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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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LA GUARDIA di Finanza ha sequestrato cinquantasette "slot machine" in una sala giochi, situata nel pieno centro storico di Loano, in quanto completamente inosservanti della normativa vigente. Le macchine da gioco sono infatti risultate funzionanti, ma non collegate al sistema telematico centrale gestito dall'amministrazione dei Monopoli, che provvede alla quantificazione del volume delle giocate, su cui si applica il tributo erariale. I militari della tenenza di Finale avevano effettuato preventivi sopralluoghi, nei giorni scorsi, anche a seguito delle segnalazioni di alcuni genitori di giovani che lamentavano l'eccessiva propensione al gioco dei propri figli. La sala infatti, fin dalle prime ore della mattina, è frequentata da giovani, ma anche da molti anziani che passano alcune ore a giocare con le slot machine. «E' stato infatti un più approfondito controllo della sala - hanno detto dalla Guardia di Finanza - a permettere di rilevare il funzionamento irregolare degli apparecchi, anche sotto il profilo fiscale, a causa dell'impossibilità di calcolare la base imponibile per la determinazione della relativa imposta». Al sequestro hanno partecipato anche alcuni funzionari della sede genovese dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, che hanno confermato il convincimento dei finanzieri. Tutte le slot machine sono state poste sotto sequestro. Ai trasgressori sarà applicata una sanzione pecuniaria fino a 12 mila euro per ciascun apparecchio, con la possibilità di definire in misura ridotta l'intero contesto versando all'erario l'importo di 228 mila euro. La guardia di Finanza ha comunque annunciato che i controlli nel settore continueranno in tutta la provincia, anche nei prossimi mesi. «Recenti statistiche hanno infatti confermato che le entrate tributarie derivanti dai cosiddetti "giochi amministrati"? hanno precisato dal Comando provinciale - hanno raggiunto nel 2006 la quota di 7 miliardi di euro».
S. An.
'NDRANGHETA:
ARRESTATO PELLE, TRA I 30 LATITANTI PIU' PERICOLOSI
REGGIO CALABRIA - La Polizia di Stato ha arrestato a Reggio Calabria Salvatore Pelle, di 50 anni, uno dei capi dell'omonima cosca di San Luca della 'ndrangheta, inserito nell'elenco dei 30 latitanti di massima pericolosità diramato dal Ministero dell'Interno. Pelle è stato bloccato dalla Squadra mobile di Reggio Calabria, diretta da Salvatore Arena, mentre a piedi si dirigeva verso la stazione ferroviaria.
Salvatore Pelle era ricercato dal 1991 con l'accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alla produzione ed al traffico di sostanze stupefacenti. Il suo arresto è il frutto di un'operazione mirata della Squadra mobile reggina, che era da tempo sulle sue tracce, in collaborazione col Commissariato di Bovalino. Pelle, che era solo e non aveva armi, non ha opposto resistenza agli agenti. Il padre di Salvatore Pelle, Antonio, di 75 anni, detto "Gambazza", capo della cosca e considerato uno dei "patriarchi" della 'ndrangheta, e' anch'egli latitante da una decina di anni con l'accusa di associazione mafiosa.
