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La mappatura della Liguria
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La faida è affare di Pelle
di Fabrizio Gatti
Ha 75 anni, vive nascosto nei boschi. Ma è il boss più importante di San Luca. Sarà lui a imporre la fine della guerra. Perché i traffici contano più della vendetta
Dicono che a Ntoni Gambazza, l'uomo di 'ndrangheta più importante a San Luca, gliel'avevano riferito. La voce che gira nelle case-covo a metà strada tra l'Aspromonte e lo Ionio racconta che il vecchio Ntoni, 75 anni, era stato informato. Insomma, sapeva che qualcuno avrebbe vendicato l'omicidio di Maria Strangio, 33 anni, ammazzata l'anno scorso, la sera di Natale, al posto del marito. Davanti al suo messaggero, il patriarca della mafia calabrese ha ascoltato e non ha risposto. Questo, i suoi sgherri ci tengono a farlo conoscere. Significa che le 'ndrine maggiori, i clan familiari più potenti, resteranno a guardare. Non faranno nulla, per adesso. Nemmeno dopo l'attacco ai sei compaesani massacrati la notte di Ferragosto in Germania: la strage di Duisburg che ha riportato l'Italia criminale sulle prime pagine dei giornali tedeschi. Come all'epoca degli spaghetti in copertina, conditi con ragù e revolver.
Ntoni Gambazza ufficialmente non esiste. All'anagrafe del Comune di San Luca non risulta. Un po' perché il galateo della paura impedisce di nominare certi personaggi in pubblico. Ma anche perché Ntoni Gambazza è il soprannome affibbiato da anni di malavita. La sua faccia squadrata sotto la capigliatura folta è invece registrata come Antonio Pelle, un nome qualunque tra i tanti omonimi della zona, nato il primo marzo 1932, anni in cui nei paesi dell'Aspromonte si saliva soltanto a piedi. Ed è la stessa identità con cui il ministero dell'Interno l'ha inserito nell'elenco dei 30 ricercati più pericolosi del momento. Ntoni Gambazza porta in dote il grado di vangelo, il più alto: dal 2000 è il latitante numero uno della 'ndrangheta di San Luca. Una specie di Bernardo Provenzano prima della cattura. È vero che i mafiosi delle 'ndrine non hanno una gerarchia piramidale come i compari siciliani. Ma i clan di questo paese, povero solo in apparenza, hanno scritto la storia del crimine organizzato. Hanno fatto uccidere qualche centinaio di rivali e di innocenti, organizzato rapimenti, mosso centinaia di tonnellate di droga, riciclato miliardi di euro. E poi San Luca è la 'mamma': così chiamano il 'locale' del paese, la struttura base formata da almeno una cinquantina di affiliati con cui viene controllato il territorio. E a San Luca c'è la Madonna di Polsi: il santuario nel cui nome tutti i mafiosi che contano o i loro rappresentanti una volta all'anno si riuniscono per decidere affari, guerre o alleanze. Una sceneggiata ora sostituita dagli incontri più redditizi con le logge massoniche corrotte della provincia di Reggio: dove banditi con la camicia bianca, imprenditori e politici si scambiano favori. Ma in un ambiente in cui la prima causa di morte è l'intossicazione da piombo calibro nove, superstizione e simboli religiosi conservano la loro forza. Così tutte le 'ndrine nel mondo pregano la Madonna di Polsi e versano il loro obolo nelle casse di Ntoni Gambazza e soci.
Non è facile però seguire le cose di mondo. Soprattutto quando corrono al ritmo delle mitragliette. Anche per Antonio Pelle sette anni di latitanza, pur non essendo un record nazionale, cominciano a pesare. Ed è in queste occasioni che si vede il carisma di un boss tra i picciotti. A cominciare da come organizza la rete di protezione. Gli unici che lo vedono, dicono a San Luca, sono i suoi messaggeri. Devono camminare ore e ore nei boschi, attraversare gole oppure, se il nascondiglio cambia, aspettare giorni in casolari e cunicoli. Il vecchio Ntoni Gambazza non si è mai fatto sedurre dalla tecnologia. Non ha mai usato il telefono. Si è sempre tenuto alla larga da sms ed e-mail. Figuriamoci ora che deve scontare 26 anni di carcere per associazione mafiosa, traffico internazionale di armi, droga e altro.
La sua vita scorre scandita da albe e tramonti. Le stesse settimane lente di Carcagnosso, il cavaliere del Seicento fuggito dalla Spagna con i compari Osso e Mastrosso, e arrivato in Calabria per fondare la 'ndrangheta grazie alla protezione di San Michele Arcangelo. Degli altri due, Osso, aiutato da San Giorgio, preferì far nascere la mafia in Sicilia. E Mastrosso, con l'assistenza della Madonna, inventò la camorra a Napoli. Inutile aggiungere che sono leggende. Ma nelle cerimonie da società segreta con cui si diventa uomini d'onore, tradizione e formule arcaiche ancora oggi vengono rispettate con convinzione. Anche perché, senza l'alibi del rituale, perfino i patriarchi e i compari di San Luca si vedrebbero per quello che sono realmente: una massa di gangster che costringe una fetta d'Italia e i suoi abitanti a vivere in stato di guerra, una palla di piombo al piede di un Paese in cui, se è vera la Costituzione , la libertà dovrebbe essere garantita in ogni sua regione.
Nell'andirivieni tra il covo del principale e il resto del mondo, i messaggeri di Ntoni Gambazza non sembrano preoccuparsi delle squadre di investigatori italiani e tedeschi che la strage di Duisburg ha portato a San Luca. Passerà anche questa. I 4.700 abitanti continueranno a vivere prigionieri del silenzio. E i picciotti, scomparsi in questi giorni, usciranno dai loro ripari. Con l'arroganza degli invincibili, come sempre.
Sanno però che la loro fortezza può essere fragile. Si spaventano di poco. A volte bastano due semplici virtù: onestà e coraggio. Erano le armi impugnate dal brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi. Comandava la stazione di San Luca. Indagava sul rapimento dell'industriale Carlo De Feo, prelevato nel 1983 a Casavatore vicino a Napoli, uno dei tanti ostaggi della lunga serie con cui l'anonima sequestri, che qui molti conoscevano di persona, rese famosi San Luca e dintorni. A 27 anni il brigadiere Tripodi si è guadagnato la medaglia d'oro al valor militare. Alla memoria, però. Le 'ndrine l'hanno ucciso a colpi di pistola e lupara la sera del 6 febbraio 1985, dietro una delle curve che scendono da San Luca. Un agguato rimasto senza colpevoli, a parte l'arresto di un minorenne. "Dopo avergli sparato, i killer urinarono davanti al cadavere", racconta un maresciallo dei carabinieri che per anni ha dato la caccia ai clan dell'Aspromonte. L'omicidio e lo spregio non bastarono. Per anni i picciotti danneggiarono la lapide che la fidanzata del brigadiere, una maestra elementare di Bianco, aveva voluto lungo la strada per San Luca.


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