
Si squarcia il velo sulla 'ndrangheta nel Tigullio, nei suoi rapporti con la politica ed oltre...
More...Una sfida per ristabilire la verità dei fatti ed il Dirtto. Noi ci siamo, vediamo chi ci stà...
More...I catanesi al centro dell'inchiesta ANAS sono gli stessi dei grandi lavori nel Porto di Genova e per la Ferrovia…
More...Dopo il boom di iscritti, il nipote del boss eletto segretario GD Val di Magra, e quelli della banda dell'estorsione…
More...Torniamo sui crotonesi. Dopo la nuova operazione delle DDA di Catanzaro e Bologna per fare il punto e entrare nei…
More...Dalla questione della ECOSCAVI al Collette Ozotto ed e Colli, nell'imperiese che torna indietro quando nessuno vedeva...
More...Quando un ragazzo di 18 anni muore per omertà e connivenze istituzionali con la 'ndrangheta. La storia di Gabriele Fazzari...
More...Il punto (dagli Atti) sulla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, dopo la "svoltina" della Corte d'Appello...
More...Le cose da raccontare sul nucleo FAZZARI-GULLACE sono ancora tante. Qui ci portiamo avanti...
More...Borghetto S.Spirito, dove la 'ndrangheta c'è dagli anni Sessanta. Tra rifiuti speciali, esplosivo, edilizia ed altro...
More...Le imprese dei VENTRE, mappate in Minotauro dalla DDA di Torino, arrivano al Porto di Savona...
More...L'inchiesta sul condizionamento del voto in Liguria dagli anni Ottanta ad oggi, comprese le Primarie del PD...
More...Dall'inchiesta della DDA di Reggio Calabria emerge un "livello superiore" funzionale alla cosca dei GRANDE ARACRI, eccolo...
More...Tra Atti di inchieste e testimonianze una realtà di cointeressenze che troppo spesso restano nascoste...
More...Capolista del M5S ad Imperia rivendica l'amicizia con un (attivista) esponente della famiglia MAFODDA, che è storica famiglia di 'ndrangheta...
More...6 'ndrine per 6mila abitanti. Dagli Atti, documenti e fatti quella realtà su cui qualcuno vuole il silenzio...
More...Gli approfondimenti (da Atti e fatti) sulla colonia della 'ndrangheta nell'Emilia occidentale (ed oltre), dopo l'Operazione AEMILIA...
More...Più si incrociano i dati delle diverse inchieste antimafia più emergono le cointeressenze dell'affare "Porto di Imperia"...
More...La centrale a carbone di Vado Ligure pretende di continuare a devastare ambiente e salute. Alcuni la difendono...
More...L'inchiesta che ha portato alle condanne per 416-bis nell'estremo ponente ligure...
More...Nuovo Consiglio Regionale della Calabria. Un ritratto di Francesco D'Agostino...
More...Dalle inchieste savonesi a quella di Genova, l'illegalità devastante che dominava la CARIGE con il clan BERNESCHI...
More...Domandarsi da dove venga la fortuna imprenditoriale dei FOGLIANI è legittimo. E noi lo facciamo...
More...Uno dei più potenti boss della 'ndrangheta ancora libero al Nord. Ecco perché occorre fermarlo...
More...Di nuovo Genova e la Liguria piegate da un territorio senza difese ed altro cemento...
More...Li abbiamo attenzionati dall'inizio. I loro affari e rapporti. Ora sono dentro...
More...Dall'inchiesta "PANDORA" intrecci indicibili che non si vogliono affrontare. Sveliamoli...
More...La storia attraverso inchieste ed Atti della famiglia che ha scalato il mercato savonese...
More...
La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
VAI ALLA MAPPATURA
Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
VAI ALLO SPECIALE

Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
VAI ALLO SPECIALE

La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
VAI ALLO SPECIALE
Sequestrati 120 milioni di beni alla Cosca Mazzagatti, nel reggino, specializzata nel cemento
23/07 La cosca 'Mazzagatti' di Oppido Mamertina, nel Reggino, aveva l'egemonia nel trasporto per conto terzi e la commercializzazione di cemento. E' quanto emerge dalle indagini dei carabinieri e della Guardia di Finanza che stamani hanno sequestrato beni mobili e immobili per un valore di 120 milioni di euro. Il provvedimento di sequestro è stato emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria che ha accolto la richiesta del Procuratore della Repubblica di Palmi, Antonio Vincenzo Lombardo, e del sostituto, Stefano Musolino. Le indagini dei carabinieri e dei finanzieri hanno avuto inizio circa un anno fa ed è emerso che l'egemonia della cosca "Mazzagatti" ha nel tempo varcato i confini della piana di Gioia Tauro e del vibonese e, attraverso alleanze con cosche dell'area catanzarese, ha esteso il proprio potere con la creazione di tre nuove società. La figura cardine del gruppo, per le sue capacità di sviluppare ed espandere imprese illecite che interferiscono nei circuiti economici, sarebbe, secondo finanzieri e carabinieri, Giuseppe Mazzagatti, di 75 anni. In sostanza, le imprese riferibili a Mazzagatti ed al suo nucleo familiare, secondo quanto emerso dalle indagini, si sono storicamente interposte tra la Italcementi , società produttrice di cemento, e l'imprenditore edile acquirente.
I beni sequestrati: I beni sequestrati stamani da carabinieri e finanzieri alla cosca Mazzagatti di Oppido Mamertina, nel reggino, sono: quattro societa' che operano nel settore della commercializzazione del cemento con sede a Oppido Mamertina e Catanzaro; uno stabilimento per la lavorazione del cemento a Maida (Catanzaro); un negozio per la vendita di calzature a Oppido Mamertina; 4 fabbricati con 10 appartamenti; 26 terreni coltivati ad uliveto secolare ed agrumeto; 21 automezzi pesanti; 8 automobili di grossa cilindrata; Conti correnti, libretti di deposito, contratti di acquisto di titoli di stato, azioni, obbligazioni, certificati di deposito ed assicurazioni intestati a 16 persone fisiche e 4 società. Il valore complessivo ammonta a 120 milioni di euro. I Carabinieri ed i Finanzieri delle Compagnie di Palmi hanno anche notificato il provvedimento della sospensione temporanea dell'amministrazione dei beni per gli Stabilimenti e Centri distribuzione - Area sud - di Vibo Valentia, Catanzaro e Castrovillari, nonché della Rete commerciale - Area Sud - Ufficio Vendite Calabria di Vibo Valentia della Italcementi, con sede legale a Bergamo.
Dalla frutta al cemento, la saga dei Mazzagatti. Ha inizio tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli settanta l'inizio dell'attività di trasporto del cemento su strada avviata da Giuseppe Mazzagatti, di 75 anni, ritenuto il principale esponente dell'omonima cosca di Oppido Mamertina, nel reggino. Nei confronti della cosca Mazzagatti stamani i carabinieri ed i finanzieri di Palmi hanno effettuato un sequestro di beni per circa 120 milioni di euro. Agli inizi degli anni settanta, infatti, Giuseppe Mazzagatti, dopo anni dedicati alla vendita della frutta con un piccolo camion, in supporto perlopiù dell'attività di fruttivendolo del padre, avvia l'attività di trasporto del cemento su strada. L'uomo viene coinvolto anche nell'omicidio di un autotrasportatore con il quale aveva avuto contrasti per il predominio nel settore del trasporto del cemento su strada. Mazzagatti, dopo alcuni anni, riuscì ad acquistare un autocarro e successivamente un autocementiera ed iniziò, attraverso le amicizie con esponenti della 'ndrangheta, ad esercitare l'attività in regime di monopolio. Nel 1980 il Tribunale di Vibo Valentia condannò Giuseppe Mazzagatti ed il fratello Carmelo, per il reato di estorsione ai danni degli autotrasportatori di cemento che caricando il cemento presso la sede dell'Italcementi di Vibo Valentia, rifornivano diversi imprenditori della zona. Mazzagatti, infatti, vantando una amicizia con Giacomo Piromalli riuscì ad imporre agli autotrasportatori di astenersi dall'effettuare carichi di cemento destinati ai cantieri per i lavori della strada Rosarno - Gioiosa Jonica, costringendo l'azienda produttrice di cemento a rivolgersi direttamente a lui per la fornitura del materiale. Nel novembre scorso i Carabinieri ed i Finanzieri di Palmi hanno sequestrato più di 5 milioni di euro, depositati presso banche di Oppido Mamertina e riconducibili alla cosca Mazzagatti. Uno dei principali esponenti della cosca, Domenico Polimeri, 64 anni, condannato per associazione mafiosa ed omicidio, è latitante dal '98. Attualmente sono al vaglio dei giudici del Tribunale di Reggio Calabria una decina di applicazioni della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di appartenenti alla cosca.