SI MUOVEVA SOLO CON MEZZI PUBBLICI
Salvatore Pelle utilizzava, per i suoi spostamenti, solo mezzi pubblici, treni o pullman di linea. E' quanto hanno riferito gli investigatori della Questura di Reggio Calabria illustrando ai giornalisti i particolari dell'operazione che ha portato all'arresto di Pelle, inserito nell'elenco dei trenta latitanti di massima pericolosità diramato dal Ministero dell'Interno. Alla conferenza stampa hanno partecipato il questore di Reggio Calabria, Antonino Puglisi; il sostituto procuratore generale, Francesco Neri, ed il dirigente della Squadra mobile, Salvatore Arena, insieme ai funzionari Luigi Silipo e Fabio Catalano. Pelle, nel momento della cattura, indossava un giubbotto e un maglione di buona foggia ed aveva un aspetto curato. Il latitante si stava avviando a piedi verso la stazione ferroviaria Lido, con l'intenzione presumibilmente di prendere un treno diretto a Locri, dopo avere sorbito un caffé in un noto ritrovo cittadino. Alla richiesta da parte degli agenti di fornire le sue generalità, Salvatore Pelle si è reso subito conto che la sua latitanza si era conclusa. Non ha opposto resistenza e dopo il disbrigo degli adempimenti burocratici in Questura, è stato condotto nel carcere di Reggio. A carico di Pelle, tra l'altro, pendeva una condanna definitiva ad 11 anni di reclusione per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Nei giorni scorsi i familiari di Antonio e Salvatore Pelle avevano inviato una lettera al quotidiano Gazzetta del Sud per sottolineare la loro estraneità alla faida apertasi di recente a San Luca con l'assassinio, il giorno di Natale, di Maria Strangio. Omicidio al quale, il 4 gennaio scorso, aveva fatto seguito, come risposta, l'assassinio del pastore Bruno Pizzata.
NAPOLI, DISINVOLTA LATITANZA BOSS
''L'arresto del boss Salvatore Pelle, inserito nell'elenco dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia, rappresenta l'ennesimo successo dello Stato nel contrasto al crimine organizzato". Lo afferma, in una dichiarazione, il deputato di Alleanza nazionale Angela Napoli, componente della Commissione antimafia. "Formulo vive e sincere congratulazioni - aggiunge Angela Napoli - al questore di Reggio Calabria, Antonio Pugliesi, al capo della Squadra mobile, Salvatore Arena, ed a tutti gli uomini della Polizia di Stato reggina per questa importante operazione. La cattura di Pelle, avvenuta nella città di Reggio Calabria, dimostra la nuova capacità riorganizzativa della 'ndrangheta, i cui boss riescono a vivere la lunga latitanza con disinvoltura e senza stenti, muovendosi tranquillamente sul territorio, dominando ed imponendo il proprio potere malavitoso, certamente garantiti da coperture che devono essere prontamente individuate e colpite''.
09.03.2007 – Unità - Uliwood party
Carnevale in Quaresima
di Marco Travaglio
L'altroieri, secondo martedì di Quaresima, il giudice Carnevale è stato riammesso in magistratura dal Csm, 11 voti a favore, 10 contrari e 3 astenuti. Nel 2003 la Cdl l'aveva ripescato con una norma ad personam - di cui lo stesso Carnevale si vanta di essere «ispiratore» - per restituire a lui e a quelli come lui gli anni di servizio perduti per processi poi conclusi con l'assoluzione. Assolto in primo grado nel 2000 dall'accusa di mafia, il giudice «ammazzasentenze» era stato condannato in appello nel 2001 e s'era dimesso dalla magistratura. Ma la Cassazione aveva annullato la condanna, sostenendo fra l'altro che le accuse di alcuni suoi colleghi della Suprema Corte, a proposito delle pressioni da lui esercitate per far assolvere vari mafiosi, erano coperte dal segreto della camera di consiglio e dunque inutilizzabili. A quel punto il governo Berlusconi gli spalancò le porte per la grande rentrèe in toga, anche dopo il compimento dei 75 anni, età massima fissata dalla legge. Il Csm precedente (con maggioranza di laici del centrodestra), aveva sostenuto che la legge non si applicava a Carnevale. Ma il Tar e il Consiglio di Stato avevano ritenuto diversamente, pur non pronunciandosi sul reintegro automatico. L'attuale Csm (con maggioranza di laici del centrosinistra), invece, l'ha reintegrato su