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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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dal sito di DemocraziaLegalità
La politica è in crisi e i cittadini sono incazzati:
lo scoprono D'Alema, Violante e Bertinotti
Dalle pagine del Corriere della Sera, a titoli cubitali, i tre ci fanno sapere che la politica è in crisi e non tira più, i cittadini sono delusi e incazzati e si delinea una stagione come quella del 1992.
Ma non l’avevamo detto noi da alcuni anni? Da quando abbiamo scritto libri, organizzato convegni, fatto appelli per il Codice etico, girato l’Italia in lungo e largo per spiegare che il paese era alla frutta e la politica nel pantano? Ma noh, quando mai! Noi avevamo sognato.
Come abbiamo sognato quando nei consigli comunali abbiamo presentato documenti pieni di dati, abbiamo urlato per essere ascoltati ed abbiamo ricevuto il trattamento che meritano i provocatori.
Senza D’Alema, Violante e Bertinotti non l’avremmo mai saputo.
Naturalmente loro parlano degli altri.
I capi delle oligarchie sono gli altri; i responsabili dell’esplosione dei costi della politica sono gli altri;
quelli che hanno moltiplicato il finanziamento pubblico ai partiti e hanno falsificato i bilanci sono altri;
i complici dei privilegi dei tirapiedi, dei famigli, dei parenti e degli amici sono altri;
altri sono i responsabili della nomina degli amici, dei fedeli e delle mogli in Parlamento;
altri hanno difeso e sostenuto per anni Bassolino e la Jervolino pur avendo grandi responsabilità nel disastro Napoli e della Campania;
altri sono gli organizzatori della devastazione morale e materiale che mostra al paese Report di Milena Gabanelli domenica sera;
altri erano gli intercettati mentre parlavano con i Consorte di turno per accaparrarsi una banca;
altri sono i protettori degli eletti che fanno affari con soldi pubblici, costituiscono società e fanno sparire i fondi europei;
altri sono i responsabili della cementificazione del paese;
altri sono i responsabili della legge sull’indulto che tira fuori dai guai i Tanzii Consorte e i “furbetti del quartierino” di turno;
altri sono i responsabili della paralisi e della vergogna della RAI.
Sempre altri! Loro non c’entrano.
Non c’erano e quando c’erano non vedevano, non sentivano e non parlavano.
Ora a disastro compiuto, si fanno intervistare per diventare giustizieri nel momento del rifiuto di questa politica, di questo ceto politico, dei loro comportamenti.
Pasolini diceva: io so poichè sono un intellettuale. Non ho le prove.Ma io so.
Noi diciamo: noi sappiamo e abbiamo le prove.
dal blog di Beppe Grillo
[la pubblichiamo dedicandola ai dipendenti del Comune di Genova che non possono più accedere al blog]
Paraculo: si dice di persona furba, abile nel fare il proprio interesse senza darlo a vedere. Dizionario Garzanti 2006.
Il paraculismo si manifesta in Italia soprattutto nei momenti di crisi. Quando fischia il vento e si avvicina l’uccello padulo tutti prendono le distanze. Il re dei paraculi ha aperto le danze con una intervista domenica scorsa sul Corriere.
Massimo D’Alema tra una strambata e una paraculata ha affermato:
“ E’ in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni ’90 segnarono la fine della prima Repubblica”.
Riformuliamo la stessa frase con altri soggetti:
Papa Ratzinger:
“ E’ in atto una crisi della credibilità della Chiesa che ci travolgerà”
Totò Riina:
“ E’ in atto una crisi della credibilità della mafia che ci travolgerà”
Cesare Geronzi:
“ E’ in atto una crisi della credibilità del sistema bancario che ci travolgerà”
Luciano Moggi:
“ E’ in atto una crisi della credibilità del calcio che ci travolgerà”
Silvio Berlusconi:
“ E’ in atto una crisi della credibilità dell' informazione che ci travolgerà”.
Nessuno di questi signori direbbe una cosa del genere. Hanno una dignità da difendere. Geronzi e Moggi sono quello che sono, ma a certi livelli di paraculismo non sono mai arrivati.
Nella politica e nel giornalismo invece i paraculi sono come le stelle: milioni di milioni. E dopo il nobile discorso di D’Alema sono arrivati tutti, ma proprio tutti alle stesse conclusioni. Napolitano, Scalfari, Sergio Romano, Chiti, Bertinotti, Marini...
Qui siamo all’assurdo. Abbiamo dei politici schizofrenici. Sono giudici e imputati allo stesso tempo, ma con il culo sempre incollato alla poltrona. Chi è il problema ci spiega che c’è un problema.
Prepariamo le monetine. Uno, cento, mille Hotel Raphael!
23.05.2007 – Il Secolo XIX
Il Caso
Troppi dipendenti a “giocare” sul web, Tursi oscura una serie di siti
L’Assessore al Personale: “Nessuna censura, solo la necessità di proteggere la rete, che è vulnerabile, dai virus più aggressivi”
di Gilda Ferrari e Ferruccio Sansa
”Il sito richiesto risulta bloccato in quanto non compatibile con le politiche di navigazione web adottate dall’ente, navigazione che deve essere funzionale all’espletamento dei compiti istituzionali”. E’ il messaggio che migliaia di dipendenti comunali si sono visti comparire sullo schermo del computer quando hanno cercato di raggiungere i loro siti preferiti.