Italcementi “Estranei ai reati”. Il provvedimento del Tribunale di Reggio Calabria relativo alla sospensione dell'amministrazione degli impianti e delle reti di vendita di Italcementi nella regione non corrisponde assolutamente, come indicato da alcuni organi di stampa, ad un sequestro degli impianti della società. Lo precisa il gruppo della famiglia Pesenti in una nota. Italcementi precisa infatti che si tratta di una sospensione dell'amministrazione dei beni applicato al fine di evitare che "l'attività di impresa sia sottoposta alle condizioni di intimidazione e assoggettamento" tipiche delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Nella notifica effettuata stamani viene inoltre chiaramente esplicitato che "la società sottoposta a tale misura è necessariamente da considerare estranea all'associazione mafiosa agevolata" e rimane "effettivo titolare dei beni". Italcementi, che è tra i pochi grandi gruppi industriali operanti a livello nazionale e internazionale presenti nella regione, ha prodotto lo scorso anno in Calabria circa 1 milione e 350 mila tonnellate di cemento mentre le consegne alle società interessate dall'indagine ammontano, in base alle prime verifiche, a circa 70 mila tonnellate e rivestono carattere molto marginale rispetto al complesso delle attività nella regione. Ribadendo la piena collaborazione e il pieno appoggio all'azione della Magistratura, l'azienda chiede all'autorità giudiziaria un rapido accertamento dei fatti a tutela della propria immagine e a supporto della propria volontà di intraprendere in un territorio particolarmente difficile sotto il profilo della lotta alla criminalità organizzata.
10 arresti tra cui un assessore comunale.
Mancini "Calabria protettorato della ndrangheta"
21/07 C'é anche l'assessore ai Lavori pubblici del Comune di Bruzzano Zeffirio, Antonino Vitale, di 32 anni, eletto con una lista civica, tra le dieci persone arrestate la scorsa notte dalla Polizia e dai carabinieri con l'accusa di avere fatto parte della cosca Talia-Rodà della 'ndrangheta. Secondo quanto hanno riferito i magistrati della Dda di Reggio Calabria e gli investigatori, il coinvolgimento di Vitale nell'operazione non ha alcuna attinenza, comunque, con la sua attività di assessore. L'inchiesta che ha portato agli arresti della scorsa notte è stata avviata dopo gli omicidi, a Bruzzano Zeffirio, di Pasquale e Paolo Rodà, padre e figlio, uccisi i 2 novembre del 2004. Successivamente altri spunti per le indagini sono venuti dall'omicidio di Giuseppe Talia ed Antonia Lugarà, accaduto anche questo a Bruzzano Zeffirio il 17 settembre del 2005 nelle vicinanze del cimitero. Le indagini si sono concentrate, in particolare, su Alessandro Rodà, indicato come il capo dell'omonima cosca, che tra il 1995 ed il 2006 ha scontato una condanna per omicidio. Dalle indagini è emerso, tra l'altro, il tentativo dei Talia-Rodà di identificare i responsabili dell'assassinio di componenti del gruppo per attuare la propria vendetta. L’operazione che ha portato agli arresti gli affiliati alla cosca Talia-Rodà, collegata a quella dei Mollica-Morabito, che detiene il controllo delle attività illecite nel territorio è terminata alle prime luci dell’alba. Alle persone coinvolte nell'operazione, condotta dalla Squadra mobile di Reggio Calaria, viene contestata l'associazione per delinquere di tipo mafioso, aggravata dalla consistente disponibilità di armi e finalizzata alle estorsioni ai danni sopratutto di imprenditori. Le ordinanze di custodia cautelare, che sono state tutte eseguite, sono state emesse dal gip di Reggio Calanbria su richiesta dei sostituti procuratori della Dda Filippo Leonardo ed Adriana Maria Fimiani. L'operazione ha consentito di sgominare una delle cosche della 'ndrangheta considerate dagli investigatori piu' attive nel territorio della Locride.
In dotazione alla cosca anche dei Kalashnikov. Avrebbe avuto la disponibilità anche di molti mitra kalashnikov la cosca Talia-Rodà sgominata la scorsa notte nel corso di un'operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. L'operazione che ha portato all'esecuzione delle dieci ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip distrettuale Filippo Leonardo, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Adriana Maria Fimiani, è stata condotta dalla Squadra mobile e dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria. Polizia e carabinieri hanno seguito, nel corso delle indagini, due diversi filoni investigativi che sono poi sfociati nell'operazione della scorsa notte. Tra i dieci arrestati figura anche Alessandro Rodà, di 35 anni, indicato dagli investigatori come il capo della cosca al centro dell'inchiesta.
Mancini “Calabria protettorato della ndrangheta”, ''La Calabria è diventata un protettorato della 'ndrangheta dove le leggi dello Stato sono calpestate e dove impera l' illegalità e l' immoralità". A sostenerlo è stato il deputato Giacomo Mancini, dello Sdi, in vista della missione della Commissione antimafia a Reggio Calabria di lunedì e martedì prossimo. "In questa regione - ha proseguito il capogruppo socialista in Commissione - si è realizzata una terrificante saldatura tra la 'ndrangheta, l' organizzazione criminale più forte dal punto di vista economico e militare, ed il comitato politico e affaristico che depreda i fondi provenienti dall' Unione Europea contando su una rete di protezione trasversale ai due schieramenti politici e che è estesa a settori della magistratura e ad altri organi dello Stato". "Ed è per questo - ha sostenuto Mancini - che la Commissione antimafia, se vuole fare prevalere le leggi della Repubblica contro quelle dell' antistato, ha il dovere di mandare alla Calabria e all' intero Paese un messaggio chiaro: non c' è collusione, contaminazione e compromissione tra organizzazioni criminali e pezzi delle istituzioni che non possa essere debellata e sconfitta". "Se l' Antimafia non avrà questa determinazione - ha concluso Mancini - la Calabria sarà condannata a rimanere un protettorato della 'ndrangheta''
In due settimane sette operazioni. E' stata intensa l'attività svolta nelle ultime due settimane dalle Forze dell'Ordine nel reggino. Dal 9 luglio scorso, infatti, e fino a stamani carabinieri e polizia hanno compiuto sette operazioni, eseguendo numerosi arresti di esponenti delle cosche, tra cui il latitante Giuseppe Bellocco, e sequestri di beni riconducibili alla criminalità organizzata. La serie di operazioni ha avuto inizio con l'arresto di quindici persone che avrebbero condizionato gli appalti dei lavori di ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Il 14 luglio gli agenti della Polizia di Stato sequestrano a Polistena dei beni per un valore complessivo di tre milioni di euro. Il 16 luglio, dopo dieci anni di latitanza, i carabinieri del Ros arrestano nel vibonese Giuseppe Bellocco, trovato in una masseria mentre stava presiedendo una riunione con altre otto persone. Il giorno successivo il personale della Dia ha sequestrato beni mobili ed immobili per un valore di 46 milioni di euro ad un imprenditore di Polistena. Il 19 luglio i militari della Guardia di finanza sequestrano beni per un valore di cinque milioni di euro a sei persone vicine alla cosca Libri che avevano interessi nella gestione dei rifiuti. Ieri gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria hanno arrestato 15 persone, ritenute vicine al clan Libri, tra cui anche un agente di polizia ed attuale consigliere comunale di An. Stamani, infine, la Polizia di Stato ha compiuto una operazione nella Locride contro la cosca Talia-Rodà, collegata a quella dei Mollica-Morabito.
21.07.2007 – Il Secolo XIX
La Tangentopoli silenziosa rifiutata dall'anti-politica
di Ferruccio Sansa
Il problema non sono le frasi del gip Clementina Forleo che parla di «politici complici» dei furbetti del quartierino. La questione, davvero drammatica, è che l'Italia sta vivendo una seconda Tangentopoli senza nemmeno accorgersene.