due piedi. Così Carnevale, 76 anni, indosserà la toga per altri 6 anni, 6 mesi e 24 giorni, fino a quando ne avrà 83. E tornerà a presiedere una sezione della Cassazione. Qualche ingenuo chiederà: possibile che il centrosinistra, che aveva promesso di abrogare le leggi ad personam, completi l'opera incompiuta del centrodestra? Possibilissimo: dei 5 membri laici dell'Unione, solo 2 (Volpi e Tinelli) hanno votato contro, mentre uno (il Ds Siniscalchi) s'è astenuto e 2 (Mancino, Dl, e Vacca, Pdci) han votato addirittura a favore insieme alla Cdl, a Magistratura indipendente e metà Unicost. La spaccatura, che non si verificava da anni, indica chiaramente che il Csm non era affatto tenuto a reintegrare Carnevale. L'aveva spiegato, fra gli altri, Livio Pepino di Md, invitando i colleghi a non usare «il comodo alibi di attribuire ad altri (la legge ad personam, ndr) la responsabilità delle proprie scelte». Un conto era «il diritto di Carnevale a beneficiare della legge», un altro il diritto a tornare in servizio. Il Csm ha il potere-dovere di valutare se l'aspirante magistrato abbia o meno i requisiti per diventarlo, e lo stesso vale per chi, strada facendo, quei requisiti li ha perduti. È vero che Carnevale è stato assolto, ma esistono magistrati che, pur assolti, sono stati financo radiati per comportamenti immorali o scorrettezze deontologiche emerse nei processi a loro carico. La questione penale non esaurisce la questione morale, molto più vasta. Carnevale, intercettato, chiamava «cretino» Giovanni Falcone, insultava lui e Paolo Borsellino («i dioscuri», con «una professionalità prossima allo zero») anche dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio («certi morti non li rispetto»). Non solo: un giudice di Cassazione, Manfredi La Penna , ha raccontato che la mattina in cui era fissato il ricorso dei boss condannati per l'omicidio del capitano Basile, Carnevale l'aveva convocato per raccomandargli di annullare le loro condanne. Non solo: «Da intercettazioni e riscontri - ha aggiunto Pepino - risulta che, alla vigilia della decisione in Cassazione sul processo maxi-ter a Cosa Nostra, ci fu tra il difensore di un imputato e il dottor Carnevale un colloquio sul deposito, nello studio del professionista, di una valigia con 100 milioni di lire da parte di un emissario di Salvatore Cancemi», cioè di un membro della Cupola. Quanto bastava, secondo Pepino, per rispedire la pratica Carnevale in commissione «per i necessari approfondimenti» disciplinari. Per un voto, la sua proposta è stata bocciata. Ora, per scongiurare l'ennesimo sfregio a Falcone e Borsellino, non c'è che una possibilità: che il Parlamento, come chiede il Pdci (in controtendenza col voto del loro membro laico), inserisca nel nuovo ordinamento giudiziario l'età pensionabile di 75 anni anche ai magistrati ripescati. Carnevale compreso.
10.03.2007 - Unità
Il caso Carnevale e il Csm al bivio
di Nicola Mancino
Gentile Direttore,
in merito all'articolo di Marco Travaglio «Carnevale in Quaresima», vorrei osservare quanto segue:
Il ritorno del giudice Carnevale in Cassazione è stato deciso dal Consiglio di Stato con sentenza passata in giudicato. Il massimo organo giurisdizionale amministrativo si è limitato ad applicare la legge 24.12.2003, n. 350 approvata a maggioranza nella passata legislatura dalle Camere con il voto contrario dell'opposizione di centro sinistra (votai contro anche io).
Il giudicato, in forza di un principio giuridico proprio degli Stati di diritto, va sempre eseguito e il Consiglio Superiore della Magistratura non aveva il potere di eluderlo. Ad accreditare il diritto reclamato dal dottore Carnevale per il suo ritorno in Cassazione, a parte la legge detta appunto «Carnevale», hanno concorso due giudicati - quello penale di assoluzione (formatosi in ultima istanza con sentenza della Suprema Corte di Cassazione) e quello formatosi con provvedimento giurisdizionale del Consiglio di Stato.
Di fronte ai ritardi (?) nella esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato, il dott. Carnevale ha chiesto un provvedimento di ottemperanza con conseguente nomina, in difetto, di un commissario ad acta.