Spariti. Da un giorno all’altro. Niente blog di Beppe Grillo, niente sito di Marco Travaglio. Ma addio anche a tante chat, a quanto pare molto frequentate, e alle aste on-line di eBay. In pochi minuti la notizia ha fatto il giro del Comune. E’ finita nella rete. Ma che cosa era successo?
Una misura contro i dipendenti distratti, o piuttosto un mezzo per evitare infiltrazioni di virus nel server? O ancora, come sostiene qualcuno, una forma di censura? Giovanni Facco, assessore al Personale e ai Servizi informatici di Palazzo Tursi, nega qualunque forma di censura e spiega che a richiedere l’intervento del filtro è stata soprattutto la “vulnerabilità della rete del Comune”.
”Dobbiamo proteggere la rete del Comune – spiega Facco – che è molto vulnerabile: una sua ristrutturazione richiederebbe un sacco di soldi. Quindi si rende necessario l’inserimento di filtri di protezione dai virus, sempre più aggressivi. Si tratta di software, non c’è nulla di intenzionale nella scelta di precludere alcuni siti piuttosto che altri, sia chiaro. Nessuna censura, non ho nulla contro il blog di Beppe Grillo”.
L’assessore spiega ancora che a guidare la scelta di interdizione di alcuni siti rispetto ad altri sono “le griglie predefinite del sistema informatico”.
Il blog del comico genovese, per esempio, rientra nella griglia “intrattenimento” e in quanto tale è reso off-limits agli impiegati comunali.
Oltre a ragioni di sicurezza, dunque, a rendere impossibile la navigazione in taluni siti è anche la volontà di dissuadere i dipendenti dal sottrarre tempo alle attività lavorative?
”Né più né meno di quanto non facciano altre aziende – risponde Facco – Non dimentichiamo che il computer, internet e l’e-mail sono e devono restare strumenti di lavoro”.
Christian Abbondanza di Genovaweb è perplesso: “Certo, possibile che si tratti di ragioni tecniche, Ma certo colpisce che siano stati oscurati proprio i siti di Grillo e di Travaglio, gente che non è in linea con l’attuale maggioranza. E proprio nella settimana delle elezioni. Perché, invece, gli oroscopi che contengono un mare di virus sono ancora accessibili dal server del Comune?”, chiede il responsabile di Genovaweb.
E i dipendenti comunali che cosa dicono? “E’ vero – racconta Sonia – qualcuno di noi naviga un po’ troppo. Ma è sorprendente sapere che qualcuno controlla quali siti visitiamo. E’ una violazione della privacy”.
Il viaggio con Manù, che aveva quattro mesi quando il padre venne ucciso.
«Poteva cambiare tutto, ma lo Stato si è fermato»
"A Palermo con mio figlio 15 anni dopo. La gente mi evita, teme la mafia"
Rosaria Schifani, vedova di un agente della scorta di Falcone: i giudici? Litigano come allora
di Felice Cavallaro
PALERMO — Quindici anni dopo la strage di Capaci, è tornata a Palermo Rosaria. Con il suo Manù che aveva appena quattro mesi quando restò orfano. La giovane vedova, sempre ricordata per quell'acuto dolente rivolto ai mafiosi, «Vi perdono, ma inginocchiatevi», ha scrutato per cinque giorni la città dove il marito Vito Schifani morì dilaniato con altri due colleghi per proteggere Giovanni Falcone. Eccola con Manù in centro, in vacanza come una turista, fra Politeama e Teatro Massimo dove nessuno la riconosce. A passeggio nella borgata dove nacque, a Vergine Maria, con il ragazzo che lei ha fatto crescere in Toscana.
E Manù ha scoperto solo adesso con inquietudine i vicoli, le casette basse fra lungomare e cimitero dei Rotoli, gli angoli abbelliti, ma anche il disastro della vicina Arenella, la spazzatura agli angoli, le costruzioni abusive. Con gli occhi di un ragazzo stupito, disorientato davanti alla città ritrovata: «Mamma perché Palermo è così bella e così brutta?». Rosaria ha ricostruito la sua vita lontano da Vergine Maria e dall'Uditore, il quartiere dei genitori. Ma ha voluto accompagnare Manù nella città da dove l'aveva portato via. Ha ripercorso le strade dell'infanzia, ha rivisto parenti, incrociato conoscenti.
Un viaggio, un calvario. La prima posta è la casa natia, due ulivi, il mare di fronte. Una donna s'avvicina, incerta. «Sei la figlia di Lina?». «Ho colto affetto. Ma è scattato subito un rifiuto», spiega Rosaria turbata su queste viuzze a due passi dal cimitero. Le case dei vivi a ridosso delle tombe. Le case sulla costa dominate da croci e gentilizie che scivolano sul pendio. Morte e vita impastate. «Gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli. Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l'impressione di pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare con loro». Manù osserva e chiede: «Si vergognano di te, mamma?».
