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con le famiglie di 'Ndrangheta
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Le cementificazioni hanno un
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in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Parlamento approva una legge all'unanimità, di solito bisogna preoccuparsi. Indulto docet. Questa volta è anche peggio. L'altroieri, in poche ore, con i voti della destra, del centro e della sinistra (447 sì e 7 astenuti, tra cui Giulietti, Carra, De Zulueta, Zaccaria e Caldarola), la Camera ha dato il via libera alla legge Mastella che di fatto cancella la cronaca giudiziaria.
Nessuno si lasci ingannare dall'uso furbetto delle parole: non è una legge "in difesa della privacy" (che esiste da 15 anni) nè contro "la gogna delle intercettazioni". Questa è una legge che, se passerà pure al Senato, impedirà ai giornalisti di raccontare - e ai cittadini di conoscere - le indagini della magistratura e in certi casi persino i processi di primo e secondo grado. Non è una legge contro i giornalisti. È una legge contro i cittadini ansiosi di essere informati sugli scandali del potere, ma anche sul vicino di casa sospettato di pedofilia.
Vediamo perché. Oggi gli atti d'indagine sono coperti dal segreto investigativo finché diventano "conoscibili dall'indagato". Da allora non sono più segreti e se ne può parlare. Per chi li pubblica integralmente, c'è un blando divieto di pubblicazione, la cui violazione è sanzionata con una multa da 51 a 258 euro, talmente lieve da essere sopportabile quando le carte investono il diritto-dovere di cronaca. Dunque i verbali d'interrogatorio, le ordinanze di custodia, i verbali di perquisizione e sequestro, che per definizione vengono consegnati all'indagato e al difensore, non sono segreti e si possono raccontare e, di fatto, citare testualmente (alla peggio si paga la mini-multa).
È per questo che, ai tempi di Mani Pulite, gli italiani han potuto sapere in tempo reale i nomi dei politici e degli imprenditori indagati, e di cosa erano accusati. È per questo che, di recente, abbiamo potuto conoscere subito molti particolari di Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, dei crac Cirio e Parmalat, degli spionaggi di Telecom e Sismi. Fosse stata già in vigore la legge Mastella, Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi seguiterebbe a truccare i campionati, Fiorani a derubare i correntisti Bpl, Gnutti e Consorte ad accumulare fortune in barba alle regole, Pollari e Pompa a spiare a destra e manca. Per la semplice ragione che, al momento, costoro non sono stati arrestati né processati: dunque non sapremmo ancora nulla delle accuse a loro carico. Lo stesso vale per i sospetti serial killer e pedofili, che potrebbero agire indisturbati senza che i vicini di casa sappiano di cosa sono sospettati.
La nuova legge, infatti, da un lato aggrava a dismisura le sanzioni per chi infrange il divieto di pubblicazione: arresto fino a 30 giorni o, in alternativa, ammenda da 10 mila a 100 mila euro (cifre che nessun cronista è disposto a pagare pur di dare una notizia). Dall'altro allarga à gogò il novero degli atti non più pubblicabili. Anzitutto "è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pm o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare". La notizia è vera e non é segreta, ma è vietato pubblicarla: i giornalisti la sapranno, ma non potranno più raccontarla. A meno che non vogliano rovinarsi, sborsando decine di migliaia di euro. È pure vietato pubblicare, anche solo nel contenuto, "la documentazione e gli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati sul traffico telefonico e telematico, anche se non più coperti da segreto".
Le intercettazioni che hanno il pregio di fotografare in diretta un comportamento illecito, o comunque immorale, o deontologicamente grave sono sempre top secret. Bontà loro, gli unanimi legislatori consentiranno ancora ai giornalisti di raccontare che Tizio è stato arrestato (anche per evitare strani fenomeni di desaparecidos, come nel vecchio Sudamerica o nella Russia e nell'Iraq di oggi). Si potranno ancora riferire, ma solo nel contenuto e non nel testo, le misure cautelari, eccetto "le parti che riproducono il contenuto di intercettazioni". Troppo chiare per farle sapere alla gente. E i dibattimenti? Almeno quelli sono pubblici, ma fino a un certo punto: "non possono essere pubblicati gli atti del fascicolo del pm, se non dopo la pronuncia della sentenza d'appello".
Le accuse raccolte (esempio, nei processi Tanzi, Wanna Marchi, Cuffaro, Cogne, Berlusconi etc.) si potranno conoscere dopo una decina d'anni da quando sono state raccolte: alla fine dell'appello. Non è meraviglioso? L'ultima parte della legge è una minaccia ai magistrati che indagano e intercettano "troppo", come se l'obbligatorietà dell' azione penale fosse compatibile con criteri quantitativi o di convenienza economica: le spese delle Procure per intercettazioni (che peraltro vengono poi pagate dagli imputati condannati, ma questo nessuno lo ricorda mai) saranno vagliate dalla Corte dei Conti per eventuali responsabilità contabili.
Così, per non rischiare di risponderne di tasca propria, nessun pm si spingerà troppo in là, soprattutto per gli indagati eccellenti. A parte «Il Giornale», nessun quotidiano ha finora compreso la gravità del provvedimento. L'Ordine dei giornalisti continua a concentrarsi su un falso problema: quello del "carcere per i giornalisti", che è un'ipotesi puramente teorica, in un paese in cui bisogna totalizzare più di 3 anni di reclusione per rischiare di finire dentro. Qui la questione non è il carcere: sono le multe. Molto meglio una o più condanne (perlopiù virtuali) a qualche mese di galera, che una multa che nessun giornalista sarà mai disposto a pagare. Se esistessero editori seri, sarebbero in prima fila contro la legge Mastella.
A costo di lanciare un referendum abrogativo. Invece se ne infischiano: meno notizie "scomode" portano i cronisti, meno grane e cause giudiziarie avrà l'azienda. Mastella, comprensibilmente, esulta: «Un grande ed esaltante momento della nostra attività parlamentare». Pecorella pure: «Una buona riforma, varata col contributo fondamentale dell'opposizione». Vivi applausi da tutto l'emiciclo, che è riuscito finalmente là dove persino Berlusconi aveva fallito: imbavagliare i cronisti. Ma a stupire non è la cosiddetta Casa delle Libertà, che facendo onore alla sua ragione sociale ha tentato fino all'ultimo di aumentare le pene detentive e le multe (fino al 500 mila euro!) per i giornalisti. È l'Unione, che nell'elefantiaco programma elettorale aveva promesso di allargare la libertà di stampa.