Il CSM si è trovato davanti al bivio: darvi esecuzione o attraverso apposita deliberazione da parte del proprio organo collegiale o intervenendo mediante un provvedimento sostitutivo dell'organo inadempiente.
Riconosco che il commissario ad acta avrebbe tolto dall'imbarazzo più di uno dei consiglieri del CSM, ma non chi scrive, per prassi destinatario dell'ordine di eseguire i giudicati amministrativi (come è già avvenuto con il caso Vitalone).
Chissà che cosa si sarebbe scritto di me, innocente esecutore di un giudicato figlio di una legge che nella passata legislatura ha diviso le forze politiche e che io stesso, allora senatore, non ho approvato!
Nella esecuzione di un giudicato concernente la riammissione in servizio di un magistrato, a mio sommesso avviso - e non solo mio -, il CSM ha perduto il potere di valutare se sussistessero o meno i requisiti per il rientro, in quanto a stabilire il diritto è già intervenuta una pronuncia giurisdizionale. L'idea, poi, di rimandare la pratica in commissione per esaminare i presupposti di eventuali provvedimenti disciplinari - a carico di chi non è ancora rientrato nei ruoli? - , o per sollevare addirittura una questione di... incostituzionalità, è apparsa non praticabile.
Faccio osservare in proposito che procedimenti disciplinari sono possibili solo su iniziativa o del Ministro o del Procuratore generale presso la Cassazione , quest'ultimo presente nella riunione del plenum (se ritengono, ma dopo il rientro, possono sempre assumerla); e che davanti alla Corte Costituzionale - non certamente sollevando, come è stato fatto, un inammissibile conflitto di attribuzione - si poteva andare, con ordinanza del Tar o del Consiglio di Stato, proprio per giudicare la anche per me dubbia costituzionalità della legge Carnevale.
Allo stato, come del resto sostiene anche Travaglio, è sperimentabile solo una terza via che appartiene tutt'intera alla iniziativa parlamentare, come anche io ho personalmente osservato avanti al plenum del CSM.
*Vicepresidente Csm
11.03.2007 - Unità
Il caso Carnevale e la legge Carnevale
di Marco Travaglio
La posizione del vicepresidente Mancino (l'Unità, 10 marzo, ndr) è, naturalmente, rispettabile e legittima. Ma la sua interpretazione del caso Carnevale è inevitabilmente opinabile: altrimenti non si spiegherebbe perché il reintegro del cosiddetto "ammazzasentenze" abbia avuto, a fronte di 11 voti favorevoli, anche 10 voti contrari e 3 astensioni. Chi ha votato contro ha spiegato che la sentenza del Consiglio di Stato riguardava l'applicabilità della "legge Carnevale" a Carnevale, non l'obbligo del Csm di reintegrarlo ipso facto; e ha chiesto di valutare, alla luce dei gravi comportamenti emersi – almeno sul piano deontologico e morale - nel processo per mafia da cui è stato assolto, se Carnevale fosse ancora idoneo a tornare in magistratura.
Il Csm poteva farlo(come fa regolarmente esaminando l'idoneità di chiunque vinca il concorso per entrare in magistratura), ma per un voto ha deciso di non farlo. Una scelta legittima, ma non obbligata. Speriamo che il Parlamento cancelli almeno questa legge ad personam e chiuda questa brutta pagina.
ed Enti Locali, assenti ingiustificati nella scorsa udienza.
