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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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da DemocraziaLegalità
Sono molti i sociologi e gli studiosi del fenomeno criminale che spesso hanno dibattuto sull'influsso di una certa cultura romanzesca e popolare sulla crescita del mito della figura del padrino. E il mito continua oggi a esercitare un certo fascino tanto che il cd "Il canto di malavita - la musica della mafia" ha venduto oltre trecentomila copie. Il disco, corredato da un opuscolo, contiene ventiquattro canzoni con intermezzi parlati e racconta una visione arcaica e antica della 'ndrangheta, considerata la più temibile e forte organizzazione
criminale europea, di gran lunga più radicata e potente della stessa mafia siciliana. La pubblicazione del cd, avvenuta nel 2000 in Germania, ha riscosso un notevolissimo successo di vendite e di pubblico, superando nella sola Germania oltre le cinquantamila copie.
A tale successo è seguita la pubblicazione in tanti altri stati europei, determinando anche lo sbarco del cd in America. Centinaia di migliaia di copie, con il risultato che i cinque cantori sono stati chiamati a cantare dal vivo le loro canzoni in famosi locali di Amburgo e di Parigi. E ogni volta si è registrato il tutto esaurito.
Il produttore del cd, un calabrese emigrato in Germania, nell'introduzione del volumetto che accompagna il canto di malavita, spiega l'origine del fenomeno criminale calabrese affermando che:
"Quando i Borboni occuparono la Calabria (1738 - 1860) iniziarono a sfruttare la gente attraverso un pesantissimo ed ingiusto sistema fiscale. Chi rappresentava l'odiato stato erano i peggiori criminali
locali. Investiti in tutta fretta anche di titoli nobiliari, vennero scelti dagli spagnoli come collaboratori per estorcere le tasse alla popolazione. Il destino volle che proprio una parte di queste persone, dapprima al servizio dei nobili, si ricredette iniziando a tiranneggiare proprio contro "i padroni", adottando e modificando i
metodi di lavoro imparati dai Borboni e diventando Uomini d'Onore a difesa dei contadini e dei pastori. Pronti a morire per un amico, essi furono i mafiosi del rispetto e dell'onore. In contrasto con gli esattori corrotti, gli Uomini d'Onore erano temuti per il loro fare risoluto ma anche rispettati per i valori che rappresentano. Durante gli anni '70 numerosi uomini d'onore si dissociarono dall'organizzazione rifiutando i fini e i metodi della nuova mafia. Il canto di malavita non sparisce ma diventa più popolare che mai: se fino ad allora l'ascolto dei brani in codice era riservato agli Onorati, saranno gli stessi dissociati a cantare di fronte ai contrasti (persone non mafiose) le loro dure strofe, affermando che il rispetto e l'onore sono finiti e che non si può chiamare mafia la criminalità di oggi. Gli stessi cantori affermano che queste canzoni non sono state fatte per glorificare la mafia, ma per parlare di valori per loro molto importanti.". Questa introduzione negli Stati Uniti ha fatto scoppiare una dura polemica con le associazioni italo - americane da far scomodare anche il "New York Times". Il quotidiano della Grande Mela ha dato ampio spazio alle associazioni degli italiani preoccupate per il ritorno negativo dell'immagine degli italiani all'estero. Nell'articolo si offre una dettagliata ricostruzione delle canzoni, un codice d'onore basato sul rispetto e sul valore fondante di ogni organizzazione criminale:l'omertà. Lo stesso pentito storico di mafia, Don Masino Buscetta, sosteneva, colloquiando con Giovanni Falcone, che la mafia sarebbe stata sconfitta quando "nessuno poteva più fidarsi di nessuno. Per Dona De Sanctis, viceresponsabile dell'Order Sons of Italy", una delle più importanti organizzazioni italo - americane, "non è affatto un tentativo di far comprendere le tradizioni del meridione italiano.
Piuttosto si cerca di incassare, sfruttando l'invaghimento degli americani con il mito della mafia. Non c'è alcun modo per contrabbandare un immagine dei mafiosi come paladini dei poveri e degli oppressi, perché gli oppressori sono i mafiosi stessi". Ma il successo dei canti di malavita è stato talmente vasto da indurre la
Pias America , casa discografica indipendente con sede a Bruxelles, a proporre una seconda compilation di canti di malavita intitolata Omertà, Onuri e Sangu. L'origine di questi balli e canti è da ritrovare nelle carceri e soprattutto fra quei cantori folk che si esibivano alle feste patronali dove dietro la statua della Madonna troneggiava , in prima fila, l'uomo di rispetto. Canzoni recitate fra tarantelle, mandolini ed in stretto dialetto aspromontano.