Invece l'ha allegramente limitata con la gentile collaborazione del centrodestra. Ma chi sostiene che nell'ultimo anno non è cambiato nulla, ha torto marcio. Quando le leggi-vergogna le faceva Berlusconi, l'opposizione strillava e votava contro. Ora che le fa l'Unione, l'opposizione non strilla, anzi le vota. In vista del passaggio al Senato, cari lettori, facciamoci sentire almeno noi, giornalisti e cittadini.
Tutto falso. L’associazione dei parenti delle vittime della strage dei Georgofili chiede da tempo di sapere quanti bosso sono passati dal carcere duro al carcere molle, e perché. Ora sappiamo che il beneficio ha riguardato solo nell’ultimo anno 89 mafiosi. Ma non sappiamo ancora perché. Sappiamo però che, dal carcere, nessun mafioso si pente più. E’ tutto casuale, o c’è stata l’ennesima trattativa? Se non ci saranno risposte chiare, saremo tutti – non solo i parenti delle vittime – autorizzati a pensar male.
Perché il diritto alla verità non riguarda solo i parenti delle vittime. Riguarda tutti noi.
23.04.2007
Al cittadino non far sapere
di Marco Travaglio
Parlamento approva una legge all'unanimità, di solito bisogna preoccuparsi. Indulto docet. Questa volta è anche peggio. L'altroieri, in poche ore, con i voti della destra, del centro e della sinistra (447 sì e 7 astenuti, tra cui Giulietti, Carra, De Zulueta, Zaccaria e Caldarola), la Camera ha dato il via libera alla legge Mastella che di fatto cancella la cronaca giudiziaria.
Nessuno si lasci ingannare dall'uso furbetto delle parole: non è una legge "in difesa della privacy" (che esiste da 15 anni) nè contro "la gogna delle intercettazioni". Questa è una legge che, se passerà pure al Senato, impedirà ai giornalisti di raccontare - e ai cittadini di conoscere - le indagini della magistratura e in certi casi persino i processi di primo e secondo grado. Non è una legge contro i giornalisti. È una legge contro i cittadini ansiosi di essere informati sugli scandali del potere, ma anche sul vicino di casa sospettato di pedofilia.
Vediamo perché. Oggi gli atti d'indagine sono coperti dal segreto investigativo finché diventano "conoscibili dall'indagato". Da allora non sono più segreti e se ne può parlare. Per chi li pubblica integralmente, c'è un blando divieto di pubblicazione, la cui violazione è sanzionata con una multa da 51 a 258 euro, talmente lieve da essere sopportabile quando le carte investono il diritto-dovere di cronaca. Dunque i verbali d'interrogatorio, le ordinanze di custodia, i verbali di perquisizione e sequestro, che per definizione vengono consegnati all'indagato e al difensore, non sono segreti e si possono raccontare e, di fatto, citare testualmente (alla peggio si paga la mini-multa).
È per questo che, ai tempi di Mani Pulite, gli italiani han potuto sapere in tempo reale i nomi dei politici e degli imprenditori indagati, e di cosa erano accusati. È per questo che, di recente, abbiamo potuto conoscere subito molti particolari di Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, dei crac Cirio e Parmalat, degli spionaggi di Telecom e Sismi. Fosse stata già in vigore la legge Mastella, Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi seguiterebbe a truccare i campionati, Fiorani a derubare i correntisti Bpl, Gnutti e Consorte ad accumulare fortune in barba alle regole, Pollari e Pompa a spiare a destra e manca. Per la semplice ragione che, al momento, costoro non sono stati arrestati né processati: dunque non sapremmo ancora nulla delle accuse a loro carico. Lo stesso vale per i sospetti serial killer e pedofili, che potrebbero agire indisturbati senza che i vicini di casa sappiano di cosa sono sospettati.
La nuova legge, infatti, da un lato aggrava a dismisura le sanzioni per chi infrange il divieto di pubblicazione: arresto fino a 30 giorni o, in alternativa, ammenda da 10 mila a 100 mila euro (cifre che nessun cronista è disposto a pagare pur di dare una notizia). Dall'altro allarga à gogò il novero degli atti non più pubblicabili. Anzitutto "è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pm o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare". La notizia è vera e non é segreta, ma è vietato pubblicarla: i giornalisti la sapranno, ma non potranno più raccontarla. A meno che non vogliano rovinarsi, sborsando decine di migliaia di euro. È pure vietato pubblicare, anche solo nel contenuto, "la documentazione e gli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati sul traffico telefonico e telematico, anche se non più coperti da segreto".
Le intercettazioni che hanno il pregio di fotografare in diretta un comportamento illecito, o comunque immorale, o deontologicamente grave sono sempre top secret. Bontà loro, gli unanimi legislatori consentiranno ancora ai giornalisti di raccontare che Tizio è stato arrestato (anche per evitare strani fenomeni di desaparecidos, come nel vecchio Sudamerica o nella Russia e nell'Iraq di oggi). Si potranno ancora riferire, ma solo nel contenuto e non nel testo, le misure cautelari, eccetto "le parti che riproducono il contenuto di intercettazioni". Troppo chiare per farle sapere alla gente. E i dibattimenti? Almeno quelli sono pubblici, ma fino a un certo punto: "non possono essere pubblicati gli atti del fascicolo del pm, se non dopo la pronuncia della sentenza d'appello".
Le accuse raccolte (esempio, nei processi Tanzi, Wanna Marchi, Cuffaro, Cogne, Berlusconi etc.) si potranno conoscere dopo una decina d'anni da quando sono state raccolte: alla fine dell'appello. Non è meraviglioso? L'ultima parte della legge è una minaccia ai magistrati che indagano e intercettano "troppo", come se l'obbligatorietà dell' azione penale fosse compatibile con criteri quantitativi o di convenienza economica: le spese delle Procure per intercettazioni (che peraltro vengono poi pagate dagli imputati condannati, ma questo nessuno lo ricorda mai) saranno vagliate dalla Corte dei Conti per eventuali responsabilità contabili.
