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La mappatura della Liguria
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Operazione Omnia: decimata la cosca Forastefano che dopo aver fatto fuori gli "zingari" controllava la sibaritide: 53 arresti. Indagato il consigliere regionale La Rupa. Tanti gli affari, dall’usura agli appalti, 50 mln di beni confiscati.
10/07 Controllava il territorio dell' alto Ionio cosentino gestendo i rapporti economici e sociali. Un dominio pressoche' totale quello esercitato dalla cosca Forastefano, che e' stato stroncato stamani dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza che hanno arrestato 53 persone (sui 60 provvedimenti emessi dal Gip distrettuale) con l'accusa di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsioni, usura, porto e detenzione illegale di armi ed esplosivi, favoreggiamento dell' immigrazione clandestina. Un potere, sono le parole del procuratore aggiunto della Dda, Mario Spagnuolo, finalizzato a ''dilatare a dismisura gli illeciti arricchimenti'', tanto che gli investigatori hanno sequestrato agli affiliati beni mobili ed immobili per 50 milioni di euro, ma anche funzionale alla ''penetrazione nelle pubbliche istituzioni, anche attraverso accordi di tipo elettorale''. E su questo versante l'indagine e' ancora aperta. Il magistrato che ha coordinato l'inchiesta, Vincenzo Luberto, aveva chiesto al Gip l'arresto del capogruppo dell'Udeur alla Regione Calabria, Franco La Rupa , ipotizzando nei suoi confronti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per un presunto patto politico-elettorale che sarebbe stato sottoscritto tra la cosca Forastefano e La Rupa in occasione delle elezioni regionali del 2005. Il Gip ha riconosciuto che l'indagine ''ha dimostrato che la cosca Forastefano ha sostenuto con successo'' la candidatura di La Rupa e che ''il coinvolgimento del consigliere nella vicenda e' emerso'' da alcune intercettazioni telefoniche, ma ha anche sottolineato che ''rimane sullo sfondo il contenuto delle controprestazioni che avrebbe (direttamente o per interposta persona) garantito al clan'', per cui ha rigettato la richiesta. La Rupa resta comunque indagato e stamani i carabinieri hanno perquisito la sua abitazione, l'ufficio e i locali della sua segreteria. Immediata e' giunta la sospensione dal partito decisa dai coordinatori regionali dei Popolari Udeur, d'intesa con la segreteria nazionale, che hanno espresso ''viva speranza che l'approfondimento investigativo chiarisca tutti gli aspetti della vicenda''. La Rupa ha poi ricevuto la solidarieta' del gruppo del partito alla Regione, certo ''della correttezza politica ed umana dell'amico Franco''. La cosca Forastefano, arrivata a dominare il territorio dopo un sanguinoso scontro con gli Abbruzzese, conosciuti come il clan degli zingari, non tralasciava alcuno degli affari illeciti svolgendo un condizionamento pervasivo su tutte le attivita' economiche e una pressante attivita' estorsiva. Intimidazioni e danneggiamenti nei confronti di imprenditori commerciali, agricoli e del terziario, nonche' di appaltatori di opere pubbliche erano all'ordine del giorno. Cosi' come gli incendi a negozi, mezzi ed anche stabilimenti balneari di Sibari e Villapiana, colpiti in concomitanza con la stagione turistica per fare piu' danni. Anche la gestione del traffico di droga, soprattutto cocaina, era appannaggio degli affiliati che si rifornivano dalla criminalita' campana o da un'organizzazione albanese attiva nella sibaritide. Ingenti anche i proventi di un vasto giro usuraio, cosi' come quelli frutto delle truffe ai danni dell' Inps portate a termine anche grazie ad un' altra attivita' illecite: il favoreggiamento dell' immigrazione clandestina e la successiva gestione degli extracomunitari nel lavoro nero.
Clan Forastefano al potere dopo lo scontro con gli Abruzzese. La cosca Forastefano, colpita duramente stamani dai carabinieri con l' arresto di decine di affiliati, e' riuscita ad arrivare ad imporre la propria egemonia criminale sull' area di Cassano allo Ionio, dopo una vera e propria guerra di mafia con un altro gruppo criminale emergente facente capo agli Abbruzzese, il cosiddetto clan degli zingari di Lauropoli. Entrambi i clan hanno approfittato del progressivo depotenziamento delle cosche tradizionali dovuto ai tanti arresti eseguiti dalle forze dell' ordine. Cio', e' l' analisi fatta dagli investigatori, consente agli zingari di fare un salto di qualita' organizzandosi attorno al nucleo familiare degli Abbruzzese e finendo per costituire il locale di Cassano. ''L'ascesa degli Abbruzzese - scrivono gli investigatori - e' determinata da una politica stragista che prevede l' eliminazione fisica di coloro che erano rimasti fedeli alle cosche tradizionali''. Dal 1999 in poi gli omicidi si susseguono. A segnare un duro colpo per la cosca degli zingari e' l' operazione ''Lauro'' e gia' alla fine del 2003 si registra il sopravvento della cosca Forastefano, considerata dagli investigatori un'organizzazione ''con accentuati connotati familistici, sebbene registri un considerevole numero di associati''.