Sono passati quindici anni dal ciclone che scosse l'Italia, che diede al nostro Paese l'occasione irripetibile di ripartire eliminando uno dei suoi mali congeniti: la corruzione, peggio, l'insofferenza nei confronti della legge. Certo, furono anni di drammi individuali e collettivi, perchéè vero che Mani Pulite fu a suo modo una rivoluzione. Da noi, infatti, pretendere l'applicazione rigorosa delle regole può essere sovversivo.
Il terremoto nato a Palazzo di Giustizia di Milano, però, si è concluso in modo paradossale: i ruoli di chi accertava le responsabilità e di chi era colpevole di reati hanno finito quasi per invertirsi. Indagato è diventato quasi sinonimo di perseguitato.
Si è diffusa un'insofferenza sempre meno dissimulata nei confronti di chi pretendeva il rispetto delle regole, forse perché gli ex-eroi di Mani Pulite alla fine ci ricordavano le nostre colpe.
E intanto i vecchi costumi sono tornati in auge. Basta leggere le cronache degli ultimi anni per rendersi conto di quante vicende economico-finanziarie si siano concluse nelle aule di giustizia. Sarebbe sufficiente citare i casi Cirio e Parmalat che hanno mandato sul lastrico decine di migliaia di piccoli risparmiatori.
Non solo: molte delle maggiori operazioni finanziarie degli ultimi anni si sono concluse in Tribunale invece che in Borsa. Prendiamo appunto la scalata della Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta, così come quella di Unipol a Bnl. Ma non basta ancora, ci sarebbe da ricordare l'inchiesta sui tentativi di spionaggio e le intercettazioni abusive messi in atto dalla security Telecom. Che dire poi delle schedature compiute dal Sismi o della spy story sul rapimento di Abu Omar che si incrociano e si stanno concludendo in modo a dir poco assurdo: il governo che ha fatto ricorso contro la Procura e i pm che dopo un'indagine di anni si ritrovano indagati per violazione del segreto di Stato. Con Nicolò Pollari che, pur indagato per sequestro di persona, viene nominato consigliere di Stato dal governo Prodi.
Insomma, la corruzione e la mancanza del senso della legalità stanno toccando ogni aspetto della nostra vita civile. Pensiamo perfino al mondo del pallone, travolto dalla bufera di Calciopoli. E proprio questa vicenda diventa esemplare del momento che stiamo vivendo: dopo l'apparente indignazione, sul ponte di comando del mondo sportivo si rivedono le stesse persone. Moggi pontifica dai talk-show. Come se niente fosse. Ecco una differenza rispetto a Mani Pulite: l'indifferenza o, nel migliore dei casi, la rapida rassegnazione hanno sostituito la profonda indignazione di allora. Di questo si fanno forti i politici che sono finiti nelle intercettazioni telefoniche della Procura di Milano.
Le inchieste sui furbetti del quartierino sono uno dei rari casi in cui la par condicio è stata effettivamente rispettata. Esponenti dei partiti di destra e di sinistra sono ugualmente presenti nelle registrazioni in mano alla Procura. E la reazione dei due schieramenti è stata diversa nei modi, ma non nella sostanza. La Casa delle Libertà è pesantemente chiamata in causa: soltanto l'onorevole Luigi Grillo è stato intercettato 35 volte. Ma qualcosa avrebbe da spiegare anche la Lega che è sopravvissuta grazie ai finanziamenti di Gianpiero Fiorani. E poi altri deputati, alcuni vicinissimi a Berlusconi, che intrattenevano contatti con i furbetti. Lo stesso Cavaliere aveva ricevuto Fiorani in Sardegna ed ha parlato al telefono con i protagonisti della scalata la sera del via libera di Antonio Fazio. Ma il centrodestra è abituato a tutto. Del resto da anni deve rispondere ad accuse di ogni tipo che hanno toccato rappresentanti di tutti i livelli.
Diversa in apparenza la risposta del centrosinistra. Massimo D'Alema e Piero Fassino hanno reagito con un'autoassoluzione che ha convinto forse soltanto loro. Poche frasi lapidarie, stizzite, e la questione è stata archiviata. Ma se erano davvero sciocchezze, onorevole D'Alema, perché non ha rivelato prima il contenuto di quei colloqui, come le avevano chiesto in tanti (molti suoi elettori)?
Si possono anche discutere le parole utilizzate dal gip, ma la sostanza è quella: il contenuto dei colloqui tra i politici e i furbetti loro amici è discutibile. È sicuramente censurabile politicamente, se non penalmente (anche perché i deputati, beati loro, sono protetti da immunità).
Invece Mastella non trova di meglio da fare che attaccare il gip Forleo per difendere la fortezza o meglio, il Palazzo, assediato. E ancora una volta dimostra di non aver capito che la questione morale oggi è ineludibile. Che occorre agire subito prima che questa Tangentopoli silenziosa, serpeggiante travolga un Paese esausto, senza le energie dell'Italia dei primi anni Novanta.
No, non è anti-politico chi oggi si ribella a questa "Casta", come l'ha definita Gian Antonio Stella. Al contrario, lo sdegno che sta montando è frutto proprio della passione politica.
Arresti clamorosi a Reggio: consigliere comunale e agente di PS tra i 15 arresti nel clan Libri.
Sequestrate 4 società
20/07 Controllavano il territorio e le attività imprenditoriali nella zona di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Motta San Giovanni, estorcendo alle imprese impegnate in lavori pubblici e privati, dal 2 al 3% del valore degli appalti. A dare un duro colpo agli affiliati alla cosca Libri è stata stamani la squadra mobile di Reggio Calabria che ha arrestato 15 persone tra le quali coloro che sono ritenuti i capi della cosca. In manette, con l' accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è finito anche un consigliere di Alleanza nazionale al Comune di Reggio Calabria, Massimo Labate. L' uomo, agente di polizia in aspettativa dal 2002, anno della prima elezione al Consiglio comunale, è stato rieletto nel corso delle ultime consultazioni amministrative con oltre 1.400 voti. A Labate, il sindaco, Giuseppe Scopelliti, pure di An, aveva affidato una delega fuori giunta per la sicurezza della Leonia, la società mista che si occupa del recupero e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Dall' incarico Labate si era dimesso circa un mese fa. Insieme a lui è stato arrestato, con la stessa accusa, anche il suo segretario, Vincenzo Pileio, di 45 anni. A gestire la cosca Libri, fino alla data della sua morte, secondo gli investigatori, è stato il boss storico "Mico" Libri. A lui sono poi subentrati il fratello Pasquale, ed il genero Antonio Caridi, considerati i nuovi capi del clan. L' attività del clan non si limitava all' estorsione. Alle imprese, infatti, veniva imposto di ricorrere a ditte di riferimento ed in particolare alla Realcementi. La società è stata sottoposta a sequestro preventivo insieme ad altre tre. Una di queste gestiva un centro benessere ed un' altra, la società cooperativa sociale San Giorgio, si occupa dell' organizzazione di eventi. Per concordare la spartizione delle tangenti da estorcere, i componenti il clan Libri erano in contatto con i capi delle altre consorterie che hanno i loro interessi a Reggio Calabria. Secondo gli investigatori, i boss hanno partecipato ad almeno due summit di mafia con rappresentanti delle altre principali cosche quali i De Stefano, i Tegano, i Rosmini ed i Condello. Ad uno di questi summit avrebbe partecipato anche il super latitante Pasquale Condello, definito "il supremo" ricercato dal 1997. Soddisfazione per l' operazione odierna è stata espressa dal presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, che ha evidenziato come nelle indagini "continuano ad esserci risultati interessanti che ci permettono, ogni giorno di più, di sapere cos' è diventata oggi la 'ndrangheta, quale raggio d' azione abbia, quale forza economica".