Nell'inserto del cd è infatti raffigurato il paese di San Luca, nel cuore dell'Aspromonte, patria di una lunga serie di sequestri di persona oltre ad essere il luogo dove sorge il santuario della Madonna di Polsi, dove la leggenda narra si incontrassero i capi storici delle 'ndrine delle famiglie della provincia di Reggio Calabria. Una sorta di cupola della 'ndrangheta. Eppure Canti di malavita è stato anche oggetto di conferenze universitarie. In una convention tenuta a New York al "John D: Calandra Italian American Institute" su "Calabrian Malavita : Songs and the Media" Il professor Goffredo Plastino ha presentato la sua ricerca sostenendo che la Mafia non ha bisogno di questa promozione perché è un 'organizzazione che trova il potere nel silenzio . Anzi, porre in circolazione questa musica può essere positivo per discutere della struttura e cultura mafiosa. Se la musica di malavita sarà scartata per la sua violenza o lodata per il suo valore storico, le sue canzoni possono , comunque, dare all'ascoltatore la consapevolezza di cosa sia la 'ndrangheta e la cultura del silenzio che ha sviluppato". Al di là dei contrasti tra favorevoli e contrari è innegabile il successo mondiale del Cd e l'interesse suscitato dai media nazionali ed internazionali. Non solo
il New York Times ha dedicato spazio all'iniziativa discografica, pagine intere sono state pubblicate su The Guardian, Mojo, Songlines, Evening Standard e su tantissimi altri quotidiani e settimanali di diverse nazioni europee ed americane. Molte anche le emittenti televisive di tutto il mondo che sono giunte in provincia di Reggio Calabria per filmare i luoghi descritti nelle canzoni. In Italia il cdè stato pubblicato da Amiata Records, casa discografica fiorentina. I testi delle canzoni sono il frutto di una ricerca nei comuni calabresi condotta negli anni da Mimmo Siclari, che ha musicato e registrato, con la sua casa discografica di Reggio Calabria, le
vecchie ballate 'ndranghetiste. In Calabria, da anni si vendono negli autogrill dell'autostrada o nelle fiere paesane, riproduzioni di canti di malavita che traggono i loro testi da fatti realmente avvenuti.
Alla stregua dei cantastorie siciliani che raccontavano le geste della mafia con il teatrino dei Pupi, nelle piazze di Corleone o Villabata.
"La cultura per la legalità è lo strumento essenziale per sconfiggere un giorno la mafia e le forme criminali. Non si può pensare che il compito di lottare la criminalità possa essere delegato solo alla forma repressiva". Così Giovanni Falcone dinanzi ai ragazzi delle scuole di Palermo, prima di essere barbaramente ucciso dal tritolo di Cosa Nostra.
13.07.2007 – Il Secolo XIX
In Liguria, la ghiaia della ditta calabrese era già "sospetta"
dopo l'allarme della dia
A Cogoleto, Celle e Albisola, gli appalti della Coforda anni erano al centro di interrogazioni ai sindaci
di Ferruccio Sansa
GENOVA. Interrogazioni in consiglio comunale. Lettere ai sindaci. Memorie presentate agli investigatori. Da anni, l'attività della Cofor in Liguria era oggetto di perplessità da parte di politici e comuni cittadini. Eppure la società (sequestrata lunedì dalla Dda, la Direzione distrettuale antimafia, di Reggio Calabria che sta indagando sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nei lavori per la costruzione dell'autostrada Salerno-Reggio) ha continuato a vincere appalti pubblici nella nostra regione.
Ma adesso il terreno - o meglio, la ghiaia - potrebbe diventare scivoloso. Sì, proprio la ghiaia, perché uno degli oggetti delle polemiche che hanno toccato la società è proprio il materiale che la Cofor avrebbe utilizzato per la costruzione di "pennelli" (moli frangiflutti) a Cogoleto e Celle. «Abbiamo utilizzato "tout-venant" (materiale roccioso, grande fino a 25 centimetri , estratto dalle cave, ndr) come previsto dai capitolati d'appalto», assicurano alla Cofor. Ma consiglieri comunali e cittadini sostengono che si possa trattare di terra, sabbia o chissà cos'altro. Insomma, materiali diversi da quelli indicati nei capitolati. La conseguenza? «I moli - sostiene Francesco Biamonti, consigliere comunale di Cogoleto - rischiano di disfarsi». Ma non solo: materiali diversi significano variazioni di costo di decine di migliaia di euro uscite dalle casse dei Comuni.