Tutti gli affari della cosca. Una cosca ''completa''. capace di diversificare le proprie attivita' illecite per reinvestire e riciclare il denaro in alberghi di lusso, attivita' commerciali e societa' varie. E' il quadro del clan Forastefano di Cassano Ionio che emerge dall' inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro che stamani ha portato a decine di arresti. Gli affiliati, secondo l' accusa, erano impegnati nel condizionamento mafioso degli appalti pubblici, dei trasporti, del commercio e dell' agricoltura, ma non avevano tralasciato neanche le truffe all' Inps con l' indebita riscossione di indennita' per falsi braccianti agricoli per circa sei milioni di euro. Denaro che andava a finanziare l' attivita' usuraia dalla quale gli affiliati, grazie a interessi del 100% annuo, ottenevano un altro consistente flusso di denaro. La cosca gestiva anche, in regime di monopolio, il mercato ittico nel territorio di Cassano Ionio dopo avere liberato il campo dalla concorrenza con le minacce. C' era poi il narcotraffico, con un vasto giro di cocaina acquistato dalla criminalita' campana o da un' organizzazione albanese che finiva poi sulle piazze del cosentino, ed anche il favoreggiamento dell' immigrazione clandestina e la successiva gestione degli extracomunitari nel lavoro nero. Il modo migliore per la cosca per avere manodopera a basso costo proveniente principalmente da Romania e Bulgaria e da impiegare nelle proprie aziende agricole.
Dagli hotel di lusso ai centri commerciali: i beni sequestrati. Un albergo di lusso, un centro commerciale di 15 mila metri quadrati e poi negozi, imprese, attivita' commerciali, locali, appartamenti, edifici e automobili. Gli introiti milionari ottenuti dal clan Forastefano grazie alle attivita' illecite venivano riciclati e reinvestiti. Di questo sono sicuri i carabinieri del Ros di Catanzaro che hanno sottoposto a sequestro preventivo beni mobili ed immobili per 50 milioni di euro riconducibili direttamente agli affiliati o a loro prestanome. L'indagine che stamani ha portato all'arresto di decine di persone nell'alto Ionio Cosentino ha ricostruito i canali di riciclaggio e di reinvestimento dei proventi in imprese edili, aziende agricole, esercizi commerciali, immobili, conti correnti, titoli mobiliari ed automobili. Tra i beni posti sequestro anche un lussuoso albergo situato in localita' Sibari di Cassano che solo da poco aveva aperto i battenti. Complessivamente i carabinieri hanno messo i sigilli ad aziende agricole e terreni, societa' del settore edilizio e dei trasporti, alberghi, esercizi pubblici, negozi per complessivi 187 immobili e 76 imprese commerciali, numerose automobili, 36 contratti assicurativi e 12 rapporti bancari.
Operazione Omnia, La cosca gestita come impresa. Anche un traffico di clandestini. I 53 arresti eseguiti.



Per La Rupa la DDA aveva chiesto l’arresto. I magistrati della Dda di Catanzaro avevano chiesto l' arresto del capogruppo dell' Udeur alla Regione Calabria, Franco La Rupa , per concorso esterno in associazione mafiosa, ma il Gip, pur sostenendo che l' indagine "ha dimostrato che la cosca Forastefano ha sostenuto con successo" la sua candidatura e che "il coinvolgimento del consigliere nella vicenda è emerso" da alcune intercettazioni telefoniche, ha evidenziato che "rimane sullo sfondo il contenuto delle controprestazioni avrebbe (direttamente o per interposta persona) garantito al clan" per cui ha rigettato la richiesta. Secondo il Gip, il coinvolgimento di La Rupa è emerso dalle intercettazioni, "in parte in prima persona, ma soprattutto per il tramite di Luigi Garofalo Luigi, suo fidato consigliere e cugino di Giuseppe Garofalo, uno degli uomini sia direttamente più vicini a Antonio Forastefano, capo indiscusso della consorteria criminale. E che si sia trattato di un appoggio non disinteressato emerge con altrettanto chiarezza dal contenuto di alcune conversazioni che, sia pure con toni più sfumati, evidenziano l' aspettativa che tale elezione ha ingenerato in Forastefano e nei suoi uomini, che addirittura sembrano pretendere una sorta di ringraziamento esplicito per l' appoggio fornito". Per il Gip, tuttavia, i risultati delle indagini "non consentono di ritenere la sussistenza di certi e sufficienti elementi di prova di responsabilità a carico degli indagati", le cui condotte, "pur non essendo esenti da censurabili legami e rapporti non occasionali con esponenti della famiglia Forastefano (ed anche con quello che viene riconosciuto come capo indiscusso) sarebbero interpretabili in chiave di 'vicinanza' e 'disponibilita'', secondo una causale di tipo elettorale-clientelare, ma non quali contributi di favore destinati al consolidamento dell' organizzazione mafiosa, sì che in esse, non essendo espressione di un sistematico rapporto sinallagmatico fra La Rupa ed in clan, non sarebbero configurabili gli elementi costitutivi del concorso esterno". A giudizio del Gip, dunque, manca l' accertamento di quanto é avvenuto dopo l' elezione di La Rupa essendosi l' indagine arrestate alla valutazione di quanto successo nel corso della campagna elettorale, "dopo la quale il nome del consigliere regionale non compare più nelle pur numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali effettuate nei confronti di Antonio Forastefano". Per il Gip, anche le dichiarazioni di un collaboratore, che ha parlato di una dazione di 15 mila euro da parte di un soggetto che ha indicato come referente di La Rupa , ma del quale non è stato in grado di fornire le generalità, "non aggiungono nulla al quadro indiziario limitandosi a confermare l' interessamento del gruppo Forastefano all' elezione di La Rupa ".