Padre di consigliere regionale ai vertici della cosca. La scomparsa di Pietro Nicolo', padre del consigliere regionale Alessandro, ex assessore alla Provincia di Reggio Calabria ed ex coordinatore provinciale di Forza Italia, avvenuta nel gennaio 2004 insieme ad un altro uomo, sarebbe legata a contrasti sorti all' interno della cosca Libri. E' quanto emerge dall' ordinanza di custodia cautelare del Gip di Reggio Calabria, Concettina Garreffa, emessa nell' ambito dell' operazione contro presunti affiliati alla cosca Libri. ''Stante quanto riferito dai collaboratori di giustizia Paolo Ianno' e Giovanbattista Fracapane - scrive il Gip - gli omicidi verificatisi dal 2000 ad oggi nelle zone di competenza della cosca Libri, che hanno visto come vittime affiliati alla stessa, sono dovuti ad una risoluzione di contrasti sorti in seno all' associazione''. ''In tale ottica - prosegue - vanno letti i recenti omicidi verificatisi nella zona d' influenza della consorteria criminale oggetto d' indagine, quali l' omicidio di Bartolo Nicolo', avvenuto nel luglio 2001, l' omicidio di Giuseppe Savona, avvenuto il 19 novembre 2001, la scomparsa di Pietro Nicolo' e Giuseppe Morabito, rispettivamente di anni 70 e 64, denunciata il 29 Gennaio 2004. I due scomparsi erano entrambi appartenenti alla consorteria criminale oggetto d' indagine, in particolare Pietro Nicolo', padre di Alessandro Nicolo', ex assessore alla Provincia di Reggio Calabria e gia' coordinatore provinciale di 'Forza Italia', aveva posizione verticistica nell' ambito della cosca essendo 'capo del locale Spirito Santo' ed era entrato in contrasto con il boss 'Don Mico Libri', per questioni legate proprio al ''controllo delle zone d' influenza''
Il consigliere comunale e poliziotto era in aspettativa dalla PS. Era in aspettativa dal dipartimento della polizia di Stato dal 2002 per il suo incarico politico, Massimo Labate, il consigliere comunale di Reggio Calabria e agente di ps, arrestato stamani dalla squadra mobile reggina nell' ambito di un' operazione contro presunti affiliati alla cosca Libri. Labate, di 41 anni, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La stessa accusa è contestata a Vincenzo Pileio, di 45 anni, segretario di Labate. I due, secondo l' accusa, con il loro comportamento avrebbero "contribuito a conservare e rafforzare" la cosca Libri.
GIP Garreffa “Al consigliere comunale i voti della cosca”. Massimo Labate, il consigliere comunale arrestato oggi per concorso esterno in associazione mafiosa nell' ambito dell' operazione condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria contro presunti affiliati al clan Libri, si sarebbe accordato con la cosca ''al fine di riceverne, in corrispettivo dei propri favori e delle proprie promesse, il sostegno elettorale alle amministrative 2007 di Reggio Calabria, quando veniva eletto consigliere comunale con i voti procurati in modo mafioso''. E' quanto scrive il Gip del Tribunale di Reggio Calabria che ha emesso l' ordinanza, Concettina Garreffa. Secondo quanto scrive il Gip, Labate avrebbe consentito a Antonino Caridi, genero del defunto boss Domenico ''Mico'' Libri, ''e Quattrone di accreditarsi quali interlocutori privilegiati della Pubblica amministrazione comunale nella gestione ed organizzazione di feste e mostre finanziate con denaro del Comune''. Inoltre avrebbe consentito a ''Caridi l' inserimento di lavoratori da lui indicati nelle liste dei lavoratori da assumersi all' interno della societa' mista Leonia spa ovvero all'interno della societa' incaricata della costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia''. Labate, nella precedente legislatura era stato incaricato dal sindaco Giuseppe Scopelliti, con una delega fuori giunta, come garante della sicurezza della Leonia. Incarico dal quale si e' poi dimesso. Nel provvedimento si ricorda poi che Labate, prima di prendere l' aspettativa in occasione della prima elezione a consigliere comunale, avvenuta nel 2002, lavorava alla squadra mobile e dunque, rileva il Gip, ''non poteva disconoscere la qualita' di appartenente ad una delle piu' note cosche mafiose operanti in citta' di Antonino Caridi, tanto piu' che questi non era un personaggio qualsiasi, ma il genero di Domenico Libri, storico capo dell' omonima cosca''
La cosca estorceva il 3% del valore degli appalti. I vertici della cosca Libri pretendevano il pagamento di una tangente estorsiva pari al 2-3% del valore complessivo di ogni opera o lavoro, pubblico o privato che fosse, realizzato a Reggio Calabria. E' uno degli aspetti emersi nel corso dell' inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dalla squadra mobile che stamani ha portato all' arresto di 15 persone. La cosca, oltre a estorcere il denaro alle imprese, imponeva anche che per la realizzazione delle opere, le aziende si rivolgessero alle ditte di riferimento ed in particolare alla Realcementi di Bruno Crucitti, di 48 anni, uno degli arrestati. Secondo l' accusa, la cosca Libri operava tra i Comuni di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Motta San Giovanni, con lo scopo di controllare il territorio e le relative attività.
Summit di mafia per spartire tangenti. Gli affiliati alla cosca Libri di Reggio Calabria, al fine di concordare la spartizione delle tangenti da estorcere, hanno partecipato ad almeno due summit di mafia con rappresentanti delle altre principali cosche della citta', quali i De Stefano, i Tegano, i Rosmini ed i Condello. Ad uno di questi avrebbe partecipato anche il super latitante Pasquale Condello, definito "il supremo", ricercato dal 1997. Questo è quanto emerge dall' inchiesta della squadra mobile di Reggio Calabria che stamani ha portato all' arresto di 15 persone. A gestire la cosca Libri, fino alla data della sua morte, secondo gli investigatori, è stato il boss storico "Mico" Libri, a cui sono poi subentrati il fratello Pasquale ed il genero Antonio Caridi, considerati i nuovi capi del clan. Un ruolo importante, a detta della squadra mobile, è stato ricoperto da Salvatore Tuscano, ucciso il 9 maggio scorso mentre si trovava in un salone da barba. L' uomo era considerato l' autista di Pasquale Libri e, insieme al capo, controllava capillarmente il territorio, recandosi personalmente sui cantieri per verificare se le ditte avessero pagato la tangente imposta e se si fossero rifornite di cemento dalle imprese affiliate o collegate.
Sequestrate 4 società. Quattro società, per un valore di alcuni milioni di euro, sono state sequestrate nell' ambito dell' operazione condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria che ha portato all' arresto di 15 persone. Tra le società sottoposte a sequestro preventivo, una, la società cooperativa sociale San Giorgio, si occupava dell' organizzazione di eventi ed ha avuto anche incarichi dal Comune per allestire mostre e fiere. Un' altra, la Galatea , gestiva un centro benessere. C' è poi Iter e la Realcementi. Il ricorso a quest' ultima, secondo l' accusa, veniva imposto dalla cosca Libri alle imprese che effettuavano lavori, pubblici o privati, nel comune di Reggio Calabria.
Truffa dell’Istituto Papa Giovanni. L’Arcivescovo esonera don Luberto dagli impegni diocesani
20/07 L'arcivescovo di Cosenza, monsignor Salvatore Nunnari, ha inviato una lettera al sacerdote don Alfredo Luberto, arrestato nei giorni scorsi nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Paola sull'istituto di assistenza Papa Giovanni di Serra D'Aiello. Nella missiva mons. Nunnari esonera il sacerdote da ogni ''impegno in diocesi e dalla tua partecipazione agli organismi ecclesiali (Consiglio Presbiterale e Collegio dei Consultori)''. ''Con affetto di padre - ha aggiunto - ti sono spiritualmente vicino in questo momento mentre ti chiedo di offrire alla Magistratura la necessaria collaborazione perche' si giunga presto alla verita' circa i fatti che ti sono addebitati, disposto anche a restituire quanto tu avessi sottratto all'Istituto. Possa il Signore sostenerti e illuminarti circa il cammino da seguire per il raggiungimento della tua pace interiore e della serenita' per la nostra Chiesa Diocesana''.
Sgominata la cosca Crea, una delle più potenti che condizionava il Comune di Rizziconi. 16 arresti.
Sequestrati immobili a Roma.
18/07 Un'operazione della Polizia ha eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Procura antimafia di Reggio Calabria contro i componenti della cosca Crea di Rizziconi, considerata dagli investigatori una delle più agguerrite famiglie della 'ndrangheta. L'operazione è stata condotta dalla Squadra mobile di Reggio Calabria. I provvedimenti sono stati eseguiti, oltre che in Calabria, a Roma ed a Brescia. L'accusa contestata alle persone a carico della quali il gip ha emesso i provvedimenti restrittivi è associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni.