Ha trovato la casa delle vacanze su Internet, a due passi da Villa Igiea. «Bellissima», gioisce dal balconcino sul mare e sui pizzi della Tonnara Florio. Ma si rabbuia subito, mentre due ragazzotti schizzano in moto senza caschi: «La spiaggia, una distesa sterrata. Il mare bagna polvere e immondizia. Dov'è il Comune? Hanno fatto le elezioni e hanno un sindaco. Ma c'è un netturbino? Un vigile urbano che si occupi delle norme da rispettare? La facciata di Palermo finalmente appare vivibile nel centro della città. Qualcosa è stata fatta, si vede. Ma un sindaco non deve lavorare sul bello, deve occuparsi del brutto. Chiedo scusa, ma non mi sembra che Palermo sia andata avanti».
Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l'arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».
E' l'amara sensazione che l'accompagna attraversando la città, indicando a Manù l'Albero Falcone, arenandosi nel traffico intorno al Palazzo di Giustizia.
Da lontano ha pensato che potesse cambiare qualcosa? «Poteva cambiare tutto. Ma lo Stato si è fermato. I magistrati hanno ripreso a litigare fra loro. Divisi fra amici di Grasso e amici di Caselli. Ancora? Basta. Come ai tempi di Falcone. Senza mai riconoscere i meriti di chi lavora davvero. Sono contenta per tante inchieste che hanno fatto scoprire dei traditori pure all'interno dell'apparato investigativo. Ma non basta. Lo Stato s'è fermato troppe volte. Perché lo Stato ha paura di guardarsi dentro».
E' un atto d'accusa con il quale evoca una stagione investigativa: «Sciolsero il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di Capaci e via D'Amelio. E' come se lo Stato avesse voluto interrompere quel lavoro. Quanti libri sono usciti su quelle ed altre inchieste. I magistrati diventano scrittori. Ma non ci dicono fino in fondo in quali misteri si sono impantanati. A cominciare dalla cassaforte vuota di Riina, dal databank di Falcone con la memoria cancellata, dalla borsa fatta sparire dalla macchina di Borsellino con l'agenda dentro».
Un consiglio? «Per Provenzano e compagnia non parlate di cicoria, vizi e vezzi. Non create e non amplificate il mito. Abbiamo di fronte solo assassini».
Chi è Provenzano? «Un signore che, col suo misticismo, prende in giro anche Dio».
Se potesse parlargli? «Una domanda ce l'ho. Perché furono fatte le stragi? Questo voglio sapere, visto che la giustizia arriva e si ferma solo a voi boss. Ma la mafia è mafia quando si associa a qualcosa che si muove in altri ambienti. No, forse è meglio un altro tono: se può fare quest'atto di carità, signor Provenzano, parli per favore. So che forse è utopia. Capisco che potrebbe temere di essere avvelenato in carcere, com'è successo altre volte in Italia, ma faccia la carità a questo popolo senza verità. Si liberi signor Provenzano e muoia almeno senza questo peso. Ti scade l'affitto, Bernardo Provenzano. Sei anche tu di passaggio. Liberati dal male, liberaci con la verità».
L'inquietudine maggiore? «Il mistero delle stragi a Palermo. Perché non a Roma, dove Falcone era un bersaglio facile? A che cosa doveva servire il segnale di Palermo? Bisogna scoprire le complicità alte, visto che tutto accadde mentre si stava eleggendo il Presidente della Repubblica».
Chi potrebbe convincere Provenzano a parlare? «I suoi figli. Ho notato una differenza con quelli di Riina. Una diversità segnata forse dal ruolo della donna. "I miei ragazzi non devono delinquere", avrà detto la madre. Mentre la moglie di Riina, sorella di Bagarella, non mi pare che abbia fatto lo stesso. Ecco perché oggi mi interessa di più la famiglia Provenzano. Ai suoi figli parlerei: aiutate vostro padre a confessare. Tu, figlio di Provenzano che insegni a scuola, insegna a tuo padre a cambiare».
Rosaria insiste quindi su pentimento e perdono? Si può ancora ripetere quel «perdono, ma inginocchiatevi»? «Intanto, chi lo vuole deve chiederlo. E agire. Inginocchiarsi significa parlare, raccontare, pentirsi davvero, non solo fare un patto con lo Stato. Perché con quei patti sono emerse solo mezze verità. Non basta. Serve solo la verità, anche se cruda. Non controfigure della verità nascosta occultando il contenuto di una cassaforte, cancellando e facendo sparire agende».
Prevale il pessimismo? «Ricordo l'incontro con la vedova di Pio La Torre , guardinga. Mi spiegò che eravamo vittime non di "segreti di Stato", ma di "delitti di Stato"».