08.03.2007 – Sole 24 ore
Come la Asl di Locri ma siamo a Vibo Valentia
Una nuova Relazione, come sulla Asl di Locri di Fotugno e Laganà, evidenzia
le infiltrazioni della 'ndrangheta nel controllo della Sanità a Vibo. Anche qui dipendenti e ditte della 'ndrangheta, figli di boss con il camice e se tutti vedevano, tutti tacevano. Anche dopo le indiscrezioni dagli ambienti inquirenti la stampa locale ha taciuto e si è ben guardata dal "fare informazione". Anche qui che strano che l'Ente di controllo, la Regione (quella più inquisita d'Italia), non si sia mai accorta di nulla. In attesa di potervi dare maggiori dettagli, pubblichiamo, ringranziando l'autore Roberto Galullo, l'articolo di oggi su il Sole 24 Ore. -
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07.03.2007 – La Repubblica
Un nuovo episodio allunga la lista nera: accusa di peculato e perquisizione arbitraria
Trentamila euro scomparsi, tre poliziotti rinviati a giudizio
Il sindacato: “Il vertice della Questura tace”
di Massimo Calandri
Al termine dell’udienza preliminare di ieri, il giudice Maurizio De Matteis ha rinviato a giudizio tre poliziotti del commissariato di Nervi: sono accusati di peculato e perquisizione arbitraria. Entrati nell’appartamento di un commerciante cinese, senza averne il diritto, dopo aver rovistato tra le stanze avevano portato via la borsetta di una donna: c’erano dentro quasi trentamila euro in contanti, che sparirono “misteriosamente”. Una brutta storia per la polizia genovese, che si aggiunge alla serie di episodi su cui indaga la Procura del capoluogo ligure. E’ stata confermata l’apertura di un inchiesta su altri investigatori, accusati di violenze nei confronti di cittadini stranieri, mentre allo stesso pubblico ministero – Vittorio Ranieri Miniati – stanno per prospettarsi nuovi ed inquietanti scenari, dopo l’arresto per il traffico di droga di due ispettori della squadra mobile. Nel frattempo Francesca Nanni, magistrato della DDA, ha trasmesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari ad un artificiere, nei guai per detenzione illegale di armi ed esplosivi. Uno scandalo dopo l’altro, per tacere della “erronea” distruzione delle molotov la prova-regina di uno dei processi del G8. I sindacati di polizia confessano tutta la loro “preoccupazione”, anche rispetto al rapporto quotidiano con i cittadini, e denunciano il “silenzio” del questore e degli altri funzionari.
Nel marzo di quattro anni fa, tre agenti del commissariato di Nervi (Giovanni Smiraglia, Daniele Soldano, Paolo Rotta) fecero irruzione in un appartamento di Sampierdarena. Dissero di aver appena fermato alcune persone che giuravano di aver acquistato dentro a quella abitazione alcuni Rolex falsificati. In mancanza di un mandato (e non cercando droga o armi) non avevano alcun diritto di entrare, ma lo fecero comunque. Trovarono effettivamente degli orologi perfettamente contraffatti. Ed arrestarono tre uomini di origine cinese, che non parlavano una parola di italiano e che furono accusati di associazione a delinquere. Gli agenti però non dissero che in casa c’erano anche una donna, cinese, e un bimbo. Al termine dell’intervento avvertirono il pm di turno (Enrico Zucca) che più tardi – non ricorrendo i presupposti per l’arresto – fece scarcerare i cinesi. Il magistrato raccolse quindi la denuncia della donna, che aveva visto i poliziotti rovistare nella sua borsetta. La stessa borsetta era comparsa qualche ora più tardi negli uffici del commissariato. I soldi che c’erano dentro sparirono, e nessuno sa che fine abbiano fatto. Le indagine ordinate dalla Procura hanno permesso di evidenziare le responsabilità degli agenti: accettando la tesi dell’accusa, il GUP ha rinviato a giudizio gli indagati. Il processo si terrà a luglio.
Roberto Traverso, segretario provinciale del Silp, chiede “fiducia” per i poliziotti genovesi, ed un intervento del questore Salvatore Presenti. Ritiene anche “indispensabile rappresentare a Gianni De Gennaro, capo della polizia, “la grave situazione che sta attraversando la Questura di Genova, alla ricerca di immediate e incisive soluzioni”.
