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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
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agosto 2007 – Voce della Campania
Via Bettino? No, grazie
di Elio Veltri
La proposta avanzata da Veltroni di intitolare una via a Bettino Craxi nel duro commento di Elio Veltri, esponente storico di quella componente che lasciò il Psi dei corrotti.
LA VIA INTITOLATA a Craxi costituisce l ’ e s o rdio peggiore del Partito democratico in Campidoglio. E anche questa volta, il gesto di buonismo, è seguito dalla risposta sferzante di Stefania Craxi la quale pretende da Ve l t roni le scuse per le monetine lanciate a suo padre davanti all’hotel Rafael. Evidentemente lei continua a pensare che anche Veltroni, da ex comunista, è complice o, addirittura responsabile in prima persona, delle disgrazie di suo padre al punto che per quanto gli ex pci facciano, a parere della signora, non possono rimediare se non con una autocritica esemplare. D’altronde, le ambiguità si pagano, e quelle dei dirigenti democratici di sinistra sono pervicaci. Dimenticando che Craxi è stato condannato con sentenze definitive per reati comuni, hanno cercato di distinguere lo statista dal condannato e dal latitante come se ciò fosse possibile.
Infatti, è sufficiente leggere la sentenza della Corte di Appello di Milano del febbraio 2005, che cito senza commento, riguardante la condanna di Maurizio Raggio, per rendersi conto di come sono andate le cose riguardo ai finanziamenti al Psi e personali di Craxi.
A pagina 7 si legge: «il giudice di primo grado tuttavia rileva che nei suoi corposi memoriali Craxi si è sempre guardato dall’accennare alla disponibilità dei Conti International Gold Coast e Costellation Financiere, che all’epoca non erano ancora stati scoperti e costituivano per lui un importante “tesoretto” riposto nelle fidate mani, prima di Tradati, poi di Raggio».
A pagina 8 si legge: «Quasi in contemporanea (nel gennaio 1993) vi era stato l’incontro fra Craxi, Tradati e Raggio. Nel frattempo l’imputato aveva informato Craxi del reperimento dell’avvocato messicano Vallado, disposto dietro compenso di 110.000 dollari, a fungereda prestanome per lo svuotamnento del conto International Gold Coast, le cui giacenze erano finite (sempre nella disponibilità di Raggio): per metà, sul conto intestato alla Farbin presso l’istituto Bancomer delle isole Cayman, previo passaggio su un conto di transito che la fiduciaria Javier aveva messo a disposizione presso la S.B .S. di Ginevra , utilizzando il nome in codice “Julfer” per individuare i fondi oggetto di trasferimento; per metà sul conto intestato alla società panamense Macin Holding presso la banca Pichet& Cie, indi sul conto intestato a Higland Retreat Investiment presso la Pictet Bank Trust di Nassau». Come si vede, passaggi a non finire nei paradisi fiscali per far perdere le tracce del denaro sporco.
A pagina 10 si legge: «L’imputato ha sostanzialmente ammesso che nella primavera o forse nell’estate del 1993 si era recato ad Hammamet a trovare Craxi, il quale gli aveva annunciato la disponibilità di una partita di C.C.T. e gli aveva chiesto di cambiarli. Le consegne erano avvenute in tre occasioni. Andata felicemente in porto la prima operazione, Craxi aveva consegnato a Raggio altri titoli di eguale natura. Le nuove consegne erano avvenute nell’autunno- inverno del 1993 in Francia, presso un’abitazione che il figlio di Craxi, Bobo, aveva affittato sulla Costa Azzurra. Nel complesso, Raggio ammetteva di avere ricevuto titoli di Stato per un ammontare quantificabile in poco più di 10 miliardi di lire».
Complessivamente, secondo i giudici milanesi, il “Tesoretto” era costituito da 22 milioni di franchi svizzeri (conto Costellation), da 15 miliardi di lire (conto Gold Coast) e 10 miliardi in C.C.T . «I responsabili amministrativi del partito (segnatamente Balzamo) e tutti gli altri soggetti coinvolti nel sistema delle tangenti - affermano i giudici - hanno unanimemente riconosciuto il ruolo di Deus ex machina di Craxi nel controllo (attraverso i suoi fiduciari) dei fondi illeciti».
Tutto questo è stato ignorato e soprattuttoè stato ignorato che mezzi sporchi, come amava ripetere Paolo Sylos Labini, sporcano anche i fini e che il machiavellismo deteriore ha determinato la separazione netta tra etica e politica, con la conseguenza che comportamenti censurati e sanzionati, anche con l’espulsione dalla vita pubblica in tutte le grandi democrazie, nel nostro paese sono diventati medaglie da esibire per far carriera.
Porto in tasca la tessera di mio padre del partito D’Azione, confluito poi nel Psi e mortolombardiano. Per tradizione familiare mi sono iscritto al Psi di Pietro Nenni nel 1957. Nel 1976, anno di nomina di Craxi a segretario, il vecchio patriarca socialista a Eugenio Scalfari che gli chiedeva: «Cosa farebbe se avesse qualche anno di meno?». Rispondeva: «Cosa farei? Vorrei che il partito desse preminenza alla questione morale. Sì, esiste una questione morale.
Come negarlo? Finchè non la si affronta è inutile sperare d’affezionare il popolo alle istituzioni». Sono uscito dal Psi il 3 ottobre del 1981 sulla questione morale. Dopo due giorni, Natali, inventore del sistema ambrosiano delle tangenti, su ordine di Craxi, con un semplice telegramma, senza neanche ascoltare gli “ imputati”, per “attività frazionista” ha cacciato Tristano Codignola, Enriques Agnoletti, Franco Bassanini, Paolo Leon, Gianfranco Amendola, Renato Ballardini, A ntonio Greppi e altri, tutti membri del comitato centrale. Craxi era furibondo perché pensava che avessimo “complottato” con il Pci e ci bollò con parole di fuoco: «piccoli trafficanti e girovaghi della politica».
Giornali come Der Spiegel e le Monde attaccarono il segretario. Anche De Martino, Bobbio, Bocca, Giolitti, Arfè, Galli della Loggia, presero le nostre difese.
La diaspora socialista dell’era Craxi iniziò da lì. La vulgata che assegna alla persecuzione giudiziaria la responsabilità della scomparsa del Psi non conosce la storia ed è ridicola. Il partito nato a Genova nel 1892 aveva resistito alle persecuzioni di Crispi, alle cannonate di Bava Beccaris, agli anni di galera comminati ai dirigenti a cominciare da Turati, alla ferocia delle persecuzioni fasciste e naziste, alla repressione staliniana.
Nessun Di Pietro di questo mondo avrebbe potuto scalfirne l’autorevolezza morale e il legame profondo con il popolo se fosse stato un partito solo lontanamente somigliante al rigore morale e allo stile di vita dei fondatori. Purt roppo così non era e nonostante il socialismo abbia avuto ragione dalla storia e dalla politica, ha dovuto soccombere al cancro della corruzione, diffuso come una metastasi in quello che era stato un corpo vigoroso e pulito.


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Abbiamo cercato, già che
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di rinnovarlo e migliorarlo.
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da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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Savona,
chi sapeva ed
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Nello Giraudo?"
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