Così, per non rischiare di risponderne di tasca propria, nessun pm si spingerà troppo in là, soprattutto per gli indagati eccellenti. A parte «Il Giornale», nessun quotidiano ha finora compreso la gravità del provvedimento. L'Ordine dei giornalisti continua a concentrarsi su un falso problema: quello del "carcere per i giornalisti", che è un'ipotesi puramente teorica, in un paese in cui bisogna totalizzare più di 3 anni di reclusione per rischiare di finire dentro. Qui la questione non è il carcere: sono le multe. Molto meglio una o più condanne (perlopiù virtuali) a qualche mese di galera, che una multa che nessun giornalista sarà mai disposto a pagare. Se esistessero editori seri, sarebbero in prima fila contro la legge Mastella.
A costo di lanciare un referendum abrogativo. Invece se ne infischiano: meno notizie "scomode" portano i cronisti, meno grane e cause giudiziarie avrà l'azienda. Mastella, comprensibilmente, esulta: «Un grande ed esaltante momento della nostra attività parlamentare». Pecorella pure: «Una buona riforma, varata col contributo fondamentale dell'opposizione». Vivi applausi da tutto l'emiciclo, che è riuscito finalmente là dove persino Berlusconi aveva fallito: imbavagliare i cronisti. Ma a stupire non è la cosiddetta Casa delle Libertà, che facendo onore alla sua ragione sociale ha tentato fino all'ultimo di aumentare le pene detentive e le multe (fino al 500 mila euro!) per i giornalisti. È l'Unione, che nell'elefantiaco programma elettorale aveva promesso di allargare la libertà di stampa.
Invece l'ha allegramente limitata con la gentile collaborazione del centrodestra. Ma chi sostiene che nell'ultimo anno non è cambiato nulla, ha torto marcio. Quando le leggi-vergogna le faceva Berlusconi, l'opposizione strillava e votava contro. Ora che le fa l'Unione, l'opposizione non strilla, anzi le vota. In vista del passaggio al Senato, cari lettori, facciamoci sentire almeno noi, giornalisti e cittadini.
Tutto falso. L’associazione dei parenti delle vittime della strage dei Georgofili chiede da tempo di sapere quanti bosso sono passati dal carcere duro al carcere molle, e perché. Ora sappiamo che il beneficio ha riguardato solo nell’ultimo anno 89 mafiosi. Ma non sappiamo ancora perché. Sappiamo però che, dal carcere, nessun mafioso si pente più. E’ tutto casuale, o c’è stata l’ennesima trattativa? Se non ci saranno risposte chiare, saremo tutti – non solo i parenti delle vittime – autorizzati a pensar male.
Perché il diritto alla verità non riguarda solo i parenti delle vittime. Riguarda tutti noi.
dalla PostaPrioritaria di ANNOZERO
di Marco Travaglio
Dove è finita la Giustizia Sociale? Lettera a Montezemolo
formato .pdf - clicca qui
dalla PostaPrioritaria di ANNOZERO
di Marco Travaglio
Dal Mullah Omar
formato .pdf – clicca qui
La Stampa
Caselli contro Grasso "Io ho la schiena dritta"
«Processi gogna? In questi anni ho visto solo beatificazioni in tv»
GIANCARLO CASELLI, Procuratore generale di Torino
Gentile Direttore: Ho letto l'articolo che la Stampa del 18 aprile ha pubblicato a pag. 11 con il titolo «Processi - spettacolo inutili contro la mafia» presentando un libro-intervista che il dr. Pietro Grasso ha scritto col vostro collaboratore dr. Francesco La Licata. Ho notato l'ampio rilievo (titoli, sottotitoli, accostamenti fotografici) che il Suo giornale ha dedicato alle opinioni poi riassunte nell'articolo, opinioni che sembrano chiamarmi più volte in causa.
Non essendo incline a polemiche su beghe piuttosto vuote, avrei rinunciato ad intervenire se non avessi ricevuto tantissime telefonate o mail di colleghi e amici, piuttosto sconcertati, che mi inducono a chiederLe ospitalità per fissare alcuni punti. 1.E' noto che sono l'unico magistrato italiano al quale (nella passata legislatura) sono stati dedicati prima un decreto e poi una legge «contra personam», che mi hanno espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale Antimafia. Leggo ora che il dr. Grasso è «fortemente critico contro quella scelta governativa». Parole sante, ma - se posso permettermi - lievemente tardive: un paio d'anni di ritardo, non di più. Dirlo nei mesi in cui quelle leggi furono presentate, discusse e approvate, magari sarebbe stato meglio. E avrebbe avuto ben diverso senso e portata. Invece, ecco il paradosso: si rivendicano «temperamento sportivo» e sano «agonismo» soltanto molto tempo dopo che la partita si è conclusa, e conclusa con uno stravolgimento delle regole operato a partita in corso (come se qualcuno avesse imposto per legge, tra il primo e il secondo tempo di un incontro di calcio, l'espulsione degli avversari…..). 2.L'intervistatore chiede al dr. Grasso di una presunta «enorme campagna denigratoria nei suoi confronti e contro l'ufficio da lui diretto per sei anni». Il dr. Grasso risponde che, sì, c'è stato un «acuirsi dell'attacco mediatico ed editoriale» nei suoi confronti in vista della «corsa alla nomina di procuratore nazionale». Che strano: avrei detto che l'enorme campagna denigratoria e l'attacco mediatico ed editoriale fosse avvenuto nei miei confronti e contro l'ufficio da me diretto per sette anni; ma forse mi sono perso qualcosa. Avrò preso un abbaglio, ma mi era sembrato che diverso fosse l'approccio destinato al dr. Grasso dai giornali e dalle tv che da oltre un decennio si esercitano a dipingere il sottoscritto e i colleghi che hanno avuto il «torto» di lavorare con lui a Palermo come loschi figuri dediti a processi «politici», manipolazione di pentiti, persecuzioni giudiziarie e via calunniando.