La cosca Crea condizionava le attività del Comune di Rizziconi. Non si limitava al settore delle estorsioni l'attività della cosca Crea di Rizziconi, scompaginata con l'operazione fatta la scorsa notte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria con l'esecuzione di 16 ordinanze di custodia cautelare. Il gruppo criminale era particolarmente attivo anche nell' accaparramento di appalti e risorse pubbliche. Nel mirino della cosca, in particolare, il comune di Rizziconi, la cui attività, negli anni passati, era stata pesantemente condizionata, tanto che nel 2000 il consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Delle 16 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip, ne sono state eseguite 15. Una, infatti, riguarda Giuseppe Crea, uno degli esponenti di spicco della cosca, che era già latitante e che resta, al momento, irreperibile.
Dodici persone arrestate e quattro in carcere. Dodici persone arrestate e ad altre quattro che hanno avuto notificato il provvedimento restrittivo in carcere perche' già detenute. E' il risultato dell'operazione condotta la scorsa notte dalla Squadra mobile di Reggio Calabria, coordinata dalla Procura distrettuale, contro la cosca Crea di Rizziconi, capeggiata dal boss Teodoro, già detenuto perché arrestato lo scorso anno in un podere aspromontano dopo un lungo periodo di latitanza. In carcere sono finiti Antonio Crea, "u malandrinu", di 44 anni, cugino del boss; Ettore Crea (35); Giuseppe Mazzaferro (52), arrestato a Brescia; Domenico Helenio Marvaso (44); Francesco Barone (33); Rocco Versace (40); Antonino Ascone (47), arrestato a Roma insieme alla moglie Carmela Polimeni (43); Antonio Giuseppe Surace (42); Domenico Pillari (42); Vincenzo Rimarchi (34) e Vincenzo Rosario Ventre (79). In carcere l'ordinanza del gip, Kate Tassone, è stata notificata al capo della cosca, Teodoro Crea, costretto su una sedia a rotelle; Domenico Crea (25), e Giuseppe Crea (42). Nel corso dell'incontro con i giornalisti per illustrare i particolari dell'operazione, il procuratore della Repubblica reggente di Reggio Calabria, Franco Scuderi, ha detto che "é incredibile che a distanza di 30 anni personaggi come Teodoro Crea dettino ancora legge nel loro territorio. O si cambia registro, evitando abbattimenti di pena tra il primo grado di giudizio e quelli successivi, oppure lo Stato potrà vincere qualche battaglia, ma perderà certo la guerra". I sostituti procuratori della Dda Marco Colamonici e Roberto Di Palma, titolari dell'inchiesta, hanno rilevato come "il gruppo Crea sia confederato con altre famiglie di ndrangheta come i Rugolo-Mammoliti, i Piromalli, gli Alvaro ed i Santaiti, ponendo al centro del suo interesse criminale le estorsioni, i traffici internazionali di stupefacenti e condizionando le imprese e la vita istituzionale del comune di Rizziconi". Il valore dei beni immobili sequestrati a Roma dalla Dia ammonta a tre milioni di euro. "Per adesso li abbiamo fermati - ha detto il col. Francesco Falbo, capocentro Dia di Reggio Calabria - ma è chiaro che le attività di riciclaggio sono molteplici ed occorre altro tempo per individuarli compiutamente". Tra le estorsioni scoperte dalla polizia di Stato quella a carico della "Devin (De Marte-Vasta-Inzitari), la società che ha realizzato il grande centro commerciale denominato "Porto degli Ulivi". "Non solo hanno fatto pagare a prezzi maggiorati il terreno per mascherare la tangente - ha detto il col. Falbo - ma hanno persino imposto alla società di corrispondere anche i soldi la mancata campagna per le olive non raccolte".
Sequestrati immobili a Roma. La Dia ha sequestrato alcuni immobili a Roma nell'ambito dell'operazione fatta la scorsa notte contro la cosca Crea di Rizziconi. Il gruppo criminale, secondo quanto è emerso dalle indagini svolte dal Centro operativo di Reggio Calabria della Dia, avrebbe reinvestito i capitali accumulati con le estorsioni acquistando immobili nella capitale. Tra l' altro sono stati sequestrati due negozi che la cosca aveva acquistato in via Sistina, oltre ad alcuni edifici in altre zone della capitale. L'attività estorsiva svolta dalla cosca Crea sarebbe stata molto vasta. Il gruppo avrebbe preso di mira, in particolare, secondo quanto riferito dagli investigatori, la società proprietaria del centro commerciale "Porto degli ulivi" di Rizziconi, uno dei più grandi del meridione, inaugurato di recente, dove sono ubicati circa 400 esercizi commerciali.
Scandalo Istituto papa Giovanni: le indagini portano a logge massoniche coperte
18/07 C'e' un filone dell'inchiesta della Procura della Repubblica di Paola che ha portato ieri all'arresto dell'ex presidente dell'istituto Papa Giovanni XXIII, il sacerdote Alfredo Luberto, che porta a logge massoniche coperte che sarebbero state interessate allo sfruttamento delle risorse destinate alla struttura assistenziale di Serra d'Aiello. La Guardia di finanza, proprio al fine di approfondire questo specifico filone dell'indagine, ha effettuato oggi, su delega del sostituto procuratore Eugenio Facciolla, una serie di perquisizioni a Cosenza, Crotone e Catanzaro in abitazioni ed uffici di professionisti che sono indagati, come Luberto e l'ex componente del Cda del Papa Giovanni XXIII, Fausto Arcuri, anch'egli arrestato, per associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Alle risorse destinate all'istituto di assistenza, secondo quanto sta emergendo dall'inchiesta, sarebbe stato interessato un comitato d'affari che avrebbe agito indisturbato per anni utilizzando per fini personali i fondi che dovevano servire per garantire un'adeguata assistenza ai 363 ospiti del Papa Giovanni e per la manutenzione della struttura. In questo specifico filone sono indagate 15 persone che si aggiungono alle 24 gia' coinvolte nel troncone principale dell'inchiesta. Ed e' da questi approfondimenti che potrebbero scaturire, nei prossimi giorni, i possibili nuovi sviluppi dell'inchiesta.
Arrestato Don Alfredo Luberto ex direttore del Papa Giovanni XXIII, sequestrato l'Istituto. Occultati ricavi per 13 mln di euro. Indagato Mons. Agostino e altre 23 persone
17/07 L'ex presidente dell'Istituto di Assistenza Sociosanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, il sacerdote Alfredo Luberto, di 49 anni, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Insieme a Luberto è stato arrestato un ex componente del Consiglio di amministrazione dell'Istituto, Fausto Arcuri, di 40 anni. I due arresti sono stati fatti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Paola Alfredo Cosenza, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, che da tempo conduce un'inchiesta sui presunti illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'Istituto Giovanni XXIII. L'istituto Papa Giovanni è gestito da una Fondazione di proprietà della Curia Arcivescovile di Cosenza. Don Alfredo Luberto, Arcuri ed altri indagati, che nell'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Facciolla sono complessivamente 24, avrebbero costituito un comitato d'affari che si sarebbe appropriato di parte dei fondi destinati dalla Regione all' Istituto Papa Giovanni, determinando una grave situazione di dissesto finanziario nella gestione dell'ente. Agli arrestati viene contestata anche l'appropriazione indebita. Gli illeciti nella gestione dell'istituto sarebbero andati avanti per anni consentendo, secondo quanto hanno riferito investigatori ed inquirenti, alle persone coinvolte nell'inchiesta e in particolare, a Don Alfredo Luberto ed Arcuri, di accumulare consistenti capitali.
