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La Stampa
Caselli contro Grasso "Io ho la schiena dritta"
«Processi gogna? In questi anni ho visto solo beatificazioni in tv»
GIANCARLO CASELLI, Procuratore generale di Torino
Gentile Direttore: Ho letto l'articolo che la Stampa del 18 aprile ha pubblicato a pag. 11 con il titolo «Processi - spettacolo inutili contro la mafia» presentando un libro-intervista che il dr. Pietro Grasso ha scritto col vostro collaboratore dr. Francesco La Licata. Ho notato l'ampio rilievo (titoli, sottotitoli, accostamenti fotografici) che il Suo giornale ha dedicato alle opinioni poi riassunte nell'articolo, opinioni che sembrano chiamarmi più volte in causa.
Non essendo incline a polemiche su beghe piuttosto vuote, avrei rinunciato ad intervenire se non avessi ricevuto tantissime telefonate o mail di colleghi e amici, piuttosto sconcertati, che mi inducono a chiederLe ospitalità per fissare alcuni punti. 1.E' noto che sono l'unico magistrato italiano al quale (nella passata legislatura) sono stati dedicati prima un decreto e poi una legge «contra personam», che mi hanno espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale Antimafia. Leggo ora che il dr. Grasso è «fortemente critico contro quella scelta governativa». Parole sante, ma - se posso permettermi - lievemente tardive: un paio d'anni di ritardo, non di più. Dirlo nei mesi in cui quelle leggi furono presentate, discusse e approvate, magari sarebbe stato meglio. E avrebbe avuto ben diverso senso e portata. Invece, ecco il paradosso: si rivendicano «temperamento sportivo» e sano «agonismo» soltanto molto tempo dopo che la partita si è conclusa, e conclusa con uno stravolgimento delle regole operato a partita in corso (come se qualcuno avesse imposto per legge, tra il primo e il secondo tempo di un incontro di calcio, l'espulsione degli avversari…..). 2.L'intervistatore chiede al dr. Grasso di una presunta «enorme campagna denigratoria nei suoi confronti e contro l'ufficio da lui diretto per sei anni». Il dr. Grasso risponde che, sì, c'è stato un «acuirsi dell'attacco mediatico ed editoriale» nei suoi confronti in vista della «corsa alla nomina di procuratore nazionale». Che strano: avrei detto che l'enorme campagna denigratoria e l'attacco mediatico ed editoriale fosse avvenuto nei miei confronti e contro l'ufficio da me diretto per sette anni; ma forse mi sono perso qualcosa. Avrò preso un abbaglio, ma mi era sembrato che diverso fosse l'approccio destinato al dr. Grasso dai giornali e dalle tv che da oltre un decennio si esercitano a dipingere il sottoscritto e i colleghi che hanno avuto il «torto» di lavorare con lui a Palermo come loschi figuri dediti a processi «politici», manipolazione di pentiti, persecuzioni giudiziarie e via calunniando.
3.Non so a quali magistrati il dr. Grasso alluda quando censura - senza che nel Vostro articolo si faccia alcun nome - chi sostiene «l'esigenza di celebrare comunque i processi» a prescindere dalle prove, chi imbastisce «processi spettacolari», chi si pone fuori della Costituzione pensando «alle inchieste come a una gogna pubblica, efficace perché distrugge una carriera politica». So però che tali allusioni non possono riguardare i processi a carico di vari imputati cosiddetti «eccellenti» avviati dalla Procura di Palermo sotto la mia gestione, perché sono processi regolarmente conclusi con sentenze (siano esse di condanna, di prescrizione del «reato commesso» o di assoluzione per sostanziale insufficienza di prove) che sempre hanno confermato i fatti gravissimi che stavano alla base dell'impianto accusatorio e che andavano dunque, in ossequio alla Costituzione e alla legge italiana, sottoposti al vaglio del giudice. A parte il fatto - ma non credo certo di doverlo ricordare ad un magistrato - che nessuna Procura può mandare a processo chicchessia, se il giudice (terzo) dell'udienza preliminare non dispone il rinvio a giudizio.
4.Il dr. Grasso cita, a sostegno delle sue polemiche contro i «processi gogna», il consigliere Antonino Caponnetto. Il che mi conferma nella convinzione che le allusioni polemiche non possono riguardare il sottoscritto, visto che mai - neppure nelle tantissime occasioni di incontri privati, Nino Caponnetto ebbe a esprimermi il benché minimo dubbio o dissenso su uno dei processi avviati dal mio Ufficio, sempre - anzi - da lui pubblicamente sostenuti con passione e rigore tecnico.
5.Infine, ma dev'essere frutto della mia ormai cronica distrazione, in questi anni ho visto ben poche «gogne» per i politici imputati, quasi sempre beatificati da certa tv e certi giornali. Ho visto, invece, molte «gogne» per i magistrati che, in ossequio alla legge e alla Costituzione, osavano inquisirli in presenza di gravi notizie di reato, facendo il loro dovere senza timidezze. Naturalmente, «gogne» non per tutti i magistrati. Solo per alcuni. In particolare, solo per quelli che, ispirandosi all'insegnamento di Falcone e Borsellino, hanno ritenuto di dover «voltare pagina», indagando non solo sull'ala militare della mafia, ma anche sulle sue connessioni col potere politico ed economico, su quella «singolare convergenza tra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica», su quei «fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità» (fatti e convergenze denunziati nella sentenza-ordinanza del primo maxiprocesso: 1985). «Voltare pagina»: questo è ciò che io ed i colleghi che per quasi sette anni hanno lavorato con me a Palermo, abbiamo cercato di fare dopo le stragi del 1992, in una situazione di catastrofe nazionale incombente. Niente di straordinario. Ogni magistrato con la schiena dritta avrebbe agito come noi. Ma è proprio «questa» magistratura che non a tutti piace.
l'articolo del 18 aprile 2007 in formato .pdf
pagina 1 e pagina 2


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