3.Non so a quali magistrati il dr. Grasso alluda quando censura - senza che nel Vostro articolo si faccia alcun nome - chi sostiene «l'esigenza di celebrare comunque i processi» a prescindere dalle prove, chi imbastisce «processi spettacolari», chi si pone fuori della Costituzione pensando «alle inchieste come a una gogna pubblica, efficace perché distrugge una carriera politica». So però che tali allusioni non possono riguardare i processi a carico di vari imputati cosiddetti «eccellenti» avviati dalla Procura di Palermo sotto la mia gestione, perché sono processi regolarmente conclusi con sentenze (siano esse di condanna, di prescrizione del «reato commesso» o di assoluzione per sostanziale insufficienza di prove) che sempre hanno confermato i fatti gravissimi che stavano alla base dell'impianto accusatorio e che andavano dunque, in ossequio alla Costituzione e alla legge italiana, sottoposti al vaglio del giudice. A parte il fatto - ma non credo certo di doverlo ricordare ad un magistrato - che nessuna Procura può mandare a processo chicchessia, se il giudice (terzo) dell'udienza preliminare non dispone il rinvio a giudizio.
4.Il dr. Grasso cita, a sostegno delle sue polemiche contro i «processi gogna», il consigliere Antonino Caponnetto. Il che mi conferma nella convinzione che le allusioni polemiche non possono riguardare il sottoscritto, visto che mai - neppure nelle tantissime occasioni di incontri privati, Nino Caponnetto ebbe a esprimermi il benché minimo dubbio o dissenso su uno dei processi avviati dal mio Ufficio, sempre - anzi - da lui pubblicamente sostenuti con passione e rigore tecnico.
5.Infine, ma dev'essere frutto della mia ormai cronica distrazione, in questi anni ho visto ben poche «gogne» per i politici imputati, quasi sempre beatificati da certa tv e certi giornali. Ho visto, invece, molte «gogne» per i magistrati che, in ossequio alla legge e alla Costituzione, osavano inquisirli in presenza di gravi notizie di reato, facendo il loro dovere senza timidezze. Naturalmente, «gogne» non per tutti i magistrati. Solo per alcuni. In particolare, solo per quelli che, ispirandosi all'insegnamento di Falcone e Borsellino, hanno ritenuto di dover «voltare pagina», indagando non solo sull'ala militare della mafia, ma anche sulle sue connessioni col potere politico ed economico, su quella «singolare convergenza tra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica», su quei «fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità» (fatti e convergenze denunziati nella sentenza-ordinanza del primo maxiprocesso: 1985). «Voltare pagina»: questo è ciò che io ed i colleghi che per quasi sette anni hanno lavorato con me a Palermo, abbiamo cercato di fare dopo le stragi del 1992, in una situazione di catastrofe nazionale incombente. Niente di straordinario. Ogni magistrato con la schiena dritta avrebbe agito come noi. Ma è proprio «questa» magistratura che non a tutti piace.
l'articolo del 18 aprile 2007 in formato .pdf
pagina 1 e pagina 2
dal sito di DemocraziaLegalità
intervista a Piercamillo Davigo
di Gabriele Pazzaglia con la collaborazione di Marco Ottanelli
Dal 1992 ad oggi si è parlato molto di pratiche finanziarie illecite, ma sembrano pochi i cittadini consci dei suoi reali risvolti negativi: quali sono i costi della corruzione?
R. La corruzione si sviluppa nell’inefficienza ed a sua volta determina inefficienza, attraverso la cattiva allocazione delle risorse, la lievitazione dei costi e la scarsa qualità dei beni e servizi che la pubblica amministrazione riceve: Nell’ambito di taluni settori, dopo la scoperta di vicende di corruzione i prezzi dei successivi appalti sono scesi anche del 50%. Questo significa che con lo stesso denaro si sarebbero potuti avere il doppio di opere o, in alternativa, che si sarebbe potuto risparmiare la metà delle somme spese. Ma il costo maggiore è la perdita di credibilità delle istituzioni, il venir meno dello stato di diritto e la cancellazione del mercato e della libera concorrenza, con la conseguente minore efficienza delle imprese.
Uno dei mali più radicati, e a cui si ricollega il fenomeno della corruzione, è quello della speculazione edilizia: Come sarebbe possibile contenere questo fenomeno?
R. Sganciando l’edificabilità dei suoli dalla proprietà. In altri paesi nessun suolo di proprietà privata è edificabile. Il Comune compra i terreni a prezzo agricolo e li rivende come edificabili (ed in tal modo ha minor necessità di ricorrere alle imposte). Che merito ha il proprietario di un terreno per il fatto che la sua proprietà diviene edificabile perché inserita nel piano regolatore? Perché deve vedere moltiplicato per decine o talora centinaia di volte il valore del terreno? Una simile soluzione renderebbe governabile il territorio perché non vi sarebbero più pressioni per far divenire edificabile l’una piuttosto che l’altra area, con le sequela di pratiche illecite conseguenti.
Uno dei più grandi magistrati d'Italia, Gherardo Colombo, con lei nel “pool Mani Pulite”, si è dimesso dalla magistratura. Come commenta questo atto?
R. Ho molto rispetto per Colombo e credo che la sua scelta dipenda da una crisi di fiducia nello stato attuale della Giustizia in Italia, ma che sia anche frutto del logoramento conseguente alle vicende processuali di cui si è occupato. Lo capisco ma non condivido la sua scelta.
Cosa risponde a chi – da più parti – accusa la magistratura di mettere a rischio il primato della politica invadendone il campo?
R. Basterebbe che i politici allontanassero gli autori di comportamenti illeciti prima delle sentenze, sulla base degli elementi il più delle volte noti e non vi sarebbero più frizioni fra magistratura e politica.
Un fatto può anche essere penalmente irrilevante ma politicamente inaccettabile, viceversa no, anche se si tende a dire il contrario.