La cosca gestiva un traffico di clandestini. Tra le attivita' illecite della cosca Forastefano emerse dall' operazione dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, c' era anche quella del favoreggiamento dell' immigrazione clandestina e la successiva gestione degli extracomunitari nel lavoro nero. In tal modo la cosca riusciva ad avere manodopera a basso costo proveniente principalmente da Romania e Bulgaria da impiegare nelle proprie aziende agricole, adesso sequestrate. Il settore era stato delegato a una cittadina rumena che, seguendo lo schema del caporalato, gestiva la collocazione dei clandestini nelle cooperative agricole controllate dai Forastefano. L' utilizzo dei braccianti illegali, tra l' altro, è risultato funzionale anche alla perpetrazione della truffa ai danni dell' Inps con la predisposizione di documentazione attestante falsi rapporti di lavoro che sostituivano quelli realmente intrattenuti con i clandestini. Le verifiche effettuate nel corso delle indagini hanno portato alla scoperta di migliaia di posizioni fittizie che, nell' arco di alcuni anni, hanno consentito alla cosca di incassare fraudolentemente indennizzi per oltre sei milioni di euro utilizzati poi per finanziare i prestiti con tassi usurai.
I 53 arresti. Sono 53 le ordinanze di custodia cautelare eseguite, sulle 60 emesse, dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza nell' ambito dell' operazione Omnia. Questo l' elenco delle persone arrestate: Maurizio Adduci, di 38 anni; Domenico Alfano (56); Antonio Maria Arango (31); Salvatore Avella (52); Aldo Caporale (46); Giovambattista Capparelli (62); Vincenzo Cosentino (30); Francesco Costa (64); Vincenzo Costa (36); Salvatore D' Elia (38); Dario D' Elia (33); Fabio Di Bella (33); Antonio Forastefano (36); Pasquale Forastefano 25); Giuseppe Garofalo (29); Antonio Guarino (42); Teresa Iannicelli (60); Luca Lanzillotta (34); Andrea Martucci (29); Giovanni Nocera (29); Gaetano Novelli (44); Salvatore Novelli (54); Vincenzo Novelli (57); Antonio Pagliaminuta (29); Camillo Rende (35); Nicola Rende (60); Giovanni Riccardi (54); Morena Rubini (23); Leonardo Russo (65); Gianfranco Senise (37); Antonio Sibarelli (32); Loridana Manuela Vaccaro (34); Silvio Forastefano (20); Samuele Lo Vato (32); Aurelio Propato (37); Francesco Elia (27); Giuseppe Campanella (26); Giuseppe Pulignano (30); Domenico De Vincenzi (28); Cosimo Giuseppe Rizzo (36); Giovanni Maida (43); Giancarlo Iannicelli (28); Pietro Garofalo (19); Francesco De Marco (41); Giovan Battista Arcidiacono (24); Giuseppe Cerchiara (30); Giuseppe Giannicola (45); Gaetano Chiarelli (52); Salvatore Vitale (39); Francesco De Leo (54). Agli arresti domiciliari sono stati posti Domenico Apollaro (78); Pietro Graziadio (73); Domenico Giuseppe Propato (72).
Operazione OMNIA: Indagato il consigliere regionale dell'Udeur, La Rupa. DDA : "La ndrangheta nelle istituzioni"
10/07 Il capogruppo dell'Udeur al Consiglio regionale della Calabria, Franco La Rupa , è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio nell' ambito dell' inchiesta "Omnia" condotta dai carabinieri del Ros e che stamani ha portato all' arresto di 60 persone. Stamani i carabinieri, su disposizione dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che hanno coordinato l' inchiesta, hanno perquisito l' abitazione di La Rupa , il suo ufficio e i locali della sua segreteria. Un patto politico-elettorale sarebbe stato sottoscritto tra la cosca Forastefano e il candidato alle elezioni regionali calabresi del 2005. E' quanto emerge dall' inchiesta condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla Dda di Catanzaro che stamani ha portato all' esecuzione di 60 arresti tra i quali figurano numerosi affiliati alla 'ndrangheta. Un rapporto che, secondo quanto si e' appreso in ambiente investigativo, troverebbe conferme nelle intercettazioni telefoniche e ambientali fatte nel corso dell' inchiesta. Dalle indagini emergerebbe il condizionamento che la cosca era in grado di operare sul corpo elettorale.
DDA ndrangheta infiltrata nelle istituzioni. "L' operazione Omnia oggi eseguita nell' alto Ionio cosentino colpisce una pericolosissima cosca mafiosa che di fatto aveva il controllo totale di quel territorio gestendone i rapporti economici e sociali". A sostenerlo è il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Mario Spagnuolo, in merito all' operazione condotta stamani dai carabinieri per l' arresto di 60 persone. "Ciò che è importante - aggiunge Spagnuolo - non sono tanto i numeri dell' operazione, pure assolutamente imponenti (60 arresti, centinaia e centinaia di episodi criminosi contestati, beni immobili, imprese e società sequestrate) quanto l' avere ricostruito le nuove metodologie mafiose, funzionali a dilatare a dismisura gli illeciti arricchimenti: gestione monopolistica dell' usura, controllo dei flussi migratori clandestini di extracomunitari da utilizzare nel lavoro illegale, penetrazione nelle pubbliche istituzioni, anche attraverso accordi di tipo elettorale"
Operazione OMNIA: Maxi retata dei CC tra Calabria e Campania. Condizionati appalti pubblici, truffa l’INPS per 6 mln, 50 mln di beni sequestrati, 60 arresti
10/09 Una maxi operazione dei Carabinieri per l'esecuzione di 60 ordini di custodia cautelare in carcere e' in corso dalle prime ore di questa mattina in Calabria e in Campania. L'operazione, denominata "Omnia", coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha consentito di smascherare una organizzazione che avrebbe messo in atto una serie di attivita' illecite. Le accuse contestate sono associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsioni, usura, porto e detenzione illegale di armi ed esplosivi, favoreggiamento dell' immigrazione clandestina ed altri reati. Gli indagati, secondo l'accusa, erano impegnati nelle tipiche attivita' criminali e nel condizionamento mafioso degli appalti pubblici, dei trasporti, del commercio e dell' agricoltura. Gli inquirenti avrebbero anche ricostruito una truffa ai danni dell'Inps, dal valore di sei milioni di euro, per il pagamento delle indennita' a falsi braccianti agricoli. Nel corso delle attivita' investigative sono stati anche sequestrati beni immobili, conti correnti bancari e postali ed automezzi per un valore di oltre cinquanta milioni di euro.
