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«Guardia di Finanza». Sono le quindici di ieri pomeriggio quando gli uomini delle Fiamme Gialle si presentano al cancello di casa Novi. In mano hanno un’ordinanza di 36 pagine che deve essere consegnata al presidente dell’Autorità portuale, Giovanni Novi...
«Per questi motivi il gip dispone gli arresti domiciliari», è scritto al termine del documento firmato dal giudice delle indagini preliminari Maria Franca Bruzzone. Novi reagisce con calma, anche se, per una figura nota e stimata in città, è un colpo duro, molto duro. Difficile immaginare una fine più amara per il mandato alla guida del porto. E infatti, dopo appena due ore, Novi chiede ai magistrati l’autorizzazione di comunicare con l’esterno, di mandare un fax di dimissioni.
Le accuse contenute nel capo di imputazioni sono quelle già note: concussione, truffa aggravata, turbativa d’asta. Ma a colpire sono soprattutto le motivazioni del provvedimento: non tanto quel «pericolo di inquinamento delle prove», quanto il «rischio di reiterazione del reato». E gli investigatori a mezza voce sussurrano che l’indagato sarebbe stato «ancora attivo», come risulterebbe dalle intercettazioni e dalle registrazioni ambientali allegate dai pubblici ministeri Walter Cotugno, Mario Morisani ed Enrico Zucca alla richiesta di arresto. Un documento di oltre duecento pagine in gran parte accolto dal gip, tranne che per un punto clamoroso: la richiesta di sequestro del milione e ottocentomila euro destinata alla Culmv di Paride Batini che i pm avevano avanzata e che il gip ha invece, per il momento, respinto (un ricorso della Procura è più che probabile). «Siamo stati spinti a prendere questo provvedimento», si lasciano scappare in Procura dove la richiesta di arresto è stata formulata subito prima di Natale.
Novi tace, non può comunicare con l’esterno. Ma dalle intercettazioni emerge una frase ripetuta più volte al telefono con l’avvocato Carbone nei colloqui frenetici da novembre a oggi: «Noi abbiamo sempre agito con la massima correttezza», si ripetono i due principali indagati.
Ma il provvedimento nei confronti di Giovanni Novi potrebbe essere soltanto il primo passo di un’inchiesta che sta seguendo mille rivoli. Che rischia di allargarsi a macchia d’olio verso il mondo marittimo genovese e poi oltre, magari anche toccando gli ambienti della finanza e della politica.
Il punto di partenza il terminal Multipurpose, ma l’inchiesta adesso sta ormai toccando tutte le concessioni delle aree portuali. I reati ipotizzati sono: concussione, corruzione, truffa aggravata, falso, turbativa d’asta e abuso d’ufficio.
Gli indagati fino a oggi sono almeno undici: Novi, ovviamente, poi l’avvocato Sergio Maria Carbone, l’ex segretario generale dell’Autorità portuale, Alessandro Carena, l’avvocato dello Stato Giuseppe Novaresi, l’avvocatessa dell’Autorità portuale (un episodio di corruzione), Alessandra Busnelli. A questi si è aggiunto Marco Manzitti, consulente dell’Agenzia per il Waterfront (prima per la comunicazione, adesso per il reperimento delle risorse). Quindi ci sono i terminalisti e gli operatori portuali indagati soprattutto per occupazione abusiva di aree demaniali: Alfonso Clerici, Ignazio Messina, Gianni Enrico Scerni, Aldo Spinelli. Quindi Franco Pecorini, amministratore delegato di Tirrenia. Ecco, uno dei prossimi filoni che potrebbero condurre a sorprese: la compagnia è stata ammessa al Multipurpose pur senza aver partecipato alla gara per la concessione. Perché? «L’idea di inserire Tirrenia nacque da me soprattutto in relazione a una delibera dell’Autorità portuale», ha spiegato Novi ai magistrati. Insomma, sarebbe stato un modo per sanare una situazione pendente. Una ricostruzione che, però, non convince i magistrati.