Purtroppo è stato lasciato alla giurisdizione il compito di pronunziare, rinunciando ad autonome valutazioni, salvo poi attaccare le sentenze ed i giudici se tali pronunzie non piacciono.
Come giudica i vari interventi legislativi relativi a reati di tipo finanziario approvati dal 1992 ad oggi?
R. Errori gravi. Quando vi è un aumento della devianza si inaspriscono le pene, come per gli scippi e la violenza negli stadi. Perché per il falso in bilancio si fa il contrario?
Rimanendo in tema di interventi legislativi, a che punto è il percorso legislativo della riforma dell'ordinamento giudiziario approvata nella scorsa legislatura e come giudica questi cambiamenti alla luce delle modifiche proposte dal Ministro Mastella?
R. Alcune modifiche sono positive, ma l’impianto rimane, a mio giudizio sbagliato. Un esempio il procedimento disciplinare non è funzione di giustizia ma di governo del personale e come tale è soggetto a valutazioni di opportunità. L’azione disciplinare obbligatoria non ha senso.
Sembra che verrà invece eliminato il sistema di avanzamento per concorsi. I magistrati non hanno bisogno di selezionare i più bravi per mandarli avanti: si possono fare danni maggiori in primo grado. Noi abbiamo la necessità di individuare quelli inadatti per mandarli a casa.
Lo scorso anno, il Parlamento, a stragrande maggioranza, si è espresso in modo favorevole all'indulto. Quale è il suo giudizio rispetto a questo provvedimento alla luce degli effetti prodotti?
R. I provvedimenti generalizzati di clemenza sono un errore grave. Coloro che hanno scelto riti alternativi (giudizio abbreviato e patteggiamento) hanno espiato la pena. Invece coloro che hanno cercato di guadagnare tempo sono stati premiati. Inoltre se vi erano troppi detenuti è perché vi sono leggi che ne determinano tale numero. Se non si cambiano tali leggi in poco tempo la popolazione carceraria tornerà ai livelli precedenti. In ogni caso era più facile abolire i reati per i quali si ritiene che sia inutile tenere la gente in carcere (per cui basta la maggioranza semplice in Parlamento) che varare provvedimenti di amnistia o indulto (per i quali ci vuole la maggioranza dei due terzi).
In quale modo, secondo lei, sarebbe possibile ottenere una riduzione della durata dei processi?
R. Riducendone il numero. In Italia ogni anno si celebrano 3.000.000 di procedimenti penali. In Gran Bretagna 300.000.
Inoltre bisogna disincentivare chi agisce o resiste indebitamente in giudizio, mentre oggi è premiato (ad esempio con l’indulto e la prescrizione ovvero nel settore civile pagando interessi legali ad un tasso inferiore a quello di mercato).
Lei fa parte della commissione, da poco istituita con decreto, per la razionalizzazione del meccanismo di recupero del denaro confiscato dallo Stato. Quali tempi sono previsti? Come procedono i lavori? Quali risultati ritiene siano possibili?
R. La Commissione si riunirà la prima volta il giorno 11 maggio 2007 (sempre che per quella data intervenga l’autorizzazione del C.S.M. per i magistrati chiamati a farne parte) e dovrebbe concludere i lavori entro il 31 luglio 2007. Mi sembrano tempi molto ristretti per qualunque risultato.
dal sito DemocraziaLegalità
ll Ministro dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, Direzione IV, con decreto n. 14605 dell'11 febbraio 2005, su proposta della Consob ex art. 195 D.Lgs. n. 58/98, ha applicato pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli esponenti aziendali di alcune delle maggiori banche italiane, a motivo della non diligente e non corretta negoziazione di bonds Cirio. A nulla rileva che le multe sono state annullate per vizi formali (non sono stati rispettati alcuni termini): quello che conta è la sostanza. Le banche condannate sono: Banca Nazionale del Lavoro S.p.A., Banca Popolare di Ancona SCARL, Credito Emiliano S.p.A., Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A., Banca Antoniana Popolare Veneta SCARL, Banca Agricola Mantovana S.p.A., Unicredit Banca S.p.A. (già Cassa di Risparmio di Torino S.p.A.), Capitalia S.p.A. (già Banca di Roma S.p.A.), Banca Intesa S.p.A. (già Cariplo S.p.A., Banco Ambrosiano Veneto S.p.A., Banca Commerciale Italiana S.p.A. e Banca Intesa S.p.A.) e Sanpaolo Imi S.p.A. (tratto dal sito www.studiotanza.it che raccoglie un bel campionario di scandali)
Ecco una delle tante notizie comparse in questi anni riguardo alle banche. Una notizia, ovviamente, di condanna di un loro scorretto comportamento. Avrei potuto citarne dozzine, di notizie simili: l'affaire Fineco, quello Banca Sella, il Me4You del Monte dei Paschi, il clamoroso caso Parmalat. E poi, a caso, gli intrecci delle scalate alla RCS, da Unipol in poi, e li tanti, troppi, continui richiami di tutte le autorità che certificano come le banche facciano cartello, siano ultraprotezioniste, chiuse al mercato europeo e- per naturale conseguenza- siano ovviamente troppo care. Per riuscire a convincere persino Bersani ad intervenire un po' con le sue liberalizzazioni, vuol dire che il nostro sistema creditizio è proprio “messo male”, per usare una espressione popolare.
Qualunque cittadino, qualunque imprenditore, chiunque abbia messo piede in una banca, sa di cosa stiamo parlando. EPPURE, ogni volta che c'è da fare una qualunque operazione finanziaria, industriale, strategica, tutta la politica, ed in particolare i neoaffaristi prodiani e diessini, non trovano di meglio che invocare l'intervento delle banche, in nome e per conto del falso e truffaldino dogma dell'italianità, consegnando loro in definitiva non solo il potere economico (che già hanno, peraltro, attraverso il debito) ma anche quello strategico, concreto, reale sulla vita del nostro Paese. Personaggi (spesso non limpidi, spesso torbidi) dagli stipendi stratosferici, eletti da nessuno e responsabili davanti a nulla, hanno in mano, con il beneplacito del neocraxismo imperante, il REALE governo del Paese, che, ancora una volta, come per tutto il periodo 1950-1992, torna a risiedere fuori da Palazzo Chigi e si aggira fumoso tra Piazzetta Cuccia, la finanza rossa, quella padana, quella cattolico-vaticana e quella dei rampanti d'assalto, sempre a fianco del mattone, del cemento, dell'asfalto e, new entry di centrosinistra, degli inceneritori.Un progresso veramente democratico.