Sequestrati beni per 50 milioni di euro. Beni mobili ed immobili per un valore di oltre 50 milioni di euro sono in fase di sequestro nell'ambito dell'operazione condotta dai carabinieri in Calabria e Campania contro decine di affiliati alla 'ndrangheta. Gli investigatori, infatti, hanno ricostruito i canali di riciclaggio e di reinvestimento dei proventi in imprese edili, aziende agricole, esercizi commerciali, immobili, conti correnti, titoli mobiliari ed automobili che sono stati sottoposti a sequestro preventivo. Nel corso dell' operazione, denominata ''Omnia'', e' stata anche individuata e sequestrata la cassa comune della cosca, la cosiddetta ''bacinella''
Truffa all’INPS per 6 milioni di euro. Avevano diversificato le loro attivita' criminose non tralasciando neanche di truffare l' Inps gli affiliati alla 'ndrangheta coinvolti nell' operazione condotta stamani dai carabinieri in Calabria e Campania per l' arresto di 60 persone. L' inchiesta, condotta dai carabinieri del Raggruppamento operazioni speciali (Ros) di Catanzaro e della sezione di Cosenza, infatti, ha portato alla scoperta di una truffa all' Inps con l' indebita riscossione di indennita' per falsi braccianti agricoli per circa sei milioni di euro. Gli arrestati, secondo quanto si e' appreso, sarebbero collegati alla cosca Forastefano di Cassano allo Ionio, centro dell' alto Ionio cosentino. Tra le attivita' criminose avviate anche un vasto giro di usura per un valore di diversi milioni di euro.
A seguito della nostra inchiesta su Politica & Affari che ha portato alla luce le spa e le srl direttamente intestate ai Ds (dai tempi della segreteria di Occhetto, per arrivare a quella Fassino, passando per quelle di D'Alema e Veltroni), e che naturalmente non risultano nel Bilancio "trasparente" del Partito, ha visto un'intera pagina de Il Giornale, con Paola Setti, affrontare in modo preciso e dettagliato, l'argomento. Già Il Secolo XIX, con Ferruccio Sansa e Marco Menduni, avevano approfondito la questione delle società che gestivano il Bingo dei Ds ed i legami con Casale, l'uomo di Consorte. Intanto i "protagonisti" diessini tacciono, continuano a non dare alcuna risposta.
09.07.2007 – Il Giornale su Politica & Affari
Dai mattoni al Bingo fino a Unipol: ecco tutte le scatote cinesi dei Ds
di Paola Setti
Attraverso le quote delle federazioni di tutta Italia il partito detiene società immobiliari ed è proprietario di sale per il gioco d’azzardo
Milano - Tout se tient, dicono i francesi. Tutto si tiene e infatti non c’è solo il rosso intreccio politico-economico fra Ds e Unipol. La Quercia ha messo ben altre radici, dalle cooperative direttamente nelle imprese. E fa affari, parecchi affari e molto remunerativi. È una galassia, quella delle aziende di partito, (Ma nel bilancio non c'è traccia degli affari. Leggi in coda) con ramificazioni e interessi in due settori chiave: quello immobiliare e quello del gioco d’azzardo legalizzato, il Bingo. Là dove una volta di più spuntano i legami con i protagonisti della vicenda Unipol. Tutto legale, tutto in barba alla attualissima quanto fin troppo scomoda «questione morale», tutto certificato da visure camerali facilmente consultabili sul sito della onlus Casa della legalità, osservatorio sulla criminalità e le mafie.
Fulcro del gioco a incastri della miriade di scatole cinesi sono due società, Alfa e Beta, anzi Beta e Alfa in ordine cronologico. Beta Immobiliare nasce il 19 febbraio 1996 con una corsa: 51 società nello stesso giorno cedono le proprie quote alla nuova società, che nasce con capitale sociale di 2.520.094,72 euro. Direttamente partecipata dalle federazioni Pds prima e Ds poi, controlla o ha partecipazioni in altre società, finanziarie e immobiliari. Beta, tuttora in stato di scioglimento e liquidazione, a partire dal 2002 passa il patrimonio ad Alfa Finanziaria, che è anch’essa in stato di scioglimento e liquidazione dal 2003, ma risulta operante. Sono 66 i soci di Alfa, tutti da guardare. C’è un signore, E.G., che ha versato ben 2 euro, altri due - P.V. e A.B. - che si sono spinti fino a 3; M.R. ne ha versati 6. Con pochi spiccioli partecipano anche alcune società immobiliari: l’Altra Italia Immobiliare con 16 euro, la Reggiana Immobiliare con 11, la Nuova Rinascita con 24. E poi loro, 51 fra sezioni e federazioni Pds-Ds di tutta Italia. Chissà se i compagni iscritti sono stati informati di esser detentori, tramite la loro tessera, di importanti quote di società immobiliari e persino del tombolone elettronico che promise successo e portò solo fallimenti? Spicca la quota del Pds - Partito democratico di sinistra, che detiene un solo euro; di fatto però, le federazioni Ds sono protagoniste. Le meglio piazzate sono quelle emiliane: Bologna con 9.170 euro, Reggio Emilia con 5.469, Modena con 4.798, Parma con 2.622. Se anche Genova (2.866) e Milano (2.290) si difendono, nel resto d’Italia trattasi di cifre sempre inferiori, che hanno però grande valore se sommate. Tutti partecipano alla «colletta»: così, per dire, Napoli è a quota 952 euro, Cesena a 516, Crema a 95, la piccola sezione di Cervi ne ha sborsati 66, il Molise 102 e via così, da Nord a Sud, per un totale di 57.182 mila euro su un capitale sociale di 60.031 euro.