La Dia (Direzione investigativa antimafia) sta valutando gli appalti liguri per capire se tutto sia andato come scritto sulle carte. Finora non c'è stato nessun avviso di garanzia, ma gli investigatori hanno richiesto i documenti relativi ai lavori.
Ma andiamo con ordine. Caso per caso. La Cofor , come risulta dalle visure camerali, fu sequestrata una prima volta nel 1998. Il provvedimento venne, però, revocato. Negli anni successivi partecipò a diverse gare per opere pubbliche in Liguria. E ne vinse parecchie, per oltre cinque milioni di euro. L'appalto principale è per la costruzione di "pennelli" per la protezione della costa a Cogoleto. Un lavoro che suscitò dubbi e polemiche dell'opposizione (Casa delle Libertà-Insieme per Cogoleto) che presentò una prima interrogazione il 7 ottobre 2003. Quindi ne arrivò una seconda, a risposta scritta, la numero 1551, protocollata il 25 gennaio 2005: si interroga il sindaco, scrive il consigliere Biamonti (Lega) per sapere «se è a conoscenza che il progetto esecutivo» del "pennello"«prevede che il materiale d'appoggio deve essere costituito da tout-venant». Non solo: «Si interroga il sindaco - insiste - per conoscere se è a conoscenza che in tutti i "pennelli" finora realizzati, l'avanzamento del nucleo centrale è avvenuto con versamento di materiale di appoggio terroso e di granulazione fine». Insomma, sabbia o ghiaia. «Il materiale di ripascimento... proviene da scavi edili e non da drenaggi di corsi d'acqua» rincara la dose Biamonti che oggi chiede nuovi collaudi delle opere realizzate dalla Cofor e costate circa tre milioni di euro. Accuse cui i responsabili dei lavori avevano risposto con una lettera molto dura: «Il nucleo dei "pennelli"è stato realizzato con il materiale previsto dal progetto. Il tout-venant dev'essere "intasato" con materiale più minuto che riempie i vuoti» spiega lo studio responsabile del progetto, che annuncia querele. Ma Biamonti non si ferma. Già, perché non sarebbe soltanto questione di scelta di materiali e di denaro pubblico: «La terra versata in mare è stata spazzata via dalle mareggiate con un danno economico, ma soprattutto ambientale per la posidonia». Non basta: « La Cofor - spiega il sindaco di Cogoleto, Attilio Zanetti - ha ricevuto anche un appalto dalla Comunità Montana Argentea (da circa 750 mila euro) per la sistemazione del Rio Capuzzola». E anche qui, secondo l'opposizione, ci furono problemi: «I lavori hanno danneggiato diverse case. Forse la responsabilità non è della ditta, ma dei progettisti. Però nessuno ha risarcito i proprietari», attacca Biamonti. Insomma, a Cogoleto la Cofor s'è trovata il cammino segnato da interpellanze in consiglio comunale. Ma anche ad Albisola - per lavori realizzati dalla ditta a Luceto - non sono mancati problemi. Il consigliere comunale di maggioranza, Pietro Corona, ha scritto ripetutamente per chiedere lumi sulle vicende giudiziarie della società (l'ultima lettera al segretario comunale è del 14 febbraio scorso). Ma nonostante le polemiche che vanno avanti a partire dalla fine degli anni Novanta, la Cofor continua a vincere appalti pubblici. Spiegano gli inquirenti della Dda di Reggio Calabria: «La prefettura aveva ritirato il certificato antimafia alla Cofor, ma poi c'è stato un ricorso al Tar e il provvedimento ha perso efficacia».