Romano Prodi è, delle banche, un grande amico. In particolare, di quel Giovanni Bazoli che, dall'alto del suo impero Intesa, è stato uno dei suoi padrini, uno degli inventori di “Prodi premier” agli albori degli anni '90, agli albori dell'Ulivo, sotto l'alto patrocinio dell'ex ministro – defunto proprio nei giorni scorsi- Beniamino Andreatta, definito da tutti come l'inventore dell'Ulivo stesso, l'ideologo del patto tra ex comunisti ed ex democristiani nel tormentato periodo di Tangentopoli. Andreatta che, nel 1978, eliminato il concorrente Donat Cattin, fece nominare Romano Prodi ministro del'economia nel governo di solidarietà nazionale presieduto, secondo natura, da Giulio Andreotti.Quando, nell'estate 2005, scoppiò lo scandalo (...un altro...) delle scalate di Ricucci e gli altri furbetti del quartierino, buona parte dello schieramento allora all'opposizione si esibì in spericolate difese degli immobiliaristi e fece appello alle banche amiche perchè si mettessero in moto, da subito, per conquistare, a qualunque costo e con qualunque alleanza, Antonveneta e BNL. Intercettazioni quanto meno imbarazzanti tra Fassino, altri esponenti dei DS e Consorte furono rese pubbliche dai giornali, mentre molte altre, comprese quelle nelle quali parla D'Alema, sono tuttora segrete, al vaglio della magistratura e rischiano la distruzione definitiva.
Ma la lezione non è stata sufficiente. Non appena due aziende importanti, essenziali, fondamentali, come Alitalia e Telecom, (distrutte da una scellerata gestione per la quale nessuno pagherà mai, né sarà neanche tenuto a dare spiegazioni), gonfie di debiti e di inconcepibili errori industriali, vengono giocoforza messe sul mercato, non appena gli investitori stranieri (Air France nel primo caso, la spagnola Telefonica, la statunitense AT&T, la messicana American Movil nel secondo ... e tralasciamo il caso Abertis- Autostrade...) osano cimentarsi con il sistema-Italia, ecco che scattano i lamentosi appelli alla salvezza del nostro patrimonio nazionale, alla necessità di conservare beni strategici, di garantire la ricerca e le competenze locali, in poche parole si ritira fuori la difesa dell'italianità, concetto sbandierato magari da coloro che tra privatizzazioni, parcellizzazioni, dismissioni, esternalizzazioni, hanno mandato in vacca nell'arco di pochi decenni tutte le produttività e le creatività italiane, lasciandoci padroni solo di quel sole e di quel mare, e quei monumenti con i quali stiamo facendo diventare la penisola un immenso villaggio turistico, a prezzo di speculazione sulle coste e svuotamento dei centri storici.Non sono ordini, badate bene, né leggi, né atti ufficiali, quelli che mettono a quel punto in moto “le banche”: sono interviste, dichiarazioni, appelli, tanto più patetici quanto più efficaci.
Sono appelli ad anime buone, candide, pulite, disposte al sacrifizio per la Patria , ad “intevenire”, che poi, detto tra noi, vuol dire: comprarsi tutto, controllare tutto.Per Alitalia, passato il pericolo francese,si sono mosse Unicredit (quella di Profumo, l'amico più fidato di Fassino in area bancaria) e Mediobanca, addirittura. Quale dei due istituti di credito ci farà volare, e gestirà rotte, aerei, hostess e piloti, lo vedremo tra poco. Come lo gestiranno, lo capiremo tra molto. E soprattutto, vedremo quale politica dei prezzi, del lavoro, delle tariffe, degli scambi, degli scali aeroportuali Unicredit o Mediobanca riterranno vantaggiosi per sé stesse e per recuperare i costi di chiusura dei conti, aboliti poco fa su un piatto che forse offriva altro, in controparte.Per Telecom, per adesso, l'offerta delle banche non c'è, ma la preghiera dei politici sì.
E c'è anche l'intento sprtitorio. Non lo diciamo noi, lo dice Guido Rossi, dimissionario in questo venerdì santo 6 aprile 2007, venerdì di passione e di rabbia. Lo dice, sconfitto dal “sistema” (come – mutatis mutandis- Gherardo Colombo) in una intervista a Repubblica che è un atto di accusa formidabile e spietato alla classe politica governativa, e che non sortirà, proprio per queste sue caratteristiche, alcun effetto. Una intervista nella quale Rossi non risparmia nessuno: né il suo ex “capo”, Tronchetti Provera, né i DS, né Prodi, né, soprattutto, quel clima generale stile “Chicago anni '20” che soffoca e ammorba non solo l'economia e la politica, ma la società italiana intera. E ancora, riecheggiano le motivazioni di Colombo.E mentre l'investimento straniero-incidentalmente- è da noi incredibilmente più basso che negli altri paesi d'Europa (e “investimento” vuol dire denaro fresco, vuol dire capitali che entrano in circolo, vuol dire tasse da pagare al nostro erario), si affacciano volenterose, dopo l'appello di Fassino, la San Paolo- Intesa di Bazoli, l' amico più fidato di Prodi in area bancaria e, ancora una volta, Mediobanca con Generali, una assicurazione che, se tutto va come si pensa che vada, controllerebbe una azienda di telecomunicazioni monopolista e maggioritaria.
(per gli assetti societari,si veda un altro nostro articolo, un po' datato perchè qualcosa nel tempo è cambiato, ma sempre valido).
Le banche come infernali macchine mangiasoldi alle quali togliere qualche euro di prebende, e come paradisiaci luoghi della difesa del Sistema. Questo governo, questa maggioranza, questa classe politica gonfia di conflitti di interesse sta giocando un gioco azzardatissimo, porgendo al capitale speculativo la sostanza stessa del Paese, quella che una volta si chiamava la “struttura”. Il problema di tutti i giochi d'azzardo è che, alla fine, vince sempre il banco.