Che immagine porta via Manù di questa Sicilia? «Gli ho spiegato che, oltre ai boss con la coppola, in questo Paese troppi conviviamo con i mafiosi diventando ciechi. Io no, non posso farlo. Per Manù, cresciuto accanto a un uomo straordinario che chiama papà. Un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Lo racconto perché perfino un vicino qui mi ha redarguito, agghiacciante: "Te lo sei portato appresso lo sbirro? La prossima volta, da sola". Specchio di una mentalità che se ne infischia della società civile, pietrificata, immutabile, nonostante ogni tragedia, ogni anniversario». E Rosaria riparte.
dal blog di Beppe Grillo
"Caro Beppe,
vorrei comunicare a tutti gli amici del blog l’ultima notizia scomparsa di una lunga serie. Il 15 maggio 2007 la III Corte d’appello di Milano ha condannato il senatore forzista Marcello Dell’Utri e il boss della mafia di Trapani Vincenzo Virga a 2 anni per ciascuno per tentata estorsione. Nessun giornale, a parte l’Unità e il Corriere della sera, l’ha scritto. Nessun telegiornale o programma televisivo, tranne Annozero, l’ha detto. L’Ansa, onde evitare che qualcuno se ne accorgesse, ha dedicato alla cosa ben sette righe e mezza, sotto questo titolo depistante: “Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri”. Come se il reato fosse la sponsorizzazione. Nel testo, si spiegava (si fa per dire) che l’estorsione riguardava imprecisate “modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani”. Quanto a Virga, l’Ansa “dimenticava” di spiegare che è un boss mafioso, vicinissimo a Provenzano, arrestato dopo lunga latitanza nel 2001 e condannato all’ergastolo per mafia e omicidio.
Riepilogo brevemente i fatti. Nel 1990 il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, medico e futuro deputato del Pri, cerca uno sponsor per la sua squadra, neopromossa in serie A2. Publitalia, la concessionaria Fininvest presieduta da Dell’Utri, lo mette in contatto con la Dreher-Heineken. Si firma il contratto: per 1 miliardo e mezzo di lire, i giocatori esibiranno sulle magliette il logo della “Birra Messina”, marchio italiano della multinazionale tedesca. Garraffa paga la provvigione a Publitalia: 170 milioni. Ma due funzionari della concessionaria berlusconiana battono cassa e pretendono da lui altri 530 milioni, in nero. In pratica, Publitalia vuole indietro la metà del valore della sponsorizzazione, ovviamente sottobanco. Garraffa rifiuta e, ai primi del ’92, incontra Dell’Utri a Milano. Gli spiega di non disporre di fondi neri e di non poter pagare senza fattura. Dell’Utri – come denuncerà Garraffa – lo minaccia: “Ci pensi, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”. Garraffa non paga. E, qualche settimana dopo, riceve nell’ospedale di cui è primario una visita indimenticabile: quella del capomafia Vincenzo Virga, scortato da un guardaspalle. Virga è di poche parole: “Sono stato incaricato da Marcello Dell’Utri e da altri amici di vedere come è possibile risolvere il problema di Publitalia”. Garraffa ribatte: “Senza fattura, non intendo pagare”. E Virga: “Capisco, riferirò. Se ci sono novità, la verrò a trovare…”.
L’anno seguente la Pallacanestro Trapani , nonostante i successi sul campo, non trova più uno sponsor. Garraffa s’inventa un’autosponsorizzazione antimafia, ovviamente gratuita, con lo slogan “L’Altra Sicilia”. Che gli porta fortuna: la squadra viene promossa in serie A. Maurizio Costanzo invita lui e i suoi giocatori a parlarne al “Costanzo Show”, su Canale5. Ma poi, all’ultimo momento, cambia idea e disdice l’invito. Garraffa ci vede lo zampino di Dell’Utri. E denuncia tutto ai magistrati di Palermo. Che trasmettono gli atti, per competenza, al Tribunale di Milano. Qui Dell’Utri e Virga vengono condannati per tentata estorsione aggravata a 2 anni a testa. L’altro giorno, la Corte d’appello ha confermato le condanne.
Ora manca soltanto la Cassazione. Dell ’Utri intanto è stato condannato definitivamente a 2 anni per false fatture in altre sponsorizzazioni gonfiate e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, visto il pedigree, rimane a pie’ fermo in Parlamento e viene pubblicamente elogiato per la sua “intelligenza” da diessini dalemiani come Nicola Latorre (niente a che vedere con Pio La Torre , ammazzato dalla mafia) e ossequiosamente intervistato da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue condanne.
Come ricorda Daniele Luttazzi nel suo ultimo spettacolo, Daria Bignardi l’ha recentemente invitato alle “Invasioni barbariche” su La7 e ha subito premesso: “Non parliamo dei suoi processi”. Dell’Utri, comprensibilmente, non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, ha aggiunto che il suo giornalista preferito è Luca Sofri. Che, guardacaso, è il marito della Bignardi. Ecco, dei processi di Dell’Utri è meglio non parlare mai. Il senatore ha uomini e mezzi per convincere."
20.05.2007 - da Report
INTOCCABILI
di Sabrina Giannini
la puntata on line su mediarai - clicca qui
la trascrizione della puntata in .pdf – clicca qui
dal sito di Centomovimenti.com
Dell'Utri condannato a braccetto col boss: la notizia non s'ha da dare
di Stefano Santachiara
La Corte d'Appello di Milano ieri mattina ha confermato la condanna a 2 anni di reclusione per Marcello Dell'Utri e per il boss trapanese Vincenzo Virga, riconosciuti colpevoli di tentata estorsione aggravata ai danni del presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa. Sono stati accertati i fatti denunciati: all'inizio del 1992 Virga, condannato per mafia e omicidio e tuttora in carcere, luogotenente di Provenzano, mago dell'imprenditoria e degli appalti con beni sequestrati per svariati miliardi, fece visita a Garraffa per riscuotere 700milioni di lire, il 50% di una sponsorizzazione, pretesi in nero da Dell'Utri, che aveva già minacciato Garraffa in precedenza: "Io le consiglio di ripensarci. Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione".
