storica della città "Ma non è questo gran vantaggio. Il vecchio sistema è franato nel disonore ma all'origine aveva un suo slancio mecenatesco, una visione d' insieme dell'interesse generale e perfino una certa tempra etica, quasi giansenistica. Sa com' è nato l'istituto dei tumori? Sono andato a casa di Enrico Cuccia e gli ho esposto il progetto. Lui ha fatto dieci telefonate e in un'ora c' erano i soldi. Adesso ho da anni il progetto di una città della salute che renderebbe Milano capitale europea delle biotecnologie. Ne ho parlato con tutti, politici e imprenditori. Entusiasti. Ma non c' è uno solo che abbia il potere di dire: questa cosa si farà".
L'ultimo contatto diretto del professor Veronesi con il Comune risale a quindici anni fa: "Volevano un'idea per migliorare la salute dei milanesi e gliel'ho data: costruite trecento chilometri di piste ciclabili, come ad Amsterdam. Fantastico! Hanno urlato e poi Formentini ha riaperto il centro al traffico". Il risultato è che Milano, con la migliore rete di metropolitana nazionale, ha un traffico levantino, peggiore di Roma e Napoli. Qui avvengono un quarto degli incidenti stradali di tutta Italia e sono settecento i ricoverati d' urgenza per smog ogni anno. I parametri d' inquinamento rimangono fuori controllo per trecento giorni su 365. Il traffico è una tragedia materiale e una metafora sociologica delle "quattro Milano" che vivono l'una accanto all'altra e non s' incontrano mai.
Le ha individuate Guido Martinotti: la prima, i residenti veri e propri, ormai minoranza sempre più anziani ("tre nonni per ogni bambino"); la seconda, i pendolari; la terza, i consumatori della città che vengono per divertirsi e comprare; la quarta, gli uomini d' affari. E poi c' è il quinto stato, gli immigrati. Sono la forza lavoro del nuovo boom, gli operai dei cantieri edili e delle centomila "fabbrichette" dell'hinterland, i camerieri, lavapiatti, baby sitter, domestici, il 15 per cento della popolazione, un quarto dei bambini milanesi. Eppure non è mai stato costruito un solo nuovo quartiere per loro, come furono per i meridionali le deprecate ma oggi invidiabili "coree" degli anni Cinquanta. Se la politica ne parla è soltanto per "l'allarme criminalità", le famose "bande straniere" che in verità esistono ma sono composte da semplici manovali, agli ordini dei calabresi che da dieci anni comandano la Milano "nera" e ne hanno fatto la capitale europea della cocaina.
In galera, naturalmente, ci finiscono soltanto i manovali stranieri. Così è facile tenere comizi sull'allarme immigrati, le bande slave o maghrebine, i fantomatici "finanziamenti di Al Qaeda" alla moschea. Tanto del resto si occupa don Colmegna. C' è un campo rom da sgomberare? Ci sono duecento profughi da accogliere? Ci pensa don Colmegna. La città che ha inventato in Italia la solidarietà laica e socialista, che ha fondato l'Umanitaria copiata da tutte le socialdemocrazie europee, oggi delega l'intero ramo "problemi sociali" a un ex prete operaio di Sesto San Giovanni che incarna l'antico mito cittadino del "sindaco dei poveri". Ma con un linguaggio da politico raffinato e colto, uno stile da manager e una premessa secca: "A me il buonismo fa schifo e poi non serve a niente".
La Casa della Carità, in fondo a viale Padova, ai confini della città con il deserto che una volta era la Marelli , è uno dei posti più allegri e vitali di Milano. Una bella cascina, un'oasi di vecchia Lombardia piena di suoni e canti, circondata da quei casermoni anonimi e muti dove si è scritta la vera storia di Milano, dove prima ci abitavano gli impiegati di Olmi, poi gli operai meridionali, ora marocchini e cinesi. Don Colmegna non si limita a risolvere i problemi pratici ma organizza mostre e feste di quartiere, porta la Scala qui e gli ottoni zingari al Piccolo, fa incontrare i ricchi con i paria della piramide cittadina. "Quello che manca a Milano è l'urbanità, la civiltà cittadina, l'arte dell'incontro". Alla sua mensa si ritrovano le vecchie famiglie aristocratiche e i nuovi oligarchi, la Scala e il Piccolo, la destra e la sinistra. Ci vanno Profumo e Bazoli e c' è andato Fedele Confalonieri che s' è quasi commosso: "Ho ritrovato lo spirito della Milano del dopoguerra. Massì, sarò retorico: il coeur in man. La capacità di accogliere e integrare, quelle piccole botteghe di pane che mi ricordano i prestinai d'una volta. Magari, con la scritta in arabo".


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