Mattoni rossi. C’è di tutto. La «società culturale ricreativa Nuova Rinascita», per dire: nulla a che vedere con l’organizzazione di eventi legati alla rivista fondata da Palmiro Togliatti, trattasi invece di società immobiliare nata per «la costruzione, l’acquisto, la vendita e la gestione di beni immobili», con possibilità di «dare e ricevere fidejussioni» e di «compiere qualunque operazione di natura commerciale, industriale, di credito, mobiliare ed immobiliare, locativa, ipotecaria». C’è poi, e come poteva mancare, Antonio Gramsci: peccato che il fondatore del Partito comunista italiano presti solo il nome a un’altra immobiliare, che si chiama così perché ha sede a Pistoia in corso Gramsci.
Non manca il giallo, nelle società rosse. La Nuova Puglia spa, per dire, nata nel 1980 a Bari e confluita nel 1999 nell’Avvenire srl, società per la «raccolta, produzione e divulgazione di informazioni con iniziative radio televisive teatrali e cinematografiche»: il presidente era tal D’Alena Massimo, nato a Roma il 20.04.1940, proprio come il più noto D’Alema Massimo. Refuso? E poi la Ncs Net Consulting service, che ha sede a Roma in via Pontefici 3 ma ha aperto l’ufficio amministrativo a Mosca, 129223 Prospect Mira vvc, e che è controllata da una società, la Afcom Due con socio unico il nazionale dei Ds, che però è stata cancellata. Gli atti raccontano di operazioni commerciali pure, la società immobiliare Pesaro-Urbino, Sipu, unico proprietario il Pds federazione D, che affitta a un’altra società la sala del Cinema Odeon di Pesaro a 50 milioni di lire l’anno per nove anni, l’Immobiliare Porta Castello di Bologna, dei ds di Bologna, che dà in gestione una sala da ballo con bar annesso a una cooperativa per un anno a 260 milioni di lire. Persino un circolo Arci diventa occasione di guadagno: protagonista la società Immobiliare Romagnola, sempre Ds, che prima compra il Circolo Arci Carlo Marx di Forlì, via Matteotti 23, a 10mila euro, poi lo affitta a un’altra società per sei anni, dal 22 marzo 2007 al 21 marzo 2013, a 2mila euro al mese, fanno 144mila euro.
Bingo, spunta Consorte. Dice l’oggetto sociale che Alfa svolge, fra l’altro, «attività di assunzione e di gestione di partecipazioni ed interessenze in società ed imprese italiane o estere». Ma i dettagli più interessanti sono alla voce «Partecipazioni in altre società»: 750mila euro nella Ludotech srl, che si occupa di «organizzazione, acquisizione e gestione di locali per il tempo libero, i giochi, concorsi a premi, lotterie, pronostici» ma anche di «noleggio e consegna in uso a terzi di apparecchiature elettroniche da intrattenimento», che a sua volta è fra i soci dei Bingo One di Bologna e di Reggio Emilia. E 98.800 euro nella Pielleffe, che fa pubblicità, organizza fiere e meeting, fra i soci conta diverse federazioni dell’allora Pds, e a sua volta detiene una quota consistente di Ludotech, e quindi dei Bingo. Ed è proprio da qui che si arriva a Unipol e a Giovanni Consorte. Capita infatti di imbattersi nell’uomo che ha portato il Bingo in Italia, quel Vittorio Casale che fu consigliere fidato di Consorte, e che con l’allora presidente di Unipol compare nelle intercettazioni sullo scandalo Antonveneta ed è indagato nell’ambito della scalata a Bnl. Ebbene, Casale è proprietario della società Operae spa. La Operae spa controlla interamente un’altra società, l’immobiliare Arcobaleno. E nella visura camerale della Arcobaleno compare una «dichiarazione di inizio controllo» da parte della Porta Castello spa, società immobiliare di proprietà dei Ds di Bologna, che detengono azioni per 247.164 euro, su un totale di 267mila. Anche qui, non manca il giallo. Dalla visura camerale di Arcobaleno infatti risulta una scissione in Operae trading. Ma della Operae trading non v’è traccia da nessuna parte.