C'è poi il caso di Celle dove due tra i più importanti appalti degli ultimi anni hanno suscitato polemiche roventi tra maggioranza di centrosinistra e opposizione. Prima c'era stata proprio la realizzazione di un "pennello" da parte della Cofor. Un'opera di cui si è interessata anche la Dia , che vuole, appunto, capire quale materiale sia stato utilizzato. Poi c'era stato l'appalto per il "riuso urbano del rilevato ferroviario" vinto da una società che in passato era stata in affari con Gianpiero Fiorani, l'ex numero uno della Banca Popolare di Lodi. «Da anni non abbiamo più rapporti con quella gente» tagliano corto i responsabili dell'impresa che si è occupata della realizzazione di box interrati e di un palazzo. Ma le polemiche continuano. E ieri Franco Zunino, assessore regionale all'Ambiente, che come ingegnere del comune di Celle aveva seguito la gara d'appalto vinta dalla Cofor, ha replicato alle critiche della "Casa della Legalità" e di "Uomini Liberi": « La Cofor era per me, come sono sicuro per i miei collaboratori e gli amministratori del comune di Celle, completamente sconosciuta fino al momento dell'appalto».
Il verbale della gara vinta da Cofor
"La migliore offerta è quella presentata dalla Cofor"
Comune di Celle Ligure
verbale gara dell'11.2.2003
L'interrogazione di Biamonti (Lega)
"Nei moli realizzati a Cogoleto venne versata anche terra o sabbia"
Francesco Biamonti
Interrogazione del 25.1.2005
Mercato degli schiavi davanti a Palazzo San Giorgio
L’indagine della polizia sul caporalato ha portato alla denuncia di 3 persone
Il reclutamento avveniva davanti a palazzo San Giorgio, prima dell’alba. Una paga da fame, due-tre euro l’ora. Per lavorare in cantiere senza tutele e senza protezione. È il quadro emerso da un’inchiesta della polizia, che ha portato alla luce un caso di caporalato. Tre persone sono state denunciate a piede libero. E come succede quando viene a galla questa piaga, una città si stupisce che il nuovo mercato degli schiavi le passi sotto gli occhi, in pieno centro.
Tre persone, tutte pluripregiudicate, sono state denunciate a piede libero per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro nero e al caporalato, al termine di una complessa operazione condotta dagli agenti del commissariato di polizia di Prè. Si tratta di due soci titolari di una ditta edile, Antonino Leotta 57 anni e Bruno Pistarino di 77, e di Eugenio Dellagaren, 37 anni, nomade sinti, proprietario di alcune ville nell’ entroterra genovese e ritenuto il finanziatore della ditta.
I due soci, reclutavano quotidianamente lavoratori stranieri, in prevalenza romeni ed extracomunitari, nel centro storico genovese per poi dirottarli in vari cantieri di cui avevano l’ appalto. Le condizioni di lavoro erano inumane: gli stranieri, tutti i regolari o privi di documenti, venivano pagati dai 10 ai 30 euro per un’ intera giornata di lavoro, privi di ogni forma di tutela o protezione, senza abbigliamento e strumenti di sicurezza e se provavano a lamentarsi venivano pubblicamente derisi o addirittura picchiati ed in certi casi incatenati ed obbligati comunque a lavorare.
Uno degli operai ha raccontato di aver lavorato per diversi giorni con un gomito fratturato perché altrimenti avrebbe perso l’ unica fonte di sostentamento. Gli agenti, attivati da una segnalazione di un operaio che non era stato pagato, hanno organizzato appostamenti nelle zone di reclutamento con tanto di registrazioni filmate e sono riusciti a sgominare l’ organizzazione. Nel corso dell’ operazione sono stati anche identificati circa 10 operai sfruttati, in prevalenza romeni. Le indagini vanno avanti per risalire alla trama di contatti dei tre e accertare eventuali ulteriori responsabilità.