Nessun telegiornale italiano ne ha parlato, in tutte le edizioni non è stata letta neppure la nota d'agenzia: la notizia della condanna a braccetto di un boss mafioso e del braccio destro dell'uomo politico più potente del pianeta oltrechè ideatore del primo partito italiano, non s'ha da dare. Dell'Utri, già condannato in via definitiva a 2 anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino, più altri 6 mesi patteggiati a Milano per altre false fatture di Publitalia, nel dicembre 2004 è stato condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa assieme al coimputato Tanino Cinà, poi prematuramente scomparso.
"L'imputato- si legge nella sentenza dei giudici di Palermo- ha voluto mantenere vivo per circa trent'anni il suo rapporto con l'organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla 'vendettà di Cosa nostra) e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali e economiche, tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a Cosa nostra (...). Si connota negativamente la sua disponibilità verso l'organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui Cosa nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell'ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all'esercizio delle sue attività manageriali di alto livello (...). Vi è la prova che Dell'Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l'imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale (...). E' significativo che Dell'Utri, anziché astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli, sempre nell'indimostrata ipotesi che fosse stato lo stesso Berlusconi a chiederglielo), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale, come si è visto, disposto a pagare pur di stare tranquillo)".
Cosa accadrebbe se il falco di Bush venisse condannato per aver cercato di riscuotere il pizzo a Little Italy ed incontrasse mafiosi ovunque, da Londra a Catania? Se il braccio destro di Blair gli avesse portato a palazzo uno stalliere mafioso considerato testa di ponte del narcotraffico, arrestato e scarcerato più volte coi due Lord sempre pronti a riaccoglierlo a braccia aperte e scoperti- da un'intercettazione- a ridere del sospetto che avesse fatto esplodere una bomba a fini estorsivi? Se il fondatore del partito di Sarkozy fosse riconosciuto da un Tribunale come referente dei marsigliesi da trent'anni, prima in seno all'impresa del presidente e poi direttamente alla sua forza politica? In una democrazia la notizia campeggerebbe per giorni sulle prime pagine di giornali e telegiornali, con successivi approfondimenti ai raggi X delle gesta di chi, essendo un uomo pubblico, viene giudicato e allontanato già per i comportamenti immorali, figurarsi per i reati. Il pregiudicato in questione sarebbe cacciato con infamia da tutta la classe politica, destra e sinistra, nessuno accetterebbe più di recitare spettacoli, come fece l'attore Carlo Rivolta dopo la condanna di Palermo, o presentare libri con gente del genere.
In Italia, se la Disinformatja riesce a cancellare totalmente la notizia il centrodestra non ha più nemmeno bisogno di ripetere le litanie su toghe rosse e giustizia politica, appaltate negli anni da Berlusconi ai fedeli An (l'ex magistrato Mantovano paragonò i giudici di Palermo che condannarono Dell'Utri e il mafioso Cinà ai "nazisti in fuga che facevano le rappresaglie") e Udc(l'indipendente Casini passò alla storia perché da presidente della Camera volle esprimere solidarietà a Dell'Utri sub iudice). Il centrosinistra invece, con molto fair play, non commenta le sentenze di condanna. Come se fosse un fatto ininfluente per le istituzioni e la vita pubblica la presenza in Parlamento di mafiosi, omicidi, evasori, corrotti e corruttori, buon ultimo il pregiudicato per corruzione Cesare Previti, che non pago di aver evitato il carcere grazie all'ex Cirielli, allo sconto dell'indulto e all'affidamento ai servizi sociali previsto dalla Simeone-Saraceni, è riuscito a portare a casa il malloppo anche a sentenza definitiva: dal maggio scorso, quando la condanna della Cassazione ha sancito la sua interdizione ai pubblici uffici, ha già incassato 132mila euro come deputato. Le eccezioni politiche sono rappresentate dal Bossi prima della cura- fotografata negli appunti del giornalista Sasisini- che chiamava Berlusconi "mafioso di Arcore",e da poche altre mosche bianche, spesso ex magistrati, parenti di vittime della criminalità organizzata, uomini e donne da sempre in prima linea. La maggioranza dei politici che non ha legami con la mafia non fiata per omertà. Poi, passata a'nuttata, ci pensano i dalemiani a parlare. La catanese Anna Finocchiaro, supercandidata alla guida del Pd, ha sottolineato che il problema di Andreotti è l'età e non le "vicissitudini giudiziarie", ossia la prescrizione per il senatore a vita del "reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra commesso fino alla primavere dell'80". L'onnipresente Nicola Latorre, tra una condanna e l'altra di Dell'Utri, tiene a far sapere che "con il senatore esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui (Dell'Utri) è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore". E il gran capo della Bicamerale, interpellato da Piero Ricca, ha ammesso di avere a cuore la legge-bavaglio che sta per essere licenziata al Senato nonostante i mal di pancia della sinistra, di rutelliani, prodiani e tutti coloro che non hanno scheletri negli armadi. La legge infatti impedirà agli italiani di essere informati dai pochi giornali indipendenti sulle indagini e dunque su tutti gli scandali del potere, e limiterà in modo devastante le intercettazioni della magistratura (prorogabili dopo 90 giorni solo in presenza di nuovi elementi con una riduzione dei centri d'ascolto da 166 a 23). Ormai gli elettori hanno capito il giochetto di intestare ogni indecenza al prestanome Mastella, dall'indulto salva-Previti e Consorte alla mancata abolizione delle leggi-vergogna alla legge sul conflitto d'interessi che col blind trust non risolve nulla, e vorrebbero sapere di chi si possono fidare. Anche se i numeri in Parlamento li vedono sconfitti, gli onesti battano un colpo.