Era stato Massimo D’Alema, quando era al governo, a dare le 420 concessioni di Stato per le sale Bingo. Ad accaparrarsele era stata la società Formula Bingo. La Formula Bingo apparteneva al 50 per cento alla London Court di Roberto De Santis. Roberto De Santis è un vecchio amico di D’Alema, compagno di uscite in barca a vela, fu lui a vendergli la prima Icarus. Oggi De Santis ha guadagnato un posto nel cda di Festival Crociere. Nell’affare del Bingo, la London Court vede la sua attività intrecciarsi con quella della società Sogei, azionista di Lottomatica, di cui è amministratore Gilberto Ricci, altro amico di D’Alema. Ebbene. Fu l’allora ministro Visco a nominare Ricci alla Sogei. Oggi, Ricci è nella Webred, società di informatizzazione che lavora per la Regione Umbria e per diversi Comuni umbri. Ed è socio della Editori Riuniti, la casa editrice storica dei Ds.
[guarda il grafico in formato PDF]
Ma nel bilancio non c’è traccia degli affari
Poi vai a leggere il bilancio e non c’è una riga. O meglio, una riga c’è, ma dice che i Ds della immensa Beta Immobiliare possiedono solo lo 0,66 per cento. È proprio lei, non c’è dubbio: srl in liquidazione con capitale sociale di 2.520.095 euro. Epperò, dice il rendiconto 2006 che la Quercia vi partecipa solo con quella percentuale piccola piccola, per un totale di 437.726 euro. Lo stesso vale per la percentuale che il partito dichiara di avere nella Alfa Finanziaria, 0,66 per un totale di 947 euro. Da segnalare che le due società sono in liquidazione da tempo, ma nel corso degli anni ci sono stati aumenti di capitale ed evidentemente anche delle quote detenute dai Ds, visto che lo 0,66 in Beta nel 2004 valeva 16.257 euro e quello in Alfa soli 397.
Sito Internet Dsonline, sezione «Conosci i Ds», «Nota integrativa al rendiconto chiuso al 31/12/2006», tabella «Partecipazioni in imprese (possedute direttamente dal partito)». Sono solo sei: 99,9 per cento nella «L’Arca società editrice de “L’Unità” spa» in liquidazione, 100 per cento nella «Libreria Rinascita srl», 47,5 nella «L’Unità editrice multimediale spa» in liquidazione, 0,66 nella «Alfa Finanziaria di partecipazioni srl» in liquidazione, 100 per cento nella «Se.Var srl», 0,66 nella «Beta Immobiliare srl» in liquidazione.
Bilancio truccato? Ma ci mancherebbe altro, qui è tutto legale: semplicemente, la direzione nazionale Democratici di sinistra considera se stessa cosa altra rispetto alle sezioni e alle federazioni dei Democratici di sinistra che, sparse in tutta Italia, possiedono il resto delle due mega società, ognuna con piccole quote che sommate fanno quasi il cento per cento. Ed è così da tempo, visto che anche i bilanci precedenti fino al 2001 riportano soltanto sei società, le stesse di oggi. Di più: non una parola sulle partecipazioni indirette in altre società, come quella di Alfa in Ludotech o Pielleffe. Tutto regolare, ma c’è un ma. Perché se sul fronte partecipazioni la Direzione nazionale distingue i propri conti da quelli territoriali, sul fronte degli incassi da tesseramento e feste dell’Unità il partito torna magicamente a essere uno solo, e infatti una delle tabelle riporta i crediti dalle federazioni per tesseramento.
La relazione sulla gestione del rendiconto è firmata da Ugo Sposetti, il tesoriere Ds che, tanto per dire, fu tra coloro che risposero non proprio cortesemente agli inviati di Report che s’erano messi in testa di far le pulci ai finanziamenti pubblici ai partiti (per i Ds nel 2006 sono stati 12 milioni e 963mila euro più spiccioli).
Al punto 3, Sposetti si limita a spiegare che «è proseguita con risultati concreti l’attività dei liquidatori ai quali sono state affidate le nostre società partecipate in liquidazione. L’anno in corso potrebbe essere quello della chiusura in bonis di alcune di tali società! È un bel risultato». Poi il tesoriere comunica che l’elenco delle erogazioni di contribuzioni al partito da parte di soggetti vari si può trovare nell’allegato B, solo che l’allegato B sul sito non c’è. Vabbè, punto e a capo. Anzi punto. Il bilancio è in attivo, c’è un avanzo di 11.550.546 euro.
Dice Sposetti che «di fronte ad una politica trasparente, che comunica i propri progetti, informa sulla destinazione delle proprie risorse, pubblicando i bilanci e seguendo regole condivise, la risposta non è allontanarsi dalla politica ma parteciparvi in qualsiasi modo possibile, anche con un contributo economico». Appunto.
07.07.2007 - Unità
Io nel mirino del Sismi
di Giancarlo Caselli
Acquisizione di dati in modo capillare e continuativo. Monitoraggio di attività, movimenti e corrispondenza informatica. Dossier custoditi a Roma, in via Nazionale, in una sede (separata) del Sismi. Messa così potrebbe sembrare un'ordinaria attività di intelligence. Invece è tutt'altra cosa. Primo, perché oggetto dei dossier sono giudici e Pm, uffici giudiziari, libere associazioni (italiane ed europee) di magistrati. Poi perché ben strano è l'oggetto delle «inchieste». Fatti specifici, zero. Men che mai ipotesi di un qualche illecito. Neppure l'ombra di pericoli per l'indipendenza e l'integrità dello Stato (confine che delimita attribuzioni e competenze del Servizio segreto militare). Niente di niente. Ma non per i solerti schedatori. Una colpa gravissima secondo loro c'è: i magistrati pensano! Pensano e operano, a volte, in maniera che al potere politico dominante non piace. Sono magistrati che rispettano la legge? Danno prova di indipendenza? Proprio qui sta il punto. In quanto perversamente inclini ad una giustizia uguale per tutti sono scomodi per chi comanda. Sono pericolosi e vanno tenuti d'occhio. Magari neutralizzati.