13.07.2007 – Il Secolo XIX
L’inchiesta - Slot e Videopoker – 98 miliardi di euro di evasione, tra mafia e partiti
formato .pdf – prima pagina - seconda pagina
Arresti Molise: ex comandante Cc Coppola torna in carcere
Era ai domiciliari nell'ambito dell'inchiesta 'Black Hole'
CAMPOBASSO - E' tornato in carcere a Larino (Campobasso) il colonnello Maurizio Coppola, ex comandante provinciale dei Carabinieri di Campobasso. Era stato arrestato lo scorso 14 maggio nell'ambito del secondo filone dell'inchiesta 'Black Hole' su illeciti nella gestione della sanita' in Molise. L'ufficiale, riferiscono alcuni giornali, si trovava agli arresti domiciliari. La nuova misura restrittiva sarebbe legata a presunti incontri non autorizzati e alla falsificazione di un documento
12.07.2007 - Repubblica
IL CASO
Mafia e appalti nuove ombre sulla Liguria
Nel mirino della Dia la Co.For attivissima nella nostra regione
QUINDICI arresti e cinque sequestri di altrettante aziende da parte della Dia di Reggio Calabria, protagonista di una clamorosa inchiesta sui collegamenti tra imprese e ´ndragheta, gettano inevitabilmente un´ombra sinistra sulle attività di un´azienda calabrese in Liguria. Rilanciano in maniera prepotente i sospetti e le denunce su presunti legami tra la criminalità organizzata e certe frange della pubblica amministrazione, tra Savona ed Imperia. Nel mirino della Direzione Distrettuale Antimafia calabrese è infatti finita la Co. For srl dei fratelli Giovanni ed Antonino Guarnaccia, di Reggio Calabria, ditta di costruzioni particolarmente attiva nella nostra regione. Tra i tanti interventi, la Co. For è stata protagonista del risistemazione del pennello a mare a Celle Ligure, in località Punta Bouffou, ma vanta interventi importanti anche a Varazze, a Cogoleto, a Campo Ligure, nell´Imperiese. Qualche perplessità rispetto al gran numero di appalti vinti a mani basse - e al fatto che operasse liberamente nella nostra regione anche in mancanza di un certificato anti-mafia - era stata espressa dalla Casa della Legalità di Christian Abbondanza. Che si era soffermata soprattutto sulle modalità dell´intervento di Celle Ligure, un pennello in massi naturali a difesa della spiaggia dei Piani. Un´altra operazione riguardava il lungotorrente di Cogoleto, cittadina dove tra l´altro la Co. For ha aperto un ufficio in via Recano. Ombre, sospetti che sono andati ispessendosi negli ultimi tempi e che sarebbero oggi oggetto di accertamenti da parte della polizia giudiziaria.
Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia sono intervenuti nei giorni scorsi catturando 15 persone e portando a termine numerose perquisizioni, anche nel savonese. Le persone arrestate devono ufficialmente rispondere di estorsioni ed infiltrazioni nelle imprese impegnate nei lavori di ammodernamento dell´autostrada Salerno-Reggio Calabria. Sotto sequestro, oltre alla Co. For, c´è un´altra ditta riconducibile ai fratelli Guarnaccia, la Icem srl. Sigilli anche alla Edil-Moviter, alla Costruzioni Generali srl e alla Facerp, riconducibili a Salvatore Domenico Tassone. Il valore delle imprese sequestrate cautelativamente ammonta a dodici milioni di euro. «Abbiamo lavorato molto sugli aspetti patrimoniali dell´inchiesta - ha detto il colonnello Franco Falbo, capocentro della Dia di Reggio Calabria - in sintonia con la Prefettura di Reggio Calabria, che ha sempre negato la certificazione antimafia alle ditte sospette».
12.07.2007 – Il Secolo XIX
L’INCHIESTA
Liguria, quegli appalti sospetti
Allarme della Dia: «Presenze attive di mafia e ‘ndrangheta infiltrate nelle opere pubbliche»
Una delle società sequestrate dalla Procura lavora peri Comuni di Celle, Cogoleto, Albisola e per Comunità montane
di Ferruccio Sansa
GENOVA. Quindici persone arrestate dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Reggio Calabria con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e turbativa d’asta. Altre 43 indagate a piede libero. Più di 50milioni di euro finiti alle cosche. Ma, soprattutto, cinque società sequestrate: Edilmoviter, Costruzioni generali srl e Facerp, riconducibili a Salvatore Domenico Tassone, ma anche Cofor srl e Icem srl, riconducibili entrambe ai fratelli Giovanni e Antonino Guarnaccia (uno dei quali sarebbe stato individuato proprio in Liguria).
La notizia è passata quasi inosservata fuori dalla Calabria. Roba di ’ndrangheta, si dice, i soliti appalti per i lavori eterni della Salerno Reggio Calabria.
E invece no, questa storia soltanto apparentemente lontana rischia di spalancare una finestra su un fenomeno molto preoccupante: già, perché almeno una delle società sequestrate dalla magistratura.