14.05.2007 - Kataweb - Oltre il giardino
Lo Sviluppatore immobiliare e la maledizione dei furbetti
di Alberto Statera (Affari&Finanza)
Luigi Zunino, mentre Stefano Ricucci e Danilo Coppola subivano l'onta del carcere, ha continuato a portare avanti i suoi progetti di riqualificazione urbanistic
Né palazzinaro, né immobiliarista, né finanzieremattonaro, ma "sviluppatore immobiliare". Così, noblesse oblige, si autodefinisce Luigi Zunino, dal 2003 il più giovane Cavaliere del lavoro d'Italia. Mentre i suoi colleghi furbetti Stefano Ricucci e Danilo Coppola subivano l'onta del carcere, lo "sviluppatore" continuava a veleggiare garrulo tra i suoi progetti di riqualificazione urbanistica, "i più ambiziosi mai visti in Italia nel dopoguerra". Progetti che dovrebbero cambiare la skyline di Milano, con le firme nientemeno che di Norman Foster e di Renzo Piano.
Ma anche per Zunino, già indagato per aggiotaggio nella vicenda della scalata dei furbetti all'Antonveneta e al cielo del capitalismo, sembra che ora la fortuna stia girando, visto che a Torino è appena stato rinviato a giudizio, accusato di tentata truffa alla Regione Piemonte per l'operazione di compravendita dell'area ex Fiat Avio di Via Nizza, adiacente al Lingotto. "Berlusconi-ha detto benevolo Zunino dell'illustre predecessore palazzinaro parlando dei suoi progetti milanesi- vendeva sicurezza a una borghesia milanese spaventata dagli anni di piombo. Noi vendiamo un investimento e uno stile di vita ai manager internazionali". Per la verità, non più di tre lustri fa, l'odierno "sviluppatore immobiliare", quarantottenne originario di Nizza Monferrato, comprava e vendeva cavalli e risultava un viticultore iscritto alla Cgil Agricoltura. Mai ha spiegato in seguito come in pochi anni si sia ritrovato con un patrimonio stimato in cinque miliardi di euro, con una selva di società e una partecipazione del 3 per cento in Mediobanca, che ne hanno fatto uno dei nuovi potenti milanesi.
Quanto agli "stili di vita" che intende insegnare ai manager internazionali, Zunino è un maestro, visto che nel Monferrato produce "uno dei dieci Barbera migliori del mondo", nell'isola di Cavallo ha una villa strepitosa, a Sankt Moritz possiede il mitico Badrutt's Palace e nel senese " La Campana ", una tenuta di un migliaio di ettari, dove festeggia i compleanni con gli amici più cari, come quel campione di stile che è Vittorio Emanuele di Savoia, con Ubaldo Livolsi e Gianni Varasi, che di disastri finanziari ha discrete pregresse esperienze.
Ciò pare non gli abbia alienato le amicizie di sinistra, che si dice l'abbiano aiutato nel 1999 quando acquistò dalla Banca d'Italia Risanamento Napoli, proprietaria di cinquemila appartamenti, pagando 490 miliardi di lire, contro gli 821 di stima. Poi il tandem con Coppola, che lo presentò a Gianpiero Fiorani, in un vortice di vendite, di acquisti, di rivendite e di riacquisti come la società quotata Ipi e una parte dell'area ex Falck di Sesto San Giovanni e di raid in Borsa, fino alla disgraziata scalata all'Antonveneta, in una bolla senza fine. Vicende che non l'hanno espulso dalla cerchia dei nuovi oligarchi di Milano, come li ha chiamati Curzio Maltese.
La "città nella città" di Santa Giulia progettata da Foster, quattro chilometri dal Duomo, attaccata all'aeroporto di Linate, 35 ettari di parco, grattacieli di vetro, alberghi, appartamenti con pavimenti da 500 euro al metro quadrato, va avanti, pur se non con i tempi previsti. Sono partiti i lavori per la sede di Sky, ma, nonostante il finanziamento di 700 milioni di euro di IntesaSan Paolo, non si avvia la costruzione delle residenze di lusso che conterranno i nuovi stili di vita dei manager internazionali.
Per il Museo d'arte contemporanea, che l'assessore Vittorio Sgarbi avrebbe voluto collocare nell'ex area Falck di Sesto San Giovanni o in un immobile di Zunino a San Babila, ha prevalso la scelta di Letizia Moratti per l'area ex Fiera di Ligresti e Generali. Ora il rinvio a giudizio di Torino per una delle tante compravendite che si sospettano artificiosamente gonfiate.
