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05.12.2007 – dal sito DemocraziaLegalità
Caso Forleo: Fare chiarezza.
di Daniela Gaudenzi
Ricostruire e fare chiarezza. Due parole d’ordine obbligate e su cui non si può non concordare con Giuseppe D’Avanzo che ci invita ad andare “oltre la nebbia del caso Forleo” dopo averci ammonito riguardo le vicende De Magistris e Forleo (forse accomunate e sovrapposte con qualche semplificazione) a non azzardare “il paragone impossibile con Falcone e Borsellino”.
Stando alla valutazione di D’Avanzo del 31/10/07 nel “caso De Magistris”, il momento “critico” avrebbe trovato presto soluzione attraverso l’iter procedurale del caso; fatto sta che ad un mese di distanza dalla previsione, con una motivazione ineccepibile nella forma ma paradossale nella sostanza la Cassazione ha rigettato l’istanza di De Magistris contro l’avocazione dell’inchiesta che rimane nelle mani di Dolcino Favi, dopo che la procura di Roma non ha ritenuto la vicenda di competenza del tribunale di ministri, ed è abbastanza arduo sostenere che sia ritornata al suo giudice naturale e che non risulti comunque azzoppata.
Lungo il rocambolesco percorso determinato dal combinato disposto dell’intervento a gamba tesa del ministro della Giustizia indagato dovuto all’estensione del potere del guardasigilli, nonché della gerarchizzazione delle procure, sempre effetto della controriforma Castelli, avremo anche modo, ci rassicura D’Avanzo di valutare “la qualità e la correttezza dell’inchiesta”, sempre che viva, e di “apprezzare il ruolo di un consulente tecnico del pm, Giacchino Genchi, “che, per essere soltanto un privato cittadino, si abbandona a inconsueti toni minacciosi”.
Vale la pena di ricordare che il consulente immediatamente “licenziato” da Favi, senza nemmeno attendere l’esito del ricorso contro l’avocazione presentato da De Magistris, attaccato frontalmente con interrogazioni ed interpellanze parlamentari dai compagni di partito di Mastella che l’ha definito “mascalzone” è sempre il Genchi consulente prezioso nelle inchieste sulle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Sempre secondo D’Avanzo già da un mese fa ci sarebbero “tutte le condizioni per convincere De Magistris ad evitare allarmi e proclami a vantaggio di una responsabile riservatezza”. Insomma in fondo che cosa è mai successo? A parte l’avocazione di Why not, il trasferimento ad opera del comando generale dell’arma del capitano dei carabinieri Pasquale Zacheo “archivio vivente” dell’inchiesta Toghe Lucane, prima sottratta e poi restituita al PM dalla Cassazione, il “sollevamento dall’incarico” di Genchi, a parte il dettaglio che nello stesso tempo deve difendersi davanti al CSM, alla Procura generale della Cassazione e alla procura di Salerno, dove diversi vip inquisiti lo hanno querelato, che cosa mai di strano è successo a Luigi De Magistris? Siamo nel migliore dei mondi possibili, sembra dirci D’Avanzo-Pangloss quando sottolinea che non c’è “nessuna rabbiosa aggressione del potere politico all’ordinamento giudiziario”; tutt’al più “soltanto il goffo agitarsi di Clemente Mastella”.Come se il giureconsulto di Ceppaloni, maggior conoscitore del bestiario del Bagaglino che della situazione delle giustizia in Italia e in Calabria, regione di cui ha ripetuto che “se ne frega”, fosse un quisque de populo invece che, per nostra somma vergogna, ministro della Giustizia.
Ma quale conflitto feroce tra magistratura e politica?“La temperatura dei rapporti tra i due poteri è nei parametri” aggiunge l’autorevole commentatore e se nonostante “la moral suasion” del Capo dello Stato non si è ritornati nel binario di una corretta dialettica costituzionale evidentemente ci si trova “imprigionati in una recita a soggetto” con tanto di “indecorosa evocazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”, di cui ovviamente si fanno protagonisti magistrati che sanno e parlano troppo.
A differenza di Falcone e Borsellino De Magistris e Forleo sono vivi e questo, grazie a Dio, fa la differenza dirimente; se poi si fosse assistito ad un caso analogo a quello occorso a De Magistris durante il quinquennio berlusconiano è abbastanza facile ipotizzare le reazioni e i commenti dei pompieri di oggi.
Adesso ad un mese di distanza a proposito del “caso Forleo” il cui ultimo capitolo è, al momento, l’azione disciplinare promossa dal procuratore generale della Cassazione Delli Priscoli, dalla prima pagina di Repubblica Giuseppe D’Avanzo che per anni ha denunciato il falso primato della politica che ha ridotto la magistratura all’impotenza “consegnandole una spada di latta”, mette in guardia contro “la babele di lingue, la smemoratezza, un’eccentrica ossessione del complotto” che possono confondere o più realisticamente confonderanno la questione. Il primo rimescolatore di carte che pure la sa lunga in materia viene prevedibilmente individuato nell’unico difensore tra la compagine di governo del gip di Unipol-Antonveneta che, tra parentesi, ha fatto acquisire alle casse dello Stato i 92 milioni di euro sequestrati a Fiorani: quell’Antonio Pietro reo di aver affermato che “giudici che indagano su fatti così importanti andrebbero sostenuti, più che indagati”.