La Cofor di Reggio Calabria era molto attiva in Liguria dove aveva ottenuto diversi appalti pubblici, soprattutto a Celle Ligure, Cogoleto e Albisola.Molti Comuni e Comunità montane in Liguria
Hanno affidato i lavori alla Cofor per un importo complessivo di oltre cinquemilioni di euro. Tanto che la Società ha deciso di aprire un ufficio a Cogoleto per seguire da vicino i lavori.
Certo, la Cofor potrebbe uscire perfettamente pulita da questa indagine.
Ma l’allarme degli investigatori sulla presenza della criminalità organizzata nella nostra regione è stato lanciato a chiarissime lettere nel rapporto della Direzione investigativa antimafia consegnato al ministro dell’Interno.
IL DOSSIER DELLA DIA
del dossier ecco il passaggio chiave: «Presenze mafiose attive, attuale oggetto di accertamenti infoinvestigativi sono state riscontrate in Piemonte, Liguria, Lombardia, Triveneto, Toscana e Lazio, ove, oltre ai classici coinvolgimenti nel traffico di stupefacenti,non mancano attività dirette a intraprendere il controllo occulto di diversificate realtà imprenditoriali, esprimendo collaudate reti di contatti tra esponenti delmondo produttivo e soggetti contigui ad ambienti mafiosi». scrivono gli investigatori.
Ma non basta. Più avanti si sottolinea il rischio che la criminalità organizzata possa «inquinare gli appalti pubblici» e si indicano i campi di azione preferiti:
«Gestire l’immigrazione clandestina e l’intermediazione di mano d'opera, anche extracomunitaria, destinata all’impiego nel settore cantieristico, edile e metalmeccanico».
E Christian Abbondanza della Casa della Legalità lancia l’allarme: «Ormai gli appalti sono inquinati anche nel Nord Italia». Anche Angela Napoli (An), componente della Commissione Antimafia della Camera, non usa mezzi termini: «La criminalità organizzata si è ramificata ovunque. Le grandi imprese si sono rassegnate a mettere inconto una “quota” da riservare a Cosa Nostra. Magari sotto forma di subappalti».
LA COFOR SBARCA IN LIGURIA
La Cofor punta sul Nord Italia. Basta guardare la mappa con le località dove ha partecipato a gare di appalto per rendersene conto: il grosso delle attività si concentra intorno a Firenze e in Liguria, tra Genova e Savona. E alla fine Cofor ha conquistato appalti molto ambiti soprattutto a Cogoleto, Celle Ligure e Albisola. Non solo. Gli agenti della Dia stanno studiando se vi possa essere un legame tra l’impresa calabrese e un’importante società ligure già coinvolta in un’indagine della Procura di Milano. Nei cantieri di quest’ultima impresa sarebbe stato notato materiale della Cofor. Niente di illegale, ma il rapporto potrebbe rivelare intrecci dagli sviluppi imprevedibili.
«A Cogoleto racconta il sindaco Attilio Zanetti la Cofor si è occupata di compiere importanti lavori di protezione del porticciolo e di rinascimento dell’arenile. Un appalto da oltre 3milioni di euro affidato dal Comune che ha scelto la Cofor tra decine di concorrenti». Aggiunge Zanetti: «Anche la Comunità montana dell’Argentea di Arenano ha affidato alla Cofor un appalto per la messa in sicurezza di un rio».
Ma è lo stesso Zanetti a raccontare: «Sapevamo che la Cofor aveva avuto problemi emersi da indagini sulla criminalità organizzata». Allora? «Abbiamo chiesto che ci fossero forniti i documenti,ma essendo tutto formalmente in regola abbiamo dovuto affidare l’appalto alla società vincitrice».
Già, la Cofor continua a vincere gare presso gli enti pubblici nonostante abbia attraversato qualche problema giudiziario. Nelle visure camerali a pagina 27 si legge un’annotazione: «Procedure concorsuali, decreto Tribunale di Reggio Calabria, sequestro quote societarie. Data dell’atto: 24 novembre 1998». Il provvedimento, si legge ancora, viene in seguito revocato.
Non basta. Come ricorda Marco Lillo sull’Espresso nel novembre 2005: il prefetto di Reggio Calabria dispone «lo stop alla certificazione antimafia »perché«le società Icem dei fratelli Giovanni e Antonio Guarnaccia e la Cofor , intestata a persone a loro vicine, potrebbero essere infiltrate dalla criminalità». Ma i Guarnaccia presentano ricorso al Tar.