La maledizione dei furbetti grava ancora sulla testa del Cavalier Luigi Zunino, "sviluppatore immobiliare".
14.05.2007 – dal sito di Primocanale
Genova, arrestato presunto omicida di Alessi
E' il cognato, Umberto Pitino, un pregiudicato di 62 anni, il presunto omicida di Giuseppe Alessi, il pregiudicato trovato ucciso a coltellate il 21 aprile scorso nella sua abitazione nei vicoli del centro storico di Genova. Pitino è il marito di Francesca, sorella della vittima. L' uomo è stato arrestato nella notte dai carabinieri in un albergo del quartiere della Foce su ordinanza di custodia cautelare del gip Lucia Vignale. Gli investigatori ipotizzano che il movente dell'omicidio sia economico. Al momento dell'arresto Pitino non ha opposto resistenza e ha seguito i carabinieri. Ora è detenuto nel carcere di Marassi in attesa di venire interrogato dal gip. Le indagini sono ancora in corso per chiarire nei dettagli il movente e se, oltre a Pitino, nell' abitazione della vittima fosse presente qualche altra persona. L' arma del delitto, presumibilmente un grosso coltello da cucina, non è stata ancora trovata. Ad indirizzare gli investigatori verso il cognato sarebbero numerosi indizi tra cui, secondo indiscrezioni, tracce di Dna lasciate nell'appartamento dell' omicida in seguito ad una breve colluttazione con il suo assassino. Sia la vittima che il cognato hanno precedenti per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Pitino, personaggio molto noto alle forze dell' ordine, anche statunitensi, ha già scontato 20 anni di carcere. Nel 1993 venne arrestato a Genova da dove, utilizzando un nome falso, aveva tentato di importare in Italia oltre 50 chilogrammi di cocaina. Precedentemente il pregiudicato era stato protagonista di una fuga rocambolesca da un carcere americano dove doveva scontare una condanna a 40 anni di reclusione. Venne inoltre arrestato nel 1994, sempre nel capoluogo ligure, nell' ambito dell'operazione "Zapatos" in cui venne sgominata un' organizzazione specializzata nel traffico internazionale di cocaina. Secondo la prima ricostruzione fatta dagli inquirenti, Alessi aveva aperto la porta di casa ad una persona che conosceva. La vittima era stata ritrovata dalla sorella Angela, che ha un negozio di parrucchiera nella stessa strada dell' abitazione del fratello, in via della Posta Vecchia. L' uomo, morto ormai da alcune ore, si trovava per terra in camera da letto con indosso soltanto gli slip e una maglietta di cotone. Sul luogo del delitto, trovato in ordine dagli investigatori, non vi erano segni di scasso, ma piuttosto quelli di una accurata perquisizione in tutta l' abitazione. L'omicida ed il suo eventuale complice avevano poi ripulito pavimento e muri del sangue della vittima e del suo aggressore e portato via lenzuola, federe e i pantaloni di Alessi.
Naturalmente la parola "mafia" non compare mai. Ma non si diceva che era una questione "passionale"? Chissà. Certo che per girare tutti i Circoli del Centro Storico genovese amando "giocare" al tavolo verde, era un po' difficile non avere introiti, visto che l'Alessi risultava disoccupato. Alla fine sembra che gli inquirenti abbiano individuato il movente: il traffico e la gestione di partite di droga. Infatti nell'intervista televisiva Salvatore Graci, del Reparto Operativo dei Carabinieri, parla, in riferimento ad Alessi e Pitino, di "traffico di droga" e "movente nella gestione di attività illecite". Nella nota giornalistica, invece il tutto diventa semplice "spaccio".
per leggere quanto avevamo già scritto sul caso clicca qui
maggio 2007 - Consumatori
"La legalità, un bene fragile. Guai ad abbassare la guardia”
Don Ciotti: “Cooperazione risorsa preziosa”
di Silvia Fabbri
A Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e figura da anni impegnata nelle battaglie per la legalità, abbiamo chiesto proprio quale è, oggi, lo stato della legalità in generale e in particolare in Sicilia?
Viviamo un momento di grande fragilità, anche se è possibile cogliere segnali positivi. Si avverte di nuovo un bisogno di trasparenza, di chiarezza, e alcuni provvedimenti – penso ad esempio alla lotta all’evasione fiscale – iniziano a dare frutti importanti. E’ anche vero però che per affermare la legalità gli strumenti giuridici sono insufficienti. Una legge offre degli strumenti, delle opportunità, ma la legalità nasce soprattutto da una generale presa di coscienza, da percorsi educativi. La si costruisce insieme, mettendosi tutti in gioco, costruendo una cultura della condivisione e della corresponsabilità. Per quello che riguarda la Sicilia , non bisogna cadere nell’errore dell’equazione illegalità uguale mafia. Semplificazione di questo genere non aiutano, dire che tutto è mafia è come dire che niente è mafia. Bisogna distinguere: come altrove, anche in Sicilia ci sono forme di illegalità, forme di criminalità e realtà mafiose che restano forti, anche se proprio di recente ci sono state operazioni che hanno messo un crisi Cosa Nostra. Segno che, se le Istituzioni vengono davvero messe nella condizione di operare, il sogno di sconfiggere le mafie può trasformarsi in realtà.