Il capo maggiore di contestazione oggetto del procedimento è stato aperto non su singoli comportamenti, dichiarazioni o pretese violazioni alla deontologia professionale, ma sul contenuto dell’ordinanza con la quale l’estate scorsa il gip Forleo chiese alla camera l’autorizzazione ad utilizzare le telefonate dei parlamentari intercettati nell’inchiesta sulle scalate bancarie da Antonveneta ad Unipol. Si tratta dunque di un’inchiesta disciplinare che entra nel merito del suo lavoro e che ricalca pari, pari tutti ipunti toccati nella memoria difensiva depositata lo scorso agosto da D’Alema e redatta da Calvi e da Rossi, in cui si auspicava una censura alla Forleo e si giudicava “abnorme” e “diffamatorio” il suo operato.
Sempre nella memoria si faceva riferimento alla opportunità che “tale condotta potrà, se del caso essere valutata da altri organi istituzionali” la cui valutazione, come le era stato in qualche modo preannunciato dall’ex magistrato Imposimato che le aveva parlato di forti pressioni politiche per censurarla, ha singolarmente coinciso, anche nell’aggettivazione, (provvedimento “abnorme e diffamatorio”) con le deduzioni dei legali di D’ Alema e Latorre.
C’è poi il capitolo delle pressioni istituzionali denunciate dinanzi al CSM e sulle quali la Forleo ha deposto per oltre sei ore a Brescia che includerebbe anche la telefonata di D’Alema o chi per lui per esprimere agli uffici della procura lapreoccupazione sull’eventuale diffusione del contenuto di alcune sue conversazioni aventi ad oggetto esponenti del partito.
Nel suo commento “Oltre la nebbia del caso Forleo” Giuseppe D’Avanzo sgombra il campo dall’eventuale sospetto che il procuratore generale della Cassazione possa essere stato in qualche modo influenzato dapressioni politiche con un argomento per lui tranchant, ma per noi abbastanza curioso: non è possibile a meno di considerare Napolitano “il burattinaio del complotto”.
Questo in quanto il 23 luglio scorso il Capo dello Stato era intervenuto con un monito “che suonava già come l’esplicita richiesta di un procedimento disciplinare” quando disse: “Rinnovo il richiamo a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti”.
Tale valutazione sullo “straripamento” ovvero “l’eccedenza” ed anche “la non pertinenza” del provvedimento che trova perfettamente concordi D’Alema, i suoi autorevoli difensori, il Capo dello Stato (incidentalmente accomunati dalla identica appartenenza partitica) ed il procuratore generale Delli Priscoli non è peraltro scritta sulle tavole di Mosé e non è condivisa da autorevolissimi giuristi tra cui spicca Franco Cordero che ritiene l’atto né illegittimo, né abusivo ma “una denuncia obbligatoria”. Cordero spiega come il passaggio incriminato dove i parlamentari vengono descritti non quali “passivi percettori di informazioni pur non penalmente rilevanti, ma consapevoli complici di un disegno criminoso” sia una doverosa motivazione richiesta dalla legge. Purtroppo è anche il caso di sottolineare come l’attenzione presidenziale per magistrati che incrociano politici ed intercettazioni telefoniche che violerebbero la privacy di vip e politici, lo distolga dalla sua funzione principe di garante della Costituzione che gli imporrebbe una vigilanza assoluta, ad esempio, sull’attuazione dell’art 21 che garantisce per i cittadini il diritto ad essere informati. Nel giorno in cui tutti hanno potuto constatare grazie ad intercettazioni regolarmente depositate e fuori da qualsiasi vincolo di segretezza come l’informazione del servizio pubblico sia stata “violentata” per usare un’espressione del presidente Rai (sfiduciato) Petruccioli, il Capo dello Stato ha ritenuto farsi garante di una non meglio determinata privacy violata, piuttosto che di un principio costituzionale fondamentale calpestato. Salvo fare una confusa marcia indietro.
Alla fine D’Avanzo auspica, come noi tutti, che al di là del “caso Forleo” si possa veramente far luce tra gli intrecci tra politica e affarie si domanda se “una politica che gioca in proprio” e che secondo le parole di Latorre ha la pretesa “di cambiare il volto del potere italiano”, trafficando con banche ed arbitro della partita, sia quella che pretende da anni di affermare il suo “strombazzato primato”. Secondo lui, Clementina Forleo ha fatto tutto da sola, creando il suo “complotto immaginario” e rendendo un bel servizio al mondo della politica che ancora una volta si sottrae alle sue gravose responsabilità, grazie alla sprovvedutezza del magistrato.
Forse è più evidente constatare che il genere e la natura degli ostacoli e delle trappole che il potere esecutivo e taluni organi istituzionali, spesso valentemente supportati dall’informazione, oppongono al controllo di legalità a 360°, si adegua e sfrutta le situazioni contingenti, il contesto ambientale e perché no, la condizione di ricercato o subito isolamento, il carattere e l’emotività individuale.


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