Insomma, tutti ne parlano, ma Cofor continua a vincere appalti. Ricorda Pietro Corona, consigliere comunale della Margherita ad Albisola: «Da noi la società sequestrata ha ottenuto un appalto per la sistemazione di un’area a Luceto. Così ho presentato un’interrogazione e abbiamo chiesto alla Prefettura. Ma alla fine abbiamo dovuto dare via libera all’appalto».
IL CASO DI CELLE
Ma l’attenzione della Dia si concentra soprattutto su un appalto che la Cofor ha ottenuto dal comune di Celle,quello per la realizzazione di un pennello, cioè di un molo frangiflutti. Sono molte le circostanze che gli investigatori vogliono chiarire.
L’impresa cominciò i lavori alla fine di aprile 2003. Per salvare le praterie di posidonia gli interventi dovevano essere effettuati via mare. Ma prima dell’inizio dell’attività ecco arrivare una variante: i lavori si faranno via terra. E in tre giorni, come sostiene un documento presentato alla Dia e testimonia anche un rapporto della Capitaneria di Porto, vengono versati in mare decine di camion di terra. «Servivano per realizzare una rampa del cantiere», sostengono in Comune. Ma qualcuno non è convinto: «Quella terra fu gettata in acqua durante una mareggiata e andò perduta. Una circostanza singolare». Adesso gli investigatori stanno cercando di capire che cosa sia davvero finito in acqua. Secondo il capitolato di appalto, l’impresa doveva utilizzare pietre di grosse dimensioni perché non fossero spazzate via dalle onde. E poi si sarebbero dovuti versare in mare diecimila metri cubi di sabbia. L’equivalente di un palazzo di dieci piani. È andata davvero così?
Non si tratta di un dettaglio, visto che il materiale è stato pagato 124.708 euro dal Comune. Non solo.
Secondo gli investigatori, le varianti in corso d’opera avrebbero comportato un aumento dei costi per173.284 euro, parzialmente compensato da minori lavori.
Ma non basta. L’Arpal compie analisi dell’acqua nel tratto antistante il pennello ed emergono livelli di cromo
superiori di tre volte rispetto ai limiti previsti. «Nessun allarme, è normale per quella zona», assicura il Comume. Ma resta il dubbio su cosa sia finito in fondo al mare.
Il responsabile dei lavori del Comune di Celle allora era Franco Zunino, oggi assessore all’Ambiente della Regione (Rifondazione). Lo stesso Zunino ha preso parte alla commissione che ha aggiudicato l’appalto alla Cofor: «La società aveva presentato i documenti richiesti, compresa la certificazione antimafia», assicura Zunino. Ma come era stata scelta?«In base al criterio della media tra le offerte di ribasso.
In gara c’erano 12 imprese e ha vinto Cofor con il 10 per cento». Possibile che nessuno sapesse dei guai giudiziari dell’impresa che risalivano agli anni Novanta? «Non ne sapevamo nulla».
LA DIFESA DELLA COFOR
Il Secolo XIX ha cercato di contattare i responsabili della società sequestrata. Dalla Cofor arriva un solo commento: «Dimostreremo la nostra estraneità alla vicenda. Siamo una società sana e gli appalti in tutta Italia lo dimostrano».
Stoppani - Processati per disastro ambientale
Il giudice per le udienze preliminari, Franca Borzone, ha rinviato a giudizio sei imputati accusati di disastro ambientale colposo nel procedimento sull’ex stabilimento Stoppani di Cogoleto, accogliendo la richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero, Francesco Cardona Albini.
Sulla posizione di un settimo imputato, invece, il giudice si pronuncerà il 18 luglio.
Tra i sei imputati rinviati a giudizio, con udienza fissata il 19 dicembre, figurano il direttore tecnico dello stabilimento, Giuseppe Bruzzone, e il direttore responsabile, Giorgio Valenza, entrambi accusati di disastro ambientale in concorso con l’allora proprietario della fabbrica, Plinio Stoppani, deceduto qualche anno fa.
Gli altri imputati sono l’amministratore unico della società Corind 1 di Valduggia (Vercelli), Carlo Veronesi; il legale rappresentante della ditta di Genova, Dario Cerosillo; e il direttore tecnico di cantiere, responsabile per conto di una ditta delle operazioni di smantellamento degli impianti e bonifica da amianto (smaltito in luoghi non idonei), Nadir Gardelli.