Sembra che si siano spenti i riflettori sulla mafia, che sia calata la tensione. La sensazione dunque che le cose vadano meglio, in Sicilia e non solo. E’ davvero così?
Come ho detto sono stati ottenuti risultati importanti, arresti anche clamorosi, ma questo non deve farci abbassare la guardia. E’ necessario dare coerenza e continuità agli interventi e soprattutto agire contemporaneamente su più livelli. C’è un piano investigativo e repressivo, ma c’è anche, altrettanto importante, un piano preventivo ed educativo. Li la società civile sta facendo la sua parte. Libera aggrega ormai più di 1300 associazioni antimafia e promuove su tutto il territorio nazionale percorsi di educazione alla legalità nelle scuole, costruendo opportunità di impegno, di partecipazione, di corresponsabilità.
Lei, attraverso “Libera” è una sorta di “ambasciatore della legalità” contro le mafie. Che livello di ascolto e di attenzione trova tra le persone e in particolare tra i giovani?
Nei giovani il livello di “ascolto” è alto, ma è un ascolto che bisogna anche saper suscitare. I giovani chiedono di essere incontrati, accompagnati, sostenuti nel loro bisogno di partecipazione, di sano protagonismo. Non chiedono adulti che dicano loro cosa fare ma che facciano insieme a loro. E che siano disposti a scommettere su di loro oggi, non domani. Ma in un tempo come il nostro, condizionato sempre più dalle immagini e dalla tecnologia, è anche necessario aiutarli a calare il virtuale nel reale, trovare con loro la via per trasformare l’immagine in realtà e il sogno in responsabilità. Per questo, quando parlo di legalità, non mi riferisco a un concetto astratto ma alla saldatura tra responsabilità personale e giustizia sociale, al percorso che unisce l’io e il noi. La giustizia la chiediamo allo Stato e alle Istituzioni ma solo in base al nostro metterci in gioco come cittadini. Se la denuncia e la richiesta di giustizia non partono da questo impegno concreto, da questa continua verifica con se stessi, diventano un esercizio retorico e sfociano in un attendismo rassegnato e fatalistico.
Quale è il ruolo dell’impresa in una regione come la Sicilia ? E dell’impresa cooperativa?
Credo innanzitutto che sia necessario creare opportunità di lavoro sano, dignitoso, pulito. Il lavoro non è un optional: la nostra esperienza ci ha insegnato che, prima ancora che un diritto, è un bisogno profondo, una dimensione che da senso alla vita delle persone, le fa crescere, comunicare, da loro un reddito ma anche un identità. Il lavoro poi ha certo bisogno di spazi, opportunità, e al momento attuale abbiamo ritenuto di privilegiare soprattutto la forma della cooperativa e dell’impresa sociale. E’ anche necessario però che la politica, le Istituzioni, il mondo imprenditoriale facciano la loro parte, contribuiscano a tutelare e rafforzare realtà che cercano di dare dignità e futuro alle persone.
A che punto è l’esperienza delle cooperative che lavorano sulle terre confiscate ai boss mafiosi?
E’ un esperienza che cresce. Ne sono nate diverse, è stata creata una rete, “cooperare con Libera Terra”, sono state aperte botteghe – “i sapori della legalità” – che vendono i prodotti. Ma oggi la mafia non è più solo quella rurale, che compra gli aranceti e gli uliveti. Investe in altri ambiti, entra in società con le aziende, dispone di professionisti esperti che si mettono al suo servizio per operare nel mondo finanziario. E su questo aspetto lo strumento della confisca mostra ancora gravi carenze. I dati sono impressionanti: degli 801 beni aziendali confiscati dal 1996, 227 sono ancora da destinare; 230 non sono destinabili perché arrivati già falliti al demanio dello Stato; altri 347 sono stati forse “uccisi” preventivamente dalle mafie, sicché le procedure di chiusura sono state attivate subito dopo il provvedimento di confisca. A conti fatti sono soltanto 39 le aziende attive: un pugno di mosche. E’ necessario intervenire perché non solo le terre ma anche le aziende vengano salvaguardate. Credo che il mondo della cooperazione abbia competenze e professionalità per contribuire alla loro gestione, cambiando magari ragione sociale della società come è accaduto a Trapani con la Calcestruzzi Ericina , dove abbiamo dato una mano a far nascere una cooperativa, attivare nuove forme di produzione, conservare posti di lavoro che davano dignità e futuro a tante famiglie. Ma è anche necessario istituire un Agenzia Nazionale che coordini e segua tutte le varie fasi della confisca, si preoccupi di recuperare denaro liquido – cioè il movimento dei beni mobili; si misuri col dispositivo quadro europeo sulla confisca e rimetta ordine su questa materia. Lo strumento della confisca è previsto ormai da molte leggi in diversi ambiti – droga, tratta degli esseri umani, corruzione – e senza un attento coordinamento il rischio è di creare confusione e sovrapposizioni.


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