Il Csm (organo che la Costituzione pone a presidio dell'indipendenza della magistratura) riceve questi strani dossier. Li esamina e alla fine approva - all'unanimità - una relazione argomentata e severa.
Con questa relazione il Csm rileva diversi punti:
· l'acquisizione della documentazione ebbe inizio subito dopo le elezioni politiche del 2001;
· fu disposta perché i magistrati oggetto di attenzione venivano considerati (in ragione dell'attività giudiziaria svolta o delle posizioni assunte nel dibattito politico-culturale) non in sintonia con la nuova maggioranza di centro-destra;
· si svolse in modo continuativo fino al settembre 2003 e in modo saltuario fino al maggio 2006;
· si proponeva di intimidire i magistrati impegnati in delicati processi, con perdita di credibilità e significativi ostacoli all'indipendente ed efficace esercizio della giurisdizione (oltre ai danni, professionali e di immagine, per i singoli);
· poteva contare sull'ausilio di appartenenti all'ordine giudiziario, anche rivestenti «qualificato incarico di supporto governativo».
Inquietante e stupefacente che tutto ciò sia potuto avvenire nell'Italia del terzo millennio. Registrandolo, il Csm non ha fatto altro che il suo mestiere. Ecco invece fior di opinionisti e di politici (compresi alcuni magistrati prestati alla politica) che incredibilmente se la prendono proprio con il Csm. Non chiedono di individuare i responsabili della squallida vicenda. Non invocano approfondimenti, trasparenza e chiarezza. Si scagliano contro il Csm. È la solita storia: quando lo specchio rivela un bubbone, invece di curarlo c'è sempre qualcuno disponibile a rompere lo specchio. Si chiama eclissi della questione morale. Negare sempre - anche di fronte all'evidenza - che possa esserci del marcio, quando serve per blindare certi interessi. Aggredire pesantemente chi cerca di far emergere la verità. Agitare cartellini rossi contro l'arbitro che pretende il rispetto delle regole, mai contro chi potrebbe averle violate. Questa è la democrazia «moderna».
Allo sconcerto istituzionale, chi scrive deve aggiungere lo sgomento personale. Il mio nome ricorre più volte nei dossier di via Nazionale. E ho lavorato a Torino, Palermo e Bruxelles, sedi che sono nel mirino di quei dossier. Ora, da più di 30 anni vivo sotto scorta. Prima le inchieste sul versante dell'antiterrorismo (Brigate rosse e Prima linea); poi la decisione di andare a Palermo subito dopo la morte di Falcone e Borsellino: una sequenza di esperienze professionali particolarmente rischiose che hanno imposto speciali misure di protezione, per me ed indirettamente per la mia famiglia. Ricordo bene i soldati di leva (era in corso l'operazione «Vespri siciliani») che a Palermo presidiavano 24 ore su 24 il pianerottolo della mia abitazione, armati di tutto punto, con intorno - sulla porta di casa - sacchetti di sabbia e rotoli di filo spinato, come fossimo in trincea. Sarò sempre grato agli uomini che (rischiando essi stessi ogni giorno) hanno saputo assicurarmi una relativa serenità. Uomini che in almeno in quattro o cinque occasioni mi hanno salvato la pelle, impedendo che fossero attuati avanzatissimi progetti di attentato. Come in quel Natale che invece di portarmi da Palermo a Torino mi sballottarono da una città all'altra, spesso chiuso dentro un furgone blindato, finchè - dopo giorni e giorni - non cessò lo stato d'allarme. Indigna scoprire oggi che mentre lo Stato mi proteggeva coi suoi uomini migliori, pezzi dello stesso Stato si davano da fare per neutralizzarmi... Dare con una mano e cercare di togliere con l'altra è schizofrenico. Sintomatico di un forte disagio della nostra democrazia. Per favorirne la deriva basterà far finta di credere che in via Nazionale non è successo nulla. E prendersela col Csm che osa dissentire.
07.07.2007 – dal sito DemocraziaLegalità
Il Regime c’era e la Casta lo sapeva
di Elio Veltri
Leggo su Repubblica i nominativi dei singoli e delle Associazioni spiati da Pio POMPA per conto del SISMI.
Per quanto mi riguarda, se i documenti pubblicati da Repubblica, sono veri, ho collezionato un primato invidiabile, dal momento che sono stato spiato come singolo da “disarticolare”( essendo medico conosco il significato anatomico del termine) perché “ nemico” di Berlusconi; come fondatore di Democrazia e Legalità e direttore del periodico on line democrazialegalita.it ; come co-fondatore di Opposizione Civile.