19.03.2007 – da DemocraziaLegalità
Come prima, Più di Prima;
CHI HA PAURA DI POLLARI?
di Elio Veltri
Un cittadino che si chiama Abu Omar, Imam di una moschea di Milano, viene rapito in Italia, messo in un aereo, portato in Egitto, rinchiuso in un carcere e torturato.
Chi l’ha sequestrato e rapito? Agenti della CIA, con l’aiuto di agenti dei nostri servizi segreti.
I magistrati della Procura di Milano indagano e il tribunale rinvia a giudizio per sequestro di persona il generale Nicolò Pollari capo dei servizi segreti e i suoi collaboratori.
Inoltre chiedono al governo di istruire la pratica per l’estradizione degli agenti della CIA che hanno commesso il reato.
Pollari invoca il segreto di Stato. L’amministrazione Bush fa sapere che i militari americani sono sempre immuni in qualsiasi parte del mondo operino.
Il governo Prodi rifiuta le richieste dei magistrati anche perché Cossiga e Berlusconi dicono che non si può processare un servitore dello Stato come Pollari. Pertanto, il governo, anziché prendersela con i sequestratori di Abu Omar oppone il segreto di Stato, dichiara guerra alla procura di Milano ricorre alla Corte Costituzionale chiedendo l’annullamento del rinvio a giudizio e si oppone alla richiesta di estradizione degli agenti della CIA.
IL Corriere della Sera scrive:” Il generale Pollari ha due grandi avvocati, Franco Coppi e Titta Madia, ma il primo e più influente difensore dell’ex direttore del Sismi è il governo”. Come nella canzone cantata da Toni DallAra, il governo dice a Berlusconi e Bush:” Come prima, più di prima vi ameremo” e alla Procura di Milano:” in quel posto ve lo metteremo”. A questo punto la domanda è d’obbligo: chi ha paura di Pollari? La risposta è una sola: chi ha scheletri negli armadi. Come si vede centro sinistra e centro destra non sono uguali. Sono solo complementari. Si aiutano e si sostengono a vicenda. E si fanno anche ricattare dalle stesse persone. Italia auguri!
Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti
Il pm della P2 e di Mani pulite: il Paese non crede nella legalità, mi dedicherò ai giovani
MILANO — Gherardo Colombo lascia la magistratura. Uno dei pm della scoperta della loggia P2 e di Mani pulite, ora giudice in Cassazione, dice addio alla toga a 60 anni. E spiega al Corriere: «In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio. Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». E per il futuro? «Voglio incontrare i giovani e spiegare loro il senso della giustizia». «Mi sono convinto che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole». E invece in Italia «quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio. A questo punto del mio percorso di vita, quello che voglio fare è invitare in particolare i giovani a riflettere sul senso della giustizia. E' una scelta del tutto personale, oggi mi sento più adatto a questo impegno che a quello di giudice». Dentro il giudice Corrado Carnevale, fuori il giudice Gherardo Colombo. Depurato da coincidenze temporali e rispettivi profili professionali, in termini puramente numerici è uno scambio alla pari: uno (il giudice assolto dall'accusa di mafia, il collega del "Falcone è un cretino") è riammesso dal Csm in magistratura (dove da presidente di sezione di Cassazione resterà sino a 83 anni); l'altro (con Turone il giudice della scoperta della loggia P2 e del delitto Ambrosoli, con Di Pietro il pm di Mani pulite, con Boccassini il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme ai giudici corrotti da Previti), dà le dimissioni da magistrato ad appena 60 anni, 15 prima della pensione. Con una lettera presentata, in sordina, al Csm e al Ministero della Giustizia a metà febbraio, nei giorni delle stanche rievocazioni del 15esimo anniversario dell'inizio di Mani pulite. Non è una resa, dice, non c'è sfiducia nel lavoro di 33 anni in toga, né tantomeno ci sono porte da sbattere o superbe prese di distanza da coloro che invece restano con la toga addosso, convinti che far bene il proprio lavoro quotidiano contribuisca a migliorare da dentro il sistema: «Ci mancherebbe altro, anche l'amministrazione della giustizia è indispensabile». Anche, dice però Colombo. Prima, un «prima che magari non è cronologico ma sicuramente concettuale», spiega di essersi reso conto che, per crederci ancora, ha bisogno di sentire esistere un prerequisito: «La giustizia non può funzionare senza che esista prima una condivisione del fatto che debba funzionare».
La scelta di dedicarsi a questo obiettivo nasce da «un rammarico: il verificare come la giustizia sia l'unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni. Ma lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l'illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione». «E' incredibile vedere quanto le persone siano coinvolte da questi contatti, da fuori è davvero inimmaginabile», si infervora Colombo raccontando di incontri «programmati per due ore e dove invece devo fermarmi per tre»; di centinaia di persone che magari vengono in un teatro o in una biblioteca all'antivigilia di Natale e quindi non certo perché non sanno cosa fare»; di «ragazzi che succede spessissimo restino con la bocca aperta» a sentire eventi della vita del loro Paese fondamentali, ma che nessuno mai gli aveva raccontato. «Bisogna dar loro due cose: metodi e informazioni», ritiene Colombo, che, sostenuto anche dall'esperienza di tanti incontri in tema di corruzione, tecniche investigative, assistenza giudiziaria internazionale, ai quali è chiamato particolarmente all'estero, si propone ora di impegnarsi in questa direzione «sia attraverso contatti diretti, sia scrivendo che occupandomi di editoria: va comunicato il profondo perché delle regole e il come farle funzionare; occorre colmare la carenza di informazione non solo sui fatti, ma anche sulla concatenazione dei fatti e del pensiero; è necessario individuare le premesse e rendere evidenti le loro conseguenze, sottolineando la necessità di coerenza, in modo da dare risposte stimolanti alla tanta voglia di approfondire questi temi».