06.03.2007 – La Repubblica
Perquisizioni arbitrarie e comportamenti poco ortodossi, la Procura indaga su agenti in servizio nel centro storico
Altri poliziotti nel mirino dei giudici
Ispettori nei guai per la coca: spuntano conti correnti all´estero
di Massimo Calandri, Marco Preve
Un secondo gruppo di poliziotti finisce nel mirino della magistratura. Alcune denunce, che raccontavano di perquisizioni arbitrarie e comportamenti poco ortodossi, hanno convinto la procura ad aprire una nuova inchiesta. E´ stata affidata a Vittorio Ranieri Miniati: è lo stesso pm che si occupa di Gianni Sivolella e Andrea Percudani, gli ispettori della narcotici arrestati in flagranza mentre ricevevano da un pregiudicato, loro confidente, la prima tranche del pagamento di un chilo di cocaina. Minimo comune denominatore delle due vicende sono squadre di poliziotti esperti, che godono della fiducia dei capi e della procura: investigatori che di solito garantiscono risultati ed encomi, che conoscono la strada e la gente. Uomini che non si tirano indietro. Ma che con il passare del tempo diventano sempre più intraprendenti e spregiudicati. Autonomi dalle gerarchie come dalle regole. La nuova indagine coinvolge alcuni agenti e ispettori che si sono occupati di operazioni nel centro storico. La procura avrebbe vagliato con attenzione le denunce ricevute, nei prossimi giorni alcuni agenti potrebbero essere convocati al nono piano del tribunale.
Nel frattempo l´inchiesta su Sivolella e Percudani allarga i suoi orizzonti. Gli inquirenti stanno cercando all´estero, su qualche conto corrente blindato, eventuali tracce bancarie del traffico di droga. Preso atto della confessione della coppia della squadra mobile, che ha ammesso di aver venduto un chilo di cocaina al pluripregiudicato Mario Iudica, l´indagine sta ora prendendo in considerazione altri aspetti dai risvolti inquietanti. I dubbi e i sospetti da cui muovono il pm e i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria, riguardano prima di tutto la rete di amicizie e connivenze che i due ispettori avevano: non solo con esponenti della criminalità, ma anche con i loro colleghi. E´ un dato di fatto che nell´indagine al momento siano coinvolti altri quattro agenti. Tre di loro devono rispondere, assieme agli arrestati, di peculato: tre computer sono stati rubati da un lotto sequestrato a dei clandestini rumeni, uno dei portatili è stato ritrovato sulla scrivania di Percudani in questura. Un quarto poliziotto è indagato per spaccio, la sua posizione è delicatissima. E´ lui, infatti, che Percudani chiama al telefono, subito dopo aver visto i finanzieri arrestare Sivolella nella trappola preparata alla Fiumara.
«Hai mangiato il panino?» chiede Percudani al collega, soprannominato lo zio Pino. Dopo alcuni minuti i due si risentono. «L´ho mangiato» annuncia lo zio. Percudani, tira un sospiro di sollievo: «Adesso sono molto più tranquillo». Ma cosa diavolo era quel panino che tanto angustiava Percudani nei minuti precedenti l´arresto? Potrebbe essere altra droga, ipotizzano gli investigatori. Il dubbio che non fosse la prima volta che i due poliziotti trattassero coca al di fuori dei propri doveri istituzionali, è forte. E lo stesso Sivolella - che in un´intercettazione cerca di convincere Iudica a cambiare strada e quindi aggiunge: «Se poi nel frattempo troviamo qualche cosa quella te la do gratis» - avrebbe manifestato la propria intenzione a collaborare dopo il secondo interrogatorio davanti al pm Vittorio Ranieri Miniati.
Nei giorni scorsi uno dei due ispettori della mobile è rimasto vittima di un misterioso incidente all´interno del carcere di Pontedecimo, dove è detenuto. Ufficialmente sarebbe scivolato all´interno della propria cella, battendo la testa. I medici della prigione gli avrebbero applicato alcuni punti di sutura. L´inchiesta interna, di cui è stato informato anche il magistrato, avrebbe confermato la testi dell´incidente: «Sono caduto, è stata solo colpa mia», avrebbe ribadito il ferito.


L'AZIENDA
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Dal 29 dicembre si è
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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
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