Dei due accusati di trasporto di rifiuti pericolosi, Anna Sperzagni e Aldo Ferrari, quest’ultimo, nella posizione marginale di autotrasportatore, ha chiesto il giudizio abbreviato.
Il giudice ha accolto tutta la documentazione prodotta durante le indagini, relativa a forti inquinamenti avvenuti tra il “1996 sino alla cessazione delle attivita” produttive della Stoppani e poi successivamente le mancate operazioni di bonifica previste dalla Conferenza dei servizi e altre violazioni ambientali protrattesi sino al recente fallimento della fabbrica.
Al processo appariranno anche le parti offese Wwf, Legambiente, comitato NonStop e il Comune di Cogoleto; altri potranno aggiungersi alla prima udienza dibattimentale.
E chi si era occupato della bonifica pratica della Stoppani?
I Mamone naturalmente!
Scidone è nuovo, certe cose le impari in fretta
Alle emergenze sociali non si risponde con invettive né con azioni senza rete. Ci vuole un welfare concreto
di Don Andrea Gallo
ALLE EMERGENZE sociali, vecchie e nuove,non si risponde con le invettive né con azioni senza rete né obiettivi. Ci vuole un welfare concreto, per rispondere alle crescenti povertà che bussano alle porte delle chiese e dei molti presidi di assistenza presenti sul territorio. Un welfare con finanziamenti adeguati, perché le associazioni di volontariato sarebbero anche pronte a entrare in una rete con le istituzioni, ma perché lo sforzo non sia soltanto un insieme di parole ci vogliono soldi. Progetti. Programmi. Gli esempi positivi di integrazione e accoglienza, a Genova, non mancano. L’assessore Scidone è nuovo, ma certe cose è bene che le impari in fretta. Prima di tutto, la presenza del volontariato cattolico a Genova è enorme ed è forte. Ogni parrocchia, ogni sede, ogni centro di ascolto, ha una porta aperta per chi chiede. Fu l’arcivescovo Canestri, trasformare le chiese nei luoghi più a rischio in presìdi per la lotta all’indigenza. Mise un sacerdote giovane in ogni realtà difficile, forze fresche per fronteggiare l’emergenza in continua crescita. E questo nonostante il fatto che in questi anni nessuno abbia mai pensato di intervenire in aiuto del volontariato con un concreto sostegno economico. Un esempio?
Noi da diversi anni abbiamo iniziato un’interessante esperienza a Oregina, con un appartamento aperto per le ragazze vittime del racket della prostituzione. Un progetto avviato dal Comune con a capo un nostro volontario. Un progetto riuscito, un esempio che fare bene, assieme, si può. Qualcuna si è sposata, ha creato una sua famiglia, nessuna è mai più stata minacciata da chi la teneva in schiavitù.
Ora quell’appartamento lo venderemo, per acquistarne un altro più grande in via Cantore e ospitare più ragazze. Però non basta, perché i progetti vanno seguiti in ogni loro parte, sostenuti. Per questo ci vogliono maggiori risorse. Per il problema contingente dei romeni, poi, siamo lontani da ogni ipotesi di intervento efficace. Il guaio è che si parla di sgomberi, si innescano politiche circolari basate su una ineccepibile legalità che però alla fine non portano a niente. Si va, si sgombera, il problema non fa che ripresentarsi altrove. Ma finché non si parla di persone, non ci siamo. Su questo siamo in ritardo da anni, fin dall’immigrazione dei primi maghrebini.
Il mio auspicio è che, riguardo all’ultima emergenza emersa, si faccia presto una tavola rotonda. Non sono più extra comunitari, bisogna dare una risposta precisa e dedicata a nuovi cittadini. Mi auguro che l’assessore crei una nuova rete partendo dalla concezione che il volontariato cattolico è presente e valido. Bisogna incontrarsi però.
Per questo sollecito una tavola rotonda. Che si incontri almeno una volta ogni due mesi. In modo da accogliere le persone, non sgomberarle.
Naturalmente come Casa della Legalità e della Cultura condividiamo e sottoscriviamo pienamente l’intervento di Don Andrea Gallo, la legalità è tutela del diritto, partendo da quello dei più deboli, non vi può essere legalità senza giustizia sociale.
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Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
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Nello Giraudo?"
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