Occultati ricavi per 13 mln di euro. L'occultamento di ricavi per 13 milioni di euro; il mancato versamento di contributi previdenziali per 15 milioni ed una cessione di crediti per tre milioni e mezzo di euro ad un corrispettivo di 500 mila euro. Sono questi alcuni degli illeciti contabili emersi dall'indagine svolta dalla Compagnia di Paola della Guardia di Finanza, su delega della Procura della Repubblica, che ha portato all'arresto del sacerdote Alfredo Luberto, ex amministratore dell'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII, e del suo braccio destro, il commercialista Fausto Arcuri. Dagli accertamenti della Guardia di Finanza è emerso, tra l'altro, che l'operazione di cessione dei crediti, apparsa in un primo momento poco chiara, ha svelato in realtà delle vere e proprie fattispecie di reato a danno dell'istituto, con l'utilizzo di fatture false, appropriazione indebita e truffa. In realtà i fondi destinati alle esigenze della casa di cura, sostengono gli investigatori, venivano costantemente distratti ed utilizzati per gli scopi personali degli amministratori. Si é scoperto così che nel corso degli anni l'istituto Papa Giovanni XXIII, sostiene ancora la Guardia di Finanza, era stato sottoposto ad una "sistematica spoliazione". e che i fondi destinati ai degenti erano stati utilizzati per le esigenze personali di Luberto e del suo entourage. Ne derivavano il mancato o parziale pagamento degli stipendi ai dipendenti ed una serie di gravi violazioni fiscali.
L’IPG in crisi finanziaria. La crisi dell' istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d' Aiello va avanti da anni e si è aggravata sempre più col passare del tempo, tanto che, il 23 giugno scorso, l' arcivescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari, ha scritto al presidente della Regione, Agazio Loiero, e all' assessore regionale alla Salute, Doris Lo Moro, annunciando l' intenzione di arrivare "all' immediata sospensione dell' attività dell' Istituto in attesa di verificare la praticabilità delle procedure estintive della Fondazione". L' istituto di ricovero per anziani e disabili ospita attualmente 363 degenti, mentre i dipendenti sono centinaia, ma in alcuni periodi sono arrivati ad essere anche 2.000. Da mesi non percepiscono lo stipendio e in più occasioni sono scesi in piazza per reclamare quanto gli è dovuto. In passato la struttura è stato un sicuro punto di riferimento per tutti coloro che hanno avuto bisogno di assistenza, ma da anni, ormai, è in preda ad una crisi finanziaria alla quale ancora non è stato fatto fronte. Il Papa Giovanni è gestito da una Fondazione che fa capo alla Diocesi di Cosenza e da anni è al centro delle polemiche per le sue condizioni strutturali e igieniche. Nell' ottobre scorso, proprio per questi motivi, era stato anche sequestrato dalla guardia di finanza. Da tempo la Regione Calabria sta cercando una soluzione alla vicenda per arrivare alla costituzione di un nuovo soggetto giuridico che si faccia carico della gestione della struttura, ma al momento una scelta definitiva non è stata ancora compiuta. Al riguardo, nelle scorse settimane, era stato riferito che c' erano degli interlocutori romani disposti a partecipare all' operazione.
Indagato Mons. Agostino. La Procura della Repubblica di Paola sta svolgendo indagini sull'ex arcivescovo di Cosenza, mons. Giuseppe Agostino, nell'ambito dell'inchiesta sui presunti illeciti nella gestione dell'Istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello. E' quanto si è appreso da fonti giudiziarie. In particolare la Procura di Paola e la Guardia di finanza stanno verificando l'operato di mons. Agostino in relazione alla mancata rilevazione degli illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'istituto, con particolare riferimento all'appropriazione di fondi e di beni di proprietà dell'istituto. Situazione che ha determinato il dissesto finanziario dell'ente, con conseguente degrado strutturale ed igienico dell'Istituto.
Sequestrato l’Istituto Papa Giovanni. La Guardia di finanza sta eseguendo il sequestro preventivo dell'Istituto di assistenza socio-sanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello nell' ambito dell' inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex presidente dell'istituto, il sacerdote don Alfredo Luberto, e di un ex componente del consiglio d'amministrazione, Fausto Arcuri. I finanzieri stanno anche eseguendo il sequestro di un appartamento, definito "di lusso" da inquirenti ed investigatori, di proprietà di don Alfredo Luberto e ritenuto provento della presunta attività illecita svolta dal sacerdote nella gestione dell'istituto di assistenza. Agli arrestati viene anche contestato il reato di abbandono di incapace in relazione alle condizioni di degrado in cui sono stati costretti a vivere le persone ospitate nell'Istituto di assistenza.
I degenti restarono nell’Istituto. Restano nell'istituto i 363 degenti del Papa Giovanni XXIII, la struttura di assistenza socio-sanitaria di Serra d'Aiello sequestrata stamattina dalla Procura della Repubblica di Paola. Il sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, titolare dell'inchiesta che ha portato al sequestro dell'istituto ed all'arresto dell'ex presidente e di un ex componente del Cda del Papa Giovanni XXIII, ha infatti disposto l'affidamento in custodia giudiziale delle struttura, che continuerà così a svolgere la propria attività. "Sperando - ha detto Facciolla all'Ansa - che nel frattempo Regione Calabria, Azienda sanitaria e Curia arcivescovile di Cosenza si mettano finalmente d'accordo su chi deve mettere in atto gli interventi per migliorare le condizioni strutturali dell'istituto, risolvendo una grave questione che si trascina da anni a discapito dei degenti. Interventi che sono, tra l'altro, estremamente urgenti".
Casi di scabbia tra i degenti. Sono molti i casi di scabbia tra i 363 degenti dell'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, sequestrato stamattina dalla Guardia di finanza nel corso di un'operazione che ha portato anche all'arresto dell'ex presidente, il sacerdote Alfredo Luberto, e di un ex componente del Cda della struttura, Fausto Arcuri. La scabbia, secondo quanto è emerso dalle indagini, è stata provocata dalle condizioni di abbandono igienico e strutturale in cui si trova l'istituto malgrado la presenza di 900 dipendenti. La struttura versava da anni in una situazione di caos gestionale che rendeva molto precaria anche l'assistenza ai degenti, molti dei quali ospitati nell'istituto da anni.
Facciola “Nell’Istituto situazione pazzesca”. "Una situazione pazzesca". Così il sostituto procuratore della Repubblica di Paola Eugenio Facciolla, parlando con l'Ansa, ha definito la condizione in cui versava da anni l'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d' Aiello, sequestrato stamattina in coincidenza con l' arresto dell'ex presidente e di un ex componente del Cda. "L'istituto - ha aggiunto Facciolla - versava ormai da anni in una situazione di abbandono sul piano strutturale ed igienico. Tra i degenti sono molti i casi di scabbia. A questo si aggiunge la grave situazione sul piano finanziario della struttura, che determinava, tra l'altro, la mancata attuazione degli indispensabili interventi di manutenzione. Al Papa Giovanni XXIII, tra l' altro, non si poteva fare nulla per migliorare la struttura perché le somme che arrivavano dalla Regione Calabria, con cui l'istituto è convenzionato, finivano direttamente nelle tasche dei dipendenti, che avevano ottenuto l'emissione di decreti ingiuntivi in loro favore per garantirsi il pagamento degli stipendi". "La fornitura di medicine - ha detto ancora Facciolla - era garantita da una farmacia della zona che era l'unica disponibile a fornirle malgrado la mancanza di garanzie nei pagamenti. Le altre farmacie che in passato avevano avuto rapporti con l'istituto si rifiutano da tempo di fornire le medicine in considerazione delle ingenti somme che accreditano. Da qui i problemi che abbiamo rilevato nell'assistenza sanitaria ai dipendenti".Come fu con Al Capone la DIA colpisce la ndrangheta nelle tasche: sequestrati alle cosche 46 milioni di beni
17/06 La Dia ha sequestrato beni mobili e immobili per un valore di 46 milioni di euro (in un primo momento erano 42) a un imprenditore, Salvatore Domenico Tassone, di 59 anni, di Polistena (Reggio Calabria), in contatto, secondo gli investigatori, con alcune cosche della 'ndrangheta. I beni sequestrati consistono in cinque società, numerosi edifici, settecento ettari di terreno e due milioni di euro depositati in alcuni istituti di credito. Le indagini che hanno portato al sequestro sono state svolte dal Centro operativo di Reggio Calabria della Dia. Tassone era stato arrestato il 9 luglio scorso nell'ambito dell'operazione Arca che aveva portato alla cattura di 15 esponenti delle cosche mafiose delle province di Reggio Calabria e di Vibo Valentia, accusati di essersi infiltrati negli appalti e nei subappalti per i lavori di ammodernamento di alcuni tratti dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria Tassone sarebbe collegato, in particolare, alle cosche Longo e Versace, di Polistena, e, per vincoli parentali, ai gruppi Alvaro, di Sinopoli, e Ierino', di Gioiosa Jonica. Il sequestro è stato disposto dal presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Salvatore Laganà. Le società sequestrate sono la Costruzioni generali, la Edilmoviter , la Facep , la Sudappalti e la Pregranulati. Le prime tre società erano già state oggetto di sequestro in occasione dell'operazione fatta il 9 luglio scorso quali strumento per realizzare l'infiltrazione negli appalti per i lavori autostradali. Adesso è scattato il nuovo sequestro, motivato stavolta con la sproporzione tra i redditi dichiarati da Tassone ed il patrimonio a lui riconducibile. Tra i beni sequestrati dal centro operativo di Reggio Calabria della Dia, diretto dal colonnello Francesco Falbo, figurano due cave per l'estrazione di inerti, un'area adibita a deposito, undici escavatori, 23 autocarri, nove tra ruspe e pale gommate e quattro impianti per la frantumazione di inerti, oltre a due automobili Mercedes. Il patrimonio sequestrato è stato affidato dal tribunale in custodia a un pool di amministratori giudiziari. Nel dicembre del 1994 Tassone, mentre viaggiava in auto insieme al figlio, fu ferito in un agguato compiuto da tre persone armate di fucili caricati a pallettoni.