I pochi che si sono opposti davvero alla politica e ai metodi del Cavaliere hanno vissuto in una Repubblica a sovranità limitata con gli sgherri alle calcagna . Anche perché gli altri, la maggior parte della Casta, con il Cavaliere flirtava, inciuciava, intrallazzava beatamente. E ogni volta che qualcuno degli oppositori parlava di Regime si beccava anche le contumelie dei compagni di viaggio ai quali la parola Regime( ricordate?) provocava l’orticaria. Sono gli stessi che stanno al governo, in Parlamento fin da quando erano nella culla e succhiavano il latte materno. Gli stessi che hanno sistemato decine di migliaia di amici e sodali in Parlamento, nelle regioni, nelle comunità montane, nelle province, nei comuni, nelle municipalizzate , nelle ASL, alla RAI, negli studi professionali. Ovunque. Aspese dello Stato. Gli stessi che ora fanno finta di scandalizzarsi. Gli stessi che hanno sistemato al Consiglio di Stato il generale Pollari capo del SISMI, che gli hanno dato la solidarietà quando i magistrati di Milano l’hanno inquisito per concorso in sequestro di persona. Gli stessi che sanno che Pollari ha argomenti convincenti per farli tacere o che temono che Pollari li abbia.Perciò lo avevano nominato anche consulente del Presidente del consiglio. Gli stessi che hanno sistemato al ministero Pio Pompa. Gli stessi che hanno contribuito a fare di questo paese un crocevia di illegalità di ogni genere e che non hanno alcuna volontà di ripristinare la legalità repubblicana e istituzionale perché nella legalità finirebbero le loro carriere e quelle dei loro amici politici e personali. Gli stessi che predicano contro le lottizzazioni e lottizzano dalla mattina alla sera. Gli stessi che spiegano ai figli che è meglio avere un incarico pubblico che studiare e lavorare. D’altronde cosa volete che siano una manciata di magistrati, giornalisti, politici per bene spiati dai Servizi che avrebbero dovuto tutelarli? Per loro sono solo Bazzecole. Ma noi che nellapalude non ci siamo mai stati urliamo: fateci sognare, andavetene!
A Vincenzo Visco non piacciono le domande e non gli sono simpatici i giornalisti de Il Secolo XIX, Sansa e Menduni. Che sia perchè fanno bene il loro lavoro di giornalisti? Noi crediamo di si. E poi un esponente del Governo può permettersi di dire "con voi non parlo"? Noi crediamo proprio di no! Gli articoli con le domande a cui Visco non ha voluto rispondere
Il Secolo XIX - 06.07.2007
Palermo. Confiscati i beni del boss Badalamenti.
A oltre 3 anni dalla sua morte, lo Stato ha confiscato in questi giorni l'immenso patrimonio di Tano Badalamenti, il boss di mafia condannato in Italia per l'omicidio di Peppino Impastato. Secondo una prima stima, il valore dei beni ammonterebbe a cento milioni di euro. Badalamenti è morto in carcere negli Stati Uniti dove stava scontando 44 anni per la 'pizza connection'.
'Ndrangheta, sequestrati 17 milioni
Reggio C., applicata legge anti-mafia
Sequestrati a esponenti della 'ndrangheta di Reggio Calabria beni per un valore di 17 milioni di euro. La Procura Generale , nel disporre la confisca dei patrimoni mafiosi, ha applicato una legge antimafia del 1992 che prevede il sequestro dei beni mafiosi quando sia provata l'esistenza di una sproporzione tra il valore dei beni posseduti da un condannato per mafia e il suo reddito.
06.07.2007 – da DemocraziaLegalità
Il portavoce che dovrebbe tacere
di Daniela Gaudenzi
punto11 del dodecalogo di Prodi «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo».
Sircana è uno che si è fatto ricoverare per una colica quando si è diffusa la notizia della foto con il trans invece che chiedere immediatamente che venisse pubblicata, senza aggiungere altro perché "lo scoop" nella sua pochezza ed irrilevanza intermini politici non richiedeva altro. Allora successe un putiferio e furono dedicati all'episodio un numero imprecisato di approfondimenti di prima seconda e terza serata.... Ora davanti alla denuncia, senza precedenti perché nella storia repubblicana non si era ancora verificato qualcosa di analogo, da parte del CSM dello spionaggio e dossieraggio metodico per un periodo di ben 5 anni (dal 2001 al 2006) ad opera del Sismi di 4 procure, e di ben 203 giudici appartenenti a 12 paesi europei, il portavoce del governo commenta "Ho una cultura industriale e per me il CSM è il centro sperimentale metallurgico che è anche una cosa più seria".
Definire il tipo di cultura di un personaggio di simile sensibilità istituzionale è cosa veramente ardua ma sicuramente in un paese che volesse almeno preservare una parvenza di civiltà si sarebbe dovuto dimettere prima che "la battuta" giungesse alle agenzie.
E di dimettersi glielo dovrebbe chiedere, rectius, imporre il capo del Governo di cui lui è il portavoce per tutelare in primis la dignità del governo che presiede oltre che l'autorevolezza dell'organo di autogoverno della magistratura.
Davanti ad un intervento di tale miserevole qualità a fronte di un "episodio" durato dal 2001 al 2006, di gravità eccezionale e di massima pericolosità per la democrazia e lo stato di diritto, un governo che non prende le distanze e una maggioranza silente si squalificano ulteriormente e confermano irrimediabilmente il discredito di cui già "gode" la politica ed in cui ha trascinato, cosa ben più grave, le istituzioni.
C' è stato il dileggio compiaciuto da parte della voce ufficiale del governo di un organo costituzionale, il CSM, intervenuto solo per tutelare la magistratura, un potere indipendente dello stato, fatto oggetto di operazioni concertate di discredito, di intimidazione, di delegittimazione, da parte della dirigenza del Sismi e non, si badi bene, di qualche singolo ufficio o fuzionario.
Altro che la "chiacchierata", più o meno concludente, con un trans!
Se in queste ore il presidente del consiglio e la maggioranza non chiedono a Sircana di dimettersi, e la cosa appare molto più che improbabile, vuol dire che il portavoce ha dato la prova ultima della miserevolezza di questo governo che non a caso vanta un ministro della giustizia come Mastella, e che sta incredibilmente eguagliando il precedente.


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DENUNCIANDO,
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nel disastro doloso
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
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