Gli atti. L’ipotesi di concussione nasce dalla ricostruzione compiuta da Ignazio Messina, prima in un’intervista, poi davanti ai magistrati. Messina ha raccontato la sua versione sulla decisione di ritirare il ricorso contro la concessione per il terminal multipurpose e sulla successiva firma dell’accordo: «L’accordo lo abbiamo firmato perché siamo stati obbligati. Non c’erano alternative». A costringerlo, sostiene l’operatore, sarebbe stato, appunto, Novi.
Alla concessione del terminal Multipurpose è legata anche la contestazione di turbativa d’asta. In pratica: Novi, Carbone e Carena si sarebbero adoperati per far ritirare alcuni concorrenti e consentire l’ingresso di Tirrenia che non aveva nemmeno partecipato alla gara. Ecco che cosa hanno detto ai pm gli indagati: «Avevo ricevuto notizia dal dottor Carena che le domande presentate da Stc, da Pastorino e da Thermocar (i partecipanti “minori” alla gara per il Multipurpose, ndr) non avrebbero avuto comunque alcuna possibilità di accoglimento. lo non ho verificato nelle carte se ciò corrispondesse a verità ma ho preso per buona la valutazione di Carena che è un tecnico assai competente». Così, lo stesso Carbone ammette di aver telefonato a uno dei partecipanti poi ritiratosi. L’altro sarebbe stato contattato da Carena.
Ma l’ipotesi di reato che forse potrebbe portare un terremoto in città è quella di truffa aggravata. L’episodio riguarda la somma di quasi 1,8 milioni di euro che la Compagnia Unica di Paride Batini ha richiesto all’Autorità portuale (come indennizzo per le spese affrontate gestendo il Multipurpose per un biennio) e che Giovanni Novi ha chiesto al Comitato di pagare. Secondo i magistrati Novi avrebbe convinto con un raggiro il Comitato Portuale della validità della richiesta. Ma il filone dell’inchiesta potrebbe aver ulteriori sviluppi. I magistrati stanno cercando di ricostruire chi sia stato favorevole al pagamento (avvenuto per metà). In questo ambito è stato sentito - in qualità di testimone, quindi non indagato - anche l’ex sindaco Giuseppe Pericu che partecipò alle riunioni del Comitato. E proprio questo filone dell’inchiesta ha portato alla richiesta di sequestrato il denaro riservato alla Compagnia. I magistrati, però, si stanno concentrando anche su altri fronti. Il primo è quello degli appalti e delle consulenze dell’Autorità. Si stanno così esaminando tutti i contratti di pubblicità che l’ente ha affidato durante la gestione di Novi. In questo ambito sarebbe stato indagato Marco Manzitti. I magistrati sostengono che nella procedura che ha portato alla sua nomina ci sarebbero delle sospette irregolarità. Il reato ipotizzato in questo caso sarebbe l’abuso d’ufficio. Ma gli sviluppi dell’indagine dipendono anche da quello che gli investigatori hanno trovato ieri pomeriggio. Gli uomini della Stazione Navale della Guardia di Finanza coordinati dal maresciallo Antonio Somma erano a Palazzo San Giorgio e alla Stazione Marittima. Gli investigatori hanno cercato di passare inosservati, ma per i palazzi del potere del porto è stato un vero terremoto. Per ore decine di persone, di impiegati e dirigenti, sono rimasti chiusi dentro gli uffici. Intanto gli uomini delle Fiamme Gialle sequestravano decine di scatoloni di materiale, mettevano i sigilli ai computer. Tutto il materiale relativo ad appalti e concessioni è stato sequestrato. Per giorni sarà difficile all’Autorità svolgere il suo lavoro, ma, sostengono gli investigatori, erano essenziale «congelare la situazione». Insomma, impedire qualsiasi inquinamento delle prove.


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