E si intuisce che, rapportata a sé, è proprio questa esigenza di "coerenza" a spingere ora Colombo a lasciare l'amministrazione della giustizia. Non ci crede più, non crede che si possa aumentare il tasso di legalità attraverso l'uso dello strumento giudiziario, quando nulla cambia all' esterno. Da fuori forse sì, gli sembra possibile: «A questo punto della vita mi sono convinto che può esistere giustizia funzionante soltanto se esiste un pensiero collettivo che in primo luogo individui il senso della giustizia nel rispetto degli altri; che poi ci rifletta; e che infine, se ne viene convinto, arrivi a condividerlo. Si tratta di confrontarsi con i fondamenti della nostra Costituzione, il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Mentre l'amministrazione reale della giustizia, quella che oggi a suo avviso arranca «senza una cultura condivisa delle regole, diventa qualcosa di estremamente difficoltoso, addirittura per certi versi eventuale, fonte essa stessa di giustizia casuale e quindi paradossalmente di ingiustizia», nel marasma di «una grande disorganizzazione e con scarsi mezzi». Da questo punto di vista, per paradosso, «l'esperienza in Cassazione è stata per certi versi inaspettatamente confermativa: un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze». Il tutto accompagnato da una sensazione di «ineluttabilità» alla quale «si rassegna» chi pure lamenta «le cose che non funzionano», ultima goccia del cocktail che ora a Colombo fa dire: «Dare così poca cura a un'attività cruciale per l'amministrazione della giustizia è stata, per me, la definitiva conferma che c'è anche altro da fare». Altro rispetto ai processi. E prima dei processi: la condivisione delle regole. E qui sembra affiorare l'eco di una sconfitta, l'unica forse avvertita come davvero bruciante dall'ex pm di Mani pulite: corrotti e corruttori rientrati nella vita pubblica, o direttamente (votati) o indirettamente (nominati), comunque legittimati dai cittadini. Colombo si sente "tradito" dal "popolo" nel cui nome ha amministrato giustizia? «Piuttosto, sono contrariato nel vedere come la legalità, per questo Paese, sia ancora qualcosa che ha poche chances». Tra le concause, dice, « ha pesato il mutato atteggiamento dei media, le falsità dette contro le nostre indagini e talora contro di noi. Ma credo ci sia stato anche un altro elemento importante. All'inizio le indagini hanno coinvolto i livelli più alti della politica e dell'imprenditoria, perché nei loro confronti erano allora emersi gli indizi: persone lontane anni luce dal cittadino comune.
Poi, però, man mano che le indagini progredivano, sono comparsi anche fatti attribuibili a persone comuni: al maresciallo della Finanza, al vigile dell'Annonaria, al primario dell'ospedale, all'ispettore dell'Inps, al medico e ai genitori dei figli alla visita di leva, alla cooperativa di pulizie. E qui, ecco che l'atteggiamento della cittadinanza è cambiato». E voi magistrati siete finiti fuori mercato perché offrite un prodotto (la legalità) per il quale non c'è domanda? «Anche qui la misura della legalità è il rispetto dei principi costituzionali. Di legalità non c'è n'è abbastanza. Sono molti, per fortuna, coloro ai quali interessa la legalità, che vuol dire piena attuazione dei principi costituzionali della tutela dei diritti fondamentali e dell'uguaglianza di fronte alla legge. Ma non sono ancora abbastanza. E soprattutto, hanno una scarsissima rappresentanza, non trovano voce sufficiente. In alcuno dei due schieramenti». Colombo lo ricava «dal fatto che, altrimenti, sulla legalità sarebbero state fatte delle battaglie. E dico sulla legalità, non sul fatto che il signor Tizio o il dottor Caio siano colpevoli o innocenti: ad esempio sulla modifica delle regole del processo, per renderlo più agile e rapido; sulla dotazione di strumenti che consentano ai giudici di svolgere meglio la propria funzione; sulla cura della preparazione professionale». E' questo il fronte che ora sembra prioritario a Colombo. Il quale, a sorpresa, non ha tanta voglia di voltarsi per toccare con mano l'esito delle sue inchieste: «Vogliamo essere spietati? Sono magistrato dal 1974, per 3 anni giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell'Iri, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine — a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni —, i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante».
Cambiare dall'interno, no? «Dovrebbe davvero cambiare tutto». E invece, «possibile che per selezionare i capi di uffici giudiziari di dimensioni pari a una grande azienda, continuiamo a fare le scelte, quando va bene, sulla base della capacità di condurre indagini o scrivere belle sentenze, qualità che nulla hanno comunque a che fare con la capacità di organizzare un ufficio? Anche a proposito delle questioni disciplinari, siamo sicuri che, nonostante tutti gli sforzi, pur fatti, non si potesse fare ancora di più per evitare che qualche magistrato fosse avvertito come arrogante o non sufficientemente dedicato alla sua funzione?». Per Colombo «l'Italia è un paese di corporazioni che per prima cosa si difendono autotutelandosi (ha presente l'espressione "cane non mangia cane"?)». E pur se «la magistratura mi sembra, tutto sommato, la migliore» di queste corporazioni, «anche al suo interno si avverte la tentazione di cedere alla stessa logica: la difesa della categoria, prima che dell'organizzazione, della disciplina, della laboriosità; con il rischio di isolamento per chi pensa il contrario». La decisione di guardare alle regole da una posizione diversa — confessa Colombo, ieri in Procura a salutare alcuni colleghi — «non è stata facile e continua ad essere molto sofferta. Non soltanto perché questo lavoro ha assorbito buona parte della mia vita, ha accompagnato la nascita dei miei figli, la morte dei miei genitori, è stato intriso di eventi di dolore squarciante (come gli assassinii, proprio qui a Milano, di Guido Galli e Emilio Alessandrini, e dei colleghi eliminati da terrorismo e mafia); ma anche perché tanti sono i colleghi, dai quali mi separo, che con cura, attenzione e direi ostinazione non hanno fatto altro che cercare di rendere giustizia. Ma a mio parere, perché non sia un compito immane, occorre anche altro: che l'atteggiamento verso le regole cambi anche fuori dai palazzi di giustizia».
Luigi Ferrarella


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