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dal sito DemocraziaLegalità
La notizia in buona parte annunciata è che la giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha votato sì alla richiesta del gip Clementina Forleo di utilizzare le conversazioni di Piero Fassino (DS) e di Salvatore Cicu (FI) con Giovanni Consorte nell’ambito dell’inchiesta Unipol. A favore ha votato la maggioranza con il presidente della giunta Carlo Giovanardi; contro FI, AN (e non poteva essere altrimenti dato il comportamento tenuto in Senato per togliere dai guai il loro Giuseppe Valentino molto attivo nella scalata ad Antonveneta, decisione grave e precedente pericoloso contro il quale i pm romani stanno per sollevare conflitto di attribuzioni davanti la Consulta ) e i “garantisti” della Rosa nel pugno.
Ma in modo abbastanza paradossale anche nell’ applicazione “di una legge indecorosa, scritta coi piedi, grossolanamente invalida” come definisce Franco Cordero la Boato , prevedendo che “tale sarà dichiarata dalla Corte Costituzionale”, la Commissione riesce a fare di più precisando che le autorizzazioni all’uso dei tabulati valgono solo nei confronti di Consorte e che cioè occorre una nuova autorizzazione per l’uso delle telefonate nei confronti dei parlamentari interlocutori, Cicu e Fassino.
Contestualmente, ed è l’aspetto politicamente più significativo e giuridicamente più curioso, se non altro dal punto di vista temporale, la Giunta ha anche deciso il rinvio al gip di Milano degli atti relativi a Massimo D’Alema, ritenendosi incompetente a decidere, in quanto all’epoca dei fatti, le numerose telefonate con Consorte da cui emerge qualcosa di più significativo di un ingenuo e passivo tifo, l’attuale vice-premier era parlamentare europeo.
A tale conclusione, mai prospettata o ventilata prima né dalla giunta, né da singoli parlamentari, né dall’ interessato, né nella articolata e acuminata memoria difensiva redatta da Guido Calvi e da Guido Rossi, superlativo Giano bifronte formato alle dispute dei sofisti e poi dei gesuiti che si diverte a sostenere una tesi, quando è consulente di Abn Amro, ed il suo contrario, quando si fa difensore del D’Alema perseguitato dall’ accanimento della Forleo, la Commissione , come per illuminazione divina, è arrivata solo lo scorso 20 settembre.
Per la prima volta il presidente Giovanardi (seguendo l'intuizione dell'on. Mantini, ulivista, ndr) rivela che “…dopo un approfondimento fatto dagli uffici, abbiamo rilevato che l’onorevole D’Alema all’epoca delle intercettazioni, nel luglio 2005 non era un parlamentare italiano, ma europeo”.
Poi si affretta ad aggiungere che “ I parlamentari italiani eletti in Europa godono delle stesse guarentigie che hanno in Italia. Queste, però, devono essere verificate da un apposito organismo del Parlamento Europeo, che ha le stesse competenze della Giunta in Italia”.
Come aveva sottolineato Vittorio Grevi sul Corriere del 20 settembre “viene da sorridere, soprattutto, di fronte all’incredibile sequenza di sviste che ha costellato l’intera vicenda politico-giudiziaria, a causa dell’errore presupposto che, in quel tempo, D’Alema rivestisse la qualità di membro della nostra Camera dei deputati”, sviste a cui non si sarebbero sottratti né i magistrati milanesi, né la Giunta che aveva dedicato diverse sedute alla discussione del “caso D’Alema”, né, ed è l’aspetto forse più paradossale, i super qualificati difensori di D’Alema che non hanno avanzato alcuna eccezione di incompetenza.
Vittorio Grevi riteneva che non dovesse esservi alcun dubbio a tal punto che la Camera dovesse ritenersi incompetente e restituire gli atti al gip come si appresta a fare. E per quanto riguarda i poteri del gip e gli sviluppi successivi è interessante sottolineare il passaggio successivo: “ Il gip potrà rivolgere ai competenti organi del parlamento Europeo una richiesta simile a quella irritualmente rivolta alla Camera. Salvo doversi precisare, però, che appare assai discutibile se possa farsi rientrare nell’ambito delle ‘immunità’, da riconoscersi ad un parlamentare europeo, anche quella particolare disposizione della legge italiana, che impone al giudice di ottenere il nulla osta della Camera di appartenenza per utilizzare, anche soltanto a carico di terzi [Consorte], le intercettazioni accidentalemente operate nei confronti di ‘un membro del parlamento’”.
In altre parole “le guarentigie” di cui si riempie la bocca Giovanardi che avrebbero ispirato quel capolavoro giuridico della legge Boato, in Europa sono una cosa seria e non si confondono con l’impunità garantita in Italia agli eletti ed estesa ai loro qualificati interlocutori telefonici.
Intanto per Massimo D’Alema è una ottima opportunità per prendere ancora tempo e per rimandare all’infinito “la vera prova che lo attende” come la definisce Giuseppe D’Avanzo, fino ad oggi trattata come una questione privata e una guerra personale tra lui e Clementina Forleo, sempre che ci sia ancora “tempo politico” per prendere in giro i cittadini e gli elettori ormai al capolinea.


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