Sequestrati successivamente altri 4 milioni di beni. E' aumentato di quattro milioni di euro, raggiungendo la cifra complessiva di 46 milioni, il valore dei beni sequestrati dalla Dia all'imprenditore Salvatore Domenico Tassone. Gli accertamenti che sta svolgendo il Centro operativo di Reggio Calabria della Dia hanno consentito, infatti, di appurare l'esistenza di ulteriori disponibilità finanziarie, ammontanti appunto a quattro milioni, in titoli, fondi comuni di investimento e conti correnti bancari intestati a Tassone ed ai suoi familiari.
Catturato l’ultimo grande boss latitante: Arrestato dai CC Giuseppe Bellocco
16/07 Stava presiedendo una riunione con altre persone e quando si e' accorto dell'arrivo dei carabinieri e' stato accompagnato in un bunker realizzato sotto una mangiatoia mobile. Si e' conclusa con questa dinamica la latitanza di Giuseppe Bellocco, di 59 anni, arrestato dai carabinieri dei Ros di Reggio Calabria in una masseria nelle campagne di Mileto, nel vibonese, a pochi chilometri da Rosarno, sua citta' di origine. I carabinieri del Ros, che sono intervenuti con il supporto di tre elicotteri e dei colleghi dello squadrone Cacciatori, hanno circondato la masseria ed hanno bloccato ogni via di fuga alle persone che erano all'interno. Quando i carabinieri sono intervenuti all'interno della struttura, pero', Bellocco non e' stato trovato. Nella masseria, per circa due ore, e' stata compiuta una minuziosa perquisizione fino a quando e' stata individuata una mangiatoia mobile sotto la quale il boss aveva trovato rifugio in un confortevole bunker. I carabinieri dopo aver identificato le otto persone ne hanno trattenute quattro, di cui non sono state rese note le generalita', ritenute vicine al boss. Nelle prossime ore si conosceranno eventuali provvedimenti giudiziari che saranno adottati nei loro confronti. Nella masseria sono state sequestrate alcune armi che saranno sottoposte ad accertamenti balistici. Il boss e' stato accompagnato in una struttura dei carabinieri dove gli sono stati notificati i provvedimenti giudiziari di cui e' destinatario. Bellocco era ricercato dal 1997 per omicidio, associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e ricettazione e deve scontare una condanna all'ergastolo. Il boss era inserito nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi diramato dal Ministero dell'Interno, con un ruolo rilevante non solo come capo della sua cosca ma anche per i suoi rapporti con altri gruppi della 'ndrangheta e della criminalita' di altre regioni e all'estero, con interessi, in particolare, nel settore degli appalti pubblici e nel traffico delle sostanze stupefacenti. Soddisfazione per l'arresto e' stata espressa dal viceministro dell'Interno, Marco Minniti, secondo il quale ''costituisce un colpo assolutamente straordinario inferto alla 'ndrangheta''. Il presidente dell'antimafia, Francesco Forgione, ha sostenuto che l'arresto di Bellocco ''e' un grande risultato che si aggiunge a quelli dei tanti capi della 'ndrangheta individuati in questi anni''
Bellocco stava presiedendo una riunione. Stava partecipando ad una riunione riservata con altre otto persone, Giuseppe Bellocco, di 59 anni, il latitante della 'ndrangheta arrestato dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria in una masseria nelle campagne di Mileto, nel vibonese, a pochi chilometri da Rosarno. I carabinieri del Ros, supportati da tre elicotteri e dai colleghi dello squadrone Cacciatori, hanno circondato la masseria ed hanno bloccato ogni via di fuga alle persone che erano all'interno. Quando i carabinieri sono intervenuti all'interno, pero', Bellocco non e' stato trovato. I carabinieri allora hanno compiuto una minuziosa perquisizione dell'intera struttura fino a quando hanno individuato una mangiatoia mobile sotto la quale il boss aveva trovato rifugio in un confortevole bunker. I carabinieri dopo aver identificato le otto persone ne hanno trattenute quattro, di cui non sono state rese note le generalita', ritenute vicine al boss. All'interno della masseria i carabinieri hanno sequestrato una pistola ed altre armi. Il boss e' stato accompagnato in una struttura dell'arma dei carabinieri dove gli saranno notificati i provvedimenti giudiziaria di cui e' destinatario. ''Con l'arresto di Pino Bellocco - ha detto un ufficiale del Ros - abbiamo chiuso la pratica Rosarno. Avevamo da una decina di giorni individuato questa masseria dove di mattina arrivavano gli addetti alla custodia degli animali e per il resto della giornata la grande porta metallica rimaneva chiusa all'esterno. Tuttavia ci siamo accorti che ogni tanto in maniera discreta all'arrivo di qualche macchina dall'interno, la porta veniva aperta. Abbiamo capito dunque che li' poteva nascondersi un grosso latitante''.
Bellocco ricercato da 10 anni. Giuseppe Bellocco, arrestato in serata nelle campagne di Mileto, nel vibonese, era ricercato dal 1997 per omicidio, associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e ricettazione e deve scontare una condanna all'ergastolo. Bellocco era inserito nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi diramato dal Ministero dell'Interno, con un ruolo rilevante non solo come capo della sua cosca ma anche per i suoi rapporti con altri gruppi della 'ndrangheta e della criminalita' di altre regioni e all'estero, con interessi in particolare nel settore degli appalti pubblici e nel traffico delle sostanze stupefacenti. Da mesi ormai i carabinieri del Ros di Reggio Calabria erano sulle tracce di Bellocco ed in diverse circostanze hanno scoperto dei bunker dove si era nascosto il latitante.
I complimenti della DDA di Reggio. ''La procura distrettuale ha pianificato da anni la cattura dei latitanti ritenendo tale aspetto estremamente significativo ai fini dell'azione di contrasto alle cosche della 'ndrangheta''. E' quanto ha detto il procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e coordinatore della Dda, Salvatore Boemi, il quale ha espresso apprezzamento ai carabinieri per l'arresto di Giuseppe Bellocco. ''Ai carabinieri ed a tutte le forze dell'ordine - ha aggiunto - che in questa particolare attivita' sono concentrati con forte determinazione a difesa dei principi dello Stato democratico voglio esprimere tutta la mia gratitudine. In questa direzione due sono gli obiettivi significativi: la bonifica del territorio dalla presenza condizionante degli uomini delle cosche ed il secondo, certamente non meno importante, impedire che in Calabria si pongano in essere episodi di latitanza 'storica' di tipo corleonese''. ''Voglio infine evidenziare - ha concluso Boemi - l'esemplare condotta tenuta dai colleghi sostituti procuratori appositamente delegati a questa attivita' di coordinamento del lavoro delle forze dell'ordine.
De Magistris: «Nel sistema che depreda i fondi pubblici anche la politica»
«C'è una nuova Tangentopoli»
Il pm di Catanzaro che ha indagato il presidente del Consiglio Prodi: «Non guardo in faccia a nessuno»
DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI — Difende le sue inchieste, compresa quella in cui è indagato il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e dice che questa dei fondi pubblici europei, nazionali e regionali è la strada per capire «la nuova Tangentopoli» e magari tentare di bloccarla. Il pm Luigi de Magistris — che ha preso qualche giorno di vacanza perché lo aveva promesso ai due figli di 7 e 3 anni, e infatti li ha portati qui a Parigi, a Eurodisney — usa proprio questa espressione, «nuova Tangentopoli », e dice che è «un sistema ben congegnato per depredare una fetta considerevole di fondi pubblici europei, nazionali e regionali, che rischia di mettere in crisi lo Stato di diritto».
I soldi pubblici che diventano tangente, dunque, senza la valigetta piena di banconote consegnata furtivamente, «ma attraverso un sistema pilotato di erogazioni pubbliche, che non coinvolge soltanto i cosiddetti "mariuoli", ma è il latrocinio che si fa sistema e alligna trasversalmente nella politica, nell'economia, nelle istituzioni, nella magistratura».
Mica male per uno che è in vacanza. Anche se quando gli si chiede dell'inchiesta in cui è indagato il presidente del Consiglio, Romano Prodi, de Magistris preferisce tacere. Prodi è indagato? «Non posso confermare e non posso smentire» dice il pm.
Romano Prodi è indagato dalla Procura di Catanzaro per abuso di ufficio in concorso con altre persone perché, secondo l'accusa, avrebbe avuto un ruolo nel «pilotaggio » di fondi comunitari europei destinati all'Italia nel periodo 2004-2007. Ed è indagato anche perché, da questa data in poi, come capo del governo italiano, avrebbe mantenuto, sempre secondo l'accusa, stretti contatti telefonici, anche personalmente e non solo attraverso i suoi più stretti collaboratori, con gli altri eminenti personaggi coinvolti nella vicenda di soldi pubblici, affari privati e comitati d'affari di tipo massonico (facenti capo alla loggia coperta della Repubblica di San Marino) sulla quale sta indagando il pm de Magistris.
Il Corriere ha ricostruito il retroscena della «fuga di notizie» sull'iscrizione di Prodi nel registro degli indagati. Si era detto, e lo ha ribadito lui stesso, che Mariano Lombardi, capo della Procura di Catanzaro, non sapesse nulla delle indagini su Prodi e del fatto che il premier fosse indagato. Invece, de Magistris ha regolarmente avvertito Lombardi, tanto che il procuratore ha firmato insieme con il pm l'atto di iscrizione di Prodi nel registro degli indagati il 12 luglio scorso. E di questo è stato messo a conoscenza «in tempo reale» anche il procuratore aggiunto di Catanzaro, Salvatore Murone, un altro che si è affrettato a smentire senza smentire. A Romano Prodi non è stato inviato alcun avviso di garanzia per la semplice ragione che in quel momento non erano previsti atti che richiedevano la presenza del difensore.
Quando incontriamo il pm de Magistris glielo chiediamo. E' vero che lei ha acceso questa miccia e poi si è messo in ferie? Lasciando che avvenisse, di questo la accusano, la fuga di notizie lamentata anche dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella? «Non capisco come la fuga di notizie possa in qualche modo essere ricondotta al sottoscritto — dice il pm — visto che sono all'estero. Di certo, non ho parlato io con i giornalisti che hanno dato la notizia… Anzi, ho saputo che in Italia se la prendevano con me perché ero irrintracciabile… Non vorrei che qualcuno giochi sporco, sfruttando persino il fatto che sono in vacanza per qualche giorno con la mia famiglia, anche se per me sono vacanze a metà, visto che sono sempre in contatto con i miei più stretti collaboratori e l'indagine non si è mai fermata».
Il pm ribadisce che «ragioni di assoluta riservatezza » gli impediscono di parlare dell'indagine e teme che qualunque mossa sbagliata, anche di poco conto, anche adesso che tutti sanno che il premier è indagato, possa far partire all'attacco tutti quelli che vorrebbero togliergli di mano l'inchiesta o che la giudicano «un polverone», «una bufala». Non è stato il ministro Bersani, chiediamo a de Magistris, a definire «un polverone » questa inchiesta di soldi, politica e massoneria? «Non mi interessa — risponde il pm —. Bersani ha il diritto di dire ciò che vuole. Io ho il dovere costituzionale di fare le indagini». E da queste indagini emergerebbe un coinvolgimento a pieno titolo del primo ministro — anche attraverso quelle quattro utenze telefoniche (Wind, Vodafone, Tim e H3G) intestate alla società Delta spa e usate da Prodi e dai suoi uomini — che non poteva evitargli di essere iscritto nel registro degli indagati. Così come sarà «un atto dovuto » l'avviso di garanzia nel momento in cui il magistrato compirà altri atti investigativi, per esempio quando chiederà l'autorizzazione al Parlamento per ottenere tutti i tabulati di quelle utenze. «Non parlo dell'inchiesta — dice de Magistris — ma in generale mi chiedo perché tutto questo chiasso quando qualcuno finisce iscritto tra gli indagati. Per fare le indagini bisogna iscrivere le persone. Sia se sono cittadini italiani sia se sono nomadi. Si chiamino Rossi o Prodi. Facciano l'impiegato o il capo del governo ».
L'inchiesta va avanti, dice il pm, che a fine settimana rientrerà in Italia. E sembra ormai attestata su un punto fermo, che ne è anche il perno principale: il saldissimo legame tra le persone del «gruppo di San Marino » e le società (tra le quali «Why not», che dà il nome all'inchiesta) messe in piedi da Antonio Saladino, calabrese, ras per il Sud Italia della Compagnia delle Opere, nonché personaggio molto ben ammanicato in tutti gli ambienti che contano, dalla politica alla giustizia. E poi ci sono nomi noti di società del giro prodiano, vecchio (Pasfin, Sopaf) e nuovo (Pragmata, La Fabbrica delle Idee, Nomisma).
Infine, risultano sottoposte a indagini anche attività del finanziere Francesco Micheli, dell'editore-finanziere Luigi Bisignani («elemento attivo, con tessera numero 203, della loggia massonica P2 di Licio Gelli», ricorda il pm nei suoi atti d'indagine) e della società Italgo (in cui sarebbe confluita la Delta spa, tra i cui soci c'è la Cassa di Risparmio di San Marino) che farebbe capo al sottosegretario all'Interno con delega ai Servizi segreti, Enrico Micheli.
Ecco perché Luigi de Magistris parla di «nuova Tangentopoli» e la descrive come un più evoluto «sistema di rapina delle risorse pubbliche» rispetto a quella degli anni 90, sottolineando come, a differenza di quella, «questa sta rivelando sorprese rispetto a tutto intero lo schieramento politico ». Ma c'è di più. Alla politica, dice de Magistris, adesso si accompagnano «e fanno sistema con essa, anche l'economia, le istituzioni e gli apparati di controllo». Anche la magistratura? «Sì, anche pezzi di magistratura, come più volte ho detto pubblicamente e denunciato nelle sedi opportune». E conclude: «Fino a poco tempo fa, si parlava di singoli che "deviavano": politici, giornalisti, magistrati, e persino agenti dei servizi. Ora invece, "deviati" sono considerati quelli che cercano di contrapporsi a quella che ormai è una metastasi. Non scherziamo. Qui andiamo davvero verso la crisi finale dello Stato di diritto».
Carlo Vulpio

L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
COSTRETTA
ALLA
CHIUSURA
PER LE
OMISSIONI
DEL COMUNE
leggi e scarica
gratuitamente
il volume,
in formato.pdf
CLICCA QUI

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SARZANA.
Tra sinistra,
'ndrangheta,
speculazioni
(e l'omicidio
in famiglia)"
edizione aggiornata
al 15 MARZO 2015
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"SLOT & VLT
le inchieste,
la storia,
i nomi e cognomi"
- formato .pdf -
clicca qui
SCARICA IL
DOSSIER SU
"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
- formato .pdf -
clicca qui

SCARICA IL
DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
- formato .pdf -
clicca qui
SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
SCARICA IL
DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
- formato .pdf -
clicca qui












